DIMT.IT - act

  • "E-Government e diritti fondamentali nello Stato costituzionale", report e video del convegno dell’Accademia Italiana del Codice di Internet nell’ambito del PRIN

    Sono sempre più numerosi ed estesi gli strumenti con i quali la Pa punta a dialogare con il cittadino in maniera più agevole sfruttando le tecnologie digitali, formando un apparato di E-Government destinato a subire una accelerazione alla luce delle iniziative messe in campo dal Governo, su tutti i progetti di Italia Login e Identità digitale. Ma quali sono le caratteristiche principali di questo percorso? E quali i diritti fondamentali in gioco?

    Sono due delle domande intorno alle quali si sono sviluppati i lavori di “E-Government e diritti fondamentali nello Stato costituzionale ", convegno che ha avuto luogo nella giornata di venerdì presso l'Università Europea di Roma. L'iniziativa, che si inserisce nell’ambito del PRIN “La regolamentazione giuridica delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (TIC) quale strumento di potenziamento delle società inclusive, innovative e sicure”,è stata promossa dall’Università Europea in collaborazione con l’Università degli Studi di Salerno.

    Guarda i video degli interventi

  • FOIA, Ascani (Pd): "Obiettivo è avere entro due mesi un testo condiviso da forze politiche e Governo. Ma occorre analisi su privacy e costi"

    [caption id="attachment_5318" align="alignright" width="300"]Ascolta il podcast della puntata di domenica 22 febbraio 2015 Ascolta il podcast della puntata di domenica 22 febbraio 2015[/caption] "Nel giro di due mesi vogliamo arrivare ad un testo sul Freedom of Information Act che sia il più possibile condiviso tra le forze parlamentari e col Governo e che ci permetta di metterci in linea quantomeno con il resto dell'Europa". Così l'On. Anna Ascani, deputato del Partito Democratico e membro dell’Intergruppo parlamentare per l’innovazione tecnologica, intervenendo nella puntata del 22 febbraio 2015 di “Presi per il Web“, trasmissione di Radio Radicale condotta da Marco Perduca, Marco Scialdone e Fulvio Sarzana con la collaborazione di Marco Ciaffone e Sara Sbaffi. La scorsa settimana l'Intergruppo ha ricevuto la proposta di legge redatta da 30 diverse organizzazioni della società civile per l’istituzione di un FOIA italiano, iniziativa legislativa sulla libertà d’informazione che permetterebbe a ogni cittadino di accedere agli atti della Pubblica amministrazione, possibilità al momento vincolata dalla necessità di avere un interesse specifico a conoscere gli atti, nonché limitato da norme come il comma 3 dell’articolo 24 della legge n. 241 del 1990, che recita: “Non sono ammissibili istanze di accesso preordinate a un controllo generalizzato dell’operato delle pubbliche amministrazioni”. "Quello che a noi interessa particolarmente del FOIA - ha sottolineato Ascani - non è tanto la libertà di accesso in sé, ma tutta la serie di effetti collaterali positivi che comporta. Ad esempio, la digitalizzazione dell'atto amministrativo, e quindi più efficienza, più controllo, meno errore e maggiore condivisione delle informazioni tra le Pa, con conseguente abbassamento dei costi. Stiamo poi prevedendo delle sanzioni vere e proprie per i responsabili di quelle amministrazioni che non concedano l'accesso agli atti come sarà previsto da questa norma. Quello che occorre analizzare in questi due mesi sono le implicazioni sulla privacy e i costi, ma c'è finalmente un'importante apertura da parte del Governo rispetto al passato". "Un altro tema sul quale è stata aperta una riflessione con le associazioni è quello di quante richieste servano su un unico atto per far sì che lo stesso venga pubblicato sul sito dell'amministrazione di riferimento; nel testo che ci è stato proposto da Foia4Italy si parla di tre richieste, ma quello che dobbiamo evitare è che un numero troppo alto di atti pubblicati generi il fenomeno opposto, facendone perdere di fondamentali nella massa". Ascani ha poi sostanzialmente smentito i rumors che vorrebbero il presidente del Consiglio Matteo Renzi in procinto di cambiare l'attuale struttura dell'Agenzia per l'Italia Digitale(AgID): "Mi risulta ci sia l'intenzione di far funzionare meglio le politiche sul digitale, ma quelli sull'AgID sono, appunto, solo rumors". Ospiti della trasmissione anche Matteo Angioli, il quale ha parlato della campagna di crowdfunding in materia di Diritto alla Conoscenza, e Guido RomeoData&Business editor a Wired Italia e co-fondatore dell'associazione Diritto di Sapere, soggetto che pochi giorni fa ha lanciato l'iniziativa "Chiedi", volta proprio ad aiutare il cittadino ad accedere agli atti della Pa. 23 febbraio 2015
  • FOIA, Ascani: “Il diritto ad uno Stato trasparente non può ledere il diritto ad uno Stato sicuro”

    Il deputato del Partito Democratico sull'emendamento approvato al Ddl di riforma della Pa: “È stato ritenuto necessario coordinare questo istituto con quello dell’accesso civico, introdotto con il d.lgs. 33/2013, e con il diritto di accesso ai documenti amministrativi di ex artt. 22 ss. l. 241/1990, nonché agli accessi previsti da discipline settoriali. Sarebbe auspicabile che anche il Legislatore nazionale scegliesse un metodo di exemptions improntato alla tassatività" di Marco Ciaffone Il 2 luglio scorso presso gli Archivi del Quirinale si è tenuto il Convegno "Patrimonio culturale digitale tra conoscenza e valorizzazione", sull'attuazione della Direttiva 2013/37/UE (nuova Direttiva PSI in materia di riutilizzo dell'informazione nel settore pubblico), organizzato dall'Accademia Italiana del Codice di Internet. Ai lavori è intervenuto anche il deputato Pd e consigliere politico per l'Agenda Digitale del Ministro per la Pa Palo Coppola, il quale, insieme alla collega Anna Ascani, ha recentemente ottenuto una grande conquista: l'approvazione di un emendamento al ddl Madia che introdurrebbe in Italia i principi del Freedom of Information Act (FOIA). Ed è proprio Ascani ad aver rilasciato un'intervista a Dimt nella quale spiega alcuni dettagli dell'iniziativa. Onorevole, innanzitutto qual è la ratio dell'emendamento? Anna AscaniIl lavoro portato avanti in questi mesi è stato articolato ed ha raggiunto lo scopo che, insieme all’On. Coppola, intendevamo perseguire: consentire ai cittadini una maggiore libertà nell’accesso agli archivi della Pa. È questa la ratio dell’emendamento che abbiamo proposto, sebbene l’architettura immaginata sia più complessa di quanto si possa spiegare in poche righe: è stato ritenuto necessario, infatti, coordinare questo istituto con quello dell’accesso civico, introdotto con il d.lgs. 33/2013, e con il diritto di accesso ai documenti amministrativi di ex artt. 22 ss. l. 241/1990, nonché agli accessi previsti da discipline settoriali. Negli ultimi anni il tema dell’accesso alle informazioni detenute dalle Amministrazioni, infatti, è stato posto al centro dell’attenzione del Legislatore nazionale che, in questo senso, ha attuato numerose riforme. Tuttavia ancora mancava una disposizione normativa che, pur consentendo l’apertura ai dati e ai documenti detenuti dalla Pa, prevedesse anche un sistema per garantire l’effettività di questa prescrizione, introducendo esplicitamente delle sanzioni a carico degli enti che non adempiono agli obblighi previsti. Da anni soggetti come Foia4Italy si battono per questo passaggio, che ruolo ha avuto la cd "società civile" in questo percorso? Il contributo della società civile è stato ed è indispensabile: le leggi sono pensate per migliorare la vita dei cittadini e noi rappresentanti abbiamo il dovere di ascoltare le esigenze che ci si prospettano. In questo caso i promotori di Foia4Italy hanno messo in campo l’esperienza accumulata in anni di attivismo in favore della libertà d’informazione e diritto alla trasparenza. Una prima versione di FOIA è stata proposta dall’associazione all’Intergruppo per l’Innovazione Tecnologica della Camera dei Deputati. Le linee guida sono state condivise ed emendate grazie al contributo dell’ufficio legislativo della Camera e di esperti del settore. Ho potuto quindi personalmente annunciare, presso il Festival del Giornalismo di Perugia nell’aprile scorso, che grazie all’attivismo delle associazioni e alla collaborazione con il legislatore, il FOIA sarebbe stato incardinato nella riforma della Pa. Continueremo ad ascoltare le istanze delle associazioni su questo tema e non solo, tanto più che la tecnologia ha ormai consolidato canali di comunicazione con i cittadini che, su queste materie, sempre più chiedono norme moderne, di larga applicazione e di semplice utilizzo. Quali sono ora i prossimi passi istituzionali? L’emendamento proposto s’incardina in un disegno di legge, quello della riorganizzazione delle Amministrazioni pubbliche, che ha l’ambizione di affrontare, tra gli altri, il tema della semplificazione amministrativa in tutti i suoi aspetti. Il disegno di legge è stato approvato in Senato il 30 aprile scorso, dopo aver acquisito i pareri di tutte le Commissioni permanenti. Lo stesso percorso sarà seguito anche alla Camera dei Deputati: confidiamo che il Decreto Legislativo, che regolerà l’attuazione della materia, sarà la naturale ultima tappa della trasposizione dei principi ispiratori, che abbiamo condiviso con l’associazione Foia4Italy sin dall’inizio del percorso. Cosa vi aspettate da un Paese "trasparente"? E quali sono le priorità in termini attuativi per rendere effettiva ed efficace questa disclosure? Penso ad esempio a standard di pubblicazione per il riuso dei dataset. In primo luogo uno Stato trasparente garantisce a tutti i cittadini il right to know e, quindi, consente loro l’accesso a tutti i documenti e le informazioni detenute dalla Pa in modo gratuito e digitalizzato. Questo obiettivo potrà essere facilmente raggiunto se verranno confermate alcune disposizioni che, a mio avviso, contribuiscono a rendere effettiva la pubblicazione delle informazioni richieste come, ad esempio, la norma che prevede l’applicazione di sanzioni alle Pa che ritardano o omettono l’adempimento di questo obbligo. Il riuso dei dataset è un passo successivo, e non necessariamente l’obiettivo ultimo: favorire il riutilizzo dei dati e stimolare la ricerca e le iniziative imprenditoriali, infatti, non presuppone esclusivamente l’adozione di standard di pubblicazione specifici ma, ancor prima, un’attività di pubblicazione dei dati costante e conforme alle prescrizioni normative. Esiste il rischio che le eccezioni alla pubblicazione dei dati (ad es. per esigenze di sicurezza nazionale) possano essere utilizzate per "azzoppare" una tale conquista? E se si, come ci si difende? Il rapporto tra trasparenza e sicurezza nell’epoca dell’informazione è una questione d’importanza mondiale: si pensi per esempio all’accesissimo dibattito statunitense sul Patriot Act, che in quel caso riguarda il punto di vista opposto rispetto ad un FOIA, cioè il diritto, che lo Stato si arroga a fini di sicurezza, di ledere in certa misura la privacy dei cittadini. Pertanto, appare chiaro che il diritto ad uno Stato trasparente non può ledere il diritto ad uno Stato sicuro: sicurezza e protezione dei dati personali devono essere congruamente bilanciati ad una lettura normativa del quadro generale. Per questo motivo, analogamente a quanto previsto in altri ordinamenti, sarebbe auspicabile che anche il Legislatore nazionale scegliesse un metodo di exemptions improntato alla tassatività. È inevitabile che spetterà poi al Giudice stabilire, in ogni e singolo caso concreto di cui si dubiti, quale degli interessi in gioco meriti di essere tutelato: è anche per questo motivo che nelle proposte avanzate c’è anche quella di una maggiore semplificazione dell’accesso ai rimedi stragiudiziali e giudiziali in caso di controversie insorte tra cittadini e Pubblica Amministrazione. Tra FOIA e Dir. PSI c'è una forte connessione: pensa sia possibile garantire un bilanciamento tra accesso ai dati pubblici e tutela del patrimonio (in particolare culturale) delle Pa? Il right to know e il diritto al riutilizzo dei dati pubblici per finalità commerciali sono temi complementari e, probabilmente, anche interdipendenti: non è detto che chi accede ai dati decida di riutilizzarli per trarne un profitto ma è certamente vero che non potrebbe compiere questa scelta se non gli venisse assicurato, in primo luogo, l’accesso nei termini in cui l’ho descritto. È vero anche che il riutilizzo dei dati non ne comporta necessariamente una cattiva gestione. L’ampliamento dell’obbligo di pubblicazione dei dati alle Istituzioni culturali deve essere visto come un vantaggio per la collettività in termini di diffusione della conoscenza e promozione della cultura: sono certa che un bilanciamento delle diverse esigenze sia possibile. Anche per la tutela del patrimonio culturale, dunque, non potranno che valere le considerazione poc’anzi svolte. Ritiene che sia possibile pensare ad un regime di accesso differenziato tra chi accede per conoscere e chi accede per sfruttare i dati commercialmente? Come già detto, le due situazioni sono diverse e non necessariamente consequenziali. Quindi, ritengo che dinanzi a situazioni diverse debba essere applicata una diversa disciplina: con quali modalità, questo dipende molto dagli spazi che ci si riuscirà a ritagliare rispetto agli obblighi imposti dalla Direttiva 2013/37/UE. Il Prof. Gambino durante il prima citato convegno ha lanciato la proposta di un Osservatorio per il monitoraggio della digitalizzazione del patrimonio culturale del nostro Paese, aperto a esponenti delle istituzioni, giuristi e associazioni, cosa ne pensa?  Se è importante il contributo della società civile, lo è ancor di più quello di esperti e tecnici della materia, non fosse altro per garantire la coerenza del sistema e, di conseguenza, la sua tenuta nel tempo. Un’attività di monitoraggio consentirebbe a noi rappresentati di avere costantemente una cartina di tornasole sulle scelte legislative compiute e, pertanto, anche la possibilità di intervenire – se necessario – per apportare delle modifiche alle scelte già operate.
    9 luglio 2015
  • Google car e WiFi, nessun riesame per la sentenza sulla violazione delle leggi anti-intercettazione

