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  • "Cybersecurity e tutela dei cittadini", i video del convegno dell'11 febbraio in Corte di Cassazione

    Di seguito i video del convegno "Cybersecurity e tutela dei cittadini: strumenti normativi, modelli d’intervento e interessi in gioco", evento promosso dall’Accademia Italiana del Codice di Internet nella giornata di mercoledì 11 febbraio 2015 a Roma, presso l'Aula Giallombardo della Suprema Corte di Cassazione, in occasione del Safer Intenet Day.

    Il report dell'evento

    Il Position Paper dell'Accademia

    Relazione introduttiva

    Prof. Alberto Gambino Presidente dell’Accademia Italiana del Codice di Internet

    Quali strumenti normativi che garantiscano i diritti fondamentali?

    Min. Plen. Giovanni Brauzzi Vice Direttore Generale per gli Affari Politici e Direttore Centrale per la Sicurezza

    Avv. Giuseppe Busia Segretario generale del Garante per la protezione dei dati personali

    Ten. Col. Antonio Colella Presidenza del Consiglio dei Ministri - Ufficio del Consigliere Militare

    Corrado Giustozzi Membro del Permanent Stakeholders’ Group ENISA

    Alessandro Politi Direttore NATO Defense College Foundation

    Ing. Mario Terranova Area Sistemi e Tecnologie - AgID

    Quali modelli d’intervento efficaci per il contemperamento degli interessi in gioco?

    Prof. Francesco Saverio Romolo Université de Lausanne - Institut de Police Scientifique (IPS)

    Antonio Apruzzese Direttore del Servizio di Polizia Postale e delle Comunicazioni

    Anna Cataleta  H3G

    Roberto Fermani Telecom Italia

    Conclusioni

    Prof.ssa Giusella Finocchiaro Presidente del gruppo lavoro sul commercio elettronico della Commissione Onu per il diritto commerciale internazionale (Uncitral)

    24 febbraio 2015
  • "Uno, nessuno e centomila": tra reputazione online e diritto all'oblio. Montuori (Garante Privacy): "Importante capire il diritto alla contestualizzazione dell'informazione"

    [caption id="attachment_5318" align="alignright" width="300"]Ascolta il podcast della puntata del 13 aprile 2014 Ascolta il podcast della puntata del 13 aprile 2014[/caption] Se le domande che ci poniamo su identità e skills delle persone trovano sempre più spesso risposte digitando il loro nome su Google, quali sono gli strumenti che abbiamo per tenere sotto controllo ciò che di noi risulta da una ricerca online? Sono la web reputation e il diritto all'oblio al tempo di Internet le questioni al centro della puntata del 13 aprile di “Presi per il Web“, trasmissione di Radio Radicale condotta da Marco PerducaMarco Scialdone e Fulvio Sarzana con la collaborazione di Marco Ciaffone e Sara Sbaffi. Ospiti dell'appuntamento Luigi Montuori, Capo Dipartimento comunicazioni elettroniche del Garante Privacy, Matteo Flora, Consulente ed ideatore del progetto "TheFool", Anna Masera, Capo Ufficio stampa della Camera dei Deputati, e Raoul Chiesa, storico hacker italiano ed esperto di sicurezza informatica. "L'esperienza che abbiamo maturato in questo ultimo decennio - ha esordito Montuori - ci porta a dire che in generale il mondo della rete ci richiede interventi su tre importanti aspetti, a noi come ai nostri colleghi europei nonché ai tribunali: il primo è quello degli archivi online dei giornali, perché scrivere una volta sulla carta stampata voleva dire che l'articolo veniva accatastato e la memoria era umana. Oggi, per fortuna, è possibile poter rivedere ciò che è stato scritto con un profondo approccio storico, una ricchezza che da un'altra parte pone delle questioni come quella del diritto all'oblio. Il secondo aspetto è quello dei social network. Il terzo aspetto è quello dell'utilizzo dei nostri dati personali immessi in rete a fini commerciali e di profilazione". Cancellare o aggiornare Sul primo degli aspetti sollevati da Montuori vale la pena menzionare alcuni importanti passaggi maturati in Italia e in Europa. Ad esempio, sul tema della deindicizzazione degli contenuti giornalistici dai motori di ricerca è netta la posizione espressa dall'Avvocato generale della Corte di Giustizia europeanel luglio 2013 e che si schiera a difesa della permanenza negli archivi storici della documentazione relativa a fatti di cronaca. Sul più ampio fronte giornalismo la situazione sembra essere ancor più complicata, con sentenze come quella che nel gennaio del 2013 vedeva il Tribunale di Ortona condannare il direttore del giornale online abruzzese Primadanoi.it al pagamento di un risarcimento nei confronti di alcuni ristoratori della zona. Una sanzione riferita ad un articolo riguardante un fatto di cronaca giudiziaria vero, ma che, a detta del tribunale, era rimasto online troppo a lungo, cagionando così un danno ai protagonisti della vicenda. Un episodio che faceva sollevare dubbi sulla possibilità che un tribunale decidesse in maniera arbitraria quale fosse il tempo consentito di permanenza online di una notizia. Sulla vicenda, ai tempi della prima sentenza del 2011, aveva preso posizione anche l’ordine dei Giornalisti d’Abruzzo, sul cui sito ufficiale il 26 marzo si leggeva:: "La sentenza [...] pone seri problemi ai giornalisti nell’esercizio del diritto di cronaca . L’articolo in questione, peraltro, secondo anche il parere del Garante per il trattamento dei dati personali, era stato redatto rispettando i criteri fondamentali del codice deontologico dei giornalisti (verità sostanziale dei fatti, interesse pubblico e continenza nel linguaggio). Se i giornali cartacei possono conservare nei loro archivi copie dei giornali pubblicati non si capisce perché i giornali on line non debbano avere la stessa possibilità. Del resto, anche volendo cancellare i dati digitali di una notizia essa rimane indelebilmente presente nelle memorie cache dei motori di ricerca ( feed Rss). Il problema, allora, non è di semplice risoluzione giudiziaria ma occorrerebbe, invece, per il reale esercizio del diritto all’oblio, che il legislatore stabilisca criteri certi e condivisi e non solo a livello nazionale data la complessità della materia e la sua natura globale”. Molto distante dalla decisione del tribunale abruzzese è l'impostazione emersa dalla Corte di Cassazione con la sentenza 5525dell'aprile 2012. La suprema Corte entrava a gamba tesa sul tema del diritto all’oblio, stabilendo che è un dovere dell’editore o comunque del gestore/responsabile di un database Web tenere aggiornati i materiali relativi a procedimenti giudiziari per garantire il diritto alla contestualizzazione dell'informazione. Il caso era quello di un politico che, coinvolto in Tangentopoli ma successivamente assolto, reclamava la rimozione o quantomeno la modifica dell’articolo del Corriere della Sera che parlava del suo caso di imputazione. La Cassazione riteneva lecita la permanenza online dell’articolo ma obbligatorio il suo aggiornamento, così da tutelare sia l’immagine della persona coinvolta che il diritto ad essere informati del lettore. Un'impostazione che veniva recepita nel marzo 2013 anche dal Garante della Privacy e che nel settembre dello stesso anno vedeva esprimersi in tal senso anche la Corte europea dei diritti dell'uomo. "È importante - ha chiosato Montuori - differenziare il diritto all'oblio e il diritto alla contestualizzazione della notizia. Sul primo aspetto, ad esempio, una persona condannata e che ha espiato la sua pena ha diritto ad utilizzare il codice sulla protezione dei dati personali e chiedere che la notizia venga quanto meno deindicizzata. Sul secondo aspetto, immaginiamo un cittadino che viene invece indagato e poi prosciolto e che si ritrova con la notizia del suo essere finito sotto indagine ancora in circolazione senza che si dia conto della conclusione per lui felice della vicenda. Ecco, in questo caso il cittadino, e proprio a fronte della sentenza della Cassazione dell'aprile 2012, ha il diritto di richiedere un richiamo ai fatti successivi. Nel caso in cui il giornale si rifiutasse di fare gli aggiornamenti dovuti ci si può rivolgere al Garante". Anche qui resta da capire quali siano gli oneri in capo all'editore, se sia cioè suo compito tenere aggiornati gli archivi con un'onerosa opera di costante monitoraggio o se debba attivarsi solo dopo la segnalazione rischiando sanzioni solo in caso di inottemperanza. "Mi rendo conto - ha affermato Montuori - che ci sia un onere nei confronti di chi gestisce gli archivi dei giornali online, c'è uno scotto che deve pagare colui che inserisce le notizie ma tutto sommato è il male minore rispetto al diritto che ognuno di noi ha a vedersi rappresentato in maniera corretta in rete". "Non dimentichiamoci  - è intervenuto Flora - dell'importanza delle sezioni dei commenti dei giornali online, all'interno delle quali si nascondo spesso molti contenuti diffamanti. In ogni caso le aziende e i privati hanno capito lo straordinario valore di ciò che si dice online su di loro, e se qualche anno fa gli utenti erano pochi e poco influenti, oggi la situazione è ribaltata. È per questo che chi si rivolge a noi lo fa per avere un supporto professionale per vedere rimosse informazioni che impattano sulla sua immagine, anche professionale". Un problema di indexing È chiaro in ogni caso come la permanenza dei contenuti negli archivi dei giornali e la loro rintracciabilità a mezzo motore di ricerca siano due aspetti fortemente intrecciati tra loro; inoltre, sempre più spesso arrivano agli amministratori dei search engine, Google su tutti, richieste come quella avanzata a più riprese dall'ex presidente della Federazione internazionale dell'automobile Max Mosley, che dopo essersi ritrovato al centro di uno scandalo per alcune fotografie che lo ritraevano in pose sadomasochiste con cinque donne in divisa nazista si è visto riconoscere, nel novembre del 2013, dal Tribunal de Grande instance di Parigi il diritto a vedere rimosse dai risultati di ricerca di Google il link a nove di quelle foto. Stesso esito, nel gennaio 2014, in un tribunale di Amburgo. Decisioni contestate da Google con il solito argomento del "non vogliamo essere i poliziotti del Web"e della mancanza di responsabilità diretta sui contenuti restituiti dal motore di ricerca; tuttavia la stessa compagnia di Mountain View nel giugno del 2011 aveva lanciato il servizio “Me on the Web”, che permette all'utente un più facile e diretto controllo dei risultati che il search engine restituisce in merito al proprio nome. "Sul diritto all'oblio per ciò che attiene la stampa online - ha spiegato Montuori - partiamo dal presupposto che il criterio dell'interesse pubblico, che insieme alla veridicità del fatto rappresenta un cardine fondamentale del diritto di cronaca, può variare al passare del tempo; detto in altri termini, se oggi è interesse pubblico che si metta a conoscenza il cittadino di un determinato fatto di cronaca, non è detto che dopo quindici anni questo resti immutato. Il primo intervento del Garante sul tema risale al 2004, quando un signore che era stato condannato per pubblicità ingannevole dall'Agcm si rivolse a noi lamentando che le ricerche online col suo nome facessero riferimento a quella vicenda. Lì il Garante intervenì riconoscendo la veridicità del fatto ma che la continua esposizione dello stesso fosse eccessiva e ordinò pertanto la deindicizzazione della notizia stessa. Nel 2007 l'Autorità era inoltre intervenuta stabilendo che riutilizzare da parte di Google le copie cache era un trattamento operato dal motore di ricerca, visto che si trattava di informazioni già rimosse dal sito di provenienza degli stessi. Nel 2012 c'è stato un caso in Spagna che sta portando a riflessioni importanti in sede di Corte di Giustizia Europea sulla legittimità delle richieste che arrivano a Google per la rimozione dei dati personali". LEGGI "Questioni di eredità digitale" Tra Hackaton a Montecitorio e bug nell'https In apertura di puntata Anna Masera aveva parlato del Barcamp #Facciamolagenda che si è svolto alla Camera dei Deputati l'11 aprile e dell'Hackaton previsto sempre a Montecitorio dal 16 al 18 maggio.   In chiusura invece Raoul Chiesa ha spiegato i principali aspetti del grande fatto di cronaca della settimana in tema di sicurezza: Heartbleed, la falla nell'OpenSSL che ha terrorizzato gli utenti di Internet. In un'intervista a Wired Robin Saggelmann,  lo sviluppatore che l'ha introdotto nel protocollo, ha parlato di una banale svista presente da due anni. LEGGI "Hacker e politica: le tante facce del rapporto e la difficile definizione giuridica" LEGGI "Venti di (cyber)guerre: armi e strategie di difesa all'alba dei conflitti digitali" Immagine in home page: Cn24tv.it 14 aprile 2014
  • Assoluzione definitiva nel caso Google-Vividown per il motore di ricerca, breve commento alla sentenza

    di Michele Castello I giudici hanno effettuato una ricostruzione dettagliata del quadro normativo interno di riferimento, analizzando gli articoli di interesse non solo del Codice Privacy (d.lgs. 196/2003) ma anche del d.lgs. 70/2003 relativo alle disposizioni sul commercio elettronico enucleando i seguenti concetti fondamentali:
    • non sussiste, in capo ad un Internet Service Provider, anche qualora lo stesso sia qualificabile come hosting provider, un obbligo di sorveglianza dei dati immessi da terzi sul sito da lui gestito; né sussiste in capo allo stesso alcun obbligo sanzionato penalmente di informare il soggetto che ha immesso i dati (uploader) dell'esistenza e della necessità di fare applicazione delle norme contenute nel Codice della Privacy;
    • è necessario specificare i limiti di interazione tra i concetti di “trattamento” e di “titolare del trattamento”: mentre il primo è un concetto ampio, comprensivo di ogni operazione che abbia ad oggetto dati personali indipendentemente dai mezzi e dalle tecniche utilizzati, il concetto di "titolare" è, invece, assai più specifico, perché si incentra sull'esistenza di un potere decisionale in ordine alle finalità, alle modalità del trattamento di dati personali e agli strumenti utilizzati;
    • pertanto, Google è pienamente definibile come Internet Hosting Provider e, come affermato anche nella Sentenza della Corte di Giustizia europea nella causa /12, tale soggetto è riconducibile alla categoria dei titolari del trattamento di dati solo laddove incida direttamente sulla struttura degli indici di ricerca, ad esempio favorendo o rendendo più difficile il reperimento di un determinato sito;
    • nel caso di specie, quindi, il titolare del trattamento dei dati caricati sul sito Google Video è l’utente (uploader) che li ha caricati, in quanto l'essere titolare del trattamento deriva dal fatto concreto che un soggetto abbia scelto di trattare dati personali per propri fini; con la conseguenza che la persona che può essere chiamata a rispondere delle violazioni delle norme sulla protezione dei dati è il titolare del trattamento e non, invece, il mero hosting provider;
    Con il deposito odierno, quindi, i giudici della terza sezione penale della Corte di Cassazione hanno reso noti i motivi della conferma della sentenza della Corte di Appello di Milano che il 21 dicembre 2012 aveva assolto i tre manager di Google Italy dall’accusa di trattamento illecito di dati, punita dall’art. 167 Codice Privacy. Queste in sintesi le motivazioni dell’assoluzione dei tre (ex) manager di Google Italy, accusati di essere penalmente responsabili per aver violato la privacy di un minorenne disabile maltrattato in un video caricato sul servizio di hosting Google Video nell’estate del 2006. Tali conclusioni, secondo la Cassazione non sono obiettabili alla luce del dato, posto a fondamento di uno dei motivi di ricorso del PG, che l'art. 1, comma 2, lettera b) del d.lgs. n. 70 del 2003 prevede espressamente che non rientrano nel campo di applicazione della normativa sul commercio elettronico le questioni relative al diritto alla riservatezza, con riguardo al trattamento dei dati personali nel settore delle telecomunicazioni. Invero, secondo la Suprema Corte, tale clausola ha la sola funzione di chiarire che la tutela dei dati personali è disciplinata da un corpus normativo diverso da quello sul commercio elettronico; corpus normativo che rimane applicabile in ambito telematico anche in seguito all'emanazione della normativa sul commercio elettronico. Infine, ritenendo tali argomentazioni sufficienti per la conferma dell’assoluzione disposta con la sentenza impugnata, i giudici di legittimità lasciano poco spazio alle considerazioni in merito all’elemento soggettivo del reato, limitandosi ad evidenziare come il dolo del reato di cui all’art. 167 Codice Privacy non sia ravvisabile laddove, come nel caso di specie, oltre ad esservi la mancanza di un obbligo generale di sorveglianza, non sia individuabile la conoscenza, in capo al provider Google, deldato sensibile contenuto nel video caricato dagli utenti. 5 febbraio 2014
  • Autovelox, ora i Comuni devono adeguarsi

