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  • "Consiglio di amministrazione, corporate governance e innovazione tecnologica", video e materiali del secondo workshop del Corso avanzato di Alta Formazione "Corporate governance e parità di genere"

    AltaFormazione25giugno2014Ha avuto luogo nel pomeriggio di ieri "Consiglio di amministrazione, corporate governance e innovazione tecnologica", il secondo workshop del Corso avanzato di Alta Formazione "Corporate governance e parità di genere. Prima applicazione e prospettive". Le relazioni sono state introdotte dalla Prof.ssa Valeria Falce (Università Europea di Roma) e animate dal Dott. Massimo Menchini, Direttore delle Relazioni Istituzionali e della Corporate Governance di Assogestioni, e dal Prof. Avv. Salvatore Maccarone (Sapienza Università di Roma). A seguire, la testimonianza dell'Avv. Prof.ssa Valeria Panzironi, Direttore Affari legali e organi collegiali Coni Servizi S.p.A. e membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Bruno Visentini. Qui sotto le presentazioni mostrate dai relatori durante i lavori dell'incontro di ieri. I materiali dei precedenti incontri sono disponibili a questo link. Il Corso è stato presentato lo scorso mercoledì 11 giugno presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri con il convegno "La disciplina sull’equilibrio di genere a due anni dall’introduzione: numeri, bilanci e prospettive", con il patrocinio del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio. Il primo workshop, "Leadership e intelligenza emotiva", si è tenuto la settimana successiva. 26 giugno 2014
  • "Democrazia partecipativa, equilibrio di genere e composizione degli interessi (nella società per azioni)", i materiali del convegno presso la Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri

    Convegno16_12_14Ha avuto luogo nella mattinata di martedì “Democrazia partecipativa, equilibrio di genere e composizione degli interessi (nella società per azioni)", convegno inserito tra gli eventi del Semestre di Presidenza Italiana del Consiglio dell’Unione europea e ospitato presso la Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri. I lavori sono stati l’occasione per fare il punto insieme alle istituzioni e agli esperti della materia sui risultati conseguiti durante il Semestre, in scadenza, sulla modernizzazione della Corporate governance in Europa. Il convegno conclude il Corso Avanzato di Alta Formazione in "Corporate Governance e parità di genere. Prima applicazione e prospettive", che, d'intesa con il Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio, è stato organizzato dall’Università Europea di Roma nell’ambito di un Progetto di Ricerca di Interesse Nazionale (PRIN) incentrato su “Horizon 2020 e società inclusive” di cui la stessa Università è capofila. LEGGIla sintesi dell'intervento della Prof.ssa Valeria Falce "Corporate governance e parità di genere. Il rinnovato ruolo della trasparenza" Di seguito i materiali proiettati durante i lavori.

    Consulta i materiali del Corso

    16 dicembre 2014
  • "Patrimonio culturale digitale. Tra conoscenza e valorizzazione", a Roma il 2 luglio

    In un convegno promosso dall'Accademia Italiana del Codice di Internet si approfondiranno, con l'aiuto di giuristi, esponenti delle istituzioni e delle associazioni, le problematiche e i quesiti aperti sul tema della gestione di documenti e informazioni nel settore pubblico L’esigenza della massima divulgazione della conoscenza e della migliore valorizzazione del patrimonio materiale e digitale di proprietà pubblica comporta l’individuazione di un sistema di licenze d’uso che assicuri il bilanciamento tra i principi di riutilizzo dei dati pubblici e la disciplina in materia di diritto d’autore e di tutela dei dati personali. Questi temi saranno al centro del convegno "Patrimonio culturale digitale: tra conoscenza e valorizzazione", previsto a Roma il 2 luglio 2015. L'evento, che sarà ospitato presso Palazzo Sant'Andrea (Via del Quirinale, 30), è promosso dall'Accademia Italiana del Codice di Internetnell'ambito del Progetto Scientifico PRIN “Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione come strumento di abbattimento delle barriere economiche, sociali e culturali”. Il quadro normativo europeo nel quale si inseriscono i lavori si compone della direttiva 2003/98/CE in materia di Public Sector Information (PSI), recentemente modificata dalla direttiva 2013/37/UE, che ne estende gli ambiti alle risorse digitali di Archivi, Biblioteche e Musei, in corso di recepimento da parte del nostro ordinamento e, in ambito nazionale, del Codice dell’Amministrazione Digitale (D.Lgs 82/2005), come modificato dall’articolo 9 del decreto legge n. 179/2012, cd. Decreto Crescita 2.0, convertito con legge n. 221/2012, che ha sancito il principio dell’Open Data by default. Locandina 2 luglio 2015 Dopo l'apertura affidata a Marina Giannetto (Sovrintendente dell’Archivio storico della Presidenza della Repubblica), l'introduzione di Alberto M. Gambino (Presidente dell’Accademia e Ordinario di Diritto privato nell'Università Europea di Roma) e le relazioni di Gustavo Ghidini (Università degli Studi di Milano, Università LUISS Guido Carli), Giuseppe Piperata (Associato di Diritto amministrativo presso l'IUAV di Venezia) e Antonia Pasqua Recchia (Segretario Generale presso il Ministero dei Beni e della Attività culturali e del Turismo). Le conclusioni saranno curate da Angelo Rughetti, Sottosegretario per la Semplificazione e Pubblica Amministrazione. Sarà così la volta di una tavola rotonda moderata dal giornalista de Il Sole 24 Ore Antonello Cherchi e animata dagli interventi di Valentina Grippo (Accademia Italiana del Codice di Internet), Roberta Guizzi (Servizio Giuridico dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni), Andrea Marcucci (Commissione Istruzione pubblica, beni culturali del Senato), Flavia Piccoli Nardelli (Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati), Marco Pierani (Altroconsumo), Riccardo Pozzo (Dipartimento Scienze Umane e Sociali, Patrimonio Culturale del Consiglio Nazionale delle Ricerche), Eugenio Prosperetti (Tavolo Permanente per l’Innovazione e l’Agenda Digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri), Roberto Rampi (Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati) e Ferdinando Tozzi (Comitato consultivo Permanente per il Diritto d’Autore). A concludere Silvia Costa, presidente della Commissione Cultura dell'Unione Europea. È stato richiesto l’accredito per la formazione continua degli Avvocati e dei Commercialisti.

    La partecipazione è libera fino ad esaurimento posti.

    È necessario accreditarsi entro e non oltre il 25 giugno 2015 inviando una email con nome, cognome, luogo e data di nascita all'indirizzo di posta elettronica Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

  • "Risk Management e modelli di organizzazione, gestione e controllo", i materiali del VII Workshop del Corso avanzato di Alta Formazione “Corporate governance e parità di genere”

    IMG_0973Ha avuto luogo nel pomeriggio di venerdì 21 novembre "Risk Management e modelli di organizzazione, gestione e controllo", il settimo e ultimo workshop del Corso avanzato di Alta Formazione “Corporate governance e parità di genere. Prima applicazione e prospettive". Le relazioni, ad un tavolo presieduto e moderato dalla Prof.ssa Valeria Falce dell’Università Europea di Roma, Coordinatore scientifico del Corso, sono state precedute dall'indirizzo di saluto del Cons. Monica Parrella, Direttore Generale del dipartimento Pari opportunità presso la Presidenza del consiglio dei ministri. Dopo l'introduzione curata dalla Dott.ssa Ginevra Bruzzone, Vicedirettore generale di Assonimee responsabile dell'area Attività d’impresa e concorrenza, gli interventi del Prof. Avv. Domenico Siclari (Sapienza – Università di Roma, Ministero dell’Economia e delle Finanze) e del Prof. Andrea Nuzzi(Università Europea di Roma), prima delle conclusioni del Dott. Enzo De Angelis (Partner Spencer Stuart, Responsabile della Board Services Practice). Di seguito le slide mostrate durante i lavori dell’incontro di oggi. I materiali dei precedenti incontri sono disponibili a questo link. Il 16 dicembre, in occasione della chiusura del Corso, avrà luogo  il Convegno “Democrazia partecipativa, equilibrio di genere e composizione degli interessi (nella società per azioni)”. 21 novembre 2014
  • "Tutela della libera circolazione delle informazioni su Internet a livello globale", la Raccomandazione del Consiglio d'Europa

    "Il diritto alla libertà di espressione, incluso il diritto di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza interferenze e senza limiti di frontiera, costituisce una pietra angolare della società democratica ed è una delle condizioni di base per la sostenibilità e il progresso e per lo sviluppo di ogni essere umano". Si apre così la Raccomandazione adottata lo scorso 1 aprile dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, che ha chiesto ai suoi 47 Stati membri di promuovere e tutelare la libera circolazione delle informazioni su Internet e di assicurare che eventuali blocchi di contenuti siano conformi alle norme in materia di diritti umani e non interferiscano con il traffico internazionale online. Il documento contiene così una serie di principi che evidenziano la tutela di diritto alla privacy, il diritto alla libertà di espressione e diritto di assemblea e associazione, in conformità con gli Articoli 8, 10 e 11 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Il Comitato dei Ministri chiede agli Stati di assicurare che qualsiasi interferenza con il traffico su Internet all’interno del proprio territorio venga attentamente valutata in anticipo e non determini un impatto non necessario e sproporzionato oltre i propri confini. La Raccomandazione chiede inoltre agli Stati di incoraggiare e agevolare lo sviluppo di appropriati codici di condotta di autoregolamentazione in modo tale che i soggetti coinvolti in Internet rispettino i diritti umani, nonché di promuovere la cooperazione tra di loro per sviluppare e adottare le migliori prassi tecniche. In riferimento ai servizi che archiviano ed elaborano le informazioni in posizioni remote (servizi cloud), la Raccomandazione sottolinea che gli Stati dovrebbero tutelare il diritto alla privacy e alla protezione dei dati personali. The Council of Europe is working on a draft recommendation by the Committee of Ministers to its member states on Internet freedom (attached). The draft is currently being elaborated by a committee of experts operating under the authority of the Council of Europe’s Steering Committee on Media and Information Society. As part of its multi-stakeholder outreach and dialogue, the Council of Europe would like your feedback, comments and suggestions on the draft recommendation to be sent to us, at the latest by 30 April 2015, http://www.dimt.it/wp-content/uploads/2015/04/Draft-Internet-Freedom-01-05-15.pdf 10 aprile 2015
  • “Quadro dei media per il XXI secolo”: il contributo IAIC alla consultazione relativa alla direttiva 2010/13/UE sui servizi di media audiovisivi

    L'Accademia Italiana del Codice di Internet ha contribuito alla consultazione pubblica aperta dalla Commissione Europea in merito alla direttiva 2010/13/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 10 marzo 2010, relativa al coordinamento di determinate disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri concernenti la fornitura di servizi di media audiovisivi.

    La revisione della direttiva figura infatti nel programma di lavoro della Commissione per il 2015 nell'ambito del Programma di controllo dell'adeguatezza e dell'efficacia della regolamentazione (Regulatory Fitness and Performance Programme - Reift). Nella sua comunicazione relativa alla Strategia per il mercato unico digitale per l'Europa, la Commissione ha annunciato la revisione della direttiva nel corso del prossimo anno, mentre un altro esercizio di REFIT è attualmente in corso, parallelamente, nel settore delle telecomunicazioni, in vista della presentazione di proposte nel 2016. La direttiva non si applica al contenuto ospitato da piattaforme e intermediari online per la condivisione di video; una valutazione del ruolo svolto da questi soggetti sarà avviata separatamente alla fine dell'anno in corso.

    Anche in base al percorso che due anni fa ha portato all'adozione del libro verde "Prepararsi a un mondo audiovisivo della piena convergenza: crescita, creazione e valori", Bruxelles ha individuato i seguenti aspetti che dovranno essere presi in considerazione nella valutazione e nella revisione della direttiva:

    1. garantire condizioni di parità per i servizi di media audiovisivi;
    2. fornire un livello ottimale di tutela dei consumatori;
    3. assicurare la tutela dell'utente e il divieto di incitamento all'odio e di discriminazione;
    4. promuovere il contenuto audiovisivo europeo;
    5. rafforzare il mercato unico;
    6. rafforzare la libertà e il pluralismo dei mezzi di comunicazione, l'accesso alle informazioni e l'accessibilità al contenuto per le persone con disabilità.

