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  • "Cybersecurity e tutela dei cittadini", i video del convegno dell'11 febbraio in Corte di Cassazione

    Di seguito i video del convegno "Cybersecurity e tutela dei cittadini: strumenti normativi, modelli d’intervento e interessi in gioco", evento promosso dall’Accademia Italiana del Codice di Internet nella giornata di mercoledì 11 febbraio 2015 a Roma, presso l'Aula Giallombardo della Suprema Corte di Cassazione, in occasione del Safer Intenet Day.

    Il report dell'evento

    Il Position Paper dell'Accademia

    Relazione introduttiva

    Prof. Alberto Gambino Presidente dell’Accademia Italiana del Codice di Internet

    Quali strumenti normativi che garantiscano i diritti fondamentali?

    Min. Plen. Giovanni Brauzzi Vice Direttore Generale per gli Affari Politici e Direttore Centrale per la Sicurezza

    Avv. Giuseppe Busia Segretario generale del Garante per la protezione dei dati personali

    Ten. Col. Antonio Colella Presidenza del Consiglio dei Ministri - Ufficio del Consigliere Militare

    Corrado Giustozzi Membro del Permanent Stakeholders’ Group ENISA

    Alessandro Politi Direttore NATO Defense College Foundation

    Ing. Mario Terranova Area Sistemi e Tecnologie - AgID

    Quali modelli d’intervento efficaci per il contemperamento degli interessi in gioco?

    Prof. Francesco Saverio Romolo Université de Lausanne - Institut de Police Scientifique (IPS)

    Antonio Apruzzese Direttore del Servizio di Polizia Postale e delle Comunicazioni

    Anna Cataleta  H3G

    Roberto Fermani Telecom Italia

    Conclusioni

    Prof.ssa Giusella Finocchiaro Presidente del gruppo lavoro sul commercio elettronico della Commissione Onu per il diritto commerciale internazionale (Uncitral)

    24 febbraio 2015
  • "Democrazia partecipativa, equilibrio di genere e composizione degli interessi (nella società per azioni)", i materiali del convegno presso la Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri

    Convegno16_12_14Ha avuto luogo nella mattinata di martedì “Democrazia partecipativa, equilibrio di genere e composizione degli interessi (nella società per azioni)", convegno inserito tra gli eventi del Semestre di Presidenza Italiana del Consiglio dell’Unione europea e ospitato presso la Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri. I lavori sono stati l’occasione per fare il punto insieme alle istituzioni e agli esperti della materia sui risultati conseguiti durante il Semestre, in scadenza, sulla modernizzazione della Corporate governance in Europa. Il convegno conclude il Corso Avanzato di Alta Formazione in "Corporate Governance e parità di genere. Prima applicazione e prospettive", che, d'intesa con il Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio, è stato organizzato dall’Università Europea di Roma nell’ambito di un Progetto di Ricerca di Interesse Nazionale (PRIN) incentrato su “Horizon 2020 e società inclusive” di cui la stessa Università è capofila. LEGGIla sintesi dell'intervento della Prof.ssa Valeria Falce "Corporate governance e parità di genere. Il rinnovato ruolo della trasparenza" Di seguito i materiali proiettati durante i lavori.

    Consulta i materiali del Corso

    16 dicembre 2014
  • "Diritto d’autore e libertà di espressione sul web davanti alla Corte costituzionale", oggi a Milano

    Poster9ottobre
  • "Hidden From Google", i link rimossi tornano dall'oblio. Ma un clone europeo non avrebbe vita facile. Intanto a Bruxelles la riunione tra Garanti e aziende

    Sono passati poco più di due mesi dalla sentenza con la quale la Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha stabilito che il gestore di un motore di ricerca online è responsabile del trattamento dei dati personali che appaiono su pagine web di terzi, dotando così i netizen europei della possibilità di richiedere a Google la rimozione dai risultati di ricerca di link nell'ambito del diritto all'oblio. Dopo aver manifestato la propria "delusione" per la decisione della CGUE, i vertici di Mountain View si sono rimboccati le maniche e, dopo aver messo a disposizione degli utenti un apposito form per le richieste di rimozione (esempio che Microsoft si prepara a seguire con il suo motore di ricerca Bing) e aver aperto una sorta di sondaggio per sapere cosa pensano gli utenti della sentenza, hanno annunciato la creazione di un comitato consultivo di esperti che dovrà aiutare nella valutazione di quali richieste di rimozione debbano essere accolte e quali invece no tra le migliaia che sono piovute su BigG già nelle ore successive al pronunciamento della Corte. Un percorso tutt'altro che pacifico alla luce della serie di diritti fondamentali che entrano in ballo e che sollevano dubbi sull'opportunità di rimettere la valutazione del loro bilanciamento in capo ad un'azienda privata. Ulteriore motivo di dibattito è il fatto che le informazioni rimosse dai motori di ricerca restano online sui siti che le hanno originariamente pubblicate, spesso causando un "effetto Streisand" per i contenuti degli stessi, senza contare le possibilità di rintracciare i link rimossi tramite i servizi che operano al di fuori dei confini dell'Unione Europea. hiddenfromgoogle2Ed è proprio su questi ultimi due versanti che si muove "Hidden From Google", un semplice sito che raccoglie i link rimossi dal motore di ricerca. Messo a punto dallo sviluppatore americano Afaq Tariq, il sito presenta un elenco che si compone grazie alle segnalazioni che arrivano dagli utenti, i quali possono così partecipare in crowdsourcing a quello che viene definito come un "archivio delle azioni di censura". Un'iniziativa che in Italia, come in qualunque altro Stato membro, non sarebbe tuttavia semplice come per Tariq. Nel caso in cui si volesse aprire una omologa raccolta all'interno dei confini del Vecchio Continente, infatti, si potrebbe infatti finire per essere identificati come nuovi titolari di trattamento. Per il cittadino che aveva richiesto la rimozione dei link dai risultati di ricerca di Google si aprirebbe così la possibilità di richiedere all'admin di uno "European Hidden From Google" una nuova rimozione, dal cui diniego potrebbe scaturire una richiesta alla giustizia ordinaria o al Garante Privacy del proprio Paese. Tornando a più generali valutazioni, come era facile prevedere all'indomani della sentenza, dunque, non sembra che le autorità del Vecchio Continente possano esimersi dal mettere a punto un nuovo quadro normativo entro il quale dovrà essere esercitato il diritto all'oblio così come riconosciuto in maggio dalla CGUE; a tal proposito, il Gruppo di Lavoro dei Garanti Privacy europei "Articolo 29" si riunirà a Bruxelles il 24 luglio per discutere proprio di "linee guida coordinate e coerenti sulla gestione dei reclami degli individui che possono essere presentate alle autorità in caso di risposte negative pervenute dai motori di ricerca per la richiesta di rimozione dall'indicizzazione". Al tavolo con le Authority anche i rappresentanti di Google, Bing e Yahoo. LEGGI "Google e diritto all’oblio, Giuseppe Busia (Garante Privacy): 'Stabilito un principio sulla competenza territoriale'. Il Prof. Gambino: 'Richiesta ai motori di ricerca è tutela estrema e subordinata, ma aspetti positivi per tutela delle fragilità' " "Uno, nessuno e centomila: tra reputazione online e diritto all’oblio. Montuori (Garante Privacy): 'Importante capire il diritto alla contestualizzazione dell’informazione' " 23 luglio 2014
  • "I nuovi diritti dei consumatori alla prova della negoziazione assistita", il 10 ottobre presso la Corte d'Appello di Roma. Con la presentazione del Commentario al D.Lgs. n. 21/2014

    Quale scenario normativo per i consumatori, compresi gli utenti di piattaforme di commercio elettronico, all'indomani delle due leggi di riforma? Questo il tema portante che animerà i lavori de “I nuovi diritti dei consumatori alla prova della negoziazione assistita. D.Lgs. n. 21/2014 e D.L. n. 132/2014 a confronto”, convegno che avrà luogo il prossimo 10 ottobre presso la Sala Europa della Corte d'Appello Penale di Roma dalle ore 12.00 alle ore 16.00.

    A presiedere i lavori il Professor Avv. Alberto Gambino (Università Europea di Roma), Ordinario di Diritto Privato e Direttore della Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali, e la moderazione affidata all'Avv. Luisa Taldone, Vice Segretaria ANF Roma.

    I relatori illustreranno un ampio ventaglio di tematiche: gli obblighi di informazione a tutela del consumatore, le modalità di intervento dell'Antitrust, sino alla disciplina dei contratti online, del diritto di recesso e della figura del teleselling.

    Tra i protagonisti del simposio il Cons. Lorenzo Delli Priscolli, Magistrato della Suprema Corte di Cassazione, il Dott. Giovanni Calabrò, Direttore Generale per la Tutela del Consumatore in AGCM, la Prof.ssa Giusella Finocchiaro, Ordinario di Diritto Privato presso l'Università Alma Mater Studiorum di Bologna, la Prof.ssa Filomena Santagada, Associato di Diritto Processuale Civile presso l'Università Europea di Roma, l'Avv.Gilberto Nava, Docente di Intellectual Property and Competition Law presso l'Università Europea di Roma e l'Avv. Marco Scialdone, membro del Comitato di Redazione di DIMT. Le conclusioni saranno curate dal Prof. Francesco Ricci, Ordinario di Diritto Privato presso l'Università Lum Jean Monnet di Bari.

    Nell’occasione sarà presentato il volume edito da Giappichelli “I nuovi diritti dei consumatori. Commentario al D.Lgs. n. 21/2014“, a cura del Professor Alberto Gambino e dell’Avv. Gilberto Nava.

    È stato richiesto al COA di Roma l’accreditamento di n. 4 crediti per la formazione continua degli avvocati. La partecipazione al Convegno è gratuita. Le iscrizioni e prenotazioni possono essere inoltrate tramite il sito della ANF di Roma. Gli atti del Convegno saranno pubblicati sulla nostra Rivista scientifica.

    Locandina_10.10.2014

    7 ottobre 2014

  • "Il regolamento AGCom in materia di tutela del diritto d'autore a valle delle ordinanze del Tar Lazio, Sez. I, nn. 10016 e 10020 del 2014", l'intervento del Prof. Alberto Gambino

    Di seguito l'intervento del Prof. Alberto Gambino, ordinario di Diritto privato presso l'Università Europea di Roma e direttore scientifico di Dimt, in occasione del Seminario "Il regolamento AGCom in materia di tutela del diritto d'autore a valle delle ordinanze del Tar Lazio, Sez. I, nn. 10016 e 10020 del 2014", organizzato dalla Direzione del Focus TMT della Rivista Federalismi e tenutosi a Roma lo scorso 13 ottobre 2014.

