DIMT.IT - corte

  • I nuovi diritti dei consumatori alla prova della negoziazione assistita D.Lgs. n. 21/2014 e D.L. n. 132/2014 a confronto - Roma, 10 ottobre 2014

    Sarà la Sala Europa della Corte d'Appello Penale di Roma ad ospitare, nel pomeriggio del prossimo 10 ottobre, il convegno "I nuovi diritti dei consumatori alla prova della negoziazione assistita. D.Lgs. n. 21/2014 e D.L. n. 132/2014 a confronto". Nell'occasione sarà presentato il volume edito da Giappichelli “I nuovi diritti dei consumatori“, a cura del Professor Alberto Gambino e dell'Avv. Gilberto Nava. Nuovi diritti consumatori commentario nava gambino LEGGI Consumatori sul Web, un viaggio tra norme, tutele e diritti
  • Il diritto all’oblio su Internet dopo la sentenza Google Spain - Giorgio Resta e Vincenzo Zeno-Zencovich (a cura di)

    [caption id="attachment_16376" align="alignright" width="200"]Curatore: Giorgio Resta e Vincenzo Zeno-Zencovich Editore: RomaTrE-Press Data di pubblicazione: aprile 2015 Pagine: 362 p. ISBN: 978-88-97524-27-4 Curatore: Giorgio Resta e Vincenzo Zeno-Zencovich
    Editore: RomaTrE-Press
    Data di pubblicazione: aprile 2015
    Pagine: 362 p.
    ISBN: 978-88-97524-27-4[/caption] Il volume costituisce un commentario a tutto tondo della epocale sentenza della Corte di Giustizia UE nel caso noto come Google Spain. La decisione viene analizzata da quattordici esperti della materia nelle prospettive di diritto costituzionale, di diritto privato, del diritto internazionale privato, del diritto penale, delle relazioni internazionali, tenendo sempre in mente i riflessi che essa avrà, in generale, sulle attività sulla rete. Gli Autori evidenziano potenzialità e criticità della sentenza ed i vari aspetti, anche pratici, che deriveranno dalla sua attuazione e come sotto la accattivamente formula del "diritto all'oblio" vi siano questioni e prospettive ben più complesse.

    Consulta la pubblicazione

  • Il giudice nazionale può rideterminare il contenuto della clausola abusiva essenziale applicando una disposizione di diritto nazionale di natura suppletiva

    di Alessandro D'Adda [*] Con la pronuncia del 30 aprile 2014 nella causa C–26/13 Kásler/OTP Jelzálogbank Zrt  la Corte di giustizia dell’Unione europea interviene nuovamente, tra l’altro, sull’interpretazione dell’art. 6, paragrafo 1 della direttiva 93/13 in tema di clausole abusive nei contratti stipulati tra professionisti e consumatori – per cui la clausola non vincola i contraenti mentre il contratto “resta vincolante per le parti secondo i medesimi termini” – prendendo posizione sulla sorte del contratto depurato della clausola abusiva. Se è vero che la direttiva, e le legislazioni nazionali di recepimento (da noi oggi l’art. 36 cod. cons.), hanno previsto un congegno di nullità parziale necessaria che – in deroga alla disciplina comune della nullità parziale: da noi l’art. 1419 c.c. – impone in via “automatica” la conservazione per il resto del contratto, i problemi degli effetti della caducazione della clausola abusiva sono, ad un’indagine non di superficie, assai delicati. Ci si deve infatti chiedere che cosa significhi, operativamente, conservazione per il resto del contratto. Più in particolare, obliterata la clausola abusiva, resta da capire come deve essere regolata la materia che il patto nullo intendeva disciplinare; quando poi la clausola abusiva rappresenti un elemento essenziale del contratto – si tratta proprio della vicenda oggetto della sentenza Kásler in commento – il tema si fa ancor più delicato, perché il negozio, privato della clausola, non potrebbe conservarsi per ragioni di struttura, a meno di ricorrere a strumenti che consentano di colmare la lacuna. Del resto, a quest’ultimo riguardo, la stessa direttiva 93/13 non ignora affatto il problema, precisando con certo realismo, nella parte finale dell’art. 6, che il contratto, obliterata la clausola abusiva, “resta vincolante per le parti secondo i medesimi termini, sempre che esso possa sussistere senza le clausole abusive”. Ma vediamo più nel dettaglio come si possono configurare gli effetti della nullità parziale necessaria, tenendo conto che le soluzioni prospettabili variano in dipendenza della natura (o meglio della struttura) della clausola dichiarata abusiva. In primo luogo si può ipotizzare il caso in cui la clausola abusiva deroghi ad una disciplina dispositiva “di portata generale” che regola una certa materia. Qui la clausola inibisce la produzione degli effetti legali “naturali” e la sua caducazione comporta che la regola legale, “compressa” dalla pattuizione negoziale, automaticamente “si riespanda”. Così l’accertamento della invalidità della clausola abusiva che regola una penale eccessiva comporta l’applicazione dell’ordinario regime della responsabilità per inadempimento; e lo stesso accade quando ad essere reputata vessatoria sia una clausola di esonero o di limitazione della responsabilità (che, come noto, nel settore dei contratti con i consumatori è di regola invalida, perché vessatoria, oltre i limiti ordinari posti, nel nostro sistema, dall’art 1229 c.c.). Anche la Corte di Giustizia (sentenza Asbeek Brusse del 30 maggio 2013, causa C- 488/11) ha avuto modo,  proprio con riferimento ad un contratto di locazione contemplante una clausola penale reputata eccessiva, di accedere all’esito descritto: se l’art. 6 della direttiva impone la pura disapplicazione della clausola (perché nulla, inefficace, reputata non scritta a seconda dello strumento tecnico utilizzato nei diversi ordinamenti) in casi come quelli esaminati l’effetto che ne segue è l’operare delle regole ordinarie della responsabilità contrattuale. La decisione ha peraltro corollari certamente consumer oriented: nel caso deciso dalla pronuncia l’applicazione delle regole ordinarie di responsabilità è alternativa – e preferita – alla riduzione della clausola penale; tecnica quest’ultima legittima (si pensi al nostro art. 1384 c.c.) ma non nei contratti tra professionisti e consumatori. Perché, ci dice la Corte di giustizia, l’art. 6 della direttiva 93/13 prescrive la “conservazione secondo i medesimi termini” e con ciò non consentirebbe al giudice nazionale di limitarsi a ridurre la clausola penale; rimedio questo reputato troppo poco disincentivante l’apposizione della clausola abusiva. Nelle fattispecie evocate non si pongono allora dubbi circa l’operare della disciplina dispositiva quale effetto normale ed automatico della caducazione della clausola abusiva. Ma talora le caratteristiche “strutturali” della clausola abusiva caducata complicano le cose. Si pensi alla nullità della clausola con cui le parti pattuiscono interessi nulli perché reputati abusivi in ragione del loro ammontare  eccessivo. Qui diversi sono gli effetti della nullità parziale prospettabili: si può ipotizzare (i) che la caducazione della clausola comporti l’applicazione della disciplina dispositiva, e quindi l’applicazione degli interessi legali; (ii) che, caduto il patto, nulla sia più dovuto a titolo di interessi; (iii) che – ed è quel che talune discipline nazionali prevedono – il giudice sia autorizzato a rideterminare, nei limiti di una congruità “non abusiva” gli interessi (soluzione, questa, omogenea a quella scartata dalla menzionata pronuncia Asbeek Brusse con riferimento alla riduzione della penale). Ora, anche su tali alternative la Corte di Giustizia (sentenza 14 giugno 2012, Banco español de crédito/Calderón Camino, C – 618/10) ha avuto modo di dire la sua. La pronuncia era chiamata a valutare – la fattispecie sottoposta al giudice del rinvio aveva ad oggetto proprio gli effetti della caducazione del patto contemplante interessi in misura ritenuta abusiva – la compatibilità con l’art. 6 della direttiva della disciplina del “codice del consumo” spagnolo (art. 83 Real decreto legislativo 1/2007, Ley General para la Defensa de los Consumidores y Usuarios ) che – precisato che “la parte del contratto colpita da nullità è integrata conformemente all’articolo 1258 del codice civile e al principio di buona fede oggettiva” – attribuisce al giudice “poteri di moderazione rispetto ai diritti e obblighi delle parti, nel caso di sopravvivenza del contratto” così legittimandolo di fatto alla sostituzione della clausola invalida con la regola dispositiva ovvero con propria determinazione di riduzione “nei limiti della non abusività”. La posizione della Corte è anche in questo caso perplessa quanto alla riduzione giudiziale del patto, considerando che una simile soluzione non disincentiverebbe il professionista – che al massimo vedrebbe ricondotto il contratto entro limiti non abusivi – dall’imporre pattuizioni vesstaorie. Ma la soluzione della Banco español de credito va oltre: non solo, come per l’Asbeek Brusse, il diritto comunitario precluderebbe la riduzione giudiziale del patto abusivo; di più non sarebbe coerente con la direttiva 93/13 neppure l’applicazione della disciplina dispositiva, se esistono soluzioni ancora più favorevoli per il consumatore. Insomma, la direttiva, nel prevedere tout court la caducazione del patto, imporrebbe non l’applicazione della disciplina dispositiva derogata (gli interessi legali), ma, piuttosto, che nessun interesse sia dovuto. Una siffatta soluzione non persuade (per più ampie considerazioni critiche rinvio a D’Adda, Giurisprudenza comunitaria e massimo effetto utile per il consumatore: nullità (parziale) necessaria della clausola abusiva e integrazione del contratto, in I contratti, 2013, 16 e ss.; sulla questione di recente v. anche R. Alessi, Clausole vessatorie, nullità di protezione e poteri del giudice: alcuni punti fermi dopo le sentenze Jőrös e Asbeek Brusse, in www.juscivile.it, 2013; Pagliantini, La tutela del consumatore nell’interpretazione delle Corti, Torino, 2012, p. 192 e ss. D’Amico, L’integrazione cogente del contratto mediante diritto dispositivo, in D’Amico – Pagliantini (a cura di), Nullità per abuso ed integrazione del contratto, Torino, 2013, p. 230 e ss.). La trasformazione del mutuo da oneroso a gratuito, non è, infatti, l’ordinario effetto della “pura” nullità parziale bensì, al contrario, una soluzione sanzionatoria per il professionista che va ben oltre la tecnica, di obliterazione dell’abuso, cui pare ispirata la disciplina della direttiva 93/13. E che, a mio parere, è legittima solo se fondata su scelte del legislatore specifiche ed ulteriori rispetto a quelle che “si limitano” ad imporre la caducazione parziale con conservazione del contratto “secondo i medesimi termini” (una siffatta scelta sanzionatoria specifica, come noto, si rinviene in Italia all’art. 1815 c.c. – per come modificato nel 1996 – a tenore del quale il patto usurario è nullo “e non sono dovuti interessi”, nemmeno nella misura legale, come invece disponeva il testo previgente). Insomma, mi pare che l’applicazione della disciplina dispositiva abusivamente derogata costituisca la soluzione di gran lunga preferibile, sia sotto il profilo della sua giustificazione “tecnica” sia per l’equilibrio degli esiti operativi che assicura. Non solo quando la riespansione della disciplina dispositiva opera in via automatica (come nella fattispecie di clausola penale eccessiva presa in considerazione dalla sentenza Asbeek Brusse),  ma anche quando, come nella vicenda degli interessi abusivi, sia dato prospettare una pluralità di effetti della caducazione della clausola abusiva. Su queste premesse, si può allora affrontare in modo consapevole l’esame della recentissima sentenza Kásler/OTP Jelzálogbank Zrt del 30 aprile 2014 la quale, come si è accennato, si interroga su di un’ulteriore applicazione dell’integrazione del contratto depurato dalla clausola abusiva. Pronunciandosi sulla idoneità della disciplina dispositiva a colmare le lacune generate dalla caducazione  di una clausola del contratto essenziale, perché regolante le prestazioni dovute dalle parti (nel caso di specie la clausola determinava l’ammontare della rata mensile dovuta dal mutuatario al finanziatore, ed è reputata abusiva perché faceva dipendere l’ammontare di una rata in fiorini ungheresi, per la restituzione di  un finanziamento corrisposto in fiorini ungheresi, dal tasso di cambio, calcolato alla scadenza di ogni singola rata, tra fiorino e franco svizzero, pur in assenza di qualsivoglia prestazione di servizi di cambio; e ciò evidentemente al fine di assicurare alla banca – in un contesto di svalutazione del fiorino - un lucro ulteriore). Ora, in tali ipotesi, a differenza di quelle sin qui esaminate, l’obliterazione del patto non comporta “riespansioni” più o meno automatiche della disciplina dispositiva derogata. In via logica, al contrario, la caducazione della clausola – che regola il corrispettivo dovuto dal mutuatario – potrebbe determinare la nullità totale del contratto, travolto dalla perdita di un proprio elemento essenziale Un conto infatti, sotto il profilo insieme concettuale ed operativo, è la obliterazione di una clausola che non compromette la tenuta strutturale del negozio: il contratto, salvo per il resto, semplicemente si rimodulerà secondo la disciplina dispositiva abusivamente derogata. Ma quando a “venir meno” è una pattuizione essenziale,  allora il profilo degli effetti della caducazione si configura diversamente: e qui l’alternativa è tra nullità dell’intero contratto ed integrazione – che questa volta non è l’effetto dell’automatica riespansione della disciplina derogata – mediante misure che consentano di colmare la lacuna lasciata dalla caducazione (sulla distinzione tra queste fattispecie sia permesso rinviare a D’Adda, Nullità parziale del contratto e tecniche di adattamento, Padova, 2008, p. 272 e s.). Si tratta però di capire se un simile atteggiarsi della tecnica integrativa sia prospettabile in assenza di discipline legali che legittimino espressamente una simile integrazione cogente. Ovvero se, in tali casi, sia più coerente con la salvaguardia dell’autonomia privata la nullità totale del contratto. In prima battuta, l’inciso finale dell’art. 6 della direttiva 93/13, che come visto subordina la salvezza del contratto alla circostanza che il contratto “possa sussistere senza le clausole abusive”, potrebbe indurre a concludere nel senso della caducazione dell’intero contratto. Soluzione questa che potrebbe apparire coerente anche con le altre evocate pronunce della Corte di giustizia in tema di effetti della nullità parziale, che come si è visto ripudiano la correzione giudiziale (e nel caso della sentenza Banco español de credito fors’anche la correzione dispositiva). La sentenza Kásler perviene invece ad un esito diverso, ritenendo che alla caducazione del patto regolante il corrispettivo dovuto dal mutuatario debba seguire l’applicazione della disciplina suppletiva che consente di rideterminare detto corrispettivo in termini non abusivi (che nel caso di specie consentirebbe di non porre a carico del mutuatario le oscillazioni del cambio fiorino franco svizzero in assenza di qualsivoglia servizio di cambio). La presa di posizione della Corte è davvero importante. In primo luogo perché fornisce una risposta autorevole ad un interrogativo che da sempre la disciplina delle clausole vessatorie nei contratti con i consumatori solleva: quella della sorte del contratto nel caso di nullità di una clausola essenziale. In secondo luogo perché – confermando quel che già implicitamente si poteva inferire dalla sentenza Asbeek Brusse –   supera le segnalate ambiguità della pronuncia Banco español de credito (che riteneva la pura caducazione prevalere sull’integrazione dispositiva con interessi legali), i cui esiti avrebbero dovuto, a rigore, suggerire una soluzione (la nullità totale) diversa. Sotto il primo profilo da tempo si discute in dottrina, per le ipotesi di invalidità di protezione in cui il fine del legislatore è la conservazione del contratto per il resto,  circa la facoltà del giudice di applicare la disciplina legale dispositiva al fine di colmare la lacuna lasciata dalla caducazione del patto. Rilevando come una tale soluzione parrebbe preferibile alla perdita dell’intero contratto, attesa la ratio delle previsioni di nullità ed i caratteri della regola dispositiva che, lungi dallo stravolgere il contratto, delinea il normale ed ordinario assetto di interessi che, in assenza di deroghe, vincola le parti di una determinata operazione. Sì che la correzione dispositiva non incorrerebbe nei rischi dell’imprevedibilità (per le parti) e dello snaturamento delle scelte dell’autonomia privata che minano altre modalità correttive, come quelle integralmente demandate alla discrezionalità giudiziale (sul punto ancora D’Adda, Nullità parziale e tecniche di adattamento del contratto, cit., p. 261 e ss.; Id. Regole dispositive in funzione «conformativa» ovvero una nuova stagione per l’equità giudiziale? in Bellavista - Plaia (a cura di), Le invalidità del diritto privato, Milano, Giuffré, 2011, p. 385 e s.). Ora, con la sentenza Kásler la Corte di giustizia, per la prima volta in modo netto, afferma che il giudice nazionale può rideterminare il contenuto della clausola abusiva essenziale applicando “una disposizione di diritto nazionale di natura suppletiva”. E ciò proprio considerando come la ratio a fondamento della nullità (o, a seconda degli ordinamenti, dell’inefficacia) della clausola vessatoria impone di attivare soluzioni che, per un verso, assicurano soluzioni prevedibili ed equilibrate e, per l’altro, consentono di evitare un esito, quello della nullità totale, che esporrebbe il consumatore “a conseguenze particolarmente dannose, talché il carattere dissuasivo risultante dell’annullamento del contratto rischierebbe di essere compromesso”. E’ proprio tale ultima considerazione della Corte di giustizia ad indurre ad una riflessione conclusiva, che consente di dare una (seppur minima) coerenza ai reiterati interventi dei giudici comunitari in tema di effetti della nullità parziale e di  integrazione dispositiva del negozio, succedutesi tra il giugno 2012 e l’aprile 2014 e che hanno sollecitano queste riflessioni. In prima battuta le soluzioni prospettate nelle tre pronunce esaminate, pur relative a clausole negoziali strutturalmente eterogenee, non paiono invero coerenti: in particolare, come visto, la Banco español de crédito sembra sbarrare il passo all’applicazione delle regole dispositive, per prediligere l’idea della pura caducazione; al contrario, la recentissima sentenza Kasler legittima la sostituzione (ad opera delle discipline legali) finanche di clausole essenziali. La corte sorvola su siffatte contraddizioni, e sulle ragioni concettuali – oltre che di equilibrio degli esiti operativi – che a mio parere dovrebbero indurre a prediligere in ogni caso – e quindi in ognuna delle fattispecie evocate – la “riespansione” della disciplina dispositiva abusivamente derogata. Ma i giudici comunitari rivendicano espressamente la coerenza delle proprie soluzioni, che troverebbero unità nell’assicurare il massimo effetto utile per il consumatore e, più in particolare, soluzioni “onerose” per il professionista che lo disincentivino ad imporre nel regolamento negoziale clausole abusive. Così la clausola penale non andrà ridotta ma obliterata (con applicazione di regola dispositiva); il patto sugli interessi abusivo non andrà ridotto né andranno applicati gli interessi legali, ma il mutuo da oneroso diverrà gratuito; infine, se caducata è una clausola essenziale, la nullità totale dovrà essere evitata, questa volta mediante applicazione della disciplina suppletiva (se sussistente). Con il che la finalità di tutela risulta assorbente di ogni ragione di coerenza tecnica, che tuttavia, anche nella prospettiva del diritto comunitario, non sembra poter essere del tutto obliterata. Sicché se la pronuncia Kásler merita adesione, il quadro complessivo delineato dalla Corte di giustizia in tema di effetti della caducazione parziale è solo in parte convincente: meglio sarebbe stato assicurare in ogni caso soluzioni (come nelle pronunce Asbeek Brusse e Kásler) che, per un verso, salvaguardano la ratio di tutela sottesa alla direttiva 93/13 disincentivando pattuizioni abusive; ma, nel contempo, assicurano soluzioni equilibrate sul piano empirico e fondate (nonché tra loro coerenti) sul piano logico sistematico. [*] Università Cattolica di Milano LEGGI la massima della sentenza 21 maggio 2014
  • Il reato di molestia alle persone realizzato in ambiente Facebook: l’interpretazione della Cassazione con la sentenza n. 37596/2014

    di Francesco Mazara Grimani (via MediaLaws) Merita sicuramente attenzione la recentissima pronuncia della I Sezione Penale della Corte di Cassazione, depositata il 12 settembre 2014, che ha affermato rilevanti principi in tema di social network, soprattutto con riferimento alla definizione di luogo pubblico da un punto di vista penalistico. Con la sentenza di cui si tratta, i Supremi Giudici si sono trovati ad affrontare un caso di molestie e disturbo alla persona di cui all’art. 660 c.p.; nel caso in esame la persona offesa, redattrice di un’emittente televisiva, veniva importunata ripetutamente con continui apprezzamenti volgari a sfondo sessuale sia presso la redazione in cui prestava la sua attività lavorativa, sia mediante l’uso di commenti sul proprio profilo Facebook. La Corte di Appello di Firenze aveva dichiarato l’imputato colpevole del reato a lui ascritto, ritenendo la fattispecie di reato p. e p. dall’art. 660 c.p. integrata dai messaggi inviati sotto pseudonimo tramite internet sulla pagina Facebook della vittima. Tale pagina veniva considerata dai Giudici d’Appello come una vera e propria “community aperta, evidentemente accessibile a chiunque”. Investita dalla questione, la Cassazione ha per la prima volta operato una distinzione, ai fini della definizione di spazio pubblico con specifico riferimento al popolare social network, tra gli apprezzamenti rivolti alla persona offesa inseriti direttamente sulla pagina della stessa leggibile da parte di tutti gli utenti ( il cd. “diario”), o diversamente nella parte destinata alla messaggeria, che può essere visualizzabile soltanto dal destinatario dei messaggi suddetti. La Suprema Corte ha stabilito che soltanto nel primo caso può ricorrere il requisito di pubblicità delle molestie, necessario per integrare la contravvenzione di cui all’art. 660 c.p., e non invece laddove tali molestie vengano perpetrate tramite messaggi privati. Quindi, fermo restando il carattere di Facebook quale “piazza immateriale”, che consente un numero indeterminato di accessi e di visioni in relazione ai contenuti multimediali che su tale social network vengono caricati, la sentenza della Cassazione afferma per la prima volta la necessità di operare una distinzione tra la pagina dell’iscritto a Facebook in cui sono pubblicate le frasi che gli sono destinate, ed il servizio di messaggeria individuale. 24 settembre 2014
  • Il sequestro preventivo di testate giornalistiche online nei casi di presunta diffamazione: si pronunciano le Sezioni Unite

    SSUU 31022/2015 La testata giornalistica telematica – assimilabile a quella tradizionale – rientra nel concetto di “stampa” e soggiace alla normativa, di rango costituzionale e di livello ordinario, che disciplina l’attività di informazione professionale diretta al pubblico; il giornale online, così come quello cartaceo, non può essere oggetto di sequestro preventivo tranne nei casi previsti dalla legge: tra essi non figura l’ipotesi del reato di diffamazione. Con la sentenza n. 31022/2015 le Sezioni Unite si pronunciano su due questioni di diritto strettamente connesse tra loro: a) la prima, di carattere generale, concernente la possibilità di disporre il sequestro preventivo di risorse telematiche per contrastare reati commessi in internet, “posto che la cautela si risolverebbe non nella materiale apprensione della cosa pertinente al reato, bensì nell'imposizione all'indagato o all'imputato o a terzi di un tacere, consistente nel compimento delle operazioni tecniche necessarie per "oscurare" e rendere, quindi, inaccessibile agli utenti, ove ne ricorrano i presupposti, un intero sito o una pagina web”; b) risolta positivamente la prima questione, quella ulteriore dell'ammissibilità del sequestro preventivo della pagina web di una testata giornalistica telematica debitamente registrata, in caso di diffamazione. Massima: Monica La Pietra 31 agosto 2015
  • Intel, il Tribunale Ue conferma la multa record da 1 miliardo per abuso di posizione dominante su mercato processori

