DIMT.IT - contenuti

  • "Perquisizioni digitali" in Usa: i provider devono consegnare i dati delle email anche quando sono conservati all'estero

    I provider di servizi Internet americani devono consegnare i dati scambiati nelle email dei loro clienti su richiesta delle autorità anche quando le informazioni e i contenuti digitali sono memorizzati all'estero. È quanto stabilito dal giudice federale di New York James Francis. Stando a quanto riferito da Reuters, compagnie come Microsoft e Google non potranno più rifiutarsi di aprire alle forze dell'ordine l'accesso a determinate informazioni, perché a detta del giudice "l'onere di un coordinamento in tal senso con gli omologhi dei Paesi esteri sarebbe notevole per il Governo americano e gli sforzi delle autorità di polizia seriamente ostacolati". Continua dunque la battaglia sul valore dei confini geografici applicati ad uno strumento per sua vocazione globale, soprattutto in un'area, quella della conservazione dei dati e della loro condivisione con le autorità, che appare quanto mai oggetto di attenzione a seguito delle ripercussioni dello scandalo Datagate. Sembra infatti riproporsi il dilemma sul trattamento che sarà riservato ai dati di cittadini esteri, già al centro di roventi reazioni, polemiche e proposte proprio all'indomani delle rivelazioni dell'ex funzionario dell'Nsa Edward Snowden. In Europa, dove il quadro della data retention è stato stravolto dalla recente sentenza della Corte di Giustizia sull'invalidità della direttiva a riguardo, avanza la corrente di pensiero del "i nostri dati sul nostro suolo" (soprattutto per ciò che attiene comunicazioni strategicamente sensibili e rilevanti; vedi a riguardo le dichiarazioni rilasciate a Dimt nel novembre scorso dal deputato di Scelta Civica Stefano Quitarelli), che trova le conseguenze più estreme in proposte come quella che qualche settimana fa ha visto la cancelliera tedesca Angela Merkel avanzare l'idea di creare una rete autonoma da quella americana. Se nel sistema si inserisce il protagonismo della presidente del Brasile Dilma Rousseff, da un lato promotrice anch'essa di una proposta su una rete indipendente, dall'altro in prima linea nella messa a punto di un percorso verso una nuova governance del mezzo (vedi in proposito anche le dichiarazioni del vicepresidente della Commissione Europea Neelie Kroes), peraltro all'indomani dell'approvazione del Marco Civil sui diritti digitali, il quadro che ne esce è quello di una partita globale entrata in una fase ormai caldissima. Immagine in home page: Allvoices.com 28 aprile 2014
  • "Tutela della libera circolazione delle informazioni su Internet a livello globale", la Raccomandazione del Consiglio d'Europa

    "Il diritto alla libertà di espressione, incluso il diritto di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza interferenze e senza limiti di frontiera, costituisce una pietra angolare della società democratica ed è una delle condizioni di base per la sostenibilità e il progresso e per lo sviluppo di ogni essere umano". Si apre così la Raccomandazione adottata lo scorso 1 aprile dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, che ha chiesto ai suoi 47 Stati membri di promuovere e tutelare la libera circolazione delle informazioni su Internet e di assicurare che eventuali blocchi di contenuti siano conformi alle norme in materia di diritti umani e non interferiscano con il traffico internazionale online. Il documento contiene così una serie di principi che evidenziano la tutela di diritto alla privacy, il diritto alla libertà di espressione e diritto di assemblea e associazione, in conformità con gli Articoli 8, 10 e 11 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Il Comitato dei Ministri chiede agli Stati di assicurare che qualsiasi interferenza con il traffico su Internet all’interno del proprio territorio venga attentamente valutata in anticipo e non determini un impatto non necessario e sproporzionato oltre i propri confini. La Raccomandazione chiede inoltre agli Stati di incoraggiare e agevolare lo sviluppo di appropriati codici di condotta di autoregolamentazione in modo tale che i soggetti coinvolti in Internet rispettino i diritti umani, nonché di promuovere la cooperazione tra di loro per sviluppare e adottare le migliori prassi tecniche. In riferimento ai servizi che archiviano ed elaborano le informazioni in posizioni remote (servizi cloud), la Raccomandazione sottolinea che gli Stati dovrebbero tutelare il diritto alla privacy e alla protezione dei dati personali. The Council of Europe is working on a draft recommendation by the Committee of Ministers to its member states on Internet freedom (attached). The draft is currently being elaborated by a committee of experts operating under the authority of the Council of Europe’s Steering Committee on Media and Information Society. As part of its multi-stakeholder outreach and dialogue, the Council of Europe would like your feedback, comments and suggestions on the draft recommendation to be sent to us, at the latest by 30 April 2015, http://www.dimt.it/wp-content/uploads/2015/04/Draft-Internet-Freedom-01-05-15.pdf 10 aprile 2015
  • “La regolamentazione dei contenuti digitali. Studi per i primi quindici anni dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (1998-2013)” a cura di Ernesto Apa e Oreste Pollicino

    CopertinaA cura di Ernesto Apa, Oreste Pollicino Laura Aria, Corrado Calabrò, Angelo Marcello Cardani, Bruno Carotti, Enzo Cheli, Enrico Maria Cotugno, Antonello De Tommaso, Filippo Donati, Davide Gallino, Giorgio Greppi, Serena La Pergola, Roberto Mastroianni, Paolo Occhipinti, Francesca Pellicanò, Antonio Perrucci, Luigia Spadaro, Andrea Stazi, Giulio Votano Quale ruolo si delinea per l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni nell’era delle tecnologie digitali e della convergenza? È da questo interrogativo che muove il percorso articolato nel volume, nel tentativo di ricostruire l’evoluzione della fisionomia dell’AGCOM nei suoi primi tre lustri di vita. Quindici anni lungo i quali l’evoluzione rapidissima delle tecnologie ha imposto sfide di grande momento per l’AGCOM, chiamata a confrontarsi con scenari che superano ormai le previsioni del legislatore e segnalano l’importanza del ruolo di un’autorità indipendente capace di farsi interprete dell’esigenza di bilanciare interessi sempre più spesso contrastanti.

    pagine: 512 formato: 17 x 24 ISBN: 978-88-548-8268-3 data pubblicazione: Dicembre 2014 editore: Aracne

  • Agcom, operativo il regolamento per la tutela del diritto d’autore online. Posteraro: "Un modello per i procedimenti della Pa. Nessuna minaccia alla libertà del Web"

    Entra in vigore oggi il regolamento per la tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica approvato dal Consiglio dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom) lo scorso 12 dicembre. Le modalità applicative del regolamento, che promuove l’offerta legale di contenuti digitali e definisce le procedure di enforcement nel caso di violazioni commesse in rete o sui mezzi radiotelevisivi, sono state presentate lo scorso giovedì agli addetti ai lavori nell’ambito di un seminario organizzato presso la sede di Roma dell’Authority. Per l’invio delle istanze e la loro gestione è stata predisposta un’area dedicata accessibile dal sito Web dell’Autorità o direttamente dall’indirizzo www.ddaonline.it. Il sistema, messo a punto in partnership con la Fondazione Ugo Bordoni, prevede una procedura specifica che sarà interamente telematica, in linea con quanto stabilito dal Codice dell’Amministrazione digitale. Per assistere e guidare chi voglia segnalare all’Autorità presunte violazioni e avviare così l’iter previsto dal regolamento, sono disponibili online un manuale d’uso e una guida alla compilazione del webform. Del regolamento si è discusso anche nella puntata del 30 marzo di “Presi per il Web“, trasmissione di Radio Radicale condotta da Marco PerducaMarco Scialdone e Fulvio Sarzana con la collaborazione di Marco Ciaffone e Sara Sbaffi. [caption id="attachment_5318" align="alignright" width="300"]Ascolta il podcast della puntata del 30 marzo 2014 Ascolta il podcast della puntata del 30 marzo 2014[/caption] Ospiti dell'appuntamento Francesco Posteraro, Commissario Agcom e relatore del provvedimento, Fabio del Giudice, Direttore generale di Confindustria Italia, Carlo Blengino, Avvocato e Membro di NEXA Italia, Paolo Marzano, presidente del Comitato Consultivo sul diritto d'autore, Guido Scorza, blogger, giurista e giornalista, e Arturo Di Corinto, giornalista del quotidiano la Repubblica. "Un web form da compilare - ha affermato Posteraro - per una procedura che si svolge tutta online e che per questo può rappresentare un modello al quale ispirare altre iniziative della Pubblica Amministrazione". "Agcom - ha spiegato il Commissario - aveva già, leggi alla mano, il potere di emanare ordini nei confronti dei provider; il regolamento serve a regolare un'attività comunque legittima e a dare agli attori in gioco le dovute garanzie. Abbiamo messo in campo una procedura il cui l'interlocutore è il provider, ma nella quale diamo spazio a tutte le parti, inviando una segnalazione dell'avvio del procedimento anche all'uploader, al titolare delle pagine e al gestore del sito, raro caso di procedimento amministrativo in cui si dà spazio anche a parti che non sono oggetto del procedimento stesso. E comunque gli utenti finali non sono interessati da queste misure. C'è chi parla di minacce alla libertà del Web, ma è come affermare che il reato di calunnia possa rappresentare una minaccia alla libertà di informazione". "È chiaro - ha concluso Posteraro - che l'Agcom farà giurisprudenza. Il mio auspicio è quello di ritrovarci tra un anno qui a ringraziare chi, anche con le sue critiche, ci avrà dato modo di approfondire l'interpretazione dei provvedimenti. Ed è chiaro anche che noi agiamo diversi livelli sotto il Parlamento: qualora si decidesse di modificare le leggi sulle quali si basa la nostra azione le nostre iniziative regolamentari decadrebbero". LEGGI "Il Professor Alberto Gambino: 'Bene l'enforcement,ma attenzione a rispettare il ruolo dell'Autorità Giudiziaria'" ASCOLTA "Il Professor Alberto Gambino: 'Agcom guidi rilancio dell'autoregolazione per la tutela del diritto d'autore online. Anche perché Regolamento attuale non considera opere 'native' digitali' " Qui sotto il testo integrale del regolamento. 31 marzo 2014
  • Ampliare l'accesso ai beni di pubblico dominio: la ricetta argentina di Maximiliano Marzetti

    [caption id="attachment_3940" align="alignright" width="216"]Pubblicato: novembre 2013 Pagine: 94 ISBN: 978-987-1891-81-8 Pubblicato: novembre 2013
    Pagine: 94
    ISBN: 978-987-1891-81-8[/caption] Come si possono bilanciare le tutele per la proprietà intellettuale e una nuova stagione di apertura dell'accesso a beni di pubblico dominio? Una risposta prova a fornirla Maximiliano Marzetti, professore del Programma in Diritto e Beni Pubblici e della Maestria Propiedad Intelectual presso la sede argentina della Facoltà Latinomericana di Scienze Sociali (FLACSO), il quale ha rcentemente pubblicato un libro intitolato "Proposte per ampliare l'accesso ai beni pubblici in Argentina, stabilendo il necessario equilibrio tra diritti di proprietà intellettuale e dominio pubblico", edito dal Comitato Latinoamericano di Scienze Sociali (CLACSO) di Buenos Aires. L'autore, che è anche membro fondatore dell'Associazione Professionisti Italiani Argentina (PIA), parte dal presupposto che l'attuale quadro della proprietà intellettuale, nato agli albori della rivoluzione industriale, non sia più adatto alla società della conoscenza globale. Questo genera uno scontro tra
    "un regime di scarsità artificiale e un'abbondanza digitale. È tempo di ristabilire il perduto equilibrio tra mezzi (monopoli legali) e fini (bene comune) che sia allineato ai tempi e alle tecnologie digitali".
    Il libro analizza così il sistema di norme che regola il diritto d'autore in Argentina dal punto di vista dell'analisi economica del diritto, con l'obiettivo di dimostrare come il regime del diritto d'autore in vigore nel Paese latinoamericano sia uno dei più restrittivi al mondo. In esso infatti sono contemplate soltanto poche e circoscritte eccezioni e limitazioni ex lege, mentre non esiste l'equivalente della dottrina anglossassone del fair use; al contrario, si sovrappone un sistema di domaine publique payantin cui lo Stato si sostituisce all'autore nella gestione dei diritti patrimoniali dopo che le opere sono entrate nel dominio pubblico. Per espandere l'accesso ai beni pubblici, senza togliere i necessari e giusti incentivi ai creatori, il Professor Marzetti propone  riforme normative alla legislazione vigente con un intervento in tre aree: a) espansione delle eccezioni e limitazioni al diritto d'autore; b) regolamentazione di un meccanismo che consenta l'utilizzo delle opere orfane, in particolare per biblioteche e archivi; c) l'abrogazione del domaine publique payant, istituzione considerata inutile e inefficiente in quanto assimilabile ad una specie di ingiustificata pedaggio da pagare per l'accesso alla cultura. Il libro è disponibile gratuitamente in formato elettronico: 10 dicembre 2013
  • Anno III - Numero 4 - Ottobre/Dicembre 2013