    Tar Lazio ordinanza n. 10016/2014

    Tar Lazio ordinanza n. 10020/2014

    15 dicembre 2014
  • "La corte, la scienza e il progresso tecnologico" - Venezia, 21 gennaio 2015

    Fondazione Studium Generale Marcianum - Dorsoduro 1 - Venezia Mercoledì 21 gennaio 2015

    Ore 09.30

    Organizzatore: Dipartimento di Economia - Dottorato di ricerca in Diritto Mercato e Persona Relatore: Giacomo D'Amico, Università di Messina

    Info e iscrizioni

  • "Uno, nessuno e centomila": tra reputazione online e diritto all'oblio. Montuori (Garante Privacy): "Importante capire il diritto alla contestualizzazione dell'informazione"

    [caption id="attachment_5318" align="alignright" width="300"]Ascolta il podcast della puntata del 13 aprile 2014 Ascolta il podcast della puntata del 13 aprile 2014[/caption] Se le domande che ci poniamo su identità e skills delle persone trovano sempre più spesso risposte digitando il loro nome su Google, quali sono gli strumenti che abbiamo per tenere sotto controllo ciò che di noi risulta da una ricerca online? Sono la web reputation e il diritto all'oblio al tempo di Internet le questioni al centro della puntata del 13 aprile di “Presi per il Web“, trasmissione di Radio Radicale condotta da Marco PerducaMarco Scialdone e Fulvio Sarzana con la collaborazione di Marco Ciaffone e Sara Sbaffi. Ospiti dell'appuntamento Luigi Montuori, Capo Dipartimento comunicazioni elettroniche del Garante Privacy, Matteo Flora, Consulente ed ideatore del progetto "TheFool", Anna Masera, Capo Ufficio stampa della Camera dei Deputati, e Raoul Chiesa, storico hacker italiano ed esperto di sicurezza informatica. "L'esperienza che abbiamo maturato in questo ultimo decennio - ha esordito Montuori - ci porta a dire che in generale il mondo della rete ci richiede interventi su tre importanti aspetti, a noi come ai nostri colleghi europei nonché ai tribunali: il primo è quello degli archivi online dei giornali, perché scrivere una volta sulla carta stampata voleva dire che l'articolo veniva accatastato e la memoria era umana. Oggi, per fortuna, è possibile poter rivedere ciò che è stato scritto con un profondo approccio storico, una ricchezza che da un'altra parte pone delle questioni come quella del diritto all'oblio. Il secondo aspetto è quello dei social network. Il terzo aspetto è quello dell'utilizzo dei nostri dati personali immessi in rete a fini commerciali e di profilazione". Cancellare o aggiornare Sul primo degli aspetti sollevati da Montuori vale la pena menzionare alcuni importanti passaggi maturati in Italia e in Europa. Ad esempio, sul tema della deindicizzazione degli contenuti giornalistici dai motori di ricerca è netta la posizione espressa dall'Avvocato generale della Corte di Giustizia europeanel luglio 2013 e che si schiera a difesa della permanenza negli archivi storici della documentazione relativa a fatti di cronaca. Sul più ampio fronte giornalismo la situazione sembra essere ancor più complicata, con sentenze come quella che nel gennaio del 2013 vedeva il Tribunale di Ortona condannare il direttore del giornale online abruzzese Primadanoi.it al pagamento di un risarcimento nei confronti di alcuni ristoratori della zona. Una sanzione riferita ad un articolo riguardante un fatto di cronaca giudiziaria vero, ma che, a detta del tribunale, era rimasto online troppo a lungo, cagionando così un danno ai protagonisti della vicenda. Un episodio che faceva sollevare dubbi sulla possibilità che un tribunale decidesse in maniera arbitraria quale fosse il tempo consentito di permanenza online di una notizia. Sulla vicenda, ai tempi della prima sentenza del 2011, aveva preso posizione anche l’ordine dei Giornalisti d’Abruzzo, sul cui sito ufficiale il 26 marzo si leggeva:: "La sentenza [...] pone seri problemi ai giornalisti nell’esercizio del diritto di cronaca . L’articolo in questione, peraltro, secondo anche il parere del Garante per il trattamento dei dati personali, era stato redatto rispettando i criteri fondamentali del codice deontologico dei giornalisti (verità sostanziale dei fatti, interesse pubblico e continenza nel linguaggio). Se i giornali cartacei possono conservare nei loro archivi copie dei giornali pubblicati non si capisce perché i giornali on line non debbano avere la stessa possibilità. Del resto, anche volendo cancellare i dati digitali di una notizia essa rimane indelebilmente presente nelle memorie cache dei motori di ricerca ( feed Rss). Il problema, allora, non è di semplice risoluzione giudiziaria ma occorrerebbe, invece, per il reale esercizio del diritto all’oblio, che il legislatore stabilisca criteri certi e condivisi e non solo a livello nazionale data la complessità della materia e la sua natura globale”. Molto distante dalla decisione del tribunale abruzzese è l'impostazione emersa dalla Corte di Cassazione con la sentenza 5525dell'aprile 2012. La suprema Corte entrava a gamba tesa sul tema del diritto all’oblio, stabilendo che è un dovere dell’editore o comunque del gestore/responsabile di un database Web tenere aggiornati i materiali relativi a procedimenti giudiziari per garantire il diritto alla contestualizzazione dell'informazione. Il caso era quello di un politico che, coinvolto in Tangentopoli ma successivamente assolto, reclamava la rimozione o quantomeno la modifica dell’articolo del Corriere della Sera che parlava del suo caso di imputazione. La Cassazione riteneva lecita la permanenza online dell’articolo ma obbligatorio il suo aggiornamento, così da tutelare sia l’immagine della persona coinvolta che il diritto ad essere informati del lettore. Un'impostazione che veniva recepita nel marzo 2013 anche dal Garante della Privacy e che nel settembre dello stesso anno vedeva esprimersi in tal senso anche la Corte europea dei diritti dell'uomo. "È importante - ha chiosato Montuori - differenziare il diritto all'oblio e il diritto alla contestualizzazione della notizia. Sul primo aspetto, ad esempio, una persona condannata e che ha espiato la sua pena ha diritto ad utilizzare il codice sulla protezione dei dati personali e chiedere che la notizia venga quanto meno deindicizzata. Sul secondo aspetto, immaginiamo un cittadino che viene invece indagato e poi prosciolto e che si ritrova con la notizia del suo essere finito sotto indagine ancora in circolazione senza che si dia conto della conclusione per lui felice della vicenda. Ecco, in questo caso il cittadino, e proprio a fronte della sentenza della Cassazione dell'aprile 2012, ha il diritto di richiedere un richiamo ai fatti successivi. Nel caso in cui il giornale si rifiutasse di fare gli aggiornamenti dovuti ci si può rivolgere al Garante". Anche qui resta da capire quali siano gli oneri in capo all'editore, se sia cioè suo compito tenere aggiornati gli archivi con un'onerosa opera di costante monitoraggio o se debba attivarsi solo dopo la segnalazione rischiando sanzioni solo in caso di inottemperanza. "Mi rendo conto - ha affermato Montuori - che ci sia un onere nei confronti di chi gestisce gli archivi dei giornali online, c'è uno scotto che deve pagare colui che inserisce le notizie ma tutto sommato è il male minore rispetto al diritto che ognuno di noi ha a vedersi rappresentato in maniera corretta in rete". "Non dimentichiamoci  - è intervenuto Flora - dell'importanza delle sezioni dei commenti dei giornali online, all'interno delle quali si nascondo spesso molti contenuti diffamanti. In ogni caso le aziende e i privati hanno capito lo straordinario valore di ciò che si dice online su di loro, e se qualche anno fa gli utenti erano pochi e poco influenti, oggi la situazione è ribaltata. È per questo che chi si rivolge a noi lo fa per avere un supporto professionale per vedere rimosse informazioni che impattano sulla sua immagine, anche professionale". Un problema di indexing È chiaro in ogni caso come la permanenza dei contenuti negli archivi dei giornali e la loro rintracciabilità a mezzo motore di ricerca siano due aspetti fortemente intrecciati tra loro; inoltre, sempre più spesso arrivano agli amministratori dei search engine, Google su tutti, richieste come quella avanzata a più riprese dall'ex presidente della Federazione internazionale dell'automobile Max Mosley, che dopo essersi ritrovato al centro di uno scandalo per alcune fotografie che lo ritraevano in pose sadomasochiste con cinque donne in divisa nazista si è visto riconoscere, nel novembre del 2013, dal Tribunal de Grande instance di Parigi il diritto a vedere rimosse dai risultati di ricerca di Google il link a nove di quelle foto. Stesso esito, nel gennaio 2014, in un tribunale di Amburgo. Decisioni contestate da Google con il solito argomento del "non vogliamo essere i poliziotti del Web"e della mancanza di responsabilità diretta sui contenuti restituiti dal motore di ricerca; tuttavia la stessa compagnia di Mountain View nel giugno del 2011 aveva lanciato il servizio “Me on the Web”, che permette all'utente un più facile e diretto controllo dei risultati che il search engine restituisce in merito al proprio nome. "Sul diritto all'oblio per ciò che attiene la stampa online - ha spiegato Montuori - partiamo dal presupposto che il criterio dell'interesse pubblico, che insieme alla veridicità del fatto rappresenta un cardine fondamentale del diritto di cronaca, può variare al passare del tempo; detto in altri termini, se oggi è interesse pubblico che si metta a conoscenza il cittadino di un determinato fatto di cronaca, non è detto che dopo quindici anni questo resti immutato. Il primo intervento del Garante sul tema risale al 2004, quando un signore che era stato condannato per pubblicità ingannevole dall'Agcm si rivolse a noi lamentando che le ricerche online col suo nome facessero riferimento a quella vicenda. Lì il Garante intervenì riconoscendo la veridicità del fatto ma che la continua esposizione dello stesso fosse eccessiva e ordinò pertanto la deindicizzazione della notizia stessa. Nel 2007 l'Autorità era inoltre intervenuta stabilendo che riutilizzare da parte di Google le copie cache era un trattamento operato dal motore di ricerca, visto che si trattava di informazioni già rimosse dal sito di provenienza degli stessi. Nel 2012 c'è stato un caso in Spagna che sta portando a riflessioni importanti in sede di Corte di Giustizia Europea sulla legittimità delle richieste che arrivano a Google per la rimozione dei dati personali". LEGGI "Questioni di eredità digitale" Tra Hackaton a Montecitorio e bug nell'https In apertura di puntata Anna Masera aveva parlato del Barcamp #Facciamolagenda che si è svolto alla Camera dei Deputati l'11 aprile e dell'Hackaton previsto sempre a Montecitorio dal 16 al 18 maggio.   In chiusura invece Raoul Chiesa ha spiegato i principali aspetti del grande fatto di cronaca della settimana in tema di sicurezza: Heartbleed, la falla nell'OpenSSL che ha terrorizzato gli utenti di Internet. In un'intervista a Wired Robin Saggelmann,  lo sviluppatore che l'ha introdotto nel protocollo, ha parlato di una banale svista presente da due anni. LEGGI "Hacker e politica: le tante facce del rapporto e la difficile definizione giuridica" LEGGI "Venti di (cyber)guerre: armi e strategie di difesa all'alba dei conflitti digitali" Immagine in home page: Cn24tv.it 14 aprile 2014
  • “Miglior interesse del bambino” e “maternità surrogata”: secondo Strasburgo, gli “illegittimi” genitori vanno risarciti. Sulla ragionevolezza del giudizio “Paradiso e Campanelli c. Italia”, Corte europea dei Diritti dell’Uomo, 27-01-2015