    Il Tribunale dell'Unione Europea ha confermato l’ammenda di 1,06 miliardi di euro inflitta a Intel per aver abusato della sua posizione dominante sul mercato dei processori x86 tra il 2002 e il 2007, respingendo interamente il ricorso presentato contro la decisione della Commissione del 13 maggio 2009. L'ammenda al produttore americano di microprocessori era stata inflitta per aver abusato della sua posizione dominante sul mercato dei processori x86, in violazione delle regole di concorrenza dell’Unione europea e dello Spazio economico europeo (SEE). La Commissione aveva altresì ordinato a Intel di porre immediatamente fine all'infrazione, qualora non lo avesse già fatto. Secondo la Commissione, Intel ha abusato della sua posizione dominante sul mercato mondiale dei processori x86 nel periodo tra l’ottobre 2002 e il 2007, mettendo in atto una strategia volta a estromettere dal mercato il suo unico concorrente effettivo, Advanced Micro Devices, Inc. (AMD). Lo scenario I microprocessori utilizzati nei computer possono essere suddivisi in due categorie, segnatamente i processori x86 e i processori basati su un’altra architettura. L'architettura x86 è uno standard sviluppato da Intel per i suoi microprocessori, che serve al funzionamento dei sistemi operativi Windows e Linux. Windows è principalmente connesso all’insieme delle istruzioni x86. Prima del 2000, vi erano vari produttori di processori x86, ma la maggior parte di essi è sparita dal mercato. La Commissione aveva ritenuto che Intel occupasse una posizione dominante in quanto deteneva circa il 70%, o più, delle quote di mercato ed era estremamente difficile per i concorrenti accedere e svilupparsi sul mercato a causa del carattere irrecuperabile degli investimenti nella ricerca e sviluppo, nella proprietà intellettuale e negli impianti di produzione. Stante la sua forte posizione dominante, Intel sarebbe stato un fornitore di processori x86 imprescindibile, non avendo i clienti altra scelta che quella di rifornirsi presso tale società per soddisfare una parte del loro fabbisogno. Ad avviso della Commissione, l’abuso era caratterizzato da varie misure adottate da Intel nei confronti dei propri clienti (produttori di computer) e del rivenditore europeo di dispositivi microelettronici Media-Saturn-Holding. Intel ha applicato a quattro importanti produttori di computer (Dell, Lenovo, HP et NEC) sconti condizionati al fatto che questi si rifornissero dalla stessa per tutto, o quasi tutto, il loro fabbisogno di processori x86. Allo stesso modo, Intel ha accordato pagamenti a Media-Saturn sottoposti alla condizione che quest’ultima vendesse esclusivamente computer dotati di processori x86 di Intel. Secondo la Commissione, tali sconti e pagamenti avrebbero garantito la fedeltà dei quattro produttori sopra menzionati e di Media-Saturn riducendo, in misura significativa la capacità dei concorrenti di Intel di competere grazie ai meriti dei loro processori x86. Il comportamento anticoncorrenziale di Intel avrebbe quindi contribuito a ridurre la scelta offerta ai consumatori nonché gli incentivi all’innovazione. Inoltre, Intel ha accordato a tre produttori di computer (HP, Acer e Lenovo) pagamenti subordinati alla condizione che essi differissero o annullassero il lancio di prodotti dotati di processori di AMD e/o ne limitassero la distribuzione. La sanzione In applicazione degli orientamenti del 2006, la Commissione aveva così stabilito l’ammenda inflitta a Intel in 1,06 miliardi di euro. Si tratta dell’ammenda più ingente che sia mai stata inflitta dalla Commissione a una singola società nell’ambito di un’infrazione alle regole di concorrenza. Detto importo è stato determinato sulla base del valore delle vendite di processori x86 fatturate da Intel a società con sede nel territorio del SEE durante l’ultimo anno dell’infrazione (3 876 827 021 euro nel 2007). La Commissione ha poi determinato una percentuale di tale valore in funzione della gravità dell’infrazione (il 5%) prima di moltiplicarla per il numero di anni dell’infrazione (cinque anni e tre mesi, da cui risulta un fattore del 5,5). Il Tribunale dichiara oggi che nessuno degli argomenti dedotti da Intel consente di affermare che l’ammenda inflitta sia sproporzionata. Al contrario, si deve ritenere che tale ammenda sia adeguata alle circostanze del caso in esame. Il Tribunale osserva, in particolare, che la Commissione ha fissato la percentuale del valore delle vendite determinata in base alla gravità nella misura del 5%, che si colloca nella fascia bassa della scala, la quale può arrivare fino al 30%8. Peraltro, l’ammenda equivale al 4,15% del fatturato annuo di Intel, quindi si colloca al di sotto del tetto massimo previsto del 10%. La sentenza Il Tribunale, nel respingere l'intero ricorso di Intel, dichiara, in particolare, che gli sconti applicati a Dell, HP, NEC e Lenovo sono sconti di esclusiva. Sconti di questo tipo – ove siano accordati da un’impresa in posizione dominante sono incompatibili con l’obiettivo di una concorrenza non falsata nel mercato comune. Infatti, salvo circostanze eccezionali, essi non si basano su una prestazione economica idonea a giustificare un tale vantaggio finanziario, ma mirano a sopprimere o a restringere la possibilità per l’acquirente di scegliere liberamente le proprie fonti di approvvigionamento e a bloccare l’accesso al mercato agli altri produttori. Questo tipo di sconto, a detta del Tribunale, costituisce un abuso di posizione dominante qualora non sussista alcuna giustificazione obiettiva per la sua applicazione. Gli sconti di esclusiva accordati da un’impresa in posizione dominante sono, per loro stessa natura, idonei a restringere la concorrenza e ad estromettere i concorrenti dal mercato. Pertanto, non è necessario dimostrare la loro capacità di restringere la concorrenza caso per caso alla luce delle circostanze della singola fattispecie. A tal riguardo, il Tribunale osserva che, per presentare un’offerta attraente, un concorrente deve offrire al cliente di Intel non solo condizioni vantaggiose per i prodotti che esso può fornire. Tale concorrente deve anche compensare il fatto che il cliente di Intel rischia di perdere lo sconto di esclusiva per aver preferito approvvigionarsi presso di lui. Per poter presentare un’offerta attraente, il concorrente deve pertanto ripartire, sulla sola quota che esso è in grado di proporre al cliente, lo sconto accordato da Intel per la totalità o la quasi totalità del fabbisogno del cliente (ivi incluso il fabbisogno che Intel, in quanto fornitore imprescindibile, è la sola in grado di soddisfare). Dato che gli sconti di esclusiva accordati da un’impresa in posizione dominante sono, per loro stessa natura, idonei a restringere la concorrenza, la Commissione non era obbligata, contrariamente a quanto sostiene Intel, a procedere a una valutazione delle circostanze del caso in esame al fine di dimostrare che gli sconti avessero, in concreto o potenzialmente, l’effetto di estromettere i concorrenti dal mercato. Di conseguenza, il Tribunale afferma che non è necessario esaminare, sulla base del criterio noto in inglese come as efficient competitor test, se la Commissione abbia correttamente verificato l’idoneità degli sconti ad estromettere un concorrente tanto efficiente quanto Intel. In concreto, un criterio di questo tipo è volto a determinare il prezzo al quale un concorrente efficiente quanto l’impresa in posizione dominante avrebbe dovuto proporre i suoi prodotti al fine di indennizzare un cliente per la perdita dello sconto accordato dall’impresa in posizione dominante. Dato che gli sconti di esclusiva accordati da un’impresa in posizione dominante sono, per loro stessa natura, idonei a restringere la concorrenza, la Commissione non era obbligata a dimostrare, nell’ambito di un’analisi delle circostanze del caso di specie, che gli sconti accordati dall’Intel fossero idonei ad estromettere AMD dal mercato. Inoltre, anche qualora il concorrente fosse stato sempre in grado di coprire i propri costi malgrado gli sconti accordati, ciò non significherebbe che non esistevano effetti di estromissione. Infatti, il meccanismo degli sconti di esclusiva sarebbe tale da ostacolare l’accesso al mercato per i concorrenti dell’impresa in posizione dominante, anche nel caso in cui tale accesso non sia impossibile da un punto di vista economico. Riguardo ai pagamenti accordati a Media-Saturn, il Tribunale constata che si tratta dello stesso meccanismo anticoncorrenziale delle pratiche adottate nei confronti dei produttori di computer, ma a uno stadio situato più a valle nella catena di approvvigionamento. Pertanto, la Commissione non era obbligata ad esaminare, alla luce delle circostanze del caso concreto, se tali pagamenti fossero idonei a restringere la concorrenza. Essa doveva soltanto dimostrare che Intel aveva concesso un incentivo finanziario soggetto a una condizione di esclusiva. Il Tribunale ritiene che, anche supponendo che la Commissione fosse obbligata a dimostrare caso per caso l’idoneità degli sconti e dei pagamenti di esclusiva accordati a Dell, HP, NEC, Lenovo e Media-Saturn a restringere la concorrenza, essa ha dimostrato tale idoneità in modo adeguato nell’ambito del suo esame delle circostanze del caso di specie. Quanto ai pagamenti effettuati in favore di HP, Acer e Lenovo allo scopo di ritardare, di annullare o di restringere la distribuzione di alcuni prodotti dotati di processori AMD, il Tribunale afferma che essi erano tali da ostacolare l’accesso di AMD al mercato. Esso dichiara altresì che Intel ha perseguito un oggetto anticoncorrenziale, dato che il solo interesse che può avere un’impresa in posizione dominante ad impedire in modo mirato la distribuzione di prodotti che incorporano il prodotto di un determinato concorrente è quello di nuocere a tale concorrente. Pratiche di questo tipo non rientrano, ovviamente, in una concorrenza basata sui meriti. Tali pratiche, denominate dalla Commissione restrizioni allo scoperto, rappresentano un abuso di posizione dominante. Riguardo alla questione se la Commissione fosse territorialmente competente, ai sensi del diritto internazionale, a sanzionare il comportamento anticoncorrenziale di Intel, il Tribunale osserva che una simile competenza può essere dichiarata sulla base tanto dell’attuazione quanto degli effetti del comportamento anticoncorrenziale all’interno dell’Unione. Il Tribunale dichiara a tal proposito che la condotta addebitata a Intel nella decisione della Commissione era tale da produrre un effetto sostanziale, immediato e prevedibile nell’ambito del SEE. La Commissione era quindi, a detta del Tribunale, competente a sanzionare detto comportamento. Il Tribunale rileva inoltre che la Commissione ha dimostrato in modo adeguato l’esistenza degli sconti di esclusiva e delle restrizioni allo scoperto oggetto della sua decisione. Esso respinge gli argomenti di Intel volti a rimettere in discussione le constatazioni a tal riguardo effettuate dalla Commissione. Peraltro, secondo il Tribunale, la Commissione ha dimostrato in modo adeguato che Intel ha tentato di occultare la natura anticoncorrenziale delle sue pratiche e ha messo in atto una strategia complessiva a lungo termine volta a bloccare l’accesso di AMD ai canali di vendita più importanti da un punto di vista strategico. 12 giugno 2014
  • Internet mobile: la direttiva "servizio universale" non stabilisce un obbligo tariffario di natura sociale per le comunicazioni e gli abbonamenti

    Corte di Giustizia Unione Europea CGUE 2La direttiva "servizio universale" [*] non stabilisce un obbligo tariffario di natura sociale per le comunicazioni e gli abbonamenti Internet mobili; per contro, devono essere offerte tariffe sociali a determinate categorie di consumatori per gli abbonamenti di telefonia e di Internet a postazione fissa. A pronunciarsi in tal senso è la Corte di Giustizia dell'Unione europea. Il caso ha origine nel 2013, quando Base Company e Mobistar, due operatori che forniscono servizi di comunicazione elettronica in Belgio, hanno proposto dinanzi alla Corte costituzionale del loro Paese un ricorso con la richiesta di annullamento del meccanismo di finanziamento previsto nella legge che traspone la direttiva in questione. Questo meccanismo impone un contributo agli operatori il cui fatturato raggiunga o superi determinate soglie, in modo da finanziare il costo netto della fornitura di condizioni tariffarie particolari ad alcune categorie di beneficiari. Le due compagnie ritenevano che l’obbligo di contribuire al finanziamento del costo netto che deriva dalla fornitura dei servizi mobili di comunicazione e di abbonamento Internet fosse contrario al diritto dell’Unione. La Corte costituzionale aveva così deciso di sottoporre delle questioni pregiudiziali alla Corte di giustizia. Essa chiedeva sostanzialmente se le tariffe speciali e il meccanismo di finanziamento previsti nella direttiva si applicassero ai servizi di comunicazione mobile e di abbonamento Internet. Nella sentenza dell'11 giugno, la Corte dichiara anzitutto che la direttiva stabilisce espressamente l’obbligo, a carico degli Stati membri, di garantire la connessione in postazione fissa a una rete di comunicazione pubblica, sottolineando che l’espressione in postazione fissa è opposta rispetto al termine mobile. Pertanto, la Corte considera che i servizi di comunicazione mobile sono, per definizione, esclusi dall’insieme minimo dei servizi universali definito dalla direttiva, poiché la loro fornitura non presuppone un accesso e una connessione in postazione fissa a una rete di comunicazione pubblica. Allo stesso modo, i servizi di abbonamento Internet mobile non rientrano in questo insieme minimo. Per contro, i servizi di abbonamento Internet sono inclusi in tale insieme nel caso in cui la loro fornitura presupponga una connessione a Internet in postazione fissa. La Corte ricorda che gli Stati membri sono liberi di considerare i servizi di comunicazione mobile, compresi i servizi di abbonamento Internet forniti attraverso servizi di comunicazione mobile, come "servizi obbligatori supplementari". In tal caso, tuttavia, non può essere prescritto un meccanismo di finanziamento di tali servizi che preveda la partecipazione di specifiche imprese. [*] La direttiva "servizio universale" (direttiva 2002/22/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 7 marzo 2002, relativa al servizio universale e ai diritti degli utenti in materia di reti e di servizi di comunicazione elettronica, GU L 108, pag. 51, come modificata dalla direttiva 2009/136/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 novembre 2009, GU L 337, pag. 11) definisce l’insieme minimo di servizi che deve essere accessibile a tutti gli utenti finali. Essa consente agli Stati membri di richiedere alle imprese designate di proporre ai consumatori opzioni o formule tariffarie speciali, in particolare per garantire che i consumatori a basso reddito o con esigenze sociali particolari non siano esclusi dall’accesso ai servizi considerati. Gli Stati membri possono ripartire il costo netto degli obblighi di servizio universale tra i fornitori di reti e di servizi di comunicazione elettronica. 12 giugno 2014
  • L’elusione del sistema di protezione di una console per videogiochi, in determinate circostanze, può essere legale

    Dalla Corte di Giustizia Europea: il produttore è protetto contro tale elusione solo qualora le misure di protezione siano dirette ad impedire l’utilizzazione di videogiochi contraffatti L'elusione del sistema di protezione di una console per videogiochi è illegale solo se i sistemi stessi hanno come obiettivo impedire l'utilizzazione di giochi contraffatti. È il senso della sentenza emessa ieri dalla Corte di Giustizia Europea, chiamata a dirimere la controversia tra Nintendo e la PC Box. Nintendo, spiega la Corte, commercializza due tipi di sistemi per videogiochi: le console portatili DS e le consolle fisse Wii. Essa installa un sistema di riconoscimento sulle console ed un codice criptato sul supporto di videogioco, il che ha l’effetto di impedire l’utilizzazione di copie illegali di videogiochi. Tali misure tecnologiche di protezione impediscono che i giochi senza codice possano essere avviati su un dispositivo Nintendo e che programmi, giochi e, più in generale, contenuti multimediali diversi da quelli di Nintendo siano utilizzati sulle console. PC Box commercializza le consolle originali di Nintendo con un software aggiuntivo costituito da applicazioni di produttori indipendenti ("homebrews"), la cui utilizzazione richiede l’installazione, sulle consolle stesse, di dispositivi di PC Box che eludono e disattivano le misure tecnologiche di protezione delle console. Nintendo ritiene che i dispositivi di PC Box siano diretti principalmente ad eludere le misure tecnologiche di protezione dei suoi giochi. PC Box considera che lo scopo di Nintendo è di impedire l’utilizzazione di software indipendenti destinati a permettere la lettura di film, video e file MP3 sulle console, sebbene tali software non consistano in una copia illegale di videogiochi. È il Tribunale di Milano, investito della controversia, a chiedere alla Corte di Giustizia di chiarire la portata della protezione giuridica di cui si può avvalere Nintendo ai sensi della direttiva sull’armonizzazione del diritto d’autore al fine di lottare contro l’elusione delle misure tecnologiche predisposte. Nella sua sentenza la Corte ricorda che i videogiochi costituiscono un materiale complesso, che comprende non solo un programma per computer, ma anche elementi grafici e sonori che, sebbene codificati nel linguaggio informatico, hanno un proprio valore creativo. In quanto creazione intellettuale del loro autore, i programmi originali per computer sono protetti dal diritto d’autore oggetto della direttiva. La direttiva obbliga gli Stati membri a prevedere una protezione giuridica adeguata contro l’elusione di qualsiasi "misura tecnologica" efficace destinata ad impedire o a limitare gli atti non autorizzati di riproduzione, di comunicazione, di messa a disposizione del pubblico o di distribuzione delle opere. La direttiva è volta unicamente a proteggere il titolare del diritto d’autore nei confronti degli atti per i quali è richiesta la sua autorizzazione. La Corte sottolinea in particolare che, conformemente all’obiettivo principale della direttiva (vale a dire l’istituzione di un livello elevato di protezione degli autori), occorre intendere la nozione di "efficaci misure tecnologiche" in un senso ampio, che comprende l’applicazione di un codice di accesso o di un procedimento di protezione (cifratura, distorsione o qualsiasi altra trasformazione dell’opera). Di conseguenza, le misure tecnologiche che sono in parte incorporate nei supporti fisici dei videogiochi e in parte nelle console e che hanno bisogno di un’interazione tra di esse rientrano nella nozione di "efficaci misure tecnologiche" ai sensi della direttiva qualora il loro obiettivo consista nell’impedire o nel limitare gli atti che arrecano pregiudizio ai diritti del titolare. La Corte constata poi che la protezione giuridica comprende esclusivamente le misure tecnologiche destinate ad impedire o ad eliminare gli atti non autorizzati di riproduzione, di comunicazione, di messa a disposizione del pubblico o di distribuzione delle opere per i quali è richiesta l’autorizzazione del titolare di un diritto d’autore. Tale protezione giuridica deve rispettare il principio di proporzionalità senza vietare i dispositivi o le attività che hanno, sul piano commerciale, una finalità o un’utilizzazione diversa dall’elusione della protezione tecnologica a fini illeciti. La Corte sottolinea che non si deve valutare la portata della protezione giuridica delle misure tecnologiche in funzione dell’utilizzazione delle console definita dal titolare dei diritti d’autore, ma che si devono piuttosto esaminare i dispositivi previsti per l’elusione delle misure di protezione, tenuto conto dell’uso che i terzi effettivamente ne fanno. La Corte invita quindi il giudice del rinvio a verificare se altre efficaci misure di protezione possano causare minori interferenze con le attività dei terzi o minori limitazioni di tali attività, pur fornendo una protezione analoga per i diritti del titolare. A tal fine, il giudice del rinvio potrà tener conto del costo dei diversi tipi di misure tecnologiche, degli aspetti tecnici e pratici della loro attuazione nonché della comparazione della loro rispettiva efficacia per quanto riguarda la protezione dei diritti del titolare, restando inteso che tale efficacia non deve essere assoluta. Il giudice del rinvio può altresì esaminare se i dispositivi di PC Box siano frequentemente utilizzati per la lettura di copie non autorizzate di giochi Nintendo su console Nintendo o se, al contrario, essi siano piuttosto utilizzati a fini che non violano il diritto d’autore. 24 gennaio 2014
  • La Cassazione penale e il diritto alla riservatezza ed integrità dei sistemi informatici. Un primo approccio?

    di Giorgio Giannone Codiglione Con sentenza n. 27100 resa lo scorso 26 maggio, la sesta sezione penale della Suprema Corte di Cassazione si è pronunciata sulla liceità dell’utilizzo dei c.d. captatori informatici nelle attività di intercettazione d’urgenza telematica. Attraverso l’utilizzo di software autoinstallanti, è infatti possibile accedere da remoto ai terminali fissi (personal computer) o mobili (smartphone, tablet) in possesso di ignari cittadini con lo scopo di raccogliere le informazioni presenti in memoria (ad es. i metadati sul traffico telefonico in entrata ed uscita) o, ancora, di effettuare registrazioni audio e video attivando le videocamere e i microfoni incorporati nei terminali stessi, senza l’ausilio di alcun dispositivo “esterno” (microspie, registratori, telecamere di sorveglianza). Proprio su quest’ultima tecnica  si è concentrata la S.C., delineando un quadro interpretativo attento a contemperare l’efficienza e l’efficacia delle attività inquirenti e la tutela delle libertà costituzionali di riservatezza e segretezza delle comunicazioni. Quanto all’attività di registrazione audio a distanza, gli ermellini hanno rilevato che l’art. 266, secondo comma, c.p.p. contempli l’ipotesi di intercettazione c.d. ambientale facendo riferimento alle comunicazioni “tra presenti”, limitandone così l’estensione ad ambienti e luoghi ben definiti ed indicati puntualmente all’atto dell’emanazione del provvedimento autorizzatorio. Al contrario, la captazione ubiquitaria dei dialoghi tenuti dall’indagato nel corso dell’intera giornata, favorita dallo sfruttamento delle periferiche in dotazione a tutti i dispositivi mobili, contrasta con tale limite, imposto in primo luogo dall’art. 15 Cost., secondo cui la deroga al principio di inviolabilità della libertà e della segretezza delle comunicazioni è concessa solo “per atto motivato dell'autorità giudiziaria e con le garanzie stabilite dalla legge”. Con riferimento alle videoriprese da remoto, è stata altresì adottata un’interpretazione restrittiva, basata sul presupposto che le videoregistrazioni in luoghi pubblici, o aperti o esposti al pubblico, effettuate dalla p.g. “vanno incluse nella categoria delle prove atipiche, soggette alla disciplina dettata dall'art. 189 c.p.p.,” e non possono essere espletate in ambito domiciliare (per cui sono illecite ed inutilizzabili) e, ancora, qualora esse coinvolgano il diritto alla riservatezza dell’indagato, possono essere ammesse solo con provvedimento motivato. La sentenza in commento – nel colpevole silenzio del legislatore – ha il pregio di adeguare il dato normativo all’incessante evoluzione tecnologica, garantendo un livello – seppur minimo – di tutela delle libertà individuali nelle ipotesi di attività investigativa svolta attraverso l’uso di software autoinstallanti di captazione informatica (i cc.dd. Trojan di Stato), rimarcando altresì il fondamentale compito di “filtro” demandato all’autorità giudiziaria. L’indirizzo seguito dalla S.C., basato su una interpretazione estensiva dei princìpi di cui agli artt. 14 e 15 Cost., pare contemplare – seppur solo in parte – l’innovativa posizione sostenuta già nel 2008 dal Bundesverfassungsgericht[1] In quella sede, la Corte costituzionale tedesca ha reputato illegittime alcune norme federali sul monitoraggio e l’accesso segreto ai sistemi tecnologici con software spia. Partendo da un’approfondita rassegna degli artt. 10 e 13 del Grundgesetz (sulla segretezza delle comunicazioni e l’inviolabilità della dimora) e del c.d. diritto all’autodeterminazione informativa (recht auf informationelle Selbstbestimmung) coniato per via giurisprudenziale da una lettura del combinato disposto di cui agli artt. 2.1 e 1.1 GG [2], il BVerfG si è spinto sino ad affermare il nuovo diritto fondamentale riservatezza ed integrità dei sistemi tecnologici di informazione (Gewährleistung der Vertraulichkeit und Integrität informationstechnischer Systeme), posto a protezione di quei dispositivi che «da soli, o nella loro interconnessione, possano contenere dati personali dell’interessato tali che l’accesso al sistema faciliti l’ingerenza di terzi in ambiti rilevanti della propria vita o sveli frammenti della propria personalità» [3]. Note [1] BVerfG, 27 febbraio 2008 – 1 BvR 370/07 - 1 BvR 597/07, in Comp. e dir. civ. (http://www.comparazionedirittocivile.it/prova/files/gs_20080227.pdf). [2] BVerfG, 15 dicembre 1983 - 1 BvR 209/83, in NVwZ,1984, 167 [3] Sul tema v.  S. Rodotà, Il diritto di avere diritti, Bari-Roma, 2012, p. 316 ss. Sia inoltre consentito il rinvio a S. Sica – G. Giannone Codiglione, La libertà fragile, Napoli, 2014, spec. pp. 35-43. 1 agosto 2015
  • La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo “censura” la data retention del CED

