Come i giganti del web rivoluzioneranno l’industria bancaria

(Via Affarinternazionali)

Di Franco Passacantando (già direttore centrale alla Banca d’Italia e direttore esecutivo alla Banca Mondiale) e Nicola Bilotta (IAI)

Il processo di digitalizzazione sta rapidamente trasformando l’economia e le abitudini dei consumatori. Uno dei settori maggiormente investiti dalle innovazioni in atto è quello dell’industria bancaria e finanziaria che stanno sfruttando le nuove tecnologie per razionalizzare la propria architettura organizzativa e per offrire nuovi servizi innovativi ai propri clienti. Oltre agli intermediari tradizionali, negli ultimi anni il panorama dell’industria bancaria ha visto il fiorire di nuovi attori – società Fintech e challenger banks – che, colmando spazi di mercato, ambiscono ad attrarre consumatori con soluzioni semplici e innovative. In queste dinamiche concorrenziali c’è un terzo incomodo che potrebbe divenire un’importante pedina nell’industria bancaria. Si tratta dei giganti dei network digitali.

Questi attori perseguono due obiettivi principali quando integrano servizi bancari nei loro ecosistemi. Da una parte rafforzano il loro rapporto diretto con i consumatori diventando così tramite indispensabile per l’interazione tra gruppi economici; dall’altra incrementano la quantità e la qualità dei dati e delle informazioni qualitative sui consumatori. Il profilo finanziario del consumatore è un asset strategico per i giganti del web che riescono a massimizzare il valore monetario dei dati in loro possesso.

Il terzo incomodo tra banche e società Fintech
La profezia dell’entrata dei giganti tecnologici nel settore bancario risale agli anni della nascita di Internet. Ma nell’attuale mercato bancario l’attivismo dei giganti del web rende sempre più probabile la trasformazione di quella profezia in realtà.

In Cina, ad esempio, Alibaba ha sfruttato le opportunità della regolamentazione bancaria meno stringente per lanciare nel 2004 Alipay – una piattaforma di pagamento online –, uno strumento indispensabile per facilitare le transazioni sul negozio e-commerce di Alibaba. Nel 2016 Alipay ha processato più di 174 milioni di transazioni al giorno e ha più di 870 milioni di utenti attivi. Ant Financial – società fondata nell’ottobre del 2014 che include Alipay – ha fatto un salto di qualità ancora maggiore lanciando MYbank, una banca digitale focalizzata sulle Pmi e sul settore retail. Nel 2016 MYbank ha concesso prestiti per più di 5 miliardi di dollari. Ant Financial ha anche sviluppato Ant Fortune, una app di gestione patrimoniale in cui i consumatori possono accedere a 900 diverse opzioni finanziarie offerte da 80 istituti terzi. Ant Fortune conta quasi 25 milioni di utenti attivi. Non si può neppure dimenticare Yu’e Bao, un money market fund, che gestisce più di 210 miliardi di dollari per conto di 120 milioni di clienti, rendendolo il più grande market money fund del mondo.

In Giappone il gigante dell’e-commerce Rakuten ha lanciato nel 2009 la sua banca, Rakuten Bank, integrando e potenziando le attività bancarie con il suo core business. Un esempio è “Rakuten Card with Rakuten Point Card Functions” che offre ai clienti una carta di credito in cui possono essere accumulati punti fedeltà in base agli acquisti fatti nell’ecosistema Rakuten. Questi punti possono essere utilizzati per fare acquisti sia sul negozio e-commerce di Rakuten sia in negozi fisici terzi. La multinazionale Rakuten nel 2017 ha registrato profitti per 8.51 miliardi di dollari di cui quasi 3 miliardi proveniente dal segmento bancario del gruppo. Una simile dinamica può essere anche osservata in Argentina con la piattaforma e-commerce Mercado Libre.

In Europa e negli Stati Uniti i giganti tecnologici, pur non avendo ancora lanciato una banca vera e propria, si sono dimostrati molto attivi nel segmento dei pagamenti. Apple e Google hanno introdotto delle apps di pagamento mobile che sembra abbiano più di dieci milioni di utenti attivi. Facebook invece ha sviluppato il servizio Payment su Messenger che permette agli utenti di collegare la propria carta di debito sull’app di Facebook per mandare pagamenti ai propri amici virtuali. Secondo alcune stime, negli Usa 25.6 milioni di persone utilizzano questo servizio almeno una volta a settimana. 