    di Marianna Orlandi Abstract La sentenza in commento, pronunciata dalla Corte europea dei Diritti dell’Uomo, concerne, ancora una volta, temi eticamente delicati, correlati alle tecniche di riproduzione artificiale. Muovendosi sul campo della “maternità surrogata”, essa rischierebbe, in particolare, di compromettere la futura tenuta dei divieti nazionali che a tale pratica si riferiscono. Il giudizio di condanna di seguito illustrato, pur rimettendo ai singoli stati la decisione in merito al carattere legittimo o illegittimo della surrogazione, finisce, infatti, per riconoscere l’esistenza di un vero e proprio “diritto al figlio”; diritto da riconoscersi – pena la condanna al risarcimento – in capo a coloro che a tale pratica siano riusciti, in un modo o nell’altro, ad accedere con successo. Sulla base di un preteso “miglior interesse del bambino”, inoltre, la Corte europea dichiara illegittima l’applicazione del diritto interno in tema di adozione e sostituisce il proprio giudizio di merito a quello dei giudizi nazionali. Tra le conseguenze, di non poco momento, che questa pronuncia potrebbe avere, l’Autrice paventa il rischio di una futura commercializzazione dell’essere umano. The judgment under review, issued by the European Court of Human Rights, concerns, once again, very delicate ethical issues related to assisted reproduction techniques. This decision, which pertains to the topic of “surrogate mothers”, might compromise the future validity of national provisions that presently prohibit this medical practice. Although it affirms that State parties may legitimize, or ban, surrogacy, the judgment hereafter illustrated ends up suggesting the existence of a “right to a child”. Indeed, such right should be granted to those couples who were to manage, in some way or another, to successfully access such reproductive techniques. Its violation would entitle them to compensation. By referring to an asserted “best interest of the child”, the European Court hereby condemns the application of Italian norms on adoption and it substitutes its own judgment to the one issued by national authorities. Among the relevant consequences of this decision, the Author mentions the risk for a future marketing of human beings. Sommario: 1. Introduzione: la condanna all’Italia del 27 gennaio 2015. - 2. Lo svolgersi dei fatti e i giudizi nazionali. - 3. Il giudizio sovranazionale. - 3.1. Gli argomenti di Strasburgo: il “miglior interesse del bambino”. - 3.2. Le – giuste – ragioni del dissenso. - 4. Sulla tenuta e sulle possibili conseguenze della pronuncia europea: i rischi del “libero mercato”.  1. Introduzione: la condanna all’Italia del 27 gennaio 2015.   Con sentenza del 27 gennaio 2015 (ricorso n. 25358/12), la Corte di Strasburgo ha nuovamente messo in discussione la definizione di famiglia adottata dal legislatore italiano e le tutele che il medesimo appresta ad essa e ai suoi componenti[1]. In particolare, la condanna inflitta all’Italia per non aver “riconosciuto” il rapporto di filiazione derivante da un parto avvenuto mediante ricorso alla cosiddetta “maternità surrogata”, rischia di compromettere la validità e la futura tenuta tanto del divieto concernente tale pratica riproduttiva, penalmente sanzionata dalla legge 19 febbraio 2004, n. 40, quanto dei principi su cui si fondano le procedure nazionali per l’adozione dei minori. Se il Governo italiano non chiedesse il riesame della decisione in commento alla Grande Camera, e se quest’ultima non dovesse esprimersi in modo difforme, è probabile che il primo, sopravvissuto al recente vaglio nazionale di costituzionalità[2], sia presto destinato a divenire lettera morta. Al contempo, le sanzioni previste a carico di chi violi le procedure di cui alla l. 184/1983 (“Disciplina dell'adozione e dell'affidamento dei minori”) si ridurrebbero a limiti geografici, facilmente aggirabili da chiunque disponesse del denaro a ciò necessario. La pronuncia in esame desta particolare preoccupazione non soltanto per la “fluidità” di quel concetto di “famiglia” che, in base ad essa, sarebbe tutelato dall’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo; quel che ancor più rileva è che il risarcimento del danno morale con essa dispostosi in favore dei soggetti ricorsi all’estero alla pratica vietata sia dipeso non tanto da un’estesa interpretazione dei diritti “parentali”, quanto da un preteso “miglior interesse del bambino”. Interesse che, invece, non parrebbe essere stato violato dalle autorità nazionali investite del caso. Esso rappresentava, al contrario, il fondamento di legittimità delle decisioni raggiunte dai giudici nazionali, che ne avevano disposto l’affidamento a diversa famiglia. 2. Lo svolgersi dei fatti e i giudizi nazionali.  Si propone, di seguito, una breve sintesi dei fatti di causa. Due coniugi molisani, DP e GC, che in Italia già erano ricorsi, senza successo, alla fecondazione artificiale, nel 2008 decisero di “ottenere” un loro figlio in Russia, dove le norme nazionali ammettono la pratica dell’utero in affitto. A tal fine, si rivolsero alla società legale Rosjurconsulting che, dietro lauto compenso, istruì la pratica. Il 27 febbraio 2011 il bambino venne alla luce dalla donna che lo aveva portato in grembo e che alla sua nascita sottoscrisse una dichiarazione in cui affermava di volerlo lasciare alla coppia italiana. Conformemente al diritto russo, i due venivano registrati come genitori del neonato. Il certificato di nascita non menzionava le circostanze del parto e la ricorrente ottenne agilmente dal Consolato italiano a Mosca i documenti che le consentirono di riportare il bimbo in Italia. Al suo rientro, tuttavia, il comune di Colletorto, ove i due risiedono, rifiutò di riconoscere validità all’atto straniero. Ciò, in particolare, avvenne non tanto - o non solo - perché la pratica della “gestation pour autrui” fosse vietata in Italia; quanto perché, al contempo, era sopraggiunta una nota dello stesso Consolato, indicante la falsità del contenuto dell’atto di cui si chiedeva la registrazione. A Mosca, in effetti, la Sig.ra GC aveva presentato documenti in cui, diversamente da quanto affermato dalla madre russa partoriente, il bambino era detto essere “geneticamente” figlio della coppia; aggettivo che, invece, non ricorreva nella versione originale della dichiarazione[3]. Chiamata a deporre avanti al Tribunale dei minori di Campobasso, la “madre” rivelava le circostanze di quel parto. Il figlio, a suo dire, era nato da embrioni donati da altra donna e impiantati, poi, nella madre “surrogata”, ma pur sempre fecondati dal marito. Tuttavia, mentre il Tribunale già aveva sospeso, con effetto immediato ex art. 10, co. 3, l. 184/1983, l’autorità parentale dei coniugi, in ciò conformandosi anche a un ordine del Ministero dell’Interno, il test del DNA ordinato dalla stessa Autorità rivelava che nemmeno il Sig. DP era padre genetico del bambino. Pertanto, nonostante i due avessero dichiarato, al riguardo, la loro buona fede, restava il dato oggettivo dell’assenza di un qualsivoglia legame con il nuovo nato e dunque l’insussistenza, secondo la corte italiana, di un interesse del piccolo a restare con loro. L’asserita buonafede dei ricorrenti, del resto, non aveva nemmeno impedito che fosse loro rivolta l’accusa d’aver reso false dichiarazioni ad un pubblico ufficiale, nonché di aver violato le procedure previste per l’adozione internazionale. La coppia, infatti, era “in attesa” di adozione sin dal 2006, ma, “per la penuria di bambini in stato di adottabilità”, nessun bambino era stato loro affidato. Il Tribunale di Campobasso, pertanto, dopo aver dichiarato lo “stato di abbandono” del bambino, lo affidava prima a una casa famiglia e poi, finalmente, nel 2013, a una coppia di genitori adottivi, con i quali il piccolo vive a tutt’oggi. Perché non ai coniugi PC, che ne avevano chiesto l’adozione? In sintesi estrema: perché le uniche certezze di cui disponeva la corte nazionale erano, da un lato, l’identità della “madre affittata”, non biologica, che aveva rinunciato al figlio; dall’altro, che i parenti genetici del piccolo restavano ignoti. Non si poteva nemmeno parlare, dunque, secondo il tribunale nazionale, di “maternità surrogata”. Il Sig. e la Sig.ra PC avevano agito illegalmente, aggirando il divieto nazionale di surrogazione e pagando una consistente somma di denaro (49.000 Euro) per “ottenere” un figlio all’estero. Avevano tentato di far credere alle autorità nazionali che il figlio fosse loro, forse mentendo, e astrattamente violando anche l’art. 72 l. 184/1983, che prevede la reclusione sino a un anno per chiunque non rispetti le procedure sull’adozione internazionale. Affidare loro il bambino sarebbe equivalso, in sostanza, per i giudici italiani, a consacrare la legittimità di un agire palesemente illecito. 3. Il giudizio sovranazionale.  I coniugi ricorsero allora alla Corte europea dei diritti dell’uomo, nell’aprile 2012, lamentando, tra gli altri, la violazione, da parte dell’Autorità nazionale, dell’art. 8 della Convenzione, tutelante il diritto al rispetto della vita privata e familiare. Con il giudizio in commento, quest’ultima ha effettivamente accolto la loro doglianza, sia pur solo parzialmente, ossia condannando l’Italia a un risarcimento di 30.000 euro complessivi a favore dei PC, a ristoro del danno morale da questi patito e derivante da un’ingiusta rottura dei rapporti di “famiglia di fatto” che ormai s’erano creati tra loro e il bambino; non disponeva, tuttavia, la “restituzione” del figlio, che nel frattempo era stato ad altri regolarmente affidato. In altre parole, i giudici italiani, applicando norme nazionali pienamente conformi alla Convenzione, ovvero separando il minore dalla coppia e dando avvio alla regolare procedura per la sua adozione, avrebbero violato, secondo Strasburgo, “diritti umani fondamentali”, tutelati ex art. 8 Cedu. Quali - ci si chiede - se non quello di agire illegalmente? In effetti, non essendosi posta in discussione la legittimità del divieto nazionale di maternità surrogata, si fatica a comprendere il fondamento razionale, oltre che giuridico, di una siffatta pronuncia. 3.1. Gli argomenti di Strasburgo. Il “miglior interesse” del bambino. Secondo l’argomentare della Corte europea, invero, lo stato italiano conserverebbe la facoltà di limitare l’accesso alle pratiche riproduttive artificiali, in ossequio a quel “margine di apprezzamento” di cui gode, in tali materie, ogni singolo legislatore[4]. Pertanto, esso sarebbe altresì legittimato a negare il riconoscimento di atti legalmente formatisi all’estero ogniqualvolta il loro contenuto contrasti con i divieti previsti a livello interno, posta la loro conseguente contrarietà all’ “ordine pubblico”[5]. Nulla osterebbe, dunque, al rifiuto delle autorità nazionali di trascrivere un atto di nascita riguardante figli ottenuti mediante pratiche di “utero in affitto”, tutt’oggi vietate ex art. 12 co 6 l. 40/2004. Al tempo stesso, però, “il fatto compiuto” basterebbe, a determinate condizioni, a fondare la sussistenza di quel nucleo familiare tutelato ex art. 8 Cedu e a rendere illegittimo il medesimo rifiuto. Citando i suoi stessi precedenti in tema di famiglia, sempre più numerosi (e in ciò proseguendo una dinamica di “auto-legittimazione giurisprudenziale” che ormai da tempo preoccupa i giuristi più accorti[6]), infatti, la Corte conferma, in primo luogo, la sufficienza di meri rapporti di fatto ad integrare quella “vita privata e familiare” tutelata dal menzionato disposto; in secondo luogo, essa ritiene altresì inevitabile che la “convenzionale” definizione di famiglia s’attagli anche al caso in esame. Infine, sulla base di questa estesa interpretazione del concetto di “famiglia”, la Corte sovranazionale giunge a ritenere che la decisione nazionale di allontanare il bambino dai ricorrenti fosse illegittima non già perché irrispettosa di un astratto diritto dei genitori al figlio “surrogato”, quanto per non aver tutelato il “miglior interesse del bambino”. Secondo la Corte di Strasburgo, a “creare” il vincolo meritevole di tutela sarebbero stati, in particolare, i sei mesi che i PC già avevano trascorso, sia pur illecitamente, con il bambino. Letteralmente: “À cet égard, elle relève que les requérants ont passé avec l’enfant les premières étapes importantes de sa jeune vie : six mois en Italie, à partir du troisième mois de vie de l’enfant. Avant cette période, la requérante avait déjà passé quelques semaines avec lui en Russie. Même si la période en tant que telle est relativement courte, la Cour estime que les requérants se sont comportés à l’égard de l’enfant comme des parents et conclut à l’existence d’une vie familiale de facto entre les requérants et l’enfant. Il s’ensuit que l’article 8 de la Convention s’applique en l’espèce.” È proprio per tale “vita familiare de facto” che i giudici nazionali sarebbero stati costretti a riconoscere l’atto formatosi all’estero, quandanche in contrasto con l’ordine pubblico interno. La possibilità di un rifiuto, infatti, troverebbe sempre il proprio limite, in casi siffatti, nel rispetto, internazionalmente riconosciuto come preminente, dell’interesse del minore. Ed esso, secondo i giudici dei diritti fondamentali, non poteva che identificarsi con quello di permanere con coloro che già si erano occupati di lui nei primi mesi di vita. Ebbene, a prescindere dalla rilevanza, indubitabile, e qui fuori discussione, dei rapporti “di fatto”, quel che in qualche modo stupisce è che, in base al citato ragionamento, anche un bambino che fosse stato “rapito” all’estero o tenuto in ostaggio per sei mesi potrebbe (o dovrebbe) definirsi “figlio” dei suoi stessi aguzzini. Suo stesso interesse potrebbe essere, in assenza di genitori naturali, quello di permanere con loro, stante il “rapporto familiare” eventualmente instauratosi. Mancando abusi o violenze, nulla escluderebbe, in altri termini, che anche in casi siffatti il Tribunale dei minori fosse costretto a riconoscere “diritti fondamentali” di tipo “familiare” a chi su di lui esercitasse un potere di fatto. Ipotizzare una siffatta assurdità giuridica, certamente estremizzando i principi espressi nella sentenza in commento, è tuttavia da ritenersi coerente con quanto in essa previsto e, in particolare, con la superficialità che ha caratterizzato l’individuazione del menzionato “miglior interesse del minore”. La Corte sovranazionale sembra in realtà aver agito, nella vicenda in esame, proprio sacrificando tale interesse. 3.2. Le – giuste – ragioni del dissenso.  Invero, come segnalato nell’opinione dissenziente dei giudici Raimondi e Spano, la maggioranza della Corte, violando anche il principio di sussidiarietà, avrebbe ribaltato senza adeguate motivazioni la valutazione che il Tribunale dei minori aveva formulato proprio in merito al “miglior interesse” del bambino e al modo in cui dovesse essere tutelato nella concreta situazione[7]. Precisamente su di esso, infatti, e non sul divieto di utero in affitto, si era fondata la decisione di separarlo definitivamente dai PC, dichiarandone lo stato di abbandono e la successiva adottabilità[8]. Secondo i giudici nazionali, la coppia molisana, ricorrendo a pratiche illegali, e per esse pagando una cifra rilevante, aveva appalesato il narcisismo implicito al proprio desiderio d’un figlio e, con esso, la radicale inidoneità ad essere famiglia adottiva. Il Tribunale di Campobasso, pertanto, aveva già posto a fondamento della propria decisione una piena ed effettiva tutela del bambino e dei suoi diritti. Anch’esso si era preoccupato, espressamente, del tempo che il bimbo già aveva trascorso con la madre, ma, vista la sua brevità, e la tenerissima età dell’allora neonato, non lo aveva ritenuto atto a “controbilanciare” la gravità della condotta dei pretesi genitori, imputati di falsità in atti e di violazione delle norme sull’adozione internazionale. La pretesa dei ricorrenti di strappare il minore straniero dalla famiglia adottiva con cui vive ormai da due anni e che, posta l’identità ignota dei suoi genitori genetici, costituisce la sua prima e unica esperienza cosciente di vita familiare (un bimbo la cui madre “gestante”, dopo nove mesi trascorsi con lui, lo ha ad altri venduto), invero, non sembrerebbe conformarsi all’obiettivo di tutelare il “miglior interesse del bambino”, in ciò suggerendo, al contrario, la maggior prudenza informante la scelta dei giudici nazionali. Ad aggiungersi alla superficialità con cui la Corte di Strasburgo ha ritenuto essere stato violato l’articolo 8 Cedu nel caso di specie, si rilevi, peraltro, la novità della tesi sostenuta, posta l’assenza di pronunce giurisprudenziali dal medesimo tenore. Non possono ritenersi veri e propri “precedenti”, infatti, le recenti condanne rivolte alla Francia, nelle quali la tutela del “migliore interesse del bambino” avrebbe parimenti giustificato il riconoscimento statale di un rapporto di filiazione formatosi all’estero, nonostante il divieto interno di surrogazione[9]. Le vicende francesi si differenziano da quella italiana per ragioni che non possono definirsi di dettaglio: in entrambe il padre era anche geneticamente legato al bambino e proprio tale aspetto giustificava l’affermazione di un “prevalente interesse” di quest’ultimo al riconoscimento della filiazione: interesse consistente nel non vedersi negata la propria “biografia” e l’identità personale ad essa correlata[10]. Peraltro, benché il diritto alla propria genealogia rivesta, per ciascun individuo, indubbia rilevanza, è opinione di chi scrive che nemmeno tale aspetto basterebbe, di per se stesso, a rendere tassativo il riconoscimento del rapporto di filiazione da madre surrogata. Non si vede motivo, in particolare, per ritenere che chi abbia pagato altri per partorire il proprio “figlio genetico” debba automaticamente qualificarsi come genitore capace di assumersi in modo serio e concludente le responsabilità che da tale ruolo discendono. In conclusione, come emerge anche dall’opinione dissenziente dianzi menzionata, diversi sono i motivi per cui, dal punto di vista giuridico, la sentenza in esame non convince. Essi meriteranno, nei prossimi mesi, di essere studiati ed approfonditi con i dovuti tempo ed attenzione. Sin da subito, tuttavia, possono rilevarsi alcune criticità. 4. Sulla tenuta e sulle possibili conseguenze della pronuncia europea: i rischi del “libero mercato”.  La Corte di Strasburgo, in primo luogo, fa nuovamente proprio un concetto di “famiglia” sulla cui ricevibilità, sulla cui conformità ai nazionali principi costituzionali, già sono stati espressi, autorevolmente, fortissimi dubbi[11]. L’estensione dei diritti “familiari” ai rapporti di fatto, in particolare, sembra ancora una volta discendere da ragionamenti che, anziché guardare alla ratio dei primi, e su di essa fondarne l’eventuale estensione analogica, valuta ogni cosa in termini di un dubitabile concetto di “uguaglianza”. In secondo luogo, la pronuncia in commento pare muoversi nel senso di un progressivo e graduale azzeramento della sovranità statale in materie rispetto alle quali il legislatore nazionale dovrebbe godere, invece, di esclusiva potestà. La rilevanza, etica e sociale, della riproduzione, della famiglia, dei rapporti ad essa inerenti, dei diritti e dei doveri che dalla medesima discendono, esclude che la modifica della sua disciplina possa dipendere da un disordinato ed anonimo susseguirsi di decisioni giurisprudenziali, quand’anche provenienti da una corte sopranazionale. Infine, la “liberalizzazione” della pratica dell’utero in affitto che, anche con questa pronuncia, va lentamente concretizzandosi, stride fortemente con gli obiettivi europei di lotta alla tratta degli esseri umani e all’eliminazione di ogni forma di loro sfruttamento. L’ostilità che molti Paesi ancora riservano a tale tecnica riproduttiva, infatti, non dipende soltanto dalla tutela dell’identità di ogni singolo uomo, ma, in larghissima misura, dal fatto che i contratti di surrogazione comportano l’inevitabile mercificazione dell’essere umano. È assai facile, invero, ed è proprio quel che accade, che siano donne povere e disagiate a sottoscrivere siffatto genere di contratti e a rinunciare, per bisogno di denaro, dunque, e non certo per motivi altruistici, a uno dei più importanti rapporti della loro stessa esistenza. Non sembra, allora, che possa essere una Corte nata proprio allo scopo di tutelare la dignità di ogni essere umano a dover eventualmente legittimare, agevolandole, questo genere di pratiche. Note: [*] Il presente contributo è stato preventivamente sottoposto a referaggio anonimo affidato ad un componente del Comitato di Referee secondo il Regolamento adottato da questa Rivista. [1] ECHR, Seconda sezione, “Paradiso e Campanelli c. Italia”, ric. n. 25358/12Testo integrale della decisione reperibile online sul sito della Corte: http://www.echr.coe.int. [2] L’illegittimità del divieto di fecondazione eterologa, originariamente previsto dall’art. 4, co. 3, l. 40/2004, non ha travolto, infatti, quello di cui all’art. 12, co. 6 del medesimo testo normativo, per espresso riconoscimento dello stesso Giudice delle leggi, secondo il quale la seconda delle due disposizioni non è “in nessun modo e in nessun punto incisa dalla presente pronuncia, conservando quindi perdurante validità ed efficacia”. Corte cost., sent. n. 162/2014. [3] Questa, nella traduzione francese, la dichiarazione originale della madre partoriente: “Je soussignée (...) ai mis au monde un garçon à la clinique maternité (...) de Moscou. Les parents de l’enfant sont un couple marié d’italiensGiovanni Campanelli, né le (...) et Donatina Paradiso née le (...), qui ont déclaré par écrit vouloir implanter leurs embryons dans mon utérus. (…)”. Questa, invece, la traduzione allegata, sempre nella versione francese: “Je soussignée (...) ai mis au monde un garçon à la clinique maternité (...) de Moscou. Les parents génétiques de l’enfant sont un couple marié d’italiens, Giovanni Campanelli, né le (...) et Donatina Paradiso née le (...), qui ont déclaré par écrit vouloir implanter leurs embryons dans mon utérus.” Sottolineatura nostra. [4] Espressamente riconosciuto, da ultimo nel giudizio Mennesson v. Francia (ric. n. 65192/11). [5] Cfr. par. 73 della sentenza in esame: “S’agissant du but légitime, aux yeux de la Cour, il n’y a pas lieu de douter que les mesures prises à l’égard de l’enfant tendaient à la « défense de l’ordre », dans la mesure où la conduite des requérants se heurtait à la loi sur l’adoption internationale et le recours aux techniques de reproduction assistée hétérologue était, à l’époque des faits, interdit. En outre, les mesures en question visaient la protection des « droits et libertés » de l’enfant.” [6] Cfr. parr. 67 e ss. della sentenza in commento. [7] Sul punto cfr. “Opinion en partie dissidente commune des judges Raimondi e Spano”, in part. al par. 13: “À notre avis, il n’y a aucune raison de remettre en jeu l’évaluation faite par les juges italiens. La majorité substitue sa propre évaluation à celle des autorités nationales, mettant ainsi à mal le principe de subsidiarité et la doctrine de la «quatrième instance».” Sottolineatura nostra. [8] “It is important to note that in this case the Court focused on the removal of the child and his placement under guardianship, and not on the issue of surrogacy.” In “Questions and Answers on the Paradiso and Campanelli v. Italy judgment, 27.01.2015”, reperibile sul sito della Corte, http://www.echr.coe.int. [9] Ci si riferisce alle decisioni del 26.06.2014, relative ai casi Mennesson c. Francia, ric. n. 65192/11, e Labassee c. Francia, ric. n. 65941/11. [10] Sul diritto alla propria “biografia” cfr. il recente contributo di E. Bilotti, Il diritto alla conoscenza delle proprie origini, parte degli Atti del Convegno “Quale diritto per i figli dell’eterologa?”, 3 giugno 2014, Camera dei Deputati, rinvenibile online su “Diritto Mercato Tecnologia” (http://www.dimt.it/2014/06/10/il-diritto-alla-conoscenza-delle-proprie-origini). [11] Sul punto cfr. F. Vari, Il soliloquio del giudice a Babele ovvero il tentativo della Cassazione di equiparare il regime costituzionale di famiglia, convivenze more uxorio e unioni omosessuali, 24 luglio 2013, rinvenibile online su federalismi.it. 3 marzo 2015
  • Amazon e la guerra delle tasse: la Corte Suprema non interviene, la palla al Congresso