    L'Accademia ritiene che le disposizioni sui servizi a cui si applica la direttiva (trasmissioni televisive e servizi a richiesta) siano ancora pertinenti, efficaci ed eque: La direttiva AVMS è stata pensata al fine di assicurare l’equo sviluppo del mercato audiovisivo, garantendo la tutela del pluralismo e delle diversità culturali presenti nel territorio dell’Unione. L’analisi dei trenddi crescita dal 2003 al 2013 del mercato indicato mostrano come la direttiva abbia consentito il conseguimento degli obiettivi di politica legislativa richiamati, essendovi stati incrementi dei guadagni, nonostante il contesto di crisi economica che ha caratterizzato nel periodo di riferimento l’economia europea e mondiale (v. il documento "La tecnologia è Cultura" del 2014)".

    Logo Iaic home page"In detto periodo si è avuta la nascita e lo sviluppo di nuove tecnologie telematiche che, grazie alla convergenza tecnologica, hanno consentito di veicolare contenuti attraverso nuovi media che con il tempo si sono affermati, specie tra le nuove generazioni che oggi ne fanno un largo utilizzo. Tale scenario ha fatto insorgere neibroadcastertradizionali la convinzione che fosse opportuna un’equiparazione tra vecchi e nuovi media, anche in ragione di una sostanziale concorrenza in termini di fonti di finanziamento: la pubblicità. In particolare il dibattito, che ha in parte qua originato l’odierna consultazione, prende le mosse dalla circostanza che la pubblicità è oggetto di analitica disciplina nella direttiva AVMS a fronte di una totale libertà del fenomeno, in termini quantitativi, non anche di contenuti dei messaggi, nella disciplina dei servizi della società dell’informazione. Tuttavia, come si è avuto modo di sostenere in audizione il 10 febbraio u.s. di fronte alla Camera dei Deputati del Parlamento italiano, l’assunto da cui muovono quanti sostengono che la concorrenza tra vecchi e nuovi media si rivela errato quando si constata che il target dell’advertisingveicolato tramite i canali tradizionali è profondamente differente rispetto a quello dei messaggi pubblicitari veicolati sulle nuove piattaforme. In altri termini, anche se gli intermediari hanno una funzione di accesso a contenuti editoriali non competono con questi".

    "Essi sono concorrenti solo in via astratta in quanto la pubblicità può transitare anche sulla rete informatica, ma i destinatari dei due media sono differenti e non vi è una alternatività trai due quali canali pubblicitari, essendo, di fatto, ontologicamente diversi. Prodotti editoriali che nascono per una realtà possono essere veicolati anche su altre piattaforme ivi conseguendo ulteriori guadagni. Riprova ne sia che tali nuove tecnologie sono sovente impiegate dai broadcaster tradizionali per offrire ai propri utenti nuovi servizi che hanno rappresentato un’alternativa all’offerta illegale di contenuti audiovisivi. Le controversie insorte in materia di diritto d’autore sulle piattaforme user generated contentpalesano come i titolari dei diritti di contenuti lamentassero la possibilità di conseguire i dovuti ricavi dalla vendita di spazi pubblicitari destinati ad un audiencediverso rispetto a quello considerato per valorizzare lo spazio vendita sul media tradizionale".

    "Nello specifico delle numerose controversie avverso la piattaforma YouTube numerosi operatori del settore audiovisivo lamentavano il danno economico derivante dalla presenza di contenuti tutelati dal diritto d’autore dalla fruizione dei quali non ricavavano alcun entrata economica.  Ciò palesa, l’infondatezza della posizione di quanto reclamano l’ampliamento dell’ambito soggettivo di applicazione ai nuovi soggetti di internet. Per tale ragione si ritiene che le disposizioni della direttiva AVMS siano ancora pertinenti, efficienti ed eque e che non necessitino di un adeguamento al mutato scenario tecnologico”.

    L'Accademia consiglia di seguito di pubblicare linee guida della Commissione europea che chiariscano l'ambito di applicazione della direttiva, in quanto “allo stato attuale sussistono ancora degli spazi vuoti in cui non è chiara la disciplina da applicare ai vari soggetti. In questo senso si vedano le numerose domande pregiudiziali che i giudici nazionali hanno posto alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea in ordine alle definizione della direttiva AVMS e agli obblighi cui diversi soggetti sono obbligati ad adempiere (cfr. ex multis, C-376/12 sugli obblighi dei fornitori di servizi di comunicazione elettronica, Sky, in Italia)”.

    E se “nell’ambito dei servizi audiovisivi le disposizioni relative all’ambito geografico della direttiva sono ancora pertinenti ed i principi ivi sanciti mantengono il connotato dell’efficacia e dell’equità”, l'Associazione precisa: “L’approccio adottato dal Legislatore europeo nel definire l’ambito geografico è finalizzato ad assicurare la possibilità per i consumatori europei di fruire di contenuti provenienti da tutto il mondo la cui disponibilità potrebbe essere pregiudicata dall’estensione dell'ambito di applicazione della direttiva ai servizi di media audiovisivi che sono stabiliti al di fuori dell'UE ma che si rivolgono al pubblico dell'UE. Un autorevole studio, la cui impostazione e analisi si condivide appieno, (v. Osservatorio europeo dell'audiovisivo, European Audiovisual Observatory, ‘The development of the European market for on-demand audiovisual servicesdel 2015, p. 56) ha dimostrato come, ad esempio, il pluralismo informativo verrebbe leso da tale estensione in quanto potrebbe impedire la circolazione di contenuti informativi veicolati in paesi extra UE la cui fruizione diretta assicura la possibilità di comprendere come eventi e notizie vengono percepite in diversi ambienti culturali. L’applicazione transfrontaliera delle regole unionali sarebbero, peraltro, di difficile applicazione, condizione che potrebbe pregiudicare l’efficacia complessiva della direttiva AVMS”.

    In materia di pubblicità, l'Accademia afferma che “in un persistente scenario di crisi economica, tuttavia, si ritiene che al fine di stimolare una maggiore crescita degli investimenti pubblicitari nei media tradizionali si potrebbero mitigare i limiti quantitativi alle inserzioni pubblicitarie, tenendo anche in maggiore considerazione le specificità delle differenti tipologie di messaggi pubblicitari. Differenti tipologie di inserzioni pubblicitarie sono, infatti, conteggiate, secondo le indicazioni fornite dalla Commissione europea, in modo unitario. Ciò, in realtà, non apporta un beneficio in senso stretto a favore dell’utenza che accetta nuove forme di advertising, specie se finalizzate a finanziare contenuti di maggiore qualità. Quanto ai servizi della società dell’informazione la disciplina in materia di e-commerceè di per se sufficiente ad assicurare la tutela del consumatore, anche in ragione della non sovrapponibilità della regolamentazione in materia di pubblicità di cui alla direttiva AVMS alla realtà degli intermediari. I consumatori hanno un elevato controllo di ciò che guardano tramite i servizi on-demand, cosa che giustifica una differenza costante tra i servizi on-demand e servizi non lineari, e il quadro forte, già esistente, di protezione del consumatore non presenta lacune particolari o difetti che richiedono la modifica delle regole. Ciò che potrebbe, al più prevedersi, è un sistema di controllo dei messaggi pubblicitari che vengono veicolati tramite i contenuti on-demand in modo che non vengano aggirate le disposizioni relative i divieti per fasce orarie e, in particolare, quelli a tutela dei minori”.

    Importante anche il punto su tutela dell'utente e divieto di incitamento all'odio e di discriminazione:Come noto il presupposto per l’applicazione della direttiva AVMS è la responsabilità editoriale del soggetto che fornisce il servizio audiovisivo, il che individua una precisa attività decisionale nello svolgimento della quale devono essere rispettate tutte le disposizioni. Considerata l’area di studio della Scrivente e il dibattito che ha in parte originato la presente consultazione si ritiene importante anche nella risposta al presente quesito sottolineare l’attualità delle disposizioni evidenziando l’inapplicabilità ai servizi online e alle piattaforme di contenuti generati dagli utenti. L’assenza di un soggetto che effettua scelte editoriali ha, infatti, nel tempo evidenziato come i titolari dei servizi non potessero essere ritenuti responsabili delle condotte illecite dei terzi e anche per tale ragione si è assistito allo sviluppo di strumenti tecnici accompagnati da una intensa attività di co- e auto-regolamentazione accompagnato alla definizione di best practicedi settore basate sulla tolleranza zero nei confronti di qualsiasi forma di incitamento all'odio. In questa prospettiva anche gli intermediari hanno adottato scelte di politica legislativa in linea con la direttiva AVMS, contro i contenuti che incitano alla violenza, all’odio, al terrorismo (in ogni forma e di qualsiasi matrice) definendo al contempo iniziative volte ad informare l’utenza sempre tramite lo sfruttamento di contenuti user generated (c.d. counter speech)”.

    Anche per ciò che riguarda la tutela dei minori, la distinzione fra servizi di trasmissione televisiva e fornitura di contenuto nei media audiovisivi a richiesta appare ancora pertinente, efficace ed equa:Le emittenti hanno, nell’ambito delle scelte editoriali che le caratterizza, il pieno controllo sui contenuti messi a disposizione degli utenti sui loro canali, e l’AVMS inquadra bene questa situazione: i contenuti che potrebbero seriamente compromettere i minori non devono essere inclusi in qualsiasi palinsesto per i servizi lineari, e devono essere resi disponibili solo in un modo che garantisca che i minori non vedano o ascoltino normalmente tali servizi on-demand. La maggiore digitalizzazione delle nuove generazioni suggerisce, tuttavia, un rafforzamento delle disposizioni in materia di tutela dei minori affinché attraverso i sistemi di parental controlpossa essere controllata non solo la fruizione di contenuti vietati ai minori, ma anche dei più semplici contenuti di cui viene consigliata la fruizione con i genitori. Le politiche di co- e auto-regolamentazione sviluppate in tal senso dai fornitori di servizi intermediari palesano, ancora una volta, l’inadeguatezza di estensioni tout courtdi discipline designate per diversi ambiti applicativi, ma come piuttosto efficaci strumenti tecnici possano essere efficacemente e analogamente reimpiegati (si pensi alle modalità di autenticazione su YT e FB). Ai fini della tutela dei minori, dunque, si potrebbe rafforzare la tecnologia di controllo “a destinazione” (devices) (tipo DRM) attraverso la cooperazione tra fornitori di contenuti e piattaforme nella classificazione dei contenuti stessi, unitamente all’educazione delle famiglie alla conoscenza ed uso degli strumenti di identificazione e blocco, parental contol”.

    La direttiva mira anche a promuovere le opere europee e, di conseguenza, la diversità culturale nell'Ue. Per i servizi di trasmissione televisiva, gli Stati membri dell'UE sono tenuti a garantire, laddove applicabile e con i mezzi adeguati, la presenza di una certa quota di opere dell'UE e di produzioni indipendenti. Per i servizi a richiesta, gli Stati membri dell'UE possono scegliere tra varie alternative per raggiungere l'obiettivo di promuovere la diversità culturale. Tali alternative includono i contributi finanziari alla produzione e all'acquisto dei diritti di opere europee, o norme che garantiscano la presenza di una certa quota e/o la preminenza di opere europee. Gli Stati membri dell'UE devono anche rispettare l'obbligo di rendere conto delle azioni messe in campo per promuovere le opere europee, sotto forma di rapporto dettagliato da presentare ogni due anni.

    “L’introduzione di obblighi di programmazione e investimento in opere europee – chiosa l'Accademia - ha consentito e consente, tutt’oggi, di stimolare i grandibroadcasterad investire nella creatività europea, così evitando che soggetti che operano a livello internazionale possano prediligere l’acquisto di opere americane, sovente già detenute, che non tengono in adeguata considerazione la diversità culturale europea. Ciò che, in vero, pare opportuno sia uniformato in materia sono le politiche di esenzione che l’attuale quadro normativo rimette ai singoli Stati membri, così, in astratto, potendo causare uno squilibrio sul piano concorrenziale. L’efficacia dell’attuale direttiva per promuovere la diversità culturale, e in particolare le opere europee, sono i livelli record di produzione cinematografica in Europa: i dati più recenti indicano che la produzione cinematografica europea (compresi i documentari) e la quota dei film europei ai box office sono a livelli record: 1603 film europei sono stati prodotti nel 2014 (rispetto ai 1499 del 2010), e la loro quota al botteghino (per quelli rilasciati nei cinema) ha raggiunto il 33,6% (dal 25,4% del 2010). Si veda in proposito lo European Audiovisual Observatory, ‘Box office up in the European Union in 2014 as European films break market share record ’,May 2015; in questo senso si veda anche lo studio dell’UNESCO, ‘From International Blockbusters to national hits: Analysis of the 2012 UIS Survey on feature film statistics. Come inciso sia consentito di osservare che le piattaformeuser generated content siano, in assenza di specifica disposizione, il primo canale per veicolare al pubblico opere culturali di nicchia, che non rientrerebbero nei tradizionali canali di distribuzione. Un ulteriore elemento che palesa da un lato l’attualità, in termini di pertinenza, efficacia ed equità, della direttiva AVMS e l’insovrapponibilità della stessa ai servizi internet. L’audiencelimitato, ancorché in costante crescita, delle piattaforme internet suggerisce il mantenimento della disposizione primaria delineata nella direttiva AVMS che dovrebbe, come detto, essere ancora più stringente in ordine alla definizione di eccezioni e limitazioni comuni a tutta l’Unione”.

