DIMT.IT - concorrenza

  • Master universitario di secondo livello in “Diritto della concorrenza e dell’innovazione”, al via il 20 marzo la terza edizione

    Prenderà avvio il prossimo 20 marzo la terza edizione del Master universitario di secondo livello in “Diritto della concorrenza e dell’innovazione” co-organizzato dall’Università LUISS Guido Carli e dall’Università Europea di Roma. Il Master, che si svolgerà presso l’Università LUISS Guido Carli, a Roma, offre un elevato grado di specializzazione nelle materie della Proprietà Intellettuale ed Industriale, del Diritto della Concorrenza ed Antitrust e del Diritto delle Comunicazioni. Si rivolge ed è particolarmente adatto a neolaureati, giovani professionisti e professionisti, nonché a funzionari, responsabili e dirigenti di imprese che intendono rafforzare le proprie competenze nelle discipline afferenti al mercato ed, in particolare, alla proprietà intellettuale, al diritto della concorrenza e al diritto delle comunicazioni. Il corso ha carattere trasversale ed interdisciplinare, coniugando competenze giuridiche ed economiche. Ha un taglio pratico, soffermandosi sulle evoluzioni sostanziali delle materie oggetto del Master, sugli indirizzi giurisprudenziali più significativi e su alcuni profili di intersection di più stringente attualità tre le diverse discipline trattate. Il Master è suddiviso in tre Moduli didattici: I Modulo: Proprietà intellettuale Nel primo Modulo saranno trattati temi afferenti al Diritto della Proprietà Intellettuale ed Industriale tra i quali i fondamenti del diritto delle invenzioni e dei brevetti, il Know-how e la protezione del segreto industriale, la tutela di diritto d’autore, l’industrial design, la funzione, i requisiti ed il management dei marchi d’impresa, le denominazioni di origine e la tutela del “made in Italy”, i profili di intersezione tra disciplina e diritti di proprietà intellettuale e diritto Antitrust, i rapporti tra Cloud Computing, diritto d’autore e privacy. Il primo Modulo coincide con il “Corso di Perfezionamento in Diritto e Gestione della Proprietà intellettuale, della Concorrenza e delle Comunicazioni”. II Modulo: Antitrust Il secondo Modulo del Master approfondirà temi fondamentali del Diritto Antitrust, tra i quali il potere di mercato ed il Welfare, le fonti e le istituzioni del Diritto Antitrust, la posizione dominante e le fattispecie di abuso, le concentrazioni tra imprese tra regolazione e Antitrust, le intese restrittive della concorrenza, i poteri di enforcement delle Autorità Antitrust, nonché gli orientamenti e le linee di tendenza Antitrust che si stanno delineando nei mercati regolamentati e non- regolamentati europei e nord-americani. III Modulo: Comunicazioni Nel terzo Modulo del Master saranno approfonditi temi inerenti al Diritto delle Comunicazioni, quali, tra l’altro: i profili tecnici, economici e regolatori delle comunicazioni elettroniche e dei media audiovisivi, la disciplina nazionale, europea ed internazionale delle comunicazioni elettroniche e dei media audiovisivi, la disciplina e gestione dei servizi e contenuti digitali, i profili evolutivi dell’ICT 2.0. Direttore: Gustavo Olivieri Condirettore: Gustavo Ghidini Comitato Scientifico: Gustavo Olivieri, Gustavo Ghidini, Angelo Marcello Cardani, Valeria Falce, Alberto Maria Gambino, Federico Ghezzi, Michele Grillo, Mario Libertini, Roberto Pardolesi, Giovanni Pitruzzella, Andrea Stazi, Vincenzo Zeno- Zencovich. Coordinatore scientifico: Valeria Falce Referente per la didattica: Eleonora Sbarbaro Per informazioni ed iscrizioni è possibile contattare la sezione Post Lauream dell'Università LUISS Guido Carli (Viale Pola, 12, Roma) alla casella di posta elettronica Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. o al telefono 06 85225579. 20 febbraio 2015
  • "App gratuite e pagamenti nascosti", Altroconsumo segnala Apple e Google all'Agcm

    "Scarichi un gioco gratuito sullo smartphone o sul tablet, giochi per un po’, ma proprio quando il gioco diventa interessante ti chiedono di acquistare componenti, accessori, attrezzi o risorse indispensabili per proseguire". Descrivendo questo scenario Altroconsumo spiega il senso della segnalazione inviata all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato per pratica commerciale scorretta nei confronti di Apple e Google. "Si chiamano acquisti in-app - spiega l'associazione - perché fatti all’interno del gioco stesso, ma si tratta di acquisti veri e propri con addebiti reali sulle carte di credito; sono di fatto previsti da un gran numero di app (soprattutto giochi) che si possono scaricare (all’apparenza gratuitamente) dall’Apple Store e da Google Play. Si tratta però di una pratica commerciale aggressiva, vietata dal Codice del Consumo, soprattutto se si pensa che la maggior parte di questi giochi sono destinati ai bambini". Altroconsumo si concentra dapprima sulla possibilità che minori scarichino questo tipo di applicazioni all'insaputa dei genitori, dato che "sia Apple che Google offrono (per comodità) la possibilità di acquistare o scaricare dagli store ciò che si vuole senza dover inserire nuovamente la password di sicurezza per un lasso di tempo determinato dopo il primo acquisto"; in secondo luogo, sulla possibilità che sia i minori sia gli adulti possano restare ingannati dalla presunta gratuità dell'app, evidenziando il fatot che il Codice del Consumo fa rientrare tra le pratiche commerciali aggressive anche l'inclusione "in un messaggio pubblicitario di un’esortazione diretta ai bambini affinché acquistino o convincano i genitori o altri adulti ad acquistare loro i prodotti reclamizzati”. "Se si considera poi che Apple incassa il 30% di tutti gli acquisti in-app - chiosa Altroconsumo - che detiene l’esclusiva gestione di tutti i giochi che girano sui dispositivi iOS e che i giochi generano per Google circa l’80% delle entrate complessive del suo store, abbiamo deciso di segnalare entrambe le aziende. Una situazione piuttosto delicata se anche la Commissione Europea, a febbraio 2014, ha convocato formalmente Apple e Google per discutere della tematica degli acquisti in-app e delle potenziali criticità per i diritti dei consumatori, e che Apple (a gennaio di quest’anno) ha persino raggiunto un accordo con la Federal Trade Commission (FTC) statunitense per un risarcimento di 32,5 milioni di dollari a favore delle famiglie che avevano subito un danno derivante da acquisti in-app effettuati da minori senza il consenso dei genitori". 18 aprile 2014
  • "Concorrenza e crescita, il ruolo delle Autorità Antitrust", il Convegno nell'ambito del Master in "Diritto della concorrenza e dell'innovazione" Luiss Guido Carli - Università Europea di Roma

  • "Concorrenza e innovazione nelle comunicazioni elettroniche", conferenza del Prof. Angelo Marcello Cardani venerdì 17 gennaio

  • "Diritti e benessere del consumatore nell'ecosistema digitale", a Roma il 14 maggio

    Roma, 14 maggio 2015

    Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato

    L’inizio del XXI secolo è stato segnato dalla deflagrazione delle potenzialità offerte dalla rete Internet che ha contribuito in modo determinante all’avvento della c.d. globalizzazione, dando vita a nuove forme di comunicazione, di vita e di lavoro fino a generare una nuova economia in un vero e proprio ecosistema digitale. Smartphone, tablet, social networks, banche dati digitali, wearable devices per il monitoraggio della salute, app, download di brani MP3, alias, pagamenti wireless, hanno travolto quegli schemi di scambio culturale ed economico che solo fino a dieci anni fa erano rappresentati da altre icone quali le bacheche nei corridoi, le agende (di carta), gli assegni, i contanti, i libri, i dischi in vinile, le lettere. E con essi un modo di fare business che oggi appare, per taluni versi, così remoto da sembrare “preistorico”. In questo scenario, l’evoluzione tecnologica è stata entusiasmante, coinvolgendo, anche attraverso la crescente semplicità della user experience, sempre più cittadini di ogni età. Tuttavia, l’innovazione tecnologica è stata foriera non solo di un maggiore benessere del consumatore - che ha ogni giorno di più il mondo a portata di mano - ma anche di notevoli insidie per i sempre più numerosi fruitori di beni e servizi digitali e per il mercato rispetto alle quali l’intervento del legislatore non sempre è stato tempestivo ed efficace come avrebbe dovuto. È inoltre storia recentissima la vicenda - da poco conclusa in Italia, Francia e Svezia con l’assunzione di impegni vincolanti da parte delle società coinvolte - che ha contrapposto le agenzie di viaggio on-line a quelle c.d. tradizionali che sono quindi dovute ricorrere all’Autorità antitrust affinché ponesse rimedio alle pratiche anticoncorrenziali che dal mercato tradizionale si erano spostate a quello on-line, cambiando ecosistema ma non i danni subiti dai consumatori a causa della distorsione della concorrenza. È questo il contesto nel quale l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, unitamente all’Accademia Italiana del Codice di Internet (IAIC), ha promosso, con il coordinamento scientifico della prof.ssa Valeria Falce dell’Università Europea di Roma e del Commissario AGCM dr.ssa Gabriella Muscolo, un convegno finalizzato a comprendere l’evoluzione dei mercati, dell’effettivo benessere e della tutela dei consumatori anche alla luce delle più recenti innovazioni normative di matrice comunitaria. Il convegno si terrà il prossimo 14 maggio, presso la sede dell’Autorità, in occasione della pubblicazione del volume "I nuovi diritti dei consumatori" curato dal prof. Alberto Maria Gambino e dall’Avv. Gilberto Nava - un commentario ragionato e analitico delle singole disposizioni del Codice del Consumo riformato, che, all’indomani del recepimento della Direttiva Consumer Rights, si propone di offrire ai diversi stakeholders un concreto ausilio nell’interpretazione e nell’applicazione della rinnovata normativa consumeristica - nonché dell’avvio della III edizione del Master in diritto della concorrenza e dell’innovazione organizzato dall’Università LUISS Guido Carli e dall’Università Europea di Roma e diretto dai professori Gustavo Olivieri e Gustavo Ghidini. L’incontro sarà presieduto e moderato dalla dr.ssa Gabriella Muscolo, componente dell’AGCM e vedrà la presenza del prof. Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato e dell’on. prof. Stefano Quintarelli, oltre all’intervento dei professori Paul Nihoul, Alberto Gambino, Gustavo Olivieri, Massimiliano Granieri, Marco Gambaro, Valeria Falce, Vincenzo Meli, Giovanni Calabrò e Gustavo Ghidini. Locandina-Diritti-e-benessere-del-consumatore-nellecosistema-digitale-Roma-14-maggio-2015
    Recensione de “I nuovi diritti dei consumatori. Commentario al D.Lgs. n. 21/2014”   Contratti online, negoziazione assistita e teleselling: i nuovi diritti dei consumatori nel convegno a Roma. All’attenzione dell’Agcm
    29 aprile 2015
  • "Diritti TV del calcio, possibile accordo anti-concorrenziale", l'articolo della Prof.ssa Valeria Falce sulla Rivista di Diritto Sportivo

    Come noto, con provvedimento pubblicato il 19 maggio 2015, l’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato (“AGCM”) ha avviato un’istruttoria nei confronti della Lega Nazionale Professionisti di Serie A (“Lega”), dell’advisor di quest’ultima Infront Italy S.r.l. (“Infront Italy”), nonché di Sky Italia S.r.l. (“Sky”), Reti Televisive Italiane S.p.A. (“RTI”) e Mediaset Premium S.p.A. ( “Mediaset”), volta ad accertare l’attuazione da parte di tali soggetti di una presunta intesa restrittiva della concorrenza, contraria all’art. 101.1 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea (TFUE), nel mercato dei diritti televisivi sportivi. Nel provvedimento di avvio l’AGCM ha, in particolare, ipotizzato, sulla sola base di alcune notizie di stampa apparse nel mese di febbraio 2015, che le imprese sopra indicate abbiano concluso “accordi spartitori” nell’ambito della procedura di gara per l’assegnazione dei diritti televisivi per il Campionato di calcio di serie A nel triennio 2015-2018.