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    Con contributi di

    Lorenzo Delli Priscoli, Valeria Falce, Gustavo Ghidini, Daniela Messina,

    Maria Cecilia Paglietti, Giuseppe Pennisi e Marco Scialdone

    Sommario

    Cultura, industria e proprietà intellettuale 

    Il ruolo degli utenti nella generazione dei contenuti creativi di Marco Scialdone

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    Mercato, concorrenza e regolazione 

    Trade Secret Protection in the Innovation Union. From the Italian approach to the UE solution di Valeria Falce

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    Appraisal Parameters, Selection Criteria and Regulations for Long-Term Investment in Europe: Issues and Possible Solutions di Giuseppe Pennisi

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    Pratiche commerciali e tutela dei consumatori

    Beauty rules: la responsabilità per la circolazione giuridica dei cosmetici alla luce del Reg. 1223/2009 di Maria Cecilia Paglietti

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    Comunicazioni elettroniche, audiovisivo e garanzie

    Il pluralismo radiotelevisivo nel panorama della convergenza tecnologica: il caso della Web TV e delle Over-the-Top TV di Daniela Messina

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    Diritti della persona e responsabilità in rete 

    Internet e il diritto alla riservatezza dei dati personali contenuti in atti parlamentari di Lorenzo Delli Priscoli

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    Rubrica “Diverso Avviso” a cura di Gustavo Ghidini

    Proprietà Intellettuale: per una prospettiva sistematica

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  • Bononcini (Facebook): "Ogni contenuto segnalato dagli utenti viene esaminato da una persona"

    La responsabile della public policy per l'Italia: "Alla luce dei grandi numeri può capitare di commettere degli errori, ai quali però si può porre rimedio" di Marco Ciaffone "Grazie per il tempo dedicato alla segnalazione di un contenuto che secondo te potrebbe non rispettare i nostri Standard della comunità. Le segnalazioni come la tua sono fondamentali per rendere Facebook sicuro e accogliente. Abbiamo controllato la pagina che hai segnalato per la presenza di discorsi o simboli di incitazione all'odio e abbiamo riscontrato che rispetta i nostri Standard della comunità". In alcuni casi può sembrare una risposta che arriva in automatico da un algoritmo, ed è forse la sensazione avuta dall'associazione Meter, che alla fine di aprile ha segnalato alla Polizia postale la presenza sul social network di una pagina inneggiante alla violenza sui neonati affetti da sindrome di Down. Ricevendo, appunto, come risposta della piattaforma un sostanziale "tutto ok". Laura BononciniMa sarebbe una sensazione sbagliata. "Dietro ogni singola segnalazione c'è l'analisi di una persona", assicura Laura Bononcini, head of public policy di Facebook per l'Italia. "Facebook è una piattaforma popolata da 1,4 miliardi di persone che la usano per esprimersi con diverse modalità. Il nostro obiettivo è dunque quello di bilanciare sempre questo diritto ad esprimersi con la necessità di garantire la sicurezza degli utenti, la loro privacy e la conformità dei contenuti pubblicati agli Standard della comunità”. “Temi delicatissimi, e per questo sono diverse centinaia le persone sparse nel mondo e impegnate 24 ore al giorno nell'analisi delle segnalazioni che arrivano dagli utenti. La decisione sul rispetto degli Standard di un contenuto spetta dunque ad una persona, che deve garantire neutralità e specificità nell'applicare alla lettera queste regole. Stesso discorso per quanto attiene quei contenuti che non violano gli Standard ma possono invece violare le leggi dei vari Paesi nei quali operiamo. In questo senso è costante la collaborazione della nostra piattaforma con le autorità e le forze dell'ordine in ogni contesto, ed è importante per noi dare conto di queste attività nel nostro Transparency report". "Per facilitare il lavoro di analisi - prosegue Bononcini - c'è una divisione in team, ognuno dei quali è specializzato e focalizzato su una delle aree tematiche che l'utente seleziona al momento dell'invio della segnalazione. Tra le varie categorie c'è una parità di priorità, ma ci sono alcuni casi particolari; faccio un esempio: se parliamo di un post nel quale si esprime una pulsione suicida si deve intervenire subito e dunque l'analisi di quel contenuto diviene prioritaria". "Ma alla luce dei grandi numeri - precisa Bononcini - può capitare di sbagliare, ed è in sostanza quanto successo nell'episodio della pagina alla base del recente episodio di cronaca. L'importante è correggersi nel momento in cui si riscontra l'errore". 11 maggio 2015
  • Contenuti creativi e pluralismo radiotelevisivo, privacy negli atti parlamentari, Trade Secret Protection e cosmetici: online il nuovo Quaderno di Dimt

    Copertina Quaderni Diritto Mercato Tecnologiadi Marco Ciaffone È online il quaderno numero 4 del III Anno di attività dei Quaderni di Diritto Mercato Tecnologia, raccolta trimestrale della nostra Rivista Scientifica. Il numero di Ottobre/Dicembre 2013 è aperto dal contributo dell'avvocato  Marco Scialdone "Il nuovo ruolo degli utenti nella generazione di contenuti creativi", nella cui premessa si legge:
    La digitalizzazione dell’informazione, da un lato, e la sempre maggiore penetrazione delle reti di comunicazione elettronica, dall’altro, hanno alterato in modo significativo il modo in cui le persone creano, distribuiscono, usano e accedono alle informazioni".
    Inizia così un percorso che a seguito della disamina in merito ai problemi definitori della nozione di User Generated Content, analizza la loro posizione "tra diritto d’autore e libertà di espressione". Subito dopo, il focus si sposta sugli utenti come “sperimentatori” all'interno di "un’innovazione senza permesso". Le conclusioni puntano dritto al cuore di uno dei fenomeni contemporanei più interessanti: il ritorno dei "makers". "Trade Secret Protection in the Innovation Union. From the Italian approach to the UE solution" è il titolo del contributo della professoressa Valeria Falce. Al suo interno si ripercorrono le tappe e gli elementi caratterizzanti dell'approccio italiano, tradizionalmente inserito all'interno del paradigma della concorrenza sleale. Dopo l'analisi del nuovo regime normativo e di quelli che ne sono i principali driver economici si passa al contesto europeo per concludere con la necessità di una radicale revisione del quadro regolatorio italiano per l'armonizzazione dello stesso ai nuovi trend continentali. Il professor Giuseppe Pennisi è autore di "Appraisal Parameters, Selection Criteria and Regulations for Long-Term Investment in Europe: Issues and Possible Solutions", nel quale si passano in rassegna le principali problematiche che emergono nella valutazione degli LTI sulla base della recente letteratura e di esperienze pratiche come la pianificazione aeroportuale in Nord Europa e la sostituzione della televisione analogica in Italia con il Digitale terrestre. Si propone altresì una serie di conclusioni da sottoporre al Long Term Investment Club (LTIC) e alla Commissione Europea. Il tutto finalizzato alla messa a punto di un'agenda per un programma di ricerca che abbia come scopo la revisione di alcuni standard, linee guida e pratiche in materia di LTI. La professoressa Maria Cecilia Paglietticoncentra la sua attenzione su "Beauty rules: la responsabilità per la circolazione giuridica dei cosmetici alla luce del Reg. 1223/2009". Dopo il focus sul diritto dei cosmetici nella prospettiva del diritto dei consumatori, vengono analizzate le fattispecie generatrici di responsabilità da prodotto cosmetico per passare ai “cosmeceutici” e alle relative esclusioni della responsabilità per il rischio da sviluppo. L'analisi della disciplina delle prove nel sistema europeo e in quello interno è propedeutica ad una immersione nel contesto italiano. "Il pluralismo radiotelevisivo nel panorama della convergenza tecnologica: il caso della Web TV e delle Over-the-Top TV" è il titolo dell'analisi dell'Avvocato Daniela Messina, in un percorso che parte da una consapevolezza:
    L’avvento della tecnologia digitale ed il parallelo processo di convergenza dei mezzi di comunicazione di massa hanno modificato in maniera indelebile il panorama del sistema radiotelevisivo così come tradizionalmente inteso.
    Finiscono così sotto la lente i rilievi critici e la disciplina normativa relativi alla Web Tv, prima di concentrarsi su Over-the-Top TV e "pluralismo esterno". La direttiva 2010/13/UE è il riferimento di un iter verso la piena convergenza tra il settore radiotelevisivo e la Rete Internet, un passaggio che precede l'analisi delle criticità e delle problematiche del nuovo scenario delle piattaforme diffusive. Nelle riflessioni conclusive si ricompongono e vengono messi a sistema gli elementi che caratterizzano la complessità del nuovo contesto mediatico digitale. È un particolare aspetto delle sfide imposte alla tutela della privacy quello focalizzato dal professor Lorenzo Delli Priscoli in  "Internet e il diritto alla riservatezza dei dati personali contenuti in atti parlamentari". Recita l'abstract:
    L’obiettivo del Parlamento italiano è quello di creare un sistema che protegga l’interesse alla riservatezza dei dati personali senza gravare di oneri eccessivi coloro che li trattano, tenendo presente che le esigenze di riservatezza risultano tanto più stringenti quanto più il dato sensibile è un dato personale, come nel caso di quelli riguardanti le condizioni di salute".
    L'analisi si sviluppa così dai problemi sollevati da una delibera della Camera dei Deputati in tema di riservatezza degli atti parlamentari della fine del 2013, per poi esaminare il quadro normativo in materia. L’autodichia e il principio di pubblicità dei lavori della Camera sono il focus che precede quello sulla tutela della riservatezza e del diritto all’oblio in internet. Dopo aver proposto alcune esperienze straniere, il contributo si sofferma sul bilanciamento tra valori costituzionali e il nucleo essenziale dei diritti fondamentali. Il fascicolo si chiude con "Proprietà Intellettuale: per una prospettiva sistematica", il primo contributo di "Diverso Avviso", rubrica a cura del professor Gustavo Ghidini. Scarica il quaderno Anno III – Numero 4 – Ottobre/Dicembre 2013 [pdf] 14 marzo 2014
  • Contenuti video e rete: la terza rivoluzione di Internet