    Si tocca poi il tema dell'accesso equo al contenuto audiovisivo alle persone con disabilità visiva e/o uditiva:Si ritiene che il vigente quadro normativo assicuri l’equo accesso ai contenuti audiovisivi ai portatori di disabilità visiva e/o auditiva anche grazie all’impiego di nuove tecnologie che superano le barriere che tali disabilitano creano. Anche in questo caso si ritiene, tuttavia, opportuno un’integrazione delle disposizioni mediante forme di co-regolazione che sappiano assicurare il costante adeguamento delle misure adottate allo sviluppo dello scenario tecnologico”.

    Su un altro fronte, la direttiva richiede agli Stati membri di garantire che le emittenti stabiliti nell'Unione abbiano accesso, a condizioni eque, ragionevoli e non discriminatorie, agli eventi di grande interesse pubblico, al fine della realizzazione di brevi estratti di cronaca: “Quando un’emittente televisiva ha i diritti esclusivi su un evento – commenta l'Accademia - gli altri canali TV possono mostrare brevi estratti di quell'evento. Tuttavia, le disposizioni in questione non paiono tenere in adeguata considerazione la circostanza per cui gli Europei registrano, accedono e condividono i contenuti rilevanti per loro, come gli estratti di eventi di grande interesse per il pubblico, arricchendole con fotografie e riprese video amatoriali per poi condividerli su siti di social e di sharing. In tal senso, tenuto conto della ratiodella previsione potrebbe essere utile una disposizione che legittimi tale prassi”.

    Infine, si consiglia di “mantenere lo status quo anche per ciò che attiene le disposizioni della direttiva sul diritto di rettifica”.

    12 ottobre 2015
  • Anagrafe nazionale della popolazione residente: il Cdm approva il regolamento

    Il Consiglio dei ministri ha deliberato il 3 luglio l’approvazione di un regolamento, da adottarsi con Decreto del Presidente della Repubblica, che adegua il regolamento anagrafico della popolazione residente alla disciplina che ha istituito l’Anagrafe nazionale della popolazione residente. Il decreto legge 18 ottobre 2012, n. 179, ha introdotto nel nostro ordinamento l’Anagrafe nazionale della popolazione residente (ANPR). L’istituzione di un’unica struttura per la gestione dei dati anagrafici che subentra all’Indice Nazionale delle Anagrafi (INA), all’Anagrafe della Popolazione Italiana Residente all’Estero (AIRE) e, gradualmente, alle Anagrafi curate dai comuni, si inquadra all’interno del programma di accelerazione del processo di informatizzazione della pubblica amministrazione e di razionalizzazione e di semplificazione dell’azione amministrativa e implica la necessità di aggiornare la disciplina che regola la materia degli adempimenti anagrafici. "Il regolamento - si legge in un una nota di Palazzo Chigi - mira quindi a rendere coerenti le norme del regolamento anagrafico con questa recente innovazione di sistema, modificando il quadro normativo per assicurare il corretto svolgimento degli adempimenti anagrafici anche all’interno del nuovo assetto". Il testo approvato in via definitiva è stato modificato rispetto a quello già approvato in via preliminare lo scorso 30 ottobre per recepire le osservazioni formulate dal Garante per la protezione dei dati personali e dal Consiglio di Stato.
    Spid, pagamenti elettronici e informatizzazione del processo amministrativo: online il report sull’attuazione dell’agenda per la semplificazione [caption id="attachment_18557" align="aligncenter" width="600"]agendareport3042015 Agenda per la semplificazione 2015-2017 - Primo Rapporto di monitoraggio - 30 aprile 2015[/caption]   eGovernment in Europa, un bilancio in chiaroscuro
  • Apple e Antitrust, il Consiglio di Stato conferma la sanzione di 900mila euro

    Il Consiglio di Stato ha confermato la sanzione di 900mila euro che l'Agcm aveva comminato ad Apple nel 2011 in quanto "responsabile di pratiche commerciali scorrette a danno dei consumatori". A seguito di una segnalazione di Altroconsumo, infatti, l'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato aprì un’istruttoria che "ha provato sia la non piena applicazione ai consumatori, da parte delle società del gruppo Apple operanti in Italia, della garanzia legale biennale a carico del venditore, sia le informazioni poco chiare sugli ambiti di copertura dei servizi di assistenza aggiuntiva a pagamento offerti da Apple ai consumatori". Le sanzioni furono così pari a 400mila euro per la prima pratica e 500mila per la seconda. 27 novembre 2015
  • Attivismo online: "Datemi un like e salverò il mondo". L'analisi di un fenomeno che invade la rete ogni giorno

    Ospiti su Radio Radicale Salvatore Barbera (ChangeItalia), Riccardo Magi (Consigliere comunale a Roma), Flavia Marzano (Wister) e il fondatore del movimento "Indivanados" [caption id="attachment_5318" align="alignright" width="300"]Ascolta il podcast della puntata del 16 marzo 2014 Ascolta il podcast della puntata del 16 marzo 2014[/caption] Riceviamo ogni giorno email nelle quali veniamo invitati a firmare una petizione online per salvare, impedire, fermare. Vediamo gli stessi appelli circolare su ogni social network, spesso accompagnati da un enorme numero di like e commenti carichi di indignazione e chiamate alle armi digitali. Ma quanto queste dinamiche nate in rete finiscono per avere concrete ricadute sui fenomeni che mettono nel mirino a mezzo di raccolta firme e mobilitazioni mediate dalle nuove tecnologie? È la domanda al centro della puntata del 16 marzo di “Presi per il Web“, trasmissione di Radio Radicale condotta da Marco PerducaMarco Scialdone e Fulvio Sarzana con la collaborazione di Marco Ciaffone e Sara Sbaffi. Ospiti dell'appuntamento Salvatore Barbera, responsabile della sezione italiana della piattaforma di petizioni online Change.org, Riccardo Magi, Consigliere comunale radicale a Roma, Flavia Marzano, presidente di Stati Generali dell’Innovazione, membro dell’Innovation Advisory Group di EXPO2015, docente alla Sapienza di Laboratorio di Tecnologie per la Comunicazione Digitale e ideatrice di Women for Intelligent and Smart TERritories (Wister) e Gabriel Ektorp, portavoce del movimento degli Indivanados, i "rivoluzionari del divano che armati di telecomandi, tastiere e smartphone lottano a video aperto contro caste e poteri forti". Magi ha esordito illustrando un progetto di partecipazione civica mediato dalla rete sperimentato al suo ingresso in Campidoglio: "Open Campidoglio è una piattaforma presentata nel dicembre scorso e che si compone di quattro sezioni. La prima, 'Campidoglio senza filtri', è dedicata alla pubblicazione di documenti inediti dell'amministrazione capitolina che io ottengo attraverso l'accesso agli atti e che rendo fruibili da tutti i cittadini. Una seconda sezione è dedicata alla partecipazione dei romani, quella del 'Consigliere partecipativo', che rende possibile l'invio di interrogazioni al sindaco: le proposte che ci arrivano vengono esaminate e poi inserite in una fase di raccolta firme; quelle che raggiungo le duecento firme, quota che è necessaria anche per le interrogazioni popolari promosse offline, vengono depositate da me. C'è poi 'Roma si muove', aggregatore dei blog che si occupano di Roma, e infine la sezione per lo scambio di informazioni anche in forma anonima. L'idea nasce dall'idea di dare vita ad uno strumento di aggregazione e scambio di informazioni. Il vero problema è il blocco che spesso si instaura offline: è quando si riversano dentro le istituzioni i risultati delle iniziative che arrivano le frenate, con gli organismi pubblici che spesso finiscono per non rispettare le loro stesse regole". Finiscono così sotto la lente una serie di tematiche spesso intrecciate ma mai completamente coincidenti tra loro; c'è la issue della trasparenza della Pubblica Amministrazione, quella della partecipazione attiva dei cittadini al processo democratico di elaborazione delle proposte normative e, infine, il fenomeno dell'attivismo che nasce, e spesso muore, con i click. È forse quest'ultimo l'aspetto attorno al quale sono concentrate le maggiori critiche, fondate sia su basi statistiche, sia su quelle sociologiche. Sul primo fronte, pochi giorni fa su IlFoglio compariva un articolo dal titolo esplicito: "Su Facebook tutti leoni, in realtà tutti in poltrona"; il riferimento è uno studio appena pubblicato sulla rivista "Sociological Science" nel quale si analizza in dettaglio una delle campagne più popolari su Facebook, intitolata "Save Darfur", alla quale hanno aderito 1 milione e 200 mila persone su Facebook nei 989 giorni che vanno dal maggio 2007 (quando il gruppo fu fondato) al gennaio 2010 (il momento in cui la ricerca si ferma), per donazioni complessive di 90.776 dollari. Numeri enormi ai quali, tuttavia, fanno da contraltare quelli di chi si è attivato realmente per la causa: il 72% di quanti hanno fatto click sulla causa, per esempio, non ha convinto neanche uno solo dei suoi amici o conoscenti a fare lo stesso, il 99,76% dei membri del gruppo non ha mai donato un euro o un dollaro e il 94% di quanti hanno donato, lo ha fatto soltanto una volta. "Se poi dal calcolo - prosegue l'articolo su IlFoglio - si escludono i pochissimi 'iperattivisti' (come per esempio quel membro di 'Save Darfur' che ne ha convinti da solo altri 1.196 ad aderire o quel donatore che ha dato 2.500 dollari), viene da chiedersi cosa davvero abbiano fatto per la causa del Darfur un milione e passa di appartenenti al celebre social network. Risposta: poco o nulla". Più ottimista la visione del fenomeno proposta da Giovanna Cosenza su IlFattoQuotidiano. Resta poi aperta la spinosa questione della reale utilità delle piattaforme di interazione sociale online al "progresso" delle comunità piuttosto che il loro essere bacino di lauti ricavi per chi ne è proprietario. In un convegno alla Camera dei Deputati venerdì scorso, ad esempio, Stefano Rodotà ha spiegato che "le reti sociali nascono dall'idea di cercare il modo migliore per sfruttare economicamente l'iperconnessione di milioni di persone che generano altrettanti milioni di dati. Bisogna discutere sulle pre-condizoni della democrazia sul web a fronte della rapidità dell'innovazione tecnologica. Il controllo dei poteri sociali da parte dei big del web è una discussione aperta e non va dimenticato il concetto di diritti dei nuovi popoli del web". Un pensiero a cui si aggiungono le critiche di chi, come il sociologo e giornalista bielorusso Evgenij Morozov e il giornalista italiano Fabio Chiusi, critica fortemente le letture che indicano nella rete uno strumento democratizzante a priori, quelle che lo stesso Morozov in un libro dal titolo "To save everything click here" reputa figlie di un Internet centrismo. È dunque un fronte ampio e articolato quello col quale deve confrontarsi chi, come Change.org o l'altra principale piattaforma di petizioni online Avaaz, ha come cuore della propria attività proprio l'aggregazione delle persone intorno ad una causa e al proprio sostegno tramite attivismo online. "La mobilitazione online - ha spiegato Barbera - coinvolge ormai nel mondo centinaia di milioni di persone, che ogni giorno ricevono email e quando lo ritengono opportuno si attivano nelle modalità che conoscono. La paura che le persone utilizzando i siti Internet e il Web finiscano la propria attività politica solo sulla rete è un problema serissimo, che va affrontato e che anche noi addetti ai lavori percepiamo come urgente. Bisogna tuttavia evitare letture semplicistiche dei fenomeni, e la questione va posta in maniera molto diversa: non è che chi si attiva online e chi si attiva offline sono persone diverse. Parliamo di un fenomeno che, in un contesto storico in cui, come negli anni '90, le persone hanno fatto meno attività politica, riscopre grazie ad una tecnologia un modo di mobilitarsi. Bisogna certo evitare di credere che per vincere una battaglia basti mettere un like o firmare una petizione online". "Non è che le petizioni siano nate oggi con la rete - ha chiosato Barbera - ma oggi c'è un modo più immediato, facile, ampio e gratuito per partecipare. I numeri dicono che le iniziative che vanno a bersaglio sono una parte molto piccola rispetto a quelle totali? Certo, ma fa parte della logica dei grandi numeri della rete. Pensiamo a Youtube: quante delle decine di migliaia di video che sono sulla piattaforma hanno le caratteristiche per diventare virali e ottenere milioni di visualizzazioni? Molto pochi in proporzione. Sulla rete c'è di tutto, e questa varietà, questa libertà, sui grandi numeri, permette di far uscire anche qualcosa di importante. Anche il solo porre nel dibattito pubblico una questione della quale non si sarebbe parlato significa contribuire al cambiamento in positivo". "Occorre infine capire - ha concluso Barbera - la differenza tra le campagne, perché quando le tematiche toccano le vite di chi si attiva online c'è una bella differenza rispetto a campagne come 'Save Darfur'. Dobbiamo concentrarci su chi sono le persone che partecipano a queste mobilitazioni, e anche il dato demografico su Change.org ci parla di un'età media molto alta, un dato che ci porta a ragionare su quali sono le fasce di popolazione che in Italia sono realmente interessate all'attivismo politico, un passaggio che fa il paio con la presa di coscienza che, comunque la si veda, oggi una campagna di mobilitazione non è pensabile senza l'utilizzo dei nuovi mezzi di comunicazione, che devono affiancarsi e non sostituirsi alle tradizionali forme della politica". Dopo Barbera è stato Ektorp, il cui nickname fa il verso a quello di un mobilificio svedese, a spiegare la filosofia che anima il movimento del quale è portavoce: "Indivanados nasce come una provocazione e dalla sensazione che tutta l'indignazione che viene manifestata ogni giorno in rete finisca per non produrre nulla. Ci siamo chiesti perché e come cambiare gli output. I primi esperimenti che abbiamo messo in atto sono partiti dall'importazione nella politica del tweet storm, al quale tuttavia ha fatto seguito un coordinamento telefonico tra gli attivisti e i soggetti protagonisti delle battaglie, in un percorso terminato con la messa a punto di report della mobilitazione da inviare a politici e amministratori. Nel caso di un'associazione romana siamo arrivati a far andare il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti nella loro sede a prendere un impegno in merito alla situazione di difficoltà nella quale erano piombati. In fondo stiamo trasportando in rete una cosa antica, cioè chiedere alle persone di aggregarsi intorno ad una causa, una passione, un'iniziativa che sta a cuore a tutti". "L'attivismo online e quello offline di certo non si escludono - è stata la chiosa di Magi - ma il primo rafforza il secondo". "Bisogna essere ottimisti - ha affermato Marzano - di sicuro l'attivismo online è un fenomeno positivo, non è la panacea di tutti i mali della società, ma è una delle facce del prisma della comunicazione tra cittadino e Pubblica Amministrazione, ed è uno strumento che i politici non possono più ignorare facendo finta che non esista". "La maggior parte delle persone - ha concluso Ektorp - non ha tempo di fare militanza politica tradizionale, ma ha a disposizione una quantità di tempo limitata che tuttavia, grazie alle nuove tecnologie, può essere messa a sistema con quella di altre persone. I luminari che criticano questo tipo di partecipazione troppo spesso non danno una soluzione al loro affermare che 'la rete non basta', si limitano a destrutturare; la nostra risposta è rendere il Web 3.0 mettendoci dentro le persone".
    Immagine in home page: Forbes.com
    17 marzo 2014
  • Attuazione della direttiva 2012/34/UE del Parlamento europeo e del Consiglio che istituisce uno spazio ferroviario europeo unico