    Il massimo organo giudiziario statunitense ha respinto l'istanza di ricorso presentata dall'azienda guidata da Jeff Bezos in merito alle imposizioni fiscali introdotte nel 2008 dallo nello Stato di New York In attesa di far decollare i primi droni per le consegne Amazon continuerà a veder volare via denaro verso le casse dello Stato di New York. La Corte Suprema americana si è infatti rifiutata di esaminare il ricorso presentato dalla company guidata da Jeff Bezos in merito alle tasse imposte ai rivenditori online nel territorio neworkese; l'obiezione dell'azienda fa sostanzialmente leva sulla mancata presenza fisica in quello stato, circostanza dalla quale deriverebbe l'impossibilità di dovervi pagare le imposte in quanto dinamica considerata contraria alla Costituzione. La stessa Corte Suprema americana nel 1992 aveva stabilito la liceità della riscossione delle tasse per le vendite che avvenivano a distanza ma solo nei confronti dei retailer con che avevano una sede fisica nello stato che reclamava le imposte. Punto di vista opposto per il legislatore di New York, che nel 2008 aveva accolto le rimostranze dei rivenditori tradizionali che lamentavano i vantaggi dei quali godevano i concorrenti online. L'imposta, soprannominata "Amazon Tax", è stata successivamente adottata in altri 16 stati americani che puntano ad invertire un trend che, stando ai dati del National Council of State Legislature, causa loro perdite per 23,3 miliardi di dollari l'anno. In ottobre anche la Suprema Corte dell'Illinois aveva sentenziato contro questa imposizione fiscale; lunedì invece la Corte Suprema federale ha respinto le richieste di audizione presentate da Amazon e Overstock, di fatto incaricando il Congresso dell'onere di dirimere la contesa.  Di sicuro questa decisione darà un argomento in più a chi nel resto degli stati americani spinge per questo tipo di iniziative fiscali. Foto in home: Westernjournalism.com 3 dicembre 2013
  • Apple può registrare come marchio la rappresentazione del suo "negozio-bandiera"