    L’articolo della Prof.ssa Valeria Falce sulla Rivista di Diritto sportivo

    12 giugno 2015
  • "Internet 2.0: nuovi profili della regolazione", il Convegno del 9 maggio presso l'Università Europea di Roma

    Interverranno tra gli altri i Proff. Alberto Gambino, Valeria Falce e Andrea Stazi dell'Università Europea di Roma, il Presidente dell'Agcom Angelo Marcello Cardani ed il Presidente dell'Agcm Giovanni Pitruzzella. Nel pomeriggio un panel con Paolo Coppola, deputato del Partito Democratico, Antonio Palmieri, parlamentare di Forza Italia, e rappresentanti di Rai, Mediaset e Confindustria Digitale. Il Convegno è accreditato fra gli eventi della Settimana Mondiale della Proprietà Intellettuale La regolazione delle reti in Italia e in Europa, i diritti e le tutele per i consumatori nella realtà digitale, il diritto d'autore sui nuovi media: sono alcuni dei temi al centro del Convegno "Internet 2.0: nuovi profili della regolazione", appuntamento previsto il 9 maggio prossimo presso l'Aula Master dell'Università Europea di Roma. Il Convegno rientra nell’ambito del PRIN-Progetto di Ricerca di Interesse Nazionale "La regolamentazione giuridica delle Tecnologie dell'Informazione e della Comunicazione (TIC) quale strumento di potenziamento delle società inclusive, innovative e sicure", di cui l'Università Europea è capofila, ed è accreditato fra gli eventi della Settimana Mondiale della Proprietà Intellettuale. Obiettivo dell’iniziativa è approfondire i numerosi profili di regolamentazione del web 2.0., muovendo dagli ambiti esistenti di regolazione, auto-regolazione e concorrenza, per poi soffermarsi sul rapporto tra accesso e controllo per gli operatori della rete e la tutela dei diritti dei consumatori negli scambi digitali. Con sguardo rivolto ai nuovi servizi offerti sul web si passerà all’analisi della disciplina della proprietà intellettuale in relazione ad un equo bilanciamento degli interessi di carattere generale quali l'accesso all'informazione, la diffusione della cultura e la privacy. La giornata di lavori, dopo gli indirizzi di saluto di P. Luca Gallizia, L.C., Magnifico Rettore dell’Università Europea di Roma, e di Giampaolo D’Andrea, Capo di Gabinetto del MiBACT, sarà introdotta dalla Prof.ssa Valeria Falce dell'Università Europea. La prima sessione "Regolazione e concorrenza a livello comunitario e nazionale", presieduta dal Professor Alberto Gambino, Coordinatore nazionale del progetto PRIN 2010-2011,  vedrà gli interventi di Roberto Viola, membro della Commissione Europea - DG Connect, Angelo Marcello Cardani, Presidente dell'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom), e Giovanni Pitruzzella, Presidente dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm). Nel corso della seconda sessione dedicata a "Reti, operatori e diritti in ambiente 2.0", presieduta dal Prof. Gustavo Ghidini (Università di Milano - LUISS Guido Carli),  interverranno il Prof. Paul Nihoul (Università di Lovanio), il Prof. Roberto Pardolesi, (Università LUISS Guido Carli), il Prof. Vincenzo Zeno-Zencovich, (Università di Roma Tre - Rettore UNINT) ed il Prof. Vincenzo Franceschelli (Università degli Studi Milano-Bicocca). La terza sessione che aprirà il dibattito pomeridiano sui temi "Nuovi servizi, dati, contenuti e tutele", sarà presieduta dal Prof. Salvatore Sica (Università di Salerno) ed animata dagli interventi della Prof.ssa Rosaria Romano (Università di Chieti-Pescara), del Prof. Giorgio Resta (Università di Bari) e del Prof. Andrea Stazi (Università Europea di Roma); le conclusioni sono affidate al Prof. Luigi Carlo Ubertazzi (Università di Pavia). A chiusura della giornata di studi si svolgerà una Tavola rotonda sul tema “La circolazione di contenuti digitali e l’enforcement dei diritti di autore in rete”,  organizzata in occasione della pubblicazione del Volume di Eugenio ProsperettiL’opera digitale tra regole e mercato” (Giappichelli, 2013). Siederanno al tavolo per l'introduzione Giovanni Napolitano (WIPO), il deputato del Partito Democratico Paolo Coppola e il parlamentare di Forza Italia Antonio Palmieri. Il dibattito, che sarà moderato da Marco Cecchini, giornalista del Corriere della Sera, vedrà la partecipazione di Gina Nieri, Direttore affari istituzionali e componente CdA di Mediaset, Rodolfo de Laurentiis, Presidente di Confindustria Radio TV, Carmelo Fontana, Corporate counsel di Google Italy, Andrea Appella, Deputy General Counsel Europe Asia della 21st Century Fox, Roberto Bendal, Direttore di Confindustria Digitale, Isabella Splendore, Responsabile area giuridica e internazionale della Federazione Italiana Editori Giornali, e Antonio Marano, Vice direttore generale della Rai. La partecipazione al Convegno attribuisce 8 crediti per la formazione continua degli Avvocati. Per essere accreditati è possibile inviare una email all'indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Layout 1
  • "Pratica commerciale aggressiva" contro operatori medico-sanitari: Antitrust sanziona società portoghese per 500mila euro

    medici"A seguito di una pratica commerciale aggressiva, è stata irrogato una sanzione di 500mila euro alla società portoghese United Directorios Lda". Ad annunciare il provvedimento è l'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, la quale aveva aperto un procedimento "in base alle segnalazioni di numerosi operatori medico-sanitari italiani che hanno ricevuto fatture per importi consistenti, anche oltre mille euro, per l’iscrizione a una banca dati online a cui non avevano mai chiesto di aderire". "La pratica commerciale in questione - spiega l'Agcm in una nota - era particolarmente articolata e complessa. All’inizio la società raccoglieva i dati relativi agli operatori medico-sanitari, senza informarli preventivamente. Poi li pubblicava in un database denominato Registro Italiano dei Medici, accessibile esclusivamente online sul sito www.registromedici.com. Gli incaricati della United Directorios Lda contattavano poi sistematicamente gli operatori medico-sanitari inseriti nel Registro, chiedendo loro di verificare e correggere i propri dati riportati in un modulo: questo, una volta firmato e ritrasmesso, comportava l’inconsapevole sottoscrizione di un abbonamento al servizio telematico di annunci pubblicitari a pagamento sopra descritto, di durata triennale. In caso di mancata disdetta scritta, il rapporto veniva automaticamente rinnovato". "Solo dopo la scadenza dei termini per l’esercizio del diritto di ripensamento contrattualmente previsto - prosegue l'Authority - la società portoghese procedeva a inviare la fattura della prima rata annuale. A questa faceva seguito una lunga serie di solleciti di pagamento delle rate insolute, caratterizzati da toni sempre più aggressivi, con l’aggiunta di ulteriori somme a titolo di interessi di mora e spese di recupero. In diversi casi, inoltre, la United Directorios Lda ha rafforzato il meccanismo intimidatorio, reiterando i solleciti di pagamento e minacciando di adire un’autorità giudiziaria straniera per procedere al recupero coattivo dei crediti nei confronti delle microimprese medico-sanitarie coinvolte dalla pratica commerciale. La stessa società paventava contemporaneamente la possibilità di un ulteriore aggravio economico rispetto alle somme già richieste". 7 dicembre 2015
  • "Proprietà Intellettuale e Antitrust: conflitto o sinergia?". In occasione dell'avvio della seconda edizione del Master di II livello in "Diritto della Concorrenza e dell'Innovazione" organizzato dall'Università LUISS Guido Carli e dall'Università Europea di Roma

    La tutela della Proprietà intellettuale e la disciplina Antitrust sono due aspetti del mercato destinati a confliggere o c'è una strada che permetta loro di entrare in una proficua sinergia? È questa la domanda al centro del convegno che il 26 marzo 2014 avrà luogo presso l'Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato (AGCM) in piazza Verdi, 9, a Roma. L'evento, organizzato in occasione dell'avvio della seconda edizione del Master di II livello in "Diritto della Concorrenza e dell'Innovazione" organizzato dall'Università LUISS Guido Carli e dall'Università Europea di Roma, sarà dunque l'occasione per approfondire, con l'aiuto di autorevoli accademici ed esperti del settore, le dinamiche con le quali evolvono e si sovrappongono due aspetti centrali nell'economia dell'informazione. A fare gli onori di casa sarà il Presidente dell'Agcm Giovanni Pitruzzella, il quale sarà seguito nell'introduzione ai lavori dal Professor Gustavo Ghidini, Professore presso la Luiss Guido Carli. La prima tematica a finire sotto la lente sarà la "Questione in tema di marchi", al centro degli interventi del Professor Giovanni Cavani (Università di Modena e Reggio Emilia), della Dott.ssa Anna Argentati, funzionario dell'AGCM, e del Professor Gianni Capuzzi (LUISS). Subito dopo sarà la volta della "Questione in tema di copyright", aspetto che sarà analizzato nelle relazioni della Professoressa Valeria Falce (Università Europea), del Dott. Antonio Buttà (AGCM) e del Professor Francesco Graziadei (LUISS). La "Questione in tema di brevetti" vedrà invece protagonisti gli interventi della Professoressa Emanuela Arezzo (Università di Teramo), del Dott. Luca Arnaudo (AGCM) e del Professor Andrea Stazi (Università Europea). Le conclusioni saranno affidate al Professor Gustavo Olivieri (LUISS). La partecipazione al convegno è libera e gratuita previa gentile conferma tramite l'indirizzo email Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

    Locandina 26 marzo 2014

  • "Questioni di diritto d'autore", la presentazione della Prof.ssa Valeria Falce al Convegno “Proprietà intellettuale e Antitrust: conflitto o sinergia?”

    "È pacifico il traguardo ad una moderna concenzione della concorrenza che ormai scorge un denominatore comune tra disciplina autorale e disciplina Antitrust, con l'esistenza di strumenti diversi che promuovano con tecniche diverse la finalità del benessere collettivo e la corretta allocazione delle risorse". Così la Prof.ssa Valeria Falce, ordinario di Diritto dell'Economia presso l'Università Europea di Roma, intervenendo nel corso di “Proprietà intellettuale e Antitrust: conflitto o sinergia?", convegno che ha avuto luogo lo scorso 26 marzo 2014 presso l’Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato (AGCM). Di seguito il materiale presentato contestualmente all'intervento. 13 maggio 2014
  • "Search neutrality e benessere del consumatore", l'abstract dell'intervento della Prof.ssa Valeria Falce al convegno in Agcm

    Di seguito l'abstract dell'intervento con il quale la Prof.ssa Valeria Falce [*] ha partecipato al convegno “Diritti e benessere del consumatore nell’ecosistema digitale”, che ha avuto luogo nel pomeriggio di giovedì a Roma presso la sede dell'Agcm.

    Search neutrality e benessere del consumatore 

    Si riaccende il dibattito sulla neutralità dei motori di ricerca anche al di qua dell’oceano.