    Nella Gazzetta ufficiale del 24 luglio 2015 (GU Serie Generale n.170) è stato pubblicato il testo del D. Lgs. 15 luglio 2015, n. 112 "Attuazione della direttiva 2012/34/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 novembre 2012, che istituisce uno spazio ferroviario europeo unico (c.d. Recast)". Il D. Lgs. n. 112/2005, entrato in vigore il 25 luglio 2015, abroga il decreto legislativo 8 luglio 2003, n. 188, gli articoli 58 e 59 della legge 23 luglio 2009, n. 99; il decreto del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti 2 febbraio 2011; nonché il decreto del Presidente della Repubblica 16 marzo 1999, n. 146 (recante norme di attuazione della direttiva  95/18/CE, relativa alle licenze delle imprese ferroviarie, e della direttiva 95/19/CE, relativa alla ripartizione delle capacità di infrastruttura ferroviaria e alla riscossione dei diritti per l'utilizzo dell'infrastruttura) e disciplina:   (a) le regole relative all'utilizzo ed alla gestione dell'infrastruttura ferroviaria adibita a servizi   ferroviari nazionali e internazionali ed alle attività di trasporto per ferrovia delle imprese ferroviarie operanti in Italia; (b) i criteri che disciplinano il rilascio, la proroga o la modifica delle licenze per la prestazione di servizi di trasporto ferroviario da parte delle imprese ferroviarie stabilite in Italia; (c) i principi e le procedure da applicare nella determinazione e nella riscossione dei canoni dovuti per l'utilizzo dell'infrastruttura ferroviaria ed anche nell'assegnazione della capacità di tale infrastruttura.
    Il presente documento è inserito nel Focus “Regolazione dei Trasporti” (sottosezione di “Mercato, Concorrenza e Regolazione“) a cura di Giovanni Nuzzi.
  • Banda ultralarga e Crescita Digitale, dal Consiglio dei ministri il via libera alle strategie

    Un piano di investimenti fino a 12 miliardi di euro in 7 anni, di cui 6 miliardi pubblici, volti a "massimizzare la copertura entro il 2020 da un punto di vista infrastrutturale, raggiungendo come minimo gli obiettivi definiti per il secondo pilastro dell’Agenda Digitale Europea, cioè Internet in ultrabroadband ad almeno 100 Mbps per almeno il 50% della popolazione come utente, con un 100% dei cittadini che abbiano la copertura a 30 Mbps. Ma dandosi come obiettivo del piano il raggiungimento dei 100 Mbps fino all’85% dei cittadini". Sono le principali indicazioni contenute nella "Strategia Italiana per la Banda Ultralarga" approvata nel Consiglio dei ministri di martedì insieme alla "Strategia per la Crescita Digitale" 2014-2020. I due piani, definiti dall’Agenzia per l’Italia digitale e dal Ministero dello Sviluppo Economico sotto il coordinamento della Presidenza del Consiglio, "mirano a colmare il ritardo digitale del Paese sia sul fronte infrastrutturale che su quello di servizi che ne rendano appetibile l’utilizzo e la sottoscrizione di abbonamenti in ultrabroadband. L’Italia - spiega Palazzo Chigi - nel 2014 risultava ancora il Paese con la minor copertura di reti digitali di nuova generazione in Europa, sotto la media europea di oltre 40 punti percentuali per l’accesso a più di 30 Mbps, un 20% di copertura, contro il 62% europeo; con la prospettiva di giungere solo nel 2016 al 60% di copertura a 30 Mbps e in assenza di piani di operatori privati per avviare la copertura estensiva a 100 Mbps". Banda Ultralarga Il nuovo piano nazionale per la Banda Ultralarga si propone "un mix virtuoso di investimenti pubblici e privati. Qualora i privati investiranno in misura uguale al pubblico, l’obiettivo che si può raggiungere è superiore a quello minimo europeo". Tra le misure previste dal Governo figurano dunque agevolazioni tese ad abbassare le barriere di costo di implementazione, semplificando e riducendo gli oneri amministrativi; il coordinamento nella gestione del sottosuolo attraverso l’istituzione di un Catasto del sotto e sopra suolo che garantisca il monitoraggio degli interventi e il miglior utilizzo delle infrastrutture esistenti; l'adeguamento agli altri Paesi europei dei limiti in materia di elettromagnetismo; incentivi fiscali e credito a tassi agevolati nelle aree più redditizie per promuovere il “salto di qualità”; incentivi pubblici per investire nelle aree marginali; la realizzazione diretta di infrastrutture pubbliche nelle aree a fallimento di mercato. Le risorse pubbliche a disposizione sono i fondi europei FESR e FEASR, il Fondo di Sviluppo e Coesione, per complessivi 6 miliardi, a cui si sommano i fondi collegati del Piano Juncker. "Dall’impegno, più o meno significativo, da parte dei privati - chiosa l'Esecutivo - dipenderanno in parte i risultati per la copertura nei 4 cluster individuati dal Piano sul territorio italiano, in base a caratteristiche simili ma con costi e complessità di infrastrutturazione crescenti. Infatti le sole risorse pubbliche non saranno sufficienti per sviluppare una rete estesa di nuova generazione (fino all’85% della popolazione collegato ad almeno 100 Mbps). La soluzione individuata dalla Strategia è quella di un sistema articolato di nuove regole, che accompagni alla migrazione, progressiva e concordata, verso la nuova rete in fibra ottica. Una serie di misure ad hoc verranno inserite in un provvedimento specifico: il servizio digitale universale, un fondo di garanzia, voucher di accompagnamento alla migrazione verso la fibra ottica e convergenza di prezzo per i collegamenti in fibra ottica realizzati con sovvenzioni statali, al prezzo dei collegamenti in rame". Clusters Crescita Digitale Il piano nazionale per la banda ultralarga è sinergico alla Strategia per la Crescita Digitale, la quale "ha un carattere dinamico, per essere capace di adattarsi progressivamente agli scenari nel periodo di riferimento 2014-2020, e punta alla crescita digitale di cittadini e imprese, anche utilizzando le leve pubbliche. Integrerà in modo sussidiario quanto realizzato in fase di realizzazione sia nel settore pubblico, sia nel settore privato; deve realizzarsi una piena sinergia con altre strategie pubbliche in essere, sia di pertinenza del governo nazionale sia di competenza regionale, per mettere utilmente a sistema obiettivi, processi e risultati". Tra gli obiettivi che si pone:
    • obbligo dello switch-off nella Pubblica Amministrazione: digital First, con il superamento della tipologia tradizionale di fruizione dei servizi al cittadino; percorso di centralizzazione della programmazione e della spesa, monitoraggio delle modalità e tempistiche;
    • nuovo approccio architetturale basato su logiche aperte, standards, interoperabilità e architetture flessibili, user-centered;
    • trasparenza e condivisione dei dati pubblici (dati.gov.it);
    • nuovi modelli di Partnership Pubblico/Privato;
    • coordinamento di tutti gli interventi di trasformazione digitale;
    • la diffusione di cultura digitale e lo sviluppo di competenze digitali in imprese e cittadini;
    • un approccio architetturale basato su logiche aperte e standard, che garantiscano accessibilità e massima interoperabilità di dati e servizi;
    • soluzioni volte a stimolare la riduzione dei costi e migliorare la qualità dei servizi, contemplando meccanismi di remunerazione anche capaci di stimolare i fornitori a perseguire forme sempre più innovative di erogazione/fruizione dei servizi;
    • progressiva adozione di Modelli Cloud;
    • innalzamento dei livelli di affidabilità e sicurezza.
      Tra le azioni infrastrutturali cross che la Strategia si pone, spiccano il Servizio Pubblico d’Identità Digitale (SPID), la Digital Security per la PA per tutelare la privacy, l’integrità e la continuità dei servizi della Pubblica amministrazione, e la previsione di centralizzazione e programmazione di spesa e investimenti con reingegnerizzazione e virtualizzazione dei servizi in logica cloud con conseguente progressiva razionalizzazione dei datacenter. La Piattaforma Italia Log In, afferma il Governo, "è destinata ad essere la casa del cittadino su Internet. Il sistema è pensato come una struttura aperta dove i vari attori della Pubblica Amministrazione contribuiscono per la propria area di competenza. Ogni cittadino con la propria identità digitale ha tutte le informazioni e servizi che lo riguardano". 4 marzo 2015
  • Consiglio Nazionale Forense, l'Avv. Andrea Mascherin è il nuovo presidente. Tra i nuovi consiglieri il Prof. Salvatore Sica (IAIC): "Impegnarsi nella formazione"