    di Francesco Mazara Grimani (via MediaLaws) Il Ced del Ministero dell’interno è una banca dati in uso alle Forze di Polizia italiane; è disciplinata dalla Legge n. 121 del 1981, che prevede, agli artt. 8 e ss., la tipologia di dati e le modalità organizzative di tale strumento, anche definito come Sistema Informativo Interforze della Direzione Centrale di Polizia Criminale. Nel Ced vengono quindi acquisite notizie risultanti da documenti conservati dalla Pubblica Amministrazione, da sentenze o provvedimenti dell’Autorità Giudiziaria, da atti concernenti l’istruzione penale o di indagini di polizia; possono essere altresì acquisiti anche dati in possesso di altri corpi di polizia di paesi UE. La finalità di tale raccolta è costituita dall’organizzazione e dalla pianificazione dei servizi d’ordine e di sicurezza pubblica. Per quanto concerne gli accessi ed i controlli, l’accesso al Ced è riservato ex art. 9 della Legge 121/1981 ad ufficiali ed agenti di pubblica sicurezza e di p.g. per le finalità sopra descritte, mentre il controllo ed il rispetto delle garanzie dei cittadini interessati è esercitato dal Garante per la protezione dei dati personali. Nei confronti del Ced possono essere inoltre realizzati due tipi di ricorso:
    1. mediante istanza al Tribunale di Roma, laddove il soggetto interessato venga a conoscenza di dati trattati in violazione delle leggi e dei regolamenti;
    2. mediante reclamo al Garante ex art. 141 dlgs 196/2003.
      Si tratta quindi di uno strumento di fondamentale ausilio all’attività di polizia giudiziaria e di prevenzione dei fenomeni di criminalità, ma che, proprio per la sua natura e soprattutto per la mole enorme di dati che possono essere acquisiti, può presentare diversi profili problematici soprattutto con riferimento alla tutela della riservatezza e della privacy. Infatti l’art. 6 della legge suddetta, che prevede le finalità di raccolta dei dati, è caratterizzato da una formulazione normativa molto generica: si parla infatti di finalità di tutela dell’ordine, di sicurezza pubblica, di prevenzione e repressione della criminalità, nonché di ricerca scientifica, tecnologica e di documentazione. Si tratta quindi di finalità molto ampie e non facilmente circoscrivibili, data anche la delicatezza del materiale raccolto. Inoltre, anche l’art. 7 comma 1, che individua la tipologia dei dati che possono essere acquisiti, si caratterizza per una formulazione normativa particolarmente sfumata. Ci si riferisce infatti non soltanto a provvedimenti e sentenze emesse dall’Autorità Giudiziaria – anche quindi sentenze di assoluzione e di proscioglimento – ma anche ad atti concernenti l’istruzione penale oppure atti relativi soltanto ad indagini di polizia. Il mandato dell’Autorità Giudiziaria è richiesto dal terzo comma soltanto per quanto riguarda operazioni o posizioni bancarie, senza che possa essere opposto il segreto da parte degli organi responsabili delle aziende di credito. In ultimo, ed è questo il profilo che qui maggiormente rileva, non è previsto un limite temporale massimo di conservazione dei dati, come invece accade per le banche dati del casellario giudiziale, oppure quella relativa ai carichi pendenti. Su questo ultimo aspetto, delle criticità potrebbero ravvisarsi alla luce della recente sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, pronunciata il 18 settembre 2014. Tale decisione ha affermato il principio secondo cui una conservazione per un lasso temporale eccessivamente prolungato dei dati giudiziari – nel caso affrontato dalla Corte ci si riferiva ad una durata di conservazione di 20 anni – nonostante l’esito favorevole del procedimento penale nei confronti dell’interessato, viola i principi CEDU in quanto assimilabile ad una custodia indeterminata. Secondo la Corte, una siffatta conservazione costituisce un’ingerenza sproporzionata con il diritto dell’individuo al rispetto della sua vita privata, e non può essere considerata necessaria in una società democratica. 24 ottobre 2014
  • La gloria di colui che tutto move per l'universo penetra. Fondati dubbi sulla Corte di Giustizia, convinta dell’ onnipotenza del provider, motore di ricerca

    di Maurizio De Giorgi Corte di Giustizia 13 maggio 2014 (causa C 131/12) All’inizio del 1998, un giornale ad ampia diffusione in Spagna ha pubblicato nell’edizione cartacea due annunci riguardanti un’asta immobiliare collegata ad un procedimento esecutivo derivante da debiti contratti con il sistema previdenziale. Una persona era menzionata quale proprietaria degli immobili. Successivamente, l’editore aveva pubblicato la versione elettronica del giornale. Nel novembre 2009 la persona interessata ha contattato l’editore del giornale facendo valere che, inserendo il suo nome e cognome nel motore di ricerca Google, compariva un riferimento che rinviava alle pagine del giornale contenenti quegli annunci. Affermava che il procedimento si era concluso e risolto da vari anni e che attualmente era irrilevante. L’editore ribatteva che non era appropriato eliminare i dati che riguardavano l’interessato, in quanto la pubblicazione era stata fatta per ordine del Ministero del Lavoro e della Previdenza sociale spagnolo. Nel febbraio 2010 la persona in questione ha contattato Google Spain e ha chiesto che, in caso di inserimento del suo nome e cognome nel motore di ricerca Google, i risultati della ricerca non mostrassero i link verso il giornale. Google Spain ha inoltrato la richiesta a Google Inc., la cui sede sociale è in California (Stati Uniti), considerando che quest’ultima fosse l’impresa fornitrice del servizio di ricerca Internet. Successivamente, l’interessato ha presentato reclamo alla Agencia Española de Protección de Datos (Autorità spagnola per la protezione dei dati, «AEPD») contro l’editore e Google. Con decisione del 30 luglio 2010 il direttore della AEPD ha accolto il reclamo contro Google Spain e Google Inc., ingiungendo loro di ritirare i dati dal loro indice e di rendere impossibile in futuro l’accesso agli stessi. Il reclamo contro l’editore è stato invece respinto, in quanto la pubblicazione sulla stampa era legalmente giustificata. Google Inc. e Google Spain hanno allora proposto impugnazione dinanzi alla Audiencia Nacional (Alta Corte nazionale, Spagna), chiedendo l’annullamento della decisione della AEPD. In tale contesto i giudici spagnoli hanno sottoposto una serie di questioni alla Corte di giustizia Dalla lettura della sentenza emergono alcuni dubbi. Un fornitore di servizi di motore di ricerca su Internet, il cui motore di ricerca localizza informazioni pubblicate o immesse in Internet da terzi, le indicizza in modo automatico, le archivia temporaneamente e infine le mette a disposizione degli utenti di Internet secondo un determinato ordine di preferenza, «tratta» dati personali ai sensi dell’articolo 2, lettera b), della direttiva 95/46 quando tali informazioni contengono dati personali. Tuttavia, il fornitore di servizi di motore di ricerca su Internet non può essere considerato «responsabile del trattamento» di tali dati personali ai sensi dell’articolo 2, lettera d), della direttiva 95/46, fatta eccezione per i contenuti dell’indice del suo motore di ricerca, sempre che il fornitore di servizi non indicizzi o archivi dati personali contro le istruzioni o le richieste dell’editore della pagina web. Dato che l’interessato può, sulla scorta dei suoi diritti fondamentali derivanti dagli articoli 7 e 8 della Carta, chiedere che l’informazione in questione non venga più messa a disposizione del grande pubblico mediante la sua inclusione in un siffatto elenco di risultati, occorre considerare – come risulta in particolare dal punto 81 della presente sentenza – che i diritti fondamentali di cui sopra prevalgono, in linea di principio, non soltanto sull’interesse economico del gestore del motore di ricerca, ma anche sull’interesse di tale pubblico a trovare l’informazione suddetta in occasione di una ricerca concernente il nome di questa persona. Tuttavia, così non sarebbe qualora risultasse, per ragioni particolari, come il ruolo ricoperto da tale persona nella vita pubblica, che l’ingerenza nei suoi diritti fondamentali è giustificata dall’interesse preponderante del pubblico suddetto ad avere accesso, mediante l’inclusione summenzionata, all’informazione di cui trattasi. La tesi della Corte sembra provare troppo, in quanto gli obblighi imposti al responsabile del trattamento si basano sull’idea della responsabilità del responsabile del trattamento riguardo ai dati personali trattati, nel senso che il responsabile del trattamento è consapevole dell’esistenza di una categoria definita di informazioni che corrispondono a dati personali e intende trattare, avendone la possibilità, tali informazioni proprio in quanto dati personali. Il Gruppo di lavoro Articolo 29 osserva giustamente che «[i]l concetto di responsabile del trattamento è funzionale, finalizzato cioè all’attribuzione di responsabilità laddove intervenga un’influenza effettiva: si basa quindi su un’analisi fattuale piuttosto che formale». Il Gruppo prosegue affermando che «il responsabile del trattamento de[ve] determinare quali dati debbano essere trattati per la finalità o le finalità previste». Le disposizioni sostanziali della direttiva, più in particolare gli articoli 6, 7 e 8, si basano sulla premessa che il responsabile del trattamento sappia quel che fa riguardo ai dati personali considerati, nel senso che è consapevole di quale tipo di dati personali sta trattando e perché. In altri termini, il trattamento dei dati deve apparirgli come un trattamento di dati personali, ossia «informazion[i] concernent[i] una persona fisica identificata o identificabile» in una maniera semanticamente rilevante, e non un semplice codice informatico. È questo il motivo per cui è da considerarsi adeguato l’approccio del Gruppo di lavoro Articolo 29, in quanto esso tenta di tracciare una linea tra le funzioni interamente passive e di intermediazione dei motori di ricerca e le situazioni in cui la loro attività rappresenta un effettivo controllo sui dati personali trattati. Il fornitore di servizi di motore di ricerca su Internet non ha alcun rapporto con il contenuto delle pagine web source di terzi su Internet in cui possono comparire dati personali. Inoltre, dato che il motore di ricerca lavora sulla base di copie di pagine web source che il crawler ha estratto e copiato, il fornitore di servizi non ha mezzi per cambiare le informazioni sui server host. Fornire uno strumento di localizzazione di informazioni non implica alcun controllo sul contenuto. Né tale attività mette il fornitore di servizi di motore di ricerca su Internet in condizione di distinguere tra i dati personali ai sensi della direttiva, ossia i dati che si riferiscono ad una persona fisica identificata e identificabile, e gli altri dati. Concludendo sarebbe stato opportuno  ritenere che, in virtù del principio di proporzionalità, qualsiasi domanda diretta alla soppressione di informazioni debba essere indirizzata all’editore del sito web interessato, in quanto quest’ultimo è colui che assume la responsabilità di rendere pubbliche le informazioni, che è in grado di valutare la liceità di tale pubblicazione e che dispone dei mezzi più efficaci e meno restrittivi per rendere inaccessibili le informazioni stesse. Inoltre, imporre al gestore di un motore di ricerca di rimuovere dai propri indici informazioni pubblicate su Internet non terrebbe sufficientemente conto dei diritti fondamentali degli editori di siti web, degli altri utenti di Internet, nonché dello stesso gestore. Al soggetto che neutralmente assume le informazioni, la Corte chiede di divenire parte, e scegliere quale diritto privilegiare, anzi chiedendo a monte di strizzare l’occhio al diritto all’oblio. Tutto ciò dimenticandosi che la Proposta della Commissione per un regolamento generale sulla protezione dei dati prevede, all’articolo 17, un diritto all’oblio. Tuttavia, a quanto pare, tale Proposta ha incontrato una notevole opposizione e non è ritenuta costituire una codificazione del diritto vigente, bensì un’importante innovazione giuridica. È tuttavia interessante notare che, ai sensi dell’articolo 17, paragrafo 2, della proposta, «[q]uando ha reso pubblici dati personali, il responsabile del trattamento (…) prende tutte le misure ragionevoli (…) in relazione ai dati della cui pubblicazione è responsabile per informare i terzi che stanno trattando tali dati della richiesta dell’interessato di cancellare qualsiasi link, copia o riproduzione dei suoi dati personali». Questa formulazione sembra considerare i fornitori di servizi di motore di ricerca in Internet più come terzi che come responsabili del trattamento in quanto tali. 20 maggio 2014
  • La protezione dei dati personali e il caso Google Spain