    Due sono le principali novità intervenute nell’ultimo mese. Da un lato le contestazioni notificate il 15 aprile u.s a Google, in cui la Commissione lamenta la preferenza che il motore di ricerca accorderebbe sistematicamente ai risultati legati o comunque riconducibili a soggetti con i quali Google intrattiene relazioni commerciali, a prescindere cioè da una effettiva rilevanza dei servizi Google rispetto alla query inserita dall’utente nella barra di ricerca. Da un altro lato, la Comunicazione del 6 maggio sulla strategia da seguire per realizzare il Mercato digitale, in cui la Commissione, nel soffermarsi sul Secondo Pilastro (creare le giuste condizioni per lo sviluppo delle reti digitali e dei servizi), riconosce al § 3 i cambiamenti epocali intervenuti, lo stravolgimento dei tradizionali modelli di business, il ruolo propulsivo della concorrenza e dell’innovazione. Ora, nell'ambito del procedimento antitrust, alla Commissione spetterà chiarire quale sia il ruolo dell'innovazione nell'economia digitale, declinare le dinamiche competitive sui mercati interessati, e di qui valutare se la condotta di Google sia riconducibile ad una (aggressiva ma pur sempre) legittima iniziativa innovativa ovvero ad una strategia che interferisce significativamente sulla concorrenza e l'innovazione. Quanto alla Strategia sul mercato digitale, la Commissione sarà chiamata ad approfondire i limiti strutturali e comportamentali connessi all’attuale architettura, per poi proporre soluzioni di metodo e di merito. La sfida che si annuncia è innanzitutto di policy. Si dovranno scoprire le carte su delicati temi, tra i quali: 1) la neutralità dei motori è un obiettivo da perseguire nella prospettiva dell’innovazione, della concorrenza e del benessere dei consumatori? 2) e semmai le evidenze confermassero la selettività nelle scelte operate da Google, l’esercizio di questa scelta avrebbe in sé una carica anticoncorrenziale o esprimerebbe l’innovatività di un servizio? 3) più tecnicamente, quella condotta qualificherebbe in sé un abuso o andrebbe accertato un effetto distorsivo? Le risposte a queste domande si inseriranno poi in un mosaico più ampio, la Digital Single Market Strategy for Europe. Qui, la Commissione preannuncia entro il 2015 un approfondimento sul ruolo delle piattaforme, sul peso della shared economy e sul contributo degli intermediari on line sotto 4 diverse ed intrecciate prospettive: 1) la trasparenza nei risultati di ricerca; 2) l’uso delle informazioni acquisite; 3) le opportunità e gli ostacoli (per consumatori e imprese) nel passaggio da una piattaforma ad un’altra; 4) le misure da introdurre per contrastare la condivisione di contenuti illegali su Internet. Alla fine bisognerà decidere come garantire un armonico sviluppo dell'ecosistema digitale. La scelta potrà consistere nel promuovere iniziative bottom up (è quanto si sta realizzando in materia di standard, brevetti e cloud), lasciare il mercato libero di esprimersi, salvo poi intervenire in caso di condotte anticoncorrenziali (è quanto sta accadendo con il caso Google UE) o, infine, sancire la sfiducia nei confronti dei meccanismi auto-regolatori del mercato, e avviare come extrema ratio un processo regolatorio.   [*] Professore di diritto dell'economia presso l’Università Europea di Roma; Membro della Commissione Ricorsi avverso i Provvedimenti dell’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi; Visiting Fellow presso lo Schuman Centre dell’Istituto Universitario Europeo; Socio Fondatore dell’Accademia Italiana del Codice di Internet; Coordinatore scientifico del Master della LUISS e dell’Università Europea di Roma in Diritto dell’innovazione e della concorrenza.
  • “Concorrenza e Mercato. Competition, Regulation, Consumer Welfare e Proprietà Intellettuale”, call for papers 2016 su Big Data e concorrenza

    Consulta il documento

  • “Diritti e benessere del consumatore nell’ecosistema digitale”: report, video, audio e materiali del convegno presso l'Agcm

    L'evento, promosso dalla stessa Autorità e dall'Accademia Italiana del Codice di Internet, ha avuto luogo il 14 maggio. Hanno partecipato ai lavori il Presidente dell'Antitrust Giovanni Pitruzzella, l'on. Stefano Quintarelli e diversi accademici impegnati nell'analisi dello scenario aperto dai mercati digitali "Abbiamo identificato i fenomeni ambientali, nuovi e complessi, del sistema Internet, esaminato le regole esistenti e i loro enforcement, ma soprattutto abbiamo tentato di formulare delle proposte di regolamentazione futura e di evoluzione dell'enforcement stesso". È così che la Dott.ssa Gabriella Muscolo[audio], componente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, ha chiuso i lavori di “Diritti e benessere del consumatore nell’ecosistema digitale”, evento che ha avuto luogo presso l'Auditorium dell'Agcm nel pomeriggio di giovedì 14 maggio. A promuovere l'appuntamento la stessa Authority unitamente all’Accademia Italiana del Codice di Internet in occasione della pubblicazione del volumeI nuovi diritti dei consumatori. Commentario al D.Lgs. n. 21/2014 ”,curato dal Prof. Alberto Gambino e dall’Avv. Gilberto Nava, nonché dell’avvio della III edizione del Master in diritto della concorrenza e dell’innovazione organizzato dall’Università LUISS Guido Carli e dall’Università Europea di Roma.