Amazon sembra essere il colosso tecnologico più interessato ad espandere la propria attività nell’industria bancaria. Con Amazon Pay gli utenti hanno a disposizione un digital wallet e un sistema di pagamenti che permette di salvare le informazioni e procedere al check-out riducendo le frizioni nella transazione. Inoltre, Amazon ha lanciato fin dal 2011 un servizio di prestito – Amazon Lending – ai venditori della sua piattaforma e-commerce. Il servizio ha concesso più di tre miliardi di dollari di prestiti in questi anni di attività.

Partnership e collaborazioni tra industria tecnologica e bancaria
Il consolidamento dei giganti del web nel settore bancario non si limita all’offerta diretta di servizi finanziari. Sono sempre più crescenti le iniziative che vedono una partnership tra colossi tecnologici e banche tradizionali. Per esempio, in Messico Amazon ha lanciato insieme a Mastercard e Grupo Financiero Banorte una carta – Amazon Rechargeable – che può essere ricaricata in contanti in molti negozi locali. Questa collaborazione giova ad entrambe le parti. Amazon cerca di incentivare l’acquisto nella sua piattaforma includendo un segmento di clientela sprovvista di carta di credito mentre la banca tenta di ampliare la sua base clientelare utilizzando il marchio di Amazon. Anche negli Usa Amazon ha introdotto una carta di credito – Amazon Prime Rewards Credit Card – con il supporto di Visa e di JP Morgan. La carta è offerta gratuitamente ai membri di Amazon Prime e garantisce 5% di cashback per gli acquisti sulla piattaforma Amazon e nei negozi Whole Foods e il 2% su alcuni negozi fisici selezionati. Inoltre, non applica commissioni su transazioni all’estero. Google invece, in collaborazione con Citibank Singapore, ha introdotto nel Paese la possibilità di gestire il proprio account attraverso una chatbot su Facebook Messenger.

Queste partnership potrebbero però aumentare il pericolo di quello che McKinsey definisce i quattro cavalli della e-pocalisse: disintermediazione tra banche e consumatori, disgregazione dell’offerta di prodotti e servizi bancari, perdita del riconoscimento del marchio delle singole banche e invisibilità degli attori tradizionali.

La sinergia tra le due industrie diventa ancora più evidente nel crescente mercato per i servizi tecnologici rivolto alle banche. Gli intermediari bancari tradizionali stanno facendo un massiccio ricorso a tecnologie elettroniche e digitali per razionalizzare i costi operativi e migliorare le procedure operative, sviluppandoli in-house o appoggiandosi ad aziende terze.

Amazon Web Services (Aws), Microsoft Azure e Google Cloud sono i leader mondiali del mercato dei servizi relativi al cloud computing, una delle tecnologie che sta guidando la trasformazione digitale dell’industria bancaria. Ad esempio, la banca americana Capital One è stimata pagare 150 milioni di dollari l’anno a Aws per noleggiare le sue infrastrutture cloud. Ma non è solo il segmento tecnologico del cloud. Microsoft, Ibm e Google hanno per esempio dieci volte il numero di brevetti Fintech delle quindici banche più grandi del mondo.

Le banche sembrano fare sempre di più affidamento ai giganti del web per la loro trasformazione digitale. Google per esempio ha fornito all’irlandese Kbc Bank la tecnologica Android Pay Api per sviluppare l’app della banca che permette di aprire un conto corrente online in cinque minuti.

Rischi e opportunità di un’unione… inevitabile?
Il crescente ruolo dei giganti del web nell’industria bancaria apre le porte a grandi opportunità sia per i consumatori sia per accelerare la trasformazione digitale del settore. Ma al contempo produce rischi non convenzionali che devono essere presi in considerazione.

L’aggregazione di dati finanziari e informazioni qualitative potrebbe avere effetti per ora imprevedibili. Alcuni studi preliminari tendono a dimostrare che combinare differenti fonti di dati lavorandoli con l’intelligenza artificiale e machine learning potrebbe aiutare a migliorare i modelli di previsione del rischio. Bisognerà però controllare che non si creino le condizioni per forme di discriminazione involontarie nel momento in cui i sistemi ricavano e calcolano variabili – come provenienza geografica o razziale – in maniera automatica.

Un ulteriore fattore di incertezza risulta dalla concentrazione di dati bancari custoditi da operatori terzi esposti al pericolo di attacchi cibernetici o di violazione della privacy.  Se i processi di consolidamento tra l’industria tecnologica e quella bancaria dovessero continuare si potrebbe creare un ambiente più competitivo oppure si darebbe vita a nuovi processi di concentrazione nel mercato?

Fonte: Affarinternazionali