    Google non può sottrarsi dall'affrontare le conseguenze dell'aver violato le normative che regolano le intercettazioni sul territorio statunitense. È il senso della decisione con la quale la Corte d'Appello di San Francisco ha respinto la richiesta di riesame presentata da BigG nell'ambito del caso giudiziario relativo alle intercettazioni di reti WiFi operate attraverso le GoogleCar impegnate ad incamerare dati per il servizio di Street View. La Corte ha così ribadito una sentenza con la quale il giudice distrettuale James Ware, nel settembre scorso, aveva escluso la possibilità che le norme del Wiretap Act, la legge statunitense che regola le intercettazioni, non fossero applicabili al servizio di mappatura di Google. La contesa legale era iniziata nell'aprile del 2011, quando un gruppo di netizen aveva proposto una class action con l'obiettivo di fare luce sull'intercettazione e incameramento non autorizzato di dati da parte delle GoogleCar durante i loro tour di mappatura in giro per gli USA. Il giudice Ware veniva dunque chiamato a stabilire se le comunicazioni che hanno luogo su reti WiFi non protette fossero da ricomprendere nella stessa categoria delle frequenza radio AM-FM o no; se fosse stato così, avrebbe avuto ragione la difesa di Google nel considerarle liberamente intercettabili, in caso contrario, sarebbero entrate in scena le norme del Wiretap Act. Nel luglio 2011 la decisione del giudice Ware: le reti WiFi non possono essere paragonate ai segnali radio AM/FM. Dunque Google era esposta alle sanzioni previste dalla legge sopra citata; punto di vista, come detto, confermato nella sentenza del settembre 2013. Nel frattempo, nel marzo 2013, Google aveva ammesso le sue colpe e patteggiato una multa da 7 milioni di dollari. Nel dibattito era intervenuta anche la Federal Communications Commission, la quale nell'aprile 2012 aveva aveva affermato che BigG non era colpevole di violazione della privacy ma che, tuttavia, avrebbe ostacolato le indagini, proponendo una multa di 25mila dollari. Poche settimane dopo la stessa FCC aveva stabilito che un ingegnere di Google sapesse già dal 2008 delle dinamiche innescate da Street View, ma che comunque il caso era da considerarsi chiuso. "L'azienda dovrà ora dimostrare ad una giuria - ha affermato Elizabeth Cabraser, legale dei querelanti, dopo l'ultima decisione della corte californiana  - che chiunque si fosse trovato a passeggiare o a guidare lungo la strada battuta dalle Google car potrebbe essere stato intercettato, come è successo". NEL MONDO - Dal momento della rivelazione in merito alle intercettazioni, arrivate da parte dell'azienda nel maggio 2010, le iniziative legali e normative in giro per il mondo si sono moltiplicate. Nel marzo 2011 la francese Commission Nationale de l'Informatique et des Libertés (CNIL), organo transalpino di tutela della privacy, emetteva la multa più salata della sua storia, 100mila euro. Google, affermava il CNIL, avrebbe infatti ottenuto i dati per sbaglio ma non ne avrebbe disdegnato l'uso, ottenendone così un vantaggio economico. All’inizio di agosto 2012 il garante della privacy francese intimava a Google di non cancellare i dati intercettati. Nei mesi successivi arrivavano diverse “tirate d'orecchi” dal garante francese a BigG. GoogleStreetViewCar_Subaru_Impreza_at_Google_CampusIn agosto arrivava invece dal Belgio una proposta di accordo stragiudiziale per Google: le GCars intercettando le reti WiFi aperte avrebbero sì commesso una violazione della privacy ma le autorità belga avrebbero rinunciato alle vie legali se BigG avesse pagato 150mila euro di multa. A novembre le buone notizie per Mountain View arrivavano da Amburgo, dove una contesa giudiziaria veniva archiviata. Sempre da Amburgo, tuttavia, era l'agenzia per la protezione dei dati sensibili, nell'aprile 2013, a comminare a BigG una (irrisoria per il colosso) multa di 145mila euro. Nel giugno 2013 una corte britannica ordinava a Google di distruggere tutti i dati intercettati per errore, come già ordinato un anno prima dalle autorità australiane. Per quanto riguarda l'Italia, nell'ottobre del 2010 la Procura di Roma ha aperto un'inchiesta su Google Street View nell'ambito quale si muoveva un'accusa contro ignoti per interferenza illecita nella vita privata. Poche settimane dopo, il Garante della privacy obbligava la compagnia a fornire dettagliate indicazioni ai cittadini riguardo i percorsi delle GoogleCar, così da permettere loro di sottrarsi alla cattura di immagini del servizio di mappatura stradale. Nello specifico, si imponeva alla società di pubblicare sul proprio sito gli itinerari delle Gcars tre giorni prima che le stesse siano in strada e che lo siano in maniera riconoscibile. Si trattava del primo provvedimento del genere in Europa, presto emulato da Paesi come la Svizzera, dove nell'aprile 2011 il Tribunale amministrativo federale (TAF) faceva sapere che, come già accaduto in Germania, lo Street View di Google sarebbe stato lecito solo dopo aver avuto garanzie sul fatto che le obiezioni dei cittadini sarebbero state prese in considerazione. In particolare, dati come targhe e volti devono essere rimossi immediatamente, oltre a qualsiasi altro elemento che permetta la riconoscibilità dei soggetti; a questi ultimi deve anche essere messo a disposizione un “contatto d’emergenza” per le segnalazioni a BigG, che annunciava un ricorso nei confronti del pacchetto di imposizioni. Nel giugno 2012 il tribunale federale svizzero ammorbidiva l'interpretazione della norma accogliendo la tesi di BigG sull'impossibile infallibilità del servizio e stabiliva un margine d'errore dell'1%, tranne che nei pressi di luoghi sensibili come scuole e ospedali. Intanto in Germania gli operatori delle telecomunicazioni avevano messo a punto un progetto comune per permettere agli utenti di richiedere con facilità l'oscuramento di propri dati sensibili dalle mappe. Da poche settimane si è fatto invece sempre più stretto il pressing delle autorità brasiliane sulle attività delle auto targate Mountain View. Di sicuro le Google car hanno creato le più disparate casistiche anche al di là delle contese in merito alle intercettazioni delle reti WiFi. Come in Israele, dove il governo ha creato alla fine di febbraio 2011 una task force con l'obiettivo di analizzare quali ripercussioni sulla sicurezza nazionale possa avere Street View. Non solo privacy dunque, ma la reale possibilità che il servizio possa essere utilizzato da attentatori, a detta del governo di Tel Aviv. Nell'agosto 2011 arrivava il via libera all'attività del servizio di mappatura di BigG, anche se vincolato, come negli esempi europei sopra menzionati, a certe condizioni che vanno dalla divulgazione anticipata dei percorsi che faranno le GoogleCar fino alla messa a disposizione dei cittadini di strumenti che permettano loro di offuscare targhe e dati personali prima della messa online. Più ostico l'inconveniente indiano: a metà giugno 2011 arrivavaa Google dal commissariato di Bangalore una lettera che imponeva lo stop alle GoogleCar. A detta delle autorità indiane, gli uomini di Mountain View avrebbero violato non meglio specificati punti della legge che regolamenta le riprese sul territorio nazionale da parte di società straniere. Foto: Wikimedia.org 30 dicembre 2013
  • Il primo transparency report di Apple: "Mai ricevuto ordini di consegna dei dati ai sensi del Fisa"