    di Michele Contartese La Corte Costituzionale con la sentenza 113/2015 depositata lo scorso 18 giugno 2015 (Presidente Criscuolo, Relatore Carosi) ha dichiarato l’incostituzionalità dell’art. 45, comma 6, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), nella parte “in cui non prevede che tutte le apparecchiature impiegate nell’accertamento delle violazioni dei limiti di velocità siano sottoposte a verifiche periodiche di funzionalità e di taratura”. Tale pronuncia interviene dopo l’affermazione di un, oramai, consolidato orientamento della Corte di Cassazione che soleva distinguere gli autovelox mobili in dotazione alle pattuglie delle forze di Polizia da quelli posizionati sulle strade che funzionano, invece, autonomamente, prevedendo solo a carico di quest’ultimi l’obbligo di verifiche periodiche. Tale orientamento trovava le proprie basi nei principi fissati dal Ministero delle Infrastrutture nel 2005 (a integrazione del Decreto ministeriale del 29 ottobre 1997) che escludeva la necessità di verifiche periodiche per gli strumenti «impiegati sotto il controllo costante degli operatori di polizia stradale». La Corte di Costituzionale ha superato tale orientamento ritenendo, invece, che qualsiasi strumento di misura, “specie se elettronico, è soggetto a variazioni delle sue caratteristiche e quindi a variazioni dei valori misurati dovute ad invecchiamento delle proprie componenti e ad eventi quali urti, vibrazioni, shock meccanici e termici, variazioni della tensione di alimentazione”. Pertanto, a causa dell’obsolescenza e del deterioramento che possono subire gli elementi elettronici che costituiscono l’autovelox, potrebbe essere pregiudicata non “solo l’affidabilità delle apparecchiature, ma anche la fede pubblica che si ripone in un settore di significativa rilevanza sociale, quale quello della sicurezza stradale”. La Corte Costituzionale, a tal fine, nella propria pronuncia ricorda che l’art. 142, comma 6, del D.lgs. n. 285 del 1992 dispone che «Per la determinazione dell’osservanza dei limiti di velocità sono considerate fonti di prova le risultanze di apparecchiature debitamente omologate, […] nonché le registrazioni del cronotachigrafo e i documenti relativi ai percorsi autostradali, come precisato dal regolamento». Dunque, tutti gli apparecchi utilizzati per rilevare l’eventuale superamento dei limiti di velocità debbono essere periodicamente verificati, in modo tale da garantire la sicurezza dei cittadini ma anche l’affidamento dei cittadini medesimi nelle Istituzioni chiamate a garantire la sicurezza stradale. Si può, quindi, pacificamente concludere che, alla luce della sopra richiamata sentenza, gli automobilisti potranno ottenere, previo ricorso, l’annullamento del verbale per eccesso di velocità emesso da un autovelox non sottoposto a controlli periodici. Sarà opportuno, dunque, che i Comuni e gli altri soggetti che vorranno utilizzare gli autovelox provvedano ad un controllo periodico degli stessi, in modo che al momento del rilevarsi di violazioni, i verbali erogati riportino l’attestazione della data dell’ultima taratura degli apparecchi utilizzati. Solo così, potranno evitare facili contestazioni da parte degli automobilisti, che troverebbero sicuro accoglimento dinanzi ai Giudici di Pace o dinanzi ai Prefetti. 23 giugno 2015
  • Azione revocatoria e presenza di ipoteche sull’immobile trasferito: sussiste il pregiudizio per il creditore chirografario?

    Cass. civile III sezione, n. 16793, del 13 agosto 2015 di Monica La Pietra Con la pronuncia n. 16793 del 13 agosto 2015, la Terza Sezione della Cassazione afferma che la presenza di ipoteche sull’immobile trasferito non esclude di per sé il requisito del pregiudizio per il creditore chirografario e l’interesse di questi a proporre l’azione revocatoria. La Suprema Corte innanzitutto ribadisce che, come la giurisprudenza di legittimità ha più volte affermato [1], l’esenzione da revocatoria dell’atto di adempimento di un debito scaduto ex art. 2901 terzo comma c.c.:
    • trova ragione nella natura di atto dovuto della prestazione del debitore in mora e, di conseguenza, nell’assenza della consapevolezza e volontarietà dell’atto di disposizione patrimoniale, richiesta in linea generale quale elemento soggettivo o psicologico della revoca;
    • non è impedita dalla disparità di trattamento che l’atto può determinare, atteso che l’azione revocatoria ordinaria, a differenza di quella fallimentare, non si pone l’obiettivo di tutelare la par condicio creditorum;
    • sebbene normativamente prevista soltanto per l’atto di adempimento in sé, va estesa anche all’ipotesi di alienazione di un bene eseguita per reperire la provvista necessaria a soddisfare i creditori, a condizione che tale alienazione rappresenti il solo mezzo per tacitare questi ultimi e si ponga in rapporto di strumentalità necessaria con l’atto di adempimento;
    • opera, ferma restando anche in questo caso la necessità di un rapporto strumentale, anche quando la somma realizzata con l’atto di alienazione sia maggiore di quella impiegata nel pagamento dei debiti. In questo caso la revoca potrà eventualmente colpire solo gli atti con i quali il debitore abbia disposto della somma residua.
      Ciò premesso, la Corte esamina il motivo di ricorso avente ad oggetto la violazione dell’art. 2901 c.c. per l’esistenza di iscrizioni ipotecarie sul compendio immobiliare oggetto del giudizio, che secondo i ricorrenti avrebbero comunque impedito al creditore chirografario attore, in caso di esecuzione sul bene, di rivalersi sul ricavato della vendita e soddisfare le proprie ragioni creditorie. Sul punto la Suprema Corte afferma che la presenza di ipoteche al momento della vendita non esclude di per sé il requisito del pregiudizio per il creditore chirografario e, quindi, la revocabilità dell’atto di trasferimento. Ciò in quanto «l’azione revocatoria opera a tutela dell’effettività della responsabilità patrimoniale del debitore ex art. 2740 cc, ma non produce, per ciò solo, effetti recuperatori o restitutori del bene dismesso al patrimonio del medesimo, sì che se ne debba necessariamente esigere la libertà e capienza». L’inefficacia dell’atto di disposizione, derivante dal vittorioso esperimento dell’azione, comporta infatti esclusivamente l’assoggettamento del bene al diritto del creditore revocante di promuovere nei confronti del terzo acquirente l’azione esecutiva o conservativa. L’esito di tale azione eventuale e differita, anche se proposta da un creditore chirografario, non può essere considerato, al momento della pronuncia di revoca, necessariamente compromesso dalla presenza di iscrizioni ipotecarie sul bene, poiché queste ultime possono subire vicende modificative o estintive. Pertanto, non può escludersi a priori la possibilità del soddisfacimento, anche soltanto parziale, del creditore revocante e l’utilità pratica dell’azione da questi proposta. Tale conclusione vale a maggior ragione in considerazione dell’arco temporale potenzialmente intercorrente tra l’atto revocato e la proposizione dell’azione espropriativa da parte del creditore revocante; arco temporale che può essere anche molto ampio, nell’ipotesi in cui il credito tutelato ex art. 2901 c.c. debba ancora giungere ad accertamento definitivo e compiuta esigibilità. I giudici di legittimità, infine, precisano che tale principio non si pone in contrasto con quanto affermato dalla Corte di Cassazione nel 2009 con la pronuncia n. 13435. Nel caso di specie, la Suprema Corte aveva confermato la sentenza di merito di rigetto della domanda per mancanza del presupposto del danno, sul rilievo che l’immobile oggetto di revocatoria era gravato da due ipoteche, sicché il creditore chirografario, ove anche la vendita non avesse avuto luogo, difficilmente avrebbe potuto ottenere su quel bene la soddisfazione del proprio credito. Per la sentenza del 2015 quest’ultima decisione non si esprime però in termini assoluti, ma meramente relativi, in quanto evidenzia la necessità di considerare la fattispecie concreta oggetto di giudizio. Per la citata pronuncia, infatti, «a norma dell’art. 2901, comma 1, c.c., il presupposto dell’azione revocatoria costituito dal pregiudizio alle ragioni del creditore si riferisce anche al pericolo di danno, la cui valutazione è rimessa alla concreta valutazione del giudice; ne consegue che, ove oggetto dell’azione revocatoria sia un atto di compravendita di un bene già ipotecato, se ad agire è un creditore chirografario, il pregiudizio deve essere specificamente valutato – nella sua certezza ed effettività – con riguardo al potenziale conflitto tra il creditore chirografario e il creditore garantito da ipoteca, e quindi in relazione alla concreta possibilità di soddisfazione del primo con riguardo all’entità della garanzia reale del secondo» [2]. Note [1] Cass. n. 13435 del 20.07.2004, in Giust. civ. Mass., 2004, 7-8; Cass. n. 16756 del 21.07.2006, in Giust. civ. Mass., 2006, 7-8; Cass. n. 11051 del 13.05.2009, in Banca borsa tit. cred., 2010, 2, II, 137 (s.m.), con nota di Bertino; Cass. n. 14557 del 22.06.2009, in Giust. civ. Mass., 2009, 6, 957; Cass. n. 14420 del 7.06.2013, in Giustizia Civile Massimario, 2013. [2] Cass. n. 16464 del 15.07.2009, in Vita not., 2009, 3, 1456. 31 agosto 2015
  • Cass., 11 novembre 2004, n. 24001: la contrarietà all’ordine pubblico delle certificazioni estere che, in caso di ricorso alla pratica della surrogazione di maternità, vietata dalla legge italiana, riconoscono lo status di genitori del nato in capo ai componenti della coppia committente

    di Emanuele Bilotti Due coniugi italiani, trovandosi entrambi nell’impossibilità di concepire un figlio, hanno tentato a più riprese la strada dell’adozione senza successo. Le tre domande di adozione presentate nel corso del tempo dalla coppia sono state infatti respinte, essendo state in ogni caso ravvisate in essa «grosse difficoltà nella elaborazione di una sana genitorialità adottiva». I due coniugi hanno allora pensato di soddisfare il proprio desiderio di essere genitori col ricorso alla pratica della surrogazione di maternità, che – com’è noto – è però tuttora vietata dalla legge italiana, segnatamente dall’art. 12, co. 6, l. 19 febbraio 2004, n. 40. I due coniugi italiani si sono dunque recati in Ucraina, dove sono riusciti a ottenere la formazione di un certificato di nascita dal quale risultava come figlio della coppia il nato da una madre surrogata ucraina con l’impiego di gameti maschili e femminili proveniente da terzi non identificati. E ciò nonostante che la legge ucraina consenta la pratica della surrogazione di maternità solo a condizione che almeno il 50% del patrimonio genetico del nascituro provenga dalla coppia committente. Il certificato di nascita in questione, al fine di attestarne l’autenticità, è stato quindi debitamente “apostillato” presso l’autorità ucraina competente secondo quanto previsto dalla Convenzione dell’Aja del 5 ottobre 1961 “riguardante l’abolizione della legalizzazione degli atti pubblici stranieri”, ratificata e resa esecutiva in Italia con l. 20 dicembre 1966, n. 1253. A questo punto i due coniugi hanno provato a trascrivere in Italia il certificato di nascita ucraino. Sono stati però sottoposti a procedimento penale per il delitto di alterazione di stato di cui all’art. 567 cod. pen., sospettandosi la falsità della dichiarazione di nascita da essi resa. È emerso infatti che, prima della nascita, la donna è stata sottoposta a un intervento di asportazione dell’utero (isterectomia) e che l’uomo è affetto da oligospermia. In conseguenza dell’avvio del procedimento penale, il Pubblico Ministero presso il competente Tribunale per i minorenni ha proposto ricorso per la dichiarazione dello stato di adottabilità del minore e il Tribunale ha disposto senz’altro in tal senso dopo aver accertato che coloro che risultavano essere i genitori dalla dichiarazione di nascita non erano affatto tali. A questo punto, il minore nato in Ucraina, non essendo figlio della coppia da cui pure era accudito, non risultava assistito né dai genitori né da altri parenti entro il quarto grado e versava perciò in quella situazione di abbandono morale e materiale, indicata dall’art. 8, l. 4 maggio 1983, n. 184, quale presupposto per la dichiarazione dello stato di adottabilità. Avverso la decisione del Tribunale i due coniugi hanno proposto appello. Anche il giudice dell’appello ha però confermato la decisione del Tribunale. E ciò perché il certificato di nascita ucraino, benché debitamente “apostillato”, non può comunque essere riconosciuto in Italia in base a quanto disposto dall’art. 65, l. 31 maggio 1995, n. 218. Quest’ultima disposizione esclude infatti qualsiasi efficacia nell’ordinamento interno di provvedimenti stranieri sull’esistenza di rapporti di famiglia laddove se ne ravvisi la contrarietà all’ordine pubblico. E, a giudizio del giudice dell’appello, stante il divieto della pratica di qualsiasi forma di surrogazione di maternità di cui all’art. 12, co. 6, l. 40/2004 cit., il certificato ucraino in questione deve senz’altro considerarsi contrario all’ordine pubblico. La decisione resa in appello è ora confermata anche dalla Corte di Cassazione. La motivazione della sentenza della Suprema Corte precisa alcuni importanti principi di diritto in ordine alla questione del riconoscimento nell’ordinamento italiano del rapporto di filiazione risultante dalla certificazione estera di una nascita conseguente al ricorso alla pratica della surrogazione di maternità. In particolare, è opportuno segnalare almeno le seguenti statuizioni. La Corte di Cassazione chiarisce anzitutto che non è corretto ritenere che un atto formato in uno dei Paesi aderenti all’indicata Convenzione dell’Aja del 5 ottobre 1961 possa essere pienamente efficace in Italia per il semplice fatto di essere stato debitamente “apostillato”. I giudici della Suprema Corte precisano infatti che «l’apostille… attesta soltanto l’autenticità del documento…, non certo la sua efficacia nell’ordinamento italiano, che è disciplinata… dalla l. n. 218 del 1995, il cui art. 65 prevede, fra l’altro, il limite dell’ordine pubblico… ». Sempre secondo la Suprema Corte, poi, non si può neppure sostenere che non basta la violazione del divieto di cui all’art. 12, co. 6, l. 40/2004 cit. al fine di ritenere la contrarietà all’ordine pubblico della certificazione straniera della genitorialità della coppia committente in caso di nascita da madre surrogata. I ricorrenti adducono invero che l’ordine pubblico non coincide con il cd. ordine pubblico interno, e cioè con qualsiasi norma inderogabile dell’ordinamento italiano. Quel limite dovrebbe piuttosto identificarsi con l’ordine pubblico internazionale, costituito dai soli principi fondamentali caratterizzanti l’atteggiamento etico-giuridico dell’ordinamento in un determinato periodo storico. Al fine di valutare la contrarietà o meno all’ordine pubblico della certificazione straniera della genitorialità dei committenti in caso di nascita da madre surrogata, bisognerebbe allora tener conto delle dichiarazioni e convenzioni internazionali ispirate alla protezione dei minori e dei principi costituzionali in tema di protezione dell’infanzia. In forza di quelle dichiarazioni e di quei principi dovrebbe allora ritenersi che, a prescindere dalla nullità dei contratti di maternità surrogata prevista dalla legge italiana, una volta che certi contratti abbiano avuto esecuzione, che il bambino sia nato e che sia stato accolto dalla coppia committente, ciò che conta è solo assicuragli di conservare gli stessi genitori che ha avuto sin dalla nascita. L’accertamento della genitorialità dei committenti in caso di maternità surrogata non sarebbe allora in alcun modo contrastante col limite dell’ordine pubblico. A una simile argomentazione la Suprema Corte oppone però che non è affatto corretto ritenere che l’ordine pubblico debba identificarsi unicamente con i valori condivisi dalla comunità internazionale, valori che il prudente apprezzamento del giudice non potrebbe trascurare e che dovrebbe anzi armonizzare col sistema interno. Infatti, a dire dei giudici di legittimità, l’ordine pubblico rappresenta «il limite che l’ordinamento nazionale pone all’ingresso di norme e provvedimenti stranieri, a protezione della sua coerenza interna; dunque non può ridursi ai soli valori condivisi dalla comunità internazionale, ma comprende anche principi e valori esclusivamente propri, perché fondamentali e (perciò) irrinunciabili. È peraltro evidente – prosegue la Suprema Corte – che, nella individuazione di tali principi, l’ordinamento nazionale va considerato nella sua completezza, ossia includendovi principi, regole ed obblighi di origine internazionale o sovranazionale». In ogni caso, secondo i giudici di legittimità, «il divieto di pratiche di surrogazione di maternità è certamente di ordine pubblico, come suggerisce già la previsione della sanzione penale, di regola posta appunto a presidio di beni giuridici fondamentali». In effetti, si osserva ulteriormente che «vengono qui in rilievo la dignità umana – costituzionalmente tutelata – della gestante e l’istituto dell’adozione, con il quale la surrogazione di maternità si pone oggettivamente in conflitto perché soltanto a tale istituto, governato da regole particolari poste a tutela di tutti gli interessati, in primo luogo dei minori, e non al mero accordo delle parti, l’ordinamento affida la realizzazione di progetti di genitorialità priva di legami biologici con il nato». I giudici della Suprema Corte rilevano poi che «neppure può sostenersi che il divieto in discussione si pone in contrasto con la tutela del superiore interesse del minore, da considerarsi preminente “in tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza sia delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi” ai sensi dell’art. 3 della Convenzione di New York [sui diritti dell’infanzia del 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva in Italia con l. 27 maggio 1991, n. 176]». E ciò perché – si afferma – «il legislatore italiano… ha considerato, non irragionevolmente, che tale interesse si realizzi proprio attribuendo la maternità a colei che partorisce e, affidando, come detto, all’istituto dell’adozione, realizzata con le garanzie proprie del procedimento giurisdizionale, piuttosto che al semplice accordo delle parti, la realizzazione di una genitorialità disgiunta dal legame biologico». Da ultimo, è opportuno evidenziare anche che, sempre secondo la Suprema Corte, neppure dalle due recenti pronunce della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 26 giugno 2014 (Mennesson c. Francia, ric. n. 65192/11 e Labassee c. Francia, ric. n. 65941/11) possono trarsi argomenti per ritenere la non contrarietà all’ordine pubblico di una certificazione straniera che, in caso di nascita da madre surrogata, accerti la genitorialità in capo ai committenti. La Corte di cassazione rileva infatti che in nessun modo quelle decisioni hanno affermato il diritto del nato mediante surrogazione di maternità ad essere riconosciuto figlio della coppia committente. Si chiarisce piuttosto «che in dette sentenze la Corte [di Strasburgo] ha riconosciuto un ampio margine di apprezzamento discrezionale ai singoli Stati sul tema della maternità surrogata, in considerazione dei delicati interrogativi di ordine etico posti da tale pratica, disciplinata in maniera diversa nell’ambito dei paesi membri del Consiglio d’Europa, e ha ravvisato il superamento di detto margine nel difetto di riconoscimento giuridico del rapporto di filiazione tra il nato e il padre committente allorché quest’ultimo sia anche padre biologico». 17 novembre 2014
  • Class action, SS. UU. Cassazione: "La competenza è del giudice ordinario"

    In tema di class action come previste dal codice del consumo la competenza spetta al giudice ordinario. È quanto affermano in sostanza le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione rigettando il ricorso della Trenord, società che opera nel settore del trasporto ferroviario e destinataria di un esposto dell'associazione dei consumatori Altroconsumo. "L'utente di un servizio pubblico - si legge nella sentenza - non è sottratto alla normativa di carattere generale riguardante la tutela del consumatore, ed ha conseguentemente diritto di rivolgersi al giudice ordinario volta che il rapporto giuridico non si instaura, indistintamente, tra gli utenti del servizio pubblico e l'ente erogatore, ma tra gli stessi utenti e il soggetto privato che si assume inadempiente in relazione al corrispondente contratto di trasporto pubblico nella sua fase attuativa".