    Il nuovo rapporto ITMedia Consulting sul Video on Demand in Europa di Augusto Preta È ormai evidente che stiamo entrando nella terza fase di sviluppo di Internet, resa possibile dalla convergenza di una serie di dinamiche consumer driven e caratterizzata in particolare da ubiquità della connessione, adozione della banda larga e ultra larga, accesso mobile Internet ed evoluzione dei dispositivi mobili. Contenuti video e rete- la terza rivoluzione di internetQuesta tendenza crescerà esponenzialmente nei prossimi anni rappresentando il driver di sviluppo di molte industrie, non solo quelle della comunicazione, legate all’economia digitale: la cosiddetta sharing economy (o app economy). Tra gli aspetti più rilevanti: cloud computingInternet of things, big data, ecc. Tale evoluzione caratterizza appunto la terza fase dello sviluppo di Internet dopo quella rappresentata dal World wide web e dal Web 2.0 (Internet partecipativo e reti sociali), in conseguenza della diffusione della larga (e ultra larga) banda (LTE, 5G, fibra ottica). In questo contesto, il video funge da motore del cambiamento, favorendo la diffusione di reti e servizi sempre più performanti, in grado di soddisfare le crescenti aspettative dei consumatori, attraverso la diffusione dei nuovi servizi a richiesta. In tal senso l’anno da poco trascorso ha visto un radicale cambiamento d’approccio finalmente anche in Europa, con l’ingresso massiccio da parte dei molti broadcaster e fornitori di servizi video in genere nell’arena competitiva. L’obiettivo si è focalizzato in primo luogo sul mantenimento della customer satisfaction anche in ambiente IP, legato soprattutto alla Quality of Service, come condizione fondamentale per garantire prodotti competitivi e un effettivo value for money. Questa tendenza ha riguardato ad esempio accordi di content delivery, come quella tra Orange e Akamai (principale operatore di CDN al mondo) in Francia e relazioni impensabili solo poco tempo fa, come l’accordo tra Netflix e Virgin Media nel Regno Unito. Inoltre negli ultimi mesi è stato un susseguirsi di annunci e lanci di servizi in tutta Europa, che hanno al centro Internet e la broadband Tv. L’accordo Telecom Italia/ Sky segna un passo importante proprio in questa direzione e si lega ad altri fattori significativi, emersi negli ultimi mesi nel resto del continente. Nelle tlc europee si è avviata infatti una nuova fase di sviluppo il cui driver è la banda ultra larga, attraverso il rilancio della domanda, grazie ai servizi video e alla pay-Tv. In Spagna l’acquisizione di Canal Plus, incumbent pay tv satellitare, da parte di Telefonica segue ulteriori acquisizioni di servizi di tv a pagamento da parte delle telco, insieme a fusioni / integrazioni tra fisso e mobile, tlc e cavo, oltre ad accordi di condivisione delle infrastrutture. Nel Regno Unito British Telecom ha acquisito un ruolo di primo piano nell’evoluzione del contesto competitivo nazionale, soprattutto con lo sviluppo della fibra ottica (FTTC). Oltre ad essere presente nell’offerta gratuita, ha fatto il suo ingresso nella Tv a pagamento, attraverso l’acquisto dei diritti delle principali manifestazioni sportive per quasi £ 2 miliardi: Champions League, diritti esclusivi su tutti gli incontri, per il triennio 2015/18 per £ 900 milioni; Premier League, diritti su due pacchetti, per il triennio 2016/19 per £ 960 milioni. Vodafone a sua volta ha sviluppato una serie di operazioni e fusioni a livello europeo, che hanno al loro centro l’integrazione fisso / mobile, l’ingresso nel settore della cable tve il lancio dell’offerta quadruple play sia nel fisso che nel mobile, con al centro la televisione e il video. Liberty Media, il principale operatore via cavo in Europa, dopo l’acquisizione di Virgin Media (incumbent via cavo nel Regno Unito) ha acquisito ulteriori canali e operatori televisivi via cavo nel nord Europa (Ziggo in Olanda su tutti). Alla luce dunque dei fenomeni appena descritti, ITMedia Consulting prevede che nei prossimi anni si assisterà fin dal 2015 in Europa all’esplosione dei servizi video, con una crescita consistente e superiore alle attese nei prossimi tre anni in particolare del video on demand. In tal senso, dopo l’affermazione e il consolidamento avvenuto negli Usa, la diffusione anche in Europa delle offerte di VOD sarà trainata dai seguenti fattori: lo sviluppo delle reti a ultra broadband in fibra ottica sia via reti telco nelle sue varie modalità (FTTH, FTTC, ecc), sia via cavo (Docsis 3.1); lo sforzo e gli incentivi a livello europeo e dei singoli paesi in ambito nazionale di raggiungere gli obiettivi previsti dall’Agenda Digitale (penetrazione della banda larga e ultra larga); il mutato atteggiamento dei fornitori dei contenuti tradizionali (produttori e broadcaster) sottoposti alla crescente competizione dei grandi operatori globali; l’esplosione dei servizi video in streaming e su terminali mobili; lo sviluppo delle offerte in 4k e 8k; il graduale e inarrestabile passaggio di tutta la produzione a utilità ripetuta (film e serie) sulle reti broadband. In particolare ciò che emerge con evidenza è il consolidamento di alcuni modelli di business in specifiche aree (in particolare Regno Unito e Nord Europa), soprattutto attraverso servizi di Subscription VOD, che iniziano a competere direttamente con le dominanti pay-Tv nazionali. A ciò si aggiunge l’ingresso anche al resto d’Europa di nuovi attori globali, a cominciare da Netflix, in aree finora meno soggette alla competizione, in assenza di sufficiente penetrazione della banda larga (in particolare nel Sud Europa); il consolidamento, attraverso fusioni e acquisizioni, da parte dei grandi operatori di telecomunicazioni e via cavo (es. Vodafone, BT, Orange, Telefonica e Liberty Media) attraverso l’offerta quadruple play, integrando voce, dati con accesso a Internet fisso e mobile e video (Tv); un più elevato grado di competizione tra broadcaster, telco, OTT (Netflix e in prospettiva anche Amazon, Apple e Google) sullo stesso o su diversi modelli di business (Francia e Germania in primis); accesso diretto attraverso acquisizione dei diritti live a contenuti premium sportivi in esclusiva, a cominciare dal calcio (campionato nazionale e Champions League) in grado di accrescere la domanda di dati e il traffico sulle reti (Regno Unito e Spagna). Inoltre, se nel 2014 il video entertainment ha rappresentato negli Usa circa il 60% del consumo di banda, con Netflix a farla da padrone (35% in download nei momenti di maggior consumo) è altrettanto chiaro che il modello di business ad esso collegato, lo SVOD, rappresenta la tipologia di offerta dominante destinata ad estendersi rapidamente anche in Europa, dove la competizione con Amazon, iTunes e con i broadcaster appare oltremodo accesa e destinata ad allargarsi nei prossimi mesi. In prospettiva, dunque, il rapporto ITMedia Consulting prevede una tendenza a un superamento dell’attuale fase, caratterizzata comunque da notevole dinamismo, nella quale si confrontano tuttavia diversi business model, che porterà non solo a un sostanziale incremento dei ricavi, ma anche a un maggiore consolidamento dei modelli di finanziamento, in particolare sotto forma di abbonamenti. Successivamente una parte più consistente dei ricavi, soprattutto nei paesi dove lo SVOD si è già affermato (Regno Unito e Nord Europa in particolare), proverrà dalla diretta sostituzione tra le diverse forme di offerta pay (cord-cutting e cord-shaving), con una crescente guerra dei prezzi e un possibile consolidamento del settore. Ciò determinerà in tutti i casi entro il 2018 impatti significativi e dirompenti su tutta l’industria televisiva europea e della pay-Tv in particolare, allo stesso modo di quanto avvenuto in passato per gli altri comparti dell’industria dei media. In questo scenario, ITMedia Consulting stima che il totale delle entrate da servizi VOD in Europa Occidentale raggiungerà i 2.140 milioni di euro alla fine del 2015, con 823 milioni generati da abbonamenti SVOD e 760 milioni da pubblicità AVOD. Il resto da servizi di TVOD (pagamento per singolo prodotto e acquisti video on line sell through). In seguito l’offerta a pagamento in SVOD continuerà ad acquistare rilevanza e i ricavi complessivi raggiungeranno i 3.580 milioni di euro nel 2018, con una crescita media annua del 22% e lo SVOD rappresenterà la componente a maggiore sviluppo del comparto, con un CAGR del 34%. A livello geografico il Regno Unito continuerà a rappresentare la best practice nel settore, soprattutto per quanto riguarda i ricavi da SVOD. Germania e Francia (particolarmente attive nel TVOD) seguiranno, con dinamiche di crescita molto interessanti nei prossimi anni. Più in ritardo i paesi dell’Europa del Sud, tra cui Italia e Spagna, dove le problematiche infrastrutturali e dunque di accessibilità ai contenuti online rappresentano uno dei maggiori colli di bottiglia. In questi Paesi in tutti i casi ITMedia Consulting prevede livelli di crescita superiori a quelli dei big 3.
    Netflix, la conferma ufficiale: "Il servizio sarà disponibile in Italia a partire da ottobre 2015"
    8 giugno 2015
  • Corso di formazione per esperti in tecnologie multimediali e contenuti per la Web Tv

    L'Università di Catania ha indetto un bando volto alla selezione di 14 allievi per il corso di formazione "Esperti in tecnologie multimediali e contenuti Web tv per la valorizzazione della formazione e della ricerca nei mercati internazionali e locali". Il corso avrà una durata complessiva di 600 ore suddivise tra didattica in aula, pratiche di laboratorio, project work e study tour. L'obiettivo del corso è quello di formare figure professionali in grado di valorizzare i risultati della ricerca ottenuti anche attraverso tecnologie di comunicazione innovative messe a disposizione dal centro di comunicazione per la diffusione dei risultati, oltre a saper attivare e gestire effettive collaborazioni con reti europee e internazionali della ricerca, il mondo produttivo nazionale e internazionale, i Distretti di Alta Tecnologia e i laboratori pubblico/privati. La scadenza per la presentazione delle domande è fissata al 19 ottobre 2013. Per consultare il bando segui questo link.
  • Dall'atomo al bit: i primi quindici anni di Agcom. Cardani: "C'è una fetta di mondo che attende un intervento del legislatore". Pitruzzella (Agcm): "La stella polare è l'innovazione"

    Copertina"In questi 15 anni siamo riusciti a corrispondere al mandato del buon regolatore, dobbiamo tuttavia cercare di capire cosa dovremmo cambiare per il futuro sulla base di ciò che è stato". Così il presidente di Agcom Angelo Marcello Cardani in occasione della presentazione de “La regolamentazione dei contenuti digitali. Studi per i primi quindici anni dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (1998-2013)”, volume a cura di Ernesto Apa e Oreste Pollicino ed edito da Aracne. "Il percorso di questa raccolta - si legge nell'introduzione - si snoda lungo un primo esame del ruolo e della fisionomia dell’Autorità, descritta con le riflessioni dei suoi primi due Presidenti, nella transizione dall’atomo al bit. Si concentra poi sul tema dell’accesso, declinandone l’analisi sia sul versante della fornitura dei contenuti sia sul fronte della fruizione. Il terzo momento e ultimo si incentra sul tema della tutela: tutela che non è solo dai contenuti ma anche dei contenuti". Cardani, dopo aver ricordato le origini delle Authorities in una fase "caratterizzata dalla tendenza a ridurre il peso della politica e lasciare spazio a centri di decisione indipendenti", ha affermato: "I dieci anni futuri partono dall'affrontare almeno due rilevanti punti: il primo è un problema quotidiano di rapporti con la magistratura amministrativa, che ha un sindacato giurisidzionale importante sulle nostre decisioni, e spesso va ben oltre il momento di valutazione di legittimità dei nostri atti e interviene nel merito delle decisioni, affiancando un intervento tecnico proprio a quello che compete all'Autorità". "C'è poi il secondo problema, forse anche più grande - ha proseguito Cardani - ed è quello relativo al momento in cui l'azione regolatoria arriva ai confini della normazione. E questo avviene quando il potrere legislativo finisce per non esercitare le sue funzioni, ed è quanto successo ad esempio per il nostro regolamento sul diritto d'autore. La mancanza di intervento con certa tempistica corretta da parte del legislatore pone in essere delle sostituzioni che possono essere interpretate da alcuni come sostituzioni non legittime ma che sono spesso determinate da una vacatio". "Se generalizziamo questo problema - ha spiegato Cardani - l'intervento regolamentare non può supplire l'intervento legislativo; di fronte ad un sistema di regole primario confuso il reglatore finisce per soffrire. Il volume affronta ad esempio il tema della regolamentazione dei contenuti digitali, che è un tema di lunga transizione e che non si risolverà nei prossimi tre anni. Ecco, chi deve assumersi la responsabilità di intervenire? La domanda è: come possiamo affrontare un tema modellato su contenuti e servizi che non erano assolutamente immaginabili vent'anni fa, quando il corpus normativo sul quale è basata la nostra azione è stato scritto? C'è tutta una fetta di mondo che attende un intervento legislativo, perché l'intervento regolamentare può funzionare solo sulla base di una legge. Ma ho la sensazione che il nostro legislatore intervenga sempre tardi, e quindi in fretta, e quindi male. Se invece ci fosse per una volta un intervento basato su meno fretta e più riflessione forse staremmo meglio tutti quanti". Il presidente dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, Giovanni Pitruzzella, ha da parte sua affermato che "Apa e Pollicino non si limitano a ricostruire e commentare il passato, ma cercano di capire le linee di sviluppo futuro. E lo fanno in un momento nel quale ci troviamo di fronte alla quarta rivoluzione industriale, in uno scenario nel quale sarà importante la garanzia di beneficiare di una quantità di banda sufficiente per i nuovi servizi, perché le telecomunicazioni sono la spina dorsale della nuova economia digitale. Allo stesso modo, è centrale il tema dell'accesso alla rete, e in questo senso c'è una virtuosa operazione di raccordo e collaborazione tra le nostre Authorities. Un altro profilo centrale in questo senso è quello dei nuovi conflitti nel mondo del Web; per troppi anni abbiamo assistito alla narrazione del Web come regno di mancanza di gerarchie, mentre vediamo che in rete nascono posizioni di potere di mercato importanti e significative, e i conflitti vanno regolati e risolti, penso all'attuale problema tra i tassisti e Uber, così come le richieste dei produttori dei contenuti di essere equamente remunerati". "Di fronte a certi conflitti - ha chiosato Pitruzzella - il rischio è l'emergere di posizioni neoluddistiche a difesa di vecchi interessi, mentre io penso si debba cercare la strada del superamento dei conflitti stessi per non frustrare le nuove opportunità. La stella polare dell'enforcement resta l'innovazione, perché le società che crescono sono quelle che hanno premiato la capacità di innovare, e creano le condizioni nelle quali le idee possano fiorire e competere nel mercato. Cedo che l'Antitrust avrà molto da fare per garantire che questo contesto venga tutelato e in questo senso l'interazione con la cultura sarà centrale". Con la moderazione di Anna Masera, responsabile della Comunicazione della Camera dei Deputati, ha  preso avvio un giro di tavolo aperto da Stefano Parisi, fondatore di Chili Tv: "Quella del video on demand è un'onda che sta finalmente raggiungendo anche l'Italia. Questo mondo sta cambiando ed è una opportunità per tutti; siamo di fronte ad una serie di decisioni che devono essere prese sia a livello di Ue che nazionale, e credo sia molto importante il sereno dibattito al netto di approcci contrastanti e legittimi alla luce degli interessi in campo. E sarà importante riflettere soprattutto sulla tempestività delle decisioni". foto Un punto sul quale si è soffermato anche Stefano Quintarelli, deputato di Scelta Civica e membro dell'Intergruppo Innovazione, il quale ha sottolineato "la difficoltà di trovare un equilibrio tra tecnologia, mercato e regolamentazione. Il tema dell'accesso al mercato è un tema che bisognerà affrontare, perché chi controlla l'accesso ha un potere enorme, e sarà fondamentale trovare soluzioni che garantiscano la concorrenza e il sostegno agli operatori con la consapevolezza che intervenire ex-post è estremamente difficile. È poi secondo me centrale il tema dell'identificazione degli utenti. Sono sicuro - ha concluso - che nei prossimi anni vedremo emergere sia come tema tecnologico che regolamentare la portabilità dei profili e l'interoperabilità dei profili". Ha preso poi la parola il Prof. Alberto Gambino, presidente dell'Accademia Italiana del Codice di Internet, il quale, dopo aver illustrato gli obiettivi dell'Associazione ("Il codice ha una doppia valenza: il linguaggio, l'algoritmo che sta dietro le scelte strategiche degli operatori del Web, ma anche un significato giuridico, un sistema di regole, una disciplina") ha menzionato alcuni dei contributi del volume passando da un "Garante per la radiodiffusione e dell'editoria che sembra distante secoli" alla dimensione entro la quale operano le Authorities, le quali, pur non avendo fondamento costituzionale, incidono in dinamiche che coinvolgono diritti fondamentali e spesso la tutela delle fasce deboli della popolazione, minori in primis. "È questo uno degli aspetti - ha chiosato Gambino - che rende le Autorità, e l'Agcom in particolare, un unicum che esercita un indubbio fascino sugli studiosi. E c'è poi la prospettiva, perché dentro i nuovi canali d'accesso c'è un work in progress che vede spesso le Autorità andare oltre l'ostacolo per poi raccogliere reazioni, pareri, punti di vista che permettono di ricomporre e affrontare le problematiche in campo".   [gallery type="slideshow" ids="19236,19234,19235"] Augusto Preta, Ceo di ITMedia Consulting, ha sottolineato come "il passaggio dalla Tv analogica a quella digitale sia stato sottovalutato e considerato come semplice sostituzione. Non è stato così. La seconda fase importante è il passaggio dai servizi lineari a quelli non lineari. Contemporaneamente Internet è arrivata alla fase 3.0. Questo basta a far capire quanto sarà difficile il ruolo della regolamentazione nel settore. In una prospettiva futura credo bisogna considerare che la concorrenza è un mezzo e non un fine".
    Agcom, la Relazione 2015. Cardani: “In settore informazione necessario radicale ripensamento del disegno istituzionale e regolamentare. Resta arretratezza sulla banda larga. Bilancio positivo Regolamento antipirateria” Economia digitale, Pitruzzella: “Cercare di minimizzare gli effetti negativi e sfruttare i vantaggi dell’ultima rivoluzione industriale”
    16 luglio 2015
  • Editatón, le maratone per migliorare Wikipedia. Nel mirino i diritti digitali in spagnolo