    I video degli interventi

    Il Prof. Giovanni Pitruzzella[audio],Presidente dell’Agcm, ha aperto i lavori sottolineando che "nell'ultimo periodo l'Antitrust tende ad instaurare un rapporto sempre più frequente con l'accademia, con gli studiosi e con gli operatori proprio perché parliamo di un diritto di frontiera che richiede una evoluzione costante in rapporto con le grandi trasformazioni della tecnologia e dell'economia che caratterizzano questa era. La tutela del consumatore in ambiente digitale presenta delle peculiarità non solo normative, ma lancia una sfida alle Autorità antitrust, che l'Agcm ha raccolto in pieno aprendo e concludendo casi di un certo rilievo anche a livello europeo sia sul terreno della tutela del consumatore sia su quello della tutela della concorrenza. Sul primo piano ci siamo mossi come apripista, anche perché l'Autorità italiana gode di strumenti di enforcement probabilmente più raffinati rispetto a quelli di cui dispongono altri, ma sempre in una collaborazione che prevede scambi di informazioni in merito a un tema sul quale la Commissione europea credo voglia investire. Sul secondo secondo versante, abbiamo agito a stretto contatto con le altre Autorità, in particolare con quella francese e quella svedese, per raggiungere decisioni comuni". Il Prof. Gustavo Olivieri[audio],Direttore del Master, ha successivamente sottolineato il collegamento "fra le questioni affrontate nel volume e l'agenda che è stata recentemente pubblicata sotto forma di comunicazione dalla Commissione Europea sul mercato unico digitale, che apre un vero e proprio cantiere che occuperà gli ordinamenti nazionali per i prossimi anni sotto vari profili fra cui certamente quello della tutela del consumatore. Tra gli argomenti segnalati nell'agenda della Commissione c'è infatti, al paragrafo 3.4, rafforzare la fiducia nei servizi digitali e la sicurezza degli stessi, in particolare per quanto riguarda il trattamento dei dati personali. Da questo punto di vista mi sembra che una delle chiavi di lettura sia delle novità recenti sia in prospettiva possa essere proprio quella di rafforzare la tutela e la confidenza dei consumatori con l'accesso ai servizi in rete. In questo senso credo che i dati recentemente pubblicati dall'Osservatorio sulle comunicazioni per l'Italia siano eloquenti e segnalino un preoccupante ritardo del nostro Paese. Basti citare che gli italiani che usano Internet per fare degli acquisti sono meno della metà della media europea". "Non credo - ha chiosato il Prof. Olivieri - basti soltanto rafforzare l'armamentario giuridico e la tutela per migliorare il quadro, ma è certamente uno degli elementi sui quali occorre lavorare per avvicinare i consumatori italiani all'uso della rete come strumento di acquisto e utilizzo di beni e di servizi. Diversi punti meritano di essere individuati: un primo tema è quello delle interferenze tra questa disciplina e altri settori che ne sono toccati e coinvolti, e penso al settore dei servizi di pagamento; un secondo settore che necessita di un coordinamento è quello del diritto d'autore sulla rete. Terzo punto, più in generale, sappiamo che in questi mesi si sta studiando l'attuazione della direttiva sui sitemi alternativi di risoluzione delle controversie; ci sono settori dove si è già fatto qualcosa di egregio, ma certamente c'è tutto il mondo dei servizi e dei prodotti commerciali che a mio avviso va pensato e coordinato per dare maggiore efficacia ed effettività alla tutela dei consumatori con servizi di risoluzione delle controversie che allo stato non possono dirsi, nel nostro Paese, sufficientemente sviluppati e che credo l'attuazione della direttiva contribuirà a rendere più efficienti". La sessione su Internet come facilitatore nella creazione e condivisione di beni e servizi è stata aperta dal Prof. Paul Nihoul[audio] (University of Louvain e Presidente di Ascola), il quale ha tracciato una evoluzione storica dei mezzi di comunicazione e delle peculiarità introdotte nelle varie fasi, concludendo sulla tensione e sulla convivenza tra una competizione "distruttiva" e una competizione "costruttiva". Convegno 14 maggio 2015 1 Dopo di lui l'On. Stefano Quintarelli[audio], deputato di Scelta Civica e Presidente del Comitato di Indirizzo dell'Agenzia per l'Italia digitale, ha esordito affermando che "il tema è squisitamente politico. Purtroppo in parlamento, in Italia, su mille parlamentari siamo solo tre informatici; l'effetto netto è che quando si discute di certe cose spesso non se ne capisce la rilevanza".  Quintarelli ha esaminato uno scenario nel quale "quelli che una volta erano abilitatori oggi sono nuovi intermediari", descrivendo Internet come "la dimensione immateriale dell'esistenza" e sostenendo che "mettere insieme la parola neutralità con motore di ricerca è un ossimoro. Il motore di ricerca deve fare delle scelte, e la trasparenza dell'algoritmo è una cosa impossibile. Anche se un problema esiste e dobbiamo farci la punta al cervello per trovare la soluzione". Convegno 14 maggio 2015 4Il Prof. Alberto Gambino[audio],Presidente dell'Accademia, ha ripercorso il lavoro che ha portato al commentario, prima di spiegare: "L'Accademia è una sorta di spin off del Prin La regolamentazione giuridica delle Tecnologie dell'Informazione e della Comunicazione (TIC) quale strumento di potenziamento delle società inclusive, innovative e sicure, ed è dunque una prosecuzione del percorso di studio di questi temi e contenuti, ai quali si punta a dare una caratterizzazione più pratica e pragmatica anche in una cornice di dialogo con le istituzioni e le autorità". La discussione che ne è seguita è stata presieduta e moderata dalla dott.ssa Muscolo: "I primi a dover migliorare la conoscenza dell'alto tasso tecnologico alla base dei nuovi mercati siamo proprio noi enforcer. Un assunto fondamentale è che tra mercato e diritti non vi è antinomia, ma questo mercato digitale è speciale e al suo interno si aprono questioni rilevanti". Convegno 14 maggio 2015 2 Il Prof. Marco Gambaro[audio] dell'Università degli Studi di Milano è intervenuto con una relazione dal titolo Dinamiche competitive in rete: "Agli albori della rete molti economisti sostenevano che con Internet, essendo più facile confrontare i prezzi, il mercato sarebbe andato meglio e la concorrenza avrebbe funzionato di più. Allo stesso tempo alcuni filoni di pensiero sostenevano che alcune nicchie non sfruttate a causa dei costi di transazione sarebbero state occupate. Ma la dispersione dei prezzi resta evidente anche nei mercati elettronici e la lunga coda non è così incisiva come si sperava". "Non è un fenomeno nuovo, ma la dimensione verticale della concorrenza è aumentata nei mercati digitali. Non è più utilizzabile un approccio statico all'attività di promozione della concorrenza, la definizione statica dei mercati funziona solo parzialmente. E il tema delle autorità antitrust diventa quello di assicurare che questo gioco dell'innovazione, dove i monopoli vengono scardinati da altra innovazione, possa evolvere nel modo corretto". "Su un altro fronte - ha proseguito il Prof. Gambaro - con i mercati digitali i consumatori si trovano in posizione più sfavorevole rispetto al negozio tradizionale; se infatti chi acquistava aveva la possibilità di tenere i soldi in una mano e il prodotto nell'altra, pagando a valle, ora deve pagare prima e sperare gli arrivi il prodotto, mentre gli intermediari sono distanti, le comunicazioni con essi spesso difficoltose e le piattaforme declinano responsabilità di terze parti. Credo bisognerà ragionare su come compensare alcune asimmetrie". Search neutrality e consumer welfare è stato l'argomento sul quale si è focalizzata la Prof.ssa Valeria Falce[audio] dell'Università Europea di Roma: "Due sono le principali novità intervenute nell’ultimo mese: da un lato le contestazioni notificate il 15 aprile scorso a Google, in cui la Commissione lamenta la preferenza che il motore di ricerca accorderebbe sistematicamente ai risultati legati o comunque riconducibili a soggetti con i quali Google intrattiene relazioni commerciali, a prescindere cioè da una effettiva rilevanza dei servizi Google rispetto alla query inserita dall’utente nella barra di ricerca; da un altro lato, la Comunicazione del 6 maggio sulla strategia da seguire per realizzare il Mercato unico digitale, in cui la Commissione, nel soffermarsi sul Secondo Pilastro (creare le giuste condizioni per lo sviluppo delle reti digitali e dei servizi), riconosce i cambiamenti epocali intervenuti, lo stravolgimento dei tradizionali modelli di business, il ruolo propulsivo della concorrenza e dell’innovazione". "Nell’ambito del procedimento antitrust, alla Commissione spetterà chiarire quale sia il ruolo dell’innovazione nell’economia digitale, declinare le dinamiche competitive sui mercati interessati, e di qui valutare se la condotta di Google sia riconducibile ad una, aggressiva ma pur sempre legittima, iniziativa innovativa ovvero ad una strategia che interferisce significativamente sulla concorrenza e l’innovazione. Quanto alla Strategia sul mercato digitale, la Commissione sarà chiamata ad approfondire i limiti strutturali e comportamentali connessi all’attuale architettura, per poi proporre soluzioni di metodo e di merito”. "La sfida che si annuncia è innanzitutto di policy. Si dovranno scoprire le carte su delicati temi; ad esempio, la neutralità dei motori è un obiettivo da perseguire nella prospettiva dell’innovazione, della concorrenza e del benessere dei consumatori? E semmai le evidenze confermassero la selettività nelle scelte operate da Google, l’esercizio di questa scelta avrebbe in sé una carica anticoncorrenziale o esprimerebbe l’innovatività di un servizio? Più tecnicamente, quella condotta qualificherebbe in sé un abuso o andrebbe accertato un effetto distorsivo?”. "Nell'ambito del più ampio mosaico disegnato dalla Digital Single Market Strategy for Europe, la Commissione ha preannunciato entro il 2015 un approfondimento sul ruolo delle piattaforme, sul peso della shared economy e sul contributo degli intermediari on line sotto quattro diverse ed intrecciate prospettive: la trasparenza nei risultati di ricerca, l’uso delle informazioni acquisite; le opportunità e gli ostacoli, per consumatori e imprese, nel passaggio da una piattaforma ad un’altra e le misure da introdurre per contrastare la condivisione di contenuti illegali su Internet". "Alla fine - ha concluso - bisognerà decidere come garantire un armonico sviluppo dell’ecosistema digitale. La scelta potrà consistere nel promuovere iniziative bottom up, ed è quanto si sta realizzando in materia di standard, brevetti e cloud, lasciare il mercato libero di esprimersi, salvo poi intervenire in caso di condotte anticoncorrenziali, ed è quanto sta accadendo con il caso Google Ue, o, infine, sancire la sfiducia nei confronti dei meccanismi auto-regolatori del mercato, e avviare come extrema ratio un processo regolatorio". Il Prof. Massimiliano Granieri[audio] (Università degli Studi di Brescia) ha concentrato la sua attenzione su Economia della conoscenza ed evoluzione dei mercati, approfondendo le criticità emerse in relazione al servizio Google News e al non sempre facile rapporto con gli editori in Europa: "Innanzitutto, ci troviamo a chiederci se sia estendibile la tutela proprietaria ad oggetti nuovi come gli snippets; in secondo luogo, è interessante notare che ci troviamo di fronte ad un inedito caso di rapporto tra proprietà intellettuale e concorrenza. Di solito il titolare del diritto abusava della sua proprietà per escludere un competitor, qui sarebbe invece il titolare a subire l'abuso da un soggetto che non si sa neanche bene se si possa considerare un concorrente. Entrano infine in ballo diritti fondamentali come quello all'informazione". “Bisogna dunque domandarsi innanzitutto se si possa argomentare un presidio proprietario, con tre prospettive; si, no e forse. La prima alletta gli editori, la seconda Google, la terza è una strada che porterebbe sostanzialmente a riconoscere un'eccezione a questo tipo di aggregazione delle notizie. Di sicuro c'è che questo caso in giro per l'Europa al momento ha prodotto dei danni, tanto da portare Google ad interrompere il suo servizio in Spagna, e bisogna dunque chiedersi se i consumatori stiano meglio o peggio. Quando il caso è approdato di fronte all'Agcm, essa ha rimandato il caso al legislatore con l'argomento che non può creare un presidio proprietario”. "È chiaro - ha chiuso il Prof. Granieri - che c'è un profilo di contrasto tra tecnologia e diritto d'autore, un contrasto che genera equilibri puntuali che si creano apparentemente con gli interventi del legislatore ma che in realtà vengono creati da movimenti di mercato", indicando come strada maestra per il regolatore quella di assecondare i movimenti stessi e non tentare di interferire con le naturali dinamiche di mercato. Nuove forme contrattuali e obblighi normativi è stato il focus del Prof. Vincenzo Meli[audio] (Università degli Studi di Palermo): "Da un lato abbiamo uno scenario modernissimo, dall'altro questo scenario esaspera problemi vecchi. Di fronte a questo mercato immateriale e globale abbiamo problemi materiali, locali e personali. In Europa siamo passati da norme tutto sommato abbastanza semplici, a norme sempre più complicate. La sfida dell'Authority è dunque su quali categorie e strumenti usare per interpretare queste nuove norme". Il Dott. Giovanni Calabrò[audio], Direttore generale per la tutela del Consumatore in Agcm, ha ripercorso alcuni dei recenti interventi dell'Authority chiosando che "oggi il consumatore ha bisogno di una tutela immediata. Certo l'Agcm non può dare tutela al singolo consumatore, ma è anche vero che spesso da singole segnalazioni emergono dei veri e propri iceberg". E allargando la visuale sull'Europa: "Abbiamo oltre 300 milioni di europei che fanno transazioni e solo il 15% di essi riesce a superare le frontiere, dato che ci fa capire molto sulle barriere e difficoltà ancora esistenti tra gli Stati. Da una parte dunque c'è il progetto ambizioso della Commissione, dall'altro occorre rafforzare la fiducia rafforzando le tutele. Va detto infine che la Commissione con la Direttiva consumer rights ha riavvicinato sistemi che avevano in alcuni casi discipline molto diverse e ha lanciato una importante campagna di educational. Perché l'idea di fondo è che il consumatore deve essere informato, non bastano direttive ed enforcement". L'ultimo intervento è stato quello del Prof. Gustavo Ghidini[audio 1 / audio 2] (Università LUISS Guido Carli), Condirettore del Master, incentrato su un particolare tipo di consumo, quello di prodotti finanziari: "Penso ad un risparmiatore che ha una modesta preparazione e sulle cui scelte di investimento la pubblicità può costituire una rilevante e concorrente fonte di influenza"; esaminando alcune delle tutele riconosciute al consumatore nell'ambito dell'acquisto di "beni mobili di consumo ordinari" il Prof. Ghidini ha affermato che "non si vede il motivo per negare una tutela corrispondente ai clienti al dettaglio di emittenti intermediari e distributori di prodotti finanziari perché in questa attività si espone il pubblico a rischi ben più elevati rispetto a quelli di un elettrodomestico inefficiente". "Sarei felice - ha auspicato la Dott.ssa Muscolo in chiusura - di dedicare nella Rivista Italiana di Antitrust una sezione ai risultati di questo convegno, sezione che proporrei di intitolare Don't look back".