    I nuovi diritti dei consumatori

    5 ottobre 2015
  • Conservazione dei dati nel Registro delle imprese: la Cassazione si rivolge alla Corte di Giustizia

    di Lorenzo Delli Priscoli Con ordinanza interlocutoria n. 15096 del 17 luglio 2015, la Cassazione ha proposto alla Corte di giustizia due questioni pregiudiziali ex art 267 TFUE, sospendendo il relativo giudizio. Le questioni involgono il trattamento dei dati personali che possono essere custoditi solo per il tempo necessario al conseguimento delle finalità per le quali sono stati acquisiti e successivamente trattati, secondo quanto previsto dall’art. 6, lett. e), della direttiva 46/95/CE attuata con d.lgs. n. 196/2003. Ci si chiede se tale disciplina debba prevalere sul sistema di pubblicità commerciale istituito con il registro delle imprese, pure di derivazione comunitaria, che prevede anche per le persone fisiche la conservazione dei dati rilevanti senza limiti di tempo e se, dunque, anche tali dati non debbano essere disponibili per un periodo di tempo limitato e in favore di destinatari determinati. Scopo della pubblicità commerciale è infatti quello di rendere noto oppure opponibile un certo fatto giuridico, al fine della sicurezza del mercato. Sulla premessa che solo il nucleo essenziale di ogni diritto fondamentale è insopprimibile, che anche gli interessi del mercato hanno una rilevanza tale da poter determinare una limitazione dei diritti fondamentali, il problema sottoposto alla Corte di Giustizia dalla Corte di Cassazione è dunque quello di come operare il corretto bilanciamento tra trasparenza dei traffici commerciali e il diritto fondamentale alla riservatezza e alla protezione dei dati personali. 21 luglio 2015
  • Contratto preliminare di preliminare, la sentenza della Corte di Cassazione n. 4628 del 06 marzo 2015

    Con la sentenza n. 4628 del 06 marzo 2015 le Sezioni Unite Civili della Suprema Corte di Cassazione, "a composizione di contrasto, hanno ritenuto valida e produttiva di effetti la stipulazione di contratto preliminare di preliminare (nella specie, relativa ad una compravendita immobiliare), ossia di un accordo che preveda anche solamente effetti obbligatori (e con esclusione dell’esecuzione in forma specifica in caso di inadempimento), se sia configurabile un interesse delle parti ad una formazione progressiva del contratto fondata su una differenziazione di contenuti negoziali. La violazione di tale accordo costituisce fonte di responsabilità contrattuale da inadempimento di una obbligazione specifica sorta nel corso della formazione del contratto". Si legge nella sentenza: "In presenza di contrattazione preliminare relativa a compravendita immobiliare che sia scandita in due fasi, con la previsione di stipula di un contratto preliminare successiva alla conclusione di un primo accordo, il giudice di merito deve preliminarmente verificare se tale accordo costituisca già esso stesso contratto preliminare valido e suscettibile di conseguire effetti ex artt. 1351 e 2932 c.c., ovvero anche soltanto effetti obbligatori ma con esclusione dell'esecuzione in forma specifica in caso di inadempimento. Riterrà quindi produttivo di effetti l'accordo denominato come preliminare, con il quale i contraenti si obblighino alla successiva stipula di un altro contratto preliminare, soltanto qualora emerga la configurabilità dell'interesse delle parti a una formazione progressiva del contratto basata sulla differenziazione dei contenuti negoziali e sia identificabile la più ristretta area del regolamento di interessi coperta dal vincolo negoziale originato dal primo preliminare. La violazione di tale accordo, in quanto contraria a buona fede, potrà pertanto dar luogo a responsabilità per la mancata conclusione del contratto stipulando, da qualificarsi di natura contrattuale per la rottura del rapporto obbligatorio assunto nella fase precontrattuale". 3 aprile 2015
  • Corte di Cassazione e sentenze online, il Garante Privacy: "Espungere dati identificativi"

    Bilanciare la diffusione online di documenti pubblici con la tutela del diritto alla privacy. È in sostanza questo il nodo da sciogliere alla base della lettera che il presidente del Garante per la protezione dei dati personali Antonello Soro ha inviato nelle scorse ore a Giorgio Santacroce, primo presidente della Corte Suprema di Cassazione. L'antefatto è la pubblicazione, sul sito della Cassazione, di tutte le sentenze emesse dalla Suprema Corte in materia civile negli ultimi cinque anni. "Si tratta di un'iniziativa di indubbio rilievo - esordisce la missiva del Garante - e che va sicuramente apprezzata nella finalità, cui è preordinata, di rendere accessibile a ciascun cittadino un patrimonio giuridico così prezioso quale, appunto, quello costituito dalle pronunce di legittimità. Tuttavia, la circostanza della pubblicazione integrale delle pronunce, con anche i nominativi, per esteso, delle parti e dei terzi coinvolti a qualunque titolo, non può non suscitare più di una preoccupazione in ordine alla garanzia del diritto alla protezione dei dati personali, spesso anche sensibili e giudiziari, degli interessati". La chiosa del Garante viene così ricondotta alla ormai celebre sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea del maggio scorso sul diritto all'oblio: "Questa preoccupazione si fonda, in particolare, sui rischi di indicizzazione, decontestualizzazione, finanche alterazione dei dati stessi, inevitabilmente connessi alla loro indiscriminata accessibilità via web; rischi ben evidenziati dalla sentenza della CGUE". Il nodo sull'indicizzazione delle sentenze era emerso già poche ore dopo la sentenza. Cassazionesentenzeonline"In proposito - continua il Garante - va infatti considerato se le stesse apprezzabili finalità di promozione della conoscenza, da parte dei cittadini, degli orientamenti giurisprudenziali espressi dalla Corte di Cassazione non siano egualmente realizzabili con modalità maggiormente idonee a tutelare il diritto alla riservatezza degli interessati. In tal senso, potrebbe essere utile riflettere sull'opportunità di espungere dai provvedimenti i dati identificativi, che pur nulla togliendo alla comprensione del contenuto giuridico della pronuncia, consentirebbe tuttavia di minimizzare l'impatto, in termini di riservatezza, della più ampia accessibilità dell'atto in rete". "In favore di questa soluzione depone, peraltro, un'interpretazione dell'articolo 52 del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, ove lo si ritenesse applicabile al caso di specie, conforme al diritto dell'Unione europea, come interpretato dalla Corte di Giustizia. Al fine di individuare le soluzioni maggiormente idonee a coniugare la più ampia conoscenza delle pronunce giurisdizionali e il diritto alla protezione dei dati personali - conclude Soro - questa Autorità si dichiara sin da ora disponibile ad ogni utile confronto". 9 ottobre 2014
  • Cybersecurity e antiterrorismo: la tutela dei cittadini oltre gli strumenti normativi. Report del convegno in Cassazione

    La necessità di un approccio multilivello, globale e in grado di contemperare diritti e interessi in gioco è emersa dal convegno "Cybersecurity e tutela dei cittadini", promosso ieri a Roma dall'Accademia Italiana del Codice di Internet. Dalle reti inter-istituzionali al counter-speech fino all'auto e co-regolamentazione degli attori in gioco, l'obiettivo è non svincolare la ricerca di sicurezza dal bene che deve essere protetto. Apruzzese (Polizia Postale): "Manca in Italia una cultura della sicurezza informatica". Busia (Garante Privacy): "Nelle indagini occorre una selezione dei dati che siano realmente utili. L'overload di informazioni raccolte spesso ha l'effetto opposto". Prof. Romolo: "Nuovi spazi di indagine sulle informazioni che circolano online sui precursori di esplosivi" A distanza di poco più di un mese dai drammatici episodi di Parigi e all'indomani dell'annuncio di nuove misure adottate dal Consiglio dei ministri in materia di contrasto al terrorismo internazionale, ci si interroga su quali siano gli strumenti normativi in materia di cybersecurity che garantiscano i diritti fondamentali e quali i modelli d’intervento efficaci per il contemperamento degli interessi in gioco. Questi i quesiti che hanno animato "Cybersecurity e tutela dei cittadini: strumenti normativi, modelli d’intervento e interessi in gioco”, convegno promosso a Roma dall'Accademia Italiana del Codice di Internet in occasione del Safer Internet Day e ospitato nel pomeriggio di ieri presso l'Aula Giallombardo della Suprema Corte di Cassazione. Un incontro tra giuristi, esperti della materia, rappresentanti delle istituzioni e stakeholder per un evento introdotto dal Prof. Alberto Gambino, Presidente dell'Accademia e Ordinario di Diritto privato presso l'Università Europea di Roma, e moderato Prof.ssa Giusella Finocchiaro, Presidente del gruppo lavoro sul commercio elettronico della Commissione Onu per il diritto commerciale internazionale (Uncitral). 1b "Lo scenario che si propone - ha esordito il Prof. Gambino - risulta molto complesso: da un lato la necessità, attualmente quanto mai pressante, di tutelare l’interesse collettivo della sicurezza pubblica, dall’altro la constatazione che le ingerenze del regolatore potrebbero direttamente comprimere diritti individuali inviolabili, ovvero limitare i diritti degli operatori economici, fornitori di servizi della società dell’informazione. La vera sfida consiste, dunque, nel raggiungere quell’equo contemperamento che, a fronte di quanto esposto, risulta essere non solo imprescindibile ma altresì assai delicato, avuto riguardo al rango degli interessi in gioco: tutti di livello costituzionale, ognuno tutelato da diverse fonti nazionali e sovranazionali che, talvolta sull’onda di un particolare contesto storico-politico, hanno approntato diverse soluzioni". PositionPaperIAIC11febbraio2015"La complessità delle questioni suggerisce, come già anticipato, di considerare anche strade alternative agli strumenti normativi, in particolare usando a favore della collettività accorgimenti tecnici e divulgativi: strumenti di carattere informativo che, con gli opportuni correttivi, potrebbero essere in grado di finalizzare le intenzioni del legislatore. Ciò a cominciare dalla realizzazione e dall’implementazione delle reti inter-istituzionali che potrebbero essere individuate quale modelli di intervento idoneo per realizzare un equo bilanciamento tra tutti gli interessi coinvolti, riducendo peraltro il rischio di esposizione dei fornitori di connettività e di servizi globali alle rivendicazioni di tutela del diritto alla riservatezza e alla protezione dei dati personali avanzate dagli utenti. L’esperienza statunitense relativa all’applicazione del Patriot Act, ha mostrato come anche l’adozione di tecniche di criptazione dei dati conduca ad un equo bilanciamento tra tutela della sicurezza pubblica e tutela dei diritti e delle libertà costituzionalmente garantite: i dati criptati possono, infatti, essere raccolti e detenuti dalle competenti autorità governative le quali 'usano' tali informazioni solo in presenza di un sospetto fondato di una minaccia alla sicurezza proveniente da un individuo in particolare. Infine, potrebbero tornare utili altri strumenti di carattere tecnico informativo, come ad esempio i cosiddetti counter-speech i quali, apparendo in sovrapposizione alla pagina web a contenuto critico, perseguono l’obiettivo di veicolare messaggi positivi, non necessariamente confutando i contenuti visionati, cosa che paradossalmente potrebbe provocare un rafforzamento delle convinzioni dell’utente". "Questi appena elencati - ha chiosato il Prof. Gambino - sono solamente taluni degli strumenti non normativi che potrebbero limitare e contrastare nel medesimo scenario del cyberspazio gli attacchi terroristici sulla e alla Rete e che si ritiene il legislatore nazionale, o sovranazionale, non possa ignorare nell’ottica di un’efficace repressione di fenomeni pericolosi come il cyberterrorismo senza per questo porre a detrimento diritti inviolabili faticosamente conquistati. Appare, d’altronde, più facile condividere globalmente uno strumento tecnico, quale ad esempio la criptazione dei dati, o politiche di educazione degli utenti della Rete, quale il counter-speech, piuttosto che un testo normativo. Tale carattere deve essere tenuto in massima considerazione in quanto organizzazioni terroristiche che operano su scala globale richiedono e impongono altrettanto globali e unitarie risposte. In questo scenario, dunque, emerge come la tutela del cyberspazio possa essere efficacemente e proficuamente demandata ad iniziative di auto e co-regolamentazione degli operatori economici che, nell’ambito di politiche legislative condivise da parte di vari Paesi, risultano essere maggiormente celeri nel dare una precisa risposta alle istanze di risoluzione dei conflitti".

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    Il dato culturale emerge anche dalle parole di Antonio Apruzzese, Direttore del Servizio di Polizia Postale e delle Comunicazioni: "In Italia manca una cultura della sicurezza informatica. Il problema della sicurezza cibernetica è soprattutto legato ai danni che subisce il cittadino nella sua individualità. Ma oltre agli utenti come vittime rileva anche la posizione di quei cittadini che si ritrovano inconsapevolmente a fornire la loro dotazione tecnologica ai criminali. Parlo delle cosidette botnet, batterie di computer utilizzare per commettere crimini come quello che ha interessato la Sony nelle scorse settimane. Una vicenda nella quale sono state coinvolte diverse macchine italiane e talvolta appartenenti ai complessi dell'apparato pubblico. Più in generale, sono ormai più della metà i casi in cui noi andiamo a bussare a casa di persone dalle cui macchine sono partiti attacchi e fatti criminosi ma che con essi c'entrano nulla. La scarsa consapevolezza dei rischi informatici - ha chiosato Apruzzese - crea grandi rischi che si ripercuotono con pesanti effetti sulla società e anche sull'economia. In questo senso, l'Italia ha avviato un cammino virtuoso per la tutela delle infrastrutture pubbliche, dotandosi di un piano per la sicurezza cibernetica, anche se restano da sciogliere i reali compiti di ogni ente coinvolto nel percorso. Fondamentale, sotto un altro punto di vista, la sensibilizzazione ad un uso consapevole dei mezzi per superare un problema che è prima di tutto di cultura". Anche Corrado Giustozzi, membro del Permanent Stakeholders’ Group dell'ENISA, ha sottolineato come "un corretto utilizzo del mezzo è fondamentale per la creazione di un ambiente più sicuro" e che "la soluzione non è mai solo di tipo tecnologico". Andrea Stazi di Google ha così evidenziato: "La nostra azienda è impegnata per la promozione di strumenti che garantiscono una navigazione più sicura, come l’autenticazione a due step per i servizi come gmail e l’utilizzo del safe browsing, che allerta gli utenti quando cercano di accedere a siti pericolosi per la sicurezza del loro dispositivo". Orientato alle nuove tecniche di indagine è stato invece l'intervento del Professor Francesco Saverio Romolo della Université de Lausanne: "Il terrorista oggi non è più un personaggio che va a reperire le armi a migliaia di chilometri dal luogo in cui intende agire e le trasporta tra mille peripezie, ma è un soggetto che sta nella sua cucina e prepara ordigni letali con comuni elementi che trova al supermercato, seguendo alla lettera ricette che trova abbondantemente sul web. Gli elementi di questo tipo sono conosciuti come precursori di esplosivi, e la loro conoscenza, così come la possibilità di analizzare le informazioni ad essi connesse scambiate in rete, aprono nuovi spazi di indagine che permettono di intercettare un tentativo di fatto criminoso nel momento in cui prendono vita le sue premesse. Senza contare l'occasione economica che si crea per le aziende innovative che siano in grado di mettere a punto strumenti in grado di svolgere questo lavoro". [caption id="attachment_14463" align="aligncenter" width="650"]Prof.Romolo Consulta le slide del Prof. Romolo[/caption] Sul valore delle informazioni raccolte si è concentrato anche l'Avv. Giuseppe Busia, Segretario Generale Autorità Garante per la protezione dei dati personali: "L'esperienza della 'pesca a strascico' della Nsa ci ha insegnato che spesso l'overload di dati raccolti li rende inutili, perché gli investigatori sono costretti a metterne da parte di significativi. Come del resto accaduto con gli attentatori di Parigi, supersospettati che erano stati tenuti d'occhio nei loro spostamenti e che in ogni caso hanno potuto mettere in atto il loro piano criminoso. Questo ci indica la strada, peraltro già tratteggiata nelle norme sulla privacy, verso una selezione dei dati realmente significativi da raccogliere per svolgere indagini e scongiurare sul nascere alcuni pericoli. E se centrale appare anche garantire la sicurezza degli spazi fisici nei quali sono conservati e tramite i quali circolano i dati, bisogna sempre eludere la possibilità che sia l'emotività a guidare l'azione normativa. Perché ciò che ci differenzia da chi ci attacca è un sistema di valori dove alle autorità non è permesso esercitare un controllo generalizzato, asfissiante al tal punto da condizionare e compromettere a monte la libertà di soggetti come Charlie Hebdo, che in uno stato di polizia non avrebbero certo potuto sorgere". Punto di vista simile per Alessandro Politi, direttore del NATO Defense College Foundation, quando afferma: "Quando la sicurezza si svincola dal bene che protegge il rischio è grande". Nelle sue conclusioni la Prof.ssa Giusella Finocchiaro, Presidente del gruppo lavoro sul commercio elettronico della Commissione Onu per il diritto commerciale internazionale (Uncitral), ha affermato: "Emerge la necessità di un approccio consapevole dei diritti in gioco costituzionalmente tutelati, ma bisogna altresì essere consapevoli che, data la dimensione globale dei temi, non c'è sempre condivisione tra i vari Paesi sui diritti e sui valori in questione. Il secondo dato fondamentale è che, sotto il profilo normativo, non si può non adottare un approccio a più livelli e insieme giuridico e tecnologico. Infine, la sicurezza non può non essere integrata, nel senso che deve essere tecnologica, giuridica e anche umana, con un forte richiamo al ruolo politico, perché le politiche di sicurezza in questo ambito non possono essere considerate soluzioni meramente tecnlogiche". Ai lavori hanno preso parte anche il Min. Plen. Giovanni Brauzzi (Vice Direttore Generale per gli Affari Politici e Direttore Centrale per la Sicurezza), il Tenente Colonnello Antonio Colella (Presidenza del Consiglio dei Ministri – Ufficio del Consigliere Militare), l’Ing. Mario Terranova (Area Sistemi e Tecnologie – AgID), Anna Cataleta (H3G) e Roberto Fermani (Telecom Italia). [gallery type="slideshow" ids="14374,14375,14376,14377,14378,14379,14380,14381,14382,14383"]   12 febbraio 2014
  • Il reato di molestia alle persone realizzato in ambiente Facebook: l’interpretazione della Cassazione con la sentenza n. 37596/2014