    Arriva da Cupertino il documento con il dettaglio delle richieste da parte dei governi in merito alla consegna di dati degli utenti: "Combatteremmo se dovessero arrivare ordini del genere". Ma c'è chi mette in dubbio questa versione Sarà la voglia di allontanare lo spettro del Datagate, ma anche Apple è entrata nel novero dei giganti delle nuove tecnologie impegnati nella diffusione dei "transparency report", documenti con il dettaglio delle richieste ricevute dai governi per la cessione di dati e informazioni relative agli utenti dei propri servizi. "Crediamo che i nostri clienti abbiano il diritto di capire come siano trattate le loro informazioni personali, e ci sentiamo in dovere di fornire loro la maggiore protezione e riservatezza possibili. Noi non abbiamo interesse ad accumulare informazioni personali sui nostri utenti". Sono queste le posizioni che aprono il primo report di Cupertino, che presenta il numero di richieste ricevute in merito a dispositivi ed account nella prima metà dell'anno in corso. A farla da padrone è il governo di Washington, che ha presentato tra le mille e le duemila richieste riguardanti tra i duemila e i tremila account; la stragrande maggioranza delle richieste riguarda tuttavia le forze dell'ordine impegnate nel rintracciare tablet e smartphone rubati. Poi la frase che fa sbarrare gli occhi: "Apple non ha mai ricevuto ordini ai sensi della Section 215 del Patrioct Act. Combatteremmo se dovessero arrivarci ordini del genere". In pratica, l'azienda afferma di aver dovuto fare i conti con gli ampi poteri del Fisa. Tuttavia, fa notare Heather Kelly della CNN, qualora Apple avesse davvero ricevuto ordini di tale genere sarebbero stati molto probabilmente accompagnati da un contestuale ordine di segretezza, il che ovviamente pone dubbi sulla reale veridicità della roboante affermazione dell'azienda. Punto di vista che sembra rafforzato se si guardano i motivi del'ampio range con il quale vengono indicati i dati riferiti al governo di Washington, una dinamica dovuta al fatto che, come recita il report stesso, "il governo degli Stati Uniti ci ha dato il permesso di condividere solo una quantità limitata di informazioni su questi ordini, con la condizione che uniamo gli ordini di sicurezza nazionale con le richieste basate sugli account e riportiamo solo una gamma consolidata in incrementi di 1000". E ancora, l'azienda afferma: "Al momento della presente relazione, il governo degli Stati Uniti non permette ad Apple di rivelare, se non in ampi intervalli, il numero di ordini di sicurezza nazionale, il numero di account coinvolti dagli ordini o quali contenuti siano stati resi noti. Ci opponiamo con forza a questo ordine di bavaglio, come Apple ha esposto in incontri e dibattiti con la Casa Bianca, il procuratore generale, i leader del Congresso, e le corti. Nonostante i nostri grandi sforzi in questo settore, noi non abbiamo ancora un accordo che dal nostro punto di vista affronti adeguatamente il diritto dei nostri clienti a sapere quante volte e in quali circostanze forniamo dati alle forze dell'ordine". Come accennato, Apple è l'ultima di una serie di big a rilasciare documenti di questo tipo; il primo Google Transparency Report  risale al'ottobre 2011 ed è stato aggiornato diverse volte; nel gennaio 2013 ad esempio si apprendeva di come le richieste fossero cresciute del 70% rispetto al primo report. Nelle stesse ore, arrivava il primo report di Twitter. Nel marzo 2013 Google era pronto a pubblicare  anche i numeri relativi alle richieste dell'Fbi. Quasi contemporaneamente, anche Microsoft presentava il suo report. In aprile,Google si scagliava contro le “National security letter”, proprio le missive con le quali l'Fbi chiede l'accesso ai dati degli utenti senza aver bisogno di un mandato giudiziario. Una battaglia che, nel maggio 2013, il colosso di Mountain View perdeva in tribunale. Nell'agosto 2013 anche Facebook esordiva con il suo report. table noteapple           UPDATE:  
  • Jobs Act e controlli a distanza, il decreto in Gazzetta Ufficiale

    Sono stati pubblicati in Gazzetta Ufficiale i decreti attuativi del Jobs Act approvati nel Consiglio dei ministri dello scorso 4 settembre. Tra essi, quello contenente le misure in materia di controllo a distanza dei lavoratori oggetto di accese polemiche durante tutto l'iter istituzionale. All'articolo 23 del decreto 14 settembre 2015, n. 151 "Disposizioni di razionalizzazione e semplificazione delle procedure e degli adempimenti a carico di cittadini e imprese e altre disposizioni in materia di rapporto di lavoro e pari opportunità" l'articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori (legge 20 maggio 1970) viene così modificato: "Gli impianti audiovisivi e gli altri strumenti dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori possono essere impiegati esclusivamente per esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale e possono essere installati previo accordo collettivo stipulato dalla rappresentanza sindacale unitaria o dalle rappresentanze sindacali aziendali. In alternativa, nel caso di imprese con unità produttive ubicate in diverse province della stessa regione ovvero in più regioni, tale accordo può essere stipulato dalle associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. In mancanza di accordo gli impianti e gli strumenti di cui al periodo precedente possono essere installati previa autorizzazione della Direzione territoriale del lavoro o, in alternativa, nel caso di imprese con unità produttive dislocate negli ambiti di competenza di più Direzioni territoriali del lavoro, del Ministero del lavoro e delle politiche sociali". Tali disposizioni, e si arriva al passaggio oggetto delle contestazioni, non si applicano "agli strumenti utilizzati dal lavoratore per rendere la prestazione lavorativa e agli strumenti di registrazione degli accessi e delle presenze". Le informazioni raccolte all'interno di questa cornice normativa "sono utilizzabili a tutti i fini connessi al rapporto di lavoro a condizione che sia data al lavoratore adeguata informazione delle modalità d'uso degli strumenti e di effettuazione dei controlli e nel rispetto di quanto disposto" dal Codice in materia di protezione dei dati personali. 23 settembre 2015
  • Jobs act, approvato decreto su controllo a distanza. Poletti: "Sarà rispettata la privacy"

    Sono stati approvati dal Consiglio dei Ministri di oggi gli ultimi decreti attuativi del Jobs Act, contenenti tra le altre le contestate misure in materia di controllo a distanza dei lavoratori. "Abbiamo modificato l'articolo 4 dello Statuto dei lavoratori per adeguare la disciplina alle evoluzioni tencologiche - ha spiegato il ministro del Lavoro e Politiche sociali Giuliano Poletti - rispettando le disposizioni in materia di privacy e colmando dunque un vuoto normativo. Oggi abbiamo infatti una normativa complessiva che riguarda anche telefoni, tablet e pc. L'obiettivo era duplice: da una parte avere una norma chiara e definita, perché la vecchia era riferita solo agli impianti fissi, dall'altra rispettare la privacy dei lavoratori". Nel merito, resta la necessità di un accordo sindacale per l'installazione di un impianto di monitoraggio fisso, passaggio in generale non necessario per la fornitura ai dipendenti di dispositivi elettronici abilitati solo alle funzioni di lavoro, ma che lo diventerebbe nel caso in cui questi stessi dispositivi dovessero essere modificati. "I cellulari e i tablet - ha proseguito il ministro - non possono essere utilizzati come strumenti di sistematico controllo delle attività e del comportamento dei lavoratori. Oltre alla fornitura di una preventiva informativa sul trattamento dei dati del lavoratore, cosa che da oggi vale anche per gli impianti fissi, le disposizioni prevedono che non possono essere montati sugli strumenti di lavoro applicazioni o altre funzioni che abbiano come scopo il controllo, ad esempio un geolocalizzatore, perché in quel caso i dispositivi ricadrebbero nella normativa sugli impianti fissi con tutte gli oneri di accordo e autorizzazione per essi previsti. In ogni caso i dati raccolti dovranno essere utilizzati nel pieno rispetto delle vigenti normative in materia di privacy". 4 settembre 2015
  • Jobs Act, Prof. Testa: "Ridotto spazio del divieto controllo a distanza". Prof. Fazzini: “Flessibilità in uscita può aiutare i giovani”

    Felice Testa"A mio avviso la nuova norma riduce lo spazio del divieto di controllo a distanza, soprattutto perché non si riproduce il primo comma della norma originaria contenente un esplicito divieto sull'uso di impianti audiovisivi e apparecchiature per finalità di controllo".

    Così il Professor Felice Testa, Docente di Diritto del Lavoro presso l’Università Europea di Roma, intervenendo a Radio Radicale nel corso della puntata di domenica 27 settembre di Presi per il web, durante la quale è stata analizzata la nuova formulazione dell'articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori (legge 20 maggio 1970) così come ridisegnato, tra le polemiche, dall'articolo 23 del decreto 14 settembre 2015, n. 151 "Disposizioni di razionalizzazione e semplificazione delle procedure e degli adempimenti a carico di cittadini e imprese e altre disposizioni in materia di rapporto di lavoro e pari opportunità".

    Nel testo approvato dal Governo e pubblicato in Gazzetta ufficiale la scorsa settimana si legge: "Gli impianti audiovisivi e gli altri strumenti dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori possono essere impiegati esclusivamente per esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale e possono essere installati previo accordo collettivo stipulato dalla rappresentanza sindacale unitaria o dalle rappresentanze sindacali aziendali. In alternativa, nel caso di imprese con unità produttive ubicate in diverse province della stessa regione ovvero in più regioni, tale accordo può essere stipulato dalle associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. In mancanza di accordo gli impianti e gli strumenti di cui al periodo precedente possono essere installati previa autorizzazione della Direzione territoriale del lavoro o, in alternativa, nel caso di imprese con unità produttive dislocate negli ambiti di competenza di più Direzioni territoriali del lavoro, del Ministero del lavoro e delle politiche sociali". Tali disposizioni, e si arriva al passaggio oggetto delle contestazioni, non si applicano "agli strumenti utilizzati dal lavoratore per rendere la prestazione lavorativa e agli strumenti di registrazione degli accessi e delle presenze". Le informazioni raccolte all'interno di questa cornice normativa "sono utilizzabili a tutti i fini connessi al rapporto di lavoro a condizione che sia data al lavoratore adeguata informazione delle modalità d'uso degli strumenti e di effettuazione dei controlli e nel rispetto di quanto disposto" dal Codice in materia di protezione dei dati personali.