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Ma mentre in alcune aree del Paese si assiste a una dinamica concorrenziale da parte degli operatori privati sotto lo stimolo della regolamentazione, in altre si registra una sostanziale assenza di investimenti infrastrutturali. Per questo serve un Piano strategico nazionale per lo sviluppo delle reti di nuova generazione, anche con la previsione di politiche pubbliche a sostegno degli investimenti; occorre accelerare la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione e, più in generale, promuovere interventi pubblici a sostegno della domanda e dell’offerta di servizi a banda ultra-larga; vanno sostenute forme di joint-venture tra operatori privati finalizzate ad accelerare gli investimenti nelle reti di nuova generazione". Queste le valutazione che aprono una nota congiunta diffusa dall'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm) e dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom)  al termine della “Indagine conoscitiva sulla concorrenza statica e dinamica nel mercato dei servizi di accesso e sulle prospettive di investimento nelle reti di telecomunicazioni a banda larga e ultra-larga”. 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Ne discende, quindi, la necessità di colmare il ritardo che l’Italia sconta nello sviluppo delle reti di comunicazione a banda ultra-larga e nella diffusione delle competenze digitali nella popolazione e tra le imprese. Sulla base di queste premesse, le due Autorità, prospettando diversi scenari tecnologici e di mercato con le relative ricadute in termini competitivi, hanno fornito un contributo tecnico – condiviso – funzionale alla comprensione ed alla valutazione dei risultati conseguibili attraverso l’iniziativa privata e, di conseguenza, utile alla definizione di un contesto istituzionale di regole e, più in generale, di una politica pubblica efficace, coerente e trasparente". Più in dettaglio, ecco alcuni punti qualificanti dell’analisi. Le reti ed i servizi di nuova generazione La realizzazione delle reti di nuova generazione deve essere riconosciuta come un’esigenza prioritaria per la competitività dell’intero sistema economico e per la crescita, meritevole di un intervento di politica pubblica, in quanto le sole forze di mercato non portano – naturalmente – al raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda Digitale Europea. I motivi sono noti. Per un verso, l’Italia non è caratterizzata da una diffusa cultura digitale e sono poche le famiglie (e le imprese) connesse ad Internet, come pure risulta modesto l’utilizzo dei servizi digitali on-line. Per altro verso, gli investimenti delle imprese private sono insufficienti – nel medio periodo – a garantire lo sviluppo diffuso delle reti di nuova generazione. Ciò in quanto si tratta di investimenti che comportano significativi costi irrecuperabili, mentre i connessi ricavi incrementali attesi dagli operatori appaiono altamente incerti. Ed è proprio tale incertezza, peraltro in un contesto di progressiva riduzione di ricavi e margini nell’industria delle TLC, che costituisce probabilmente il principale fattore di rischio che incide sugli (insufficienti) investimenti nelle nuove infrastrutture. Tuttavia, per programmare gli investimenti, sarebbe riduttivo considerare solo l’attuale domanda di servizi a banda ultra-larga, senza valutare che – nei prossimi anni – la domanda di banda crescerà considerevolmente, sia con riguardo agli utilizzi delle famiglie (video on-line, ad esempio), sia con riguardo alle esigenze della Pubblica Amministrazione e delle imprese private (cloud computing, ad esempio). Piano strategico nazionale per lo sviluppo delle reti Appare fondamentale la definizione di un Piano strategico nazionale per lo sviluppo delle infrastrutture che individui in maniera organica le aree di intervento, semplifichi le relazioni tra i diversi decisori coinvolti e svolga una pianificazione degli interventi sulle infrastrutture, proseguendo nel contempo con l’accelerazione della digitalizzazione della Pubblica Amministrazione. Ciò al fine di ridurre le incertezze che possono gravare sulle scelte di investimento degli operatori privati, rallentando lo sviluppo delle infrastrutture. In questo contesto, assume un rilievo significativo anche la politica di sostegno della domanda. Si potrebbero considerare ad esempio interventi pubblici volti a promuovere una maggiore trasparenza della qualità delle connessioni on-line al fine di rendere gli utenti maggiormente consapevoli della differenziazione dei servizi di connettività a Internet. Particolarmente efficaci possono essere politiche di sostegno della domanda sotto forma di voucher, sovvenzioni, benefici fiscali per le famiglie e/o imprese che vogliano dotarsi di una connettività a banda ultra-larga. Dal lato dell’offerta, occorre garantire che gli enti locali contribuiscano attivamente all’obiettivo di digitalizzazione attraverso i necessari interventi di semplificazione amministrativa che, coerentemente con le iniziative promosse a livello legislativo, consentano di ridurre i tempi e i costi per la posa delle infrastrutture in fibra ottica. Vi è – inoltre – un evidente spazio per l’intervento pubblico diretto nelle aree del Paese che non risultano coperte dai piani di investimento privati. L’investimento pubblico deve però chiaramente coniugarsi con modalità di selezione degli operatori e scelte architetturali idonee a garantire una effettiva concorrenza. Agenda Digitale Europea, programmi pubblici, ruolo dei privati Il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda Digitale Europea può richiedere un differente insieme di politiche pubbliche che possono riguardare anche aree nelle quali gli operatori privati hanno già definito piani di investimento. In queste circostanze, è evidente che, tanto più la politica pubblica assume un ruolo di guida del processo innovativo del settore, tanto più occorre tenere presente i rischi per il funzionamento dei mercati e per il processo concorrenziale, sia nella sua declinazione statica che dinamica. Più in generale, l’intervento pubblico – che appare necessario anche nel nostro Paese per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda Digitale Europea – può intrecciarsi con scenari di organizzazione del settore che presentano gradi di problematicità differenti con riguardo agli impatti concorrenziali e le misure regolamentari. "La realizzazione di un assetto di mercato caratterizzato dall’esistenza di un operatore di rete puro, non verticalmente integrato nella fornitura di servizi agli utenti finali - proseguono le Authorities - costituisce evidentemente lo scenario ideale sotto il profilo concorrenziale e più lineare dal punto di vista della regolamentazione; tuttavia, si tratta di uno scenario di assai difficile realizzazione concreta. Un eventuale scenario alternativo, in cui la struttura di mercato venisse a riorganizzarsi solo sulla figura dell’operatore dominante verticalmente integrato, implicherebbe – al contrario – uno scrutinio particolarmente attento sia sotto il profilo antitrust, sia in relazione alla sua disciplina regolamentare. Un terzo scenario è quello in cui si sviluppano forme di co-investimento tra una pluralità di operatori, eventualmente anche attraverso la costituzione di joint venture. Se quest’ultima opzione venisse realizzata in modo da non restringere ingiustificatamente gli spazi per il confronto concorrenziale - chiude la nota - potrebbe essere considerata come soluzione di second best dal punto di vista concorrenziale, ma con il merito di accelerare i processi di investimento nelle reti di nuova generazione". 10 novembre 2014
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  • Aiuti di Stato e concorrenza sleale

    di Valeria Falce Sommario
    1. La violazione di norme imperative e di prescrizioni pubblicistiche come atto di concorrenza sleale
    2. Il rapporto tra le disposizioni in materia di aiuti di stato e la disciplina repressiva della concorrenza sleale
    3. Segue: Rimedi e tecniche di ricomposizione degli interessi alla luce della giurisprudenza rilevante
    4. Conclusioni

    1. La violazione di norme imperative e di prescrizioni pubblicistiche come atto di concorrenza sleale

    1.1. Ambiti e limiti di applicazione.

    Il processo di continua amministrativizzazione dell’ordinamento e delle relazioni sul mercato, insieme alla crescente moltiplicazione di interventi legislativi (nazionali e comunitari) rivolti, a vario titolo, alla salvaguardia della concorrenza e alla tutela del mercato hanno rinnovato il dibattito sul coordinamento nell’enforcement delle relative discipline. In tale contesto, la rinvigorita curvatura costituzionale del bene della concorrenza coniugata alla rilevanza delle disposizioni codicistiche in particolare sulla concorrenza sleale, suggeriscono di tornare a riflettere sulle ipotesi in cui la violazione di una norma pubblicistica in generale e specificamente della disciplina in materia di aiuti di stato costituisca una condotta lesiva del paradigma della correttezza professionale in contrasto con la disciplina repressiva della concorrenza sleale ai sensi e per gli effetti dell’art. 2598 c.c. e seguenti. Per inquadrare correttamente la questione sembra utile muovere da una duplice premessa: anzitutto, una medesima condotta può al contempo violare diversi beni giuridici, così esponendosi ad altrettanti profili di censura; in secondo luogo, una stessa condotta può violare un medesimo bene giuridico che l’ordinamento protegge con diversi strumenti, nel qual caso è il criterio della prevalenza della disposizione speciale rispetto a quella generale, che arretra, a dover guidare l’interprete nell’identificazione della disciplina applicabile. Se quelli appena ricordati sono principi generali, si tratta ora di calarli nel particolare al fine di verificare: i) se ed in che limiti la violazione di una norma di diritto pubblico, ivi compresa la disciplina sugli aiuti di stato, costituisca al contempo un atto di concorrenza sleale, ascrivibile all’art. 2598 c.c.; ii) se ed in che termini la conformità di una condotta alle norme pubblicistiche, e dunque alle previsioni in materia di aiuti di stato, possa comunque qualificare un atto di concorrenza sleale. Nell’un caso (i), e in prima approssimazione, il nodo va sciolto ricorrendo alle teorie sul cumulo di discipline e di responsabilità, rispetto alle quali si delineano tre diverse linee interpretative: la prima, appellandosi alla concezione etica di correttezza professionale, riporta ogni violazione delle norme pubblicistiche da parte di un imprenditore ad un atto di concorrenza sleale [1]; la seconda, facendo leva sulla nozione corporativa di correttezza professionale, ripudia il cumulo di responsabilità nel presupposto dell’assorbimento del rilievo concorrenziale della condotta contraria ad una norma pubblicistica in quello amministrativo o penale della condotta già sanzionato ad altro titolo; la terza, valorizzando la nozione normativa della correttezza professionale, si pone in posizione intermedia, concludendo che la condotta contraria ad una norma pubblicistica possa integrare una forma di concorrenza sleale a seconda del rilievo che la norma pubblicistica e la sua violazione assumono per il corretto funzionamento del mercato e della concorrenza. Diversamente dalle prime due, è la terza lettura a prevalere per flessibilità ed intrinseca capacità a cogliere la complessità ed articolazione del caso concreto così consentendo un opportuno bilanciamento. Proseguendo lungo questo filone, si tratterebbe di identificare le ipotesi in cui le norme pubblicistiche sono direttamente rivolte alla tutela della concorrenza, perché in tal caso sarebbe la stessa cornice pubblicistica a fornire gli strumenti interpretativi utili a decodificare i principi di lealtà cui gli imprenditori devono informare la propria condotta, così che in caso di violazione di tali previsioni ricorrerebbe un atto di concorrenza sleale. Là dove, invece, le norme pubblicistiche non si proponessero come fine di tutelare anche la concorrenza, allora la condotta contraria a quelle norme potrebbe sì integrare un illecito concorrenziale ai sensi dell’art. 2598 c.c., ma solo ove essa fosse capace di incidere sulla concorrenza. D’altra parte, nemmeno questa terza ipotesi esegetica è immune da critiche, tenuto conto che, come avverte la migliore dottrina, sembra “decente ritenere che, salvo ipotesi eccezionali, la violazione di leggi dello Stato sia sempre in contrasto con i principi di correttezza” [2]. Per scriminare dunque le condotte lecite da quelle illecite andrebbero distinte le norme pubblicistiche violate a seconda che prescrivano limiti all’esercizio dell’attività imprenditoriale, costi o oneri. Nel caso in cui ad essere infrante siano delle norme del primo tipo, ricorrerà anche una fattispecie concorrenzialmente illecita. Nell’ipotesi in cui la violazione riguardi norme che impongono costi, essa integrerà una fattispecie complessa comprensiva di un illecito concorrenziale se a quella infrazione si colleghi un atto da cui scaturisca un danno concorrenziale. Infine, nell’ipotesi in cui la violazione si riferisca a norme che impongono degli oneri, per quanto da più parti si invochi la difficoltà di ravvisare in essa la fonte di un comportamento concorrenziale, non pare che questo possa escludersi. Al pari infatti della violazione di norme che impongono costi (ad esempio, quelle sul pubblico impiego) quelle che prescrivono oneri (ad esempio, licenze o autorizzazioni) possono ben tradursi in un risparmio e a sua volta in un vantaggio concorrenziale, che, sfruttato, può causare un danno concorrenziale. Quanto all’altro caso (ii), in cui il quesito che ci si pone è se la conformità di una condotta ad una norma pubblicistica possa comunque lasciare spazio ad una sua valutazione in termini di illiceità, la risposta, tutt’altro che univoca, evoca il tema del concorso di discipline. In linea di principio, si riconosce che l’aderenza di un comportamento ad una norma anche imperativa non precluda la sua difformità rispetto ad altro corpus normativo. D’altra parte, per verificare in concreto la sussistenza di un illecito concorrenziale, occorre risalire alle finalità della norma pubblicistica e solo nel caso in cui questa sia di stampo filo-concorrenziale parrebbe ragionevole arrestare qualsiasi ulteriore valutazione in merito alla rilevanza della condotta nella prospettiva dell’art. 2598 c.c..

    1.2. Concorrenza sleale e illecito aquiliano. Cenni.

    A fronte di un comportamento attuato da parte di un’impresa in violazione di una norma pubblicistica che, sulla base delle verifiche che precedono, al contempo integri un illecito concorrenziale, il concorrente leso ovvero le relative associazioni professionali sono legittimate a tutelare i propri interessi nelle sedi giudiziali competenti ed in particolare a promuovere i) l’azione inibitoria e di rimozione degli effetti della condotta illecita, per il cui esperimento è sufficiente la prova della ricorrenza degli estremi dell’atto di concorrenza sleale, ma non quella del dolo o della colpa dell’autore, né quella di un effettivo danno patrimoniale, essendo sufficiente il mero danno potenziale; ii) l’azione di risarcimento del danno, che richiede invece la prova del dolo o della colpa dell’autore (colpa che peraltro si presume una volta accertato l’atto di concorrenza sleale) e del danno patrimoniale. Nell’ambito di tale azione, il giudice può disporre la sanzione della pubblicazione della sentenza sulla stampa. In effetti, al concorrente che ritenga di essere stato danneggiato da un atto di concorrenza sleale è fatta salva la possibilità, almeno a livello di principio, di far leva sull’art. 2043 c.c. per tutelare i propri interessi. In giurisprudenza il rapporto tra le due norme è stato risolto considerando l’illecito concorrenziale come una specie del più ampio genere dell’illecito civile [3]. Più in particolare la specialità della concorrenza sleale rispetto all’illecito civile è individuata con riferimento ai requisiti della legittimazione (attiva e passiva) nonché ai mezzi di reazione dell’illecito, mentre per quanto riguarda i presupposti e le conseguenze risarcitorie della responsabilità le due categorie coinciderebbero [4]. Così operando, la responsabilità aquiliana ex art. 2043 c.c. viene ad assumere un ruolo sussidiario tale per cui si ricorre a tale disposizione ogniqualvolta non vi siano i requisiti oggettivi e soggettivi per il ricordo all’art. 2598, n. 3, c.c. [5].