    di Francesco Mazara Grimani (via MediaLaws) Merita sicuramente attenzione la recentissima pronuncia della I Sezione Penale della Corte di Cassazione, depositata il 12 settembre 2014, che ha affermato rilevanti principi in tema di social network, soprattutto con riferimento alla definizione di luogo pubblico da un punto di vista penalistico. Con la sentenza di cui si tratta, i Supremi Giudici si sono trovati ad affrontare un caso di molestie e disturbo alla persona di cui all’art. 660 c.p.; nel caso in esame la persona offesa, redattrice di un’emittente televisiva, veniva importunata ripetutamente con continui apprezzamenti volgari a sfondo sessuale sia presso la redazione in cui prestava la sua attività lavorativa, sia mediante l’uso di commenti sul proprio profilo Facebook. La Corte di Appello di Firenze aveva dichiarato l’imputato colpevole del reato a lui ascritto, ritenendo la fattispecie di reato p. e p. dall’art. 660 c.p. integrata dai messaggi inviati sotto pseudonimo tramite internet sulla pagina Facebook della vittima. Tale pagina veniva considerata dai Giudici d’Appello come una vera e propria “community aperta, evidentemente accessibile a chiunque”. Investita dalla questione, la Cassazione ha per la prima volta operato una distinzione, ai fini della definizione di spazio pubblico con specifico riferimento al popolare social network, tra gli apprezzamenti rivolti alla persona offesa inseriti direttamente sulla pagina della stessa leggibile da parte di tutti gli utenti ( il cd. “diario”), o diversamente nella parte destinata alla messaggeria, che può essere visualizzabile soltanto dal destinatario dei messaggi suddetti. La Suprema Corte ha stabilito che soltanto nel primo caso può ricorrere il requisito di pubblicità delle molestie, necessario per integrare la contravvenzione di cui all’art. 660 c.p., e non invece laddove tali molestie vengano perpetrate tramite messaggi privati. Quindi, fermo restando il carattere di Facebook quale “piazza immateriale”, che consente un numero indeterminato di accessi e di visioni in relazione ai contenuti multimediali che su tale social network vengono caricati, la sentenza della Cassazione afferma per la prima volta la necessità di operare una distinzione tra la pagina dell’iscritto a Facebook in cui sono pubblicate le frasi che gli sono destinate, ed il servizio di messaggeria individuale. 24 settembre 2014
  • Il sequestro preventivo di testate giornalistiche online nei casi di presunta diffamazione: si pronunciano le Sezioni Unite

    SSUU 31022/2015 La testata giornalistica telematica – assimilabile a quella tradizionale – rientra nel concetto di “stampa” e soggiace alla normativa, di rango costituzionale e di livello ordinario, che disciplina l’attività di informazione professionale diretta al pubblico; il giornale online, così come quello cartaceo, non può essere oggetto di sequestro preventivo tranne nei casi previsti dalla legge: tra essi non figura l’ipotesi del reato di diffamazione. Con la sentenza n. 31022/2015 le Sezioni Unite si pronunciano su due questioni di diritto strettamente connesse tra loro: a) la prima, di carattere generale, concernente la possibilità di disporre il sequestro preventivo di risorse telematiche per contrastare reati commessi in internet, “posto che la cautela si risolverebbe non nella materiale apprensione della cosa pertinente al reato, bensì nell'imposizione all'indagato o all'imputato o a terzi di un tacere, consistente nel compimento delle operazioni tecniche necessarie per "oscurare" e rendere, quindi, inaccessibile agli utenti, ove ne ricorrano i presupposti, un intero sito o una pagina web”; b) risolta positivamente la prima questione, quella ulteriore dell'ammissibilità del sequestro preventivo della pagina web di una testata giornalistica telematica debitamente registrata, in caso di diffamazione. Massima: Monica La Pietra 31 agosto 2015
  • L’art. 600-quater c.p. e la condotta di detenzione di materiale pedopornografico

    di Francesco Mazara Grimani (via MediaLaws) Tra le varie fattispecie di reato presenti nel codice penale, l’art. 600-quater c.p. è sicuramente una di quelle che desta una maggiore riprovazione, nonché un concreto allarme sociale, nell’opinione comune. Con tale norma il legislatore ha infatti voluto sanzionare la detenzione di materiale pedopornografico, qualificando come tale la disponibilità, anche momentanea, da parte dell’agente, di materiale pornografico realizzato mediante la partecipazione di minorenni. La diffusione di Internet ed il proliferare di programmi informatici che permettono il cd. “file sharing”, ossia lo scambio di file tra utenti connessi tra loro mediante appositi server, ha purtroppo ampliato il fenomeno della pedopornografia, e soprattutto della sua fruizione on-line. Con specifico riferimento ai contenuti pedopornografici acquisiti mediante la rete internet, la Cassazione ha più volte affermato che la responsabilità dell’agente è subordinata all’attività di downloading dei file dalla rete, in quanto, mediante questa attività, lo stesso acquisisce un autonomo possesso dei contenuti multimediali. E’ quindi irrilevante che l’autore del reato abbia successivamente cancellato il materiale, allocandolo ad esempio nel “cestino” del sistema operativo del computer, in quanto, da quella porzione di memoria, poteva comunque essere agevolmente recuperato: la Suprema Corte ha di conseguenza stabilito che in questi casi sussiste ancora una detenzione da parte dell’agente. La recente sentenza n. 10491/2014 della Terza Sezione penale della Cassazione – pubblicata in data 5 marzo 2014 – ha sancito un altro importante principio in tema di detenzione di materiale pedopornografico, specificatamente in relazione ai frammenti di file. Nel caso in esame, tali frammenti erano infatti stati individuati in fase di indagine dai periti sul computer dell’imputato, mediante l’utilizzo di strumentazioni particolarmente complesse, che sicuramente non rientravano nella disponibilità dell’imputato stesso. Si trattava quindi di file aventi ad oggetto immagini di pornografia minorile, presenti nella memoria del computer, ma, proprio perché frammentati, non leggibili – e di conseguenza visualizzabili – con gli strumenti informatici a disposizione dell’imputato. In relazione alla ricorrenza dell’elemento oggettivo del reato di cui all’art. 600-quater c.p. nel caso di cui si tratta, la Corte di Cassazione ha quindi affermato che il medesimo si fonda sulla concreta utilizzabilità del file da parte dell’agente, in considerazione delle sue conoscenze tecniche e degli strumenti a sua disposizione. Infatti, non si può parlare di materiale pedopornografico nell’accezione di cui alla fattispecie penale, laddove ci si riferisca a minuscoli frammenti di file, non coordinati e sequenziali tra di loro, e di conseguenza illeggibili ed inutilizzabili. In situazioni come il caso affrontato, è di conseguenza molto importante la concreta verifica in relazione alla sussistenza del dolo del delitto: sussistenza che si determina laddove l’agente sia certo della minore età dei soggetti rappresentati nel materiale detenuto o procurato, nonché della natura pornografica dello stesso. La Corte ha quindi annullato senza rinvio la sentenza impugnata. Nel caso di specie infatti, erano stati individuati nel computer dell’imputato migliaia di file a contenuto pornografico, con protagonisti individui maggiorenni: la natura frammentata ed illeggibile che invece caratterizzava i file di carattere pedopornografico ha permesso di escludere il dolo dell’agente, lasciando di conseguenza presupporre per una detenzione inconsapevole dei contenuti multimediali oggetto di contestazione penale. 28 maggio 2014
  • La Cassazione penale e il diritto alla riservatezza ed integrità dei sistemi informatici. Un primo approccio?

    di Giorgio Giannone Codiglione Con sentenza n. 27100 resa lo scorso 26 maggio, la sesta sezione penale della Suprema Corte di Cassazione si è pronunciata sulla liceità dell’utilizzo dei c.d. captatori informatici nelle attività di intercettazione d’urgenza telematica. Attraverso l’utilizzo di software autoinstallanti, è infatti possibile accedere da remoto ai terminali fissi (personal computer) o mobili (smartphone, tablet) in possesso di ignari cittadini con lo scopo di raccogliere le informazioni presenti in memoria (ad es. i metadati sul traffico telefonico in entrata ed uscita) o, ancora, di effettuare registrazioni audio e video attivando le videocamere e i microfoni incorporati nei terminali stessi, senza l’ausilio di alcun dispositivo “esterno” (microspie, registratori, telecamere di sorveglianza). Proprio su quest’ultima tecnica  si è concentrata la S.C., delineando un quadro interpretativo attento a contemperare l’efficienza e l’efficacia delle attività inquirenti e la tutela delle libertà costituzionali di riservatezza e segretezza delle comunicazioni. Quanto all’attività di registrazione audio a distanza, gli ermellini hanno rilevato che l’art. 266, secondo comma, c.p.p. contempli l’ipotesi di intercettazione c.d. ambientale facendo riferimento alle comunicazioni “tra presenti”, limitandone così l’estensione ad ambienti e luoghi ben definiti ed indicati puntualmente all’atto dell’emanazione del provvedimento autorizzatorio. Al contrario, la captazione ubiquitaria dei dialoghi tenuti dall’indagato nel corso dell’intera giornata, favorita dallo sfruttamento delle periferiche in dotazione a tutti i dispositivi mobili, contrasta con tale limite, imposto in primo luogo dall’art. 15 Cost., secondo cui la deroga al principio di inviolabilità della libertà e della segretezza delle comunicazioni è concessa solo “per atto motivato dell'autorità giudiziaria e con le garanzie stabilite dalla legge”. Con riferimento alle videoriprese da remoto, è stata altresì adottata un’interpretazione restrittiva, basata sul presupposto che le videoregistrazioni in luoghi pubblici, o aperti o esposti al pubblico, effettuate dalla p.g. “vanno incluse nella categoria delle prove atipiche, soggette alla disciplina dettata dall'art. 189 c.p.p.,” e non possono essere espletate in ambito domiciliare (per cui sono illecite ed inutilizzabili) e, ancora, qualora esse coinvolgano il diritto alla riservatezza dell’indagato, possono essere ammesse solo con provvedimento motivato. La sentenza in commento – nel colpevole silenzio del legislatore – ha il pregio di adeguare il dato normativo all’incessante evoluzione tecnologica, garantendo un livello – seppur minimo – di tutela delle libertà individuali nelle ipotesi di attività investigativa svolta attraverso l’uso di software autoinstallanti di captazione informatica (i cc.dd. Trojan di Stato), rimarcando altresì il fondamentale compito di “filtro” demandato all’autorità giudiziaria. L’indirizzo seguito dalla S.C., basato su una interpretazione estensiva dei princìpi di cui agli artt. 14 e 15 Cost., pare contemplare – seppur solo in parte – l’innovativa posizione sostenuta già nel 2008 dal Bundesverfassungsgericht[1] In quella sede, la Corte costituzionale tedesca ha reputato illegittime alcune norme federali sul monitoraggio e l’accesso segreto ai sistemi tecnologici con software spia. Partendo da un’approfondita rassegna degli artt. 10 e 13 del Grundgesetz (sulla segretezza delle comunicazioni e l’inviolabilità della dimora) e del c.d. diritto all’autodeterminazione informativa (recht auf informationelle Selbstbestimmung) coniato per via giurisprudenziale da una lettura del combinato disposto di cui agli artt. 2.1 e 1.1 GG [2], il BVerfG si è spinto sino ad affermare il nuovo diritto fondamentale riservatezza ed integrità dei sistemi tecnologici di informazione (Gewährleistung der Vertraulichkeit und Integrität informationstechnischer Systeme), posto a protezione di quei dispositivi che «da soli, o nella loro interconnessione, possano contenere dati personali dell’interessato tali che l’accesso al sistema faciliti l’ingerenza di terzi in ambiti rilevanti della propria vita o sveli frammenti della propria personalità» [3]. Note [1] BVerfG, 27 febbraio 2008 – 1 BvR 370/07 - 1 BvR 597/07, in Comp. e dir. civ. (http://www.comparazionedirittocivile.it/prova/files/gs_20080227.pdf). [2] BVerfG, 15 dicembre 1983 - 1 BvR 209/83, in NVwZ,1984, 167 [3] Sul tema v.  S. Rodotà, Il diritto di avere diritti, Bari-Roma, 2012, p. 316 ss. Sia inoltre consentito il rinvio a S. Sica – G. Giannone Codiglione, La libertà fragile, Napoli, 2014, spec. pp. 35-43. 1 agosto 2015
  • La tutela del domicilio informatico, anche ai sensi dell’art. 51 c.p.: la sentenza della Cassazione n. 52075 del 2014

    di Francesco Mazara Grimani (via MediaLaws) Il concetto di domicilio informatico è una tema sempre più frequentemente affrontato dalla Suprema Corte. Con la sentenza n. 52075 del 29 ottobre 2014, la Quinta sezione penale si è pronunciata relativamente ad una sentenza del Tribunale di Cremona che, all’esito di un giudizio abbreviato, aveva condannato un commercialista per aver acceduto abusivamente alla casella mail del suo collega di studio, prendendo cognizione di alcuni messaggi inviati dallo stesso – di professione avvocato – in cui si facevano pesanti apprezzamenti sui magistrati ed avvocati del proprio foro. La linea difensiva dell’imputato era quella di sostenere, nel caso di specie, la sussistenza della scriminante dell’esercizio di un diritto relativamente all’accesso abusivo ad un sistema informatico protetto: il commercialista aveva infatti affermato che tutta l’attività realizzata sulla casella email del collega di studio era funzionale alla sua difesa in un procedimento penale che lo riguardava, al fine di far emergere una macchinazione nei suoi confronti: da tale supposta macchinazione, era scaturito un procedimento incardinato presso la Procura della Repubblica di Cremona, che lo vedeva appunto figurare tra gli indagati. Tale strategia difensiva non ha però trovato accoglimento da parte dei Supremi Giudici. Gli stessi hanno infatti chiarito che l’accesso ad un sistema informatico protetto, ancorché sia utile all’agente al fine di carpire dati utili alla sua difesa in giudizio, non può essere scriminato ai sensi dell’art. 51 c.p. : l’attività posta in essere deve infatti costituire una corretta estrinsecazione delle facoltà inerenti al diritto di difesa, non trasmodando in aggressioni alla sfera giuridica altrui. Nel caso di cui si tratta, la casella di posta elettronica configura sicuramente un domicilio informatico: per tale può essere definito lo spazio ideale – ma anche fisico in cui sono contenuti i dati informatici – di pertinenza della persona, a cui viene estesa la tutela della riservatezza della sfera individuale, quale bene anche costituzionalmente protetto (in questo senso, Cass. Pen., N. 42021/2012). Il domicilio informatico è quindi inteso come il bene giuridico per la cui tutela l’ordinamento garantisce il diritto di esplicare liberamente qualsiasi attività lecita all’interno del luogo informatico (inteso come spazio ideale, i cui confini “virtuali” sono rappresentati da informazioni), con facoltà di escludere terzi non graditi. Sulla base di queste argomentazioni, i Giudici della Quinta Sezione penale della Cassazione hanno rigettato il ricorso, in quanto l’attività posta in essere dal ricorrente avrebbe dovuto arrestarsi di fronte agli ambiti di esclusivo dominio privato, come dimostrato dalla previsione dell’art. 391 sexies c.p.p., tra cui deve quindi annoverarsi anche il domicilio informatico, costituito in questo caso dalla casella email della persona offesa. LEGGI Locus commissi delicti e accesso abusivo ad un sistema informatico alla luce della sentenza della Corte di Cassazione n. 40303/2013  27 gennaio 2015
  • La tutela ultramerceologica del marchio di rinomanza. Nota alla sentenza della Corte di cassazione n. 13090, 27 maggio 2013

    di Alessio Baldi Nota alla sentenza della Corte di cassazione n. 13090, 27 maggio 2013 (LEGGI LA SENTENZA) Sommario
    1. Iter processuale
    2. Il D.lgs. n. 480/1992 di attuazione della Direttiva n. 89/104/CEE, problemi di successione della legge nel tempo
    3. La tutela ultramerceologica e non, alla luce della Direttiva n. 89/104/CEE e del D.lgs. n. 480/1992
    4. Il marchio che gode di rinomanza e l’attuale articolo 20 lett. c) del Codice di Proprietà Industriale
    5. Conclusioni.