    "Modifichiamo e miglioriamo i contenuti della sezione spagnola di Wikipedia in materia di diritti digitali". È così che viene riassunto il senso del prossimo appuntamento di Editatón, la serie di maratone che, sullo stile degli hackaton, ha come preciso obiettivo quello di inserire in un numero quanto più possibile ampio di voci dell'enciclopedia online riferimenti a fonti certe, affidabili, più accurate di quelle che spesso si trovano navigando tra le aree meno battute della piattaforma. Ogni evento prende di mira un tema specifico, e sarà proprio quello dei diritti digitali al centro dell'appuntamento di sabato 23 agosto, organizzato dall'associazione statunitense Electronic Frontier Foundation e supportato da Wikimedia Mexico, Rancho Electronico, Contingente MX, Fundación Karisma, Panoptykon Foundation, Hackbo, Enjambre Digital, RedPaTodos and May First Mexico. Due diverse sedi in Messico e in Colombia ospiteranno gli editatori mescolati tra wikipediani di lunga data e neofiti; i primi avranno così l'occasione di traghettare i secondi all'interno di una logica di utilizzo della piattaforma di livello superiore, permettendo alle comunità che gravitano intorno ad una determinata tematica di contribuire a rendere il sapere condiviso sulla stessa più ricco, corretto e puntuale. Ai partecipanti viene fornita una serie di voci da modificare e aggiornare (come quella sulla censura di Internet, sulla sorveglianza digitale, sulla protezione dei dati e sulla privacy) e un'altra lista con le tematiche per le quali è necessario creare una voce specifica. Nel maggio scorso si è svolto un simile evento a Siviglia, in Spagna, in materia di free software, ma dall'appuntamento alla British Library di Londra del gennaio 2011 sono finiti al centro degli editatónorganizzati in varie parte del mondo una lunga ed eterogenea serie di argomenti, dai diritti delle donne in India al tessuto urbano di New York. Wikipedia, fondata nel 2011 da Jimmy Wales e con Larry Sanger, è stata spesso al centro di polemiche per via della sua presunta inaffidabilità, dato il carattere collaborativo con il quale sono create e gestite le voci dell'enciclopedia. Tuttavia, già nel 2005 la rivista Nature pubblicava uno studio in cui comparava il livello di accuratezza delle voci scientifiche di Wikipedia nientemeno che a quello dell'Enciclopedia Britannica. Più recentemente sono stati invece gli stessi vertici della Wikimedia Foundation, la no profit che sostiene il progetto dell'enciclopedia, a decidere di impedire ai computer del Congresso americano di modificare contenuti per dieci giorni; un provvedimento arrivato dopo le segnalazioni in merito agli interventi che da quei pc venivano effettuati su voci riferite a fatti e personaggi della politica statunitense non sempre con l'obiettivo di contribuire al sapere nazionale. Una dinamica scoperta grazie alle segnalazione dell'account Twitter Congress-edits, impegnato proprio a cinguettare interventi rilevanti sulle voci dell'enciclopedia, così come fanno altri suoi omologhi in svariati Paesi. 640px-Cartel_Editatón_Derechos_Digitales 21 agosto 2014
  • Facebook, gli "indicatori sociali" contro i contenuti pirata

    Il social network di Mark Zuckerberg ha brevettato una tecnologia che permette di analizzare alcune informazioni dei profili dei propri utenti per rintracciare la condivisione illecita di contenuti protetti da diritto d'autore Facebook è a caccia di contenuti pirata condivisi dai propri utenti. Il social in blu ha infatti ottenuto un brevetto per uno strumento che permette agli amministratori della piattaforma di analizzare alcune informazioni dei profili per identificare le condivisioni di materiali protetti da diritto d'autore. Nel dettaglio, come riferisce TorrentFreak, a guidare le ispezioni saranno degli "indicatori sociali" come gli interessi di chi ha postato contenuti, la localizzazione e le reti di amici alle quali è connesso. Un'iniziativa volta a "minimizzare le conseguenze legali", sempre più temuti visto l'attivismo delle associazioni antipirateria sparse nel pianeta e decisioni come quella con la quale il Tribunale di Roma ha recentemente oscurato, per gli utenti italiani, il "gemello russo" di Facebook Vkontakte. Il social network di Zuckerberg è così pronto a contribuire a rendere sempre più labile il confine tra gli "intermediari passivi" e le piattaforme che operano un più sistematico controllo sui contenuti caricati dagli utenti. LEGGI "Il giorno in cui Youtube decise di non essere più un hosting provider. E si accordò con la Premier League"

    Il brevetto ottenuto da Facebook è denominato "Utilizzo di segnali sociali per identificare i contenuti non autorizzati su un sistema di social networking".facebooksocialsignal

    3 dicembre 2013

  • Gli "Sponsored data" per i content provider, una nuova strategia per il mobile di AT&T. Ma è polemica sul rispetto della net neutrality

    La compagnia americana introduce pacchetti di contenuti il cui costo in termini di traffico sarà addebitato ai fornitori. E c'è già chi punta il dito contro l'iniziativa ritenendola in conflitto con la disciplina della neutralità della rete "Da oggi per te sarà più facile godere di contenuti multimediali tramite wireless senza che ciò si traduca in un aggravio in bolletta. A pagare saranno direttamente i fornitori di contenuti". Così AT&T, compagnia di telecomunicazioni con base a San Antonio, Texas, annuncia una nuova promozione per il clienti del suo servizio di connessione in mobilità 4G. Lo "Sponsored data" offrirà ai siti la possibilità di proporli agli utenti, appunto, come fossero pubblicità, sia tramite Web browser che tramite app. Una dinamica che, secondo AT&T, potrà portare benefici alle industrie che gravitano intorno ad un ampio ventaglio di settori, dalla salute alla distribuzione di beni e servizi, dall'intrattenimento ai servizi finanziari, finendo per stimolare l'utilizzo di servizi e dispositivi in mobilità non ancora esplorati da una fetta di consumatori. "I clienti amano i contenuti forniti in mobilità - afferma Ralph de la Vega, presidente e CEO di AT&T Mobility - e a loro basterà guardare un'icona per capire che quei determinati contenuti sono offerti come parte del loro servizio mensile". Poi la precisazione: "Questi contenuti sponsorizzati godranno di velocità di trasmissione pari a quelli non sponsorizzati". Una chiosa non casuale, visto che all'entusiasmo con il quale la compagnia annuncia la sua nuova strategia commerciale si contrappone un già nutrito coro di allarmi per la compatibilità della stessa con le norme dell'Open Internet Order, emanato dalla Federal Communications Commission (FCC) nel 2010 e contenente la disciplina della neutralità della rete e non discriminazione dei servizi sul territorio statunitense. L'associazione a tutela dei consumatori Public Knowledge, ad esempio, critica da mesi la possibilità che "i fornitori di contenuti possano degradare l'offerta per la quale non pagano una tariffa a vantaggio dei contenuti onerosi". Secondo il vice-presidente delegato dell'organizzazione, Michael Weinberg, "il piano pone inoltre una pesante barriera davanti ai piccoli soggetti che sperano di poter entrare sul mercato e diventare qualcosa di grande". Di sicuro l'anno appena iniziato vedrà acuirsi il già acceso di battito sulla net neutrality a stelle e strisce. A rinfocolare la polemica, qualche settimana fa, è stato lo stesso neo-presidente della FCC, Tom Wheeler, il quale ha dichiarato che non avrebbe visto male l’imposizione di una tariffa da parte degli Internet service provider nei confronti di Netflix per la fornitura di una corsia preferenziale riservata agli utenti che volessero fruire con maggiore velocità e qualità dei contenuti audiovisivi messi a disposizione dalla piattaforma. Una presa di posizione che sembra contraddire lo stesso corpus normativo partorito negli anni dalla Commission. LEGGI "Il percorso della net neutrality negli Usa" LEGGI "AT&T brevetta un nuovo strumento per individuare i 'pirati'" LEGGI "Deutsche Telekom, il rispetto della neutralità e i drastici tagli al personale" 7 gennaio 2014
  • Guardia di Finanza, off line www.altadefinizione.tv: "Una delle principali piattaforme italiane utilizzate dai pirati del web"

    "La Guardia di Finanza di Lecco, a due anni di distanza dall’analoga attività effettuata nei confronti di “Sid crew”, ha sottoposto a sequestro il sito www.altadefinizione.tv, già noto come www.filmstream.me, portale che a detta delle Fiamme Gialle "permetteva la illegale fruizione di diverse migliaia di opere audiovisive tutelate dal diritto d'autore, tutte di recentissima pubblicazione in altissima definizione e qualità digitale". "Il portale - spiega in una nota la GdF - dopo aver scalato il ranking nazionale, era entrato nella Top 100 dei siti più visitati, con una stima di circa 115.000 visite giornaliere, garantendo al gestore un illecito guadagno di circa mille dollari al giorno. Sotto la direzione della locale Procura della Repubblica, inibendo l’accesso al sito - considerato la più grande piattaforma italiana di streaming – si è generato un autentico black out sulla rete". "Il sito utilizzava particolari sistemi che permettono di rendere complesso individuare la reale ubicazione dei server ospitanti. Da qui le difficoltà incontrate dai finanzieri nell’individuazione del responsabile che, per non lasciare tracce virtuali che potessero ricondurre a lui, ha utilizzato anche documenti di soggetti estranei alla vicenda e connessioni protette. Nonostante il server fosse ubicato all’estero, le investigazione hanno comunque permesso di giungere all’identificazione del responsabile – un pregiudicato milanese - ed alla ricostruzione dell’articolata architettura informatica, ciò unicamente grazie alla univoca impostazione strategica della Procura e della Guardia di Finanza ed all’ausilio tecnico delle due federazioni (FPM e FAPAV) che tutelano i contenuti audiovisivi e combattono la pirateria musicale e multimediale". Le attività sono rivolte ora alla quantificazione dei proventi illeciti ed alla loro tassazione quali denari provenienti da reato. 28 aprile 2015
  • Il nuovo ruolo degli utenti nella generazione di contenuti creativi

    di  Marco Scialdone [*] Sommario:
    1. Premessa.
    2. La nozione di User Generated Content: problemi definitori.
    3. User Generated Content tra diritto d’autore e libertà di espressione.
    4. Gli utenti come “sperimentatori”: l’innovazione senza permesso.
    5. Conclusioni: uno sguardo sul futuro (prossimo), il ritorno dei makers.