    Andrea MascherinNella prima riunione amministrativa dopo il rinnovo elettorale, il Consiglio Nazionale Forense ha eletto nuovo presidente l'Avv. Andrea Mascherin. Eletto al Cnf dal distretto di Trieste, penalista, Mascherin ha già ricoperto la carica di consigliere segretario nella scorsa consiliatura; subito dopo l’elezione ha ringraziato il professore Guido Alpa ed ha annunciato una rinnovata stagione di impegno e di lavoro “a pieno ritmo”. “Il nuovo Cnf - dichiara Mascherin - lavorerà per promuovere l’impegno dell’Avvocatura per la ripresa sociale del Paese nel rispetto dei valori e principi di una società democratica; questo significa che al centro dell’impegno ci sarà la tutela dei diritti dei cittadini, che non devono essere sacrificati a valori meramente economici. Con specifico riguardo alle sfide che attendono la professione, è necessario un cambio di marcia verso una ulteriore modernizzazione della professione, con lo sguardo sempre attento alla tutela dei grandi valori che hanno fatto da sempre dell’Avvocatura il baluardo delle democrazie occidentali”. Tra i nuovi consiglieri anche il Professor Salvatore Sica, Ordinario di Diritto Privato Comparato presso l'Università degli Studi di Salerno e socio fondatore dell'Accademia Italiana del Codice di Internet. "La mia elezione - dichiara Sica - si inserisce nel nuovo corso del Cnf ed è particolarmente diretta all'impegno per la formazione, perché la stagione che viviamo necessita di un'avvocatura preparata, autorevole e perciò in grado di rivendicare la propria dignità". Il Consiglio ha inoltre eletto i componenti dell’Ufficio di Presidenza: Giuseppe Picchioni (vicepresidente- distretto di Bologna) Francesco Logrieco (vicepresidente- distretto di Bari), Rosa Capria (consigliere segretario- distretto di Firenze) e Giuseppe Gaetano Iacona (tesoriere- distretto di Caltanissetta). Il nuovo plenum del Cnf, che rimarrà in carica fino al 2019, è composto tra 33 componenti, di cui 8 avvocate, "in ossequio al principio del rispetto della rappresentanza di genere introdotto dalla legge di riforma dell’ordinamento professionale, prima in Italia ed in Europa a farlo". 12425_88_RAW_4859pic Di seguito il video dell'intervento dell'Avv. Mascherin in occasione dell'inaugurazione della Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali dell'Università Europea di Roma nell'ottobre del 2011. 27 marzo 2015
  • Copie analogiche di documenti informatici: no all’esasperato formalismo (CGA, SEZ. GIURISDIZIONALE - sentenza 16 dicembre 2013, n. 940)

    di Marco Scialdone Con sentenza n. 940/2013, il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana si è occupato del valore delle copie su supporto analogico di documenti informatici nell’ambito di una procedura di gara. Giova premettere che l’articolo 23, D.lgs 82/2005 (c.d Codice dell’Amministrazione Digitale, in breve CAD) così dispone:
    "1.Le  copie su supporto analogico di documento informatico, anche sottoscritto con firma elettronica avanzata, qualificata o digitale, hanno la stessa efficacia  probatoria dell'originale da cui sono tratte  se la loro conformità all'originale  in  tutte le sue componenti è attestata da un pubblico ufficiale a ciò autorizzato.  2.Le  copie e gli estratti su supporto analogico del documento informatico,  conformi alle vigenti regole tecniche, hanno la stessa efficacia  probatoria dell'originale se la loro conformità non è espressamente disconosciuta.  Resta fermo, ove previsto l'obbligo di conservazione dell'originale informatico".
    Secondo la tesi della Società appellante, in una procedura di gara l’onere di disconoscimento delle copie e degli estratti di documenti informatici su supporto analogico di cui al secondo comma della disposizione citata non dovrebbe essere riconosciuto alla stazione appaltante poiché “le stazioni appaltanti non potrebbero mai reperire e fornire in sede di gara la probatio diabolica a supporto dell’eventuale disconoscimento delle dette copie”. Al contrario, secondo l’appellante, il secondo comma dell’art. 23 CAD potrebbe trovare applicazione unicamente nel caso di un rapporto processuale. Tale tesi non è stata ritenuta condivisibile dal Collegio giudicante il quale, al contrario, ha operato un’esegesi della norma atta a valorizzarne le finalità di semplificazione. Del resto, chiarisce il Collegio:
    “nulla induce o autorizza a ritenere che – fuori dal processo – l’amministrazione (nonché ogni altro soggetto pubblico o privato) sia obbligato a pretendere che, per tutte le copie su supporto analogico di documento informatico, la loro conformità all’originale in tutte le sue componenti sia attestata da un pubblico ufficiale a ciò autorizzato: un siffatto obbligo di autentica, del resto, contrasterebbe con ogni prassi in materia di ordinario utilizzo delle copie semplici, nonché con evidenti esigenze di non aggravamento dei procedimenti in ogni caso in cui ciò non appaia necessario”.
    Peraltro il disconoscimento, laddove sorgano dubbi sulla conformità della copia documentale al suo originale, non comporta particolari oneri istruttori per l’amministrazione, gravando sulla parte che sostiene la conformità all’originale di fornire la relativa prova, mediante la produzione di una copia, in questo caso si conforme, in luogo di quella semplice inizialmente allegata. Vi è, dunque, da parte del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana nella sentenza in commento il rigetto di ogni esasperato formalismo nel rapporto tra originali e copie dei documenti (cartacei o informatici) che non sia in grado di incidere sul contenuto della documentazione prodotta. Immagine in home page: Gestionedocumentale.info 19 dicembre 2013
  • Corso avanzato di Alta Formazione “Corporate governance e parità di genere. Prima applicazione e prospettive”: il programma, i video e i materiali degli incontri

    Sono disponibili in questa pagina i materiali presentati durante gli incontri del Corso avanzato di Alta Formazione "Corporate governance e parità di genere. Prima applicazione e prospettive" [*].

    Convegno di presentazione

     “La disciplina sull’equilibrio di genere a due anni dall’introduzione:

    numeri, bilanci e prospettive

    11 giugno 2014 - Sala Polifunzionale - Presidenza del Consiglio dei Ministri - Roma

     

    I Workshop

    "Leadership e Intelligenza emotiva"

    18 giugno 2014 - Palazzo del Drago - Roma

    II Workshop

    "Consiglio di amministrazione, corporate governance e innovazione tecnologica"

    25 giugno 2014 - Palazzo del Drago - Roma

    III Workshop

    "Organi e sistemi di controllo"

    17 settembre 2014 - Università Europea di Roma

    IV Workshop

    "La responsabilità degli organi sociali"

    3 ottobre 2014 - Università Europea di Roma

    V Workshop

    "Risanamento d'impresa"

    17 ottobre 2014 - Palazzo del Drago - Roma

    VI Workshop

    "Bilancio e valutazione d'azienda"

    7 novembre 2014 - Palazzo del Drago - Roma

    VII Workshop

    "Risk Management e modelli di organizzazione, gestione e controllo"

    21 novembre 2014 - Palazzo del Drago - Roma

    Convegno conclusivo

    "Democrazia partecipativa, equilibrio di genere e composizione degli interessi (nella società per azioni)"

    16 dicembre 2014 - Presidenza del Consiglio dei Ministri, Sala Polifunzionale - Roma

    LEGGIla sintesi dell'intervento della Prof.ssa Valeria Falce "Corporate governance e parità di genere. Il rinnovato ruolo della trasparenza"

    [*] Per il conseguimento dell'attestato di partecipazione è necessario aver frequentato un minimo di 5 Workshop dei 7 previsti dal programma.

  • Direttiva sulle società di gestione collettiva: in attesa dell'approvazione del Consiglio, l'Italia si prepara al recepimento

    di Maria Letizia Bixio Pur se nella foga i media gridano all’approvazione, l’iter relativo alla Direttiva sulle società di gestione collettiva, (Directive on collective rights management and multi-territorial licensing of musical works for online) è ancora in attesa di formale approvazione da parte del Consiglio europeo, dopo l’approvazione di mercoledì all’Europarlamento, con 640 voti favorevoli, 18 voti contrari e 22 astensioni. L’approvazione al Consiglio è prevista per fine marzo 2014, e da quel momento i Paesi membri avranno 24 mesi di tempo per procedere al recepimento nella legislazione nazionale. Il Commissario Ue al Mercato Interno Michel Barnier ha dichiarato ottimista che “La Direttiva faciliterà l'ingresso sul mercato europeo dei piccoli fornitori innovativi, contribuirà a una maggiore distribuzione e aumenterà l'offerta di musica online per gli utenti. La Direttiva rafforza e migliora in generale la governance e la trasparenza delle società di gestione collettiva. Darà, per esempio, ai titolari dei diritti la possibilità d'essere più coinvolti nel processo decisionale del management collettivo, di fissare i requisiti minimi relativi alla struttura di governance delle società di collecting e garantirà il pagamento puntuale delle royalties ai titolari dei diritti”. Tante le questioni affrontate dopo la Proposta di direttiva licenziata dalla Commissione europea l’11 luglio 2012, con l’intento di fissare gli obiettivi orientativi in materia di società di gestione collettiva. In primis, l’indicazione di quegli interventi necessari per armonizzare le attività tra collecting europee, nonché di alcuni principi determinanti già precedentemente fissati dalla decisione CISAC (cit. COMP/C2/38.698-CISAC Unreported July, 2008). La proposta di direttiva rientrava nella strategia della Commissione europea 2011 sugli IPR del (Communication “A Single Market for Intellectual Property Rights Boosting creativity and innovation to provide economic growth, high quality jobs and first class products and services in Europe”) ed è riuscita a mettere in chiaro alcuni aspetti determinanti  per ottenere l’armonizzazione della governance, attraverso l’introduzione di obblighi di informazione più rigorosi e la volontà di assicurare maggiori garanzie e trasparenza per gli iscritti e gli utilizzatori dei repertori delle collecting societies attraverso il rafforzamento del controllo delle attività da parte dei titolari di diritti, in modo da incentivare l’offerta di servizi migliori e più innovativi. In tal senso, l’intervento diretto dei titolari dei diritti nella gestione è stato ritenuto fondamentale al fine di una più rapida e diretta remunerazione. Altrettanto rilevante la sezione dedicata alle modalità di sviluppo delle licenze multi-territoriali e multi-repertorio, ove la concessione di licenze di diritti d’autore multiterritoriali per l'utilizzo su internet delle opere musicali, per sua stessa natura internazionale, è limitato dalla dimostrazione da parte dei soggetti proponenti, di avere le capacità tecniche necessarie per svolgere tali attività in modo efficace. Ne deriverebbero vantaggi per gli autori, per i fornitori di servizi e anche per gli utenti. In tutta evidenza le nuove regole insistono particolarmente sul miglioramento qualitativo della gestione dei repertori,  imponendo, ad esempio, di versare i compensi ai membri più rapidamente, di garantire chiarezza riguardo alle entrate derivanti dalla gestione dei diritti, di elaborare annualmente una relazione di trasparenza e di comunicare informazioni supplementari direttamente ai titolari dei diritti e ai partner commerciali. Premesso che la direttiva trova applicazione solo nei confronti delle società di gestione stabilite sul territorio dell’Unione europea, restano di talché esclusi gli eventuali accordi tra una collecting stabilita in Europa ed una stabilita in territorio extra-europeo, dubbia dunque la portata della direttiva sugli ordinamenti internazionali. Nel silenzio della norma, incerte anche le procedure di risoluzione delle controversie tra società di gestione appartenenti a paesi diversi. Quanto alla semplificazione del rilascio delle licenze necessarie per la diffusione di opere musicali online in tutta l’UE, gli organismi di gestione collettiva, che di per sé non rilasciano le licenze di copyright a più di un Paese, potranno chiedere a un'altra organizzazione analoga di rappresentare il loro repertorio. Grazie alle nuove norme, dunque, gli organismi di gestione collettiva dovranno amministrare il repertorio di terzi alle stesse condizioni che applicano ai propri repertori. Per la concessione di licenze multi-territoriali per i diritti on-line di opere musicali, si impone alle società di gestione, che già rilasciano tali licenze, di accettare obbligatoriamente il mandato da parte delle società di gestione che, al contrario,  non intendono concedere le licenze multi territoriali sulle opere dei propri autori. Non bene equilibrato il citato obbligo nel caso in cui la società di gestione collettiva mandante, non solo non possa, ma non voglia concedere  le suddette licenze. Dubbi anche sugli effetti degli accordi non esclusivi che le società di gestione possono stipulare per la concessione di licenze multi territoriali. In questo modo, infatti, più società di gestione potrebbero disporre dello stesso repertorio, generando così una concorrenza impropria, pericolosamente non a beneficio dei titolari dei diritti ma degli utilizzatori, che in tutta evidenza si rivolgeranno alla società di gestione che offre le condizioni più convenienti! Apprezzabile, infine, il riferimento alla buona fede quale principio che dovrebbe guidare le trattative degli Organismi di gestione collettiva con gli utenti,  con applicazione di tariffe stabilite in base a criteri oggettivi e non discriminatori. Importante, altresì, l’imposizione per gli utilizzatori dell’onere di fornire, entro un termine ragionevole, le informazioni in loro possesso su l'uso dei diritti, categorie di diritti, categorie di opere o di altri materiali che gli organismi di gestione collettiva rappresentano e la possibilità, per gli Stati membri, di introdurre la fatturazione congiunta. Ultima riflessione in generale sulla direttiva nella stesura in corso di approvazione è la presenza di un articolato eccessivamente dettagliato, trattandosi di direttiva e non di regolamento. La mancanza di principi e criteri generali a fronte della presenza di obblighi ben dettagliati, renderà ingrato il compito del legislatore nazionale in sede di recepimento. Immagine in home page: Treccani.it 7 febbraio 2014
  • Expo 2015 e ambush marketing: resta il problema ma manca il decreto