    1. Iter processuale.  

    La sentenza in commento ribadisce un orientamento giurisprudenziale che deve essere interpretato alla luce del particolare momento storico in cui i fatti di causa si sono svolti. Difatti, l’affermazione che “per i marchi celebri bisogna considerare il pericolo di confusione in cui il consumatore può cadere attribuendo al titolare del marchio celebre la fabbricazione anche di altri prodotti non rilevantemente distanti sotto il piano merceologico”[1],risulta comprensibile se inserita in un contesto normativo come quello oggetto di causa, mentre potrebbe apparire scorretta se letta alla luce della disciplina attuale in materia di tutela ultramerceologica del marchio notorio. E’ opportuna una seppur sommaria ricostruzione dei fatti controversi. Oramai oltre un decennio fa, la nota casa di moda britannica J. Barbour & Sons Ltd (per brevità, Barbour) citava in giudizio due società italiane (rispettivamente, la titolare del segno ritenuto in violazione della privativa di parte attrice e la società licenziataria dello stesso) per contraffazione del proprio marchio, nonché per contestare una loro responsabilità ai sensi dell’articolo 2598 n. 1 e n. 2 del codice civile [2], domandando al contempo la dichiarazione di nullità del marchio concesso alla convenuta. La vertenza in questione, nonostante sia giunta soltanto adesso a definizione [3], ha ad oggetto registrazioni risalenti: al settembre del 1986 quella della Barbour ed al novembre del 1992 quella della convenuta società italiana, titolare di un marchio identico a quello di parte attrice. Il Tribunale di Firenze, partendo dall’assunto che il marchio della Barbour godesse già di notorietà al momento dei fatti oggetto di causa, ha riconosciuto che controparte stava sfruttando la forza evocativa del medesimo segno, attraverso la produzione di articoli corrispondenti a classi merceologiche (la 16 e la 18) diverse da quella coperta dal diritto di esclusiva della Barbour (la 25). [4] Il giudice di prime cure, ritenuto provato l’uso del marchio da parte delle convenute a partire dall’autunno del 1995, posta la notorietà del segno e la sussistenza di affinità tra le classi 25 e 18, ha perciò stabilito l’applicabilità dell’articolo 1 lett. b) e c) della Legge Marchi come modificata dal D.lgs. n. 480 del 1992, così accogliendo le domande di parte attrice circa la distruzione e l’inibitoria di quanto era stato contraffatto. Con la medesima decisione il Tribunale non ha accolto però né la domanda di risarcimento né quella di nullità del brevetto di controparte, in virtù della disciplina transitoria disposta dall’articolo 89 del D.lgs. n. 480 del 1992 [5]. La due società italiane hanno proposto appello contro questa sentenza contestando gravi profili di contraddittorietà della decisione del Tribunale fiorentino – da un lato la riconosciuta illegittimità dell’uso del segno oggetto di giudizio e dall’altro la contestuale dichiarazione di “non nullità” del medesimo (equivalente ad una dichiarazione di legittimità della privativa in sé considerata) – nonché lamentando l’assenza di affinità tra la classe 25 e la classe 18. Poiché tutte queste censure sono state respinte dalla Corte di Appello di Firenze, le due società italiane soccombenti hanno proposto ricorso in Cassazione avverso la decisione di secondo grado, deducendo - in via preliminare – la carenza di motivazione in ordine alla notorietà del marchio, ed inoltre denunciando – nuovamente – i già citati profili di contraddittorietà della sentenza impugnata. La Suprema Corte ha invece accolto un solo motivo di doglianza, presentato in via incidentale dalla Barbour per contestare la mancata dichiarazione di nullità del marchio di controparte, relativo al fatto che già prima della riforma del 1992 era riconosciuta, da parte della giurisprudenza, la protezione dei marchi notori in relazione a prodotti non affini.

    2. Il D.lgs. n. 480/1992 di attuazione della Direttiva n. 89/104/CEE: problemi di successione della legge nel tempo

    2. Ai fini di una compiuta analisi di questa sentenza è doveroso, in primo luogo, analizzare brevemente le successive modifiche intervenute nella normativa richiamata dai giudici di Cassazione. Il marchio di titolarità della Barbour è stato concesso nel 1986, mentre la registrazione dell’altro identico, della convenuta, risale al novembre del 1992. Posto che il D.lgs. n. 480, emesso al fine di dare attuazione alla Prima Direttiva del Consiglio delle Comunità Europee del 21 dicembre del 1988 sul ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri in materia di marchi d’impresa (Direttiva n. 89/104/CEE), è entrato in vigore a dicembre del 1992, la Corte di Cassazione ha correttamente definito per la sua non applicabilità al caso di specie. Tuttavia, considerando che al momento in cui si son svolti i fatti la Direttiva era già stata emanata, i giudici della Suprema Corte hanno stabilito che il caso in esame era da decidersi tenendo conto di quanto in essa disposto. In altre parole, la Corte ha affermato che l’ordinamento previgente rispetto al D.lgs. n. 480 del 1992, deve essere interpretato in modo conforme alla direttiva n. 89/104/CEE, adottando per i marchi celebri “un criterio più largo di quello adoperato per i marchi comuni”.[6]

    3. La tutela ultramerceologica, alla luce della Direttiva n. 89/104/CEE e del D.lgs. n. 480/1992

    Ciò premesso, non è possibile esimersi dal chiarire quali modifiche sono state apportate dalle normative appena citate. Partendo dalla prassi giurisprudenziale nazionale precedente all’entrata in vigore del D.lgs. n. 480 del 1992, si nota che già allora alcune sentenze avevano riconosciuto la protezione dei marchi notori in relazione a prodotti non affini.[7] La tutela ultramerceologica del marchio celebre era riconosciuta dai giudici nazionali e spesso a condizioni non troppo dissimili da quelle di cui alla Direttiva n. 89/104/CEE (e dunque al D.lgs. n. 408 del 1992). Tuttavia, fino all’entrata in vigore della normativa comunitaria appena richiamata, il criterio fondamentale per riconoscere una più ampia protezione al marchio celebre consisteva nel “pericolo di confusione in cui il consumatore medio può cadere attribuendo al titolare del marchio celebre la fabbricazione di altri prodotti, o ritenendo falsamente l'esistenza di legami giuridici o economici fra le due imprese”.[8] Tale requisitodella tutela ultramerceologica del marchio celebre era stato, appunto, elaborato dalla giurisprudenza e non trovava riscontro positivo a livello nazionale o sovranazionale.[9] Con la nuova legge del 1992 è stato posto un discrimine tra marchi notori o meno, sia sotto il profilo della sussistenza del rischio di confusione sull’origine del prodotto, sia in merito all’ambito di applicabilità ai prodotti o servizi identici o affini piuttosto che a quelli non affini. In merito al “pericolo di confusione”, il legislatore non ha inserito tale elemento tra i requisiti dell’articolo 1 lett. c) del D.lgs. n. 480 del 1992 così da escluderne la sussistenza al fine di poter garantire ai marchi di rinomanza la tutela “allargata” ivi prevista. Al contrario tale requisito era stato invece inserito nella lett. b) del medesimo articolo, relativamente ai marchi non notori. [10]. Se il legislatore avesse voluto dichiarare necessaria la sussistenza del “rischio di confusione” anche per i marchi notori, non avrebbe certo esitato a legiferare sul punto come ha fatto per i “non notori” di cui alla lettera b), inserendo detto requisito nella norma in oggetto. Tale assenza ha dunque fatto presumere che la tutela ultramerceologica riconosciuta ai marchi notori fosse disposta a prescindere dalla sussistenza del pericolo di confusione per il consumatore.[11] Per quanto concerne l’ambito di applicabilità della tutela in esame, con l’articolo 1 lett. c) del D.lgs. n. 480 del 1992, è stato stabilito che “il titolare [di un marchio notorio] ha il diritto di vietare ai terzi, salvo il proprio consenso, di usare […]”  c) un segno identico o simile al marchio registrato per prodotti o servizi non affini, se il marchio registrato goda nello Stato di rinomanza e se l’uso del segno senza giusto motivo consente di trarre indebitamente vantaggio dal carattere distintivo o dalla rinomanza del marchio”. La norma ha quindi richiamato espressamente i “prodotti o servizi non affini”. Diversamente detta tutela è stata limitata a “prodotti o servizi identici o affini” per i marchi non notori. [12] Da ciò, è sorto il dubbio circa la possibilità di estendere anche ai prodotti o servizi “affini”, la tutela prevista dall’articolo 1 lett. c) a favore dei marchi notori per prodotti o servizi non affini. La dottrina è stata fin da subito (ed a ragion veduta, noti gli sviluppi normativi che sono poi intervenuti sul punto) chiara ad interpretare l’articolo 1 lett. c) nel punto in cui si riferisce solo ai “prodotti e servizi non affini”, nel senso di considerare sottintesa a tale statuizione, la volontà del legislatore di tutelare il marchio notorio anche nei confronti di prodotti o servizi affini a quelli corrispondenti alla registrazione della privativa. [13] Questa interpretazione è coerente con la volontà della Direttiva n. 89/104/CEE, di prevedere una c.d. “tutela allargata” del marchio notorio, anche per un suo uso non confusorio su prodotti affini a quelli per cui il segno è stato registrato [14]. Ciò, a condizione che l’utilizzo fattone sia idoneo a determinare un indebito vantaggio a favore dell’utilizzatore o quantomeno un pregiudizio alla notorietà o alla distintività del segno contraffatto. Il risultato normativo è stato il frutto della volontà, storicamente perseguita dal legislatore comunitario e poi di conseguenza da legislatori nazionali – di estendere l’ambito di protezione del marchio oltre il principio di specialità, così passando da una tutela collegata meramente alla funzione distintiva o d’origine ad una funzione pubblicitaria; il marchio è così venuto ad assumere un intrinseco valore quale “collettore di clientela”. [15]

    4. Il marchio che gode di rinomanza e l’articolo 20 lett. c) del Codice di Proprietà Industriale

    La Direttiva prima e il D.lgs. n.480 del 1992 poi, si sono posti come prototipi per l’articolo 20 lett. c) del Codice di Proprietà Industriale, che attualmente disciplina la tutela ultramerceologica per i marchi che godono di rinomanza [16]. L’articolo in questione, infatti, nello stabilire che “i diritti del titolare del marchio d'impresa registrato consistono nella facolta' di fare uso esclusivo del marchio. Il titolare ha il diritto di vietare ai terzi, salvo proprio consenso, di usare nell'attività economica […] c) un segno identico o simile al marchio registrato per prodotti o servizi anche non affini, se il marchio registrato goda nello stato di rinomanza e se l'uso del segno senza giusto motivo consente di trarre indebitamente vantaggio dal carattere distintivo o dalla rinomanza del marchio o reca pregiudizio agli stessi”, statuisce proprio che la caratteristica fondamentale di tale tutela è quella di non essere minimamente condizionata dalla sussistenza o meno del rischio di confusione sull’origine né dalla presenza o assenza di affinità tra prodotti o servizi; ciò, purché tuttavia sussistano situazioni di agganciamento parassitario al marchio notorio oppure effetti pregiudizievoli per il medesimo segno [17]. Per quanto attiene alla estensione merceologica di detta tutela, la norma in esame ha eliminato qualsiasi dubbio circa la sua applicabilità ai casi di affinità o non affinità di prodotti o servizi. Aver espressamente introdotto nell’articolo 20 lett. c) la parola “anche” in riferimento ai prodotti e servizi non affini ha certamente chiarito che la protezione merceologica è estesa sia oltre sia nell’ambito della o delle classi per cui un marchio è registrato.

    5. Conclusioni

    In conclusione, in presenza di un marchio che gode di rinomanza, si deve soltanto considerare se l’identità o somiglianza dei segni distintivi posti a raffronto comporti o meno, anche in alternativa tra loro: 1) il pregiudizio all’immagine del marchio derivante da un indesiderato accostamento; 2) l’indebito e ingiustificato vantaggio conseguito parassitariamente dal contraffattore. [18] Dunque, la sentenza che ci occupa nel considerare il rischio di confusione come requisito necessario per il riconoscimento della tutela ultramerceologica dei marchi notori o di rinomanza, richiama – a ragione – la disciplina applicabile al caso di specie al momento in cui si è verificata la violazione oggetto di controversia, cioè nel particolare momento dopo l’emanazione della Direttiva ma prima del suo recepimento con il Decreto legislativo. Ed in tale ottica soltanto deve essere considerata.