    di Rosaria Petti Abstract:The exchange and instant communication of data allowed by the advent of the Internet poses new problems to the jurist. Personal information, nowadays readily available through the Internet, require an adequate combination of the fundamental rights of the individual and the legitimate interest of the individual associate in having access to the news. It is in this context that the advent of the Internet has forcefully brought new and old issues to the fore, including the right to be forgotten and the responsibility of the provider. Because of these considerations, the present work aims to analyse the relationship between the Internet and the right to the protection of personal data, addressing the twofold issue about the responsibility of the provider and the right to be forgotten, in the light of the recent national and community case law, and in particular, the case of Google Spain. Lo scambio e la comunicazione istantanea dei dati consentita dall’avvento della rete pone il giurista innanzi a nuove problematiche. Le informazioni di carattere personale, ormai facilmente reperibili attraverso la rete, richiedono un adeguato contemperamento tra i diritti fondamentali dell’individuo e il legittimo interesse del singolo consociato ad aver accesso alla notizia. E’ in tale contesto, che l’avvento della rete ha prepotentemente riportato alla ribalta nuove e vecchie tematiche, tra cui il diritto all’oblio e la responsabilità del provider. In ragione di tali considerazioni, il presente lavoro si propone di analizzare la relazione tra internet e il diritto alla protezione dei dati personali, affrontando la duplice tematica della responsabilità del providere del diritto all’oblio, alla luce della recente giurisprudenza nazionale e comunitaria, e in particolare, del caso Google Spain. Sommario: 1. Introduzione; 2. Il diritto all’oblio e la responsabilità dell’Internet Service Provider: cenni; 3.I motori di ricerca tra contente service provider; 4.Un diverso approccio: la Corte europea dei diritti dell’uomo; 5.Il trattamento dei dati personali: il caso Google Spain; 6. Il giusto equilibrio tra privacy e memoria collettiva: considerazioni sulla sentenza; 7. Conclusioni. 1.Introduzione Negli ultimi anni internet ha esercitato in modo crescente un notevole impatto sulla società. Il suo sviluppo, ultimamente manifestatosi in misura esponenziale, ha trasformato la rete, che da mezzo di comunicazione sta sempre più diventando bene di consumo per eccellenza. Il maggior interesse mostrato per la rete ha generato un dibattito sulla necessità di una regolamentazione ufficiale ed effettiva del settore. Invero, il ruolo predominante assunto nella società moderna dal fenomeno, ha generato forti preoccupazioni sul futuro della rete e sulla capacità della stessa di sostenere lo sviluppo economico e sociale. In tal senso, diversi sono stati i tentativi volti a regolamentare il settore, seppur non privi di contestazioni e critiche attinenti alla concreta fattibilità, all’opportunità e legittimità di tali interventi. Posizioni divergenti, manifestate durante gli incontri internazionali tenutisi negli ultimi anni, consentono alcune considerazioni. Se da un lato, internet sembra respingere un’impostazione regolamentare rigida, stante il carattere dinamico e creativo che caratterizza la rete[1]; dall’altro, richiede adeguate soluzioni giuridiche, per contrastare criticità determinate dalla sua stessa creatività [2]. Il settore appare interessato da continui salti tecnologici e di mercato, i quali, attraverso la rapida affermazione della nuova piattaforma digitale, determinano profondi mutamenti nelle modalità e alternative di fruizione dei contenuti – in particolare di quelli di natura informativa – nonché nello scambio e nelle modalità di condivisione di risorse da parte degli utenti [3]. Inoltre, la potenzialità, la diffusività, il potere di persuasione psicologica e di orientamento di opinione del mezzo utilizzato, influiscono notevolmente sulla esigenza di protezione dei dati personali. La rete, considerata un ambiente, un mondo virtuale in cui si svolge una parte rilevante della vita delle persone[4], permette lo scambio e la comunicazione istantanea dei dati, che in taluni casi può determinare un potenziale dannoso [5], in ragione anche dell’accessibilità di tali dati a livello transnazionale. La circostanza che dati e/o le informazioni di carattere personale risultino, dunque, facilmente reperibili attraverso la rete ha suscitato un vivace dibattito in dottrina e giurisprudenza. In particolare, si è evidenziata la necessità di operare un adeguato contemperamento tra i diritti fondamentali dell’individuo – tra cui la riservatezza e la protezione dei dati di personali – e il legittimo interesse del singolo consociato ad aver accesso alla notizia. La problematica, quindi, sorge, non solo con riferimento a quei dati spontaneamente forniti dall’individuo attraverso i social network, e all’utilizzo di questi dati da parte di tali piattaforme, ma soprattutto con riferimento a notizie e fatti di cronaca che possano riguardare il soggetto e comprometterne la reputazione. Si manifesta in tal modo l’esigenza di garantire un’adeguata protezione dei diritti fondamentali dell’individuo, contemperando i diversi interessi in gioco attraverso un bilanciamento tra la protezione dei dati personali e il principio costituzionalmente riconosciuto della libertà di espressione [6]. In tale contesto, l’avvento della rete [7] ha prepotentemente riportato alla ribalta nuove e vecchie tematiche, tra cui il diritto all’oblio [8] e la responsabilità del provider. Il presente lavoro, dunque, si propone di analizzare la relazione tra internet e il diritto alla protezione dei dati personali. Tralasciando il pur rilevante tema del valore economico dei dati personali [9] nella rete, l’analisi affronterà la duplice tematica della responsabilità del provider e del diritto all’oblio, alla luce della recente giurisprudenza nazionale e comunitaria, e in particolare, del caso Google Spain [10]. 2.Il diritto all’oblio e la responsabilità dell’Internet Service Provider: cenni Il tema del cd. diritto all’oblio, inteso nella sua comune accezione quale diritto dell’individuo a essere dimenticato, ovvero a non essere più ricordato per fatti che in passato furono oggetto di cronaca, è stato recentemente riproposto con l’avvento della rete. Si tratta di una peculiare espressione del diritto alla riservatezza [11], costituzionalmente presidiato in quanto primaria e indeclinabile esigenza della persona. Esso può definirsi come giusto interesse di ogni persona a non restare indeterminatamente esposta ai danni ulteriori che arreca al suo onore e alla sua reputazione la reiterata pubblicazione di una notizia che in passato era stata legittimamente pubblicata. In altri termini, si tratterebbe del diritto all'autodeterminazione informativa del soggetto – inteso quale persona fisica o persona giuridica – o più specificatamente, diritto alla conservazione dell'attualità della propria identità digitale. In tal senso il diritto all’oblio va dunque inteso quale diritto dell’individuo a essere dimenticato [12]. L’esistenza del diritto all’oblio è tradizionalmente ricondotta all’art. 2 Cost., in quanto norma di carattere aperto, volta alla tutela di posizioni giuridiche soggettive di nuova formazione in conseguenza dell’evoluzione e del progressivo cambiamento sociale [13]. Tuttavia, con l’introduzione del Codice della privacy – d.lgs. 30 giugno 2003, n.196 – l’oblio ha trovato un implicito riconoscimento [14]. In materia è soventemente intervenuto anche il Garante della privacy, il quale ha avuto modo di evidenziare che la diffusione di un gran numero di dati personali riferiti a un medesimo interessato e relativi a vicende anche risalenti nel tempo riverbera i propri effetti sugli interessati per un tempo indeterminato, tale da arrecare un sacrificio sproporzionato dei diritti e interessi legittimi dei singoli. Tale circostanza determina, dunque, l’esigenza di stabilire una permanenza limitata nel tempo dei dati, e comunque non superiore al periodo necessario agli scopi per i quali tali dati sono stati raccolti o trattati [15] La conservazione dei dati personali è, infatti, sottoposta alla stretta correlazione temporale tra l’identificabilità del titolare dei dati e la finalità del relativo trattamento. Il tema, dunque, non riguarda tanto la pubblicazione dell’informazione, quanto la permanenza della stessa nella memoria della rete, comportando l’esigenza di provvedere a un’eventuale integrazione e/o aggiornamento del dato al fine di tutelare la proiezione sociale dell’identità personale del singolo consociato [16]. Si consideri che, il concetto non è nuovo nella letteratura giuridica italiana, tuttavia, l’avvento di internet, e il concomitante avvento dell’informazione online, hanno riproposto l’oblio tra i temi di maggior attualità. La permanenza dei dati e delle informazioni personali in rete ha reso complessa la gestione di tale diritto e la definizione dei suoi confini. Non da ultimo, si aggiunga l’ulteriore problematica derivante dai meccanismi di indicizzazione dei principali motori di ricerca. Invero, l’approdo ad articoli risalenti spesso non è frutto di un’indagine finalizzata attraverso motori messi a disposizione dalle singole testate, bensì di un’automatica indicizzazione da parte dei motori di ricerca generalisti, attraverso una ricerca casuale attivata con l’utilizzo di parole chiave [17]. Il motore di ricerca costituisce un servizio telematico finalizzato al reperimento di dati e informazioni, fornito dall’Internet Service Provider, ovvero un intermediario che  svolge la funzione di erogare agli utenti specifici servizi di trasporto, memorizzazione temporanea e permanente delle informazioni trasmesse nella rete. L’ISP, qualificato come soggetto di diritto, non solo può essere personalmente responsabile per gli illeciti perpetrati attraverso internet e perfezionati con la propria condotta [18], ma alla luce della recente giurisprudenza comunitaria anche del trattamento dei dati personali, pur se presenti su pagine web pubblicate da terzi [19]. 3.I motori di ricerca tra contente service provider Il meccanismo di indicizzazione ha spesso prodotto risultanze avverse nei confronti degli interessati, i quali, essendo automaticamente associati a locuzioni spesso anche diffamanti, agivano in giudizio nei confronti del gestore del motore di ricerca ritenendolo responsabile per i contenuti di volta in volta contestati. Accade, invero, che i singoli soggetti ritrovino in rete il proprio nominativo associato permanentemente a vicende remote, pur se le stesse non riflettano la loro attuale dimensione personale. E’ in tale contesto che si contrappongono interessi, anche di natura costituzionale, i quali richiedono un’adeguata tutela. Se da un lato si rinviene la necessità di garantire l’esercizio del diritto di cronaca, dall’altro sussiste anche il diritto del singolo consociato alla protezione dei dati personali, inteso quale manifestazione del diritto all’identità personale. Sul tema, la giurisprudenza manifesta un orientamento non del tutto univoco. In particolare, seppur in ambiti parzialmente diversi, i giudici di merito hanno manifestato una minor propensione a configurare una responsabilità del provider in relazione ai contenuti, smentendo la qualificazione del motore di ricerca come content provider [20]. Sovente, la giurisprudenza nazionale ha qualificato il motore di ricerca come service e non content provider. Invero, è stata rilevata la responsabilità esclusiva del soggetto editore del sito, e per converso non richiesta la partecipazione attiva del titolare del motore di ricerca. In tal senso, il Tribunale di Milano [21], e ancor prima la Cassazione [22], in tema di diritto all’oblio, avevano convenuto che la presenza in rete di un articolo fondato su una notizia all’epoca della pubblicazione veritiera e di pubblico interesse costituisse legittimo esercizio del diritto di cronaca da contemperare, tuttavia, con la protezione dei dati personali dell’interessato. In particolare, la Cassazione aveva riconosciuto l’esistenza di un diritto all’oblio, inteso quale diritto alla tutela della propria e attuale identità personale e morale nella sua proiezione sociale, tale da giustificare l’obbligo a carico dell’editore di predisporre un sistema idoneo a segnalare la sussistenza di un ulteriore sviluppo della notizia. Nel sancire tale obbligo, la Suprema Corte aveva, altresì, precisato l’assenza di responsabilità a carico del gestore del motore di ricerca, sancendo l’esclusiva responsabilità del sito sorgente [23], titolare dell’organo di informazione, sul quale sarebbe ricaduto l’obbligo di garantire l’oblio digitale. L’orientamento giurisprudenziale richiamato ha determinato notevoli ripercussioni anche per la successiva giurisprudenza di merito [24] e per le decisioni assunte dal Garante della privacy [25], il quale sulla scorta delle sentenze indicate ha assicurato il rispetto dell’identità personale dei singoli nella sua attualità, attraverso l’imposizione – a carico degli editori, o in generale del sito sorgente – di obblighi di segnalazione dello sviluppo della notizia. L’orientamento, inoltre, sembra confermato anche da una recente pronuncia della Suprema Corte [26], la quale, in una fattispecie parzialmente diversa [27], ha rilevato l’assenza in capo al provider di un generale obbligo di sorveglianza dei dati immessi da terzi sul sito da questi gestito. La Corte, nelle motivazioni della sentenza richiamata, ha evidenziato la mancanza di un obbligo di informazione sanzionato penalmente, nei confronti del soggetto che ha immesso i dati, dell’esistenza e della necessità di applicare la normativa relativa al trattamento dei dati personali. Invero, secondo la Cassazione, il gestore del servizio di host providernon ha alcun controllo sui dati memorizzati, né contribuisce in alcun modo alla loro scelta, alla loro ricerca o alla formazione del file che li contiene, essendo tali dati interamente ascrivibili all’utente destinatario del servizio che li carica sulla piattaforma messa a sua disposizione. Ne deriva che il soggetto che si limita a fornire una piattaforma sulla quale gli utenti possono liberamente caricare i loro video non può considerarsi titolare del trattamento dei dati personali contenuti in tali video, né ritenersi obbligato ad alcun adempimento a tutela della privacydei terzi. La pronuncia individua quali unici titolari del trattamento dei dati sensibili, eventualmente contenuti nei video, gli stessi utenti autori del caricamento, ai soli quali possono essere applicate le sanzioni, amministrative e penali, previste per il titolare del trattamento dal Codice sulla privacy[28]. Se ne deduce che l’ISP sia qualificabile come titolare del trattamento solo laddove incida direttamente sulla struttura degli indici di ricerca, condizionando l’individuazione di un determinato sito. In tale contesto appare dirompente la portata innovativa prodotta dalla sentenza in commento. La Corte di giustizia ha, infatti, rilevato la responsabilità del gestore di un motore di ricerca per il trattamento da questi effettuato dei dati personali, in quanto è quest’ultimo a determinarne le finalità e gli strumenti del trattamento stesso. Il gestore, secondo il ragionamento della Corte, estrae, registra e organizza i dati nell’ambito dei suoi programmi di indicizzazione, prima di procedere alla memorizzazione nei suoi server ed, eventualmente, di comunicarli e metterli a disposizione dei propri utenti sotto forma di elenchi di risultati. Ebbene, tali operazioni si qualificherebbero come “trattamento”, indipendentemente dalla considerazione che il gestore del motore di ricerca applichi le medesime operazioni anche ad altri tipi di informazioni diverse dai dati personali. 4.Un diverso approccio: la Corte europea dei diritti dell’uomo Considerati i presupposti del diritto all’oblio – quali la legittimità della notizia sotto i profili della verità, continenza e pertinenza; il venir meno dell’interesse pubblico (rectius, pertinenza) decorso un certo lasso di tempo; la ripubblicazione della notizia – occorre evidenziare che l’orientamento comunitario in tema di bilanciamento della libertà di espressione e del diritto all’oblio nei casi di pubblicazioni elettroniche non pare esaurirsi solo con la recente sentenza Google Spain. Preliminarmente alla disamina del caso spagnolo, è interessante analizzare l'orientamento espresso sul tema dalla Corte europea dei diritti dell'uomo nel caso  Wegrzynowski. La comprensione della disciplina sottesa all’oblio, inteso quale diritto alla tutela dell'identità nella sua evoluzione e proiezione sociale, richiede un'attenta considerazione anche della pluralità di istituti – cancellazione, rettifica/integrazione nonché, appunto, deindicizzazione – emersi in sede comunitaria, e volti a impedire che la trasposizione in rete delle fonti informative degeneri in una lesione dei diritti dell’individuo. Se, come si dirà, nel caso Google Spain, la Corte di giustizia si è espressa in favore della deindicizzazione dei dati, stante lo sfumato interesse alla notizia dovuto al trascorrere del tempo; nel caso Wegrzynowski [29], il bilanciamento tra libertà di espressione, interesse individuale e interesse pubblico a conoscere la notizia ha portato la Corte europea dei diritti dell’uomo a trattare la questione in termini simili a quelli del caso spagnolo, seppur individuando una soluzione operativa differente. Vero è che, nel caso in esame, non rilevava propriamente il tema del diritto all'oblio – in quanto il carattere diffamatorio della notizia veniva già accertato dai giudici nazionali, e dunque la rimozione del contenuto richiesta dal ricorrente era basata su tale accertamento – tuttavia, la sentenza è risultata particolarmente significativa per le considerazioni svolte in merito al disconoscimento del diritto alla rimozione del contenuto. La Corte aveva ritenuto che l’imposizione di un obbligo di rimozione del contenuto, seppur giudicato diffamatorio, non rientrasse nelle prerogative giurisdizionali attribuibili ai tribunali nazionali. Tale circostanza aveva, quindi, indotto i Giudici a considerare la cancellazione di un articolo dal sito internet di un giornale online una misura sproporzionata, nonostante il contenuto diffamatorio del testo rilevato dai giudici nazionali per la versione cartacea del giornale. L’interpretazione fornita dalla Corte riconduceva nell’alveo della tutela della libertà di espressione gli archivi web dei giornali, considerando, in termini tutto sommato simili al caso Google Spain, l'equilibrio tra libertà di stampa e diritto alla reputazione. Il punto di equilibrio tra conservazione della notizia – seppur non corretta o comunque superata dagli eventi – nel patrimonio informativo online e la pretesa dell'individuo alla conservazione dell'identità personale veniva individuato nell'obbligo di aggiornamento/rettifica della notizia da parte dell'editore online. Secondo tale orientamento, la cancellazione di un articolo online diffamatorio avrebbe potuto incidere sul diritto di libertà di manifestazione del pensiero, cui si ricollegano l'esercizio dell'attività d'informazione, le notizie di cronaca, le manifestazioni di critica, le denunce civili con qualsiasi mezzo diffuse. La Corte in tal modo ribadiva pari dignità tra il diritto di libertà di manifestazione del pensiero e quello della libertà individuale. La mancata cancellazione dell’articolo non avrebbe comportato – secondo i Giudici di Strasburgo – una violazione della privacy, bensì avrebbe leso la libertà di espressione e conoscenza. Le conclusioni a cui era giunta la Corte erano suffragate dalla funzione attribuita agli archivi online, sul quale l’articolo diffamatorio risultava inserito. Da tale esame, i Giudici avevano rilevato il contributo sostanziale degli archivi nel rendere facilmente e gratuitamente accessibili le notizie, riconoscendone le finalità istruttive e di ricerca e garantendone adeguata tutela nell’alveo dell’art. 10 della CEDU. Sulla scorta del rilievo attribuito alla funzione dell’archivio, la Corte aveva, dunque, scelto di non imporre l’obbligo della rimozione di notizie diffamatorie dal sito web di un giornale online, con ciò ribadendo l’importanza di escludere sanzioni e censure sproporzionate. L’orientamento espresso a Strasburgo considerava sufficiente l’inserimento nell’articolo presente online di una nota esplicativa, in modo da informare i lettori dell’avvenuta sentenza e dell’accertamento diffamatorio del contenuto, senza richiedere la rimozione totale dello stesso. Le violazioni dei diritti protetti dall’art. 8 della CEDU sarebbero state punite con l’aggiornamento/rettifica della notizia pubblicata. La soluzione si traduceva, dunque,  nell’imposizione in capo all’editore di inserire al testo pubblicato online un aggiornamento della vicenda su richiesta del soggetto leso. Pur riconoscendo nel mezzo utilizzato – internet – notevoli possibilità di porre in essere violazioni del diritto al rispetto della propria vita privata, la Corte aveva comunque ritenuto non necessaria la rimozione dell’articolo, preferendo operare un bilanciamento salomonico tra il diritto alla reputazione e il diritto all’informazione, inteso nella sua accezione di libertà di espressione e conoscenza. Vero è che un giusto contemperamento di opposti interessi di rilievo primario richiede allora che l'imposizione del vincolo sia giustificata da effettiva necessità e da adeguate ragioni; tuttavia, la valutazione della possibile riconducibilità del fatto all'area del penalmente rilevante e delle esigenze impeditive deve essere considerata tanto seria quanto vasta è l'area della tolleranza costituzionalmente imposta per la libertà di parola. Dalla ricostruzione logico-giuridica effettuata nel caso Wegrzynowski, si possono rilevare le diverse caratteristiche ed esigenze di tutela che richiedono i vari mezzi di informazione e comunicazione. La diversità va rilevata proprio con riguardo alla capacità di immagazzinare e trasmettere informazioni, propria della rete, che richiede regole ad hocrispetto a quelle vigenti per la stampa tradizionale. Se, come si dirà, nel caso Google Spain, la Corte di giustizia ha ritenuto necessaria, in determinate ipotesi, l’eliminazione del link dall’elenco risultati per tutelare il diritto al rispetto della vita privata e il diritto alla protezione dei dati personali; nel caso Wegrzynowski, la soluzione sembra essere stata volta all'aggiornamento del contenuto – seppure, lo si ribadisce, nel caso in esame non venisse espressamente in rilievo la lesione del diritto all’oblio. Ciononostante, al di là dell’espressa fattispecie considerata, la Corte EDU interviene sull’annoso tema del bilanciamento dei diritti, proponendo l’aggiornamento e l’integrazione della notizia come punto di equilibrio tra conservazione del dato nel patrimonio informativo online e pretesa dell’individuo alla conservazione dell’identità personale. La soluzione proposta – secondo i Giudici di Strasburgo – sarebbe in grado di tutelare la dignità dell'interessato e nel contempo migliorare la stessa qualità dell'informazione, che risulterebbe in tal modo più esatta, completa e, appunto, aggiornata, senza imporre alcuna censura o forma di controllo preventivo dei contenuti in rete. La ricostruzione degli orientamenti comunitari in tema di bilanciamento tra libertà di espressione, interesse individuale e interesse pubblico all’informazione non può, tuttavia, non tener conto anche della diversa soluzione adottata in seno alla stessa Corte EDU nel caso Delfi [30]. In quest’ultimo caso, di poco successivo in ordine temporale a quello Wegrzynowski, la Corte EDU, convalidando la decisione dei giudici nazionali, ha confermato la condanna a carico dei responsabili di un sito per non aver rimosso commenti diffamatori anonimi. L’orientamento espresso dalla Corte in quella sede ha considerato la sanzione giustificata e proporzionata in considerazione della restrizione del diritto alla libertà di espressione, stante la particolare offensività dei commenti attraverso i quali il portale aveva tratto profitto dalla loro esistenza. La libertà di espressione del pensiero attenuata, nel caso Delfi, è stata ritenuta necessaria – secondo i Giudici di Strasburgo – al fine di garantire la reputazione di una persona tenuto conto della proporzionalità della restrizione del diritto di informare da parte del sito. La proporzionalità dell’interferenza è stata, altresì, motivata dalla condotta dei responsabili del sito – che non avevano intenzionalmente rimosso i commenti diffamatori per incrementare il beneficio commerciale che si stava realizzando in loro favore – e dalla mancanza di un controllo preventivo, tale da identificare gli autori dei commenti. Il meccanismo di rimozione predisposto da Delfi è stato, quindi, ritenuto insufficiente in quanto inidoneo a garantire adeguata protezione ai diritti dei terzi. Se, quindi, l’orientamento della Corte nella sentenza Wegrzynowski sembrava considerare diversamente la piattaforma – cartacea o telematica – attraverso cui la libera manifestazione del pensiero si esplicava, nel caso Delfi tale distinguo non pare sia stato operato. In tale ultima fattispecie, la Corte ha rilevato che la libertà di espressione non avrebbe potuto estendersi sino a coprire la pubblicazione di commenti diffamatori. Ebbene, tali considerazioni mostrano l’esistenza, non solo di una pluralità di istituti volti a garantire la tutela dell’interesse individuale come inciso dalla libertà di espressione, ma anche l’esistenza di diversi orientamenti sul tema, persino in seno allo stesso organo giudicante. E’ in tal contesto che irrompe la sentenza Google Spain, la quale, come si vedrà, pone la questione del bilanciamento dei diritti in termini tutto sommato simili caso Wegrzynowski. 