    "L'articolo 4 - ha spiegato Testa - è una norma che in breve sostanza si pone a presidio del bilanciamento fra la possibilità del datore di lavoro di controllare la prestazione lavorativa del lavoratore e l'interesse del lavoratore a mantenere intonsa quella dignità che potenzialmente il controllo, soprattutto a distanza, potrebbe minare. Sulla nuova formulazione bisogna vedere come usare presente e imperfetto rispetto a questa affermazione. Il legislatore è sempre stato sufficientemente oculato nell'utilizzare espressioni nei testi di legge che lasciavano e lasciano spazio a comprendere nell'oggetto della tutela non solo quelle che all'epoca erano gli impianti audiovisivi ma anche gli strumenti più moderni come la geolocalizzazione o Internet e posta elettronica, che sono sono la punta dell'iceberg su quali e quanto massive possano essere le modalità di controllo dei lavoratori".

    "La nuova norma si presta, del resto come si prestava quella originaria - ha proseguito - ad accrescere la polarizzazione degli interessi che ruotano intorno al rapporto di lavoro, primariamente di datore di lavoro e lavoratore, soprattutto quando qualcuno ancora vuol vedere quella polarizzazione intorno ad una pretesa necessaria contrapposizioni tra le parti, che forse è un modo un po' antico di guardare al rapporto di lavoro. Ci stiamo interrogando poi se sia sparito il divieto di controllo a distanza di cui al primo comma della vecchia formulazione; ecco, quel esclusivamente ora introdotto a mio avviso non equivale a dire che è mantenuta la stessa identica portata del divieto che il vecchio primo comma del vecchio articolo 4 contemplava. Il fatto che venga aggiunta la tutela del patrimonio aziendale tra quegli usi esclusivi riapre un dibattito che sembrava andarsi sopendo dopo che una sentenza della Cassazione aveva escluso la possibilità di dare rilevanza ai fini di svolgimento del rapporto di lavoro di quei cosiddetti controlli difensivi".

    "In sostanza - ha aggiunto Testa - si diluisce un riferimento chiaro come era il divieto del vecchio primo comma in nuove formulazioni, alle quali si aggiunge il fatto che tali limitazioni non si applicano agli strumenti che vengono utilizzati dal lavoratore per rendere la prestazione lavorativa, e che comunque le informazioni che dovessero venir raccolte possono essere utilizzate a tutti i fini, incluso quello disciplinare e valutativo della prestazione. Eliminando quel divieto, e facendo riferimento alla fine della norma al rispetto della normativa sulla privacy, emerge nello studioso del diritto la preoccupazione in merito ad una tecnica legislativa che non consiste nell'individuare nella norma i limiti ma rinviare l'individuazione di questi limiti a quella che è stata finora una prassi amministrativa e all'esperienza sindacale. È questo forse un dismettere l'impegno e la responsabilizzazione della scelta politica con l'affidamento ad una Autorità garante o a soggetti più o meno istituzionali che forse quella scelta politica non la vivono con lo stesso senso di responsabilizzazione che dovrebbe essere prerogativa dei parlamentari".

    Skype, Garante privacy: “Il datore di lavoro non può spiare le conversazioni dei dipendenti”

    Prof. Fazzini - Rai1Sulla riforma introdotta dal Governo, ma da una prospettiva diversa, è intervenuto nei giorni scorsi anche Professor Marco Fazzini, Ordinario di Economia Aziendale presso l'Università Europea di Roma, nell'edizione di sabato 26 settembre di "Settegiorni" (Rai1 - Rai Parlamento). Fazzini ha dichiarato che"Si può sicuramente parlare di effetto Jobs Act. La previsione di una maggiore flessibilità in uscita può aiutare i giovani ad entrare nel mondo del lavoro. I numeri dell'Istat ci indicano che a beneficiare in questo senso delle nuove norme al momento sono gli ultra-cinquantenni, ma finito questo ciclo auspicabilmente toccherà alle fasce d'età più basse. Ma una riforma del lavoro non si può decontestualizzare dalla cornice macro-economica nella quale si inserisce; quando in Italia si presenteranno le condizioni per una effettiva ripresa - ha concluso Fazzini - sono sicuro che il Jobs Act esprimerà a pieno le sue potenzialità".

    28 settembre 2015
  • La Digital Tax italiana: alcune brevi riflessioni

    di Alessio Persiani

    Il Governo ha recentemente annunciato di voler introdurre nel nostro ordinamento una digital tax, vale a dire un tributo specificamente indirizzato a colpire la ricchezza prodotta di quelle imprese operanti nel settore dell’economia digitale non residenti in Italia e che, tuttavia, esercitano un’attività economica nel mercato italiano mediante strumenti telematici.

    Si tratta di una proposta che si inserisce in un più ampio dibattito attualmente in corso a livello internazionale. Il riferimento è, in particolare, alle analisi ed agli studi che l’OCSE sta conducendo, laddove il tema della tassazione delle imprese dell’economia digitale costituisce uno dei punti qualificanti del più generale progetto di contrasto ai fenomeni di erosione della base imponibile a livello internazionale e di spostamento del reddito in giurisdizioni con regimi fiscali più favorevoli [1]. A quanto si apprende dalla stampa specializzata, il Governo, dopo aver inizialmente espresso l’intenzione di attendere i risultati delle analisi promosse a livello internazionale dall’OCSE, sembra ora voler procedere in via autonoma, introducendo nel nostro ordinamento misure tributarie ad hoc per le imprese dell’economia digitale.

    A quanto risulta, la disciplina della digital tax italiana – da inserirsi nel disegno di legge di stabilità 2016 in corso di predisposizione, con decorrenza applicativa a partire dall’anno 2017 – dovrebbe ispirarsi largamente ai contenuti della proposta di legge recentemente presentata presso la Camera dei Deputati dagli On.li Quintarelli e Sottanelli e recante “Norme in materia di contrasto all’elusione fiscale online”.

    Tale proposta si fonda sulla modifica della nozione di stabile organizzazione prevista dall’art. 162 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi (TUIR) [2]; stabile organizzazione costituente – ricordiamo – la forma minima di collegamento con il territorio dello Stato tale da giustificare l’assoggettamento ad imposizione dei redditi prodotti in Italia da soggetti non residenti. Ebbene, in base alla proposta Quintarelli-Sottanelli, una stabile organizzazione in Italia dovrebbe considerarsi in ogni caso sussistente (a prescindere, quindi, dall’integrazione dei requisiti propri della stabile organizzazione intesa in senso “tradizionale”) “qualora si realizzi una presenza continuativa di attività online riconducibili all’impresa non residente, per un periodo non inferiore a sei mesi, tale da generare nel medesimo periodo flussi di pagamenti a suo favore […] in misura complessivamente non inferiore a cinque milioni di Euro”.

    Inoltre, ed al fine di indurre il soggetto non residente a dichiarare sua sponte l’esistenza di una stabile organizzazione italiana, la proposta di legge in questione prevede l’applicazione di una ritenuta alla fonte del 25 per cento sui pagamenti a favore dell’impresa estera per beni e servizi acquisiti online, incaricando gli intermediari finanziari italiani di effettuare tale adempimento. Tale ritenuta – e qui traspare chiaramente l’intenzione di indurre i soggetti esteri a dichiarare l’esistenza della stabile organizzazione – non troverebbe applicazione in tutti i casi in questi abbiano in Italia una stabile organizzazione ai sensi dell’art. 162 TUIR.

    Non è questa la sede per analizzare a fondo i contenuti di tale proposta di legge, tenuto conto che essi potrebbero subire modifiche, anche rilevanti, in sede di recepimento nell’ambito della disciplina della digital tax. In ogni caso, non si possono non evidenziare taluni dubbi che la proposta Quintarelli-Sottanelli solleva; dubbi derivanti, in particolare, dal rapporto tra norme interne e norme di fonte internazionale contenute nelle convenzioni per la prevenzione delle doppie imposizioni stipulate dall’Italia con i diversi Paesi della comunità internazionale. Vale ricordare, infatti, che sulla scorta di un orientamento dottrinario e giurisprudenziale ormai consolidato, le norme recate dai trattati internazionali prevalgono su quelle interne con esse contrastanti in forza del principio di specialità. Ora, tenuto conto che la nozione di stabile organizzazione è contenuta – oltre che nel menzionato art. 162 TUIR – in tutte le convenzioni internazionali concluse dall’Italia con gli Stati esteri, una modifica unilaterale di tale nozione riferita unicamente alla norma interna, rischia di rivelarsi poco efficace, atteso che la più favorevole (per i contribuenti) nozione stabilita a livello internazionale prevarrebbe sul novellato art. 162 TUIR in forza del menzionato principio di specialità. In altri termini, la “nuova” e più ampia nozione di stabile organizzazione di cui all’art. 162 TUIR rischia di trovare applicazione in casi estremamente limitati, costituiti dai soli rapporti con imprese estere residenti in Stati che non hanno stipulato alcun trattato internazionale con l’Italia [3].

    Del pari, dubbi di coerenza con le previsioni di fonte internazionale solleva anche la disciplina di ritenuta alla fonte a titolo d’imposta (e, dunque, di imposizione definitiva in Italia) del 25% sui pagamenti effettuati a favore delle imprese estere per beni e servizi acquistati online. Qualora – come pare preferibile sulla scorta di diversi argomenti di carattere sistematico – il reddito del soggetto estero relativo a tali attività si qualifichi come reddito d’impresa, esso sarà tassabile in Italia solo in presenza di una stabile organizzazione, assente nel caso di specie [4]. Peraltro, anche ove si propenda per ricomprendere tale reddito tra quelli diversi sembra dubbia la conformità della disciplina di ritenuta alle previsioni convenzionali, tenuto conto che l’art. 21 del Modello OCSE – cui le convenzioni internazionali stipulate dall’Italia si conformano – attribuisce in tal caso la potestà impositiva al solo stato di residenza del percettore.