    Note

    [*] Il presente contributo è stato preventivamente sottoposto a referaggio anonimo affidato ad un componente del Comitato di Referee secondo il Regolamento adottato da questa Rivista. [1] Così I. Nocera, Una tutela più ampia per i marchi celebri,Diritto & Giustizia, Giugno 2013. Per un inquadramento circa la tutela ultramerceologica dei marchi che godono di rinomanza, Diritto industriale, proprietà intellettuale e concorrenza, quarta edizione, TORINO, 2012, P. 182. [2] Si riporta il testo integrale dell’articolo 2598 c.c. “atti di concorrenza sleale. Ferme le disposizioni che concernono la tutela dei segni distintivi e dei diritti di brevetto, compie atti di concorrenza sleale chiunque: 1) usa nomi o segni distintivi idonei a produrre confusione con i nomi o con i segni distintivi legittimamente usati da altri, o imita servilmente i prodotti di un concorrente, o compie con qualsiasi altro mezzo atti idonei a creare confusione con i prodotti e con l'attività di un concorrente; 2) diffonde notizie e apprezzamenti sui prodotti e sull'attività di un concorrente, idonei a determinare il discredito o si appropria di pregi dei prodotti o dell'impresa di un concorrente; 3) si vale direttamente o indirettamente di ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale e idoneo a danneggiare l'altrui azienda”. [3] I giudici della Suprema Corte hanno cassato la sentenza impugnata, decidendo per il suo rinvio alla Corte d’Appello di Firenze, affinché quest’ultima emetta una nuova decisione ridefinendo il merito della controversia. [4] La registrazione della convenuta ed anche i prodotti di fatto realizzati dalla stessa, ricadevano nelle classi 16 e 18 (cartolibreria, pelletteria, valigeria, etc.) a differenza di quanto tutelato con la registrazione della Barbour per la classe 25 (abbigliamento, scarpe e cappelleria). [5] Si legge nella sentenza della Corte di Cassazione n. 13090 del 2013, che il Tribunale di Firenze ha ritenuto non accoglibile la domanda di nullità “ostandovi la norma transitoria dell’art. 89 D.lgs. 480/92 che, per i marchi concessi prima dell’entrata in vigore della nuova normativa, rinviava alle norme precedenti, non contemplanti le ipotesi di nullità invocate dall’attrice”. [6] In tal senso la Corte di Cassazione ha così enunciato il principio di diritto (che la Corte di Appello di Firenze, quale giudice del rinvio dovrà tenere presente per la sua futura decisione nel merito della controversia): “la sentenza impugnata va pertanto cassata in relazione alla censura accolta  […] con rinvio […] alla Corte d’Appello di Firenze in diversa composizione che dovrà valutare – dandone atto con adeguata motivazione - circa l’esistenza di un rapporto di affinità tra i prodotti cui si riferisce il marchio della Barbour Ltd e quelli cui si riferisce il marchio [di controparte] tenendo conto del principio di diritto […] che il giudizio di affinità di un prodotto rispetto ad altro, coperto da marchio notorio o rinomato, deve essere formulato, secondo il sistema previgente interpretato in modo conforme alla direttiva n. 89/104/CEE secondo un criterio più largo di quello adoperato per i marchi comuni”. [7] Si veda quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 2060 del 1983: “i marchi celebri, pur esplicando prevalentemente funzione distintiva del prodotto, specie quando si risolvono nel nome patronimico dell'imprenditore, tendono altresì a diffondere e far conoscere la provenienza dei prodotti o merci al consumo e vengono presi in considerazione dal pubblico per ricollegarvi non solo un prodotto, ma un prodotto di qualità soddisfacente. Essi, pertanto, estendono il campo di protezione al di là dei prodotti uguali o strettamente affini (secondo la nozione di affinità che interessa i marchi ordinari), dovendosi al loro riguardo accogliersi una nozione più ampia di affinità che tenga conto del pericolo di confusione, in cui il consumatore medio può cadere attribuendo al titolare del marchio celebre la fabbricazione di altri prodotti ovvero ritenendo falsamente l'esistenza di legami giuridici od economici tra le due imprese, sempre che non esista una rilevante distanza merceologica tra il vecchio ed il nuovo prodotto ovvero l'uno o l'altro siano altamente specializzati”. [8] In tal senso, ibidem, Cass. 2060/1983: “la protezione del marchio celebre, da realizzare secondo una nozione di affinità più ampia che tenga conto del pericolo di confusione in cui il consumatore medio può cadere attribuendo al titolare del marchio celebre la fabbricazione di altri prodotti, o ritenendo falsamente l'esistenza di legami giuridici o economici fra le due imprese, non ha luogo, né ove esiste una rilevante distanza merceologica fra il vecchio e il nuovo prodotto né qualora l'uno o l'altro prodotto siano altamente specializzati.” [9] Autorevole dottrina si era espressa a riguardo affermando che “nel vigore della vecchia legge un rischio di confusione non era esplicitamente contemplato come elemento costitutivo della fattispecie illecita, e tanto meno vi si parlava di una confondibilità sull’origine”, La nuova legge marchi,seconda edizione aggiornata con i d.lgs. nn. 198/96 e 447/99, A. VANZETTI, C. GALLI, MILANO, 2001, P. 27. In merito si veda anche la sentenza n. 2060 del 1999 con la quale si è pronunciata la Corte di Cassazione affermando che “Il giudizio di "affinità" di un prodotto rispetto ad un altro coperto da un marchio notorio o rinomato deve essere formulato - anche nel sistema normativo previgente alle modifiche introdotte con il d.lgs. n. 480 del 1992, e così come da interpretarsi conformemente alla direttiva n. 89/104/Cee - secondo un criterio più largo di quello adoperato per i marchi comuni. In relazione ai marchi cosiddetti "celebri", infatti, deve accogliersi una nozione più ampia di "affinità" la quale tenga conto del pericolo di confusione in cui il consumatore medio può cadere attribuendo al titolare del marchio celebre la fabbricazione anche di altri prodotti non rilevantemente distanti sotto il piano merceologico e non caratterizzati - di per sé - da alta specializzazione”. [10] Si riporta integralmente il testo dell’articolo 20 del Codice di Proprietà Industriale: “diritti conferiti dalla registrazione. 1. I diritti del titolare del marchio d'impresa registrato consistono nella facolta' di fare uso esclusivo del marchio. Il titolare ha il diritto di vietare ai terzi, salvo proprio consenso, di usare nell'attività economica: a) un segno identico al marchio per prodotti o servizi identici a quelli per cui esso è stato registrato; b) un segno identico o simile al marchio registrato, per prodotti o servizi identici o affini, se a causa dell'identita' o somiglianza fra i segni e dell'identita' o affinita' fra i prodotti o servizi, possa determinarsi un rischio di confusione per il pubblico, che puo' consistere anche in un rischio di associazione fra i due segni; c) un segno identico o simile al marchio registrato per prodotti o servizi anche non affini, se il marchio registrato goda nello stato di rinomanza e se l'uso del segno senza giusto motivo consente di trarre indebitamente vantaggio dal carattere distintivo o dalla rinomanza del marchio o reca pregiudizio agli stessi. 2. Nei casi menzionati al comma 1 il titolare del marchio può in particolare vietare ai terzi di apporre il segno sui prodotti o sulle loro confezioni; di offrire i prodotti, di immetterli in commercio o di detenerli a tali fini, oppure di offrire o fornire i servizi contraddistinti dal segno; di importare o esportare prodotti contraddistinti dal segno stesso; di utilizzare il segno nella corrispondenza commerciale e nella pubblicità. 3. Il commerciante può apporre il proprio marchio alle merci che mette in vendita, ma non può sopprimere il marchio del produttore o del commerciante da cui abbia ricevuto i prodotti o le merci”. [11] In merito si veda, per tutte, “Adidas-Salomon del 23 ottobre 2003, pronunciata dalla Corte di Giustizia della Comunità Europea nel procedimento C-408/01, nel punto in cui conclude affermando che “la tutela prevista dall'art. 5, n. 2, della direttiva 89/104 non è subordinata alla constatazione di un grado di somiglianza tra il marchio notorio e il segno tale da generare, nel pubblico interessato, un rischio di confusione tra gli stessi. E' sufficiente che il grado di somiglianza con il marchio notorio ed il segno abbia come effetto che il pubblico interessato stabilisca un nesso tra il segno ed il marchio d'impresa”. Conclusione peraltro in linea con quanto attualmente pacifico per i marchi di rinomanza alla luce dell’articolo 20 lett. c del Codice di Proprietà Industriale ed anche con la giurisprudenza maggioritaria. In tal senso, chiaro era l’orientamento dei giudici comunitari già dalla fine degli anni ’90; si veda per tutte la decisione del 14 settembre 1999 emessa nella causa C-375/97. “La fattispecie [i marchi che godono di rinomanza] rappresenta uno scavalcamento del principio di relatività e della stessa possibilità di confusione, attribuendo a certe condizioni la capacità di sottrarre novità, e quindi un potere invalidante, a marchi anteriori registrati per prodotti o servizi nonaffini”, così in Manuale di diritto industriale,A. VANZETTI, V. DI CATALDO, MILANO, 2012, p. 203. [12] Sul punto si veda la sentenza Davidoffdel 9 gennaio 2003, pronunciata nel procedimento C-292/00, con la quale è stato ribadito in merito all’ambito di applicazione dell’articolo 5.2 della Direttiva, l’orientamento della medesima Corte sulla “questione se il testo dell'art. 5, n. 2, della direttiva, in quanto si riferisce espressamente soltanto all'uso di un segno per prodotti o servizi non simili, osti all'applicazione di tale disposizione anche in caso di uso del segno per prodotti o servizi identici o simili. 24. A questo proposito occorre subito rilevare che l'art. 5, n. 2, della direttiva non dev'essere interpretato esclusivamente alla luce del suo testo, ma anche in considerazione dell'economia generale e degli obiettivi del sistema del quale fa parte. 25. Orbene, in considerazione di questi elementi, non si può fornire del detto articolo un'interpretazione che comporti una tutela dei marchi notori minore in caso di uso di un segno per prodotti o servizi identici o simili rispetto al caso di uso di un segno per prodotti o servizi non simili”. [13] Così si è espresso A. Vanzetti, affermando che “anche se questa disposizione è dettata per estendere merceologicamente la protezione del marchio rinomato a prodotti o servizi non affini a quelli per i quali è stato registrato, sembra ragionevole ritenere che essa posso a più forte ragione trovare applicazione nell’ipotesi in cui i prodotti o i servizi del contraffattore siano dello stesso genere di quelli del titolare del marchio e, ciò nonostante, non vi sia pericolo di confusione, purché si verifichino le condizioni cui il legislatore subordina l’operatività della norma e cioè da una parte la notorietà del segno imitato e dall’altra parte l’esistenza di un pregiudizio o di un approfitta mento”, in La nuova legge marchi,seconda edizione aggiornata con i d.lgs. nn. 198/96 e 447/99, A. VANZETTI, C. GALLI, MILANO, 2001, P. 40; sul punto si veda anche Commentario breve alle leggi su proprietà intellettuale e concorrenza a cura di L. C. Ubertazzi, G. E. SIRONI, PADOVA, P. 890. [14] Sul punto ibidem,sentenze Davidoffe Adidas-Salomon. [15] In Italia il marchio ha sempre assunto la funzione di indicazione di origine del prodotto o servizio fornito da una determinata impresa, poiché il segno distintivo è sempre stato collegato inscindibilmente a quest’ultima. In relazione al principio di specialità si veda Il diritto dei marchi. Marchio nazionale e marchio comunitario, G. SENA, MILANO, 2007, P. 147 e ss.. [16] E' opportuno sottolineare che la specifica disciplina a favore dei marchi di rinomanza è giustificata in considerazione del vantaggio che il terzo può conseguire dall'adozione di un segno distintivo che “è già nell'orecchio del pubblico”: risparmiando per l'affermazione del suo prodotto sul mercato e godendo degli effetti derivanti dall'agganciamento parassitario alla buona fama del titolare della privativa. Il quale potrà così subire un “offuscamento dell'immagine del suo marchio per l'adozione di esso da parte del terzo per prodotti non affini, ma di natura vile, di qualità scadente o comunque non in linea con l'immagine connessa al marchio; sia [un] indebolimento del carattere distintivo del marchio a causa del venire meno della sua unicità sul mercato, sul punto si veda Manuale di diritto industriale,A. VANZETTI, V. DI CATALDO, MILANO, 2012, p. 263; Diritto industriale, proprietà intellettuale e concorrenza, quarta edizione, TORINO, 2012, P. 74 E ss.. [17] La legge non dice espressamente cosa si debba intendere per marchio che goda di rinomanza. Autorevole dottrina si è espressa in merito affermando che “si potrebbe perciò pensare che la rinomanza sia un dato da accertare di volta in volta, ad esempio mediante indagini demoscopiche dirette a stabilire quale percentuale del pubblico conosce un determinato marchio”, così in Manuale di diritto industriale,A. VANZETTI, V. DI CATALDO, MILANO, 2012, p. 261. Si riporta l’articolo 20 lett. c) per esteso: “diritti conferiti dalla registrazione. 1. I diritti del titolare del marchio d'impresa registrato consistono nella facolta' di fare uso esclusivo del marchio. Il titolare ha il diritto di vietare ai terzi, salvo proprio consenso, di usare nell'attività economica: a) un segno identico al marchio per prodotti o servizi identici a quelli per cui esso è stato registrato; b) un segno identico o simile al marchio registrato, per prodotti o servizi identici o affini, se a causa dell'identita' o somiglianza fra i segni e dell'identita' o affinita' fra i prodotti o servizi, possa determinarsi un rischio di confusione per il pubblico, che puo' consistere anche in un rischio di associazione fra i due segni; c) un segno identico o simile al marchio registrato per prodotti o servizi anche non affini, se il marchio registrato goda nello stato di rinomanza e se l'uso del segno senza giusto motivo consente di trarre indebitamente vantaggio dal carattere distintivo o dalla rinomanza del marchio o reca pregiudizio agli stessi. 2. Nei casi menzionati al comma 1 il titolare del marchio può in particolare vietare ai terzi di apporre il segno sui prodotti o sulle loro confezioni; di offrire i prodotti, di immetterli in commercio o di detenerli a tali fini, oppure di offrire o fornire i servizi contraddistinti dal segno; di importare o esportare prodotti contraddistinti dal segno stesso; di utilizzare il segno nella corrispondenza commerciale e nella pubblicità. 3. Il commerciante può apporre il proprio marchio alle merci che mette in vendita, ma non può sopprimere il marchio del produttore o del commerciante da cui abbia ricevuto i prodotti o le merci”. [18] In tal senso si veda Codice della Proprietà Industriale, A. VANZETTI, Milano, 2013, pagg. 368 e segg.; Protezione allargata del marchio di rinomanza e prodotti affini, in Rivista di diritto industriale, G. SOTRIFFER, 2010, pag. 5. Scarica il quaderno Anno III - Numero 2 - Aprile/Giugno 2013 [pdf]
  • Processo telematico in Cassazione, incognita e-skills

    di Michele Gorga (Via Corriere delle Comunicazioni) Dal Primo Presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio, in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario, la richiesta di fare ricorso, anche per il processo di legittimità,  all’utilizzo degli strumenti informatici e alle comunicazioni telematiche. Le comunicazioni telematiche, infatti, saranno obbligatorie già dal prossimo 15 febbraio, in forza di un recente decreto ministeriale, anche per i giudizi in Cassazione. Questo il primo passo per l’avvio anche per i giudizi presso la Corte della digitalizzazione considerata come uno dei rimedi per abbattere l’arretrato che nel civile, ad oggi, è di circa 105mila procedimenti, molti dei quali pendenti da oltre tre anni, arretrato che è in crescita considerato che ogni anno la Corte riesce a smaltire un numero di processi che non pareggia con quelli nuovi iscritti. Corte di CassazioneAccanto alla digitalizzazione e all’infrastrutturazione  telematica essenziale, però, anche per il Presidente, sono sempre le risorse umane e da qui la sua proposta al legislatore di un necessario potenziamento dei tirocini formativi per i giovani laureati in giurisprudenza, anche nella prospettiva dell’estensione per legge alla Corte di Cassazione del regime di cui all’art.73 del d.l. n.69/2013, così da poter costituire con tirocinanti e magistrati, anche onorari, assistenti di studio, l’ufficio per il processo di cassazione, che è implicita ammissione, che anche nei vertici dell’organizzazione giurisdizionale, è chiara la consapevolezza che  il tecnocentrismo del PCT non è la soluzione per rendere efficiente la giustizia. Occorre, però, ed è necessario ricordarlo, anche una nuova azione del Giudice-legislatore di Cassazione che in ragione della crisi del primato della legge deve acquisire non solo maggiore saggezza pratica  nell’esercizio dell’ars interpretandi, per arresti sul “precedente”, e ciò per evitare che i bizantinismi della giurisdizione di merito spingano verso il diritto “liquido” ma anche per un’autoriforma. Da qui  la necessità che la Cassazione sappia dimostrare la sua capacità  di mettere in campo misure organizzative radicali e un diverso approccio culturale al processo elettronico per costituire quella prima automazione del processo di legittimità che sappia adottare forme semplificate sulla base di “protocolli logici informatizzati” che basandosi sul “precedente” possano trarre dall’archivio “dinamico” del massimario della Corte, ideato dal compianto Prof. Renato Borrusso, le prime motivazioni per le udienze filtro di selezione dei ricorsi in tema di loro ammissibilità. Tutto ciò presuppone, però, comuni regole tecniche che muovendo  del nuovo CAD, di imminente pubblicazione,  siano direttamente applicabili alla giustizia digitale. 4 febbraio 2016
  • Sentenza della Corte di cassazione n. 13090, 27 maggio 2013