    La rappresentazione dell’allestimento di uno spazio di vendita, come quello di un "negozio-bandiera Apple", può, a determinate condizioni, essere registrata come marchio. A stabilirlo è la Corte di Giustizia dell'Unione Europea, che in una sentenza di poche ore fa ha sottolineato come una rappresentazione del genere debba essere atta a distinguere i prodotti o i servizi di un’impresa da quelli di altre imprese. Nel 2010 Apple ha registrato presso lo United States Patent and Trademark Office (Ufficio dei brevetti e dei marchi degli Stati Uniti) un marchio tridimensionale consistente nella rappresentazione, con disegno multicolore, dei propri negozi-bandiera («flagship stores»). Tale marchio veniva registrato per «servizi di vendita al dettaglio relativi a computer, software, periferiche, telefoni portatili, elettronica di consumo e accessori, nonché dimostrazioni di prodotti correlati». La rappresentazione assumeva la seguente forma: negoziobandieraapple1 Successivamente, Apple ha proceduto all’estensione internazionale di tale marchio. Nel 2013 l’estensione al territorio tedesco è stata peraltro negata dal Deutsches Patent-und Markenamt (Ufficio tedesco dei brevetti e dei marchi), con la motivazione che la rappresentazione degli spazi destinati alla vendita dei prodotti di un’impresa altro non sarebbe che la rappresentazione di un aspetto essenziale dell’attività di tale impresa e che il consumatore non può percepire un simile allestimento come un’indicazione dell’origine dei prodotti. Apple ha proposto ricorso avverso tale decisione dinanzi al Bundespatentgericht (Corte federale dei brevetti, Germania). Quest’ultimo ha chiesto, tra l’altro, alla Corte di Giustizia se la rappresentazione, con un semplice disegno privo di qualsiasi indicazione delle dimensioni e delle proporzioni, dell’allestimento di uno spazio di vendita possa essere registrata come marchio per servizi finalizzati a indurre il consumatore ad acquistare i prodotti dell’autore della domanda di registrazione e, in caso affermativo, se una siffatta «presentazione che simboleggia un servizio» possa essere assimilata a un «confezionamento». Con la sua sentenza, la Corte ricorda anzitutto che, per poter costituire un marchio, l’oggetto della domanda di registrazione deve, ai sensi della direttiva sui marchi (Direttiva 2008/95/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 ottobre 2008, sul ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri in materia di marchi d’impresa - GU L 299, pag. 25), soddisfare tre condizioni, ossia deve in primo luogo costituire un segno, in secondo luogo poter essere riprodotto graficamente e in terzo luogo essere atto a distinguere i «prodotti» o i «servizi» di un’impresa da quelli di altre imprese. La Corte ritiene, a tale riguardo, che una rappresentazione che, come quella del caso di specie, raffigura l’allestimento di uno spazio di vendita mediante un insieme continuo di linee, di contorni e di forme può costituire un marchio a condizione che sia atta a distinguere i prodotti o i servizi di un’impresa da quelli di altre imprese. Non si può peraltro escludere che l’allestimento di uno spazio di vendita raffigurato da un segno siffatto consenta di identificare i prodotti o i servizi interessati come provenienti da una determinata impresa. Ciò può accadere nel caso in cui l’allestimento raffigurato si discosti in maniera significativa dalla norma o dagli usi del settore economico interessato. La Corte sottolinea, tuttavia, che la generica idoneità di un segno a costituire un marchio non implica che tale segno possieda necessariamente carattere distintivo ai sensi della direttiva. Tale carattere dev’essere valutato in concreto, in funzione, da un lato, dei prodotti o dei servizi contrassegnati e, dall’altro, della percezione da parte del pubblico interessato (pubblico costituito dal consumatore medio, normalmente informato e ragionevolmente attento ed avveduto). È sempre tramite un esame caso per caso che l’autorità competente deve determinare se il segno sia o meno descrittivo delle caratteristiche dei prodotti o dei servizi interessati, oppure se ricada in uno degli altri impedimenti alla registrazione enunciati nella direttiva. La Corte rileva che, nel caso di un disegno che rappresenta l’allestimento di uno spazio di vendita, i criteri di valutazione di cui l’autorità competente deve avvalersi non sono diversi da quelli utilizzati per altri tipi di segni. Quanto infine alla questione relativa alla possibilità, o meno, che prestazioni finalizzate ad indurre il consumatore ad acquistare i prodotti dell’autore della domanda costituiscano «servizi» per i quali un segno, come quello del caso di specie, sia registrabile come marchio, la Corte afferma che, se non vi osta alcuno degli impedimenti alla registrazione enunciati nella direttiva, un segno che rappresenta l’allestimento dei negozi-bandiera di un fabbricante di prodotti può validamente essere registrato non solo per i prodotti, ma anche per prestazioni di servizi, ove dette prestazioni non costituiscano parte integrante della vendita. Le prestazioni che, similmente a quelle menzionate nella domanda di Apple, consistono ad esempio nell’effettuare, in negozi del genere, dimostrazioni di prodotti mediante seminari possono esse stesse costituire prestazioni retribuite rientranti nella nozione di «servizio». La Corte ne trae la conclusione che la rappresentazione, con un semplice disegno privo di qualsiasi indicazione delle dimensioni e delle proporzioni, dell’allestimento di uno spazio di vendita può essere registrata come marchio per servizi che, pur riguardando prodotti, non costituiscono parte integrante della messa in vendita dei medesimi, a condizione che tale rappresentazione sia atta a distinguere i servizi di chi richiede la registrazione da quelli di altre imprese e che non vi osti alcun altro impedimento alla registrazione. Dai negozi fisici a quelli immateriali, questa notizia per Apple arriva in coincidenza con un anniversario: i sei anni dal lancio degli Apple Store. 11 luglio 2014
  • Assoluzione definitiva nel caso Google-Vividown per il motore di ricerca, breve commento alla sentenza

    di Michele Castello I giudici hanno effettuato una ricostruzione dettagliata del quadro normativo interno di riferimento, analizzando gli articoli di interesse non solo del Codice Privacy (d.lgs. 196/2003) ma anche del d.lgs. 70/2003 relativo alle disposizioni sul commercio elettronico enucleando i seguenti concetti fondamentali:
    • non sussiste, in capo ad un Internet Service Provider, anche qualora lo stesso sia qualificabile come hosting provider, un obbligo di sorveglianza dei dati immessi da terzi sul sito da lui gestito; né sussiste in capo allo stesso alcun obbligo sanzionato penalmente di informare il soggetto che ha immesso i dati (uploader) dell'esistenza e della necessità di fare applicazione delle norme contenute nel Codice della Privacy;
    • è necessario specificare i limiti di interazione tra i concetti di “trattamento” e di “titolare del trattamento”: mentre il primo è un concetto ampio, comprensivo di ogni operazione che abbia ad oggetto dati personali indipendentemente dai mezzi e dalle tecniche utilizzati, il concetto di "titolare" è, invece, assai più specifico, perché si incentra sull'esistenza di un potere decisionale in ordine alle finalità, alle modalità del trattamento di dati personali e agli strumenti utilizzati;
    • pertanto, Google è pienamente definibile come Internet Hosting Provider e, come affermato anche nella Sentenza della Corte di Giustizia europea nella causa /12, tale soggetto è riconducibile alla categoria dei titolari del trattamento di dati solo laddove incida direttamente sulla struttura degli indici di ricerca, ad esempio favorendo o rendendo più difficile il reperimento di un determinato sito;
    • nel caso di specie, quindi, il titolare del trattamento dei dati caricati sul sito Google Video è l’utente (uploader) che li ha caricati, in quanto l'essere titolare del trattamento deriva dal fatto concreto che un soggetto abbia scelto di trattare dati personali per propri fini; con la conseguenza che la persona che può essere chiamata a rispondere delle violazioni delle norme sulla protezione dei dati è il titolare del trattamento e non, invece, il mero hosting provider;
    Con il deposito odierno, quindi, i giudici della terza sezione penale della Corte di Cassazione hanno reso noti i motivi della conferma della sentenza della Corte di Appello di Milano che il 21 dicembre 2012 aveva assolto i tre manager di Google Italy dall’accusa di trattamento illecito di dati, punita dall’art. 167 Codice Privacy. Queste in sintesi le motivazioni dell’assoluzione dei tre (ex) manager di Google Italy, accusati di essere penalmente responsabili per aver violato la privacy di un minorenne disabile maltrattato in un video caricato sul servizio di hosting Google Video nell’estate del 2006. Tali conclusioni, secondo la Cassazione non sono obiettabili alla luce del dato, posto a fondamento di uno dei motivi di ricorso del PG, che l'art. 1, comma 2, lettera b) del d.lgs. n. 70 del 2003 prevede espressamente che non rientrano nel campo di applicazione della normativa sul commercio elettronico le questioni relative al diritto alla riservatezza, con riguardo al trattamento dei dati personali nel settore delle telecomunicazioni. Invero, secondo la Suprema Corte, tale clausola ha la sola funzione di chiarire che la tutela dei dati personali è disciplinata da un corpus normativo diverso da quello sul commercio elettronico; corpus normativo che rimane applicabile in ambito telematico anche in seguito all'emanazione della normativa sul commercio elettronico. Infine, ritenendo tali argomentazioni sufficienti per la conferma dell’assoluzione disposta con la sentenza impugnata, i giudici di legittimità lasciano poco spazio alle considerazioni in merito all’elemento soggettivo del reato, limitandosi ad evidenziare come il dolo del reato di cui all’art. 167 Codice Privacy non sia ravvisabile laddove, come nel caso di specie, oltre ad esservi la mancanza di un obbligo generale di sorveglianza, non sia individuabile la conoscenza, in capo al provider Google, deldato sensibile contenuto nel video caricato dagli utenti. 5 febbraio 2014
  • Autovelox, ora i Comuni devono adeguarsi