    Alla luce di ciò, qualora l’Italia intenda effettivamente assoggettare a tassazione la ricchezza prodotta dalle imprese dell’economia digitale mediante un ampliamento del presupposto territoriale dell’imposizione sui redditi (vale a dire, mediante un’estensione della nozione di stabile organizzazione) sarebbe opportuno procedervi nel contesto del progetto BEPS che l’OCSE sta portando avanti. Solo in tal modo, infatti, si potrebbe giungere alla contemporanea modifica di tutte le previsioni in tema di stabile organizzazione recate dai trattati conclusi dall’Italia [5] e, dunque, all’adozione di una misura realmente in grado di incidere sulla tassazione della ricchezza prodotta dalle imprese dell’economia digitale.

    [1] Il riferimento è al progetto “Base Erosion and Profit Shifting” (BEPS), come formalizzato nel documento OCSE “Addressing Base Erosion and Profit Shifting”, Parigi, 2013. Il primo punto di tale ampio progetto (“Addressing the Tax Challenges of the Digital Economy”) è costituito proprio dall’analisi dei caratteri peculiari delle imprese operanti nel settore dell’economia digitale e dall’individuazione degli strumenti tributari più idonei per assoggettare ad imposizione la ricchezza prodotta da tali imprese nei diversi Stati in cui esse operano.

    [2] Approvato con d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917.

    [3] () Come accennato nel testo si tratta di ipotesi residuali, circoscritte ai Paesi considerati dall’Italia come “paradisi fiscali” e con i quali l’Italia non intrattiene rapporti di tipo convenzionale. Nessuna delle imprese di maggiori dimensioni (cd. big players) dell’economia digitale (Google, Facebook, Apple, Amazon) rientrerebbe in tali ipotesi, atteso che esse sono tutte fiscalmente residenti in Stati che hanno stipulato con l’Italia una convenzione per la prevenzione delle doppie imposizioni (ad es. Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi).

    [4] () Come detto, la ritenuta è rivolta ad indurre i contribuenti a dichiarare l’esistenza di una stabile organizzazione in Italia e non trova applicazione qualora tale stabile. organizzazione italiana vi sia. Pertanto, e per definizione, l’applicazione della ritenuta postula l’assenza di una stabile organizzazione.

    [5] () La soluzione tecnica per giungere ad un tale risultato potrebbe essere costituita dalla conclusione di un trattato multilaterale tra tutti i Paesi dell’OCSE diretto a modificare le disposizioni in tema di stabile organizzazione contenute nei trattati bilaterali stipulati dai suddetti Paesi tra di loro.

    21 settembre 2015

  • Pmi italiane e innovazione, il Mise: "Ancora elevato il gap con l'Europa"

    "Nonostante alcuni significativi e recenti miglioramenti, il gap innovativo delle imprese italiane a confronto con le imprese europee appare ancora oggi elevato". È quanto si legge nel rapporto Small Business Act del Ministero dello Sviluppo Economico, documento che fornisce una panoramica sulle iniziative a sostegno delle micro, piccole e medie imprese adottate nel 2014 e nel primo semestre 2015. "Emerge in particolare - sottolinea il Mise - il ruolo rilevante delle policy orientate al rilancio degli investimenti produttivi, soprattutto votati all’innovazione, quelle dirette alla modernizzazione della finanza d’azienda e quelle volte al rafforzamento della proiezione internazionale del tessuto produttivo". Al fianco degli approfondimenti tematici sui contratti di rete, sul Fondo di garanzia per le Pmi e sulla nuova Sabatini, viene così proposto uno specifico focus dedicato all’ecosistema delle startup innovative all'interno di un capitolo sul grado di innovazione del sistema produttivo italiano. Da esso si apprende che l’Italia spende in R&S l’1,3% del Pil, a fronte del 2,3% della Francia, del 3% della Germania, dell’1,7% del Regno Unito e del 2,1% della media europea, mentre negli Stati Uniti tale rapporto raggiunge il 3,4%. Tuttavia, dall’analisi del trend si rilevano sensibili miglioramenti per il nostro Paese; una ricerca sul campo svolta dall’Osservatorio Regionale Banche-Imprese su un campione di poco meno di 5mila imprese ha infatti rilevato che tra il 2013 e il 2014 la quota percentuale di imprese innovative sul totale è aumentata dal 59,8% al 70,8% (particolarmente vivaci sono risultate le imprese di piccole dimensioni la cui incidenza di imprese innovative sul totale è passata dal 55,6% al 68,2%). Allo stesso tempo, l'indagine di Confindustria Quanto innovano realmente le Pmi (2014) conferma un diffuso “sforzo tecnologico”: più di un quarto degli intervistati ha sostenuto una spesa per investimenti in innovazione pari a oltre il 10% dei ricavi, mentre poco meno del 30% ha speso fra il 5% e il 10%. Dal 2012 ad oggi, i dati fotografano un impegno costante nell’innovazione di prodotto (43,8%), nell’innovazione di processo (29,6%), nel lean management (26,7%). Nel 2014, in tre anni, è salita di 7 punti – dal 65% al 72% – la quota di imprese che dichiara di avere introdotto significative innovazioni di prodotto, di processo, oppure organizzative-gestionali. Il 45,8% delle imprese ha inoltre profuso un impegno rilevante nella valorizzazione del know how aziendale e del patrimonio intangibile mentre la ricerca italiana presenta punte di eccellenza nei settori del biomedicale, della meccanica e robotica, dell’aerospazio, delle tecnologie multimediali e nelle nanotecnologie, come mostrano una serie di indicatori elaborati dall’Oecd. "In questi settori - sottolinea il rapporto del Mise - la nostra ricerca si colloca fra le prime dieci al mondo, benché si sia sempre collocata in generale nelle posizioni di coda per quantità di finanziamenti e numero di ricercatori. Inoltre, emerge come la produttività dei ricercatori italiani sia mediamente superiore a quella di molti nostri competitor". "L’innovazione - chiosa il rapporto - non può essere ricondotta solamente alla spesa in R&S, ma dovrebbe puntare anche su un processo di collaborazione tra una rete eterogenea e crescente di stakeholder, istituzioni e utenti. Questo tema è stato approfondito in uno studio dell’Oecd del 2014, che mostra come sia necessario rafforzare maggiormente, in Italia, le forme di ricerca cooperativa che sono molto diffuse all’interno dei principali Paesi europei. In Francia, ad esempio, tali forme di cooperazione finalizzate all’innovazione coinvolgono il 40% delle imprese, a fronte del 16% in Italia". L’insieme dei risultati delle ultime ricerche sottolinea la necessità di promuovere maggiori legami di collaborazione sia tra le aziende (al fine di raggiungere la massa critica spesso necessaria per impegnarsi in innovazioni di successo) sia fra aziende ed università ed enti di ricerca pubblici e privati. Centrale appare poi la riconversione del settore manifatturiero alla luce di strumenti come il 3D printing: "Oggi, per molte imprese italiane, il luogo della produzione sta diventando sempre più un mix tra garage, bottega artigiana e laboratorio; dall’incontro tra tecnologia digitale e produzione personalizzata, dal mix tra tecnologie di stampa 3D e creatività tipica della produzione artigianale e manifatturiera di alta qualità, può passare la via di un nuovo saper fare artigiano e il rilancio della manifattura italiana attraverso il connubio tra abilità artigiane, innovazioni e design. In questo scenario, il lavoro e la produzione si stanno evolvendo e i fablab, centri attrezzati per realizzare prototipi e sperimentazioni, sono in crescita costante, rappresentando un’occasione di investimento pubblico-privato. Questo fenomeno sta rendendo nuovamente attrattive per i giovani molte attività manuali e lancia una sfida agli attuali percorsi della formazione professionale, a cominciare dai programmi del nuovo sistema di istruzione tecnica superiore che si pone come livello di formazione a elevato profilo tecnico intermedio tra scuola superiore e università, modellato sulle esigenze espresse dalle nuove filiere del manifatturiero italiano. Inoltre, l’uso del digitale consente alle piccole imprese e ai giovani che vogliono fare impresa, di mettere a frutto le loro abilità creando oggetti su misura rispetto ai gusti e alle esigenze dei potenziali clienti finali. E-commerce, e-business, e-manifacturing: nella terza rivoluzione industriale è il digitale che, riducendo costi e creando valore, mette sempre più in relazione imprese con altre imprese, laboratori e imprese, imprese e consumatori".
    Eccellenze in digitale e Made in Italy: si rinnova il progetto Google-Unioncamere
    Ma nonostante le Pmi attive su Internet siano "più produttive, più internazionalizzate" e "assumono più persone rispetto a quelle non attive sul web", il quadro che emerge dagli ultimi dati resi disponibili dal Digital Agenda Scoreboard evidenzia una situazione di estrema debolezza nell’utilizzo dei servizi in rete da parte di cittadini e imprese italiani. Si rileva, infatti, una situazione di ritardo sia dal lato dell’offerta che della domanda: solo il 5% delle Pmi non finanziarie, in Italia, vende in rete a fronte del 14% europeo, ponendosi in coda alla classifica continentale. Soprattutto per le imprese con meno di 10 addetti, la diffusione delle attività in rete sconta le difficoltà nelle competenze già rilevate per i cittadini, che si accentuano per le imprese nelle quali l’età del titolare di impresa è più elevata. Per quanto attiene lo specifico delle startup, alla prima decade di maggio 2015 risultavano iscritti nel Registro delle Imprese 3.925 soggetti, di cui circa 3mila costituiti dopo l’entrata in vigore del Decreto Crescita 2.0. Gli incubatori certificati sono 28, dei quali 21 nel Nord, 6 nel Centro e 1 nel Mezzogiorno. Circa il 79% delle startup innovative è costituito nella forma giuridica della società a responsabilità limitata, un ulteriore 17% nella forma della Srl semplificata, compresa quella a capitale ridotto (beneficiando delle misure previste dal D.L. Lavoro 2013), il 2,1% nella forma della società cooperativa e infine, l’1,6% è nella forma della società per azioni. Relativamente all’età dell’imprenditore, nel 27% circa dei casi si tratta di un’impresa giovanile, un valore pari a quattro volte quello riscontrato nel complesso delle società di capitale (7%), e più che doppio rispetto al peso percentuale riscontrabile nel totale imprese (12%). Per quanto riguarda la dimensione media delle startup, si tratta prevalentemente di imprese piccole (nel 94% dei casi microimprese) con un valore medio della produzione di 130 mila euro (a fronte di 2,49 milioni delle società di capitali). Sono circa mille le startup che possiedono dipendenti. In totale in esse operano poco più di 2.600 dipendenti, in media 2,6 per ciascuna impresa. I soci sono in totale circa 12.500, in media 4 per ciascuna impresa. Dal monitoraggio di un campione di startup emerge, relativamente all’ultimo triennio, una crescita tendenziale degli addetti del 56% tra il 2012 e il 2013 e del 33% tra il 2013 e il 2014. Si rileva, inoltre, una crescita del valore della produzione dell’88% nel 2012 e del 28% nel 2013, a fronte di una lieve flessione registrata dalle società non startup a parità di forma giuridica (rispettivamente -0,7% e -d1,6%). Le startup innovative operano prevalentemente nel comparto dei servizi (oltre l’80% delle imprese), in particolare nei settori della consulenza informatica e produzione di software (circa il 40% del totale startup), ricerca scientifica e sviluppo (il 17%), commercio (4,5%). Solo poco meno del 17% delle startup opera nei settori dell’industria. Sul fronte della distribuzione territoriale, il 56% di questo tipo di imprese è localizzato al Nord, il 22% al Centro, il 22% nel Mezzogiorno. Distribuzione delle startup innovative nelle Regioni italiane Confronto del peso delle imprese attive e delle startup innovative nelle Regioni italiane "È interessante segnalare - si legge infine nel rapporto - che le startup innovative sono contrassegnate da una sensibile crescita negli anni della crisi. Questo fenomeno è in controtendenza rispetto alla natalità complessiva delle imprese italiane che, negli ultimi tempi, ha subito una costante erosione dei saldi. Nel complesso, le iscrizioni di nuove startup innovative nel 2014 hanno registrato un aumento del 48% rispetto al 2013".
    La startup innovativa Requisiti Startup innovative e PMI innovative Capacità di accesso al FGPMI Equity crowdfunding, la Consob avvia una consultazione preliminare per la revisione del regolamento: “Ad investire sono professionisti, non una folla. Il fenomeno non è ancora decollato” Ocse: “I Paesi affrontino gli effetti dirompenti dell’economia digitale” Peter Barron (Google) al quarto lunch seminar dell’Accademia Italiana del Codice di Internet: “Nel 2015 il 3-4% del Pil italiano sarà generato dal Web” “Il digitale come motore di sviluppo”, Vint Cerf: “L’Italia può ancora salire sul treno”. Giacomelli: “Abbiamo mancato la rivoluzione, occorre recuperare” Istat: le imprese italiane sempre più connesse, ma l’eCommerce fatica ad esplodere “Il futuro dell’eCommerce è mobile, ma la metà degli shop online italiani non vi investe”. I risultati del report Idealo 2014
    13 agosto 2015
  • Proposta di legge per un Foia italiano e le reviews internazionali: un grande passo in avanti (con qualche correttivo)