5.Il trattamento dei dati personali [31]: il caso Google Spain La normativa europea in materia di trattamento dei dati personali [32] mira a proteggere le libertà e i diritti fondamentali dei singoli, garantendo, da un lato, la tutela del diritto alla vita privata, e dall’altro, la libera circolazione di tali dati. Ebbene, proprio attraverso un’interpretazione, non immune da riserve, di tale normativa, la Corte di giustizia interviene nell’annoso quadro, parzialmente descritto sinora, della tutela all’identità personale in rete. In particolare, la Corte, chiamata a districare il nodo interpretativo sorto sulla disciplina europea della cd. data protection, ha riconosciuto il diritto del singolo interessato a chiedere, al gestore prima, e alle autorità competenti poi, l’eliminazione del link dall’elenco risultati [33]. Invero, la Corte ha statuito che “[l'] attività di un motore di ricerca consistente nel trovare informazioni pubblicate o inserite da terzi su Internet, nell'indicizzarle in modo automatico, nel memorizzarle temporaneamente e, infine, nel metterle a disposizione degli utenti di internet secondo un determinato ordine di preferenza, deve essere qualificata come trattamento di dati personali, e che il gestore di detto motore di ricerca deve essere considerato come il responsabile del trattamento” [34]. L’interpretazione fornita dalla Corte permette dunque di riconoscere il diritto del singolo alla rimozione dai risultati dei motori di ricerca di collegamenti a contenuti in grado di offrire una rappresentazione non più attuale della sua personalità. L’aspetto innovativo risiede, tuttavia, nell’imposizione dell’obbligo di rimozione a carico dei gestori dei motori di ricerca. La ricostruzione logico giuridica seguita dalla Corte si articola attraverso alcuni passaggi fondamentali. In particolare, l’attività di indicizzazione dei contenuti delle pagine web compiuta dal motore di ricerca, nonostante la terzietà del gestore rispetto ai contenuti indicizzati e l’automaticità di tali operazioni, concreta un “trattamento di dati personali”, di cui alla direttiva n. 95/46/CE. Invero, le attività di estrazione, registrazione, organizzazione dei dati compiute dal gestore, contemplate esplicitamente dalla direttiva richiamata, devono essere qualificate come un trattamento, anche qualora riguardino esclusivamente informazioni già pubblicate sui media. Si rileva dunque una separazione tra il trattamento compiuto dal gestore del motore di ricerca e quello del gestore del sito che ha pubblicato fra i propri contenuti informazioni altrui di natura personale. Tale premessa consente di qualificare lo stesso motore di ricerca come “titolare del trattamento” [35] ovvero soggetto che determina finalità e strumenti del trattamento stesso [36]. L’attività di indicizzazione compiuta dai motori di ricerca, secondo la Corte, può determinare un notevole impatto sui diritti fondamentali dell’uomo, e in particolare, il diritto alla tutela della vita privata e alla protezione dei dati personali. A tal fine il gestore è tenuto a garantire, nell’ambito delle sue responsabilità, delle sue competenze e delle sue possibilità, la conformità di tale attività alle prescrizioni della direttiva richiamata, al fine di assicurare una tutela efficace e completa dei soggetti interessati. La Corte ha rilevato la responsabilità del gestore del motore di ricerca anche nel caso in cui dati e/o informazioni non vengano rimosse dalle pagine web pubblicate da terzi. In caso contrario, si consentirebbe a qualsiasi utente della rete di ottenere, mediante l’elenco di risultati, una visione complessivamente strutturata delle informazioni riguardanti il singolo, con una potenziale lesione della vita privata. Il ruolo del gestore appare fondamentale, in quanto, in assenza di un tale servizio, solo difficilmente si sarebbe verificato l'ottenimento di  informazioni tali da consentire un profilo più o meno dettagliato dell’individuo oggetto di ricerca. La Corte ha quindi rilevato che una simile ingerenza, considerata in tutta la sua potenziale gravità, non potrebbe essere giustificata dal semplice interesse economico del gestore nel trattamento dei dati. Tuttavia, possibili ripercussioni potrebbero essere ingenerate sul legittimo interesse dell’utente a ottenere l’accesso alla notizia. Ebbene, la Corte opera un bilanciamento tra detto interesse e i diritti fondamentali della persona – in particolare, il diritto al rispetto della vita privata e alla protezione dei dati personali. Seppur si rilevi un’indubbia prevalenza di questi ultimi diritti, occorre in ogni caso ricercare un giusto equilibrio che consideri la natura dell’informazione di cui trattasi e il suo carattere sensibile per la vita privata della persona suddetta, nonché l’interesse del pubblico a ricevere tale informazione, il quale può variare, in particolare, a seconda del ruolo che tale soggetto riveste nella vita pubblica. Tuttavia, si consideri che anche un trattamento inizialmente lecito dei dati possa divenire incompatibile con le prescrizioni della direttiva n. 95/46/CE e legittimare la richiesta di rimozione degli stessi, intesa nella sua accezione di diritto all’oblio. Invero, il trascorrere del tempo, può, tenuto conto dell’insieme delle circostanze caratterizzanti il caso di specie [37], rendere tali dati inadeguati, non pertinenti o non più pertinenti ovvero eccessivi in rapporto alle finalità per le quali sono stati trattati. La qualificazione del motore di ricerca come titolare del trattamento assume un notevole rilievo, in quanto, da un lato consente all’interessato di richiedere la modifica, ovvero l’eliminazione dei propri dati personali e investe il gestore del relativo obbligo; dall’altro apre scenari controversi sullo svolgimento delle attività del motore di ricerca, il quale potrebbe essere obbligato finanche a ottenere il consenso degli interessati per tali attività. La sentenza assume rilievo anche per il riconoscimento del diritto all’oblio. La Corte, richiamando gli artt. 12 e 14 della direttiva n. 95/96/CE, sembra trovare il fondamento di tale diritto. Invero, il Giudice comunitario, interpretando in senso ampio l’art. 12, lett. b), della direttiva – che in tema di diritto d’accesso ai dati da parte del soggetto interessato, riconosce a quest’ultimo, il diritto di ottenere “(…), la rettifica, la cancellazione o il congelamento dei dati il cui trattamento non è conforme alle disposizioni della presente direttiva, in particolare a causa del carattere incompleto o inesatto dei dati (…)”– giunge a ricomprendere in tale fattispecie ogni ipotesi di difformità del trattamento dei dati [38]. Anche l’altro articolo richiamato dalla Corte – art. 14, co. I, lett. b) della direttiva, che sancisce il diritto di opposizione della persona interessata [39] – è soggetto a un'interpretazione ampia rispetto al dettato normativo, giacché permette di concludere che un dato, seppur originariamente esatto e aggiornato alla data di pubblicazione, può per effetto del semplice decorso del tempo, essere considerato non più corretto, con conseguente trattamento non conforme alle disposizioni della direttiva richiamata. La portata innovativa della pronuncia si rinviene anche sotto l’aspetto applicativo della direttiva. Invero, la Corte, pare operare un ampliamento perfino sull’ambito di applicazione territoriale della normativa. L’argomentazione della società soccombente – secondo cui il trattamento di dati personali da parte di Google Search, siccome non effettuato nel contesto delle attività dello stabilimento spagnolo, non sarebbe soggetto alle disposizioni della direttiva – viene superato dalla Corte. I giudici comunitari, con un’interpretazione, che non manca di far discutere [40], hanno stabilito che l’applicazione della direttiva “[n]on esige che il trattamento di dati personali in questione venga effettuato «dallo» stesso stabilimento interessato, bensì soltanto che venga effettuato «nel contesto delle attività» di quest’ultimo” [41]. Si rileva, dunque, una certa attenzione dei Giudici comunitari all’applicazione effettiva della normativa, tale da superare eventuali barriere transfrontaliere, attraverso l’ampliamento del concetto di stabilimento anche al “contesto delle attività” svolte dalla società [42]. Il trattamento dei dati finalizzati alle esigenze delle attività del motore di ricerca se effettuato nel “contesto delle attività” dello stabilimento in uno Stato membro, sebbene la società sia situata in uno Stato terzo, è soggetto, secondo l’interpretazione della Corte, alle prescrizioni della direttiva. Invero, è stato ritenuto che la presenza di una società collegata – nel caso di specie Google Spain – sia sufficiente a considerare la società “basata” in quel determinato Paese. Il criterio affermato dalla Corte – secondo cui il trattamento dei dati personali svolto dal motore di ricerca si intende realizzato nel contesto delle attività della parent companydel titolare del trattamento – è sostanzialmente di carattere economico e basato sulla considerazione dello sfruttamento commerciale di tale attività. Si tratta evidentemente di un'interpretazione estensiva dell'art. 4, par. 1, lett. a) della direttiva in esame, peraltro, già sancita dalla Corte in una precedente pronuncia in materia di commercio elettronico [43]. L'analogia proposta dalla Corte con la disciplina sul commercio elettronico è stata, tuttavia, oggetto di critiche in dottrina. In particolare, è stato ritenuto che, nel caso del commercio elettronico il principio di destinazione del servizio conduce all'applicazione a un soggetto extra europeo di una regolamentazione che ha per oggetto esattamente l'attività che esso svolge all'interno dell'Unione europea; mentre nel caso in esame l'interpretazione analogica offerta dalla Corte si spinge ad applicare la disciplina europea in materia di privacy a un soggetto che nel territorio comunitario svolge un'attività diversa da quella oggetto di regolamentazione. L'applicazione sarebbe giustificata dalla considerazione che l'attività svolta presupporrebbe quella oggetto di regolamentazione, garantendo profittevolezza economica [44].Tuttavia, il criterio del collegamento economico adottato dai Giudici di Lussemburgo potrebbe prestarsi a facili elusioni attraverso schermi di carattere societario idonei a creare artificiose separazioni negoziali tra il titolare del trattamento extra europeo e il soggetto che nell'Unione fornisce servizi che abbiano per presupposto tale trattamento. Invero, per aggirare l'iter argomentativo della Corte, sarebbe sufficiente che i servizi accessori – come quelli pubblicitari del caso di specie – siano commercializzati da un soggetto terzo, non controllato da Google Inc., ma alla stessa legato da rapporti di consulenza [45]. 6.Il giusto equilibrio tra privacy e memoria collettiva: considerazioni sulla sentenza Nella ricostruzione della natura dell’attività del motore di ricerca, la Corte opera una assimilazione delle operazioni di indicizzazione, raccolta, memorizzazione temporanea dei dati, al trattamento dei dati personali, definendolo quale operazione che “(...) si distingue da e si aggiunge a quello effettuato dagli editori di siti web, consistente nel far apparire tali dati su una pagina internet (...)”[46]. Si rileva, dunque, una differente qualificazione del motore di ricerca, che da semplice piattaforma impersonale e neutrale, mossa da algoritmi imparziali, acquisisce un enorme potere di governo delle informazioni, con conseguente attribuzione di responsabilità per i risultati evidenziati. La sentenza sembra invero discostarsi dall’orientamento giurisprudenziale espresso dalla Suprema Corte [47], secondo cui l’eventuale richiesta di cancellazione, rimozione, modifica dei dati sarebbe rivolta ai siti sorgente e non al gestore del motore di ricerca. Sulla scorta di tale interpretazione, la giurisprudenza nazionale ha quindi applicato il cd. principio della neutralità del prestatore dei servizi di rete, introdotto dalla normativa europea in materia di e-commerce[48], sebbene tale principio riguardi il commercio elettronico e non l’editoria. Ebbene, la Corte di giustizia ha al contrario rilevato che la violazione dei diritti si delinea in ragione proprio dell’indicizzazione dei dati compiuta dal motore di ricerca, il quale, mediante la propria attività, ha creato un’immagine sociale dell’individuo distorta, o comunque non più attuale [49]. Si delineerebbe, dunque, un’evoluzione del motore di ricerca, che diventa personalizzato e maggiormente contestualizzato, tale da determinare la responsabilità dello stesso nello svolgimento della propria attività. La pronuncia, anche se prima facie, pare evidenziare una certa soccombenza degli interessi commerciali e del legittimo interesse del singolo consociato ad aver accesso alla notizia in favore del diritto al rispetto della vita privata e alla protezione dei dati personali, opera invece un bilanciamento tra tali diritti. La valutazione posta alla base del bilanciamento tra i diritti menzionati, estremamente delicata, è orientata dal ruolo pubblico rivestito dal soggetto indicizzato, e permette di delineare un diritto all’oblio non assoluto. Tuttavia, il difficile contemperamento tra diritto all’oblio e diritto all’informazione, di cronaca e di critica, sino al diritto alla libera ricerca storica evidenzia possibili effetti distorsivi nell’implementazione pratica da parte del motore di ricerca degli obblighi imposti della sentenza. Invero, il contemperamento tra tali diritti appare problematico nella sua attuazione pratica e pare spingersi oltre i confini di competenza territoriale dell’organo giurisdizionale. Seppur l’attività dei motori di ricerca sembra più propriamente legata al re-indirizzamento – attività priva di qualsivoglia manipolazione di contenuti e ispirata a una sistemazione secondo criteri di attinenza e popolarità – i Giudici nella pronuncia in esame mostrano maggior attenzione al primato della persona, attribuendole un potere di veto sulla circolazione dei dati, nonostante gli innegabili ostacoli pratici [50]. Tuttavia, l’assenza applicativa di un filtro meritorio in sede di classificazione dei contenuti pare suscitare alcune perplessità circa la tipizzazione di tale attività nell’alveo del trattamento dei dati personali. Inoltre, la mancanza di un’adeguata motivazione circa la ricostruzione logico-giuridica della fattispecie compiuta dalla Corte sembra alimentare ulteriori incertezze e disparità. Invero, ingiustificata appare l’assimilazione tra fattispecie completamente differenti. Dall’equiparazione tra le attività di soggetti che effettivamente svolgono un trattamento dei dati e quelle dei motori di ricerca, che si limitano a fornire tali dati già trattati da terzi, sembrano emergere alcune perplessità [51]. Posto che tale riflessione non può giammai condurre a un disinvolto sostegno di qualsivoglia comportamento realizzato dal motore di ricerca, sul quale incombe in ogni caso la responsabilità della propria attività – si rileva tuttavia l’assenza di criteri indicativi necessari per compiere un’adeguata valutazione dei contenuti eventualmente lesivi. Vero è comunque che le garanzie sottese al corretto svolgimento dei traffici giuridici, ivi compresi quelli dell’informazione, necessitano del rispetto delle condizioni di legalità che devono tradursi in una selezione dei contenuti attraverso la de-indicizzazione di contenuti palesemente illeciti. Difatti, tale operazione volta a evitare la diffusione di contenuti di natura illecita forniti dagli utenti, è svolta secondo un’analisi ispirata a criteri di legalità manifestamente verificabili. Tuttavia, in assenza di questa manifesta verificabilità, l’accertamento di contenuti lesivi della personalità, che appare già in sé indubbiamente complesso, risulta quasi impraticabile. Invero, l’assenza di una preliminare comminatoria nei riguardi dei contenuti potenzialmente lesivi finirebbe per attribuire un filtro discrezionale ai contenuti presenti in rete in base a una valutazione di merito arbitrariamente compiuta dal gestore del motore di ricerca [52]. L’irrealizzabilità del sistema delineato conduce, dunque, a compiere una valutazione ex post simile al meccanismo di notice and takedown di matrice statunitense [53]. La procedura statunitense – disciplinata dal Digital Millennium Copyright Act, cd. DMCA [54] – pur non essendo stata ripresa dal legislatore comunitario, ha subito un processo singolare di circolazione giuridica attraverso l'introduzione di procedure analoghe in alcuni Stati europei. Si tratta, tuttavia, di una disciplina, in parte divergente, prevista nei casi di violazioni del diritto d'autore [55]. Tuttavia, l’obiettivo ultimo di tali sistemi di autoregolamentazione è quello di ridurre i costi transattivi e prevenire eventuali azioni giudiziarie. Invero, attraverso la predisposizione di formulari di pronta consultazione si consente una rapida analisi del caso, senza sopportare alcun costo di carattere giudiziario. Tali sistemi, seppur noti per la celerità ed efficacia in termini di tutela dei soggetti, costituiscono in ogni caso un serio restringimento delle attività di search engine e si prestano al rischio di un accoglimento generalizzato delle istanze di rimozione da parte dei gestori dei motori di ricerca. L’adeguamento alle richieste di delisting potrebbe indurre i motori di ricerca a una rimozione quasi automatica, priva di una adeguata valutazione sull’effettiva lesione della personalità perpetrata a danno degli utenti.  Si tratterebbe di un sistema di overdeterrence che spingerebbe gli operatori intermediari a optare per la rimozione dei risultati della ricerca a prescindere dalla sussistenza del diritto all'oblio in quanto soluzione meno rischiosa. Secondo invece un approccio differente, ma allo stesso modo applicabile, i motori di ricerca potrebbero essere indotti anche al rigetto automatico delle richieste, al fine di oberare le autorità nazionali, impreparate a gestire centinaia di ricorsi. In tal modo si giungerebbe all'impossibilità di ottenere una adeguata ed efficace tutela, ma soprattutto si arriverebbe ad affidare ai search engine la selezione dei criteri da adottare per la rimozione dei contenuti. A ciò si aggiunga la considerazione che, nella valutazione delle richieste di de-indicizzazione, l’azione dei motori di ricerca appare svolta in una situazione di quasi monopolio e in modo unilaterale, non essendo previsto neppure l’intervento del sito sorgente. Nel caso di specie Google ha reso disponibile sul web un form [56] attraverso cui chiedere la rimozione dei link ritenuti inadeguati o non più pertinenti, e istituito al suo interno il Advisory Council on The Right to be forgotten, comitato direttivo di dieci esperti deputato a vagliare le singole richieste, e dunque a stabilire i criteri di applicazione del diritto all’oblio. A prescindere dalla considerazione che il modello adottato dall’operatore non pare essere né imposto, né normativamente disciplinato dalla pronuncia in esame, occorre tuttavia soffermarsi sulla prassi applicativa che i motori di ricerca si apprestano ad adottare per la rimozione delle pagine oggetto di segnalazione. Al momento le domande di de-indicizzazione, presentate direttamente al gestore del motore di ricerca, sarebbero, oggetto di una ancora non ben definita valutazione in merito alla fondatezza di tali richieste, al termine della quale è lo stesso gestore a disporre autonomamente l’eventuale de-indicizzazione del relativo contenuto [57]. Si tratterebbe dunque di un meccanismo di private enforcement, per mezzo del quale il motore di ricerca disporrebbe della possibilità di effettuare il delisting relativo al contenuto oggetto di segnalazione ad parte dell’utente. Ebbene – oltre a considerare il risvolto di tale operazione valutativa, che attribuirebbe al motore di ricerca un obbligo di sorveglianza estremamente gravoso nella pratica, stante lo scrutinio di milioni contenuti postati nella rete – come già precisato, notevoli sono i rischi di de-indicizzazione generalizzati. Premesso, infatti, che la pronuncia della Corte non sembra affidare al motore di ricerca il bilanciamento tra diritto all’oblio e diritto all’informazione attraverso la definizione di criteri applicativi definiti da un suo organo interno, occorre rilevare tuttavia che l’analisi della richiesta – svolta sulla base delle scarne motivazioni indicate nel form online compilato dall’utente – potrebbe ridursi, come sopra evidenziato, in una cancellazione quasi automatica, forse meccanica dei link. A ciò si aggiunga il possibile effetto strumentale del diritto all’oblio a favore di una riprovevole censura online attuata da soggetti pubblici che tentino di ricostruire selettivamente la loro immagine virtuale dietro lo scudo della privacy. Ebbene, in tale contesto la valutazione circa la prevalenza dell’interesse del singolo alla tutela della privacy su quello dell’intera collettività a essere informata non può essere in alcun modo delegata al motore di ricerca. In altri termini, attribuire a una società privata la qualifica di amministratore discrezionale del diritto all’oblio, seppur con riferimento alle sole istanze trasmesse, comporterebbe effetti estremi a danno del diritto all’informazione e della cd. memoria collettiva digitale [58]. In tal senso, le Guidelines del Working Group costituiscono un rilevante supporto alla definizione (rectius, delimitazione) dei criteri che i motori di ricerca dovrebbero adottare per valutare le istanze di delisting. Con riferimento ai requisiti soggettivi, posto che debba trattarsi di persona fisica [59], è interessante sottolineare che la de-indicizzazione – nel rispetto del principio fissato dall’art. 24 della Carta di Nizza in tema di ricerca dell’interesse del minore – viene favorita nei casi in cui quest’ultimi siano coinvolti. Nel caso, invece, in cui siano coinvolti personaggi pubblici [60], il delisting è disincentivato, al fine di evitare un possibile utilizzo strumentale del diritto all'oblio. Sul versante oggettivo, si rileva che le linee guida invitano all’aggiornamento dell’informazione pubblicata, che dovrà essere non eccedente gli scopi del trattamento dei dati personali, nonché completa e accurata. Ulteriori parametri attengono poi al carattere dell’informazione: la natura prettamente oggettiva della stessa; il contesto nel quale l’informazione è stata pubblicata; l’afferenza della stessa all’ambito professionale o personale del soggetto coinvolto; la possibilità che comprometta la sicurezza e l’incolumità dello stesso [61]. Tuttavia, sarebbe auspicabile, come osservato dal Working Group, la pubblicazione da parte degli operatori di tali criteri, che nella loro necessaria flessibilità si ispirino in ogni caso al principio fondamentale dell’interesse pubblico all’informazione. La sentenza inoltre fa salva, in caso di rifiuto, la facoltà degli utenti di adire le competenti autorità giudiziarie al fine di una rivalutazione della domanda. Ebbene, in tal contesto appare dirimente comprendere l’organo deputato all’esercizio di tali competenze. E’ stato ritenuto che tali competenze spettino all’organo giurisdizionale e, accanto a questo, in un’ottica di deflazionamento dei giudizi, alle Autorità nazionali di garanzia [62]. Anche tale circostanza appare di non poco rilievo. Si tratta, infatti, di comprendere la natura della tutela garantita, finanche amministrativa oppure esclusivamente giurisdizionale. Ebbene, la pronuncia sembra riferirsi indistintamente alle autorità di controllo e giudiziarie affinché queste, effettuate le verifiche necessarie, ordinino al responsabile l’adozione di misure precise conseguenti. Sul tema, pur dovendosi escludere il richiamo alla disciplina sul commercio elettronico [63] – che, come già precisato, non solo non riguarda l’editoria, ma fornisce inoltre una serie di regole che condizionano la responsabilità del provider evidenziandone la natura di mero intermediario, messa in discussione dalla sentenza in esame – si potrebbe forse operare comunque un parallelismo con la procedura di cui all’art. 14 del d.lgs. n. 70/2003. La procedura, infatti, prevede che il giudice o l'autorità amministrativa avente funzioni di vigilanza possano esigere, anche in via d'urgenza, che il fornitore, nell'esercizio di attività di “mere conduit”, impedisca o elimini le violazioni commesse, inibendo dunque un trattamento realizzato in violazione di legge. Il richiamo pare, inoltre, già essere stato compiuto in tema di diffamazione. Invero, il recente disegno di legge in discussione alla Camera [64] – all’art. 3 – oltre a sancire in capo all'interessato, il diritto – ulteriore rispetto a quello di ottenere la rettifica o l'aggiornamento – di richiedere la rimozione, dai siti internet e dai motori di ricerca, dei contenuti diffamatori o, comunque, dei dati personali trattati in violazione di legge, indica le modalità procedurali per la presentazione della richiesta [65] facendo esplicito riferimento alla normativa in tema di commercio elettronico [66]. Pertanto, risulta palese l’intenzione di configurare una sorta di “doppio binario” – giurisdizionale e amministrativo – per la tutela dell'interessato, valorizzando, nel contempo il ruolo delle autorità, estranee tanto al circuito fiduciario-rappresentativo (e dunque, alla logica di maggioranza che lo ispira) quanto all'ordine giudiziario. Tuttavia, appare concreto il rischio di una applicazione disomogenea del diritto all’oblio,  non solo per i diversi Paesi dell’Unione, ma anche con riferimento ai diversi motori di ricerca [67], con notevoli conseguenze sulle dinamiche dell’informazione in Europa. Tale circostanza pare aver stimolato un ampio dibattito sul tema. In particolare, la complessità della gestione dei casi di rilevanza transfrontaliera ha indotto gli studiosi ad affrontare il tema centrale dell’efficienza dell’azione di vigilanza. In tale contesto, è stato svolto un rilevante dibattito circa le modalità di gestione di quei casi in cui il trattamento dei dati sia suscettibile di pregiudicare il diritto alla riservatezza di soggetti residenti in diversi Stati membri. Allo stato, invero, la disciplina vigente, di cui alla direttiva n. 95/46/CE, non identifica meccanismi di coordinamento all’interno dell’Unione, né i casi in cui il trattamento dei dati sia in grado di varcare i confini nazionali, ma si limita piuttosto a un contesto di carattere locale. Ebbene, l’impianto in vigore – particolarmente decentrato – potrebbe essere moderato da un sistema di codecisione tra le autorità interessate, o addirittura sostituito da un’unica autorità di protezione. Tuttavia, l’auspicata convergenza appare ancora lontana, fortemente ostacolata dai singoli Stati che temono un’invasione nell’enforcement dei diritti fondamentali [68]. In tale quadro, assume rilievo l’ambito territoriale interessato dalla decisione in esame. Invero, sebbene l’applicazione della sentenza sia rivolta esclusivamente agli operatori comunitari – con le problematiche di convergenza, coerenza e non contraddizione delle prassi nazionali già brevemente espresse – pare innegabile rilevare che la de-indicizzazione sia diretta, non solo ai domini europei, ma anche ai domini generici [69]. Invero, nelle recenti linee guida per l’implementazione della sentenza in esame, il Data Protection Working Party[70] ha considerato il delisting non limitato esclusivamente ai domini europei, sulla valutazione che gli utenti tendono ad accedere ai motori di ricerca attraverso il relativi domini nazionali [71]. Difatti, una tale applicazione ridurrebbe l’efficacia dello strumento di de-indicizzazione. Tuttavia, anche l’adeguamento a tali principi non sembra di agevole applicazione pratica, comportando, attraverso l’imposizione degli obblighi di rimozione – ricadenti per certi aspetti perfino su cittadini non europei – una possibile censura applicata sulla base del provider da cui parte la query di ricerca. Tali considerazioni appaiono di notevole rilievo, in particolar modo per gli effetti che una simile applicazione è in grado di produrre. Si tratterebbe, infatti, dell’applicazione di una sentenza emessa da giudici europei che sostanzialmente produrrebbe effetti, seppur in via mediata per il tramite della filiale Google Spain, anche nei confronti di una azienda con sede negli Stati Uniti (che realizza ricavi in altri Paesi). Tale circostanza permetterebbe di superare le argomentazioni da sempre addotte da Google Inc. circa la soggezione della stessa alla giurisdizione statunitense, fondate sulla considerazione che la società ha stabilimento negli Stati Uniti. La Corte, al contrario, riconoscendo la stabile organizzazione delle società collegate, ha evidenziato che proprio la natura di semplici società di servizi pubblicitari delle stesse – come sostenuto da Google Inc. – permetta comunque di rilevare la realizzazione di ricavi legati alla compravendita di informazioni (i.e. profilazione degli utenti), e dunque, la soggezione alla normativa comunitaria e alle singole leggi nazionali. La circostanza manifesta una considerevole riacquisizione di sovranità da parte degli Stati europei e delle Autorità nazionali di protezione dei dati, evidenziando, tuttavia, una complessa applicazione pratica. 