    di Michele Contartese La Corte Costituzionale con la sentenza 113/2015 depositata lo scorso 18 giugno 2015 (Presidente Criscuolo, Relatore Carosi) ha dichiarato l’incostituzionalità dell’art. 45, comma 6, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), nella parte “in cui non prevede che tutte le apparecchiature impiegate nell’accertamento delle violazioni dei limiti di velocità siano sottoposte a verifiche periodiche di funzionalità e di taratura”. Tale pronuncia interviene dopo l’affermazione di un, oramai, consolidato orientamento della Corte di Cassazione che soleva distinguere gli autovelox mobili in dotazione alle pattuglie delle forze di Polizia da quelli posizionati sulle strade che funzionano, invece, autonomamente, prevedendo solo a carico di quest’ultimi l’obbligo di verifiche periodiche. Tale orientamento trovava le proprie basi nei principi fissati dal Ministero delle Infrastrutture nel 2005 (a integrazione del Decreto ministeriale del 29 ottobre 1997) che escludeva la necessità di verifiche periodiche per gli strumenti «impiegati sotto il controllo costante degli operatori di polizia stradale». La Corte di Costituzionale ha superato tale orientamento ritenendo, invece, che qualsiasi strumento di misura, “specie se elettronico, è soggetto a variazioni delle sue caratteristiche e quindi a variazioni dei valori misurati dovute ad invecchiamento delle proprie componenti e ad eventi quali urti, vibrazioni, shock meccanici e termici, variazioni della tensione di alimentazione”. Pertanto, a causa dell’obsolescenza e del deterioramento che possono subire gli elementi elettronici che costituiscono l’autovelox, potrebbe essere pregiudicata non “solo l’affidabilità delle apparecchiature, ma anche la fede pubblica che si ripone in un settore di significativa rilevanza sociale, quale quello della sicurezza stradale”. La Corte Costituzionale, a tal fine, nella propria pronuncia ricorda che l’art. 142, comma 6, del D.lgs. n. 285 del 1992 dispone che «Per la determinazione dell’osservanza dei limiti di velocità sono considerate fonti di prova le risultanze di apparecchiature debitamente omologate, […] nonché le registrazioni del cronotachigrafo e i documenti relativi ai percorsi autostradali, come precisato dal regolamento». Dunque, tutti gli apparecchi utilizzati per rilevare l’eventuale superamento dei limiti di velocità debbono essere periodicamente verificati, in modo tale da garantire la sicurezza dei cittadini ma anche l’affidamento dei cittadini medesimi nelle Istituzioni chiamate a garantire la sicurezza stradale. Si può, quindi, pacificamente concludere che, alla luce della sopra richiamata sentenza, gli automobilisti potranno ottenere, previo ricorso, l’annullamento del verbale per eccesso di velocità emesso da un autovelox non sottoposto a controlli periodici. Sarà opportuno, dunque, che i Comuni e gli altri soggetti che vorranno utilizzare gli autovelox provvedano ad un controllo periodico degli stessi, in modo che al momento del rilevarsi di violazioni, i verbali erogati riportino l’attestazione della data dell’ultima taratura degli apparecchi utilizzati. Solo così, potranno evitare facili contestazioni da parte degli automobilisti, che troverebbero sicuro accoglimento dinanzi ai Giudici di Pace o dinanzi ai Prefetti. 23 giugno 2015
  • Azione revocatoria e presenza di ipoteche sull’immobile trasferito: sussiste il pregiudizio per il creditore chirografario?

    Cass. civile III sezione, n. 16793, del 13 agosto 2015 di Monica La Pietra Con la pronuncia n. 16793 del 13 agosto 2015, la Terza Sezione della Cassazione afferma che la presenza di ipoteche sull’immobile trasferito non esclude di per sé il requisito del pregiudizio per il creditore chirografario e l’interesse di questi a proporre l’azione revocatoria. La Suprema Corte innanzitutto ribadisce che, come la giurisprudenza di legittimità ha più volte affermato [1], l’esenzione da revocatoria dell’atto di adempimento di un debito scaduto ex art. 2901 terzo comma c.c.:
    • trova ragione nella natura di atto dovuto della prestazione del debitore in mora e, di conseguenza, nell’assenza della consapevolezza e volontarietà dell’atto di disposizione patrimoniale, richiesta in linea generale quale elemento soggettivo o psicologico della revoca;
    • non è impedita dalla disparità di trattamento che l’atto può determinare, atteso che l’azione revocatoria ordinaria, a differenza di quella fallimentare, non si pone l’obiettivo di tutelare la par condicio creditorum;
    • sebbene normativamente prevista soltanto per l’atto di adempimento in sé, va estesa anche all’ipotesi di alienazione di un bene eseguita per reperire la provvista necessaria a soddisfare i creditori, a condizione che tale alienazione rappresenti il solo mezzo per tacitare questi ultimi e si ponga in rapporto di strumentalità necessaria con l’atto di adempimento;
    • opera, ferma restando anche in questo caso la necessità di un rapporto strumentale, anche quando la somma realizzata con l’atto di alienazione sia maggiore di quella impiegata nel pagamento dei debiti. In questo caso la revoca potrà eventualmente colpire solo gli atti con i quali il debitore abbia disposto della somma residua.
      Ciò premesso, la Corte esamina il motivo di ricorso avente ad oggetto la violazione dell’art. 2901 c.c. per l’esistenza di iscrizioni ipotecarie sul compendio immobiliare oggetto del giudizio, che secondo i ricorrenti avrebbero comunque impedito al creditore chirografario attore, in caso di esecuzione sul bene, di rivalersi sul ricavato della vendita e soddisfare le proprie ragioni creditorie. Sul punto la Suprema Corte afferma che la presenza di ipoteche al momento della vendita non esclude di per sé il requisito del pregiudizio per il creditore chirografario e, quindi, la revocabilità dell’atto di trasferimento. Ciò in quanto «l’azione revocatoria opera a tutela dell’effettività della responsabilità patrimoniale del debitore ex art. 2740 cc, ma non produce, per ciò solo, effetti recuperatori o restitutori del bene dismesso al patrimonio del medesimo, sì che se ne debba necessariamente esigere la libertà e capienza». L’inefficacia dell’atto di disposizione, derivante dal vittorioso esperimento dell’azione, comporta infatti esclusivamente l’assoggettamento del bene al diritto del creditore revocante di promuovere nei confronti del terzo acquirente l’azione esecutiva o conservativa. L’esito di tale azione eventuale e differita, anche se proposta da un creditore chirografario, non può essere considerato, al momento della pronuncia di revoca, necessariamente compromesso dalla presenza di iscrizioni ipotecarie sul bene, poiché queste ultime possono subire vicende modificative o estintive. Pertanto, non può escludersi a priori la possibilità del soddisfacimento, anche soltanto parziale, del creditore revocante e l’utilità pratica dell’azione da questi proposta. Tale conclusione vale a maggior ragione in considerazione dell’arco temporale potenzialmente intercorrente tra l’atto revocato e la proposizione dell’azione espropriativa da parte del creditore revocante; arco temporale che può essere anche molto ampio, nell’ipotesi in cui il credito tutelato ex art. 2901 c.c. debba ancora giungere ad accertamento definitivo e compiuta esigibilità. I giudici di legittimità, infine, precisano che tale principio non si pone in contrasto con quanto affermato dalla Corte di Cassazione nel 2009 con la pronuncia n. 13435. Nel caso di specie, la Suprema Corte aveva confermato la sentenza di merito di rigetto della domanda per mancanza del presupposto del danno, sul rilievo che l’immobile oggetto di revocatoria era gravato da due ipoteche, sicché il creditore chirografario, ove anche la vendita non avesse avuto luogo, difficilmente avrebbe potuto ottenere su quel bene la soddisfazione del proprio credito. Per la sentenza del 2015 quest’ultima decisione non si esprime però in termini assoluti, ma meramente relativi, in quanto evidenzia la necessità di considerare la fattispecie concreta oggetto di giudizio. Per la citata pronuncia, infatti, «a norma dell’art. 2901, comma 1, c.c., il presupposto dell’azione revocatoria costituito dal pregiudizio alle ragioni del creditore si riferisce anche al pericolo di danno, la cui valutazione è rimessa alla concreta valutazione del giudice; ne consegue che, ove oggetto dell’azione revocatoria sia un atto di compravendita di un bene già ipotecato, se ad agire è un creditore chirografario, il pregiudizio deve essere specificamente valutato – nella sua certezza ed effettività – con riguardo al potenziale conflitto tra il creditore chirografario e il creditore garantito da ipoteca, e quindi in relazione alla concreta possibilità di soddisfazione del primo con riguardo all’entità della garanzia reale del secondo» [2]. Note [1] Cass. n. 13435 del 20.07.2004, in Giust. civ. Mass., 2004, 7-8; Cass. n. 16756 del 21.07.2006, in Giust. civ. Mass., 2006, 7-8; Cass. n. 11051 del 13.05.2009, in Banca borsa tit. cred., 2010, 2, II, 137 (s.m.), con nota di Bertino; Cass. n. 14557 del 22.06.2009, in Giust. civ. Mass., 2009, 6, 957; Cass. n. 14420 del 7.06.2013, in Giustizia Civile Massimario, 2013. [2] Cass. n. 16464 del 15.07.2009, in Vita not., 2009, 3, 1456. 31 agosto 2015
  • Baia dei Pirati, un altro strike: dalla Corte Suprema belga l'ordine di oscurare tutti i proxy