    di Martina Provenzano [*]

    Giovedì 29 ottobre, presso la Sala conferenze stampa della Camera dei Deputati, sono state presentate le reviews internazionali alla proposta di legge A.C. 3042 [1] recante le “Disposizioni in materia di libertà di informazione, diritto di accesso e trasparenza delle informazioni in possesso delle pubbliche amministrazioni”, altrimenti conosciuta come il Freedom Of Information Act italiano.

    [caption id="attachment_18621" align="alignright" width="150"]Anna Ascani Anna Ascani (Pd)[/caption]

    La proposta di legge, d’iniziativa della deputata Pd Anna Ascani, annunciata il 15 aprile scorso, e dall’8 luglio assegnata in sede referente alla Commissione I Affari costituzionali, può essere definita come il primo, importante, passo che l’Italia muove verso l’obiettivo di uniformare il proprio ordinamento agli standards internazionali RTI (Right to Information, NdA).

    Invero, per completezza, occorre precisare che nelle more dell’assegnazione della proposta di legge alla Commissione, i contenuti minimi del Foia sono stati trasposti all’interno della proposta emendativa 6.70 Ascani-Coppola [2] al disegno di legge “deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche” (c.d. Ddl Madia), convertito poi nella lettera h) del primo comma dell’art 7 della legge 7 agosto 2015, n. 124, entrata in vigore il 28 agosto scorso [3]. Ciò consentirebbe di poter affermare che, ad oggi, già esiste, seppur a livello embrionale, un Foia italiano; tuttavia, la necessità di dotare il nostro ordinamento di una disciplina compiuta ed esaustiva, spinge a ritenere comunque indispensabile procedere alla discussione e - auspicabilmente - all’approvazione di un testo normativo esclusivamente dedicato al diritto all’informazione, all’accesso e alla trasparenza delle informazioni in possesso delle pubbliche amministrazioni.

    Ben Worthy, lecturer in Politics al Birkbeck College University of London, e Toby Mendel, executive director del Centre for law and democracy, hanno firmato le reviews [4] alla proposta di legge sul Foia presentate in conferenza stampa: interessanti e approfondite osservazioni che confermano il carattere innovativo della proposta in commento, non solo nel merito ma anche nel metodo. Come noto, l’articolato della proposta di legge sul Foia è stato il frutto di un percorso improntato alla cooperazione tra istituzioni pubbliche, associazioni portatrici di interessi collettivi e cittadini, e le reviews internazionali hanno completato questo disegno. Ciò consentirà ai membri della Commissione I Affari costituzionali di avere altro materiale di studio e discussione, al fine di migliorare la proposta di legge prima di sottoporla alla discussione alla Camera dei Deputati.

    Infatti, più di una sono le lacune della proposta di legge così come giunta in Commissione, alcune lacune sono state già colmate grazie alla presentazione della proposta emendativa al Ddl Madia, non per nulla ribattezzata emendamento Foia [5], altre lacune, invece, sono palesemente rimaste scoperte e, con tutta probabilità, saranno motivo di rivisitazione del testo in sede di Commissione.

    A seguito di una lettura comparata del testo della proposta di legge e delle sue reviews, il primo rilievo che pare opportuno operare è la necessità di rivedere il testo nell’ottica di un migliore coordinamento con la legislazione vigente in materia di trasparenza (decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33), di tutela e protezione dei dati personali (decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196), di diritto all’accesso e di disciplina del procedimento amministrativo (legge 7 agosto 1990, n. 241 e s.m.i.), nonché in materia di organizzazione delle pubbliche amministrazioni (decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 e legge 7 agosto 2015, n. 124) e di giustizia amministrativa (decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104). Laddove infatti si recano le definizioni di “amministrazione” e “diritto di accesso” [6], si descrive espressamente l’ambito oggettivo e soggettivo di applicazione delle norme [7] e si ritiene di dover prevedere una tutela del diritto di accesso nuova ed ulteriore [8], appare quanto mai necessario esperire ogni possibile tentativo di recupero della legislazione vigente piuttosto che procedere ad una nuova normazione. Alla base di questa affermazione v’è la consapevolezza della stratificazione giurisprudenziale maturata negli anni, che è andata a colmare quei vuoti inevitabilmente creati dall’uso di parole ed espressioni polisense, altrimenti suscettibili di essere travisate ed allontanarsi dalla ratio legis della norma.

    Altri interrogativi che analogamente si potrebbero sollevare riguardano la disposizione relativa alla tutela del diritto di accesso che, così come elaborata all’interno della proposta di legge, si crede rischi di aggravare notevolmente la – già vessata – giustizia amministrativa. Invero è necessario far notare che, proprio su questo punto, i giudizi degli autori delle reviews internazionali sono contrastanti. In senso difforme a quanto poc’anzi affermato si è pronunciato il reviewer del Birkbeck College University of London che, anzi, sembrerebbe addirittura suggerire un prolungamento delle tempistiche per l’accesso alle procedure di ricorso, ritenendo inadeguatamente breve il termine di 30 giorni previsto dalla proposta di legge. A parere di chi scrive sembra tuttavia più ragionevole il suggerimento giunto dallo stesso autore che, sempre con riguardo al sistema di ricorso previsto all’interno della proposta di legge, consiglia in alternativa l’investitura di un altro organo, diverso dall’Autorità giudiziaria, per la decisione sui contenziosi riguardanti la violazione delle disposizioni sul diritto all’informazione.

    Numerose altre questioni meriterebbero un approfondimento che tuttavia si ritiene più opportuno condurre in altra sede. Ad ogni modo, posto il dato - certo - che l’Italia si è classificata 97° (su un totale di 102 Paesi valutati) nella scala RTI [9], le brevissime considerazioni sopra riportate conducono a ritenere che la proposta di legge per un Foia italiano, nonostante i correttivi che pur si ritengono necessari, rappresenta comunque un passo in avanti rispetto ad una legislazione che troppo spesso si è dimostrata inefficace a raggiungere il vero obiettivo del diritto all’informazione, all’accesso e alla trasparenza delle informazioni. Obiettivo che non è - o non vuole essere soltanto - la promozione di libertà individuali e collettive, ma anche - e soprattutto - la tutela del diritto ad una buona ed efficace amministrazione.

    Note

    *Dottoranda di ricerca in Categorie giuridiche e nuove tecnologie presso l’Università Europea di Roma e fellow at IAIC, avvocato e consulente giuridico presso la Camera dei Deputati.

    [1] L’iter legislativo e il testo della proposta di legge sono disponibili al link: http://www.camera.it/leg17/126?tab=&leg=17&idDocumento=3042&sede=&tipo

    [2] Il testo della proposta emendativa, approvato all’unanimità in Commissione I Affari costituzionali, è disponibile al link: http://nuovo.camera.it/CDD-SearchWeb/index4.jsp?trp=2&Legislatura=17&pres=Deputato&nomeDep=%22Ascani%20Anna%22&idAtto=3098&commissioni=01&rifn=3098&rifs=&rift=&sedutaN=472&numeme=6.70.&riform=nuova%20formulazione&sesame=referente&esito=approvato

    [3] Il testo della legge è disponibile al link: http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2015/08/13/15G00138/sg

    [4] Il testo delle reviews è disponibile, in italiano e in inglese, al link: http://www.foia4italy.it/news/review-foia-ascani/

    [5] Su Dimt del 9 luglio 2015 è possibile leggere l’intervista rilasciata dalla deputata democratica cofirmataria dell’emendamento Foia all’indomani dell’approvazione in Commissione della proposta emendativa al disegno di legge “deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche”, in cui si spiegano le ragioni che hanno spinto ad introdurre ante tempo il nocciolo duro della normativa in materia di lbertà di informazione, diritto di accesso e trasparenza delle informazioni.