    1. Premessa. 

    La digitalizzazione dell’informazione, da un lato, e la sempre maggiore penetrazione delle reti di comunicazione elettronica, dall’altro, hanno alterato in modo significativo il modo in cui le persone creano, distribuiscono, usano e accedono alle informazioni [1]. A tal proposito in dottrina si è parlato di un rinascimento digitale, perché i linguaggi abilitati dalle nuove tecnologie “pervadono l’orizzonte della co-evoluzione fra sistema dei media (nella sua compatezza e discontinuità tra old e new media) e società; innescano un cambiamento socio-antropologico in direzione postumana che riguarda la “forma persona”, elaborano il senso che presiede alle dinamiche relazionali e neo-tribali” [2]. Questa mutazione dei comportamenti ha posto in crisi la tradizionale dicotomia produttore/consumatore, originando la figura del “prosumer” [3], produttore e consumatore al tempo stesso. A livello sociale, si è assistito all’emersione di culture partecipative che hanno trovato nel crescente diffondersi di piattaforme di disintermediazione per la distribuzione di contenuti (Youtube, Flickr, Soundcloud, Facebook, Twitter ecc) il loro ideale terreno di coltura. È in un simile ambiente digitale che l’esplosione dei contenuti generati (o “rigenerati”) dagli utenti (c. d. User Generated Content – UGC) ha consentito di sperimentare forme nuove di partecipazione attorno alla condivisione di informazioni e pratiche di intrattenimento, innovando le occasioni di produzione culturale. Capire queste culture partecipative consentirà di capire i rapporti futuri tra istituzioni e cittadini, fra consumatori e mercato: ecco perché risulta decisiva la figura dell’user, evoluzione del consumatore dell’era analogica, il quale non si pone più quale soggetto passivo rispetto ai beni che acquista o di cui fruisce ma che pretende di interagire con gli stessi, di manipolarli, alterarli, sperimentarne le potenzialità e, se del caso, immaginarne di nuove, non concepite dallo stesso produttore.

    2. La nozione di User Generated Content: problemi definitori. 

    L’espressione “contenuti generati dagli utenti” (in inglese, “user generated content” o, in forma abbreviata, “UGC”) inizia a diffondersi nel 2005 in concomitanza con il successo di piattaforme web caratterizzate dalla presenza di contenuti realizzati al di fuori del circuito professionale e rispetto ai quali gli utenti assumono un ruolo attivo. Nel report OCSE del 2007 “Partecipative Web: User-Generated-Content” [4] sono stati, per la prima volta, individuati i tre tratti caratterizzanti degli UGC: 1) l’essere contenuti messi a disposizione del pubblico tramite la Rete Internet; 2) che siano in grado di riflettere un certo grado di sforzo creativo, e 3) che siano creati al di fuori di circuiti professionali [5]. Si tratta di una definizione certamente utile e che ha il pregio di circoscrivere il fenomeno distinguendolo, al contempo, da quello dei semplici “contenuti caricati dagli utenti” rispetto ai quali non è presente alcuno sforzo creativo, sia pur minimo, e ci si limita a condividere online contenuti realizzati da terzi (quasi sempre di tipo commerciale). I contenuti generati dagli utenti, dunque, in linea di principio, sono creati fuori dall’ambito di attività economiche o professionali per motivazioni che possono essere di diversa natura: da quella prettamente filantropica [6], a quella di autoaffermazione [7] o, ancora, a quella di appartenenza ad una community o al desiderio di crearla. In secondo luogo, come detto, gli UGC devono essere il frutto di un contributo dell’utente, pur residuando un margine di incertezza su quale sia il livello di sforzo creativo necessario affinché un certo contenuto caricato sul web possa dirsi “generato dall’utente” [8]. Secondo l’approccio della scienza sociologica [9], nella definizione di UGC viene fatto rientrare qualsiasi contenuto che rifletta i gusti e la personalità dell’utente e, dunque, anche quelli che costituiscono semplicemente il frutto di un lavoro di selezione e valorizzazione di materiali esistenti. Più di recente, anche in considerazione del tempo intercorso, ci si è interrogati sul permanere della validità della definizione [10] elaborata dall’OCSE nello studio sopra citato o, se al contrario, la stessa necessiti di un aggiornamento alla luce dell’evoluzione degli strumenti tecnologici e delle piattaforme di diffusione online delle informazioni. Sotto tale profilo, gli studi più recenti [11] suggeriscono di pensare agli UGC come ad una serie di sequenze ininterrotte, due delle quali di maggiore importanza: la sequenza dell’impegno e quella della professionalità. Nel rapporto OFCOM del 21 giugno 2013, “The Value of User-Generated Content”, ai fini di una definizione maggiormente flessibile, si suggerisce l’adozione dei seguenti criteri: − La presenza di uno sforzo che conduca alla creazione di un contenuto mediale: testo, audio, video, giochi, dati o software oppure una combinazione di essi; − Il contenuto di cui al punto che precede venga reso disponibile sul web o altre piattaforme connesse in rete; − L’attività di produzione del contenuto, pur non essendo prettamente amatoriale, non rappresenti la principale fonte di guadagno per l’autore. Come si può notare, la principale novità definitoria è rappresentata dal fatto che si prende atto che il fenomeno degli UGC non sia più relegato entro gli angusti confini dell’amatorialità, ma possa essere anche il frutto di un’attività professionale (sia pur non direttamente retribuita) che si avvalga della viralità del contributo come forma di promozione o di incremento della propria reputazione online.

    3. User Generated Content tra diritto d’autore e libertà di espressione. 

    Passando ora all’analisi giuridica del fenomeno degli User Generated Content, essa si presenta di particolare interesse perché in grado di ricomprendere tutte le problematiche emerse in seguito alla digitalizzazione delle opere dell’ingegno, con particolare riferimento alla disciplina dettata in materia di diritto d’autore (o copyright, nell’esperienza anglosassone) e al suo potenziale conflitto con nuove modalità di manifestazione del pensiero. Se per lungo tempo si è guardato al diritto d’autore come al “motore stesso della libertà di espressione” [12], è giusto interrogarsi se tale connubio resti ancora valido o se, al contrario, il mutato contesto tecnologico non sia tale da generare potenziali situazione di frizione (o finanche di contrapposizione) tra tutela autoriale e nuove modalità comunicative abilitate dalla Rete. Se guardiamo alla storia del diritto d’autore, non si potrà che convenire che essa è sempre stata profondamente intrecciata allo sviluppo tecnologico: a fronte di una “nuova tecnologia” in grado di rendere agevole la produzione di copie a partire dall’originale, si è storicamente chiesto al legislatore di ricreare quella scarsità della risorsa che, altrimenti, sarebbe andata irrimediabilmente persa con conseguente decremento del suo valore di mercato. Rispetto, infatti, alla normale evoluzione del diritto, che comincia a formarsi più di duemila anni fa, il diritto d’autore affonda le sue radici nell’età moderna, allorquando con l’invenzione della stampa e con la conseguente crescita dell’attività editoriale si determina il prodursi di forti interessi economici legati alla circolazione di un elevato numero di esemplari stampati. Può ben dirsi, a tal proposito, che la regolamentazione della riproduzione e della circolazione delle opere ha preceduto il formarsi di un complesso normativo organico preposto alla tutela delle opere dell’ingegno. L’importanza della stampa fu tale che per lungo tempo l’evoluzione del diritto d’autore coincise con quella dei cosiddetti “privilegi librari” predecessori dell’attuale diritto di riproduzione [13]. Allo stesso modo la storia moderna del diritto d’autore è quella che si sviluppa a partire dalla diffusione di una nuova tecnologia: Internet. Ancora una volta è l’avvento di questa “nuova tecnologia” (come fu la stampa a caratteri mobili nel 1450) a scuotere dalle fondamenta l’assetto normativo, a metterlo in dubbio e, dunque, ad originare la richiesta di nuove regole che siano in grado di “ricreare la scarsità”. Tuttavia, se la stampa consentì, per la prima volta nella storia dell’umanità, una facile riproduzione dei contenuti, la digitalizzazione delle opere dell’ingegno e la loro diffusione tramite Internet hanno prodotto un risultato ulteriore: hanno reso possibile un’interazione con il prodotto culturale fino a quel momento completamente sconosciuta. In estrema sintesi, sono stati abilitati nuovi comportamenti di consumo. Si assiste al passaggio da quella che il Prof. Lawrence Lessig ha definito Read Only Culture, ovverosia una cultura di sola fruizione dei contenuti, ad una Read-Write Culture, in cui gli stessi contenuti fruiti diventano la base per nuove creazioni [14]. Vi è di più: la facilità con cui le tecnologie consentono una simile manipolazione (tant’è che si può parlare di una Remix Culture, una cultura del remix) trasforma siffatte “variazioni sul tema” in una vera e propria forma di linguaggio, nell’espressività delle nuove generazioni. Si pensi alle Fan Fiction [15], agli Anime Music Video [16], al Machinima [17] ed in generale all’uso dei software di editing audio/video per la creazione di contenuti cosiddetti generati dagli utenti Pur essendo tecnicamente collocabili, secondo il prevalente orientamento dottrinario e giurisprudenziale, all’interno di quelle che la normativa internazionale e nazionale individua come opere derivate [18] (e che, dunque, subordina al preventivo consenso dell’autore [19] ) appare di tutta evidenza quanto riduttivo sia limitarsi ad inquadrare come tali i fenomeni sopra descritti e, conseguentemente, condannarli come “atti di pirateria”. Si tratta, al contrario, di nuovi linguaggi, che non aggrediscono i diritti dell’autore, ma parlano attraverso di essi. Sono le citazioni dell’era digitale. L’obiezione che potrebbe essere mossa a siffatto ragionamento è che il diritto d’autore già prevede al suo interno meccanismi di bilanciamento, rappresentati dalle disposizioni in materia di utilizzazioni libere, ovverosia quelle norme che pongono un limite alle prerogative esclusive dell’autore laddove sussista un interesse superiore della collettività alla libera fruizione dell’opera o di parte di essa (si pensi alle eccezioni in materia di diritto di cronaca [20], a quelle relative agli usi didattici o per finalità di critica o di discussione [21] ). Purtuttavia tali disposizioni appaiono del tutto inadeguate o insufficienti rispetto al mutato contesto tecnologico e necessiterebbero di un radicale ripensamento al fine di mantenerne inalterata la finalità principe. Non a caso già nel 2008 la Commissione Europea pubblicava il libro verde “Il Diritto d’Autore nell’economia della conoscenza”, avente lo scopo di dibattere sul ruolo che il Diritto d’Autore era chiamato ad interpretare nella produzione culturale e sulla necessità di modificare la normativa vigente al fine di garantire la libera diffusione online della conoscenza per la ricerca, la scienza e l’insegnamento. La prima parte del libro verde esponeva questioni generali relative alla direttiva 2001/29/CE, riguardanti le eccezioni ai diritti esclusivi. La seconda parte verteva, invece, sulla necessità di riformare le eccezioni e limitazioni in merito alla circolazione del sapere in vista della digitalizzazione della comunicazione. In particolare, si chiedeva espressamente agli stakeholder la loro opinione circa l’eventuale introduzione di un’eccezione per i contenuti generati dagli utenti [22]. Per quanto concerne quest’ultimo argomento, come noto, la direttiva 2001/29/CE non prevede alcuna eccezione riguardante l’uso di materiale protetto per generare opere nuove o derivate [23]. In verità, a parere di chi scrive, l’introduzione a livello comunitario (tuttavia con carattere vincolante per gli stati membri in sede di recepimento) di un’eccezione per i contenuti generati dagli utenti sarebbe ormai fondamentale per permettere la piena legittimazione e “legalizzazione” di un fenomeno culturale che non può essere relegato ai margini della discussione giuridica [24].