    Nessun utente belga deve poter accedere accedere a The Pirate Bay tramite uno dei proxy disseminati sulla rete dal collettivo di "pirati". È questo il senso della sentenza con la quale la Corte Suprema belga ha inferto un nuovo colpo alla Baia dei Pirati, piattaforma svedese utilizzata per la condivisione di file tramite magnet linktorrent, divenuta negli anni l'incubo di ogni organizzazione antipirateria. Come riferisce TorrentFreak, l'Alta Corte del Belgio è intervenuta nell'annoso scontro che già nel 2011 aveva visto una corte d'appello di Anversa imporre ai due provider locali Belgacom e Telnet di bloccare ogni accesso ad 11 domini riconducibili a The Pirate Bay. Veniva così ribaltata la sentenza di primo grado ma non si placava lo scontro tra gli Isp locali Belgacom e Telnet e la Belgian Anti-Piracy Foundation (BAF), quest'ultima autrice della denuncia che aveva scatenato il contenzioso. Come risposta, i gestori del sito Newbiz2 annunciavanoun aggiornamento del proprio client per includere link relativi alla Baia, con un sistema che permetteva l'aggiramento del blocco dei DNS imposto ai provider sopra nominati dal giudice belga. Solo uno degli espedienti che in poco tempo avrebbero iniziato a caratterizzare le reazioni alle mosse politiche e alle sentenze sfavorevoli alla Baia in giro per l'Europa; come nel recente caso del walzer dei domini nel Vecchio Continente. Durante l'anno in corso infatti gli admin del sito hanno più volte spostato il DNS della piattaforma per sfuggire all’antipirateria: ad aprile il trasferimento ha avuto come base la Groenlandia, anche se sono bastate 48 ore all’organo di registrazione dei domini dell’isola per annunciare il congelamento dei domini associati alla Baia. In pochi giorni vedevano così la luce i nuovi riferimenti islandesi e caraibici. Anche in quel caso, non poche in loco le reazioni inviperite. E poi il progetto di mettere in piedi un Isp proprio e il più recente lancio di un browser marchiato "Baia dei Pirati" e basato sul sistema che permette la navigazione in anonimo Tor, una specie di festeggiamento per i dieci anni di esistenza del brand.
    Nel giugno 2013 The Pirate Bay ha fatto invece “litigare” la Irish Recorded Music Association (Irma) e il provider svizzero Ucp, che aveva rifiutato le richieste di inibizione dei collegamenti alla Baia avanzate dall'associazione antipirateria. Un test per il “Sopa d'Irlanda”, che pochi giorni dopo riceveva il sigillo della High Court di Dublino: i giudici imponevano infatti a tutti gli Isp del Paese un immediato filtraggio dei canali d'accesso alla Baia. Tornando alla decisione della Corte Suprema belga, da notare come si faccia riferimento ad un blocco non solo degli attuali domini collegabili alle attività della Baia, ma anche a quelli "futuri"; un'eventualità che sembra assegnare ai provider un ruolo attivo nella ricerca di nuovi proxy riferiti al download illegale di file: "Non vogliamo diventare i poliziotti del Web", è il commento del portavoce di Belgacom Jan Margot. 22 novembre 2013
  • Bitcoin, niente IVA per il cambio. La sentenza della Corte di Giustizia

    Il cambio di valuta tradizionale in bitcoin e l'operazione contraria sono esenti da IVA. È quanto ha stabilito la Corte di Giustizia con una sentenza che arriva al termine di un caso originato in Svezia. Il cittadino svedese David Hedqvist intendeva infatti fornire servizi consistenti nel cambio di valute tradizionali in bitcoin e viceversa; prima di iniziare ad avviare tali operazioni tuttavia aveva richiesto un parere preliminare alla commissione tributaria svedese per sapere se doveva essere versata l’IVA all’acquisto e alla vendita di unità di bitcoin. Secondo la commissione esso è un mezzo di pagamento utilizzato in maniera corrispondente a mezzi legali di pagamento e dunque le operazioni che Hedqvist intendeva effettuare dovevano essere esenti da IVA. Lo Skatteverket, amministrazione finanziaria svedese, propose però ricorso contro la decisione della commissione tributaria dinanzi allo Högsta förvaltningsdomstolen (Corte suprema amministrativa della Svezia), sostenendo che le operazioni che Hedqvist intendeva effettuare non ricadevano nelle esenzioni previste dalla direttiva IVA. In tale contesto, lo Högsta förvaltningsdomstolen chiese alla Corte di giustizia di dirimere il contenzioso. È bene premettere che la direttiva IVA (2006/112/CE del Consiglio, del 28 novembre 2006, relativa al sistema comune d’imposta sul valore aggiunto) prevede che sono assoggettate a tale imposta le cessioni di beni e le prestazioni di servizi effettuate a titolo oneroso nel territorio di uno Stato membro da parte di un soggetto passivo all’IVA che agisce in quanto tale. Tuttavia, gli Stati membri devono esonerare, in particolare, le operazioni relative "a divise, banconote e monete con valore liberatorio". Nella sua sentenza, la Corte statuisce che "le operazioni di cambio di valute tradizionali contro la valuta virtuale bitcoin (e viceversa) costituiscono prestazioni di servizi effettuate a titolo oneroso ai sensi della direttiva, dato che esse consistono nel cambio di diversi mezzi di pagamento e che sussiste un nesso diretto fra il servizio prestato dal sig. Hedqvist e il corrispettivo ricevuto dallo stesso, vale a dire il margine costituito dalla differenza, da una parte, tra il prezzo al quale egli acquista le valute e, dall’altra, il prezzo cui le valute sono vendute ai clienti". La Corte afferma inoltre che "tali operazioni sono esenti dall’IVA in forza della disposizione riguardante le operazioni relative a divise, banconote e monete con valore liberatorio. Infatti, escludere operazioni come quelle programmate dal sig. Hedqvist dalla sfera di applicazione di tale disposizione priverebbe quest’ultima di parte dei suoi effetti, alla luce della finalità dell’esenzione, che consiste nell’ovviare alle difficoltà insorgenti nel contesto dell’imposizione delle operazioni finanziarie quanto alla determinazione della base imponibile e dell’importo dell’IVA detraibile".
    “Bitcoin: una sfida per policymakers e regolatori”, immersione nel mondo della criptovaluta. Con una possibile definizione giuridica
    22 ottobre 2015
  • Brevetti e posizioni dominanti: l'azione inibitoria proposta dal titolare nei confronti di un presunto contraffattore può, a certe condizioni, costituire un abuso

    L’azione inibitoria proposta nei confronti di un presunto contraffattore dal titolare di un brevetto essenziale per l’applicazione di una norma tecnica e che si trovi in posizione dominante può, a certe condizioni, costituire un abuso di posizione dominante. È quanto ha stabilito la Corte di giustizia dell'Unione Europea in una sentenza nella quale si afferma che il titolare del brevetto, che si sia in precedenza impegnato a concedere a terzi una licenza a condizioni eque, ragionevoli e non discriminatorie, deve, prima di esperire l’azione per la cessazione del pregiudizio arrecato al suo brevetto o per il richiamo dei prodotti fabbricati utilizzando tale brevetto, trasmettere al presunto contraffattore una proposta concreta di licenza. Il diritto dell’Unione mira a garantire l’esercizio dei diritti esclusivi collegati a un diritto di proprietà intellettuale, quale un brevetto, preservando al contempo il libero gioco della concorrenza. Per quanto riguarda i rapporti tra tali due obiettivi, la Corte ha già precisato che l’esercizio di tali diritti esclusivi (come il diritto di esperire un’azione per contraffazione) fa parte delle prerogative del titolare, con la conseguenza che tale esercizio, quand’anche provenga da un’impresa in posizione dominante, non può costituire di per sé un abuso. È solo in circostanze eccezionali che l’esercizio del diritto esclusivo può dare luogo a un abuso di posizione dominante, come già stabilito in una sentenza della Corte del 29 aprile 2004. La fattispecie in esame presenta tuttavia alcune peculiarità rispetto a tale giurisprudenza. Da un lato, essa riguarda un brevetto essenziale ai fini dell’applicazione di una norma tecnica (BEN), vale a dire un brevetto il cui sfruttamento è indispensabile per ogni concorrente che intenda fabbricare prodotti conformi alla norma tecnica cui esso è collegato (norma tecnica che è stabilita da un organismo di normalizzazione). Dall’altro lato, il brevetto ha ottenuto lo status di BEN soltanto perché il suo titolare ha dichiarato dinanzi all’organismo di normalizzazione la sua irrevocabile disponibilità ad accordare a terzi licenze a condizioni FRAND (Fair, Reasonable and Non-Discriminatory), vale a dire a condizioni eque, ragionevoli e non discriminatorie. La Huawei Technologies, una società di dimensioni mondiali attiva nel settore delle telecomunicazioni, è titolare di un brevetto europeo intitolato Procedura e impianto per la creazione di un segnale di sincronizzazione in un sistema di comunicazione e rilasciato nella Repubblica federale di Germania, notificato quale brevetto essenziale ai fini dell’applicazione della norma tecnica Long Term Evolution allo European Telecommunication Standards Institute (ETSI, organismo il cui scopo è quello di creare norme tecniche adeguate agli obiettivi tecnici del settore europeo delle telecomunicazioni e di ridurre il rischio, per sé stesso, i suoi membri e i terzi che applicano le sue norme tecniche, che investimenti destinati all’elaborazione, all’adozione e all’applicazione di tali norme vadano perduti a causa dell’indisponibilità della proprietà intellettuale essenziale per l’applicazione di dette norme tecniche). In occasione della notifica all'ETSI, la Huawei si è impegnata a concedere a terzi licenze a condizioni FRAND. La Huawei ha tuttavia adito il Landgericht Düsseldorf (tribunale regionale di Düsseldorf, in Germania) con un’azione per contraffazione contro due società del gruppo internazionale ZTE. Tale gruppo commercializza in Germania prodotti funzionanti sulla base della norma tecnica Long Term Evolution, in tal modo sfruttando il brevetto della Huawei senza tuttavia versarle alcun corrispettivo. Mediante la sua azione, la Huawei ha chiesto la cessazione della contraffazione, il richiamo dei prodotti, la presentazione di dati contabili, nonché il risarcimento dei danni. In precedenza, la Huawei e la ZTE avevano avviato discussioni sulla contraffazione e sulla possibilità di concludere un contratto di licenza a condizioni FRAND, senza tuttavia pervenire a un accordo. Il Landgericht, da parte sua, ha chiesto alla Corte di giustizia di precisare a quali condizioni la proposizione di un’azione per contraffazione da parte di un’impresa in posizione dominante, come la Huawei, costituisca un abuso di tale posizione (secondo il tribunale tedesco le parti non hanno contestato che la Huawei occupi una posizione dominante. Pertanto, le questioni sollevate si riferiscono unicamente all’esistenza di un abuso). Nella sua sentenza, la Corte distingue innanzitutto le azioni inibitorie o per il richiamo di prodotti da quelle volte ad ottenere la presentazione di dati contabili e il risarcimento dei danni. Per quanto riguarda il primo tipo di azioni, la Corte dichiara che il titolare di un brevetto essenziale ai fini dell’applicazione di una norma tecnica stabilita da un organismo di normalizzazione, che si sia irrevocabilmente impegnato nei confronti di tale organismo a concedere a terzi una licenza a condizioni FRAND, non abusa della sua posizione dominante quando esperisce un’azione per contraffazione volta alla cessazione del pregiudizio arrecato al suo brevetto o al richiamo dei prodotti per la fabbricazione dei quali sia stato utilizzato tale brevetto, laddove: ‒ prima di esperire l’azione, da un lato, abbia avvertito il presunto contraffattore della contraffazione addebitatagli, indicando il brevetto interessato e specificando il modo in cui esso è stato contraffatto, e, dall’altro, abbia trasmesso a tale contraffattore, dopo che quest’ultimo ha espresso la sua volontà di stipulare un contratto di licenza a condizioni FRAND, una proposta di licenza concreta e scritta alle suddette condizioni, specificando il corrispettivo e le sue modalità di calcolo, e ‒ il presunto contraffattore, continuando a sfruttare il brevetto, non abbia dato seguito a tale proposta con diligenza, conformemente agli usi commerciali riconosciuti in materia e in buona fede, circostanza che deve essere determinata sulla base di elementi obiettivi ed implica in particolare l’assenza di ogni tattica dilatoria. La Corte dichiara che il presunto contraffattore, non avendo accettato la proposta del titolare del BEN, può eccepire il carattere abusivo di un’azione inibitoria o per richiamo di prodotti soltanto qualora sottoponga al titolare del BEN, entro un breve termine e per iscritto, una controproposta concreta rispondente alle condizioni FRAND. Per quanto riguarda le azioni per ottenere la presentazione di dati contabili o il risarcimento dei danni, la Corte dichiara che, in circostanze come quelle in esame, il divieto di abuso di posizione dominante non impedisce a un’impresa in posizione dominante e titolare di un brevetto essenziale ai fini dell’applicazione di una norma tecnica stabilita da un organismo di normalizzazione, che si è impegnata dinanzi a tale organismo a concedere in licenza a condizioni FRAND, di esperire un’azione per contraffazione contro il presunto contraffattore del suo brevetto volta ad ottenere dati contabili relativi ai precedenti atti di sfruttamento di tale brevetto o il risarcimento dei danni derivanti da tali atti. Tali azioni non hanno conseguenze dirette sull’immissione o sul mantenimento nel mercato di prodotti conformi alla norma tecnica fabbricati da concorrenti. 17 luglio 2015
  • CGUE su vendita successiva di opera d'arte: il costo del diritto può essere sostenuto sia dal venditore che dall’acquirente