7.Conclusioni La disamina sin qui compiuta ha mostrato come la de-indicizzazione dei contenuti dai motori di ricerca attraverso la partecipazione attiva del titolare del motore di ricerca abbia offerto, da un lato il riconoscimento implicito di un nuovo diritto, dall’altro uno scontro tra diritti lasciando aperti una serie di quesiti. L’incontestabile merito della pronuncia si rinviene tuttavia nella riproposizione di un dibattito in realtà mai sopito relativo all’ambito di applicazione della normativa europea in materia di privacy e alla sua estensione nei confronti di quegli operatori che, pur fissando la propria sede in territori extra europei, si rivolgono e offrono i propri servizi anche al mercato europeo. In ogni caso, la sentenza in esame non può e non deve essere considerata incontestabile portatrice di dogmi assoluti. Diversi, infatti, sono i profili inesplorati e i problemi ancora aperti. La sentenza – pur garantendo il diritto alla de-indicizzazione di pagine contenenti dati personali leciti e veritieri ma ormai inadeguati, irrilevanti o addirittura non più rilevanti – appare profondamente inidonea nel passaggio in cui sembra accentuare maggiormente l’aspetto individuale inteso quale tutela della reputazione del singolo, rispetto a quello collettivo, considerato quale libertà di espressione o diritto di cronaca, sfumando eccessivamente i confini tra privacy e diffamazione [72]. Confini che sovente sono oggetto di confusione anche nelle sedi legislative. Occorre, invero, operare un distinguo tra contenuti diffamatori (o i dati trattati in violazione di legge) e i dati personali, che pur non essendo inesatti – e dunque da rimuovere o integrare – siano connotati da un interesse pubblico non così attuale da giustificarne l'indiscriminata reperibilità in rete. Ciò costituisce il termine di riferimento proprio del diritto all'oblio, che nel suo più noto precedente giurisprudenziale – la sentenza in esame – si manifesta come richiesta di deindicizzazione di dati certamente veritieri ma connessi a una vicenda ormai risalente. L'interesse caratterizzante la notizia, ormai sfumato, pur non in misura tale da giustificarne la rimozione dagli archivi dei giornali, comporta, quindi, la sottrazione ai motori di ricerca generalisti, in modo da contenere il danno all'immagine dell’interessato, derivante dalla perenne associazione tra il suo nome e la vicenda. Inoltre, anche alla conclusione della Corte circa la qualificazione del motore di ricerca quale titolare – inconsapevole – del trattamento dei dati personali seguono ulteriori perplessità. Invero, come già analizzato, sotto un profilo puramente tecnico, l’attività del motore di ricerca è svolta attraverso l’applicazione di un algoritmo di indicizzazione programmato in modo tale da associare indistintamente un link al nome di un dato soggetto, senza una preventiva valutazione circa la presenza di dati personali. Nel complesso, il percorso offerto dalla sentenza appare nel suo complesso tortuoso e rischia di sollevare perplessità anche di carattere applicativo. Invero, se per un verso la tutela dell’utente sembra essere stata ampliata, è invece il ruolo del motore di ricerca a essersi accresciuto. L’intermediario della rete pare diventare arbitro delle informazioni accessibili, operando anche sulla qualità di quest’ultime ed eliminando contenuti scomodi e invisi a taluno [73]. Tuttavia, la tutela dell'utente, che la portata della sentenza in esame vorrebbe ampliare, appare in realtà inficiata anche dall'assenza della garanzia del contraddittorio. Il difetto di una previsione, che imponga in capo al prestatore l'obbligo di assicurare un adeguato contraddittorio, determina la mancanza di un dialogo tra il notificante e i titolari dell'opposto interesse alla permanenza del contenuto. Tale lacuna non consente il benché minimo coinvolgimento di possibili interessi contrapposti, accrescendo ancora di più il ruolo del motore di ricerca. Tale soggetto pare svolgere una funzione prettamente paragiudiziale che, non solo non può essergli attribuita, ma che rischierebbe, inoltre, nel suo uso puramente strumentale, di tradursi in una sterile verifica della sussistenza dei diritti dell'interessato [74]. Sotto una diversa prospettiva, oltre alla paventata possibilità che si verifichi una cancellazione quasi automatica dei link, si potrebbe tuttavia riscontrare, al contrario, una certa ostilità da parte dei motori di ricerca alla cancellazione. Tale evenienza potrebbe essere indotta, non solo allo scopo di oberare le autorità nazionali della gestione di centinaia di ricorsi, ma anche al fine di tutelare il possesso dei dati personali su cui si fonda la capacità degli Over the Top di generare reddito. La possibilità fornita agli utenti di cancellare i propri dati renderebbe provvisorio e revocabile il possesso di questi da parte dei motori di ricerca, determinando, dunque, un indebolimento del valore dei dati stessi soprattutto a fini economici. L'intervento strutturale nell’ecosistema della rete non scevro da conseguenze, induce quindi ad attente riflessioni sul suo impatto digitale. Dal confronto tra la sovranità tecnologica multinazionale e quella giuridica sovranazionale, pur rilevandosi in parte l’attuale affermazione di quest’ultima, la vicenda sembra tutt'altro che conclusa. Note: [*] Il presente contributo è stato preventivamente sottoposto a referaggio anonimo affidato ad un componente del Comitato di Referee secondo il Regolamento adottato da questa Rivista. [1] J.P. Barlow, A declaration of the independence of cyberspace, John Perry Barlow Library, 1996, disponibile sul sito http://www.eff.org/ barlow/library.html. L’Autore rivendica l'autonomia della rete, la sua estraneità alla politica e al diritto. Barlow afferma l'originarietà dell'ordinamento del ciberspazio, sostenendo che questo non dipende dalle istituzioni del mondo fisico, ma è un fenomeno naturale, che cresce spontaneamente attraverso le azioni collettive dei suoi membri. Il ciberspazio è, secondo Barlow, dotato di una propria cultura, di una propria etica, di una propria regolamentazione, seppur non codicisticamente tradotta. Ebbene, tale sistema sarebbe dotato di un proprio ordine, maggior di quanto possa essere realizzato dalle imposizioni dei governi. Barlow, sulla base di tali considerazioni, conclude sostenendo che internet non ha bisogno della politica e del diritto, in quanto capace di autoregolarsi e di risolvere autonomamente i propri conflitti. (“Governments of the Industrial World, you weary giants of flesh and steel, I come from Cyberspace, the new home of Mind. On behalf of the future, I ask you of the past to leave us alone. You are not welcome among us. You have no sovereignty where we gather. We have no elected government, nor are we likely to have one, so I address you with no greater authority than that with which liberty itself always speaks. I declare the global social space we are building to be naturally independent of the tyrannies you seek to impose on us. You have no moral right to rule us nor do you possess any methods of enforcement we have true reason to fear. Governments derive their just powers from the consent of the governed. You have neither solicited nor received ours. We did not invite you. You do not know us, nor do you know our world. Cyberspace does not lie within your borders. Do not think that you can build it, as though it were a public construction project. You cannot. It is an act of nature and it grows itself through our collective actions. You have not engaged in our great and gathering conversation, nor did you create the wealth of our marketplaces. You do not know our culture, our ethics, or the unwritten codes that already provide our society more order than could be obtained by any of your impositions. You claim there are problems among us that you need to solve. You use this claim as an excuse to invade our precincts. Many of these problems don't exist. Where there are real conflicts, where there are wrongs, we will identify them and address them by our means. We are forming our own Social Contract. This governance will arise according to the conditions of our world, not yours. Our world is different”). [2] Le numerose richieste di una disciplina giuridica della rete provengono, in particolar modo dai governi – interessati a controllare la rete per la prevenzione del crimine e del terrorismo, a censurare materiali, a controllare il dissenso politico e sociale – ma anche dalla comunità degli affari, interessata a tutelare il commercio elettronico, ivi compresa la protezione della proprietà intellettuale, e dalla società civile per la tutela dei diritti fondamentali della persona. [3] In tal senso, Agcom, Indagine conoscitiva sul settore dei servizi internet e sulla pubblicità online, Allegato A alla delibera n. 19/14/CONS,  disponibile sul sito dell’Autorità all’indirizzo http://www.agcom.it/documents/10179/0/Documento/9376a211-ebb2-4df6-83ea-282f731faaf2. [4] In tal senso, Romani M., La globalizzazione telematica, Giuffré, 2009, secondo il quale la rete sarebbe sottoposta a una vera e propria normativa, la cd. lex informatica, la quale, pur non soggetta a determinati obblighi di osservanza, sarebbe spontaneamente rispettata secondo un meccanismo simile a quello che ha originato la lex mercatoria. [5] In tal senso, Delli Priscoli L., Internet e il diritto alla riservatezza dei dati personali contenuti in atti parlamentari, in Diritto Mercato Tecnologia n. 4-2013. [6] La garanzia di tale libertà si applica a tutte le forme di espressione, non solo quelle che combaciano con i punti di vista e le prospettive della maggioranza. La Corte europea dei diritti dell'uomo ha più volte dichiarato: “La libertà di espressione [...] è applicabile non solo alle ‘informazioni’ o ‘idee’ accolte con favore o considerate inoffensive o indifferenti, ma anche a quelle che offendono, sconvolgono o inquietano lo Stato o una parte della popolazione. Tali sono le esigenze di pluralismo, tolleranza e apertura mentale, senza le quali non esiste ‘società democratica’” (sentenzan. 5493/72, Handyside contro Regno Unito, § 49). Si veda anche il documento prodotto dalla Riunione di Copenaghen della Conferenza sulla dimensione umana della OSCE, del giugno 1990, in cui gli Stati membri partecipanti all'incontro, hanno affermato che: “(...) ogni persona avrà diritto alla libertà di espressione (...)”. L’esercizio di tale diritto – riconosciuto dalle tradizioni costituzionali dei Paesi europei, oltre che dall’art. 10 della Convenzione europea dei Diritti Fondamentali, CEDU e, da ultimo, nell’art. 11 della Carta UE – costituisce una componente della libertà dell’informazione, nonché elemento essenziale della società democratica. La Corte di Giustizia ha inoltre riconosciuto l’essenzialità dell’accesso alle informazioni al fine di consentire, al cittadino di partecipare più attivamente nel processo decisionale e, alle amministrazioni pubbliche di beneficiare di maggiore legittimazione, affermando che “[l]a possibilità per i cittadini di conoscere il fondamento dell’azione legislativa è condizione per l’esercizio effettivo, da parte di questi ultimi, dei loro diritti democratici” (sentenza 1° luglio 2008, cause C-39/05 P e C-52/05 P, § 45). [7] Sul tema si veda Gambino A.M., Stazi A., Mula D., Diritto dell’informatica e della comunicazione, Giappichelli, 2009, pp. 32 e ss. Gli Autori evidenziano che la rappresentazione della reputazione del singolo individuo è strettamente dipendente, non soltanto dai dati messi in circolazione, ma anche e soprattutto dall’appropriazione e dalla gestione di questi dati da parte di altri. Il mezzo e il luogo ove ciò avviene più facilmente e diffusamente è senz’altro internet. [8] Si precisa che tale espressione non è propriamente appropriata per descrivere il concetto che, in realtà, intende veicolare. Tuttavia, la giurisprudenza nazionale sembra utilizzare tale termine per descrivere il fenomeno oggetto della presente disamina. Per una trattazione approfondita si rinvia a Pizzetti F., Il caso del diritto all'oblio, Giappichelli, 2013; Finocchiaro G., Il diritto all'oblio nel quadro dei diritti della personalità, in Il diritto dell'informazione e dell'informatica, Giuffré, 2014, pp. 591 e ss.; Sica S., Zeno Zencovich V., Il futuro della responsabilità in rete. Legislazione, giurisprudenza e dottrina nel diritto dell'internet, in Diritto dell'informatica, 3, pp. 377 e ss.; Mezzanotte M., Il diritto all'oblio: contributo allo studio della privacy storica, Ed. Scient. Ital., 2009; Mayer-Schonberger, Delete. Il diritto all'oblio nell'era digitale, Egea, 2013; De Minico G., Internet regole e anarchia, Jovene, 2012; Pollicino O., Bertolini E., Lubello V, Internet: regola e tutela dei diritti fondamentali, Aracne, 2013.Nella letteratura italiana, sul diritto all’oblio si segnalano, inoltre,Vigevani G.E., Identità, oblio, informazione e memoria in viaggio da Strasburgo a Lussemburgo, passando per Milano, in Danno e responsabilità, 2014, p. 731; Marchetti G., Diritto di cronaca on-line e tutela del diritto all’oblio, in AA.VV., in Da Internet ai social network,Sant’Arcangelo di Romagna, 2013, p. 71; Di Ciommo F., Pardolesi R., Dal diritto all’oblio in Internet alla tutela della identità dinamica. È la rete, bellezza!, in Danno e responsabilità, 2012, p. 701; Citarella G., Aggiornamento degli archivi online, tra diritto all’oblio e rettifica “atipica”, in Resp. civ. e prev., 2012, p. 1155; Ferola L., Dal diritto all’oblio al diritto alla memoria sul Web. L’esperienza applicativa italiana, inDiritto dell'informatica, 2012, p. 1001; Mangano F., Diritto all’oblio, in Giur. merito,2012, p. 2621; Niger s., Il diritto all’oblio, in G. Finocchiaro (a cura di), Diritto all’anonimato. Anonimato, nome e identità personale, Padova, 2007, 59. [9] In un recente convegno organizzato dall’Istituto per lo Studio dell’Innovazione Media Economia Società e Istituzioni, sul tema “Il mondo nella rete: diritti, vincoli, opportunità”, tenutosi a Roma, il 14 maggio 2014, il prof. Antonio Nicita, ha rilevato la critica relazione tra la rete e la valutazione economica dei dati, in termini di accesso a tali dati, proprio ai fini di una loro valutazione sul mercato, nonché lo sbilanciamento nell'accesso ai dati che riguarda taluni soggetti privilegiati. Il Commissario ha, infine, espresso la complessità di un’adeguata tutela dei diritti della persona nel c.d. mondo della rete. Il convegno è  disponibile sul sito http://www.isimm.it/. [10] Corte di giustizia dell’Unione europea, sentenza 13 maggio 2014, C-131/12, disponibile sul sito http://curia.europa.eu/juris/document/document.jsf?docid=152065&doclang=IT [11] Il diritto alla riservatezza, inteso quale possibilità di godere appieno della propria intimità, ha assunto un’importanza centrale con la pervasiva diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Tuttavia, nel linguaggio giuridico è più correttamente utilizzata l’espressione protezione dei dati personali per evidenziare una sottile distinzione con il termine riservatezza, utilizzato invece nei casi che prospettano un’esigenza di tutela dell’intimità, e con il termine privacy, utilizzato nel linguaggio comune. La protezione dei dati individua situazioni più complesse, che rinviano a forme generali di tutela della sfera privata e delle varie libertà a essa connesse, fino a costituire un elemento della stessa cittadinanza. Tale circostanza determina un’evoluzione dell’originaria definizione di privacy intesa come “right to be let alone”, coniata nel 1890 da Samuel Warren e Louis Brandeis (The Right To Privacy, in Harvard Law Review, 1890), con conseguente riconoscimento della necessità della protezione dei dati personali come diritto fondamentale, nelle Costituzioni di alcuni Paesi, nel Trattato che Istituisce una Costituzione per l’Europa e nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione europea. In tal senso, Rodotà S., Riservatezza, in Enciclopedia Italiana, VII Appendice, Treccani, 2007. [12] Il diritto mira a salvaguardare il riserbo imposto dal tempo ad un notizia già resa di dominio pubblico. Difatti, il decorso del tempo può attenuare l'attualità della notizia e far scemare, al tempo stesso, anche l'interesse pubblico all'informazione. In tal senso, Cendon P., Il diritto all’oblio, in Trattato breve dei nuovi danni, Vol. 2, Cedam, 2011. Sul tema si veda anche Buttarelli G., Banche dati e tutela della riservatezza, Giuffré, 1997; nonché De Grazie L., La libertà di stampa e il diritto all'oblio nei casi di diffusione di articoli attraverso internet, Rivista AIC n. 4/2013. Sulle accezioni del diritto all'oblio proposte in dottrina, si rinvia a AA.VV., Il diritto all’oblio. Atti del Convegno di Studi del 17 maggio 1997, Gabrielli (a cura di), Napoli, 1999; Auletta T., Diritto alla riservatezza e “droit à l’oubli”, in Alfa G.,Bessone M., Boneschi L., Caiazza G. (a cura di), L’informazione e i diritti della persona, Napoli, 1983, p. 127 e ss.; Ferri G.B., Diritto all’informazione e diritto all’oblio, in Riv. dir. civ., 1990, p. 801 e ss.; Morelli M.R., voce Oblio (diritto all’), in Enc. dir., Agg., VI, Milano, 2002. [13] La tutela si rinviene anche con riferimento all’aspetto risarcitorio, in quanto si configura una responsabilità extracontrattuale aggravata ai sensi dell’art. 2050 c.c., nonché un obbligo risarcitorio che trova fondamento nell’art. 2059 c.c. Il riferimento codicistico si rinviene nell’art. 15 del Codice della privacy, di cui al d.lgs. 30 giugno 2003, n.196, ai sensi del quale “chiunque cagiona danni per effetto del trattamento di dati personali è tenuto al risarcimento ai sensi dell’art. 2050 del codice civile”. Si precisa che l’art. 2050 configura la responsabilità per esercizio di attività pericolosa (“Chiunque cagiona danno ad altri nello svolgimento di un'attività pericolosa, per sua natura o per natura dei mezzi adoperati, è tenuto al risarcimento, se non prova di avere adottato tutte le misure idonee a evitare il danno.”). La lettura combinata delle due disposizioni permette di rilevare che il trattamento dei dati personali nel nostro ordinamento viene considerato di per sé come un’attività pericolosa. L’analisi congiunta mostra inoltre l’inversione dell’onere della prova, gravando sul gestore dell’attività pericolosa l’onere di dimostrare di aver posto in essere tutte le misure idonee per evitare il danno; per converso, sarà onere del danneggiato provare solo il semplice evento, e non anche il nesso di causalità con la condotta del presunto danneggiante. Sul riconoscimento di tale diritto come diritto fondamentale si veda anche Cassazione, sentenza 11 novembre 2008, n. 26972. [14] La normativa stabilisce che il trattamento dei dati “si svolga nel rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, nonché della dignità dell’interessato, con particolare riferimento alla riservatezza, all’identità personale e al diritto alla protezione dei dati personali” (art. 2, co. I). Inoltre, di rilievo appare l’art. 11, il quale stabilisce che i dati personali oggetto di trattamento devono essere conservati in una forma che consenta l’identificazione dell’interessato per un periodo di tempo non superiore a quello necessario agli scopi per i quali essi sono stati raccolti o successivamente trattati. In tal senso Cendon P., op. cit, che ha considerato l’articolo 11 quale disposizione di codificazione del diritto all’oblio, in quanto, bilanciando la riservatezza e il diritto all’informazione, la norma obbliga la conservazione dei dati in una forma che consenta di identificare l’interessato per un tempo non eccedente quello necessario. [15] Si vedano le decisioni del Garante: 7 luglio 2005, n. 1091915; 10 novembre 2004, n. 1116068; 8 aprile 2009, n. 1617673. [16] In tal senso, Delli Priscoli L., op. cit. Si consideri l’ormai consolidato orientamento giurisprudenziale secondo cui sussiste il diritto del singolo a non veder “travisato o alterato all’esterno il proprio patrimonio intellettuale, politico, sociale, religioso, ideologico, professionale” (Per tutte, Cassazione, sentenza 22 giugno 1985, n. 7769). Sul tema dell'identità personale si veda Zeno-Zencovich, voce Identità personale, in Dig. it., Sez. Civ., IX, Torino, 1995. Si rinvia, inoltre, a Finocchiaro G., voce Identità personale, in Dig. disc. priv., Sez. civ., Torino, 2010, p. 721 e ss. e a Resta G., Identità personale e identità digitale, Il diritto dell'informazione e dell'informatica, 2007, p. 511 e ss. [17] Si consideri che i servizi di completamento e di indicizzazione delle ricerche correlate si basano su un software che permette all’utente di completare la chiave di ricerca o di visualizzare le più comuni ricerche correlate effettuate da terzi, attraverso un algoritmo che effettua in modo automatico un’associazione tra le parole chiave che risultano maggiormente ricercate dagli utenti. In tal senso, Pollicino O., Tutela del pluralismo nell’era digitale: ruolo e responsabilità degli Internet Service Provider, in Giurisprudenza Costituzionale, disponibile nella versione di consultazioneonline all’indirizzo http://www.giurcost.org/studi/pollicino1.pdf. [18] La responsabilità del provider è stata disciplinata dalla direttiva 2000/31/CE in materia di e-commerce e recepita dal nostro ordinamento con d.lgs n. 70/2003.  La normativa comunitaria è frutto di un processo di circolazione e imitazione del modello statunitense ripreso talora pedisssequamente nelle formule legislative della direttiva. Tuttavia la direttiva, rispetto al modello richiamato, si differenzia sia per l’ambito di applicazione oggettiva, che abbraccia illeciti civili e penali, sia per quello soggettivo, in quanto la disciplina comunitaria non include le attività dei motori di ricerca e il linking (cfr. Digital Millenium Copriright Act del 1998 che ha ratificato i discussi trattati dell’Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale - cd. WIPO. Per una disamina approfondita si rinvia a Samuelson P., The U.S. Digital Agenda at WIPO, 37 Va J. Int’l L.,1997, pp. 369. Si veda anche Sédallian V., La responsabilité des prestataires techniques sur Internet dans le Digital Millennium Copyright Act américain et le projet de directive européen sur le commerce électronique, in Cahiers Lamy droit de l'informatique et des réseaux, 1999, n. 110, 1; Rojinsky C., Commerce électronique et responsabilité des acteurs de l'Internet en Europe, in Gaz. Pal., 23-24 juin 2000, p. 19; Montero E., La responsabilité des prestataires intermédiaires de l'Internet, in Revue Ubiquité, 2000, p. 100; Julià-Barceló R., K.J. Koelman, Intermediary Liability in the E-Commerce Directive: So Far So Good, But It's Not Enough, in 16 Computer Law & Security Report, 2000, p. 231; Strowel A., Ide N., Verhoestraete F., La directive du 8 juin 2000 sur le commerce électronique: un cadre juridique pour l'internet, in Jour. des Tribunaux, 2001, n. 6000, p. 141; Di Ciommo F., Evoluzione tecnologica e regole di responsabilità civile, Jovene, 2003; Bocchini R., La responsabilità civile degli intermediari del commercio elettronico. Contributo allo studio dell'illecito plurisoggettivo permanente, Jovene, 2003; Riccio G.M., La responsabilità civile degli internet providers, Giuffré, 2002, pp. 200 e ss.) Si segnala, inoltre, che in sede di recepimento della direttiva, alcuni ordinamenti hanno disciplinato anche l’attività dei motori di ricerca, in tal senso l’ordinamento spagnolo che estende le regole per i fornitori di hosting ai motori di ricerca. Sul punto si rinvia a Peguera M., Internet Service Providers’ Liability in Spain: Recent Case Law and Future Perspective, 13 J. Of Intell. Prop. Information Tech. And E-Commerce Law, 2010, pp. 151. La disciplina comunitaria, che ha introdotto regole che condizionano la responsabilità del provider in modo coerente con la sua natura di mero intermediario, sembra tuttavia messa in discussione dal mutamento della fisionomia dei provider che assumono un ruolo sempre meno passivo e neutrale. Inoltre, anche l’applicazione in sede giurisprudenziale appare connotata da decisioni spesso contrastanti e indirizzi non sempre univoci: se in alcuni contenziosi è stato evidenziato il carattere della neutralità degli intermediari, in altri è stata, al contrario prevista una responsabilità oggettiva di quest’ultimi in relazione a illeciti perpetrati mediante l’utilizzo dei servizi offerti. Cfr. Van Eecke P., Online service providers and liability: a plea for a balanced approach, in Common Market Law Review, 48, 2011, pp. 1455 e ss. L’Autore evidenzia, a seguito di un periodo di apparente diffidenza verso i provider, un maggior favore verso gli intermediari, manifestato dalle maggiori corti europee. Tuttavia, nel caso di specie occorre ricordare che tale direttiva sul commercio elettronico non trova applicazione, ex art. 1, par. 4, lett. b), alle “questioni relative ai servizi della società dell’informazione oggetto delle direttive n. 95/46/CE e 97/66/CE” e, quindi all’intero settore della tutela dei dati personali. [19] In tal senso la Corte di giustizia sul caso Google Spain, di cui infra. [20] In particolare, in una recente ordinanza del 25 marzo 2013, il Tribunale di Milano, seppur con riferimento ad altro aspetto, ha rilevato che i motori di ricerca non siano configurabili quali content provider, evidenziando la natura del servizio quale associazione tra componente grafica e software. La fattispecie riguardava il servizio cd. di autocompletamento, il quale riprodurrebbe staticamente, secondo la richiamata giurisprudenza, il risultato di ricerche più popolari effettuate dagli utenti, attraverso un mero servizio di caching, ovvero un servizio di memorizzazione temporanea di dati svolta dal provider per agevolare le ricerche effettuate dagli utenti, senza alcun controllo e, dunque, responsabilità, in relazione ai contenuti.  