    Leggi il commento alla sentenza di Alessio Baldi

    Suprema Corte di Cassazione

    Sezione I

    Sentenza 27 maggio 2013, n. 13090

    REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE PRIMA CIVILE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. CARNEVALE Corrado – Presidente Dott. PICCININNI Carlo – Consigliere Dott. RAGONESI Vittorio – rel. Consigliere Dott. CULTRERA Maria Rosaria – Consigliere Dott. CRISTIANO Magda – Consigliere ha pronunciato la seguente: SENTENZA sul ricorso 24098/2006 proposto da: CURATELA DEL FALLIMENTO (OMISSIS) S.R.L. (C.F. (OMISSIS)), già (OMISSIS) S.R.L., in persona del Curatore Dott.ssa (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso l’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS), giusta procura in calce al ricorso; - ricorrente - contro (OMISSIS), PROCURATORE GENERALE PRESSO LA CORTE DI APPELLO DI FIRENZE, (OMISSIS) S.P.A. IN LIQUIDAZIONE E PROCEDURA IN CONCORDATO PREVENTIVO E CESSIONE BENI; - intimati - sul ricorso 27417/2006 proposto da: (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso l’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS), giusta procura in calce al controricorso e ricorso incidentale; - controricorrente e ricorrente incidentale - contro CURATELA DEL FALLIMENTO (OMISSIS) S.R.L., già (OMISSIS) S.R.L., in persona del Curatore Dott.ssa (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso l’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS), giusta procura in calce al controricorso al ricorso incidentale; - controricorrente al ricorso incidentale - contro (OMISSIS) S.P.A. IN LIQUIDAZIONE E IN CONCORDATO PREVENTIVO E CESSIONE BENI, PROCURATORE GENERALE DELLA REPUBBLICA PRESSO LA CORTE DI APPELLO DI FIRENZE; - intimati - sul ricorso 28369/2006 proposto da: (OMISSIS) S.R.L. IN LIQUIDAZIONE E IN CONCORDATO PREVENTIVO, in persona del Liquidatore pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso l’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS), giusta procura a margine del controricorso e ricorso incidentale; - controricorrente e ricorrente incidentale - contro (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso l’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS), giusta procura in calce al controricorso al ricorso incidentale; - controricorrente al ricorso incidentale - contro FALLIMENTO DELLA (OMISSIS) S.R.L., PROCURATORE GENERALE DELLA CORTE DI APPELLO DI FIRENZE; - intimati - avverso la sentenza n. 1319/2005 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE, depositata il 26/09/2005; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 19/04/2013 dal Consigliere Dott. VITTORIO RAGONESI; udito, per la controricorrente e ricorrente incidentale (OMISSIS), l’Avvocato (OMISSIS), con delega, che ha chiesto il rigetto del ricorso principale; udito, per la controricorrente e ricorrente incidentale (OMISSIS), l’Avvocato (OMISSIS), con delega, che ha chiesto il rigetto del ricorso principale; udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CAPASSO Lucio, che ha concluso per l’accoglimento del primo e secondo motivo del ricorso principale; accoglimento del primo, secondo e terzo motivo del ricorso incidentale (OMISSIS) assorbiti gli altri; rigetto del primo motivo assorbito il secondo motivo del ricorso incidentale Curatela. SVOLGIMENTO DEL PROCESSO Il Tribunale di Firenze, con sentenza 23.01/13.04.02,in parziale accoglimento delle domande proposte dalla (OMISSIS) nei confronti della Spa (OMISSIS) in liquidazione e della Srl (OMISSIS), riteneva le convenute – la prima quale titolare dei marchio (OMISSIS) reg.to il 16.11.92 con il n.579701,e la seconda quale licenziataria del marchio medesimo – responsabili della violazione e contraffazione dei marchio (OMISSIS) concesso il 29.09.86 coi n. 449146 all’attrice; nonchè responsabili delle condotte previste dall’articolo 2598 c.c., nn. 1 e 3. Per l’effetto, ordinava sia la distruzione di tutto il materiale riportante il marchio in contraffazione, sia l’inibizione di qualsiasi attività avente ad oggetto detto materiale, sia, infine, la pubblicazione del dispositivo della decisione su alcuni quotidiani nazionali. Al contempo rigettava le domande di risarcimento del danno, e di nullità del marchio (OMISSIS) concesso alla spa (OMISSIS) col n. (OMISSIS), pure introdotte dall’attrice. Riteneva la decisione, in fatto, che: a) la Soc. (OMISSIS) aveva presentato nel 1980 domanda di registrazione del marchio (OMISSIS) – cui era seguito l’accoglimento in data 29.09.86 con il n. (OMISSIS) – per la classe 25 (capi di abbigliamento); b) la spa (OMISSIS) aveva presentato, il 20.11.89 analoga domanda per lo stesso marchio – ma per le classi 16 e 18 (prodotti di cartolibreria, pelletteria e valigeria) – concesso in data 16/11/92 con il n. (OMISSIS); c) le prove raccolte avevano dimostrato che le convenute,in particolare la srl (OMISSIS) quale licenziataria della spa (OMISSIS), avevano iniziato l’utilizzo del marchio a partire dall’autunno 1995. Sosteneva la sentenza in diritto che: 1) il marchio (OMISSIS) godeva di notorietà (essendo associato a capi di abbigliamento esclusivi come risultava dalla pubblicità dell’epoca e da un’indagine di mercato condotta su richiesta dell’attrice); le convenute avevano sfruttato – come risultava dal brevetto concesso e dai cataloghi e campioni prodotti – la forza evocativa del marchio; 2) di conseguenza era applicabile, avuto riguardo all’affinità esistente tra la classe 25 e 18 (pelletteria) di cui sopra per quanto attiene agli zainetti col marchio (OMISSIS) commerciati dalle convenute, la disciplina di cui all’articolo lettera b) e c), Legge Marchi nel testo risultante dalle modifiche introdotte dal Decreto Legislativo n. 480 del 1992, secondo cui il titolare del marchio d’impresa registrato ha il diritto di vietare ai terzi, salvo proprio consenso, di usare un segno identico o simile al marchio registrato per prodotti e servizi anche non affini se il marchio registrato gode nello Stato di rinomanza e se l’uso del segno senza giusto motivo consente di trarre indebitamente vantaggio dal carattere distintivo o dalla rinomanza del marchio, o reca pregiudizio allo stesso; 3) conseguentemente, doveva convalidarsi il sequestro concesso all’attrice ante causam”, oltre all’accoglimento delle domande di distruzione e di inibitoria di quanto oggetto di contraffazione. Viceversa il Tribunale riteneva che la domanda di nullità del brevetto rilasciato alla convenuta soc. (OMISSIS) non fosse accoglibile ostandovi la norma transitoria del Decreto Legislativo n. 480 del 1992, articolo 89, che, per i marchi concessi prima dell’entrata in vigore della nuova normativa, rinviava alle norme precedenti, non contemplanti le ipotesi di nullità invocate dall’attrice; come pure non era accoglibile la domanda di risarcimento del danno da concorrenza sleale, non potendosi utilizzare il ricorso, invocato dall’attrice, al criterio equitativo di cui all’articolo 1226 c.c., nella carenza di qualsiasi prova del danno subito (sia delle asserite spese sostenute, prima del sequestro, per l’introduzione della sua attività nel settore della cartolibreria e valigeria giovanile; sia delle difficoltà di ordine economico incontrate per l’inserimento in detto settore). Invece il provvedimento di pubblicazione della sentenza poteva essere adottato come misura sufficiente ad evitare ulteriore pregiudizio all’immagine dell’attrice. Avverso la sentenza proponevano appello – in via principale – la Curatela del fallimento Srl (OMISSIS) (nuova denominazione della srl (OMISSIS)),dichiarata nel frattempo fallita con sentenza del Tribunale di Firenze, nonchè – in via incidentale – la spa (OMISSIS) in liquidazione, rappresentata anche dal liquidatore giudiziale della procedura di concordato preventivo con cessione dei beni, deducendo l’insanabile contraddizione in cui era incorso il Tribunale allorché, da un lato, aveva dichiarato illecito l’uso, da parte di (OMISSIS) (licenziataria del marchio registrato dalla spa (OMISSIS)), del marchio medesimo, e, dall’altro, aveva accertato la legittimità di tale segno distintivo (rigettando la domanda di nullità proposta dall’attrice); al riguardo, sempre secondo gli appellanti, la sentenza aveva erroneamente fatto applicazione della norma transitoria del Decreto Legislativo n. 480 del 1992, articolo 88, giacché tale disposizione riguardava solo i marchi di fatto (e non quelli registrati), sicché a nulla rilevava la dichiarata – ma comunque non provata – notorietà del marchio (OMISSIS) dell’attrice; mentre doveva farsi riferimento al successivo articolo89 (che esentava dalle cause di nullità, previste dalla nuova Legge Marchi, quei marchi che fossero stati registrati prima dell’entrata in vigore di quest’ultima e, tra le cause di nullità stabilite dalla ” vecchia ” disciplina, non vi era quella di avere utilizzato il marchio registrato per settori produttivi non affini – tali essendo stati definiti dallo stesso Tribunale, quello della cartolibreria e l’altro dell’abbigliamento – a quelli protetti dalla notorietà del segno distintivo). Infine, rilevavano che la statuizione sulla concorrenza sleale era stata affermata senza alcuna motivazione. La Spa (OMISSIS) in liquidazione, in più, osservava che erroneamente il Tribunale aveva asserito che vi era affinità tra la classe 18 (articoli di pelletteria) e la classe 25 (abbigliamento), rilevando che gli zaini facevano parte di prodotti della “linea scuola” venduti soltanto nei negozi di cartoleria, e non senza contare che il raffronto tra prodotti, per accertarne l’affinità o meno, doveva essere fatto con riguardo alla destinazione degli stessi ed alla clientela cui erano diretti (sicché appariva evidente la non affinità tra zaini ed articoli di abbigliamento). L’appellante incidentale altresì lamentava il mancato esame, da parte del Tribunale, dell’eccezione di decadenza dal marchio per non uso dello stesso da parte dell’attrice. Si costituiva la (OMISSIS) resistendo al gravame e proponendo appello incidentale per sentir dichiarare la nullità del brevetto concesso alla spa (OMISSIS) (dovendosi applicare la nuova disciplina della Legge marchi di cui al Decreto Legislativo n. 480 del 1992, che tutela il marchio celebre anche per prodotti non affini a quelli per i quali il marchio era stato riconosciuto);e ciò in quanto l’attività della concorrente era iniziata nell’anno 1995. Interveniva il P.G. che chiedeva l’accoglimento dell’appello. La Corte d’appello di Firenze, con sentenza n. 1319/05, rigettava entrambi gli appelli. Avverso la detta sentenza ha proposto ricorso il fallimento della (OMISSIS) srl con atto notificato il 19-20/7/06 cui ha resistito con controricorso la (OMISSIS) che ha proposto altresì ricorso incidentale cui ha resistito con controricorso la curatela fallimentare. Successivamente ha proposto ricorso per cassazione la (OMISSIS) srl con atto notificato il 17-19-20/10/10 cui ha resistito con controricorso la (OMISSIS). MOTIVI DELLA DECISIONE Va preliminarmente osservato che, essendo il primo ricorso proposto (n. 24098/06) quello del fallimento della (OMISSIS) srl notificato il 19-20/7/06, lo stesso è il ricorso principale, mentre quello successivamente proposto dalla (OMISSIS) srl (n. 28369/06), con atto notificato il 17-19-20/10/10, va qualificato come ricorso incidentale. Riveste ovviamente la natura di ricorso incidentale quello (n. 27417/06) proposto dalla società (OMISSIS). Ciò posto i tre ricorsi vanno riuniti ex articolo 335 c.p.c.. Con il primo motivo di ricorso principale il fallimento (OMISSIS) S.r.l. (già (OMISSIS) S.r.l.) lamenta che la Corte d’Appello di Firenze, ha erroneamente ritenuto che il marchio n. (OMISSIS), registrato da (OMISSIS), ancorché concesso prima dell’entrata in vigore del Decreto Legge n. 480 del 1992, ed ancorché valido al momento della concessione, non potesse essere utilizzato dopo l’entrata in vigore della riforma in quanto non usato prima di essa. La ricorrente sostiene, in particolare, che la Corte di merito non ha tenuto conto che il Decreto Legge n. 480 del 1992, articoli 88 e 89, disciplinano fattispecie diverse: l’articolo 88, il regime transitorio del marchio di fatto e l’articolo 89, il regime transitorio dei marchi registrati e alla fattispecie in esame sarebbe applicabile solo l’articolo 89, trattandosi di marchio registrato da (OMISSIS) prima dell’entrata in vigore del Decreto Legislativo n. 480 del 1992. Con il secondo motivo la (OMISSIS) srl lamenta la violazione dell’articolo 42 L.m. che consentiva a chi aveva registrato un marchio di iniziarne l’utilizzazione senza incorrere in decadenza entro tre anni dalla data del rilascio. Con il terzo motivo la ricorrente principale lamenta che la Corte d’Appello sia incorsa in un errore in procedendo allorché ha ritenuto non ritualmente proposta dalla (OMISSIS) l’eccezione di decadenza per non uso del marchio n. (OMISSIS) di cui (OMISSIS) è titolare. Secondo la ricorrente la Corte d’Appello aveva il potere-dovere di esaminare d’ufficio la validità del marchio di cui la (OMISSIS) si era avvalsa nei confronti delle convenute. Con il quarto motivo contesta la contraddittorietà della sentenza impugnata laddove ha confermato la sentenza del Tribunale, ma, a differenza di quanto ritenuto dal primo giudice, ha affermato che gli zainetti da essa commercializzati potevano considerarsi prodotti affini rispetto a quelli commercializzati dalla (OMISSIS) con il proprio marchio. Con il primo motivo di ricorso incidentale la società (OMISSIS) deduce l’errore in cui sarebbe incorsa la Corte d’Appello di Firenze nel respingere la richiesta avanzata di veder dichiarata la nullità del marchio (OMISSIS) registrato da (OMISSIS) nel 1992 Evidenzia che, a norma del Decreto Legislativo 412/1992 n. 480, articolo 1, il titolare del marchio ha diritto di vietare ai terzi di usare un segno identico o simile al marchio registrato per prodotti o servizi non affini, se il marchio registrato goda di tutela nello Stato e se l’uso del segno, senza giusto motivo, consenta di trarre indebitamente vantaggio dal carattere distintivo o dalla rinomanza del marchio. Deduce ulteriormente che,comunque, anche prima della entrata in vigore del Decreto Legislativo 480/92, la protezione del marchio notorio si estendeva anche nei confronti dei prodotti non affini. Con il secondo motivo contesta la sentenza impugnata laddove ha rigettato la domanda di risarcimento dei danni. La ricorrente (OMISSIS) srl deduce con il primo motivo di ricorso incidentale la medesima doglianza posta con il primo motivo del ricorso del fallimento (OMISSIS) lamentando l’errore della sentenza impugnata laddove ha ritenuto che il marchio n. (OMISSIS), registrato da (OMISSIS), ancorché concesso prima dell’entrata in vigore del Decreto Legge n. 480 del 1992, ed ancorché valido al momento della concessione, non potesse essere utilizzato dopo l’entrata in vigore della riforma in quanto non usato prima di essa. Con il secondo motivo di ricorso lamenta che la Corte d’appello non abbia pronunciato sulla contestata notorietà del marchio (OMISSIS). Con il terzo motivo di ricorso riprende le stesse doglianze di cui al secondo motivo del ricorso principale del fallimento (OMISSIS) sostenendo che tutto il sistema della legge – quale risulta anche dagli articolo 42 e 91 L.M. – non consente di ritenere che possa essere inibito l’uso di un marchio, quale quello in oggetto, perfettamente valido allorché sia stato utilizzato nei termini di legge. Con il quarto motivo fa proprie le doglianza svolte dal fallimento (OMISSIS) con il terzo motivo di ricorso principale; in aggiunta contesta l’affermazione della Corte d’appello secondo cui l’eccezione di nullità del marchio (OMISSIS) per non uso per tre anni non sarebbe stata sollevata da essa (OMISSIS) mentre invece siffatta eccezione era stata sollevata sia in primo che in secondo grado. Con il quinto motivo riprende il quarto motivo di ricorso della curatela fallimentare. Con il sesto motivo lamenta l’omessa pronuncia sulla propria eccezione di carenza di legittimazione passiva poiché la produzione e la commercializzazione degli zainetti era comunque addebitabile alla (OMISSIS) cui aveva affittato l’azienda. Va esaminato per primo, in quanto riveste carattere preliminare, il secondo motivo del ricorso incidentale della (OMISSIS) srl con cui si contesta la violazione dell’articolo 112 c.p.c., e comunque la mancanza di motivazione in ordine alla notorietà del marchio (OMISSIS). Il motivo è infondato e per altri aspetti inammissibile. È certamente infondato per quanto concerne l’omessa pronuncia di cui all’articolo 112 c.p.c., poiché la Corte d’appello,a conferma della già riconosciuta notorietà del marchio da parte della sentenza di primo grado, espressamente ne conferma il predetto carattere (v. pag 6 della sentenza) ponendo lo stesso alla base della decisione. Quanto alla mancanza di motivazione sulla pretesa censura in ordine alla notorietà del marchio, il motivo è inammissibile. La sentenza da atto nella parte narrativa che la sentenza di primo grado aveva accertato e riconosciuto il detto carattere e, nel riassumere poi il contenuto dell’atto di appello del fallimento (OMISSIS) srl, ha rilevato che questo sosteneva che “la sentenza aveva erroneamente fatto applicazione della norma transitoria del Decreto Legislativo n. 480 del 1992, articolo 88, giacché tale disposizione riguardava solo i marchi di fatto (e non quelli registrati), sicché a nulla rilevava la dichiarata – ma comunque non provata notorietà del marchio (OMISSIS) dell’attrice”. Da quanto riportato nella narrativa della impugnata sentenza non risulta in alcun modo che il fallimento odierno ricorrente principale o la ricorrente incidentale (OMISSIS) srl avessero proposto uno specifico motivo di appello con cui si contestava il carattere notorio del marchio della (OMISSIS). La Corte d’appello ha infatti rilevato soltanto che nell’ambito di una censura rivolta a contestare l’erronea applicazione del Decreto Legislativo n. 480 del 1992, articolo 88, si era rilevato che in tale contesto la questione della notorietà o meno del marchio non rivestiva rilevanza alcuna mentre la questione circa la mancata prova di detta caratteristica non costituiva una doglianza specifica ma un semplice inciso dell’argomentazione. Era pertanto onere della (OMISSIS) srl con il motivo di ricorso in esame indicare in modo specifico, riportandone il contenuto l’asserito motivo di appello che sarebbe stato proposto sul punto al fine di consentire a questa Corte, cui è inibito l’accesso alla visione degli atti della fase di merito, di valutare l’eventuale omessa motivazione sul punto da parte della sentenza impugnata. Il mancato adempimento del sopradetto onere rende il motivo non sindacabile in questa sede di legittimità. Si aggiunge tuttavia, ancorché superfluamente, che in ogni caso la Corte d’appello ha fornito idonea motivazione in ordine alla notorietà del marchio sia pure in riferimento alla decisione relativa alla concorrenza sleale per confusione laddove ha affermato (v. pag 8) che “i consumatori, i quali, acquistando zaini ed oggetti di cartolibreria marchiati (OMISSIS) sono portati a ritenere, vedendo anche la pubblicità relativa, che si tratti di oggetti prodotti dalla ditta inglese (avuto riguardo al fatto che è innegabile - come si evince dalla documentazione in atti ed anche per fatto notorio-che il nome (OMISSIS) richiama alla mente un particolare stile di abbigliamento, divenuto famoso nel mondo occidentale, sia per essere i relativi capi indossati da i personaggi dello spettacolo o della politica ritratti su pubblicazioni usualmente acquistate da quivis de populo, sia per essere stata più volte narrata la storia della famiglia che, sotto il suo nome, ha iniziato quell’attività di produzione”. Dal mancato accoglimento del motivo in esame discende che deve considerarsi definitivamente accertato in giudizio il carattere notorio del marchio (OMISSIS). Seguendo l’ordine logico delle questioni va ora esaminato il primo motivo del ricorso incidentale della (OMISSIS) ltd. Con tale motivo si deduce, con una prima censura, l’errore in cui sarebbe incorsa la Corte d’Appello di Firenze, nel respingere la richiesta avanzata di veder dichiarata la nullità del marchio (OMISSIS) registrato da (OMISSIS) nel 1992. Evidenzia la ricorrente incidentale che, a norma del Decreto Legislativo 412/1992 n. 480, articolo 1, il titolare del marchio ha diritto di vietare ai terzi di usare un segno identico o simile al marchio registrato per prodotti o servizi non affini, se il marchio registrato goda di tutela nello Stato e se l’uso del segno, senza giusto motivo, consenta di trarre indebitamente vantaggio dal carattere distintivo o dalla rinomanza del marchio. La ricorrente incidentale sostiene, in sostanza, che la nuova normativa del 1992 si applichi integralmente al caso di specie per cui doveva dichiararsi la nullità del marchio (OMISSIS) ottenuto dalla (OMISSIS). Il motivo si sofferma a sostenere il carattere notorio del marchio di cui essa è titolare, ma tali argomenti sono privi di rilevanza essendo già stato accertato dalla sentenza impugnata il detto carattere. Il ricorrente sostiene poi l’applicazione al caso di specie del Regio Decreto 21 giugno 1942, n. 929, articolo 1, come sostituito dal Decreto Legislativo n. 480 del 1992, laddove prevede che “il titolare ha il diritto di vietare ai terzi, salvo proprio consenso, di usare: b) un segno identico o simile al marchio registrato per prodotti o servizi non affini, se il marchio registrato goda nello stato di rinomanza e se l’uso del segno senza giusto motivo consente di trarre indebitamente vantaggio dal carattere distintivo o dalla rinomanza del marchio o reca pregiudizio agli stessi”. Tale assunto appare del tutto incomprensibile in quanto avulso dal contesto argomentativo della sentenza impugnata che ha di fatto applicato il predetto articolo ma tramite l’interpretazione delle disposizioni di diritto transitorio di cui al Decreto Legislativo n. 480 del 1992, articolo 88 e 89. Deduce poi, con una seconda censura, la società ricorrente incidentale che già la giurisprudenza nel vigore della normativa antecedente alla riforma del 1992 prevedeva la protezione dei marchi notori in relazione ai prodotti non affini. Tale doglianza appare fondata. Già una risalente decisione di questa Corte ha affermato che i marchi celebri, pur esplicando prevalentemente funzione distintiva del prodotto, tendono altresì a diffondere e far conoscere la provenienza dei prodotti o merci al consumo e vengono presi in considerazione dal pubblico per ricollegarvi non solo un prodotto, ma un prodotto di qualità soddisfacente. Essi, pertanto, estendono il campo di protezione al di là dei prodotti uguali o strettamente affini (secondo la nozione di affinità che interessa i marchi ordinari), dovendosi al loro riguardo accogliersi una nozione più ampia di affinità che tenga conto del pericolo di confusione, in cui il consumatore medio può cadere attribuendo al titolare del marchio celebre la fabbricazione di altri prodotti ovvero ritenendo falsamente l’esistenza di legami giuridici od economici tra le due imprese, sempre che non esista una rilevante distanza merceologica tra il vecchio ed il nuovo prodotto ovvero l’uno o l’altro siano altamente specializzati. (Cass. 2060/83). Tale orientamento giurisprudenziale ha trovato seguito anche nella successiva giurisprudenza di questa Corte che ha osservato che il giudizio di “affinità” di un prodotto rispetto ad un altro coperto da un marchio notorio o rinomato deve essere formulato – anche nel sistema normativo previgente alle modifiche introdotte con il Decreto Legislativo n. 480 del 1992, e così come da interpretarsi conformemente alla direttiva n. 89/104/CEE secondo un criterio più largo rispetto ai marchi comuni. Il giudizio di affinità non può prescindere, infatti, dalla forza individualizzante che il marchio medesimo ha conseguito sul mercato. Attraverso la divulgazione del marchio notorio, si rende partecipe il pubblico dei consumatori della stessa provenienza dei prodotti immessi al consumo ed il successo del prodotto è garantito, appunto, a parte le sue qualità intrinseche, dalla rinomanza che la fonte produttiva ha acquisito nel tempo. (Cass. 14315/99). In siffatta circostanza, alla luce della direttiva comunitaria 89/104, si deve tener conto del pericolo di confusione che si determina quando un marchio si mette al traino di altro che sia tuttavia noto, (in ciò infatti consiste il vantaggio di tale comportamento) per distinguere un prodotto il cui grado di affinità con quello contrassegnato dal marchio noto non è grande. Tale situazione giustifica che si tenga conto ai fini della affinità del pericolo che il consumatore medio attribuisca al fabbricante di un prodotto noto l’offerta di un prodotto ulteriore non rilevantemente distante sul piano merceologico, cosicché il prodotto meno noto si avvantaggia di quello noto e del suo segno (Cass. 23787/04). Questa Corte ha poi rilevato che l’orientamento interpretativo assunto risultava ulteriormente rafforzato dalla tutela che il marchio rinomato aveva espressamente ricevuto dalla modifica normativa introdotta dal Decreto Legislativo n. 480 del 1992, da cui emergeva un vero e proprio favor legis nei confronti dei marchi notori. (Cass. 14315/99). La sentenza impugnata,dopo avere dato atto che la sentenza di primo grado aveva ritenuto che tra il marchio della (OMISSIS) e quello delle ricorrenti principali, quanto meno in relazione alle classi 25,da un lato, e 18,dall’altro, vi era affinità, e che la (OMISSIS) e la (OMISSIS) spa avevano sfruttato la forza evocativa del marchio (OMISSIS), ha ritenuto di escludere la sussistenza di tale condizione sulla base della diversità della clientela e dei luoghi di smercio. Tale motivazione non appare conforme ai principi dianzi enunciati. La sentenza impugnata infatti non ha tenuto conto in alcun modo nel giudizio di affinità sommariamente espresso della estensione naturale del concetto di affinità che discende dalla notorietà del marchio nè del pericolo di confusione per il consumatore. La doglianza va pertanto accolta. Da ciò discende l’assorbimento del primo motivo del ricorso principale, nonchè del primo motivo del ricorso incidentale della (OMISSIS) srl, che pongono entrambi la medesima questione, essendo evidente che potrà addivenirsi all’esame della questione di diritto transitorio posta dall’interpretazione del Decreto Legislativo n. 480 del 1992, articoli 88 ed 89, solo se il giudice del rinvio, nel rivalutare la questione della affinità dei prodotti cui si riferiscono i marchi oggetto di giudizio, non reputi che il marchio rilasciato alla (OMISSIS) srl prima della entrata in vigore del citato decreto legislativo sia non affine rispetto al quello della (OMISSIS) ltd e non sia quindi nullo alla luce della normativa antecedente al Decreto Legislativo n. 480 del 1992. Per le medesime ragioni risultano assorbiti il secondo motivo del ricorso principale ed il terzo motivo del ricorso incidentale della (OMISSIS). Entrambi i motivi pongono la medesima questione della violazione dell’articolo 42 l.m., che, per effetto del richiamo operato dal Decreto Legislativo n. 480 del 1992, articolo 91, consentiva a chi aveva registrato un marchio di iniziarne l’utilizzazione senza incorrere in decadenza entro tre anni dalla data del rilascio purchè non fosse già incorso nella detta decadenza al momento della entrata in vigore del decreto legislativo. Tale questione inerisce infatti alla questione dell’applicazione e dell’interpretazione del Decreto Legislativo n. 480 del 1992, articoli 88 e 89. Il terzo motivo del ricorso principale può essere esaminato con il quarto motivo del ricorso incidentale della (OMISSIS), ponendo i motivi la medesima questione con cui si lamenta che la Corte d’Appello sia incorsa in un error in procedendo allorché ha ritenuto non ritualmente proposta dalla (OMISSIS) l’eccezione di decadenza per non uso del marchio n. (OMISSIS) di cui (OMISSIS) è titolare. Secondo la curatela ricorrente principale nonchè secondo la società ricorrente incidentale la Corte d’Appello aveva il potere-dovere di esaminare d’ufficio a validità del marchio di cui la (OMISSIS) si era avvalsa nei confronti delle convenute. Tale assunto è erroneo alla luce della giurisprudenza di questa Corte che ha affermato che il Regio Decreto 21 giugno 1942, n. 929, articolo 42, in tema di decadenza dal brevetto, non prevede che tale decadenza possa essere rilevata dal giudice d’ufficio, ma la stessa deve essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse, cioè da chi impugna il brevetto, il quale ha inoltre l’onere non solo di allegare la nullità o la decadenza, ma di fornirne la prova (articolo 58), ovvero dal pubblico ministero, in contraddittorio con gli aventi diritto al marchio, nell’Esercizio di un potere di azione (articolo 59). (Cass. 6259/82; Cass. 7583/83). I due motivi vanno pertanto respinti. Assorbiti risultano invece il quarto motivo del ricorso principale ed il quinto del ricorso incidentale della (OMISSIS) srl che pongono la medesima questione circa la contraddittorietà nella sentenza impugnata tra la motivazione ed il dispositivo laddove in quest’ultimo si confermata la sentenza del tribunale ma, a differenza di quanto ritenuto dal primo giudice, mentre si è affermato nella parte motiva della sentenza che gli zainetti da esse commercializzati potevano considerarsi prodotti affini rispetto a quelli commercializzati dalla (OMISSIS) con il proprio marchio. È evidente che a seguito dell’accoglimento per quanto di ragione del primo motivo del ricorso incidentale della (OMISSIS) il giudice del rinvio dovrà riesaminare ex novo anche tale questione. Con il sesto motivo del ricorso incidentale la (OMISSIS) lamenta l’omessa pronuncia sulla propria eccezione di carenza di legittimazione passiva poiché la produzione e la commercializzazione degli zainetti era comunque addebitabile alla (OMISSIS) cui aveva affittato l’azienda. Il motivo è manifestamente infondato. La sentenza impugnata ha motivato sul punto avendo rilevato (v. pag. 7 della sentenza) che entrambe le società avevano concorso nel compimento di atti di concorrenza sleale “consentendo la prima, attraverso la concessione dell’uso del marchio alla seconda, che questa potesse commercializzare anche prodotti, come gli zaini, aventi affinità con quelli di abbigliamento commercializzati dalla (OMISSIS)”. Il secondo motivo del ricorso incidentale della (OMISSIS), con cui contesta la sentenza impugnata laddove ha rigettato la domanda di risarcimento dei danni, è inammissibile. Osserva il collegio che il giudice del merito ha ritenuto che la prova della esistenza del danno, ancorché ne sia richiesta la liquidazione equitativa spetta alla parte richiedente. Quindi ha ritenuto che tale prova non sia stata fornita. La sentenza impugnata su tale punto ha motivato diligentemente, rilevando che non era stata fornita la prova della commercializzazione di prodotti analoghi a quelli della (OMISSIS) nè che,per effetto della cattiva qualità degli zainetti venduti dalle controparti, si fosse verificato un calo delle vendite dei prodotti di essa (OMISSIS). Le censure che quest’ultima muove a siffatta motivazione sono del tutto generiche ed apodittiche limitandosi alla affermazione di uno sviamento della clientela senza alcun riferimento in ordine alle prove fornite in giudizio in ordine a siffatta circostanza. In conclusione, dunque, va accolto nei termini di cui in motivazione il primo motivo del ricorso incidentale della (OMISSIS) dichiarato inammissibile il secondo; vanno dichiarati assorbiti il primo il secondo ed il quarto motivo del ricorso principale, rigettato il terzo; vanno dichiarati assorbiti il primo, il terzo, ed il quinto motivo del ricorso incidentale della (OMISSIS) spa,rigettati il secondo ed il quarto ed il sesto. La sentenza impugnata va pertanto cassata in relazione alla censura accolta del primo motivo del ricorso incidentale della (OMISSIS) con rinvio anche per la liquidazione delle spese del presente giudizio alla Corte d’appello di Firenze in diversa composizione che dovrà valutare – dandone atto con adeguata motivazione – circa l’esistenza di un rapporto di affinità tra i prodotti cui si riferisce il marchio della (OMISSIS) e quelli cui si riferisce il marchio della (OMISSIS) e della (OMISSIS) tenendo conto del principio di diritto, sopra enunciato, che il giudizio di affinità di un prodotto rispetto ad altro coperto da marchio notorio o rinomato deve essere formulato, secondo il sistema previgente interpretato in modo conforme alla direttiva n.89/104/CEE, secondo un criterio più largo di quello adoperato per i marchi comuni, traendo a seguito della decisione che si assumerà le necessarie conseguenze nella valutazione dei motivi assorbiti. P.Q.M. Riunisce i ricorsi. Accoglie nei termini di cui in motivazione il primo motivo del ricorso incidentale della (OMISSIS) dichiarato inammissibile il secondo; dichiara assorbiti il primo, il secondo ed il quarto motivo del ricorso principale, rigetta il terzo; dichiara assorbiti il primo, il terzo, ed il quinto motivo del ricorso incidentale della (OMISSIS) spa, rigettati il secondo, il quarto ed il sesto; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia anche per la liquidazione delle spese del presente giudizio alla Corte d’appello di Firenze in diversa composizione.