    di Marco Bellezza e Dario Morelli(via MediaLaws) Manca esattamente un anno dall’avvio dell’Expo 2015. Anche per questa manifestazione, che può e deve rappresentare un’occasione di rilancio dell’immagine del nostro Paese sul piano internazionale, il legislatore si è posto il problema di come prevenire e reprimere l’ambush marketing (letteralmente: il marketing d’imboscata), cioè quell’insieme di “acrobazie” creative che imprese e organizzazioni particolarmente aggressive potrebbero imbastire al fine di sfruttare il richiamo mediatico dell’evento, senza però sopportare gli oneri economici richiesti per diventarne sponsor ufficiali. 1. Ambush marketing e disciplina nazionale I commentatori [1], forti ormai di una casistica ultradecennale in tema di “imboscate” pubblicitarie, hanno enucleato numerose macro-categorie, ormai quantomeno socialmente tipiche, di ambush marketing: dal “predatory ambushing” – pratica scorretta con cui un’azienda dichiara nella propria pubblicità di essere sponsor ufficiale di una certa manifestazione, mentendo grossolanamente – al “coattail ambushing”, che consiste in un’associazione indiretta tra brand ed evento sportivo che crei ambiguità sull’identità degli sponsor ufficiali (classico è l’esempio della Kodak, che, invece di sponsorizzare le Olimpiadi del 1984 come la concorrente Fuji, preferì sponsorizzare i programmi TV che raccontavano le gesta degli atleti statunitensi alle Olimpiadi, rendendosi così percepibile, agli occhi del pubblico, come uno degli sponsor ufficiali della manifestazione); dall’“insurgent ambushing” – cioè la promozione di un brand tramite azioni a sorpresa che si svolgano durante l’evento sportivo o in luoghi attigui a quello in cui esso si tiene, in modo da attirare l’attenzione del pubblico sull’azienda-parassita e, contemporaneamente, sottrarla agli sponsor ufficiali (un esempio: le tifose organizzate che, dagli spalti della partita Olanda-Danimarca durante i mondiali di calcio del 2010, " target="_blank">mostrarono le proprie magliette arancioni con il logo della birra “Bavaria”  – al “saturation ambushing”, che consiste nell’intensificare la pressione pubblicitaria sui media in un periodo temporale corrispondente a quello in cui si svolge l’evento di grande richiamo, senza bisogno di creare collegamenti espliciti tra la pubblicità e l’evento stesso; e via elencando. Tuttavia, ogni sforzo di categorizzazione risulta vano a fronte di un tipo di comunicazione commerciale che, per definizione, mira a spiazzare organizzatori e sponsor ufficiali in modi sempre più imprevedibili, aggirando ogni possibile contromisura e protezione. Tra l’altro, molte tipologie di ambush marketing consistono in comportamenti non direttamente contrari a specifiche disposizioni di legge o regolamentari. E si assiste a un progressivo allargamento per via giurisprudenziale degli ambiti di tutela assicurati dalla disciplina sulle privative industriali. Quanto sopra ha contribuito all’emergere di un orientamento dottrinale [2] che sottolinea la necessità di non contrastare tali pratiche, in quanto esse rappresenterebbero un’opportunità commerciale importante e lecitamente sfruttabile per le piccole e medie imprese. Anche tale filone interpretativo per così dire progressista tiene conto, tuttavia, delle esigenze di protezione dei diritti di proprietà intellettuale da un lato e della necessità di proteggere i consumatori dall’altro, che rappresentano i dei poli di interessi potenzialmente lesi da pratiche di marketing d’imboscata. Dal canto suo, il legislatore italiano – come quello di altri paesi europei – ha già mostrato in passato non soltanto la consapevolezza dell’esistenza e della pericolosità dell’ambush marketing per gli organizzatori degli eventi e per i loro partner commerciali (e, dunque, per il valore economico complessivo degli eventi stessi), ma anche la propria volontà di contrastare il fenomeno approntando discipline ad hoc per singoli eventi sportivi. Tale approccio “caso-per-caso” ha consentito di bypassare le difficoltà tecnico-giuridiche connesse all’elaborazione di una normativa organica e di ampia portata in materia, ma ha anche manifestato tutti i limiti di un metodo casistico disorganico. Nella disciplina nazionale è esemplare il caso delle Olimpiadi invernali di Torino del 2006 in relazione alle quali, anche per rispondere agli standard richiesti dal comitato olimpico internazionale, fu approvata la legge n. 167/2005, che sanzionava le «attività di commercializzazione parassita» relative ai giochi olimpici, cioè le «attività parallele a quelle esercitate da enti economici o non economici, autorizzate dai soggetti organizzatori dell’evento sportivo, al fine di ricavarne un profitto economico» (art. 2, L. 167/2005). Tale legge ha svolto ed esaurito il proprio compito in relazione alla manifestazione interessata ma, almeno nelle sue linee essenziali, può rappresentare un punto di riferimento per iniziative future. In vista dell’Expo di Milano il legislatore ha, infatti, deciso di ripetere l’esperienza maturata con le Olimpiadi di Torino, attribuendo però questa volta a una fonte secondaria (e in particolare a un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri) il compito di stabilire le regole di dettaglio e le relative sanzioni in materia. 2. Le norme su Expo 2015 Nello specifico l’art. 2-bis, comma 2-ter, lett. e) del Decreto Legge n. 43/2013 ha previsto che «con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri […] da emanare entro il 30 aprile 2013, sono individuate misure volte alla tutela dei segni distintivi di Expo 2015 SpA in relazione all’Esposizione Universale “Expo Milano 2015”, ivi compreso quanto necessario a garantire l’appartenenza in via esclusiva dei beni immateriali rappresentati da marchi, loghi, denominazioni, simboli e colori che contraddistinguono l’attività e l’Esposizione, ed al relativo uso per il periodo di svolgimento dell’evento e comunque non oltre il 31 dicembre 2015. Con il medesimo decreto sono individuati specifici interventi volti a reprimere attività parallele a quelle esercitate da enti economici o non economici, non autorizzate da Expo 2015 SpA, dirette ad intraprendere attività di commercializzazione parassitaria al fine di ricavarne visibilità o profitto economico (fenomeno del c.d. “ambush marketing”), anche prevedendo le relative sanzioni amministrative da un minimo di 5.000 euro ad un massimo di 250.000 euro, fatte salve le sanzioni già previste dalla legislazione vigente». Trascorso però ormai un anno dalla scadenza del termine del 30 aprile 2013, la Presidenza del Consiglio dei Ministri non ha ancora emanato alcun decreto sul tema. In assenza quindi, del testo del decreto proviamo ad immaginare come esso potrebbe essere strutturato, sulla base dell’esperienza giurisprudenziale e regolamentare fin qui maturata a livello internazionale e italiano. Il testo, auspicabilmente in via di emanazione, potrà contenere due macro-categorie di disposizioni:
    1. quelle relative alle privative assicurate alla società Expo 2015 S.p.A. e ai propri aventi causa a tutela dell’esclusività dell’appartenenza delle proprietà intellettuali connesse all’Expo che, coerentemente con quanto già avvenuto in occasione delle Olimpiadi torinesi, potrà essere presumibilmente volta a riservare alla società organizzatrice l’uso commerciale di determinati termini, locuzioni o associazioni di parole di per sé generici (come, ad esempio, “Esposizione”, “Milano 2015”, altre possibili associazioni tra la parola “Milano ” e il numero “2015”, etc.). L’efficacia di tali norme, comunque, non potrà durare oltre il 31 dicembre 2015;
    2. quelle volte a contrastare pratiche specifiche di ambush marketing che non si limitano alla mera utilizzazione non autorizzata di segni distintivi inerenti alla manifestazione.
      Quanto al primo insieme di norme, il loro carattere temporaneo ed eccezionale impedirà naturalmente qualsiasi interpretazione estensiva o addirittura analogica. Per via di tale limite, intrinseco alla tipologia di intervento normativo prescelto (i.e. disposizioni temporanee ed eccezionali il cui rispetto sia presidiato da sanzioni amministrative), l’esecutivo dovrà quindi “rassegnarsi” ad approntare soltanto un livello di tutela minimo – seppur maggiore della protezione già prevista dal diritto comune – che, per via della sua “rigidità”, rischia di non poter ostacolare tutte le possibili fattispecie di sfruttamento parassitario del richiamo dell’evento. In termini molto pratici, insomma, non è detto che gli “artisti” del marketing d’imboscata non riescano a trovare, nella lista di «marchi, loghi, denominazioni, simboli e colori» che presumibilmente verrà allegata al decreto attuativo, una o più “falle” che consentiranno a questi ultimi comunque di sfruttare a fini pubblicitari il richiamo dell’Expo senza violare le disposizioni vigenti. La seconda categoria di disposizioni dovrà invece essere volta a prevenire attività diverse dall’uso di marchi, locuzioni o altri elementi direttamente riconducibili all’Expo, ma comunque tali da sfruttare il richiamo dell’Expo di Milano per fini commerciali non autorizzati dagli organizzatori. Questa volta il legislatore ha deciso di riscrivere la definizione di ambush marketing che aveva elaborato nella legge 167/2005 sulle Olimpiadi di Torino, con l’intento evidente (perseguito forse un po’ maldestramente) di ampliarne l’ambito. Innanzi tutto, nella disposizione di legge sull’Expo la tutela contro la cosiddetta “commercializzazione parassitaria” viene anticipata: all’esecutivo, infatti, sarà richiesto stavolta di dettare norme che reprimano non soltanto le attività parassitarie in sé, bensì anche le «attività […] dirette ad intraprendere attività di commercializzazione parassitaria». Il wording adottato, che sembra riecheggiare da lontano quello dell’art. 56 del codice penale («…atti idonei, diretti in modo non equivoco a commettere un delitto…»), suggerirebbe l’intento di punire anche i meri tentativi di ambush marketing (inclusi, tra l’altro, quelli non idonei e non inequivoci). D’altro canto, è noto che la punibilità del tentativo è esclusa nel diritto amministrativo italiano soltanto perché non prevista da alcuna norma generale [3]; ma nulla sembra vietare al legislatore di approvare una disposizione che preveda la sanzionabilità amministrativa di una fattispecie di “tentato” marketing illecito. Quanto alle attività parassitarie stesse, queste non sono più definite, come nella legge sulle Olimpiadi, come le «attività parallele a quelle […] autorizzate dai soggetti organizzatori dell’evento», bensì, più seccamente, come tutte le attività «non autorizzate da Expo 2015 SpA». Partendo dall’assunto che le manifestazioni commerciali o sono autorizzate o non sono autorizzate (“tertium non datur”), il rovesciamento verbale qui operato dal legislatore sembra avere soltanto un effetto psicologico: quello di rendere ancora più chiaro che ogni manifestazione commerciale, per considerarsi lecita, dovrà essere espressamente autorizzata dall’organizzatore dell’Expo. Tale principio – del tutto coerente, peraltro, con l’insegnamento del maresciallo Lapalisse – emergeva già molto chiaramente anche dal testo di legge sulle Olimpiadi. Nella disposizione sull’Expo è stato infine aggiunto tra le finalità tipicamente perseguite dalle pratiche di ambush marketing, oltre allo scopo di lucro, anche l’ottenimento di «visibilità». Inutile dilungarsi sulla genericità estrema del termine e sulla difficoltà di adattarlo alle categorie giuridiche. Ci si potrebbe infatti interrogare a lungo su come misurare oggettivamente la visibilità (in termini di esposizione televisiva? O di numero di persone che materialmente “vedrà” l’agente dell’ambush marketing in azione durante l’Expo?), ma sarebbe un esercizio inutile, in assenza delle disposizioni amministrative che specificheranno tale principio. 3. Conclusioni Solo il tempo potrà dirci se e secondo quali modalità l’esecutivo, ottemperando al precetto normativo segnalato, intenderà regolare tale materia tanto avanzata quanto irta di possibili equivoci interpretativi (alcuni dei quali già si manifestano nel testo della norma analizzata). È certo che, intervenendo in una materia così delicata, l’esigenza di pervenire ad un fair balance tra i vari diritti e interessi coinvolti emerge in modo pressante. Si può e si deve provare a immaginare un complesso di regole che, anche in controtendenza rispetto a recenti esperimenti normativi, sappia assicurare un’ampia e adeguata tutela ai legittimi diritti degli organizzatori degli eventi senza frustrare le ragioni della creatività pubblicitaria, assicurando ambiti di libertà (non parliamo di fair use per non disturbare i più tradizionalisti) idonei comunque a valorizzare, seppur in via indiretta, l’importante evento che Milano e il Paese si accingono a ospitare. Il rischio, sempre dietro l’angolo, è di elaborare una disciplina iperprotettiva, magari dotata di un corposo apparato sanzionatorio, ma che nei fatti – come dimostra anche l’esperienza – potrebbe essere destinata a un’ampia (o totale) disapplicazione. Note [1] Cfr. ex multis G. NUFER, Ambush Marketing in Sports, Londra 2014; S. CHADWICK, N. BURTON, Ambushed!, in «The Wall Street Journal» del 25.01.2010. [2] Cfr.per tutti J. C. PÉREZ, Ambush Marketing dans la publicité sportive, http://www.iusport.es/opinion/crespo98.htm. [3] Cfr. ex multis, Cass. Civ. sez. I, 16 febbraio 2005, n. 3125. 6 maggio 2014
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  • Fatturazione elettronica: dal Parlamento europeo l'ok a nuovi standard per appalti pubblici transfrontalieri