    2. Il rapporto tra le disposizioni in materia di aiuti di stato e la disciplina repressiva della concorrenza sleale 

    2.1. Considerazioni Generali

    Alla luce dell’inquadramento generale che precede, si può ora passare ad esaminare il rapporto tra le disposizioni pubblicistiche in materia di aiuti di stato e la disciplina repressiva della concorrenza sleale, che, come detto, promuove a livello privatistico la tutela della concorrenza nelle relazioni tra imprese direttamente concorrenti che insistono sul mercato [6]. Ciò che rileva ai fini della sussistenza di un comportamento scorretto censurabile dinanzi al giudice civile nazionale è, pertanto, l’autonoma rilevanza giuridica dell’atto di concorrenza sleale posto in essere dall’impresa beneficiaria di un aiuto di stato nei confronti di un diretto concorrente sempre che si tratti di una specifica condotta i) sostanzialmente contraria alle disposizioni in tema di concorrenza e incompatibile con la disciplina degli aiuti, ovvero diretta a specifiche ricadute commerciali dell’indebita fruizione di un aiuto [7], ii) che sia causalmente collegata all’aiuto di cui ha beneficiato. Dal campo dell’analisi rimane in ultima analisi estraneo, da una parte, il rapporto, anche patologico, che si possa instaurare tra impresa beneficiaria e Stato Membro e, dall’altro, la relazione che possa intercorrere tra Stato Membro concedente l’aiuto ed imprese concorrenti del soggetto beneficiario che, nel rivendicare l’incompatibilità ovvero l’illegittimità della misura, richiedano allo Stato di risarcire i danni ingiustamente causati dalla sua concessione. Tanto premesso, punto di partenza della riflessione è che le regole relative agli aiuti concessi dagli Stati sono direttamente e specificamente volte a garantire che la concorrenza tra imprese non sia falsata da aiuti che avvantaggino indebitamente talune imprese o talune produzioni rispetto alle loro concorrenti. Si tratta dunque di norme che, in quanto tali, qualificano la nozione di correttezza professionale ai sensi dell’art. 2598 c.c., così che l’accertamento della conformità della pratica rispetto alle previsioni in tema di aiuti di stato determina la conformità di una condotta al paradigma della correttezza.

    2.2. Responsabilità dell’impresa beneficiaria di un aiuto nei confronti dei diretti concorrenti.

    Se è discutibile che sull’impresa beneficiaria gravi l’obbligo di verificare la regolarità e in ultima analisi la legittimità dell’aiuto erogato (nel presupposto che tali gli obblighi di notifica e di standstill incombano esclusivamente sullo Stato membro [8]), d’altra parte, a partire dalla celebre sentenza SFEI, la giurisprudenza comunitaria respinge l’idea “che il beneficiario di un aiuto di Stato illegale possa, sulla base del diritto dell’Unione europea, essere ritenuto responsabile del pregiudizio subito da un proprio concorrente a causa della violazione dell’art. 108.3 TFUE” [9]. A fronte peraltro di un legittimo affidamento maturato e a prescindere dal raggio di azione di un generale onere di diligenza [10], non si può escludere che il beneficiario di un aiuto di stato illegale ovvero incompatibile possa essere considerato responsabile nei confronti di operatori concorrenti sotto altro profilo [11]. Ciò potrebbe verificarsi qualora l’impresa beneficiaria, attraverso l’aiuto, abbia realizzato autonome condotte anticoncorrenziali in violazione degli articolo 101 e 102 TFEU (o delle corrispondenti normative nazionali) ovvero abbia attuato in modo abusivo l’aiuto concesso. In tal caso, infatti, in attesa o successivamente all’eventuale decisione assunta dalla Commissione Europea rispetto alla conformità con la disciplina comunitaria della misura, la condotta particolare posta in essere dall’impresa beneficiaria ricadrebbe al di fuori della “copertura” fornita dall’atto con cui è stato concesso l’aiuto e sarebbe autonomamente valutabile, assumendo specifica e propria rilevanza [12]. In altri termini, per il tempo in cui sussista un legittimo affidamento circa la compatibilità della misura, l’impresa beneficiaria è tenuta a non sfruttare il vantaggio concorrenziale conseguito oltre la finalità, i margini e i limiti consentiti così causando un ulteriore danno economico ai concorrenti. Diversamente, l’eventuale azione da questi ultimi promossa nei confronti dell’impresa beneficiaria si radicherebbe non tanto sulle norme di diritto comunitario, quanto piuttosto su principi e prescrizioni di diritto interno in tema di responsabilità [13]. In tal caso, il giudice nazionale, oltre eventualmente a compiere una serie di valutazioni preliminari, sarebbe chiamato ad accertare se la strategia intrapresa dall’impresa beneficiaria dell’aiuto rechi un pregiudizio ai diritti dei terzi concorrenti dell’impresa, autonomamente rilevante, causalmente collegato con il beneficio economico selettivamente concesso e comunque tale da non essere assorbito dalle misure disposte per il ripristino dello status quo ante in termini di condizioni di concorrenza sul mercato. Inoltre, qualora sulla conformità dell’aiuto alla disciplina comunitaria non si sia ancora espressa la Commissione Europea, è fatta salva la facoltà del giudice nazionale di adottare, se richiesto, i provvedimenti cautelari più opportuni. Infine, se il giudice nazionale si pronuncia in un momento successivo rispetto alla decisione della Commissione Europea sulla conformità dell’aiuto, esso deve necessariamente tenere in considerazione la decisione comunitaria. Passando invece, all’ipotesi in cui la pratica realizzata risulti conforme alle norme in tema di aiuti, (in quanto legittimo, perché regolarmente comunicato alla Commissione Europea, e compatibile, perché da questa autorizzato), ma, ciò nonostante, risulti scorretta sensi dell’art. 2598 c.c., si tratta di distinguere tra conformità procedurale - che, non implicando alcuna valutazione nel merito, non garantisce la conformità della condotta dell’impresa sul mercato alle norme in materia di concorrenza – e conformità di tipo sostanziale, che può determinare un concorso di norme. In tal caso, la valutazione del giudice nazionale, che deve muovere dalla ricostruzione del quadro normativo e tener conto del primato del diritto comunitario sul diritto nazionale, non può valutare come contrarie al principio di correttezza professionale quelle condotte attuative del beneficio derivante dall’aiuto di Stato legittimo e quelle che per l’impresa beneficiaria della misura sono doverose, perché entro questi margini la tutela della concorrenza e della correttezza è assicurata dalla disciplina comunitaria in materia di aiuti. Al di fuori di questi limiti, invece, il giudice può liberamente apprezzare la correttezza della condotta ex art. 2598 c.c. [14] e se del caso avvalersi dello strumentario offerto a livello di private enforcement.

    3. Segue: Rimedi e tecniche di ricomposizione degli interessi alla luce della giurisprudenza rilevante

    La giurisprudenza, assai copiosa in materia di aiuti di stato, saltuariamente si è occupata delle interferenze ed intersezioni con la disciplina repressiva della concorrenza sleale [15]. Tra i principali precedenti che segnano le evoluzioni della materia, si segnalano i seguenti: - Caso Grandi Traghetti di Navigazione [16] Nel caso in oggetto, l’azione è stata proposta di fronte al Tribunale di Genova da Grandi Traghetti di navigazione (GTN) nei confronti di Viamare di Navigazione (VDN) per comportamenti sleali consistenti nell’applicazione di tariffe sottocosto nonché attraverso la sollecitazione della clientela in maniera scorretta. GTN in particolare sosteneva che l’applicazione di tariffe sottocosto per i servizi di navigazione da Genova a Termini Imerese non era frutto di una autonoma politica imprenditoriale, ma diretta e immediata conseguenza dell’erogazione di aiuti di stato concessi dal Governo Italiano a Finmare, società controllante di VDN. A tal fine GTV chiedeva al Tribunale l’adozione di misure cautelari nei confronti di VDN ai sensi dell’art. 700 cpc, con rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia teso ad accertare se le misure statali in questione potessero considerarsi come aiuti di stato ai sensi della rilevante normativa. Il Tribunale di Genova riconosceva che in linea di principio un aiuto di stato lesivo della disciplina comunitaria qualifica un atto di concorrenza sleale, con la conseguenza che il beneficiario della misura può essere destinatario di una misura cautelare. Nel merito, tuttavia, il Tribunale di Genova escludeva innanzitutto l’applicazione delle norme in tema di aiuti di stato ai servizi di navigazione (cfr. Regolamento EC 3577/92, art. 6) ed in secondo luogo negava che i finanziamenti concessi a VDN potessero qualificare aiuti di stato trattandosi di mezzi reperiti sul mercato. - Caso Alitalia/Airone [17] Nella vicenda in esame, la Commissione Europea nel 2004 aveva autorizzato, come forma di aiuto individuale da parte dello stato italiano alla compagnia di bandiera, la concessione di una garanzia per il finanziamento-ponte erogato a marzo del 2005 per una durata di dodici mesi ad Alitalia da alcuni istituti di credito al fine di assicurare la copertura del fabbisogno netto di contante ed evitare il rischio di insolvenza della società. La Commissione Europea aveva ritenuto l’aiuto compatibile con la disciplina comunitaria sempre che venissero rispettate due condizioni: i) che all’erogazione dell’aiuto si accompagnasse l’adozione di un idoneo piano di ristrutturazione e ii) che durante la fruizione dell’aiuto si promuovesse un aumento di capacità della flotta di Alitalia. Nel novembre 2005 Alitalia aveva manifestato “interesse a partecipare” ad una procedura di licitazione per l’acquisto del complesso aziendale del Gruppo Volare in amministrazione straordinaria. Airone, anch’essa interessata a partecipare alla procedura, aveva chiesto al giudice romano di inibire in via cautelare la partecipazione di Alitalia sostenendo che quest’ultima avrebbe in tal modo sfruttato i vantaggi concorrenziali dell’aiuto per finalità non strettamente inerenti a quelle per cui l’aiuto era stato concesso. Il Tribunale di Roma, con ordinanza del 27 gennaio 2006 aveva accolto la posizione di Airone nel convincimento che alla data della manifestazione del proprio interesse alla partecipazione alla procedura Alitalia beneficiava dell’aiuto, che era stato concesso per assicurare il solo funzionamento corrente dell’azienda e non anche l’aumento delle capacità della flotta. Alitalia aveva proposto reclamo avverso la pronuncia del giudice di primo grado ed il giudice esaminati i fatti e le argomentazioni aveva accolto il reclamo e revocato il provvedimento cautelare. Ad avviso del Tribunale, infatti, prima della restituzione del prestito ponte garantito, Alitalia aveva manifestato esclusivamente il proprio interesse a prendere parte alla gara per l’aggiudicazione del complesso aziendale in vendita. Alitalia aveva dunque realizzato una condotta che in quanto preparatoria e preliminare era di per sé inidonea ad incidere sul mercato, sui concorrenti e sull’esito della procedura fino alla presentazione dell’offerta irrevocabile di acquisto la quale era avvenuta nel dicembre 2005, dopo cioè la ricapitalizzazione e la (anticipata) restituzione del finanziamento ponte. Ciò significava che Alitalia aveva presentato la propria offerta irrevocabile di acquisto in un momento in cui era cessata l’efficacia dell’aiuto di stato e con essa era venuto meno l’impegno di Alitalia verso la Commissione Europea di non aumentare la flotta. Nel concludere, il Tribunale aveva negato la sussistenza del fumus boni iuris nella pretesa di Airone in quanto, in ragione della tempistica degli atti e dei fatti in causa, Alitalia non aveva disatteso alcuna disposizione comunitaria in materia di aiuti di stato né attuato alcuna condotta concorrenzialmente sleale. La vicenda è stata oggetto di accesa critica da parte della dottrina [18] in quanto nella prima ordinanza, il giudice applicava il criterio del cumulo di responsabilità senza aver accertato incidentalmente la violazione di alcuna prescrizione comunitaria e senza motivare circa le conseguenze anticoncorrenziali della condotta di Alitalia in un mercato ben individuato. L’ordinanza che decide sul reclamo proposto da Alitalia, invece, basa la propria decisione sugli effetti giuridici e patrimoniali connessi alla condotta di Alitalia, senza considerare, invece tener conto degli effetti concorrenziali di tale condotta, ossia alla luce della strategia commerciale dell’impresa. Secondo tale dottrina, il giudice avrebbe dovuto anzitutto individuare le limitazioni alla condotta di Alitalia imposte dalla decisione della Commissione che autorizzava gli aiuti, e successivamente valutare la liceità della condotta posta in essere rispetto alle più rigide coordinate del diritto della concorrenza. In tale prospettiva si sarebbe potuto sostenere che il mercato rilevante in questione era pregiudicato, dal punto di vista della concorrenza, dalla presenza di un aiuto ad un’impresa ma era al tempo stesso tutelato da iniziative dell’impresa beneficiaria che amplificassero gli effetti distorsivi insiti nell’aiuto. In tal modo si sarebbe potuto ritenere che la condotta di Alitalia, per quanto conforme alla norme in tema di aiuti di stato, poteva comunque essere considerata scorretta e idonea a danneggiare i concorrenti e dunque violare le disposizioni in tema di concorrenza sleale.