    4. Gli utenti come “sperimentatori”: l’innovazione senza permesso.  

    Se nel paragrafo precedente si è preso in considerazione l’utente come creatore di opere dell’ingegno “remixate”, va detto che la sua progressiva emersione nel mondo della proprietà intellettuale è avvenuta e sta avvenendo anche sotto un diverso profilo: quello di sperimentatore/innovatore senza permesso, con particolare riferimento al mondo del software (inteso in senso lato e, dunque, comprensivo anche dei giochi elettronici – c. d. Videogames [25] ). Non si tratta, invero, di un fenomeno del tutto inedito: negli Stati Uniti la produzione di massa dell’acciaio intorno al 1870 e l’invenzione dei personal computer negli anni Settanta furono precedute da lunghi periodi di sperimentazione aperta alle sollecitazioni degli utenti, oltre che dei tecnici.”In tutti questi casi la tecnologia trovò un’applicazione pratica ed emersero rapidamente nuovi settori, dal momento che i tecnici discutevano apertamente delle loro sperimentazioni e le condividevano liberamente” [26]. Più di recente, la Lego, grande multinazionale dei giocattoli, è diventata un modello di come si possa coinvolgere gli utenti nella co-creazione e nella co-innovazione dei propri prodotti: quando nel 1998 fu lanciato sul mercato il prodotto Lego Mindstorm [27], gli addetti marketing rimasero sorpresi nello scoprire che questi giocattoli riscuotevano un grande successo soprattutto tra gli hobbisti adulti che ne modificavano le caratteristiche, smontando, rimontando e riprogrammando i sensori, i motori e gli strumenti di controllo che stavano alla base del sistema automatico di Mindstorm. Come si riferisce nel volume Wikinomiks, “quando gli utenti inviarono i loro suggerimenti a Lego, l’azienda inizialmente minacciò di trascinarli in Tribunale. Gli utenti si ribellarono e, alla fine, l’azienda cedette, tanto che integrò le loro idee nel prodotto. Anzi inserì addirittura il “diritto alla manipolazione” all’interno della licenza del software di Mindstorm, autorizzando esplicitamente gli hobbisti a scatenare la loro creatività” [28]. Oggi la Lego utilizza il sito www. mindstorms. lego. com per incoraggiare gli utenti a manipolare il suo software ai fini di sperimentazione. Sul sito è, infatti, presente un vero e proprio kit di sviluppo software scaricabile gratuitamente e risultano, al contempo, pubblicate le descrizioni delle creazioni degli utenti basate su Mindstorm, nonché il codice software. Ad analogo processo (con trasformazione dell’utente da mero fruitore e innovatore/sperimentatore) si è assistito con riferimento ai videogames dove fin da subito i giocatori si sono mostrati desiderosi di portare l’esperienza e la trama del gioco al di là dei parametri approntati dal produttore, arricchendo gli scenari di gioco con nuovi oggetti, nuove sfide o nuove scelte [29]. La tematica del contributo apportato dai giocatori alla sequenza del gioco è stato affrontato per la prima volta in modo diretto nell’opinion di una corte d’appello federale degli Stati Uniti nel caso Microstar v. Formgen, Inc. [30]. In questo caso la Corte ha affrontato il tema della qualificazione giuridica dei livelli aggiuntivi generati dai giocatori del videogame “Duke Nukem”. L’originario produttore aveva incoraggiato i giocatori a creare e a scambiare livelli aggiuntivi oltre quelli già programmati nel gioco. Una società terza aveva raccolto questi livelli aggiuntivi e li aveva messi in vendita senza il consenso del produttore originario: i livelli aggiuntivi erano costituiti da file “MAP” che richiamavano elementi grafici dalla libreria di immagini standard del gioco, e solo tali MAP files, non i file degli elementi grafici proprietari, erano stati copiati. Nonostante questo, la Corte affermò che i livelli creati dai giocatori costituivano una forma di opera derivata dal gioco, ritenendo che i MAP files potessero essere paragonati a dei “sequel” letterari: conseguentemente, come nella narrazione, chi li aveva sviluppati originariamente aveva il diritto di controllarne la distribuzione [31]. I due casi sopra citati evidenziano un tratto comune: l’utente non vuole soltanto ricevere una proposta commerciale, un prodotto di cui fruire. Egli, al contrario, vuole essere parte attiva che usa il bene in quanto instrumentum per la soddisfazione di un bisogno altro. Da qui nasce il c. d. dilemma del prosumo [32]: le aziende devono permettere ai clienti, mediante l’adozione di apposite licenze, di manipolare liberamente i prodotti (correndo il rischio di vedere cannibalizzato il proprio business), oppure combattere legalmente i comportamenti abilitati dalle tecnologie informatiche e che rappresentano una violazione della loro proprietà intellettuale (con gravi contraccolpi sulla propria reputazione e ponendo un freno all’innovazione dal basso)? Il futuro sarà caratterizzato da piattaforme hacker-friendly che lascino fare ai clienti tutto ciò che vogliono, attingendo così ad uno sconfinato bacino di innovazione gratuita. Sotto tale profilo il fenomeno dell’hacking non può essere arginato perché, lungi dal porsi come atteggiamento di contrasto all’altrui proprietà intellettuale, è oggi modalità alternativa di “consumo” del bene che si è acquistato.

    5. Conclusioni: uno sguardo sul futuro (prossimo), il ritorno dei makers. 

    Cosa ci aspetta nel futuro? Quale sarà il ruolo degli users e come si evolverà la loro interazione con i prodotti di cui sono acquirenti? Lo scenario più affascinante è quello fornito da Chris Anderson [33] nel suo recente volume “Makers, il ritorno dei produttori. Per una nuova rivoluzione industriale” nel quale l’user diventa producer. L’avvento delle stampanti 3D, secondo Anderson, consentirà di completare la rivoluzione del DIY (do it yourself) cara alla cultura “punk” [34]: il consumatore, dapprima mutatosi geneticamente in utente grazie all’avvento delle tecnologie digitali, completerà la sua trasformazione divenendo egli stesso produttore di quei beni di cui necessiterà di volta in volta. I maker non sono soltanto degli smanettoni, ma diventeranno, secondo l’autore, la prossima "next big thing" perché rimetteranno la creatività umana e le modalità della sua tutela al centro del dibattito culturale. Ancora una volta le sfide che la normativa in materia di diritto d’autore e di proprietà intellettuale in genere si appresta ad affrontare appaiono di elevata difficoltà e, proprio per questo, di straordinario interesse. Note: Banner Quaderni per home page[*] Il presente contributo è parte del quaderno di Dimt Anno III – Numero 4 – Ottobre/Dicembre 2013 [pdf] [1] U. Gasser, S. Ernst, Da Shakespeare a Dj Danger Mouse. Un rapido sguardo al copyright e alla creatività dell’utente nell’era digitale, in G. Ziccardi (a cura di), Nuove Tecnologie e Diritti di liberà nelle teorie nordamericane, Modena, 2007, p. 109-143. [2] G. Boccia Artieri, Share This! Le culture partecipative nei media. Una introduzione a Henry Jenkins, in H. Jenkins, Fan Blogger e Videogamers, Milano, 2008. [3] D. Tapscott – A. D. Williams, Wikinomics. La collaborazione di massa che sta cambiando il mondo, Milano 2007, “Si può dire che i consumatori siano anche produttori, o prosumer […] nel suo libro del 1996 The Digital Economy, Don – Tapscott, n. d. r. – introdusse il termine prosumption (che potremmo tradurre con prosumo) per descrivere come il divario fra i produttori e i consumatori sia sempre più sfumato. Sebbene molti, oggi, riconoscano l’importanza di questo fenomeno, la maggioranza delle persone continua a confondere il “prosumo” con la centralità del cliente”, un concetto secondo cui le imprese stabiliscono gli elementi di base e i clienti possono modificare determinati elementi, come se personalizzassero la loro automobile direttamente dal concessionario”. Secondo gli autori il concetto di prosumer è legato a quello di innovazione senza permesso: “Gli utenti più avanzati non aspettano più che qualcuno li inviti a trasformare un prodotto in una piattaforma sulla base della quale sviluppare le proprie innovazioni. Piuttosto danno vita a community di prosumer nell’ambito delle quali condividono tutte le informazioni relative ai prodotti, collaborano alla realizzazione di progetti personalizzati, commerciano e si scambiano suggerimenti, strumenti e trucchi da hacker consumati”. [4] Il report è disponibile al seguente indirizzo http://www.oecd.org/internet/ieconomy/38393115.pdf (sito consultato il 5 settembre 2013) [5] There is no widely accepted definition of UCC, and measuring its social, cultural and economic impacts are in the early stages. In this study UCC is defined as: i) content made publicly available over the Internet, ii) which reflects a certain amount of creative effortî, and iii) which is ìcreated outside of professional routines and practices” [6] Si pensi a Wikipedia, la nota enciclopedia online costruita interamente grazie all’apporto dei suoi utenti. In questo caso i contributi vengono pubblicati addirittura senza la menzione del relativo autore, con la possibilità di essere modificati da qualsiasi altro utente. [7] Si pensi ai video amatoriali caricati su YouTube o sui contenuti inseriti sui propri blog personali. [8] A tal proposito può risultare interessante la lettura dei “Principles for User Generated Content” elaborati da alcuni dei maggiori Internet Service Provider insieme ai titolari dei diritti. Suddetti principi sono consultabili all’indirizzo http://www. ugcprinciples. com (sito consultato il 6 settembre 2013), [9] F. Comunello, Reti nella Rete. Teorie e definizioni tra tecnologie e società, Milano 2006 [10] Si veda a tal proposito il recente rapporto OFCOM del 21 giugno 2013, “The Value of User-Generated Content”, disponibile al seguente indirizzo http://stakeholders.ofcom.org.uk/market-data-research/other/research-publications/user-generated-content/ (sito consultato il 6 settembre 2013), “So an up-to-date definition of the area under consideration was a pressing one for us. But instead of trying to pin down a fixed definition we have begun to think of UGC as a set of continua. The two that have been most important are: The continuum of engagement – from a light-touch engagement such as a Foursquare check-in to a fuller engagement such as creating and releasing an album on Bandcamp or making a podcast; The continuum of professionalism – ranging from completely un-remunerated activity to the bordering-on-professional, as in paid-for”. [11] Cfr. nota 6. [12] Harper & Row V. Nation Enterprises, 471 U. S. 539 (1985), “In our haste to disseminate news, it should not be forgotten that the Framers intended copyright itself to be the engine of free expression. By establishing a marketable right to the use of one’s expression, copyright supplies the economic incentive to create and disseminate ideas. This Court stated in Mazer v. Stein, 347 U. S. 201, 209 (1954): "The economic philosophy behind the clause empowering Congress to grant patents and copyrights is the conviction that encouragement of individual effort by personal gain is the best way to advance public welfare through the talents of authors and inventors in Science and useful Arts.”, http://caselaw.lp.findlaw.com/scripts/getcase.pl?court=us&vol=471&invol=539 (sito consultato il 7 settembre 2013) [13] P. Carretta, V. Di Cicco, T. Succi, Il diritto d’autore: tutela penale e amministrativa, Macerata, 2006, p. 53. [14] Cfr. L. Lessig, Remix: Making Art and Commerce Thrive in the Hybrid Economy, Penguin Press, 2009; M. Mason, Punk Capitalismo, come la pirateria crea innovazione, Feltrinelli 2009. [15] Una fanfiction o fan fiction (abbreviato comunemente in fanfic, FF o fic) è un’opera scritta dai fan (da qui il nome) prendendo come spunto le storie o i personaggi di un’opera originale, sia essa letteraria, cinematografica, televisiva o appartenente a un altro medium (fonte Wikipedia, voce consultata il 7 settembre 2013). [16] Gli Anime Music Video (AMV) sono filmati di breve durata, di carattere amatoriale, costituiti da un musica montata su immagini e video tratti da anime (cartoni animati giapponesi). Attraverso il video editing l’autore del filmato combina il video con un brano musicale di sua scelta, al fine di creare un vero e proprio videoclip. Tuttavia, trattandosi di opere che manipolano altre opere audio e video originali coperte dal diritto d’autore, se non debitamente autorizzati gli AMV sono illeciti. (fonte: Wikipedia, voce consultata il 7 settembre 2013). [17] Il machinima è un “film animato in tempo reale creato con il medesimo software usato per creare e utilizzare i computer game”(o per usare le parole di John Seely Brown: “Basically, you can take Second Life or Worlds of Warcraft and have a set of avatars run all over the world, that come together and create their own movie and then you can “YouTube” the movie”) e come tale si inquadra tra le pratiche di fruizione alternativa dei videogiochi. L. Lowood, La cultura del replay. Performance, spettatorialità, gameplay, in M. Bittanti (Eds.), Schermi Interattivi, Roma, 2008, p. 69-94. [18] Secondo la Convenzione di Berna per la protezione delle opere letterarie ed artistiche, “Si proteggono come opere originali, senza pregiudizio dei diritti dell’autore dell’opera originale, le traduzioni, gli adattamenti, le riduzioni musicali e le altre trasformazioni di un’opera letteraria o artistica” (art. 2, punto 3). Nell’ordinamento italiano, ai sensi dell’articolo 4, L. 633/1941 e s. m. i. (c.d. Legge sul diritto d’autore, o in forma abbreviata L. d. A.) sono considerate elaborazioni creative di opere dell’ingegno, “le traduzioni in altra lingua, le trasformazioni da una in altra forma letteraria od artistica, le modificazioni ed aggiunte che costituiscono un rifacimento sostanziale dell’opera originaria, gli adattamenti, le riduzioni, i compendi, le variazioni non costituenti opera orginale”. Tali elaborazioni sono protette autonomamente dalla legge, senza “pregiudizio dei diritti esistenti sull’opera originaria”. L’elaborazione creativa è caratterizzata (e in ciò distinguibile dall’opera originaria) dalla presenza di un apporto creativo riconoscibile sia pur minino, “apporto che può essere identificato anche nella semplice forma soggettiva di espressione dell’idea. È pacifico, del resto, che la stessa idea può essere oggetto di diverse opere dell’ingegno. È escluso, invece, che l’elaborazione creativa debba presentare differenze individualizzanti, tali da escludere la confondibilità con l’opera originaria (Cass. 27. 10. 2005, n. 20925, FI, 2006, I, 2080; Trib. Roma, 22. 1. 2001, Gius, 2002, 971)”, B. M. Gutierrez, La tutela del diritto d’autore (seconda edizione), Milano 2008, p. 56. [19] Ai sensi dell’articolo 18 L. d. A. l’autore di un’opera dell’ingegno protetta dal diritto d’autore ha il diritto esclusivo di elaborare la stessa, comprendendo tale prerogativa tutte le forme di modificazione, di elaborazione e di trasformazione dell’opera previste nell’art. 4 della medesima legge. A tal proposito si consideri che, secondo parte della dottrina, il lavoro non autorizzato che impieghi illegittimamente materiali pre-esistenti non può essere oggetto di protezione tramite il diritto d’autore. Cfr., in tal senso, E. Piola Caselli, Codice del Diritto d’Autore, Torino 1943, p. 234. [20] Art. 65, L. d. A. ”1. Gli articoli di attualità di carattere economico, politico o religioso, pubblicati nelle riviste o nei giornali, oppure radiodiffusi o messi a disposizione del pubblico, e gli altri materiali dello stesso carattere possono essere liberamente riprodotti o comunicati al pubblico in altre riviste o giornali, anche radiotelevisivi, se la riproduzione o l’utilizzazione non è stata espressamente riservata, purché si indichino la fonte da cui sono tratti, la data e il nome dell’autore, se riportato. 2. La riproduzione o comunicazione al pubblico di opere o materiali protetti utilizzati in occasione di avvenimenti di attualità è consentita ai fini dell’esercizio del diritto di cronaca e nei limiti dello scopo informativo, sempre che si indichi, salvo caso di impossibilità, la fonte, incluso il nome dell’autore, se riportato”. [21] Art. 70, L. d. A. “1. Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l’utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali. 1-bis. È consentita la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro. Con decreto del Ministro per i beni e le attività culturali, sentiti il Ministro della pubblica istruzione e il Ministro dell’università e della ricerca, previo parere delle Commissioni parlamentari competenti, sono definiti i limiti all’uso didattico o scientifico di cui al presente comma. 2. Nelle antologie ad uso scolastico la riproduzione non può superare la misura determinata dal regolamento, il quale fissa la modalità per la determinazione dell’equo compenso. 3. Il riassunto, la citazione o la riproduzione debbono essere sempre accompagnati dalla menzione del titolo dell’opera, dei nomi dell’autore, dell’editore e, se si tratti di traduzione, del traduttore, qualora tali indicazioni figurino sull’opera riprodotta”. [22] Occorrono regole più precise in merito agli atti che gli utenti finali possono o non possono compiere quando fanno uso di materiali protetti dal diritto d’autore?” e “È opportuno introdurre nella direttiva un’eccezione per i contenuti creati dagli utenti?”. Va detto che la maggior parte delle risposte pervenute alla Commissione (a titolo di esempio: Mediaset, Microsoft e l’Associazione Italiana Editori) sono state caratterizzate da un approccio conservatore, essendo così sintetizzabili: l’attuale scenario normativo (ovvero la direttiva 2001/29/CE) deve restare invariato, poiché soddisfa gli interessi degli autori originari e li protegge contro le violazioni del copyright (dovute essenzialmente dall’utilizzo non autorizzato di materiali protetti). Per questo motivo non c’è bisogno di introdurre alcuna eccezione per i contenuti generati dagli utenti. [23] È possibile comunque ravvisare nella direttiva alcune eccezioni che garantiscono possibili riproduzioni delle opere. L’articolo 5, paragrafo 3, lettera d) indica la critica e la rassegna come esempi di possibili giustificazioni per le citazioni così come sono permessi, alla lettera k), gli usi a scopo di caricatura, parodia o pastiche. [24] Per il raggiungimento del medesimo obiettivo parte della dottrina ipotizza di rivoluzionare addirittura il paradigma alla base del Diritto d’Autore: la condivisione deve essere libera, salvo che l’autore non si esprima in senso difforme. A tal proposito, uno dei maggiori studiosi italiani di tale tematica, il Prof. Marco Ricolfi, parla di Copyright 2.0. Cfr. A. Ardizzone – L. Benussi – C. Blengino – A. Glorioso – G. B. Ramello – G. Ruffo – M. Travostino, Copyright Digitale. L’impatto delle nuove tecnologie tra economia e diritto (presentazione di M. Ricolfi), Torino 2009, “Il Copyright 2.0 non è nulla di più che la presa di atto sul piano giuridico di un dato economico e sociale: se in passato pochi creatori accedevano al grande pubblico attraverso pochissime imprese, oggi hanno accesso alla Rete infinite opere che i moltissimi creatori hanno interesse a far circolare piuttosto che mettere sotto chiave. Si pensi a Wikipedia, ai blog, al software libero, alle opere sotto licenza creative commons, a YouTube”. [25] La giurisprudenza ha oscillato nella qualificazione dei videogiochi in termini di software (Cass. pen. del 4 luglio 1997 n. 8236) piuttosto che di immagini in movimento (cfr. Cass. pen. del 15 dicembre 2006, n. 2304). Secondo l’orientamento più recente (Cass. Pen., n. 33768 del 25 maggio 2007; in senso conforme, Cass. Pen, n. 1243 del 14 gennaio 2009 e, da ultimo, Cass. Pen., n. 8791 del 4 marzo 2011) i videogiochi sono da considerarsi “opere multimediali complesse”, poiché “la Corte ritiene sia oramai evidente che i “videogiochi” rappresentano qualcosa di diverso e di più articolato rispetto ai programmi per elaboratore comunemente in commercio, così come non sono riconducibili per intero al concetto di supporto contenente “sequenze d’immagini in movimento”. Essi, infatti, si “appoggiano” ad un programma per elaboratore, che parzialmente comprendono, ma ciò avviene al solo fine di dare corso alla componente principale e dotata di propria autonoma concettuale, che è rappresentata da sequenze di immagini e suoni che, pur in presenza di molteplici opzioni a disposizione dell’utente (secondo una interattività, peraltro, mai del tutto libere perchè “guidata” e predefinita dagli autori), compongono una storia ed un percorso ideati e incanalati dagli autori del gioco. Ma anche qualora lo sviluppo di una storia possa assumere direzioni guidate dall’utente, è indubitabile che tale sviluppo si avvalga della base narrativa e tecnologica voluta da coloro che hanno ideato e sviluppato il gioco, così come nessuno dubita che costituiscano opera d’ingegno riconducibili ai loro autori i racconti a soluzione plurima o “aperti” che caratterizzano alcuni libri. In altri termini, i videogiochi impiegano un software e non possono essere confusi con esso. Appare, dunque, corretta la definizione che una parte della dottrina ha dato dei “videogiochi” come opere complesse e “multimediali”: vere e proprie opere d’ingegno meritevoli di specifica tutela anche sotto la formulazione dell’art. 71 ter, lett. d) nella formulazione in vigore all’epoca dei fatti.” [26] D. Tapscott, A. D. Williams, op. cit., pag 143. [27] Con Lego Mindstorm era possibile costruire veri e propri robot utilizzando dei mattoncini programmabili. [28] D. Tapscott, A. D. Williams, op. cit., pag 147. [29] Ciò non deve sorprendere perché il videogioco nasce come spazio di performance e il videogiocatore come performer. Si pensi a Spacewar! Il primo computer game della storia sviluppato da un gruppo di studenti del MIT di Boston nel 1962, per i quali esso costituiva innanzitutto un programma dimostrativo delle potenzialità del computer (“Il videogioco delle origini non è dunque fine a se stesso, ma esiste per dimostrare qualcosa, nella fattispecie, i possibili usi del computer” Lowood L., op. cit., p. 72). [30] 154 F. 3d 1107 (9th Cir. 1998), testo disponibile al seguente indirizzo http://www.utexas.edu/law/journals/tlr/sources/Issue%203/Shah/fn77.microstar.pdf (sito consultato l’8 settembre 2013). [31] D. L. Burk, I giochi elettronici: alcune problematiche giuridiche ed etiche con riferimento alla «proprietà» delle informazioni e dei contenuti generati dagli utenti. In G. Ziccardi, op. cit., pp. 145-160. [32] D. Tapscott, A. D. Williams, op. cit., pag 153. [33] Chris Anderson (1961) è un giornalista e saggista statunitense, direttore di Wired USA dal 2001 al 2012. (fonte Wikipedia, voce consultata l’8 settembre 2013). [34] M. Mason, Punk Capitalismo. Come e perché la pirateria crea innovazione, Milano, 2009. Immagine in home page: Dialoghi.net 8 aprile 2014
  • Moretti (Pd): "Su hate speech nuova proposta di legge. Interloquiamo coi big della rete per rimozione contenuti in 24 ore"