    Il Parlamento europeo ha approvato oggi con una larga maggioranza la proposta avanzata dalla Commissione Europea in merito alla modernizzazione delle norme continentali in materia di fatturazione elettronica negli appalti pubblici. L'approvazione da parte dell'Europarlamento dell'accordo di compromesso raggiunto con il Consiglio nel gennaio scorso avvicina le imprese e le autorità pubbliche ad alcuni benefici derivanti dall'emininazione degli ostacoli agli appalti pubblici transfrontalieri. L'iniziativa punta infatti "a garantire l'interoperabilità tra i sistemi nazionali di fatturazione elettronica, dinamica che, in ultima analisi, si tradurrà in un miglior funzionamento del mercato unico. Questo significherà - afferma la Commissione - pagamenti più veloci e nuove opportunità di business per i fornitori. Ma anche un'ulteriore riduzione del costo e della complessità di appalti pubblici in Europa". In pratica, la direttiva richiede lo sviluppo di un nuovo standard europeo per l'eInvoicing, considerato come cardine essenziale verso un più compiuto quadro di eGovernment e di una Pubblica amministrazione "paperless" nel Vecchio Continente. "L'adozione della fatturazione elettronica negli appalti pubblici - precisa la Commissione - da sola in tutta l'UE potrebbe generare risparmi fino a 2,3 miliardi di euro all'anno". Quella della fatturazione elettronica è stata più volte indicata anche come una delle priorità dell'Agenda Digitale italiana. "Sostenere una più moderna ed efficiente Pubblica amministrazione nell'UE e il rafforzamento del mercato unico sono le priorità chiave per la Commissione europea - ha affermato il Commissario per il Mercato interno e i Servizi, Michel Barnier - Da un lato, si ridurrà notevolmente il costo e la complessità di utilizzo delle fatture elettroniche sia per i governi e le imprese, comprese le PMI. Dall'altro, verranno rimosse le barriere al mercato tranfrontaliero. Questa iniziativa dimostra che le politiche europee possono essere un driver importante per la semplificazione e che possono contribuire a creare nuove opportunità di business per le imprese europee". "Infine - ha chiosato Barnier - il passaggio dalla carta alla fatturazione completamente automatizzata contribuisce alla lotta contro le frodi, beneficio concreto e tangibile particolarmente rilevante nel clima economico attuale". Immagine in home page: Einvoicingbasics.co.uk 11 marzo 2014
  • I diritti audiovisivi sportivi: l’uso scenografico di immagini e le precisazioni del Consiglio di Stato

    Con la sentenza n. 2156 del 27 aprile 2015 il Consiglio di Stato affronta il tema dei limiti allo sfruttamento dei diritti audiovisivi sportivi per i soggetti non concessionari. La sentenza origina da fatti così riassumibili. Una rete televisiva regionale trasmette, in più di un’occasione e in diverse fasce orarie, immagini di alcuni incontri di calcio del campionato di Serie A in violazione del divieto di diffusione una volta decorse 48 ore dalla conclusione dell’evento. Accertata l’infrazione, l’AGCOM adotta provvedimento di irrogazione di sanzione per inosservanza dell’art. 5, 3° comma, del d.lgs. 9 gennaio 2008, n. 9 e dell’art. 3, 2° e 3° comma, del Regolamento per l’esercizio del diritto di cronaca audiovisiva allegato alla delibera AGCOM n. 405/09/CONS del 17 luglio 2009.

    L'articolo di Alessio Bonafine sulla Rivista di Diritto sportivo

    9 giugno 2015
  • Il conflitto tra istituzioni sulla competenza nella tutela dei consumatori nei mercati regolati: una proposta risolutiva?