    - Caso Traghetti del Mediterraneo [19]

    Nella vicenda in oggetto, Fallimento Traghetti del Mediterraneo conveniva in giudizio la società Tirrenia Navigazione, concorrente sul mercato dei collegamenti marittimi con Sicilia e Sardegna, per aver attuato condotte sleali sfruttando gli aiuti di stato ad essa concessi ai sensi della legge 684/74 che le avevano dunque consentito di applicare prezzi sottocosto. Il ricorso respinto dal Tribunale di Napoli e, successivamente, dalla Corte d’Appello, approdava alla Corte di Cassazione che, confermando la correttezza delle decisioni dei giudici di merito, ribadiva che i) gli aiuti di stato sono in linea di principio proibiti in quanto incompatibili con il diritto della concorrenza; ii) l’effetto distorsivo generato dagli aiuti di stato è irrilevante nella valutazione della compatibilità della misura statale rispetto alla disciplina comunitaria in quanto tale effetto è una componente essenziale degli aiuti ed è ammissibile qualora sia diretto alla protezione di interessi che non troverebbero altrimenti soddisfazione [20]. Nel caso di specie, la Corte di Cassazione concludeva che le tariffe applicate da Tirrenia Navigazione non erano l’espressione di proprie scelte imprenditoriali, ma l’attuazione di una specifica normativa nazione e che per tale ragione non residuavano margini di autonomia che potessero integrare gli estremi di un atto concorrenzialmente illecito.

    4. Conclusioni

    L’esplorazione degli ambiti di intersezione ed interferenza tra la disciplina in materia di aiuti e le previsioni a tutela della concorrenza rimanda ad una questione più generale, vale a dire se, quando e a che condizioni la violazione delle regole pubblicistiche in generale e quelle in materia di aiuti in particolare integri gli estremi di un atto di concorrenza sleale, autonomamente censurabile ai sensi e per gli effetti dell’art. 2598 c.c. Se in punto di stretto diritto la strada del private enforcement tesa a sindacare un comportamento scorretto è percorribile ogni volta che l’impresa beneficiaria sfrutti i vantaggi concorrenziali conseguiti oltre la finalità per la quale e per il tempo nei limiti del quale la misura è concessa, ovvero con modalità esorbitanti, eccessive e sproporzionate, d’altra parte, in punto di fatto la prova dell’illecito e della sua autonoma rilevanza risulta assai difficile, così limitando drasticamente non solo il numero di azioni incardinate ma soprattutto le chance di successo.

    Note

    [*] Il presente saggio è stato preventivamente sottoposto a referaggio anonimo affidato ad un componente del Comitato di Referee secondo il Regolamento adottato da questa Rivista. [**] Contributo in corso di pubblicazione anche in Dizionario sistematico del diritto della concorrenza, a cura di L.F.Pace, Jovene, Napoli, 2013. [1] Critica tale impostazione C. Alvisi, Concorrenza sleale, violazione di norme pubblicistiche e responsabilità, 1997, p. 127, a giudizio della quale ad identificare la scorrettezza professionale con la violazione di norme imperative si vanifica l’autonomo rilievo normativo della scorrettezza riducendola ad una species della colpa. [2] Così. A. Vanzetti, V. Di Cataldo, Manuale di Diritto Industriale, 7° ed., 2012. [3] Corte di Cassazione, sentenza n, 1829 del 26 giugno 1973, in Foro. It. 1973, I, c. 3371. In senso contrario si veda perà Corte di Cassazione, sentenza n. 2106 del 6 luglio 1971, in Rivista di Diritto Commerciale, 1972, p. 108, stando alla quale “la concorrenza sleale resta autonoma e non più una semplice specie del più ampio genus costituito dall’illecito aquiliano” . in dottrina, cfr. A. Genovese, Il risarcimento del danno da illecito concorrenziale, 2005, p. 23; C. Alvisi, Concorrenza sleale, violazione di norme pubblicistiche e responsabilità, 1997, 125. [4] A. Genovese, Il risarcimento del danno da illecito concorrenziale, cit. [5] Così. A. Vanzetti, V. Di Cataldo, Manuale di Diritto Industriale, 7° ed., 2012. [6] Per una lettura aggiornata sui valori perseguiti, V. Falce, Appunti in materia di disciplina comunitaria sulle pratiche commerciali sleali, in Riv. Dir. Comm., 2009, 423. [7] A. Genovese, Tutela urgente della concorrenza e inibitoria della condotta dell’impresa beneficiaria di aiuti di stato, in Corr. Giur. 2007, 6, 845. [8] Corte di Giustizia, 11 luglio 1996, Syndicat français de l’Express international (SFEI) e a. c. La Poste e a., C-39/94, Racc. 1996, I-3547. In senso contrario si veda A. Saggio, La responsabilità dello Stato per violazione del diritto comunitario, Danno e Responsabilità, 2001, 3, 223, che critica tale orientamento ritenendolo eccessivamente formalistico e tale da trascurare del tutto che l’effetto diretto del diritto dell’Unione Europea si produce anche nei confronti dei singoli. [9] C. Schepisi, Aiuti di Stato e tutela giurisdizionale. Completezza e coerenza del sistema giurisdizionale dell’Unione europea ed effettività dei rimedi dinanzi al giudice nazionale, Giappichelli, 2012. [10] Si veda in proposito F. Ferrero, Risarcimento dei danni e aiuti di Stato alle imprese: recenti sviluppi, in La “Modernizzazione” della disciplina sugli aiuti di stato. Il nuovo approccio della Commissione Europea e i recenti sviluppi in materia di public e private enforcement, (a cura di) C. Schepisi: secondo l’Autore sarebbe sempre più difficile ammettere che i beneficiari di un aiuto di stato ne possano ignorare la illegittimità o la incompatibilità rispetto alla disciplina comunitaria, stante la presenza di ampia giurisprudenza e di atti di orientamento che avrebbero ormai codificato la prassi delle corti e della Commissione Europea. [11] C. Schepisi, Aiuti di Stato e tutela giurisdizionale, cit.; A. Genovese, Tutela urgente della concorrenza e inibitoria della condotta dell’impresa beneficiaria di aiuti di stato, Cit. [12] C. Schepisi, Aiuti di Stato e tutela giurisdizionale, cit. [13] Corte di Giustizia, SFEI, cit; Commissione Europea, Comunicazione della Commissione relativa all’applicazione della normativa in materia di aiuti di Stato da parte dei giudici nazionali, G.U.C.E., 2009, C-85/11, §44 e 53. [14] A. Genovese, Tutela urgente della concorrenza e inibitoria della condotta dell’impresa beneficiaria di aiuti di stato, Cit. [15] La prassi dimostra come siano di gran lunga più numerose le azioni promosse dal beneficiario per opporsi ad un ordine di esecuzione interno, rispetto a quelle esperite dal concorrente sulla base della mera illegalità dell’aiuto, o anche a seguito di una decisione negativa della Commissione: così C. Schepisi, Aiuti di Stato e tutela giurisdizionale, cit, 206. [16] Tribunale di Genova, Ordinanza 26 aprile 1993, Grandi Traghetti di Navigazione S.p.A c. Viamare di Navigazione S.p.A. e Finmare S.p.A. in Diritto Marittimo 1993, p. 772. [17] Tribunale di Roma, Ordinanza 27 gennaio 2006; Tribunale di Roma, Sez. II, Ordinanza 14 marzo 2006 [18] A. Genovese, cit. [19] Corte di Cassazione, sentenza n. 5087 del 19 aprile 2000, Fallimenti Traghetti Mediterraneo S.p.A. c. Tirrenia di Navigazione S.p.A. [20] Per una nota critica sulla sentenza, cfr. L. Arnaudo, Aiuti di Stato, tariffe e concorrenza: tra competenze chiuse e questioni aperte, in Riv. It. Dir. Pubbl. Comunit., 2000, 6, 1368. Scarica il quaderno Anno III - Numero 2 - Aprile/Giugno 2013 [pdf]
  • Albergatori potranno praticare prezzi più bassi degli intermediari online. L'emendamento al DDl concorrenza