Analogamente, cfr. Tribunale di Pinerolo, ordinanza 30 aprile 2012. Contra invece Tribunale di Milano, ordinanza 21/25 gennaio 2011 e ordinanza 24 marzo 2011, secondo cui i motori di ricerca integrano delle banche dati, che gestiscono, memorizzandole, le pagine web più visitate dagli utenti. Tale attività costituirebbe quindi un’attività organizzativa nell’operare dei motori di ricerca, in quanto l’abbinamento contestato dal ricorrente sarebbe frutto del sistema deliberatamente adottato dal motore di ricerca, nel caso Google, e costituirebbe il prodotto di un attività, (i.e. responsabilità) direttamente riconducibile a quest’ultimo. In tal senso, in ambito europeo anche la Corte d’appello di Parigi, 14 dicembre 2011, che ha assimilato, con i conseguenti obblighi, il legale rappresentante della società al direttore responsabile di una testata giornalistica online. [21] Si veda Tribunale di Milano, sentenza 26 aprile 2013, n. 5820. [22] Si veda Cassazione, sentenza 5 aprile 2012, n. 5525. [23] Tali conclusioni sembrano aver anticipato in parte la posizione espressa dall’Avvocato generale Niilo Jääskinen nel caso Google Spain, oggetto della presente disamina, il quale ha rilevato l’inconsapevolezza da parte del gestore del motore di ricerca dell’esistenza di determinate tipologie di informazioni che costituiscono dati personali, optando per un riconoscimento implicito della sua natura di service provider. Si consideri, tuttavia, che l’Avvocato Jääskinen sembra negare l’esistenza nel diritto comunitario di un diritto all’oblio. Ciò nonostante la Corte di giustizia è pervenuta a conclusioni differenti, riconoscendo al contrario la responsabilità del gestore del motore di ricerca e il riconoscimento del diritto all’oblio. Cfr. infra. [24] In tal senso si veda Tribunale di Milano, sentenza 26 aprile 2013, n. 5820, con la quale la lesione del diritto all’oblio è stata ritenuta prevalente su ogni altro ipotetico interesse. In particolare, il giudice milanese, in una fattispecie su tematiche analoghe, ha ritenuto la mancanza del requisito dell’interesse pubblico alla permanente conoscenza, del ruolo pubblico dell’interessato, sufficienti a giustificare la rimozione dell’articolo dall’archivio telematico di un quotidiano. Per un’interessante rassegna di decisioni si veda Razzante R., Manuale di diritto dell’informazione, Edizione VI, Cedam, 2013. [25] Cfr. precedente nota n.15 [26] Si veda Cassazione, sentenza 3 febbraio 2014, n. 5107. [27] Si tratta del caso Vividown – i cui estremi sono riportati nella nota precedente – riguardante una vicenda che aveva suscitato molto clamore per un video diffuso nel 2006 raffigurante un minorenne di Torino affetto da sindrome di Down deriso e malmenato dai compagni di scuola. La vicenda aveva riproposto il delicato tema della responsabilità degli intermediari della comunicazione. [28] In particolare si veda l’art. 167 del Codice. [29] Si veda, Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, sezione IV, sentenza 16 luglio 2013, caso Wegrzynowski e Smolczewsky v. Polonia. Il caso traeva origine da una vicenda risalente al 2000, quando il quotidiano polacco cartaceo Rzeczpospolita pubblicava un articolo in cui due avvocati polacchi venivano accusati di essere coinvolti, assieme ad alcuni politici locali, in alcuni affari poco leciti, attraverso i quali avrebbero conseguito notevoli vantaggi economici. Dalla vicenda erano scaturiti due distinti processi per diffamazione. Il primo, azionato sulla base dell’articolo nella versione cartacea del giornale, concluso poi a favore dei ricorrenti; il secondo, instaurato nel 2004, quando i ricorrenti, venuti a conoscenza dell’immissione dell’articolo anche sull’archivio online del giornale, ne avevano chiesto la rimozione. I ricorrenti, avevano, altresì, sostenuto che, oltre al danno provocato dalla pubblicazione online dell’articolo, la sua relativa indicizzazione, attraverso il motore di ricerca Google, avrebbe costituito una nuova pubblicazione dell’articolo diffamante che ledeva ulteriormente i loro diritti al rispetto della vita privata e alla reputazione. Le istanze dei ricorrenti rigettate dai Giudici aditi, avevano indotto gli stessi a promuovere l’azione davanti alla Corte di Strasburgo. La Corte, adita in ordine alla violazione dell’art. 8 della Convenzione, non ha, poi, reputato fondata la violazione del diritto al rispetto alla vita privata, bilanciando la tutela di questo diritto con la libertà di espressione prevista all’art. 10 della Convenzione. Per un commento alla decisione, si rinvia a Nannipieri L., La sopravvivenza online di articoli giornalistici dal contenuto diffamatorio: la pretesa alla conservazione dell’identità e la prigione della memoria nel cyberspazio. Osservazioni intorno a Corte CEDU, IV sez., sentenza 16 luglio 2013 (Węgrzynowski e Smolczewski contro Polonia, Ric. N. 33846/2007), in Forum Costituzionale, disponibile alla pagina http://www.forumcostituzionale.it/wordpress/images/stories/pdf/documenti_forum/giurisprudenza/corte_europea_diritti_uomo/0030_nannipieri.pdf Per una comparazione tra la decisione e la sentenza Google Spain, si rinvia a Di Ciommo F., Quello che il diritto non dice. Internet e oblio, in Danno e Responsabilità n. 12/2014. [30] Cfr. Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, Delfi v. Estonia, 10 ottobre 2013. La vicenda traeva origine nel 2006, quando sul portale estone Delfi veniva pubblicato un articolo sulla deviazione di alcune rotte navali da parte della Saaremaa Shipping Company, una società pubblica di trasporto marittimo, che collega la terraferma estone con le isole. Delfi è un grande e popolare portale web estone, che svolge la propria attività informativa anche a livello internazionale. L’articolo pubblicato sul portale criticava l’operato di uno degli amministratori della società di trasporto marittimo e riceveva svariati commenti, alcuni dei quali recanti offese personali ed espressioni volgari. In ragione di tali contenuti offensivi, l’amministratore della società chiedeva ai responsabili del portale la rimozione dei commenti lesivi e il risarcimento del danno non patrimoniale. Dalla vicenda scaturiva una controversia dinnanzi all’Autorità giudiziaria estone, che si conclude con l’accoglimento delle domande avanzate dall’amministratore della società di trasporto marittimo da parte della Corte Suprema. I giudici estoni, tuttavia, pur accogliendo le richieste avanzate dall’amministratore della società, riducevano sensibilmente l’importo del danno rispetto alla quantificazione effettuata dal ricorrente, ponendo a carico di Delfi il pagamento di una somma esigua. Avverso questa determinazione, Delfi ha, poi, proposto ricorso innanzi alla Corte di Strasburgo lamentando la violazione dell’art. 10 della CEDU. [31] In rete, con riferimento alla protezione dei dati personali, si distinguono tre tipologie di attività che possono compromettere la tutela di tale diritto. La prima è la pubblicazione di dati personali su una qualsiasi pagina web, la cd. pagina web source. La seconda riguarda il caso in cui un motore di ricerca fornisca risultati che indirizzano l’utente verso la pagina web source. La terza situazione, meno evidente, ricorre quando un utente effettua una ricerca utilizzando un motore di ricerca e alcuni dei suoi dati personali, come l’indirizzo IP dal quale la ricerca viene effettuata, vengono automaticamente trasferiti al fornitore di servizi di motore di ricerca. In tal senso l’Avvocato generale Niilo Jääskinen nelle conclusioni rassegnate il 25 giugno 2013 sulla causa in commento. Le conclusioni in formato integrale sono disponibili sul sito http://curia.europa.eu/juris/document/document.jsf?text=&docid=138782&pageIndex=0&doclang=IT&mode=req&dir=&occ=first&part=1&cid=386778. Per un commento alla sentenza si veda Peron S., Il diritto all'oblio nell'era dell'informazione on-line, in Responsabilità Civile e previdenza, fasc. 4/2014, p. 1177; Di Ciommo F., Quello che il diritto non dice. Internet e oblio, in Danno e responsabilità n. 12/2014, Ipsoa. Per un commento critico si rinvia a Scorza G., Corte di giustizia e diritto all'oblio: una sentenza che non convince, in Corriere giuridico n. 12/2014. Per un'analisi dei risvolti penali si rinvia a Flor R., Dalla data retention al diritto all'oblio. Dalle paure orwelliane alla recente giurisprudenza della Corte di giustizia. Quali effetti per il sistema di giustizia penali e quali prospettive de jure condendo?, in Diritto dell'informazione e dell'informatica, fasc. 4-5, 2014, p. 753. [32] Si tratta della direttiva n. 95/46/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 1995, relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati. In particolare, si vedano gli articoli nn. 2, 4, 12 e 14 (GU L 281, pag. 31). [33] Nel 2010, un cittadino spagnolo si rivolgeva all'Agenzia di protezione dei dati spagnola (Agencia Española de Protección de Datos, cd. AEPD), proponendo un reclamo contro un quotidiano locale –  La Vanguardia Ediciones S.L. – nonché contro Google Spain e Google Inc. – attraverso il quale denunciava che nell'elenco di risultati associati al proprio nome, il motore di ricerca mostrava dei link di collegamento a due pagine risalenti all’anno 1998 che annunciavano una vendita all'asta di immobili per un pignoramento dovuto a crediti previdenziali non corrisposti. Il ricorrente, lamentando che il pignoramento era stato interamente definito da svariati anni, adduceva l’irrilevanza e la lesività circa la menzione dello stesso. Tuttavia, l’Agenzia spagnola respingeva il reclamo diretto contro il quotidiano, ritenendo la legittimità della pubblicazione da parte dell’editore, ma lo accoglieva nei confronti di Google Spain e Google Inc., imponendo alle stesse di adottare le misure necessarie per la rimozione dei dati dai loro indici e per rendere impossibile il futuro accesso ai dati stessi. La successiva proposizione dei ricorsi innanzi all’Audiecia Nacional da parte delle due società soccombenti ha, successivamente, determinato l’intervento della Corte di giustizia, investita da una domanda di pronuncia pregiudiziale posta dal giudice spagnolo. Per un commento alla sentenza, si rinvia, tra gli altri, a Palmieri A., Pardolesi R., Dal diritto all’oblio all’occultamento in rete: traversie dell’informazione ai tempi di Google, in Nuovi Quaderni del Foro Italiano, n. 1 del 27 maggio 2014. [34] Cfr. punto n. 41 della sentenza richiamata. [35] Si consideri che l’espressione contenuta nella direttiva n. 95/46/CE è stata erroneamente tradotta nella versione italiana con la locuzione “responsabile” e non “titolare” del trattamento. Si rinvia a una lettura congiunta della direttiva nelle due versioni, in lingua italiana e in lingua inglese, disponibili in visualizzazione bilingue all’indirizzo http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT-EN/TXT/?qid=1404634206358&uri=CELEX:01995L0046-20031120&from=IT. Tuttavia, per maggior completezza espositiva si precisa che nella normativa italiana il “titolare del trattamento”, di cui all’art. 4, comma 2, lettera f) del d.lgs. 196/2003, “[è] la persona fisica, la persona giuridica, la pubblica amministrazione e qualsiasi altro ente, associazione od organismo cui competono, anche unitamente ad altro titolare, le decisioni in ordine alle finalità e modalità del trattamento di dati personali, nonché agli strumenti utilizzati, ivi compreso il profilo della sicurezza”, mentre il “responsabile”, secondo il disposto dell’art. 4, comma 1, lett. g), “è la persona fisica, la persona giuridica, la pubblica amministrazione e qualsiasi altro ente, associazione od organismo preposti dal titolare al trattamento di dati personali”. [36] Si ricorda che opinione opposta era stata espressa dall’Avvocato generale Niilo Jääskinen, il quale nelle proprie conclusioni, rassegnate il 25 giugno 2013, rilevava l’inconsapevolezza da parte del gestore del motore di ricerca dell’esistenza di determinate tipologie di informazioni che costituiscono dati personali, tale da effettuarne il trattamento con un obiettivo strettamente connesso alla loro natura di dati personali. L’attività di indicizzazione di informazioni, compiuta meccanicamente dal motore di ricerca, non è in grado di consentire di discernere questi dati in quanto tali fra i contenuti indicizzati.  Queste considerazioni hanno condotto l’Avvocato generale a negare in capo al gestore, seppur riconoscendo un’attività volta al “trattamento di dati personali”, la qualifica di “titolare del trattamento”. Le conclusioni in formato integrale sono disponibili sul sito http://curia.europa.eu/juris/document/document.jsf?text=&docid=138782&pageIndex=0&doclang=IT&mode=req&dir=&occ=first&part=1&cid=386778 [37] E’ stato già rilevato che possono sussistere ragioni particolari tali da impedire l’esercizio del diritto all’oblio. Invero, si ripete, che la Corte ha evidenziato che tale diritto non è esercitabile, ad esempio, nei casi in cui rilevi il ruolo ricoperto dal soggetto nella vita pubblica, in quanto in una siffatta ipotesi appare del tutto preminente l’interesse del pubblico ad avere accesso a determinate informazioni. [38] La Corte si discosta, dunque, dall’interpretazione letterale della normativa fornita dall’Avvocato generale Niilo Jääskinen nelle conclusioni alla causa in commento, richiamate alla precedente nota n. 31 [39] L’articolo prevede che “[g]li Stati membri riconoscono alla persona interessata il diritto: (…) di opporsi, su richiesta e gratuitamente, al trattamento dei dati personali che la riguardano previsto dal responsabile del trattamento a fini di invio di materiale pubblicitario ovvero di essere informata prima che i dati personali siano, per la prima volta, comunicati a terzi o utilizzati per conto di terzi, a fini di invio di materiale pubblicitario; la persona interessata deve essere informata in modo esplicito del diritto di cui gode di opporsi gratuitamente alla comunicazione o all'utilizzo di cui sopra (…)”. [40] Il riferimento operato dalla Corte al “contesto delle attività” – seppur riferito ad un ambito diverso, quale il trattamento dei dati personali – potrebbe essere utilizzato per riproporre la questione della cd. web tax e della soggezione dei cd. Over the Top alla normativa nazionale. La locuzione utilizzata dai Giudici di Lussemburgo potrebbe, infatti, avvalorare la considerazione che lo stabilimento della sede in altro Stato membro è criterio superabile in presenza dello svolgimento effettivo dell’attività, e fornire, in tal modo, un utile supporto giurisprudenziale per combattere l’elusione fiscale e giungere alla tanto agoniata tassazione sui ricavi degli OTT, i quali stabilendo le loro sedi legali in Paesi con regime fiscale agevolato, godono di una tassazione agevolata, pur realizzando ricavi nel mercato nazionale. [41] Si veda il Considerando n. 52 della sentenza in esame. Si consideri anche il precedente Considerando n. 20, attraverso il quale la Corte stabilisce che “[l]a tutela delle persone prevista dalla (…) direttiva non deve essere impedita dal fatto che il responsabile del trattamento sia stabilito in un paese terzo”. [42] Si tratta peraltro di una conclusione in linea con quanto espresso dall'Avvocato generale nelle conclusioni depositate il 25 giugno 2013. [43] Cfr. sentenza C-324/09, L'Oreal e altri, in particolare i punti n. 62 e 63. [44] In tal senso si vedano Scorza G., Corte di giustizia e diritto all'oblio, in Il Corriere giuridico n. 12/2014, pp. 1471 e ss.; Finocchiaro G., Lex mercatoria e commercio elettronico. Il diritto applicabile ai contratti conclusi via internet, in Contratto e impresa, 2001, 2, pp. 571 e ss. Nel senso dell'esigenza di una maggior correlazione tra l'attività svolta presso lo stabilimento europeo di un titolare extra europeo si veda anche il parere n. 8/2010 sul diritto applicabile adottato il 16 dicembre 2010 dal Gruppo di lavoro articolo 29 per la protezione dei dati (cfr. la successiva nota n. 56) 0836-02/10/IT, WP. [45] n tal senso Scorza G., op. cit. [46] Si veda il punto 28 della sentenza in commento. La Corte nella propria ricostruzione giuridica richiama il precedente caso Lindqvist in cui era stata stabilita la responsabilità del soggetto che diffonde su internet dati personali di terzi senza in necessario consenso (Corte di Giustizia, 6 novembre 2003, C-101/01, Gota Hovratt c. Lindqvist, disponibile sul sito http://curia.europa.eu/juris/liste.jsf?language=it&num=c-101/01). Tuttavia, nella fattispecie richiamata la posizione del soggetto condannato appare ictu oculi differente rispetto a quella del motore di ricerca che non può mai considerarsi autore dei contenuti già presenti online. Per un’analisi del caso si veda Ubertazzi T.M., Il caso Linqvist: i limiti della privacy europea, in Danno e resp., 4/2004, pp. 377 e ss. [47] Cfr. Cassazione, sentenza richiamata in nota n.22. [48] La normativa è riportata nella precedente nota n. 18. In particolare, il d.lgs. n. 70/2003, dopo aver regolato all’art. 17 la responsabilità del provider, ha escluso in capo allo stesso la sussistenza di un obbligo generale di sorveglianza sui contenuti trattati. [49] Secondo tale ricostruzione, l’obbligo di garantire l’oblio si riverserebbe in capo al gestore del motore di ricerca. Di contro, tuttavia, è opportuno rilevare che una tale circostanza potrebbe implicare una pericolosa apertura a potenziali e infinite richieste di cancellazione dei dati personali, con conseguente limitazione dei contenuti disponibili online. Sul tema si veda infra. [50] Oltre alla difficoltà di monitorare la diffusione dei dati immateriali, si evidenziano le limitazioni che un tale controllo costituisce alla libertà di circolazione e al mercato europeo. [51] La tematica, seppur in un’accezione parzialmente diversa, è stata già affrontata in dottrina. Sul tema si veda Macario F., La protezione dei dati personali nel diritto privato europea, in La disciplina del trattamento dei dati personali, a cura di Cuffaro V., Ricciuto V., Giappicchelli, 1997, pp. 53 e ss.. L’Autore evidenzia l’imprescindibilità nel mercato europeo della circolazione delle informazioni ai fini della completa realizzazione degli obiettivi del Trattato. A tal proposito si veda anche Pardolesi R., Dalla riservatezza alla protezione dei dati personali: una storia di evoluzione e discontinuità, in Diritto alla riservatezza e circolazione dei dati personali, a cura di Pardolesi R., Giuffré 2003, p. 48. L’Autore prospetta una rinuncia della direttiva 95/46/CE alla filosofia della sorveglianza a tutti i costi, evidenziando la natura espansiva della nuova realtà moderna in cui i dati personali sono inevitabilmente destinati a debordare oltre i confini del consenso iniziale. La considerazione conduce l’Autore a riconoscere nella normativa un ostacolo al «riespandersi di barriere allo scambio di materiale informativo, nemmeno in nome della salvaguardia dei diritti fondamentali». [52] In questi termini anche Matranga C., Luci e ombre del caso Google Spain: una vittoria del diritto all’oblio, in Giureta Rivista di Diritto dell’Economia, dei Trasporti e dell’Ambiente, vol. XII, ed. 2014. [53] Secondo tale approccio il titolare del diritto su un contenuti, nei casi in cui sono pubblicati contenuti in assenza di autorizzazione del titolare, avvisa l'amministratore del sito sul quale tale contenuto è presente. Il gestore può quindi attivarsi immediatamente per rimuoverlo spontaneamente, senza l'ordine di un giudice. In via del tutto teorica, il gestore della piattaforma potrebbe anche decidere di non rimuovere il contenuto segnalato. Tuttavia, in quest’ultima ipotesi, il gestore non potrà beneficiare di eventuali esenzioni di responsabilità. [54] Si veda la precedente nota n. 18. [55] Occorre, tuttavia, evidenziare che la procedura di deindicizzazione dei contenuti attuata a seguito dell'applicazione sentenza in esame differisce da quella di notifica e rimozione prevista dalla normativa statunitense sotto un duplice aspetto. In primo luogo, poiché il DMCA trova la propria fonte in un testo normativo. In secondo luogo, il DMCA prevede una forma di difesa in capo al soggetto che pubblica il contenuto presumibilmente contrario alla normativa in tema di proprietà intellettuale. Invero, è prevista la possibilità per tale soggetto di indirizzare una counter-notification, contenente i medesimi requisiti della contestazione e le ragioni per cui i contenuti segnalati non dovrebbero essere rimossi. Diversamente la procedura in esame si limita a comunicare la rimozione al soggetto che ha pubblicato il contenuto, non consentendo repliche, né eccezioni. L'editore del contenuto si vedrà dunque costretto ad agire dinanzi all'Autorità giudiziaria ovvero al Garante per la protezione dei dati personali per riottenere l'indicizzazione della notizia. Per maggiori approfondimenti si veda Riccio G.M., Diritto all'oblio e responsabilità dei motori di ricerca, in Diritto dell'informazione e dell'informatica, fasc. 4-5,2014, pp. 753 e ss. [56] Occorre, tuttavia precisare che il Data Protection Working Partyha recentemente chiarito la non obbligatorietà dei form offerti dai motori di ricerca, precisando la possibilità di utilizzare anche strumenti di comunicazione alternativi. La circostanza valorizza il principio della libertà della forma ma nel contempo costituisce un possibile aggravio dei tempi nelle evasione delle richieste, nonché dei costi per gli operatori. Il Data Protection Working Party è un organo consultivo indipendente dell’Unione europea, istituito dall’art. 29 Direttiva n. 95/46/CE, che si occupa di monitorare l’applicazione della direttiva europea sulla privacy e di fornire linee di indirizzo e suggerimenti per l’evoluzione della disciplina e della sua applicazione. Il documento è reperibile sul sito http://ec.europa.eu/justice/data-protection/article-29/documentation/opinion-recommendation/files/2014/wp225_en.pdf. [57] La Corte nelle dichiarazioni conclusive della richiamata sentenza, in particolare al punto n. 4, stabilisce che “(…) nel valutare i presupposti di applicazione si dovrà verificare in particolare se l’interessato abbia diritto a  che l’informazione in questione riguardante la sua persona non venga più, allo stato attuale, collegata al suo nome da un elenco di risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal suo nome, senza per questo che la constatazione di un diritto siffatto presupponga che l’inclusione dell’informazione in questione in tale elenco arrechi un pregiudizio a detto interessato (…)”. Tuttavia, si ricorda che in caso di rifiuto, resta salva la facoltà degli utenti di adire le competenti autorità giudiziarie al fine di una rivalutazione della domanda. Per maggiori approfondimenti di carattere puramente tecnico si rinvia a Pilla F., Falistocco G., Giacomello M., Io digitale, Computers, 2014. [58] Si veda Razzante R., Informazione: istruzioni per l’uso, Cedam, 2014. L’Autore sostiene, tra l’altro, che il diritto all’oblio non va considerato quale mezzo per l’azzeramento della memoria storica ma piuttosto strumento per una corretta indicizzazione delle notizie che vengono prodotte nella rete. [59] Si ricorda che anche a livello nazionale le persone giuridiche sono state sostanzialmente escluse dal raggio di tutela della legge sulla privacy. [60] La nozione di personaggio pubblico è mutuata dall’ampia definizione fornita dalla Risoluzione del Consiglio n. 1165 del 1998, secondo cui sono ricompresi in tale categoria tutti i soggetti che rivestono un ruolo pubblico o utilizzano fondi pubblici, nonché tutti coloro che rivestono un ruolo significativo nella politica, nell’economia, nell’arte e nello sport. Tuttavia, con lo sviluppo e diffusione dei new media si segnala un progressivo affievolimento della dimensione dicotomica pubblico/privato che rende generico il riferimento al ruolo ricoperto dal soggetto nella vita pubblica. In tal senso Riccio G.M., op. cit. [61] In tal senso, il prof. Giovanni Maria Riccio, in un recente articolo sul tema “Le linee-guida per il diritto all’oblio: ancora più potere per i motori di ricerca?” disponibile sul sito www.e-lex.it. [62] In tal senso, anche l’Avv. Guido Scorza, durante un recente convegno sul tema “Il diritto all’oblio ai tempi di Google” organizzato dalla Camera di Commercio di Varese il 14 novembre 2014. L'Avvocato considera tuttavia ancora aperti una serie di problemi. In via del tutto esemplificativa, si pensi ai termini di perfezionamento dell'inadempimento da parte del motore di ricerca. Invero, stante la possibilità, in caso di rifiuto o inadempimento del motore di ricerca, di adire l’autorità giudiziaria, non sembrano fissati i termini entro cui ritenere perfezionato tale inadempimento. [63] Si veda la precedente nota n. 18. [64] Il riferimento è al disegno di legge in tema di “Modifiche alla legge 8 febbraio 1948, n. 47, al codice penale, al codice di procedura penale e al codice di procedura civile in materia di diffamazione, di diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di diffusione, di ingiuria e di condanna del querelante nonché di segreto professionale. Ulteriori disposizioni a tutela del soggetto diffamato”. [65] La richiesta può essere presentata solo dall'interessato, mentre nel caso di morte di costui, analoga istanza può essere rivolta al giudice dagli eredi o dal convivente. [66] Si precisa che, tuttavia, la previsione riportata nel II comma e qui oggetto di richiamo non indica anche l'autorità di vigilanza quale ulteriore possibile destinatario della richiesta dell'interessato, il che rischia indubbiamente di creare qualche difficoltà interpretativa. Attribuendo, infatti, “una qualche valenza innovativa alla norma, dovrebbe ritenersi che essa, relativamente ai soli contenuti diffamatori, ammetta la possibilità di adire soltanto il giudice e non anche l'autorità di vigilanza. Tale previsione risulterebbe allora asistematica rispetto a una disciplina, quale quella dell'art. 14, cui si rinvia espressamente e che, conformemente alla disciplina europea, ha previsto un “doppio binario” per la tutela dell'interessato”. In tal senso, Antonello Soro, Presidente del Garante per la Protezione dei Dati Personali durante una recente audizione alla Camera dei Deputati del 3 dicembre 2014. L’intervento completo è disponibile sul sito http://www.garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/3584327. [67] Accanto a Google si ricordano tra i grandi motori di ricerca, a titolo puramente esemplificativo, Bing e Yahoo. [68] La problematica è stata recentemente affrontata in un convegno tenutosi a Roma il 13 novembre 2014 sul tema “Governance di Internet ed efficienza delle regole verso il nuovo regolamento europeo sulla privacy”. Di particolare rilievo l’intervento della Prof.ssa Valeria Falce, la quale ha evidenziato due possibili opzioni: dall’accentramento di competenze in una sola autorità di protezione, una sorta di autorità capofila basata sul meccanismo dello “sportello unico”; al mantenimento di un sistema decentrato in cui ciascuna autorità nazionale partecipi a una decisione collettiva, in codecisione. Per maggiori approfondimenti si rinvia all’articolo integrale “Sportello Unico ed efficienza dell’azione di vigilanza: verso il regolamento privacy” disponibile online sulla Rivista Diritto Mercato e Tecnologia al seguente link http://www.dimt.it/2014/12/10/sportello-unico-ed-efficienza-dellazione-di-vigilanza-verso-il-regolamento-privacy/. [69] Si ricorda che i domini cd. di primo livello (Top-level domain, cd. TLD) sono classificati dalla Internet Assigned Numbers Authority in tre tipologie differenti: nazionali, usati per indicare una dipendenza territoriale; generici, per particolari classi di organizzazioni; infrastrutturali, di cui l’unico esistente è .arpa. [70] Si veda la precedente nota n. 56 [71] Nel documento, precedentemente richiamato nella nota n. 55, si legge che “[i]n order to give full effect to the data subject’s rights as defined in the Court’s ruling,delisting decisions must be implemented in such a way that they guarantee the effective and complete protection of data subjects’ rights and that EU law cannot be circumvented. In that sense, limiting delisting to EU domains on the grounds that users tend to access search engines via their national domains cannot be considered a sufficient mean to satisfactorily guarantee the rights of data subjects according to the ruling. In practice, this means that in any case delisting should also be effective on all relevant domains, including .com.” [72] La diffamazione riguarda sostanzialmente contenuti diffamatori e/o trattati in violazione di legge. La privacy – nella accezione generale di tutela delle informazioni private – la data protection – quale tutela dei dati personali pubblici e privati – e il diritto all’oblio – nel suo valore di diritto alla reputazione – non possono essere in alcun modo accomunati alla diffamazione. Se quest’ultima riguarda, invero, la pubblicazione di dati sostanzialmente falsi, il diritto all’oblio concerne, invece, la pubblicazione lecita di dati personali veritieri i quali per il trascorrere del tempo, non risultano più connotati da un interesse pubblico attuale, a fini informativi o giornalistici. Tale circostanza impedisce, dunque, di giustificarne l'indiscriminata reperibilità in rete. [73] In tal senso, come richiamato da Riccio G.M., op. cit., Rodotà S., Libertà, opportunità, democrazia e informazione, in Internet e privacy: quali regole?, in Atti del Convegno di Roma 8-9 maggio 1998, Cittadini e Società dell’informazione, Supplemento n. 1 al Bollettino n. 5 del Garante, 1998, 15, che aveva già paventato il rischio degli ISP quali nuovi censori istituzionali. [74] In tal senso, D'Antonio V., Sica S., La procedura di de-indicizzazione, in Diritto dell'Informazione e dell'Informatica (Il), fasc.4-5, 2014, pag. 703.