    La parlamentare democratica rilancia la sua iniziativa intervenendo nella trasmissione di Radio Radicale "Presi per il Web" in una puntata incentrata sulle nuove espressioni del femminismo nell'epoca digitale. "Ci siamo dati 30 giorni per analizzare le proposte e le osservazioni arrivate dal mondo dei blogger. Nel testo si prevede un ricorso al Garante della Privacy". Ospiti con lei Loredana Lipperini, Giovanna Cosenza, Anna Paola Concia e Vladimir Luxuria [caption id="attachment_5318" align="alignright" width="300"]Ascolta il podcast della puntata del 23 marzo 2014 Ascolta il podcast della puntata del 23 marzo 2014[/caption] "Stiamo lavorando ad una nuova proposta di legge che punta a ottenere un sistema immediato e gratuito che permetta in sole 24 ore la rimozione di contenuti offensivi, denigratori e discriminatori dalla rete". Così il deputato del Partito Democratico Alessandra Moretti intervenendo nella puntata del 23 marzo di “Presi per il Web“, trasmissione di Radio Radicale condotta da Marco PerducaMarco Scialdone e Fulvio Sarzana con la collaborazione di Marco Ciaffone e Sara Sbaffi. Moretti ha dunque rilanciato l'iniziativa legislativa annunciata sulle colonne del Corriere della Sera lo scorso 9 febbraio all'indomani delle accese polemiche seguite ad alcune provocazioni sopra le righe del Movimento 5 Stelle. "Questo progetto di legge - ha spiegato Moretti - è nato molti mesi prima dei pesanti episodi che hanno visto tante deputate finire al centro di insulti e aggressioni verbali. Viste le polemiche e le giuste osservazioni arrivateci all'indomani del primo annuncio abbiamo voluto aprire un'interlocuzione con i grandi soggetti della rete, da Google a Facebook, per vedere come migliorare il testo. Ci siamo dati un tempo di 30 giorni per raccogliere e analizzare le proposte e le indicazioni arrivate dal mondo dei blogger e dell'associazionismo, da Save the Children a Telefono Azzurro. In questa proposta di legge prevediamo anche un ricorso al Garante della Privacy, che diventa un presupposto necessario per poi ricorrere all'autorità giudiziaria con un effetto deflattivo sul carico di lavoro imposto alla giustizia ordinaria. C'è poi tutto il tema del diritto all'oblio e alla deindicizzazione di dati sbagliati e una parte dedicata ai minori che magari si registrano ad un sito con dati non veritieri. Tutte le procedure che prevediamo sono completamente gratuite". "Le nostre iniziative - ha affermato Moretti, che il 31 marzo prossimo sarà tra i relatori del convegno "Internet e libertà d'espressione: c'è bisogno di nuove leggi?" presso la Sala del Mappamondo della Camera dei Deputati - partono pensando a chi, come gli adolescenti, si sentono spesso minacciati dalla rete e scappano dalla stessa smettendo di utilizzarla. Ho pensato ai casi di quei giovani suicidatisi certo non solo per colpa del Web ma anche per quello, per l'odio che li ha travolti sulle piattaforme online e che, attenzione, è un odio che non viene creato dal Web ma nella società. A mio avviso non è stato ben compreso l'obiettivo di questa iniziativa, che non è quello di mettere un bavaglio alla rete, perché il problema non è la rete, ma chi la usa; noi dobbiamo creare uno spazio dove si permetta a tutti di utilizzare questo splendido strumento di espressione e democrazia nel pieno benessere. La rete non è diversa dalla società in cui viviamo, e siccome anche la democrazia ha le sue regole queste devono essere estese anche alla rete e al Web. Credo ci sia una nuova presa di coscienza e la richiesta di nuove tutele. Le stesse blogger stanno mostrando i volti dei propri aggressori, e mi sento di continuare nella provocazione dell' 'alzate i vostri iPad' per mostrare i nomi di chi vi insulta". Rifacendosi a quanto dichiarato qualche settimana fa da Roberto Natale, portavoce della presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini, in materia di odio in rete ("nel 90% dei casi troviamo critiche rivolte da uomini alle donne che fanno politica con modalità e toni che, quando ci si rivolge invece ad altri uomini, sono sempre meno incivili”), Moretti ha proseguito: "In Italia ancora oggi, nonostante le grandissime battaglie di civiltà condotte a tutti i livelli, il valore della vita di una donna rispetto a quella di un uomo vale esattamente la metà. È un Paese in cui le donne superano brillantemente esami di Stato e concorsi pubblici ma non riescono a raggiungere con facilità i vertici di organizzazioni e istituzioni". Si è così entrati nel vivo dell'argomento oggetto della trasmissione, l'analisi delle principali caratteristiche del "Femminismo 2.0" con gli altri ospiti della trasmissione: Anna Paola Concia, ex parlamentare e Consulente del Dipartimento Pari Opportunità, Giovanna Cosenza, docente di Semiotica all'Università di Bologna e curatrice del blog DisambiguandoLoredana Lipperini, scrittrice, conduttrice su RadioRaiTre di Fahrenheit e curatrice del blog Lipperatura, e Vladimir Luxuria, ex membro del parlamento italiano e attivista per i diritti LGBT. Il presupposto è che molte delle categorie che hanno caratterizzato lotte e rivendicazioni che hanno ormai decenni di vita sono rimaste immutate e restano ancora aperti "tradizionali" nodi a livello sociale e politico, mentre la pervasiva diffusione dei nuovi media ha aperto nuove e sempre più ampie partite. La difesa di genere contemporanea passa per spazi come Soft Revolution Zine o il progetto #FemFuture oltre a trovare, ovviamente, nei social network il naturale spazio di discussione e conversazione sulle problematiche che affliggono le categorie discriminate. "L'esibizione del corpo femminile era rivoluzionaria 40 anni fa - ha ad esempio affermato Cosenza - ma oggi è solo il frutto di una commercializzazione". Non sono tuttavia mancate reazioni immediate a quanto esposto in apertura di trasmissione da Moretti. "Non abbiamo bisogno di una legge sull’hate speech, così come non abbiamo (avevamo) bisogno di una legge specifica sul femminicidio", è la replica di Lipperini, una posizione che, ribadita anche dopo la puntata sul suo blog, è accompagnata dalla chiosa: "L'unica legge di cui abbiamo bisogno è quella sull'educazione sessuale a scuola, perché occorre prevenire a livello culturale le espressioni sbagliate di una società sessista. Inoltre, non so fino a che punto Facebook e Google sarebbero disposti a oscuramento immediato dei contenuti d'odio, per il semplice fatto che l'odio genera traffico". Disaccordo con le posizioni di Moretti è stato espresso anche da Cosenza. Concia ha invece allargato il raggio del focus: "Chi è nelle istituzioni fa affermazioni d'odio impensabili in un altro Paese, molto peggio di ciò che accade in rete. I social network rispecchiano la realtà, non creano loro l'omofobia e la misoginia che circola nella società. Dovremmo educare nelle scuole i ragazzi ad usare il Web e a conoscerne vantaggi e svantaggi". LEGGI “La rete ha bisogno di leggi speciali?LEGGI "L'odio sul Web non ha radici digitali: caffè del Seicento e Radio "parolaccia" prima dei social network. Natale (portavoce Boldrini): "È indispensabile un'autoregolamentazione online" LEGGI Tra allarmi e regolamenti, sul cyberbullismo siamo solo all’inizioImmagine in home page: Sportcafè24.com 24 marzo 2014
  • Net Neutrality, in Europa un utente su quattro si imbatte in blocchi imposti dai provider

