Internet tra libertà ed uguaglianza. Intervista a Tommaso Edoardo Frosini

Tommaso Edoardo Frosini è professore ordinario di Diritto pubblico comparato nell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli.

Nel mondo sono sempre più i governi – India, Iran e Cina sono solo alcuni esempi – che bloccano l’accesso ad Internet per contenere le proteste e censurare l’informazione. Ad Internet come spazio di libertà lei ha dedicato un libro – Liberté Egalité Internet –, di cui è anche uscita una seconda versione ampliata. Quali sono le sue riflessioni?

Da tempo vado sostenendo – in controtendenza rispetto a una visione critica se non distruttiva – che l’antiliberalismo, oggi, si misura su Internet, che è diventato il luogo dove si manifestano le intolleranze, si esercitano le censure e si bavaglia il dissenso online. Muri virtuali vengono eretti al posto di quelli di pietra: ci sono Paesi, ben altri oltre a quelli ricordati nella domanda, che hanno costruito barriere elettroniche per evitare l’accesso a parte della rete globale, e lo hanno fatto cancellando parole, nomi e frasi chiave dei motori di ricerca, oppure violando la privacy dei cittadini.

Insomma, a mio parere, una nuova cortina d’informazione sta scendendo su una parte del mondo, dove i video e i blog sono ormai i samizdat dei giorni nostri. Questo, piaccia oppure no, conferma, a mio avviso, la vocazione liberale di Internet, e la paura che di questa libertà globale mostrano di avere Paesi intolleranti alla tecnologia, perché la vivono come una minaccia al loro potere assoluto. Nel mio libro che è stato ricordato, la cui prima edizione risale al 2005 ma diversi saggi raccolti e pubblicati nel libro (che è, in effetti, una raccolta di miei scritti sulla stessa tematica) risalgono agli inizi del 2000, ho voluto assumere una posizione ottimistica, di chi vuole vedere nella tecnologia uno strumento al servizio dei diritti di libertà, primo fra tutti quello di espressione e di informazione. Certo, oltre a Liberté c’è anche Egalité, e quindi non è una mera apologia di Internet ma un bilanciamento fra la libertà e l’eguaglianza, che sono i parametri indefettibili di una democrazia liberale.

Ancora di recente, nella messe alluvionale di scritti dedicati ai rischi di Internet, e quindi in prevalenza incentrati sulla pars destruens ma poco inclini a individuare la pars costruens, vi è quello di un filosofo del diritto il cui titolo è esemplificativo dell’approccio critico e timoroso che si ha nei confronti della rete: Come Internet sta distruggendo la democrazia. E’ un approccio che non condivido, come ho provato a dimostrare in un articolo, apparso su Il diritto dell’informazione e dell’informatica nel 2017 (n. 4/5), dedicato proprio a Internet e democrazia: articolo che non è stato letto e che invece forse avrebbe contribuito – almeno credo – a chiarire meglio alcuni aspetti problematici. Articolo al quale comunque rimando per coloro che vorranno saperne di più, non essendo qui possibile dilungarmi ulteriormente.

Questa polemica contro Internet e i rischi, tutti da dimostrare, della tenuta democratica di un Paese, mi ricordano le polemiche, poi svanite come neve al sole, che fiorirono nei confronti del video potere e i timori che la televisione potesse manipolare gli elettori persuadendoli a votare per Tizio piuttosto che per Caio. Si fece, in Italia, una legge, anzi un decreto legge!, sulla cd. par condicio, che ha compresso e represso il free-market ideas. Ieri era la televisione oggi è Internet. Invece di accompagnare, correggere, integrare e sviluppare la forza benefica della tecnologia (si pensi, fra i tanti, a quanto ha fatto, sta facendo e farà sempre più nel campo della medicina, anche con l’avvento dell’intelligenza artificiale), la si mette sotto processo, la si accusa di distruggere la democrazia, che non è più quella parlamentare e rappresentativa tout court ma piuttosto nuove forme espressive di partecipazione, che trovano nella rete la loro espressività e diffusione (si pensi, da ultimo e in Italia, al caso delle cd. “sardine”) ma che devono mantenersi entro il perimetro non tanto e non solo della Costituzione ma vorrei dire del costituzionalismo.

Anche qui, mi sia concessa un’autocitazione, ovvero un articolo che ho scritto su Rassegna Parlamentare n. 4, 2016, intitolato Costituzionalismo 2.0 (ora raccolto, al pari di quello sopra citato, nella seconda edizione del mio Liberté Egalité Internet). Anche  qui, mi sia consentito di rinviare a quanto scritto, in particolare con riferimento al diritto di accesso a Internet, al diritto all’oblio, alla privacy e a Internet come ordinamento giuridico, quali nuove frontiere del costituzionalismo del XXI secolo.

Di recente il governo italiano ha istituito un gruppo di lavoro sull’odio online, formato da sedici esperti. Come giudica questa iniziativa? L’odio online va considerato come qualcosa di diverso dall’odio “offline”, secondo lei, oppure l’hate speech su Internet è il riflesso di un problema nella società?

L’idea di nominare una Commissione di studio può essere utile per avere, dalla risultanza dei lavori della Commissione, un quadro più articolato del problema. Certo, non si può chiedere però di farsi promotrice di un intervento normativo, giammai prevedendo l’istituzione di un’ulteriore Authority per l’informazione in rete, che certifichi e censuri dove c’è odio oppure dove c’è fake. Quelli dell’hate speech sono problemi nuovi in vecchi otri, per così dire. I discorsi di odio ci sono sempre stati, nei comizi, nelle pubbliche riunioni, in radio, in televisione e financo nella carta stampata, libri o giornali che fossero. La differenza è che con la rete circolano di più e più velocemente. Comunque, c’è una regolamentazione normativa penale che sanziona chi commette un reato di ingiurie, chi diffama e chi lede la dignità della persona. E quindi, ci sono forme di intervento per punire chi semina odio anche attraverso la rete. Così come ci sono forme di intervento per punire chi spaccia notizie false con l’intento di screditare ovvero di diffamare un individuo.

La nomina della Commissione ministeriale, dove mi pare non c’è nemmeno un giurista esperto di problemi giuridici derivanti dalla tecnologia, mi ricorda la nomina di quella Commissione, che venne nominata nel 2015 dall’allora Presidente della Camera dei deputati, a cui venne dato mandato si scrivere una Dichiarazione dei diritti in Internet. Autorevolmente presieduta da un grande giurista quale era Stefano Rodotà, ha predisposto un testo, che è rimasto nel cassetto di una scrivania di Palazzo Montecitorio. Invece mi piace pensare, ma credo di essere rimasto uno dei pochi, a Internet come un diritto spontaneo. Un diritto pari a quello della lex mercatoria, con la quale si regolavano i rapporti commerciali nel medioevo. Una lex informatica, dunque; che può avvalersi di una co-regulation, in cui le poche ed essenziali leggi statali si verrebbero a integrare con una politica di self-regulation da parte degli utenti di Internet. Una sorta di applicazione del principio di sussidiarietà in cui la co-regulation dello stato può venire in sussidio alla self-regulation degli utenti, quando questi la evocano ovvero quando la necessitano.

Una legge, piuttosto andrebbe fatto e subito: quella che garantisse il wi-fi disponibile e gratuito per tutti, in modo tale da consentire il diritto di accesso a Internet, precondizione per l’esercizio della cittadinanza digitale. Ogni altra legge che volesse regolamentare Internet e quindi l’utilizzo del web è velleitaria, posto che Internet non ha confini ed è senza frontiere: e allora ci vorrebbe una legge mondiale, per così dire.