    di Gilberto Nava Torniamo ad esaminare il tema del conflitto di competenza in materia di tutela dei consumatori nei settori regolati, già più volte approfondito in giurisprudenza ed in dottrina (anche su questa Rivista), poiché è all’esame del Parlamento uno schema di Decreto Legislativo che dovrebbe disciplinare le modalità per superare, auspicabilmente in modo definitivo, le problematiche relative al conflitto sulla competenza in materia di tutela dei consumatori nei settori regolamentati. Il Consiglio dei Ministri del 3 dicembre 2013 ha preliminarmente approvato e trasmesso al Parlamento, per l’acquisizione dei prescritti pareri entro il 13 gennaio 2014, uno schema di decreto legislativo che attua la direttiva 2011/83/UE, avente ad oggetto la semplificazione e l’aggiornamento delle norme sulla tutela dei consumatori nei contratti negoziati fuori dai locali commerciali e nei contratti a distanza. Nel corpo del decreto di recepimento il Governo ha inoltre inserito una norma (art. 67, comma 2-bis) che avrebbe lo scopo di risolvere le numerose problematiche giuridiche ed operative legate alla sovrapposizione tra le norme dettate a tutela dei consumatori dalle discipline speciali dei mercati regolati (ad esempio, con diverse accezioni, nei settori delle comunicazioni, dell’energia, delle assicurazioni, delle banche, dei trasporti, dei farmaci) e la disciplina generale prevista dalla direttiva 2005/29/CE sulle pratiche commerciali sleali applicata in Italia dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) ai sensi del Codice del Consumo. La controversa tematica era già stata affrontata dal parere del Consiglio di Stato n. 3999/2008, adottato su richiesta dell’AGCM in merito all’applicazione della disciplina in materia di pratiche commerciali scorrette ai servizi finanziari, sui quali anche la CONSOB esercitava specifiche competenze a tutela del consumatore. In quel caso il Consiglio di Stato ha espressamente negato la competenza dell’AGCM. Più complessa si è rivelata la situazione in altri settori nei quali si è assistito ad una duplicazione dell’intervento dell’AGCM e dell’Autorità di regolamentazione. Come nel settore energetico (nei casi relativi ad attivazioni non richieste e a richiesta cambio fornitore), anche nei mercati delle comunicazioni elettroniche si è assistito a diverse fattispecie nelle quali uno stesso comportamento commerciale degli operatori è stato sanzionato più volte sia da AGCOM che da AGCM (ad esempio, nel caso del pagamento online con addebito in bolletta), oppure era stato autorizzato dall’Autorità di settore, ma censurato e sanzionato dall’Antitrust (ad esempio, nella fattispecie della rimodulazione delle tariffe). L’applicazione complementare delle due normative, seppur spesso divergente, era stata inizialmente ammessa dalla giurisprudenza amministrativa, ma aveva costretto le imprese ad affrontare indirizzi applicativi differenti e, quindi, numerose incertezze operative. Tale situazione aveva anche dato luogo ad un vasto contenzioso dinanzi al giudice amministrativo, nel quale AGCOM si è in alcuni casi costituita in giudizio in conflitto con AGCM. Il supremo organo amministrativo, l’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato, si è pronunciata con le sentenze da 11 a 16 dell’11 maggio 2012 affermando, in sintesi, che in caso di contrasto tra la normativa speciale e quella generale, per evitare un doppio giudizio sulla medesima fattispecie  - che configura una violazione di un principio cardine dell’ordinamento (bis in idem) e un danno per le imprese e per l’efficienza dell’azione amministrativa - si dovesse applicare la competenza esclusiva dell’AGCOM in virtù della prevalenza delle norme speciali del settore delle comunicazioni elettroniche che formano una disciplina esaustiva di matrice comunitaria e dotata degli adeguati presidi sanzionatori. Nell’agosto 2012 è stata inoltre introdotta una norma di legge (art. 23, comma 12 quiquiesdecies, D.L. 95/2012) che, anziché risolvere la controversia istituzionale e dare certezze al mercato, ha ulteriormente ampliato il perimetro dei settori regolati nei quali si sono accessi dei conflitti in sede amministrativa. Il tema è stato anche posto all’attenzione della Commissione europea che, nell’ottobre 2013, ha trasmesso una lettera di messa in mora al Governo Italiano in merito ai citati interventi legislativi e giurisprudenziali sottolineando che l’interpretazione del criterio di specialità seguita dal legislatore e dalla giurisprudenza amministrativa comporterebbe una incompleta attuazione della Direttiva sulle pratiche commerciali sleali. In una prospettiva comunitaria, che definisce, da un lato, i criteri per disciplinare il contrasto tra la normativa generale e le normative speciali, e dall’altro attribuisce  poteri sempre più ampi alle Autorità di regolamentazione nazionali in materia di tutela dei consumatori, esaminiamo la proposta di disciplina introdotta nello schema di D. Lgs. attualmente all’esame del Parlamento. La formulazione proposta dal Consiglio del Ministri si caratterizza per una contraddittorietà intrinseca ed indeterminatezza che non risolve le problematiche sopra descritte, anzi rischia di dare nuovamente luogo ad incertezze sulle competenze e duplicare gli interventi sanzionatori, magari confliggenti, sulla medesime fattispecie. Ciò comporterà inevitabilmente dubbi operativi e maggiori costi per le imprese (e, in ultima istanza, per i consumatori), nonché il riaccendersi di un contenzioso amministrativo tra le Autorità e le imprese, nonché tra le stesse amministrazioni, che non risponde certo ai criteri di “trasparenza, celerità, efficacia e economicità dell’azione amministrativa” che sono richiamati nella Relazione del Governo. Infatti la formulazione proposta nel primo capoverso del comma 2 dell’art. 67 dello schema di decreto legislativo rischia di riportare il mercato alla medesima situazione di incertezza anteriore alle citate sentenze dell’Adunanza Plenaria, definendo una linea di separazione tra l’applicazione della normativa settoriale e quella speciale non differente da quella introdotta dal legislatore nell’agosto 2012, che si è dimostrata ambigua e foriera di esiti contrari agli obiettivi per i quali era stata redatta, tanto da dare spazio all’intervento della magistratura che ha affermato la prevalenza delle norme settoriali anche nei settori delle assicurazioni private (sentenza TAR Lazio n. 535/2013, Zuritel) e dei medicinali e dei dispositivi medici (sentenza TAR Lazio n. 6962/2012, Starbene). Tra l’altro sembrerebbe introdurre, in un primo capoverso, un limite sostanziale all’applicazione del Codice del Consumo poiché si ribadirebbe “l’intangibilità del potere di regolazione spettante alle singole Autorità di settore”, ma senza definire quale sia il criterio per determinare il perimetro effettivo della regolazione, ossia se sia sufficiente una norma primaria attributiva della competenza o occorra una regolamentazione secondaria che ne specifichi gli ambiti applicativi. E quindi si ricadrebbe nel rischio di un conflitto tra Autorità - che si perpetua da anni -  sull’interpretazione del confine tra regolazione e normativa generale e se questo confine debba essere “elastico” in relazione all’evoluzione della regolamentazione, con la normativa generale che avrebbe sempre minore potere di valutare la scorrettezza di una pratica tanto più si estende il perimetro dell’azione del regolatore. E non può essere conferito un ruolo applicativo e procedimentale nel determinare il perimetro di azione di AGCM e della Autorità di settore ai protocolli di intesa tra le Autorità, - come propone il Governo - che non possono certo costituire il presupposto per determinare l’ambito applicativo del potere sanzionatorio di un’Autorità, per il quale l’ordinamento italiano richiede un intervento legislativo. Senza poter approfondire, in questa sede, l’ambito di sovrapposizione tra la normativa generale in tema di pratiche commerciali sleali e le diverse competenze attribuite dalle normative settoriali ad Autorità e organismi ministeriali in materia di tutela del consumatore, ci limitiamo ad osservare, a titolo di esempio, che nel settore delle comunicazioni elettroniche l’imposizione di un vincolo recessivo all’applicazione della regolamentazione settoriale a tutela dei consumatori (previsto invece nel II capoverso del medesimo comma 2-bis) rischia di dar luogo a nuove procedure comunitarie di infrazione. Infatti, il ruolo dell’AGCOM come autorità che esercita ampi e crescenti poteri nella tutela dei consumatori è stato stabilito dalla Direttiva Servizio Universale 2002/21/CE e rafforzato dalla Direttiva 2009/136/UE. Ulteriori poteri sono previsti per le Autorità di regolamentazione di settore dei 28 Stati membri nel Regolamento comunitario proposto nel settembre 2013 dalla Commissaria Kroes (c.d. Single Market) in discussione in questi giorni al Parlamento Europeo (art. 21 e ss.). Perciò il legislatore comunitario sembra voler anticipare nel settore delle comunicazioni, come già accaduto nel passato, un sostanziale ampliamento del ruolo delle Autorità di settore, dalla regolazione ex ante del mercato in una prospettiva procompetitiva ad un ruolo di garante della trasparenza e della correttezza dell’interazione commerciale operatore/utente. Una proposta di buon senso che potrebbe risolvere la complessa e delicata sovrapposizione di competenze che le direttive comunitarie attribuiscono alle due Autorità per tutelare i consumatori potrebbe essere l’assegnazione ad AGCOM, in via legislativa, del potere di applicare non solo le proprie competenze settoriali, ma anche la normativa in materia di pratiche commerciali scorrette di cui agli artt. 20 e ss. del Codice del Consumo, limitatamente al settore delle comunicazioni elettroniche (o, se si ritiene, dei media e dell'editoria). Tale attribuzione ad AGCOM non sminuirebbe lo standard di tutela del consumatore poiché le norme sostanziali sarebbero le stesse applicate negli altri settori dall’AGCM. Inoltre, fino ad oggi l’AGCOM ha dimostrato di non avere certamente remore a intervenire nei confronti degli operatori utilizzando ripetutamente anche lo strumento della sanzione. Se il legislatore comunitario ha chiaramente indicato le caratteristiche ed i poteri delle Autorità nazionali di regolamentazione come un unicum istituzionale, titolari di poteri settoriali di regolazione anche per le tematiche di tutela del consumatore e ne ha rafforzato l’indipendenza organizzativa e finanziaria anche nei confronti dei Governi nazionali (anche tramite l’istituzione con il Regolamento 1211/2009 di un organismo sovranazionale di coordinamento, il BEREC), lo stesso non si può dire per l’applicazione della Direttiva 2005/29/CE. Infatti non vi sono ostacoli comunitari all’allocazione delle competenze in materia di pratiche commerciali scorrette in capo a diverse autorità poiché la citata direttiva prevede che ciascuno Stato membro attribuisca il compito e gli strumenti di “combattere le pratiche commerciali sleali” ad un organo amministrativo oppure giurisdizionale, ma lo possa fare secondo i propri modelli istituzionali (come accade in Germania, dove vi è un sistema misto che prevede l’intervento del giudice, dei comitati di conciliazione e dell’autorità amministrativa). E nella Direttiva 2005/29/CE non appare esserci un vincolo alla libertà costituzionale del legislatore nazionale che imponga l’attribuzione ad un’unica autorità amministrativa; al contrario, il legislatore comunitario si limita a qualificare la natura amministrativa o giurisdizionale degli organismi che possono essere incaricati di “combattere le pratiche commerciali sleali” e non la necessità di doverlo attribuire ad un’unica istituzione nazionale. Anzi un modello “policentrico” differenziato sulla base delle caratteristiche istituzionali nazionali è espressamente disciplinato nel Regolamento CE 2006/2004 sulla cooperazione per la tutela dei consumatori che si limita a prevedere che, in ciascuno Stato membro, accanto alla coesistenza di una pluralità di organismi pubblici che possano “combattere le pratiche commerciali sleali” anche su base locale, debba soltanto esserci un “ufficio unico di collegamento” a livello nazionale, che in virtù dell’esperienza maturata, potrebbe essere attribuita ad AGCM. Non vi sarebbe alcun onere ulteriore per la pubblica amministrazione poiché le risorse umane e finanziarie attualmente dedicate al settore potrebbero essere trasferite a parità di condizioni da AGCM ad AGCOM e organizzativamente potrebbe essere costituita in AGCOM una nuova direzione che affronti a tutto tondo, con la pienezza delle competenze, la regolamentazione, la vigilanza e il presidio sanzionatorio a tutela dei consumatori. Questa direzione sarebbe in grado di comprendere e disciplinare tempestivamente, grazie ad una equilibrata gestione di regolamentazione ex ante e di procedimenti sanzionatori, un mercato caratterizzato da una incessante evoluzione delle tecnologie, dei servizi, delle esigenze della domanda e dell’offerta e sarebbe in questo modo dotata di tutti gli strumenti per adeguatamente e tempestivamente presidiare gli interessi dei consumatori (anzi della più ampia categoria degli utenti) in tutte le fasi della relazione tra utenti ed imprese. L'efficacia di questa soluzione (nonché i rischi di “cattura del regolatore” da taluni palesati) potrebbero essere monitorati con un obbligo di pareristica da richiedere ad AGCM, reciproco a quello attualmente previsto per i settori regolati da AGCOM ai sensi dell’art. 1, comma 6, lett. c, Legge 249/1997. L’obbligo di richiedere un parere non vincolante nell’ambito del procedimento sanzionatorio esercitato da AGCOM ai sensi del Codice del Consumo potrebbe rappresentare uno strumento che consenta di condividere tra le due istituzioni anche le preziose esperienze maturate dall’AGCM in altri settori, nonché un importante punto di riferimento per il giudice amministrativo, sempre competente a valutare la legittimità delle attività delle Autorità. Inoltre AGCOM ha un obbligo - previsto dalla sua legge istitutiva all’art. 1, comma 6, lett. c), n. 12 - di relazionare dettagliatamente al Parlamento in merito alla propria azione, nonché può essere stimolato dalla quotidiana attenzione degli stakeholder, in primis le associazioni consumeristiche,  i cui strumenti di impulso e di intervento già esistenti potrebbero essere ulteriormente rafforzati. E dopo un opportuno periodo di applicazione di questo nuovo modello istituzionale, possiamo immaginare 3/5 anni, il legislatore potrà prevedere l’obbligo di un approfondito e ragionato bilancio sull’efficacia, l’efficienza e la proporzionalità dell’azione di AGCOM anche nell'applicazione delle norme del Codice del Consumo ed eventualmente adottare nuove soluzioni istituzionali. Oppure il Parlamento potrebbe valutare se non sia ipotizzabile una più ampia applicazione di questo modello, che responsabilizzi ulteriormente le Autorità e le amministrazioni competenti a regolare specifici mercati in merito alle molteplici implicazioni, anche concorrenziali, della definizione di ecosistemi settoriali che garantisca pienamente la fruizione consapevole degli utenti/consumatori e consentano di focalizzare le risorse dell’AGCM nei confronti di settori finora meno presidiati. In altri termini passare da una prima fase, nella quale AGCM ha svolto in modo autorevole ed efficace un ruolo di presidio a livello trasversale della tutela del consumatore imponendo standard crescenti di “contegno esigibile dal professionista diligente”, ad una seconda fase nella quale tutte le Autorità e le amministrazioni che regolano e vigilano specifici mercati contemplino la tutela dei consumatori come una modalità essenziale di corretta e compiuta regolazione dei mercati. Perciò, esaminando la proposta all’esame del Parlamento - che poi dovrà essere definitivamente deliberata dal Consiglio dei Ministeri - alla luce della complessiva architettura comunitaria e del principio costituzionale di buona amministrazione, speriamo che, per una volta, prevalga il buon senso e non le consuete logiche di potere. 14 gennaio 2013 LEGGI "Il riparto di competenza tra Agcm e Agcom in materia di tutela del consumatore a 18 mesi dall’Adunanza Plenaria: lo “stato dell’arte” e i possibili sviluppi"di Valerio Mosca
  • Il Consiglio di Stato interviene sulla validità giuridica del tweet come atto di manifestazione di volontà ai sensi del dlgs 165/2001

    di Marco Scialdone Per la prima volta la volontà politica espressa in un tweet diventa argomento di una sentenza di tribunale. Il Consiglio di Stato è infatti intervenuto nel procedimento che origina dai lavori di ristrutturazione promossi nel 2013 dal Comune de La Spezia per l'area di piazza Verdi. A seguito delle proteste di numerose associazioni del territorio, il 15 giugno 2013 un tweet dell'allora ministro dei Beni e delle Attività culturali Massimo Bray preannunciava la richiesta al Comune di sospendere i lavori in attesa della verifica del progetto da parte del Mibact. Dopo 48 ore, gli organi periferici del ministero sollecitavano al Comune, come peraltro già fatto in precedenza, l’avvio del procedimento di verifica dell’interesse culturale della piazza, "invitandolo a non procedere nelle more alla rimozione di componenti il cui interesse culturale non fosse stato definitivamente accertato e autorizzando la prosecuzione dei lavori limitatamente agli interventi sulla sede viaria ed i marciapiedi, con esclusione delle opere interessanti l’area centrale della piazza e le componenti arboree ivi presenti”. Il Comune impugnava così questi atti sostenendo, tra le altre rivendicazioni, che "le dichiarazioni via tweet e a mezzo stampa del ministro integravano un’inammissibile usurpazione di funzioni amministrative di esclusiva competenza dirigenziale". Al di là della questione strettamente relativa alle procedure burocratiche legate ai lavori stradali, sono interssanti i passaggi nei quali la Corte si concentra sullo status del tweet dell'ex ministro: "In realtà il Comune ha proposto appello incidentale senza qualificarlo oltremodo, chiedendo la riforma della sentenza nel punto in cui essa non ha ritenuto di annullare il tweet o cinguettio del ministro, ma ne ha solo dedotto una spia di eccesso di potere, avendo gli organi statali avuto un ripensamento rispetto alle precedenti valutazioni soprattutto, o addirittura solo, per compiacere o per non discostarsi da posizioni pubblicamente assunte dall’autorità politica". E ancora: "La pretesa svolta nell’appello incidentale, ad opinione del Collegio, deve ritenersi pienamente assorbita dal confermato accoglimento della domanda di annullamento del ricorso originario, sicché è superflua sia la ricerca di una ulteriore e distinta causa di illegittimità (per quanto sia evidente quantomeno la spia della disfunzione) sia soprattutto l’esame della domanda, da ritenersi per logica elementare condizionata, diretta ad annullare l’atto dell’autorità politica, perché da intendersi esso già quale manifestazione di volontà attizia". Il Consiglio di Stato osserva dunque: "Al riguardo, solo per scrupolo di completezza, il Collegio osserva che gli atti dell’autorità politica, limitati all’indirizzo, controllo e nomina ai sensi del decreto legislativo n.165 del 2001, debbono pur sempre concretarsi nella dovuta forma tipica dell’attività della pubblica amministrazione (Cons. Stato, V, 24 settembre 2003, n.5444, Cassazione civile, sezione II, 30 maggio 2002, n.7913; III, 12 febbraio 2002, n.1970), anche, e a maggior ragione, nell’attuale epoca di comunicazioni di massa, messaggi, cinguettii, seguiti ed altro, dovuti alle nuove tecnologie e alle nuove e dilaganti modalità di comunicare l’attività politica". 13 febbraio 2015