    ueblockitIl 24% degli utenti Internet europei afferma che il proprio fornitore di connessione avrebbe loro impedito di accedere a certi contenuti multimediali online. A rivelarlo è un sondaggio condotto dall'Eurobarometro su 28mila cittadini del Vecchio continente e i cui risultati sono riassunti in un memo della Commissione Europea. Nello specifico:
    • Il 41% dei problemi riguarda l'accesso ai video su un dispositivo mobile e il 37 % da una connessione fissa (a causa di limitazioni di velocità o blocco dei contenuti );
    • Il 23 % attiene all'ascolto di musica su dispositivi mobili;
    • Il 23 % si riferisce al caricamento di contenuti su Facebook, blog o forum in mobilità;
    • Il 19 % degli utenti sperimenta problemi con i giochi online da connessione fissa;
    • Nel 9 % dei casi si verificano problemi con telefonate veicolate dalla rete.
      Il sondaggio ha mostrato anche che:
    • Il 60% dei clienti non conosce la velocità della propria connessione;
    • Di quelli che conoscono la velocità , il 26 % dice di non ottenere una velocità che corrisponde ai termini del contratto;
    • Il 40 % di tutti gli intervistati ha sperimentato un indebolimento della connessione ad Internet.
      Uno studio che porta il vicepresidente della Commissione Neelie Kroes a dichiarare che "quando si acquista un abbonamento Internet si dovrebbe ottenere l'accesso a tutti i contenuti, e si dovrebbe farlo alla velocità per la quale si è pagato. Questo è ciò che dovrebbe essere un Internet aperto al quale tutti gli europei dovrebbero avere accesso"; il tutto a poche ore dallo slittamento del voto sul suo "pacchetto" per il mercato unico digitale, che tra gli altri affronta anche il nodo della neutralità della rete in Europa. "Il mio obiettivo - ha ribadito in merito Kroes - è quello di tutelare i consumatori garantendo un Internet aperto in tutta Europa e dando loro nuovi diritti e la trasparenza per quanto riguarda la loro connessione. Il mio scopo è anche quello di proteggere l'innovazione , in modo che chiunque possa innovare su Internet finendo per promuovere una maggiore concorrenza e possibilità di scelta a beneficio dei consumatori". LEGGI "Net Neutrality: Internet a più velocità?" LEGGI “Net Neutrality, niente ricorso per l’FCC. Un nuovo regolamento dovrà sciogliere il nodo intorno ai 'common carriers' ” LEGGI “Gli 'Sponsored data' per i content provider, una nuova strategia per il mobile di AT&T. Ma è polemica sul rispetto della Net Neutrality ” 28 febbraio 2014
  • Net neutrality, Prof. Gambino: "Distinguere accesso all'infrastruttura da quello ai contenuti, specie se appartengono al patrimonio culturale italiano"

    Notte Net Neutrality Prof. Gambino "Si è parlato di due tipi di diritto all'accesso, quello ai servizi, e quindi all'infrastruttura, e quello ai contenuti. Ma bisogna fare molta attenzione a non sovrapporre i due piani, specie quando i contenuti sono quelli propri dell’inestimabile patrimonio culturale italiano conservato dalla amministrazioni pubbliche". Così il Professor Alberto Gambino, Presidente dell'Accademia Italiana del Codice di Internet, intervenendo alla Notte della Net Neutrality, incontro che ha avuto luogo nella serata di mercoledì a Roma e ha visto la partecipazione di esponenti delle istituzioni, dell'associazionismo e dell'impresa per in una riflessione sulle più spinose tematiche che ruotano intorno alla neutralità della rete. "I due tipi di accesso sono diversi e al contempo collegati. A un primo livello abbiamo l'accesso all'infrastruttura, quello al quale è più strettamente legata la questione della neutralità della rete: l’accesso qui deve essere garantito, da un lato, senza discriminazioni, dall'altro, ad un certo livello di funzionalità, che è il tema nevralgico della qualità dell’accesso. Per fare un esempio, è come succedeva con la dotazione pro-capite d'acqua minima prevista dalla Legge Galli, non solo accesso alla rete idrica ma anche approvvigionamento della misura di acqua utile al fabbisogno proprio e familiare. Ma accanto a questa accezione di “accesso” si sta sviluppando un tema commerciale ben più significativo, che riguarda l’accesso ai contenuti della rete. In entrambi i casi, non va dimenticato, l'accesso è disciplinato da un contratto, ma se per l’accesso alla rete la tendenza è quella a favorirne diffusamente l’utilizzo, in quanto funzionale ad altre pratiche lucrative, e dunque i costi diminuiscono o addirittura sono premiali (zero rating), o comunque il corrispettivo, apparentemente assente, si compone dei nostri dati identificativi; per l’accesso ai contenuti, invece, le cose stanno diversamente, in quanto la tendenza è sempre più quella di passare dal gratuito all’oneroso. Ora però l’onerosità dell’accesso ai contenuti riguarda la decisione di operatori privati, mentre – e  qui entro nella peculiarità del caso Italia – per i contenuti informativi pubblici, cioè conservati dalle pubbliche amministrazioni, si fanno sempre più valere i principi normativi del Foia e dell’Open Access, che, ora, accanto al dato informativo comprendono anche la fruizione libera dei contenuti relativi a musei, archivi, biblioteche. Con un controindicazione, però: mentre le amministrazioni pubbliche devono offrire anche tali contenuti “culturali” secondo i principi del servizio pubblico, quando entra l'operatore privato che può certamente riutilizzare il dato, tecnologicamente trasformandolo, e realizzare quel lucro legittimo, trattandosi come detto di accesso ai contenuti e non alla rete (dove vige invece il principio della net neutrality), si verifica una schizofrenia: l’accesso all’infrastruttura e al dato della p.a. sono entrambi a costi “abbordabili”, mentre quando il dato, con forte contenuto artistico culturale, già conservato e magari in parte digitalizzato dalle amministrazioni, finisce in open access, il riutilizzatore, se commerciale, ne farà lucro; anzi proprio l’arricchimento del proprio “magazzino” potrebbe attivare la pratica dello zero rating abbattendo i costi dell’utente relativi alla connessione (cioè alla prima tipologia di accesso). Dunque l'esasperazione del principio della libera accessibilità, sia in termini di estensione ai contenuti culturali di pertinenza delle p.a., sia in termini di compensazione del mancato incasso per l’accesso all’infrastruttura attraverso il lucro da parte di privati di quei contenuti culturali pubblici, comporta, in definitiva, il sostanziale  depauperamento del nostro patrimonio culturale, che appunto è una peculiarità tutta italiana, certamente meno sentita da gran parte degli altri Paesi dell’Unione europea, talvolta fautori di questa radicalizzazione dell’open access. In termini propositivi una soluzione potrebbe essere piuttosto quella consentire il riutilizzo dei dati culturali pubblici solo a fini non lucrativi, oppure chiedere delle royalties da versare alle p.a. che nel tempo hanno conservato e tutelato il dato, esattamente come accade con le opere coperte da privative intellettuali". 26 novembre 2015
  • Un centro di cure termali che trasmette nelle camere opere musicali protette deve pagare i diritti d’autore

    Ad affermarlo è la Corte di Giustizia dell'Unione Europea, secondo la quale inoltre il monopolio territoriale riservato agli enti di gestione collettiva dei diritti d’autore non è contrario alla libera prestazione dei servizi La trasmissione di opere protette da diritto d'autore nelle camere dei locali di un centro termale è consentita solo a condizione che la struttura paghi i relativi diritti d'autore. È quanto afferma la Corte di Giustizia dell'Unione Europea dopo essere stata chiamata in causa per una controversia legale sorta in Repubblica Ceca. Nella sua qualità di ente di gestione collettiva dei diritti d’autore, l’OSA detiene nella Repubblica ceca il diritto esclusivo di riscuotere, in nome degli autori, le remunerazioni per l’utilizzo delle loro opere musicali. La società Mariánské Lázně, che gestisce un istituto termale, ha installato nelle camere apparecchi televisivi e radiofonici allo scopo di mettere a disposizione dei suoi clienti opere gestite dall’OSA. Ciò nonostante, la Léčebné lázně non ha stipulato alcun contratto di licenza con l’OSA e si è rifiutata di corrisponderle remunerazioni, adducendo il motivo che la legge ceca consente agli istituti sanitari di diffondere liberamente opere protette. Facendo valere la contrarietà della legislazione nazionale con la direttiva del diritto dell’Unione sul diritto d’autore, l’OSA ha adito i giudici cechi al fine di obbligare la Léčebné lázně al pagamento di una remunerazione per avere comunicato opere protette ai suoi clienti. Il Krajský soud v Plzni (tribunale regionale di Pilsen, Repubblica ceca) ha chiesto alla Corte di giustizia se la normativa ceca ai sensi della quale gli istituti sanitari sono esentati dal pagamento della remunerazione sia conforme alla direttiva, posto che quest’ultima non prevede una siffatta esenzione. Il giudice ceco ha chiesto, inoltre, se il monopolio di cui gode l’OSA in materia di riscossione delle remunerazioni nella Repubblica ceca sia compatibile con la libera prestazione dei servizi e con il diritto della concorrenza. Nella sentenza di ieri, la Corte rileva, in primo luogo, che un istituto termale, quando diffonde opere protette mediante apparecchi televisivi o radiofonici collocati nelle stanze dei suoi clienti, effettua una comunicazione al pubblico di tali opere. Una comunicazione di questo tipo è soggetta al rilascio di un’autorizzazione da parte degli autori, i quali, in via di principio, devono ricevere in contropartita un adeguato compenso. A tal riguardo, la Corte dichiara quindi che la direttiva non esenta dal pagamento di tale remunerazione gli istituti termali, allorché essi diffondono opere protette ai loro clienti. Di conseguenza, l’esenzione prevista dalla legge ceca non è conforme alla direttiva. In secondo luogo, la Corte osserva che il monopolio territoriale riservato all’OSA costituisce una restrizione alla libera prestazione dei servizi in quanto non consente agli utilizzatori di opere protette di scegliere i servizi di un ente di gestione collettiva stabilito in un altro Stato membro. La Corte sottolinea, tuttavia, che tale restrizione è giustificata, essendo tale sistema adeguato e necessario ai fini del conseguimento dell’obiettivo della gestione efficace dei diritti di proprietà intellettuale. Infatti, allo stato attuale del diritto dell’Unione, non sussistono altri metodi che consentano di raggiungere lo stesso livello di tutela dei diritti d’autore. Pertanto, la Corte conclude che il monopolio accordato dalla legge ceca all’OSA è compatibile con la libera prestazione dei servizi. Tuttavia, la Corte rileva che il fatto che un ente nazionale di gestione dei diritti d’autore imponga, per i servizi da esso prestati, tariffe sensibilmente più elevate di quelle praticate negli altri Stati membri oppure prezzi eccessivi, privi di un ragionevole rapporto con il valore economico della prestazione fornita, può essere un indizio dell’esistenza di un abuso di posizione dominante.  Spetta comunque al giudice ceco verificare se ciò avvenga nella fattispecie oggetto della presente causa. 28 febbraio 2014