    [6] v. art. 2 A.C. 3042

    [7] v. art. 3 e art. 6 A.C. 3042

    [8] v. art. 5 A.C. 3042

    [9] La classifica, preparata dal Centre for Law and Democracy insieme ad Access Info Europe, è consultabile al link: http://www.RTI-Rating.org

    FOIA, Ascani: “Il diritto ad uno Stato trasparente non può ledere il diritto ad uno Stato sicuro”

    “Patrimonio culturale digitale. Tra conoscenza e valorizzazione”, report, audio e video del convegno del 2 luglio

    30 ottobre 2015
  • Riforma della Pa, approvate alla Camera le misure sulla "cittadinanza digitale". Che passa per il digital first

    La Camera dei Deputati ha approvato in seconda lettura il disegno di legge delega di riforma della Pubblica amministrazione presentato dal Governo; nel provvedimento, che torna ora all'esame del Senato, sono contenute anche alcune importanti misure in tema di "cittadinanza digitale". L'Esecutivo è infatti delegato ad adottare uno o più decreti legislativi sulle modalità di erogazione dei servizi ai cittadini, in modo da "assicurare la accessibilità on line alle informazioni e ai documenti in possesso delle amministrazioni pubbliche, ai pagamenti nei loro confronti, nonché all'erogazione dei servizi". Si introducono così anche nel nostro ordinamento i principi del Freedom of Information Act (FOIA) così come stabilito in un emendamento a firma dei deputati Pd Paolo Coppola e Anna Ascani.
    FOIA, Ascani: “Il diritto ad uno Stato trasparente non può ledere il diritto ad uno Stato sicuro”
    "L'esercizio della delega - si legge in una nota della Camera -  è subordinato al rispetto di una dettagliata serie di principi e criteri direttivi. Un primo gruppo introduce una serie di misure volte a favorire l'accesso dell'utenza ai servizi delle amministrazioni pubbliche in maniera digitale. In particolare, è prevista la definizione di un livello minimo delle prestazioni in materia di servizi on line delle amministrazioni pubbliche, la piena applicazione del principio innanzitutto digitale (cd. digital first, in base al quale il digitale è il canale principale per tutte le attività delle p.a.), il potenziamento della connettività a banda larga e ultralarga e dell'accesso alla rete internet presso gli uffici pubblici, la partecipazione con modalità telematiche ai processi decisionali pubblici, l'armonizzazione della disciplina del Sistema pubblico per la gestione dell'identità digitale (SPID) volto ad assicurare l'utilizzo del c.d. PIN unico, la promozione dell'elezione del domicilio digitale, la diffusione dell'informazione sugli strumenti di sostegno della maternità e della genitorialità, l'adeguamento alle norme europee in materia di identificazione elettronica e servizi fiduciari per le transazioni elettroniche; la diffusione dei pagamenti digitali".
    Spid, Samaritani (Agid): "In autunno le prime identità digitali"
    Un secondo gruppo attiene alla riforma dei processi decisionali interni alle pubbliche amministrazioni: "Essi dispongono, in particolare, la razionalizzazione dei meccanismi e delle strutture di governance della digitalizzazione, la semplificazione dei procedimenti di adozione delle regole tecniche, la ridefinizione delle competenze dell'ufficio dirigenziale generale unico istituito nelle pubbliche amministrazioni centrali con funzioni di coordinamento in materia di digitale, la digitalizzazione del processo di misuarazione e valutazione della performance". Un terzo gruppo di principi e criteri direttivi, infine, riguarda "la formulazione dei decreti delegati, prevedendo il coordinamento con la normativa vigente e l'indicazione espressa delle norme abrogate".
    Spid, pagamenti elettronici e informatizzazione del processo amministrativo: online il report sull’attuazione dell’agenda per la semplificazione
    18 luglio 2015
  • Riforma della Pa: il testo della legge delega approvato dal Senato

    Di seguito il testo della legge delega di riforma della Pubblica amministrazione approvata dal Senato il 4 agosto 2015 e che sarà in vigore dal 28 agosto. Tra le misure previste, quelle sulla "Cittadinanza digitale"; l'Esecutivo è infatti delegato ad adottare uno o più decreti legislativi sulle modalità di erogazione dei servizi ai cittadini, in modo da "assicurare la accessibilità on line alle informazioni e ai documenti in possesso delle amministrazioni pubbliche, ai pagamenti nei loro confronti, nonché all'erogazione dei servizi". Si introducono così anche nel nostro ordinamento i principi del Freedom of Information Act (FOIA) così come stabilito in un emendamento a firma dei deputati Pd Paolo Coppola e Anna Ascani.
    FOIA, Ascani: “Il diritto ad uno Stato trasparente non può ledere il diritto ad uno Stato sicuro”
    "L'esercizio della delega - si legge in una nota della Camera -  è subordinato al rispetto di una dettagliata serie di principi e criteri direttivi. Un primo gruppo introduce una serie di misure volte a favorire l'accesso dell'utenza ai servizi delle amministrazioni pubbliche in maniera digitale. In particolare, è prevista la definizione di un livello minimo delle prestazioni in materia di servizi on line delle amministrazioni pubbliche, la piena applicazione del principio innanzitutto digitale (cd. digital first, in base al quale il digitale è il canale principale per tutte le attività delle p.a.), il potenziamento della connettività a banda larga e ultralarga e dell'accesso alla rete internet presso gli uffici pubblici, la partecipazione con modalità telematiche ai processi decisionali pubblici, l'armonizzazione della disciplina del Sistema pubblico per la gestione dell'identità digitale (SPID) volto ad assicurare l'utilizzo del c.d. PIN unico, la promozione dell'elezione del domicilio digitale, la diffusione dell'informazione sugli strumenti di sostegno della maternità e della genitorialità, l'adeguamento alle norme europee in materia di identificazione elettronica e servizi fiduciari per le transazioni elettroniche; la diffusione dei pagamenti digitali".
    Agid pubblica i regolamenti tecnici per l’avvio di Spid: “A dicembre la prima identità digitale”
    Un secondo gruppo attiene alla riforma dei processi decisionali interni alle pubbliche amministrazioni: "Essi dispongono, in particolare, la razionalizzazione dei meccanismi e delle strutture di governance della digitalizzazione, la semplificazione dei procedimenti di adozione delle regole tecniche, la ridefinizione delle competenze dell'ufficio dirigenziale generale unico istituito nelle pubbliche amministrazioni centrali con funzioni di coordinamento in materia di digitale, la digitalizzazione del processo di misuarazione e valutazione della performance". Un terzo gruppo di principi e criteri direttivi, infine, riguarda "la formulazione dei decreti delegati, prevedendo il coordinamento con la normativa vigente e l'indicazione espressa delle norme abrogate".
  • Se Gmail legge la tua posta viola le leggi sulle intercettazioni?

    unnamedPassare al setaccio il contenuto delle mail che transitano sui server di Google per proporre pubblicità mirata potrebbe porsi in violazione delle leggi sulle intercettazioni degli Stati Uniti. È il senso della decisione con la quale il giudice distrettuale della California Lucy Koh ha rifiutato di chiudere il caso che vede BigG difendersi da una class action intentata contro Mountain View. Google ha cercato di far archiviare il caso chiamando a sua discolpa una sezione del Wiretap Act che autorizza i provider a scansionare il contenuto delle comunicazioni nel caso in cui questa pratica servisse al corretto funzionamento del servizio; il giudice Koh ha invece sottolineato che:
    Il regime legale suggerisce che il Congresso non ha intenzione di consentire ai fornitori di servizi di comunicazione elettronica un margine di manovra illimitato nel praticare le intercettazioni dalle quali potrebbero trarre beneficio in termini di business".
    L'altro argomento con il quale Google ha cercato di difendere le sue ragioni è quello secondo il quale gli utenti di Gmail, sottoscrivendo il contratto d'uso, accettano anche tutte le pratiche di business dell'azienda ad esso associate. "Non è detto che un utente debba per forza aver compreso che le sue email saranno utilizzate per la profilazione", è il commento del giudice, e in ogni caso in tal senso nessuno dei querelanti ha dato un consenso implicito o esplicito per permettere la scansione delle sue corrispondenze. Soprattutto, quelli che non usano Gmail. Il senatore di Scelta Civica Stefano Quintarelli, a tal proposito, ha colto l'occasione per richiamare una sua vecchia riflessione in materia:
    mi viene in mente anche la pubblicità che viene inserita analizzando il contenuto di una mail da parte di un fornitore di servizi, per proporre pubblicità contestuale.  Sebbene ciò non sia specificatamente associato alla privacy, la segretezza della corrispondenza è garantita a livello costituzionale e non è consentito il trattamento di terzi senza esplicita autorizzazione. Certo, se scrivo a qualcuno@gmail, posso immaginare benissimo che il contenuto viene processato e quindi di fatto avere fornito una autorizzazione, ma se invece ciò viene fatto senza che io lo sappia, qualche dubbio sulla correttezza costituzionale si pone, IMHO".
    Che è poi la sostanza dell'accusa lanciata verso Google, nell'ottobre 2012, anche da un cittadino canadese. Su un altro fronte, come suggerisce Wired.com, la decisione rappresenta un duro colpo anche per Yahoo!, sul cui servizio di posta elettronica vengono messe in atto simili pratiche di setacciamento; una dinamica che non interesserebbe, invece, l'Outlook di Microsoft. Proprio la Microsoft a febbraio aveva duramente puntato il dito contro lo scanning praticato dal rivale di Mountain View, arrivando ad organizzare una vera e propria campagna, Scroogled, condita ovviamente dal “try Outlook”. Secca la risposta che arrivava in quel caso da Google: “Nessun essere umano spia le mail. La scelta degli annunci da mostrare la fa un algoritmo che lavora con gli stessi principi e metodi dei filtri antispam. E la pubblicità è quello che ci permette di offrire servizi gratuiti”. Tutte posizioni che non hanno però retto al giudizio del giudice Koh. È questo il secondo grande caso che vede Google alla sbarra per presunta violazione del Wiretap Act; è ancora in corso, infatti, il procedimento sulle intercettazioni di dati operate dalle Google Cars sulle reti WiFi in molte delle strade oggetto della mappatura. 27 settembre 2013
  • Skype, Garante privacy: "Il datore di lavoro non può spiare le conversazioni dei dipendenti"

    Mentre è ancora vivo il dibattito sulle nuove norme introdotte nel Jobs Act in materia di controllo a distanza dei lavoratori, dal Garante privacy arriva lo stop per i datori di lavoro che volessero spiare i lavoratori su Skype: "Il contenuto di comunicazioni di tipo elettronico o telematico scambiate dai dipendenti nell'ambito del rapporto di lavoro godono di garanzie di segretezza tutelate anche a livello costituzionale".