  • Sentenze online, Pizzetti: "Tutela privacy può passare anche da motore di ricerca dedicato"

    "Il Garante Privacy ha dichiarato di essere aperto ad un confronto sul tema della tutela della riservatezza nell'ambito della pubblicazione online delle sentenze. Personalmente vorrei proporre l'idea di rendere accessibili i documenti tramite motori di ricerca dedicati in alternativa a quelli generici". A parlare è Francesco Maria Pizzetti, giurista, già presidente dell’Autorità Garante per la Privacy dall’aprile del 2005 al giugno del 2012 e Professore ordinario di diritto costituzionale all’Università di Torino oltre che docente di diritto della tutela dei dati personali presso l’università LUISS di Roma. L'occasione di riflessione è data dalla lettera che nei giorni scorsi il Garante Privacy Antonello Soro ha indirizzato a Giorgio Santacroce, primo presidente della Corte Suprema di Cassazione, a seguito della pubblicazione, sul sito della Cassazione stessa, di tutte le sentenze emesse dalla Suprema Corte in materia civile negli ultimi cinque anni. In sostanza, Soro ha chiesto di "espungere dai provvedimenti i dati identificativi", provvedimento che "pur nulla togliendo alla comprensione del contenuto giuridico della pronuncia, consentirebbe tuttavia di minimizzare l’impatto, in termini di riservatezza, della più ampia accessibilità dell’atto in rete". "L'articolo 52 del Codice in materia di protezione dei dati personali - spiega Pizzetti - prevede già la possibilità che un giudice, autonomamente o su richiesta delle parti e in determinate circostanze, possa stabilire l'anonimizzazione dei nomi delle parti negli atti che verranno poi resi pubblici. Una cautela caso per caso che nelle intenzioni dell'Autorità muterebbe in una anonimizzazione di default per tutte le sentenze diffuse online dalla Corte di Cassazione. Ora, il principio di base è che a fini di ricerca giuridica e analisi ad essere rilevanti sono i principi che emergono da una sentenza e non i protagonisti della vicenda processuale - un principio che ha già orientato passate decisioni riguardanti la diffusione di sentenze per finalità di informazione giuridica - ma nella sua lettera il Garante allarga lo scenario facendo riferimento alla sentenza della Corte di Giustizia Europea del maggio scorso sulla de-indicizzazione di contenuti dai motori di ricerca, palesando così che la preoccupazione è relativa alla possibilità che tali dati circolino in rete attraverso motori di ricerca generalisti, in una cornice de-contestualizzata. È la dinamica che nella lettera viene riassunta nell'espressione 'indiscriminata accessibilità via web'. In questo senso, e qui la mia proposta, potrebbe essere utile prevedere che le sentenze online siano disponibili mediante uno strumento di ricerca dedicato che renda specifiche le ricerche e metta al riparo da quella circolazione indiscriminata delle informazioni. In sostanza, si tratta di propendere per la modifica dell'accessibilità piuttosto che per la modifica del dato". "Va inoltre tenuto in considerazione - conclude Pizzetti - che per determinate vicende l'anonimizzazione diventa rimedio parziale laddove elementi di contesto permettano comunque di risalire alle identità delle parti in causa, un dato che rafforza la convinzione che uno strumento di ricerca dedicato come quello sopra descritto possa garantire il bilanciamento tra gli interessi in gioco. Discorso analogo se si aggiunge che l'accesso alle sentenze, pubbliche per definizione, in modalità offline avviene attraverso la richiesta di copia cartacea ad un ufficio dedicato, stabilendo di fatto un filtro, uno step che rende la ricerca stessa messa in atto solo dai soggetti realmente interessati. Sotto un certo punto di vista, il motore di ricerca dedicato riproduce online questo tipo di dinamica". LEGGI Diritto all’oblio: cosa non possiamo chiedere a Google. Considerazioni sull’applicazione della sentenza della Corte di Giustizia Pizzetti: “Sentenza CGUE non è su diritto all’oblio. Ma pone questioni fondamentali su evoluzione normativa” 14 ottobre 2014