    Gli albergatori italiani non dovranno più preoccuparsi delle clausole che li obbligano a non praticare al cliente finale prezzi e condizioni migliori di quelli mostrati per le loro strutture da intermediari terzi, anche online. A prevederlo è un emendamento di Tiziano Arlotti (Pd) al ddl concorrenza approvato martedì dalla Camera dei Deputati. È questo l'esito di una vicenda che negli ultimi anni ha visto scontrarsi soggetti come la piattaforma Booking.com e Federalberghi ed è già passata per iniziative di diverse autorità antitrust europee. L'emendamento dichiara "nullo ogni patto con il quale l'impresa turistico-ricettiva si obbliga a non praticare alla clientela finale, con qualsiasi modalità e qualsiasi strumento, prezzi, termini e ogni altra condizione che siano migliorativi rispetto a quelli praticati dalla stessa impresa per il tramite di soggetti terzi, indipendentemente dalla legge regolatrice del contratto".
    Alberghi, determinato l’equo compenso dovuto per la trasmissione di opere cinematografiche
    7 ottobre 2015
  • Antitrust sanziona Roche e Novartis per l’intesa restrittiva nel mercato dei farmaci biotecnologici: nota al provvedimento del 27/02/2014

    di Martina Provenzano  Abstract: nella nota che segue si dà conto delle motivazioni corredate al provvedimento emanato dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, volto a sanzionare le società farmaceutiche Roche e Novartis per l’intesa orizzontale restrittiva della concorrenza posta in essere nel mercato dei farmaci biotecnologici. A margine del commento, vengono brevemente sviluppate alcune considerazioni critiche, descrivendo il processo di riforma in atto, tanto sul piano legislativo che su quello giurisprudenziale, nell’ambito dell’impiego off-label dei farmaci.  Il 27 febbraio 2014 l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) ha irrogato le società farmaceutiche capogruppo Roche e Novartis, con oltre 180 milioni di euro, per aver posto in essere un’intesa (orizzontale) restrittiva della concorrenza nel mercato dei farmaci biotecnologici, impiegati per la cura delle patologie della vista, e per aver procurato un danno ingente al Sistema Sanitario Nazionale italiano (SSN). A conclusione del procedimento avviato dall’AGCM, in contraddittorio tra le parti e gli altri soggetti intervenuti, infatti, è emerso che le due società farmaceutiche si erano previamente accordate per ostacolare il commercio del farmaco Avastin, usato off-label per curare le stesse patologie curate dal farmaco clone [1] Lucentis, quest’ultimo usato on-label e molto più costoso. In breve, si dice che un farmaco viene usato on-label quando vengono rispettate le indicazioni terapeutiche e le modalità di somministrazione riportate nel riassunto delle caratteristiche del prodotto (RCP). Viceversa, si dice che un farmaco viene usato off-label quando viene impiegato per una diversa indicazione terapeutica, per un diverso dosaggio, o per un diverso gruppo di pazienti riportati in RCP e diversi da quelli per cui il farmaco ha ottenuto l’autorizzazione all’immissione in commercio (AIC). In ambito europeo, la disposizione normativa di riferimento è l’art. 5, comma 1, direttiva 2001/83/CE; in Italia, la legislazione è molto più complessa e, in definitiva, si rimette al libero convincimento del medico curante purché dell’impiego off-label di quel farmaco sia stato dato atto nella letteratura scientifica. A tutt’oggi tale pratica risulta fortemente disincentivata dall’entrata in vigore della L. n. 189/2012 che, mentre da un lato esclude la responsabilità penale per colpa lieve del medico che si attiene a linee guida e alle buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica, dall’altro lato ha introdotto un criterio di responsabilità civile di tipo extracontrattuale per le decisioni terapeutiche prese quando le informazioni sulla sicurezza delle terapie risultano controverse (come nell’impiego del farmaco off-label). Invero, dal carteggio raccolto nel corso della fase istruttoria, è emerso che Roche, in qualità di “Marketing Authorization Holder” (MAH) del farmaco Aventis, tra il 2007 e il 2011 abbia posto in essere numerose attività volte ad ottenere da varie autorità di vigilanza avvertenze e limitazioni sull’uso off-label di Avastin. Secondo l’AGCM, alla base di queste attività vi era l’accordo, concluso tra Novartis e Roche, di sviluppo e commercializzazione esclusiva del farmaco Lucentis, che riconosceva i diritti commerciali esclusivi sullo stesso farmaco al di fuori degli Stati Uniti, dietro pagamento di un importo fisso e di royalties in favore di Roche. Novartis, dopo aver ottenuto dall’European Medicine Agency (EMA) l’AIC nell’Unione europea, aveva anche ottenuto dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) la collocazione del Lucentis nella classe farmacologica H/OSP1. La conseguenza è stata quella di declassare l’Avastin, impiegato off-label, in favore del Lucentis: quest’ultimo, costituendo una “valida alternativa terapeutica” on-label, ai sensi del L. n. 648/1996, ha ottenuto la rimborsabilità da parte del SSN. Come noto, per intese restrittive della concorrenza si intendono tutti quei comportamenti delle imprese che, invece di competere tra loro, si accordano per impedire, restringere o falsare la concorrenza (ad es. fissando congiuntamente i prezzi, spartendosi i mercati, sottoscrivendo accordi distributivi in esclusiva). Le intese restrittive sono dunque vietate dall’art. 101 TFUE  e, in Italia dall’art. 2, L. 287/1990,  in quanto idonee a pregiudicare il libero commercio tra gli Stati membri o all’interno del territorio di uno Stato membro, avuto riguardo al contesto economico e giuridico, ossia al mercato rilevante. La ratio del divieto si colloca nella necessità di raggiungere gli obiettivi del mercato unico europeo, il quale potrebbe essere pregiudicato da un’influenza diretta, indiretta, attuale o potenziale sulle correnti di scambio tra Stati membri. Analogamente, allorché le pratiche restrittive siano attuate all’interno del territorio di un solo Stato membro, la compartimentazione del mercato che ne deriva si ritiene in grado di ostacolare di per sé l’integrazione economica voluta invece dai Trattati dell’Unione europea. Ebbene, nel caso in commento, l’AGCM sembra aver tenuto conto dei seguenti elementi: a) in primo luogo, del fatto che i farmaci Avastin e Lucentis coprissero l’intero mercato rilevante dei farmaci biotecnologici impiegati per la cura delle patologie della vista; b) in secondo luogo, del fatto che Novartis non dovesse temere la concorrenza dell’Avastin grazie all’accordo di sviluppo e commercializzazione concluso con Roche; c) in terzo luogo, del fatto che quest’ultima trovasse maggior convenienza a mantenere i profitti derivanti dalle royalties piuttosto che dalla registrazione dell’Avastin come farmaco on-label. Secondo l’AGCM, dunque, le due società avrebbero posto in essere un vero e proprio piano di “differenziazione” dei due farmaci, per evidenziare in maniera artificiosa profili di specifica pericolosità dell’uso off-labeldi Avastin; attività di condizionamento informativo funzionali a sostenere l’intesa restrittiva della concorrenza nel mercato dei farmaci biotecnologici per la cura di patologie visive. In definitiva, a conclusione del procedimento, risulta che l’intesa orizzontale restrittiva abbia consentito la massimizzazione dei profitti di entrambe le società e abbia profondamente alterato i meccanismi della domanda, limitando la libertà di scelta dei consumatori e dei medici. Gli effetti che ne sono derivati si sono ripercossi sul SSN e sul Sistema Sanitario Regionale (SSR), stando alla necessità di riprogrammare le risorse finanziarie da destinare all’acquisto del farmaco più costoso, nonché su tutti i pazienti che hanno concretamente subito una limitazione nell’accesso alle cure. A margine di questo commento si ritengono opportune alcune osservazioni critiche. Come si è avuto modo di accennare, le disposizioni normative attualmente vigenti in Italia e volte a regolare l’impiego di farmaci off-label sono assai complesse e limitanti. Tuttavia, le motivazioni corredate al provvedimento sanzionatorio de quo sembrano quasi proiettare un percorso di riforma tale per cui si agevoli l’impiego di farmaci off-label, almeno quando tale farmaco sia stato giudicato omologo o equivalente rispetto ad altro farmaco impiegato on-label, e quest’ultimo sia notevolmente più costoso. In questa direzione dovrebbe essere superata anche la preclusione legislativa agli enti pubblici di richiedere l’autorizzazione all’uso nel sistema sanitario per lo stesso farmaco fino a quel momento impiegato off-label. Così facendo, infatti, si supererebbe l’eventuale inerzia del MAH che, per ragioni evidentemente legate a logiche di profitto aziendale, non si attivi per l’ottenimento dell’AIC per il proprio prodotto farmaceutico. L’ipotesi di un avvio di un processo di riforma in materia sembra essere suffragata dalla notizia che il 15 marzo scorso l’attuale Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto legge contenente “norme per favorire l’impiego di farmaci off-label meno onerosi per il Sistema sanitario nazionale ma altrettanto efficaci dal punto di vista farmaceutico”. Invero, si segnala che le osservazioni di cui sopra corrispondono alle eccezioni di incostituzionalità sollevate dal T.A.R. Emilia-Romagna nell’ordinanza n. 378/2012, con la quale il giudice amministrativo ha investito la Corte Costituzionale della questione di legittimità dell’art. 1, comma, 4, D.L. n. 536/1996, dell’art. 3, D.L. n. 23/1998 e dell’art. 2, commi 348 e 349, L. n. 244/2007, per la parte in cui tali disposizioni impediscono l’uso off-label di farmaci meno costosi di un farmaco autorizzatorio on-label (nonostante la comprovata equivalenza), nonché dell’art. 8, D. Lgs. n. 219/2006, per la parte in cui non consente agli enti pubblici di presentare la richiesta per l’autorizzazione all’uso nel sistema sanitario (consentendo una maggiore sostenibilità economica e, quindi, l’effettività delle cure). La soluzione di tali interrogativi, dunque, viene lasciata alla decisione della Corte Costituzionale, la cui pronuncia sembrerebbe attesa per la fine del 2014, nella speranza che il decisum della Corte non si discosti dalle misure legislative prese in questi giorni. Nel frattempo, il procedimento sanzionatorio dell’AGCM ha prodotto ulteriori conseguenze: è notizia recente che la Procura della Repubblica stia indagando sugli amministratori e i dirigenti di Roche e Novartis coinvolti nell’intesa restrittiva. I reati contestati sarebbero: associazione a delinquere, corruzione, truffa ai danni dello Stato, aggiotaggio e disastro doloso. Note: [1]  In particolare lo statunitense National Eye Institute, facente parte dei National Institutes of Health, ha lanciato un ampio studio comparativo (c.d. studio CATT) di Avastin e Lucentis, i cui risultati hanno confermato sia nel 2011 che nel 2012 l’equivalenza dei due farmaci per la cura della DMS. Analoghi risultati sono stati ottenuti anche da un altro studio comparativo, commissionato da due strutture del sistema sanitario inglese, il National Institute for Health Research e il Health Technology Assessment Programme, pubblicato nel 2012 (c.d. studio IVAN). Immagine in home page: Vivilascuola.studenti.it 20 marzo 2014
  • App di giochi: l'Antitrust avvia istruttoria nei confronti di Google, iTunes, Amazon e Gameloft

    L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm) ha deciso di avviare un’istruttoria nei confronti di due società del gruppo Google, di Itunes, la filiale di Apple che gestisce gli iTunes store in Europa, di Amazon e Gameloft, società che sviluppa e pubblica videogiochi scaricabili da Internet, in merito alle app che "appaiono gratuite ai consumatori e che invece richiedono acquisti successivi per poter continuare a giocare". "Il procedimento - spiega l'Antitrust - dovrà verificare se questi comportamenti costituiscano pratiche commerciali scorrette: i consumatori potrebbero essere indotti a ritenere, contrariamente al vero, che il gioco sia del tutto gratuito e, comunque, non sarebbero messi in grado di conoscere preventivamente gli effettivi costi dello stesso. Sussisterebbero, inoltre, carenze informative circa gli strumenti per escludere o limitare la possibilità di acquisti all’interno dell’App e le relative modalità di attivazione". A segnalare all'Authority queste pratiche era stata, a metà aprile, l'associazione Altroconsumo, la quale spiegava: “Si chiamano acquisti in-app perché fatti all’interno del gioco stesso, ma si tratta di acquisti veri e propri con addebiti reali sulle carte di credito; sono di fatto previsti da un gran numero di app (soprattutto giochi) che si possono scaricare (all’apparenza gratuitamente) dall’Apple Store e da Google Play. Si tratta però di una pratica commerciale aggressiva, vietata dal Codice del Consumo, soprattutto se si pensa che la maggior parte di questi giochi sono destinati ai bambini”. LEGGI " 'App gratuite e pagamenti nascosti', Altroconsumo segnala Apple e Google all'Agcm" 16 maggio 2014