    Il principio è stato riaffermato dall'Autorità nell'accogliere il ricorso proposto da una dipendente che lamentava l'illecita acquisizione di conversazioni, avute con alcuni clienti e fornitori, poste poi alla base del suo licenziamento. A seguito del provvedimento del Garante il datore di lavoro non potrà effettuare alcun trattamento dei dati personali contenuti nelle conversazioni ottenute in modo illecito, limitandosi alla conservazione di quelli finora raccolti ai fini di una eventuale acquisizione da parte dell'autorità giudiziaria. Skype"Nel caso esaminato - rileva il Garante - il datore di lavoro è incorso in una grave interferenza nelle comunicazioni, attuata, per sua stessa ammissione, attraverso l'installazione di un software sul computer assegnato alla dipendente in grado di visualizzare sia le conversazioni effettuate dalla ricorrente dalla propria postazione di lavoro prima di uscire dall'azienda, sia quelle avvenute successivamente da un computer collocato presso la propria abitazione. Una procedura, secondo il Garante, in evidente contrasto con le Linee guida del Garante per posta elettronica e Internet e con le disposizioni poste dall'ordinamento a tutela della segretezza delle comunicazioni, nonché con la stessa policy aziendale approvata anche dalla competente Direzione territoriale del lavoro. Pur spettando, infatti, al datore di lavoro definire le modalità di utilizzo degli strumenti aziendali, occorre comunque che queste rispettino la libertà e la dignità dei lavoratori, nonché i principi di correttezza (secondo cui le caratteristiche essenziali dei trattamenti di dati devono essere rese note ai lavoratori), di pertinenza e non eccedenza stabiliti dal Codice privacy. Principi questi - conclude il Garante - da tenere ben presenti, in considerazione del fatto che l'esercizio del controllo da parte del datore di lavoro può determinare la raccolta di informazioni personali, anche non pertinenti, di natura sensibile oppure riferite a terzi".
    Jobs Act, Prof. Testa: "Ridotto spazio del divieto controllo a distanza". Prof. Fazzini: “Flessibilità in uscita può aiutare i giovani”
    28 settembre 2015
  • Striking a Balance among Security, Privacy and Competition. The Data Retention and Investigatory Powers Act 2014 (DRIP)

    di Guido Noto La Diega Abstract: Following the ECJ decision that declared the Data Retention Directive invalid, the Data Retention and Investigatory Powers Act 2014 (DRIP) has been enacted. It is not undisputable whether the DRIP gives more powers to the intelligence services at the detriment of both citizens’ privacy and freedom of enterprise or whether it simply clarifies the nature and extent of obligations that can be imposed on telecommunications service providers based outside the UK under Part 1 of the Regulation of Investigatory Powers Act 2000 (RIPA).

  • The Italian digital tax: some brief reflexions

    by Alessio Persiani

    The Italian government has recently announced plans to introduce in our legal system a digital tax, namely a tax on non-resident companies operating in the digital economy sector and carrying on an economic activity in the Italian market through communication technologies.

    The proposal should be put in the wider scenario of the ongoing international debate on this topic. Reference is made, in particular, to the analysis currently underway with the OECD, where the tax challenges posed by the digital economy constitute one of the crucial points of the larger project aimed at preventing the erosion of the taxable base at an international level and the shifting of profits in jurisdictions with more favorable tax regimes [1].

    According to information available as of today, the Italian government, after having initially expressed the intention to wait for the results of the OECD analysis, seems now willing to proceed autonomously, introducing ad hoctax measures for the enterprises of the digital economy in the Italian legal system.

    Based on the information currently available, the provisions of the Italian digital tax - to be included in the 2016 Budget Law the government is currently drafting and to be applied as from year 2017 - should be largely shaped after the contents of the bill recently proposed in the House of Deputies by MPs Quintarelli and Sottanelli and named "Rules on the prevention of online tax avoidance".

    The main content of this bill is represented by an amendment to the definition of permanent establishment provided for by Article 162 of the Income Tax Act (Testo Unico delle Imposte sui Redditi, hereinafter TUIR) [2]. In this respect, it is useful to remember that the existence of a permanent establishment constitutes the minimum requirement to levy Italian corporate income tax on the Italian-sourced income of a non-resident company. According to the Quintarelli-Sottanelli bill, an Italian permanent establishment should be considered existent in any case (regardless, therefore, of the circumstance that the requirements of the “traditional” notion of permanent establishment are not met) “if a non-resident company has a continuous presence of online activities, for a period not shorter than six months, so as to generate in the same period payment flows directed to it [...] for an amount not lower than five million Euro".

    In addition, and in order to induce the non-resident company to spontaneously declare the existence of an Italian permanent establishment, the bill provides for a 25 per cent withholding tax on payments directed to non-resident companies for goods and services purchased online, requesting Italian financial intermediaries to act as withholding agents. Such withholding tax – and this clearly sheds light on the intention of inducing the non-resident companies to declare the existence of an Italian permanent establishment – does not apply if and insofar as such non-resident companies have an Italian permanent establishment pursuant to Art. 162 TUIR.

    This is not the place for an in-depth analysis of the bill, given that the final version of the provisions of the Italian digital tax may well be different, even significantly. Anyhow, it seems appropriate to highlight certain doubts that the Quintarelli-Sottanelli proposal raises; doubts related, in particular, to the relationship between domestic tax provisions and provisions included in the double tax conventions Italy concluded with the other countries of the international community. In this respect, it is worth remembering that, on the basis of the well-established case law and major scholars’ approach, the provisions included in double tax conventions take precedence over domestic rules conflicting with them on the basis of the lex specialis principle. As the notion of permanent establishment is provided - not only under the aforementioned Article 162 TUIR – but also under all double tax conventions concluded by Italy, an amendment of that notion limited to the domestic provision will likely prove to be ineffective, since the more favorable (for the taxpayers) notion provided for by double tax conventions will prevail over the new Art. 162 TUIR by virtue of the aforementioned lex specialis principle. In other words, the "new" and wider concept of permanent establishment of Art. 162 TUIR will be relevant in a very limited number of cases, id est for the taxation of the Italian-sourced income of foreign companies resident in countries which have not concluded a double tax convention with Italy [3].

    By the same token, also the provisions of the final withholding tax of 25 per cent on payments directed to foreign companies for goods and services purchased online raise doubts on their compliance with the provisions of double tax conventions. If - as it seems preferable on the basis of a number of arguments related to the Italian income tax system considered as a whole - the income the non-resident entity derives from its Italian economic activities qualifies as business income, it is taxable in Italy only if and to the extent that an Italian permanent establishment exists. However, and by definition, an Italian permanent establishment is absent in this case [4]. Moreover, even accepting the qualification of such income as “other income”, it seems that the referred withholding tax does not comply with the distributive rules provided under double tax conventions, as Article 21 of the OECD Model Convention - which the double tax conventions concluded by Italy are shaped after – attributes taxing rights on “other income” exclusively to the state of residence of the recipient.

    In light of this, if Italy actually intends to levy tax on the Italian-sourced income of the enterprises of the digital economy through an enlargement of the territorial scope of its income tax (id est, through a widened notion of permanent establishment) it would be appropriate to pursue this approach in the context of the BEPS project currently underway at OECD level. Only this way can result in the simultaneous change of the provisions dealing with the notion of permanent establishment included in all the double tax conventions concluded by Italy [5] and, therefore, in the adoption of a tax measure really affecting the non-resident companies operating in the digital economy.

    [1] Reference is to the "Base Erosion and Profit Shifting" (BEPS) project, as formalized in the OECD document "Addressing Base Erosion and Profit Shifting", Paris, 2013. The first step of such a large project ("Addressing the Tax Challenges of the Digital Economy ") is constituted by the analysis of the distinctive features of the companies operating in the digital economy and the identification of the most suitable instruments for levying taxes on those enterprises in the various states in which they operate.

    [2] Approved by Presidential Decree December 22, 1986, n. 917.

    [3] As mentioned in the text we are dealing with a very limited number of cases, id est those countries Italy qualifies as "tax havens" and which has not concluded a double tax convention with. None of the larger companies (so called big players) of the digital economy (Google, Facebook, Apple, Amazon) would fall in such cases, since they are tax resident in states that have entered into a double tax convention with Italy (e.g., Ireland, Luxembourg, Netherlands).

    [4] As mentioned, the withholding tax is provided in order to induce non-resident companies to spontaneously declare the existence of a permanent establishment in Italy and it does not apply in case such an Italian permanent establishment exists. Therefore, and by definition, the withholding tax apply if and insofar as a permanent establishment is absent.

    [5] The technical solution to achieve such a result could be constituted by the conclusion of a multilateral treaty among all OECD countries intended to amend the provisions on permanent establishment contained in all the bilateral double tax treaties these countries have signed among them.

    21 September 2015
  • Un Foia per l’Italia - Roma, 24 novembre 2015

    Con l’approvazione della riforma della Pubblica Amministrazionelo scorso Agosto e grazie all’emendamento firmato dagli Onorevoli Anna Ascani e Paolo Coppola, il Governo ha ricevuto dal Parlamento il mandato di scrivere entro sei mesiun decreto per una nuova legge sulla libertà di accesso all’informazione.

    Annunciata come il Freedom of infomation act (Foia) italianola nuova legge dovrebbe facilitare l’accesso, da parte dei cittadini ai documenti, alle informazionie ai datiin mano alle Pubbliche Amministrazioni.

    Si tratta di una misura essenziale che la maggioranza delle democrazie avanzate possiede già da anni e che garantisce un’amministrazione più trasparente, un miglior contrasto della corruzione e un’economia più competitiva.

    Nella conferenza stampa organizzata da Foia4Italy lo scorso 29 Ottobre, l’On. Ascani, firmataria anche della proposta di legge 3042 sul diritto di accesso ispirata al testo di Foia4Italye oggetto di tre review internazionali, ha confermato che il decreto è in fase di scrittura e che entro la fine dell’annol’Italia avrà un Freedom of Information Act. Tuttavia, l’efficacia del provvedimento dipenderà enormemente dal suo contenuto del quale, a 100 giorni dalla scadenzadel mandato governativo, non si conosce alcun dettaglio.

    Riunendo le principali personalità attive nella promozione, nella stesura e nell’applicazione del Foia italiano, l’incontro organizzato dall’Istituto Bruno Leoni sarà, dunque, un’importante occasione per dibattere su temi fondamentali quali l’impatto dell’accesso universale sull’economia italiana, il bilanciamento con l’obiettivo di un'amministrazione snella ed efficiente, l’integrazione alle azioni di lotta alla corruzione.

    Foia4Italy 24 novembre 2015

    Per ulteriori informazioni:

    Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

    RSVP: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

    02 3657 7325