    Il costo del diritto che dev’essere versato all’autore in occasione delle vendite successive di un’opera d’arte da parte di un professionista può essere sostenuto in definitiva sia dal venditore sia dall’acquirente. A stabilirlo è una recente Sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea; sebbene, secondo il diritto dell’Unione, il debitore del diritto sulle successive vendite sia in linea di principio il venditore, gli Stati membri sono liberi di definire un altro soggetto tra i professionisti contemplati dalla direttiva 2001/84. Il diritto sulle successive vendite è definito, nella Direttiva 2001/84/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 settembre 2001 (GU L 272, pag. 32), come il diritto dell’autore di un’opera d’arte originale di percepire una percentuale sul prezzo ottenuto per ogni vendita successiva alla prima. Tale diritto si applica a tutte le vendite successive che comportano l’intervento, in qualità di venditori, acquirenti o intermediari, di professionisti del mercato dell’arte (case d’asta, gallerie d’arte e, in generale, commercianti di opere d’arte). Il caso esaminato dalla Corte vedeva coinvolta la Christie’s France, controllata francese della multinazionale Christie’s, soggetto che organizza regolarmente vendite all’asta di opere d’arte. Alcune di queste vendite comportano la riscossione di un diritto sulle successive vendite. Le condizioni generali di vendita della Christie’s France prevedono che, per alcuni lotti indicati nel suo catalogo, essa percepisca da parte dell’acquirente, a nome e per conto del venditore, la somma corrispondente al diritto sulle successive vendite. Il syndicat national des antiquaires (SNA) riteneva che, ponendo il diritto sulle successive vendite a carico dell’acquirente, le condizioni generali della Christie’s France costituissero un atto di concorrenza sleale. Da parte sua, Christie’s France sosteneva che la direttiva stabilisce senza ulteriori precisazioni o limitazioni che il diritto sulle successive vendite è a carico del venditore, senza quindi escludere una modifica convenzionale dell’onere del pagamento di tale diritto. Investita della controversia, la Cour de cassation francese ha così chiesto alla Corte di giustizia se il venditore debba sopportare sempre in definitiva il costo del diritto sulle successive vendite o se fosse possibile derogare convenzionalmente a tale regola. Nella sua sentenza, la Corte di Giustizia dichiara che gli Stati membri sono i soli a poter determinare il debitore del diritto sulle successive vendite. Sebbene la direttiva stabilisca che il debitore del diritto sulle successive vendite sia in linea di principio il venditore, essa prevede tuttavia una deroga a tale principio e lascia quindi gli Stati membri liberi di definire un altro soggetto tra i professionisti contemplati dalla direttiva 2001/84, che, in via esclusiva o solidale con il venditore, sarà tenuto a pagare il diritto. Il debitore in tal modo designato dalla normativa nazionale è libero di concordare con qualunque altro soggetto, compreso l’acquirente, che quest’ultimo sopporti in definitiva, in tutto o in parte, il costo del diritto sulle successive vendite, purché un tale accordo non pregiudichi gli obblighi e la responsabilità incombenti al debitore nei confronti dell’autore. La Corte sottolinea che tale deroga è conforme all’obiettivo della direttiva che consiste nel mettere fine alle distorsioni di concorrenza nel mercato dell’arte, pur essendo tale armonizzazione limitata alle disposizioni nazionali che più direttamente si ripercuotono sul funzionamento del mercato interno. Infatti, se è vero che la realizzazione di tale obiettivo così delimitato richiede di prevedere il soggetto tenuto al pagamento del diritto sulle successive vendite, nonché le regole riguardanti il relativo importo, altrettanto non può dirsi per quanto riguarda l’individuazione del soggetto che ne sopporterà in definitiva il costo. La Corte non esclude che tale deroga possa produrre un certo effetto distorsivo sul funzionamento del mercato interno. Tuttavia, tale effetto è soltanto indiretto, essendo prodotto da adattamenti convenzionali realizzati indipendentemente dal pagamento dell’importo del diritto sulle successive vendite, al quale il debitore resta tenuto.
    Il diritto d’autore nella organizzazione delle mostre d’arte al tempo dei “selfies”: voci dalla giornata di studio presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma
    4 marzo 2015
  • CGUE, uno Stato membro può autorizzare le biblioteche a digitalizzare libri per proporne la lettura elettronica senza il consenso dei titolari dei diritti

    Per la Corte di Giustizia dell'Unione Europea entro certi limiti e a determinate condizioni quali il pagamento di un equo compenso ai titolari dei diritti, è possibile concedere agli utilizzatori la facoltà di stampare su carta o a memorizzare su una chiave USB i libri digitalizzati dalla biblioteca Uno Stato membro può autorizzare le biblioteche a digitalizzare, senza il consenso dei titolari dei diritti, determinati libri della loro collezione al fine di proporli su posti di lettura elettronica. È quanto afferma in una sentenza odierna la Corte di Giustizia dell'Unione Europea. In forza della direttiva sul diritto d’autore (Direttiva 2001/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2001, sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione - GU L 167, pag. 10), spiega la Corte, gli autori hanno il diritto esclusivo di autorizzare o vietare la riproduzione e la comunicazione al pubblico delle loro opere. La direttiva consente, tuttavia, agli Stati membri di disporre talune eccezioni o limitazioni a tale diritto. Questa facoltà è prevista in particolare per le biblioteche accessibili al pubblico le quali, a scopi di ricerca o di attività privata di studio, mettono a disposizione degli utenti opere della loro collezione su terminali dedicati. Nella causa in questione, il Bundesgerichtshof (Corte federale Suprema tedesca) aveva chiesto alla Corte di Giustizia di precisare la portata di tale facoltà di cui la Germania ha fatto uso. Il supremo giudice tedesco era stato chiamato a dirimere una controversia tra il Politecnico di Darmstadt (Technische Universität Darmstadt) e una casa editrice tedesca, la Eugen Ulmer KG. La biblioteca dell'università aveva digitalizzato un libro edito dalla Eugen Ulmer per poi proporlo sui suoi posti di lettura elettronica, rifiutando in seguito la proposta della casa editrice di acquistare e utilizzare sotto forma di eBook i manuali pubblicati da quest’ultima (tra i quali rientra il libro in questione). La Eugen Ulmer mirava quindi a impedire all’università di digitalizzare il libro in questione e intendeva negare agli utenti della biblioteca la possibilità, a partire da posti di lettura elettronica, di stampare il libro o memorizzarlo su una chiave USB e di portare tali riproduzioni fuori dalla biblioteca. Nella sentenza odierna, la Corte dichiara innanzitutto che, anche qualora il titolare dei diritti proponga ad una biblioteca la conclusione, a condizioni ragionevoli, di contratti di licenza aventi ad oggetto l’utilizzazione della sua opera, la biblioteca può avvalersi dell’eccezione prevista a favore dei terminali dedicati, altrimenti non potrebbe realizzare la sua missione fondamentale né promuovere l’interesse pubblico legato alla promozione della ricerca e dell’attività privata di studio. La Corte afferma poi che la direttiva ammette che gli Stati concedano alle biblioteche il diritto di digitalizzare le opere contenute nella loro collezione, qualora risulti necessario, a scopi di ricerca o di attività privata di studio, mettere tali opere a disposizione dei singoli individui su terminali dedicati. Infatti, il diritto riconosciuto alle biblioteche di comunicare, su terminali dedicati, le opere contenute nella loro collezione rischierebbe di essere svuotato di gran parte del suo contenuto, nonché del suo effetto utile, se esse non disponessero di un diritto accessorio di digitalizzazione delle opere in questione (aggiungendo che tale diritto accessorio di digitalizzazione non pregiudica lo sfruttamento normale dell’opera né arreca un ingiustificato pregiudizio ai legittimi interessi del titolare del diritto, in quanto la normativa tedesca in esame nel caso di specie dispone che il numero di esemplari di ciascuna opera messa a disposizione su terminali dedicati non dev’essere superiore a quello che tali biblioteche hanno acquistato in formato analogico). Per contro, la Corte dichiara che tale diritto di comunicazione, che può essere accordato alle biblioteche accessibili al pubblico, non può permettere a singoli individui di stampare le opere su carta o di memorizzarle su una chiave USB a partire da terminali dedicati. Infatti, la stampa di un’opera su carta e la sua memorizzazione su una chiave USB sono atti di riproduzione, poiché mirano a creare una nuova copia della copia digitale messa a disposizione dei singoli individui. Tali atti di riproduzione non sono necessari ai fini della comunicazione dell’opera agli utenti su terminali dedicati e non rientrano, pertanto, nel diritto di comunicazione su terminali dedicati, tanto più che sono effettuati da singoli individui e non dalla biblioteca medesima. La Corte aggiunge, tuttavia, che gli Stati membri possono, entro i limiti e alle condizioni fissate dalla direttiva, prevedere un’eccezione o una limitazione al diritto esclusivo di riproduzione dei titolari dei diritti e permettere così agli utenti di una biblioteca di stampare le opere su carta o di memorizzarle su una chiave USB a partire da terminali dedicati. A tal fine, è necessario in particolare che venga corrisposto ai titolari dei diritti un equo compenso. In tal senso si era espresso, all'inizio del giugno scorso, l'avvocato generale della Corte di Giustizia Europea Niilo Jääskinen. Immagine in home page: Sicilia24h.it 11 settembre 2014
  • Class action, SS. UU. Cassazione: "La competenza è del giudice ordinario"

    In tema di class action come previste dal codice del consumo la competenza spetta al giudice ordinario. È quanto affermano in sostanza le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione rigettando il ricorso della Trenord, società che opera nel settore del trasporto ferroviario e destinataria di un esposto dell'associazione dei consumatori Altroconsumo. "L'utente di un servizio pubblico - si legge nella sentenza - non è sottratto alla normativa di carattere generale riguardante la tutela del consumatore, ed ha conseguentemente diritto di rivolgersi al giudice ordinario volta che il rapporto giuridico non si instaura, indistintamente, tra gli utenti del servizio pubblico e l'ente erogatore, ma tra gli stessi utenti e il soggetto privato che si assume inadempiente in relazione al corrispondente contratto di trasporto pubblico nella sua fase attuativa".

    I nuovi diritti dei consumatori

    5 ottobre 2015