    SENTENZA DELLA CORTE (Grande Sezione) 13 maggio 2014 «Dati personali – Tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento di tali dati – Direttiva 95/46/CE – Articoli 2, 4, 12 e 14 – Ambito di applicazione materiale e territoriale – Motori di ricerca su Internet – Trattamento dei dati contenuti in siti web – Ricerca, indicizzazione e memorizzazione di tali dati – Responsabilità del gestore del motore di ricerca – Stabilimento nel territorio di uno Stato membro – Portata degli obblighi di tale gestore e dei diritti della persona interessata – Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea – Articoli 7 e 8» Nella causa C131/12, avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’articolo 267 TFUE, dall’Audiencia Nacional (Spagna), con decisione del 27 febbraio 2012, pervenuta in cancelleria il 9 marzo 2012, nel procedimento Google Spain SL, Google Inc. contro Agencia Española de Protección de Datos (AEPD), Mario Costeja González, LA CORTE (Grande Sezione), composta da V. Skouris, presidente, K. Lenaerts, vicepresidente, M. Ilešič (relatore), L. Bay Larsen, T. von Danwitz, M. Safjan, presidenti di sezione, J. Malenovský, E. Levits, A. Ó Caoimh, A. Arabadjiev, M. Berger, A. Prechal e E. Jarašiūnas, giudici, avvocato generale: N. Jääskinen cancelliere: M. Ferreira, amministratore principale vista la fase scritta del procedimento e in seguito all’udienza del 26 febbraio 2013, considerate le osservazioni presentate: – per Google Spain SL e Google Inc., da F. González Díaz, J. Baño Fos e B. Holles, abogados; – per M. Costeja González, da J. Muñoz Rodríguez, abogado; – per il governo spagnolo, da A. Rubio González, in qualità di agente; – per il governo ellenico, da E.M. Mamouna e K. Boskovits, in qualità di agenti; – per il governo italiano, da G. Palmieri, in qualità di agente, assistita da P. Gentili, avvocato dello Stato; – per il governo austriaco, da G. Kunnert e C. Pesendorfer, in qualità di agenti; – per il governo polacco, da B. Majczyna e M. Szpunar, in qualità di agenti; – per la Commissione europea, da I. Martínez del Peral e B. Martenczuk, in qualità di agenti, sentite le conclusioni dell’avvocato generale, presentate all’udienza del 25 giugno 2013, ha pronunciato la seguente Sentenza 1 La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione degli articoli 2, lettere b) e d), 4, paragrafo 1, lettere a) e c), 12, lettera b), e 14, primo comma, lettera a), della direttiva 95/46/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 1995, relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati (GU L 281, pag. 31), nonché dell’articolo 8 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (in prosieguo: la «Carta»). 2 Tale domanda è stata proposta nell’ambito di una controversia che oppone le società Google Spain SL (in prosieguo: «Google Spain») e Google Inc. all’Agencia Española de Protección de Datos (AEPD) (Agenzia di protezione dei dati; in prosieguo: l’«AEPD») e al sig. Costeja González, in merito ad una decisione di detta Agenzia che ha accolto la denuncia depositata dal sig. Costeja González contro le due società suddette e ha ordinato a Google Inc. di adottare le misure necessarie per rimuovere dai propri indici alcuni dati personali riguardanti detto interessato e di impedire in futuro l’accesso a tali dati. Contesto normativo Diritto dell’Unione 3 La direttiva 95/46 – che, ai sensi del suo articolo 1, ha per oggetto la tutela dei diritti e delle libertà fondamentali delle persone fisiche, e segnatamente del diritto alla vita privata, con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché l’eliminazione degli ostacoli alla libera circolazione di tali dati – enuncia, ai considerando 2, 10, da 18 a 20, e 25, quanto segue: «(2) considerando che i sistemi di trattamento dei dati sono al servizio dell’uomo; che essi, indipendentemente dalla nazionalità o dalla residenza delle persone fisiche, debbono rispettare le libertà e i diritti fondamentali delle stesse, in particolare la vita privata, e debbono contribuire al (...) benessere degli individui; (...) (10) considerando che le legislazioni nazionali relative al trattamento dei dati personali hanno lo scopo di garantire il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, in particolare del diritto alla vita privata, riconosciuto anche dall’articolo 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali[, firmata a Roma il 4 novembre 1950,] e dai principi generali del diritto comunitario; che pertanto il ravvicinamento di dette legislazioni non deve avere per effetto un indebolimento della tutela da esse assicurata ma deve anzi mirare a garantire un elevato grado di tutela nella Comunità; (...) (18) considerando che, onde evitare che una persona venga privata della tutela cui ha diritto in forza della presente direttiva, è necessario che qualsiasi trattamento di dati personali effettuato nella Comunità rispetti la legislazione di uno degli Stati membri; che, a questo proposito, è opportuno assoggettare i trattamenti effettuati da una persona che opera sotto l’autorità del responsabile del trattamento stabilito in uno Stato membro alla legge di tale Stato; (19) considerando che lo stabilimento nel territorio di uno Stato membro implica l’esercizio effettivo e reale dell’attività mediante un’organizzazione stabile; che la forma giuridica di siffatto stabilimento, si tratti di una semplice succursale o di una filiale dotata di personalità giuridica, non è il fattore determinante a questo riguardo; che quando un unico responsabile del trattamento è stabilito nel territorio di diversi Stati membri, in particolare per mezzo di filiali, esso deve assicurare, segnatamente per evitare che le disposizioni vengano eluse, che ognuno degli stabilimenti adempia gli obblighi previsti dalla legge nazionale applicabile alle attività di ciascuno di essi; (20) considerando che la tutela delle persone prevista dalla presente direttiva non deve essere impedita dal fatto che il responsabile del trattamento sia stabilito in un paese terzo; che, in tal caso, è opportuno che i trattamenti effettuati siano disciplinati dalla legge dello Stato membro nel quale sono ubicati i mezzi utilizzati per il trattamento in oggetto e che siano prese le garanzie necessarie per consentire l’effettivo rispetto dei diritti e degli obblighi previsti dalla presente direttiva; (...) (25) considerando che i principi di tutela si esprimono, da un lato, nei vari obblighi a carico delle persone (...) [che trattano dati], obblighi relativi in particolare alla qualità dei dati, alla sicurezza tecnica, alla notificazione all’autorità di controllo, alle circostanze in cui il trattamento può essere effettuato, e, dall’altro, nel diritto delle persone, i cui dati sono oggetto di trattamento, di esserne informate, di poter accedere ai dati, e chiederne la rettifica, o di opporsi al trattamento in talune circostanze». 4 L’articolo 2 della direttiva 95/46 prevede che «[a]i fini [di tale] direttiva si intende per: a) “dati personali”: qualsiasi informazione concernente una persona fisica identificata o identificabile (“persona interessata”); si considera identificabile la persona che può essere identificata, direttamente o indirettamente, in particolare mediante riferimento ad un numero di identificazione o ad uno o più elementi specifici caratteristici della sua identità fisica, fisiologica, psichica, economica, culturale o sociale; b) “trattamento di dati personali” (“trattamento”): qualsiasi operazione o insieme di operazioni compiute con o senza l’ausilio di processi automatizzati e applicate a dati personali, come la raccolta, la registrazione, l’organizzazione, la conservazione, l’elaborazione o la modifica, l’estrazione, la consultazione, l’impiego, la comunicazione mediante trasmissione, diffusione o qualsiasi altra forma di messa a disposizione, il raffronto o l’interconnessione, nonché il congelamento, la cancellazione o la distruzione; (...) d) “responsabile del trattamento”: la persona fisica o giuridica, l’autorità pubblica, il servizio o qualsiasi altro organismo che, da solo o insieme ad altri, determina le finalità e gli strumenti del trattamento di dati personali. Quando le finalità e i mezzi del trattamento sono determinati da disposizioni legislative o regolamentari nazionali o comunitarie, il responsabile del trattamento o i criteri specifici per la sua designazione possono essere fissati dal diritto nazionale o comunitario; (...)». 5 L’articolo 3 della citata direttiva, intitolato «Campo d’applicazione», enuncia, al paragrafo 1, quanto segue: «Le disposizioni della presente direttiva si applicano al trattamento di dati personali interamente o parzialmente automatizzato nonché al trattamento non automatizzato di dati personali contenuti o destinati a figurare negli archivi». 6 L’articolo 4 della stessa direttiva, intitolato «Diritto nazionale applicabile», prevede: «1. Ciascuno Stato membro applica le disposizioni nazionali adottate per l’attuazione della presente direttiva al trattamento di dati personali: a) effettuato nel contesto delle attività di uno stabilimento del responsabile del trattamento nel territorio dello Stato membro; qualora uno stesso responsabile del trattamento sia stabilito nel territorio di più Stati membri, esso deve adottare le misure necessarie per assicurare l’osservanza, da parte di ciascuno di detti stabilimenti, degli obblighi stabiliti dal diritto nazionale applicabile; b) il cui responsabile non è stabilito nel territorio dello Stato membro, ma in un luogo in cui si applica la sua legislazione nazionale, a norma del diritto internazionale pubblico; c) il cui responsabile, non stabilito nel territorio della Comunità, ricorre, ai fini del trattamento di dati personali, a strumenti, automatizzati o non automatizzati, situati nel territorio di detto Stato membro, a meno che questi non siano utilizzati ai soli fini di transito nel territorio della Comunità europea. 2. Nella fattispecie di cui al paragrafo 1, lettera c), il responsabile del trattamento deve designare un rappresentante stabilito nel territorio di detto Stato membro, fatte salve le azioni che potrebbero essere promosse contro lo stesso responsabile del trattamento». 7 Nell’ambito del capo II della direttiva 95/46, segnatamente nella sezione I, intitolata «Principi relativi alla qualità dei dati», l’articolo 6 dispone quanto segue: «1. Gli Stati membri dispongono che i dati personali devono essere: a) trattati lealmente e lecitamente; b) rilevati per finalità determinate, esplicite e legittime, e successivamente trattati in modo non incompatibile con tali finalità. Il trattamento successivo dei dati per scopi storici, statistici o scientifici non è ritenuto incompatibile, purché gli Stati membri forniscano garanzie appropriate; c) adeguati, pertinenti e non eccedenti rispetto alle finalità per le quali vengono rilevati e/o per le quali vengono successivamente trattati; d) esatti e, se necessario, aggiornati; devono essere prese tutte le misure ragionevoli per cancellare o rettificare i dati inesatti o incompleti rispetto alle finalità per le quali sono rilevati o sono successivamente trattati, cancellati o rettificati; e) conservati in modo da consentire l’identificazione delle persone interessate per un arco di tempo non superiore a quello necessario al conseguimento delle finalità per le quali sono rilevati o sono successivamente trattati. Gli Stati membri prevedono garanzie adeguate per i dati personali conservati oltre il suddetto arco di tempo per motivi storici, statistici o scientifici. 2. Il responsabile del trattamento è tenuto a garantire il rispetto delle disposizioni del paragrafo 1». 8 Nel capo II della direttiva 95/46, all’interno della sezione II, intitolata «Principi relativi alla legittimazione del trattamento dei dati», l’articolo 7 recita così: «Gli Stati membri dispongono che il trattamento di dati personali può essere effettuato soltanto quando: (...) f) è necessario per il perseguimento dell’interesse legittimo del responsabile del trattamento oppure del o dei terzi cui vengono comunicati i dati, a condizione che non prevalgano l’interesse o i diritti e le libertà fondamentali della persona interessata, che richiedono tutela ai sensi dell’articolo 1, paragrafo 1». 9 L’articolo 9 della citata direttiva, intitolato «Trattamento di dati personali e libertà d’espressione», ha il seguente tenore: «Gli Stati membri prevedono, per il trattamento di dati personali effettuato esclusivamente a scopi giornalistici o di espressione artistica o letteraria, le esenzioni o le deroghe alle disposizioni del presente capo e dei capi IV e VI solo qualora si rivelino necessarie per conciliare il diritto alla vita privata con le norme sulla libertà d’espressione». 10 L’articolo 12 della medesima direttiva, intitolato «Diritto di accesso», così dispone: «Gli Stati membri garantiscono a qualsiasi persona interessata il diritto di ottenere dal responsabile del trattamento: (...) b) a seconda dei casi, la rettifica, la cancellazione o il congelamento dei dati il cui trattamento non è conforme alle disposizioni della presente direttiva, in particolare a causa del carattere incompleto o inesatto dei dati; (...)». 11 L’articolo 14 della direttiva 95/46, intitolato «Diritto di opposizione della persona interessata», ha il seguente tenore: «Gli Stati membri riconoscono alla persona interessata il diritto: a) almeno nei casi di cui all’articolo 7, lettere e) e f), di opporsi in qualsiasi momento, per motivi preminenti e legittimi, derivanti dalla sua situazione particolare, al trattamento di dati che la riguardano, salvo disposizione contraria prevista dalla normativa nazionale. In caso di opposizione giustificata il trattamento effettuato dal responsabile non può più riguardare tali dati; (...)». 12 L’articolo 28 di detta direttiva, intitolato «Autorità di controllo», è così formulato: «1. Ogni Stato membro dispone che una o più autorità pubbliche siano incaricate di sorvegliare, nel suo territorio, l’applicazione delle disposizioni di attuazione della presente direttiva, adottate dagli Stati membri. (...) 3. Ogni autorità di controllo dispone in particolare: – di poteri investigativi, come il diritto di accesso ai dati oggetto di trattamento e di raccolta di qualsiasi informazione necessaria all’esercizio della sua funzione di controllo; – di poteri effettivi d’intervento, come quello (...) di ordinare il congelamento, la cancellazione o la distruzione dei dati, oppure di vietare a titolo provvisorio o definitivo un trattamento (...); – (...). È possibile un ricorso giurisdizionale avverso le decisioni dell’autorità di controllo recanti pregiudizio. 4. Qualsiasi persona, o associazione che la rappresenti, può presentare a un’autorità di controllo una domanda relativa alla tutela dei suoi diritti e libertà con riguardo al trattamento di dati personali. La persona interessata viene informata del seguito dato alla sua domanda. (...) 6. Ciascuna autorità di controllo, indipendentemente dalla legge nazionale applicabile al trattamento in questione, è competente per esercitare, nel territorio del suo Stato membro, i poteri attribuitile a norma del paragrafo 3. Ciascuna autorità può essere invitata ad esercitare i suoi poteri su domanda dell’autorità di un altro Stato membro. Le autorità di controllo collaborano tra loro nella misura necessaria allo svolgimento dei propri compiti, in particolare scambiandosi ogni informazione utile. (...)». Diritto spagnolo 13 La direttiva 95/46 è stata trasposta nell’ordinamento spagnolo mediante la legge organica n. 15/1999, del 13 dicembre 1999, relativa alla tutela dei dati personali (BOE n. 298, del 14 dicembre 1999, pag. 43088). Procedimento principale e questioni pregiudiziali 14 Il 5 marzo 2010, il sig. Costeja González, cittadino spagnolo con domicilio in Spagna, ha presentato dinanzi all’AEPD un reclamo contro La Vanguardia Ediciones SL, che pubblica un quotidiano di larga diffusione, soprattutto in Catalogna (Spagna) (in prosieguo: «La Vanguardia»), nonché contro Google Spain e Google Inc. Tale reclamo era fondato sul fatto che, allorché un utente di Internet introduceva il nome del sig. Costeja González nel motore di ricerca del gruppo Google (in prosieguo: «Google Search»), otteneva dei link verso due pagine del quotidiano di La Vanguardia rispettivamente del 19 gennaio e del 9 marzo 1998, sulle quali figurava un annuncio, menzionante il nome del sig. Costeja González, per una vendita all’asta di immobili connessa ad un pignoramento effettuato per la riscossione coattiva di crediti previdenziali. 15 Mediante detto reclamo, il sig. Costeja González chiedeva, da un lato, che fosse ordinato a La Vanguardia di sopprimere o modificare le pagine suddette affinché i suoi dati personali non vi comparissero più, oppure di ricorrere a taluni strumenti forniti dai motori di ricerca per proteggere tali dati. Dall’altro lato, egli chiedeva che fosse ordinato a Google Spain o a Google Inc. di eliminare o di occultare i suoi dati personali, in modo che cessassero di comparire tra i risultati di ricerca e non figurassero più nei link di La Vanguardia. Il sig. Costeja González affermava in tale contesto che il pignoramento, che era stato effettuato nei suoi confronti, era stato interamente definito da svariati anni e che la menzione dello stesso era ormai priva di qualsiasi rilevanza. 16 Con decisione del 30 luglio 2010, l’AEPD ha respinto il suddetto reclamo nella parte in cui era diretto contro La Vanguardia, ritenendo che la pubblicazione da parte di quest’ultima delle informazioni in questione fosse legalmente giustificata, dato che aveva avuto luogo su ordine del Ministero del Lavoro e degli Affari sociali e aveva avuto lo scopo di conferire il massimo di pubblicità alla vendita pubblica, al fine di raccogliere il maggior numero di partecipanti all’asta. 17 Detto reclamo è stato invece accolto nella parte in cui era diretto contro Google Spain e Google Inc. L’AEPD ha considerato in proposito che i gestori di motori di ricerca sono assoggettati alla normativa in materia di protezione dei dati, dato che essi effettuano un trattamento di dati per il quale sono responsabili e agiscono quali intermediari della società dell’informazione. L’AEPD ha ritenuto di essere autorizzata ad ordinare la rimozione dei dati nonché il divieto di accesso a taluni dati da parte dei gestori di motori di ricerca, qualora essa ritenga che la localizzazione e la diffusione degli stessi possano ledere il diritto fondamentale alla protezione dei dati e la dignità delle persone in senso ampio, ciò che includerebbe anche la semplice volontà della persona interessata che tali dati non siano conosciuti da terzi. L’AEPD ha affermato che tale obbligo può incombere direttamente ai gestori di motori di ricerca, senza che sia necessario cancellare i dati o le informazioni dal sito web in cui questi compaiono, segnatamente quando il mantenimento di tali informazioni nel sito in questione sia giustificato da una norma di legge. 18 Google Spain e Google Inc. hanno proposto due ricorsi separati contro la decisione di cui sopra dinanzi all’Audiencia Nacional, dei quali quest’ultima ha disposto la riunione. 19 Detto giudice chiarisce nella decisione di rinvio che i ricorsi sopra menzionati portano a chiedersi quali obblighi incombano ai gestori di motori di ricerca per la tutela dei dati personali delle persone interessate, le quali non desiderino che alcune informazioni, pubblicate sui siti web di terzi e contenenti loro dati personali che consentono di collegare ad esse dette informazioni, vengano localizzate, indicizzate e messe a disposizione degli utenti di Internet in modo indefinito. La risposta a tale quesito dipenderebbe dal modo in cui la direttiva 95/46 deve essere interpretata nel contesto di queste tecnologie che sono apparse dopo la sua pubblicazione. 20 Alla luce di tali considerazioni, l’Audiencia Nacional ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali: «1) Per quanto concerne l’ambito territoriale di applicazione della direttiva [95/46] e, di conseguenza, della normativa spagnola sulla protezione dei dati, si chiede: a) Se debba ritenersi che esista uno “stabilimento” ai sensi dell’articolo 4, paragrafo 1, lettera a), della direttiva [95/46], qualora ricorrano una o più delle seguenti circostanze: – l’impresa che gestisce il motore di ricerca apre in uno Stato membro una succursale o una filiale destinata alla promozione e alla vendita degli spazi pubblicitari proposti dal motore di ricerca e l’attività della quale si dirige agli abitanti di tale Stato; o – la società madre designa una filiale situata in tale Stato membro come suo rappresentante e responsabile del trattamento di due file specifici contenenti i dati dei clienti che hanno stipulato contratti con detta società per la fornitura di servizi pubblicitari; o – la succursale o la filiale stabilita in uno Stato membro trasmette alla società madre, avente sede al di fuori dell’Unione europea, i reclami e le ingiunzioni che le vengono presentati tanto dalle persone interessate quanto dalle autorità competenti perché sia rispettato il diritto alla protezione dei dati, anche quando tale collaborazione abbia carattere volontario. b) Se l’articolo 4, paragrafo 1, lettera c), della direttiva [95/46] debba essere interpretato nel senso che si configura un “ricorso a strumenti situati nel territorio di detto Stato membro” qualora un motore di ricerca: – utilizzi dei “web spiders” o dei crawler per localizzare e indicizzare le informazioni contenute in pagine web alloggiate su server situati in tale Stato membro o – utilizzi un nome di dominio proprio di uno Stato membro e indirizzi le ricerche e i risultati in funzione della lingua di tale Stato membro. c) Se possa considerarsi come un ricorso a strumenti, ai sensi dell’articolo 4, paragrafo 1, lettera c), della direttiva [95/46], la memorizzazione temporanea delle informazioni indicizzate dai motori di ricerca su Internet. In caso di risposta affermativa a quest’ultimo quesito, se si possa ritenere soddisfatto tale criterio di collegamento quando l’impresa si rifiuti di rivelare il luogo in cui archivia detti indici, adducendo ragioni di concorrenza. d) A prescindere dalla risposta ai precedenti quesiti, e specialmente nel caso in cui la Corte ritenesse inapplicabili i criteri di collegamento previsti dall’articolo 4 della direttiva [95/46]: Se, alla luce dell’articolo 8 della [Carta], la direttiva [95/46] debba essere applicata nello Stato membro nel quale si trova il centro di gravità del conflitto e nel quale è possibile ottenere una tutela più efficace dei diritti dei cittadini dell’Unione (...). 2) Per quanto concerne l’attività dei motori di ricerca quali fornitori di contenuti in relazione alla direttiva [95/46], si chiede: a) Riguardo all’attività [di Google Search] quale fornitore di contenuti, consistente nel localizzare le informazioni pubblicate o messe in rete da terzi, nell’indicizzarle in maniera automatica, nel memorizzarle temporaneamente e infine nel metterle a disposizione degli utenti di Internet secondo un determinato ordine di preferenza, qualora tali informazioni contengano dati personali di terzi: Se un’attività come quella descritta debba considerarsi rientrante nella nozione di “trattamento di dati” ai sensi dell’articolo 2, lettera b), della direttiva [95/46]. b) In caso di risposta affermativa al quesito precedente, e sempre con riferimento ad un’attività come quella sopra descritta: Se l’articolo 2, lettera d), della direttiva [95/46] debba essere interpretato nel senso che la società che gestisce [Google Search] deve essere considerata “responsabile del trattamento” dei dati personali contenuti nelle pagine web da essa indicizzate. c) In caso di risposta affermativa al quesito precedente: Se l’[AEPD], al fine di tutelare i diritti enunciati agli articoli 12, lettera b), e 14, [primo comma,] lettera a), della direttiva [95/46], possa ordinare direttamente [a Google Search] di rimuovere dai propri indici un’informazione pubblicata da terzi, senza rivolgersi previamente o simultaneamente al titolare della pagina web in cui è inserita tale informazione. d) In caso di risposta affermativa al quesito precedente: Se i motori di ricerca siano sollevati dall’obbligo di rispettare i diritti di cui sopra qualora l’informazione contenente i dati personali sia stata lecitamente pubblicata da terzi e rimanga sulla pagina web di origine. 3) Per quanto concerne la portata del diritto di cancellazione e/o opposizione al trattamento di dati in relazione al diritto all’oblio, si chiede: Se si debba ritenere che i diritti di cancellazione e congelamento dei dati, disciplinati dall’articolo 12, lettera b), e il diritto di opposizione al loro trattamento, regolato dall’articolo 14, [primo comma,] lettera a), della direttiva [95/46], implichino che l’interessato può rivolgersi ai motori di ricerca per impedire l’indicizzazione delle informazioni riguardanti la sua persona pubblicate su pagine web di terzi, facendo valere la propria volontà che tali informazioni non siano conosciute dagli utenti di Internet, ove egli reputi che la loro divulgazione possa arrecargli pregiudizio o desideri che tali informazioni siano dimenticate, anche quando si tratti di informazioni pubblicate da terzi lecitamente». Sulle questioni pregiudiziali Sulla seconda questione, lettere a) e b), concernente l’ambito di applicazione materiale della direttiva 95/46 21 Con la sua seconda questione, lettere a) e b), da esaminarsi per prima, il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se l’articolo 2, lettera b), della direttiva 95/46 debba essere interpretato nel senso che l’attività di un motore di ricerca quale fornitore di contenuti, consistente nel trovare informazioni pubblicate o inserite da terzi su Internet, nell’indicizzarle in modo automatico, nel memorizzarle temporaneamente e, infine, nel metterle a disposizione degli utenti di Internet secondo un determinato ordine di preferenza, deve essere qualificata come «trattamento di dati personali», ai sensi della disposizione suddetta, qualora tali informazioni contengano dati personali. In caso di risposta affermativa, il giudice del rinvio desidera inoltre sapere se il citato articolo 2, lettera d), debba essere interpretato nel senso che il gestore di un motore di ricerca deve essere considerato come il «responsabile» del suddetto trattamento di dati personali, ai sensi di quest’ultima disposizione. 22 Secondo Google Spain e Google Inc., l’attività dei motori di ricerca non può essere considerata quale trattamento dei dati che appaiono sulle pagine web di terzi visualizzate nell’elenco dei risultati della ricerca, dato che detti motori di ricerca trattano le informazioni accessibili su Internet nel loro insieme senza operare una selezione tra i dati personali e le altre informazioni. Inoltre, anche supponendo che tale attività debba essere qualificata come «trattamento di dati», il gestore di un motore di ricerca non può essere considerato come «responsabile» di tale trattamento, dal momento che egli non ha conoscenza dei dati in questione e non esercita alcun controllo su di essi. 23 Per contro, il sig. Costeja González, i governi spagnolo, italiano, austriaco e polacco, nonché la Commissione europea, ritengono che l’attività suddetta implichi all’evidenza un «trattamento di dati» nel senso di cui alla direttiva 95/46, il quale si distingue dal trattamento di dati ad opera degli editori di siti web e persegue obiettivi diversi rispetto a quelli di quest’ultimo. Il gestore di un motore di ricerca sarebbe «responsabile» del trattamento dei dati da questo effettuato, essendo detto gestore a determinare le finalità e gli strumenti di tale trattamento. 24 Secondo il governo ellenico, l’attività in questione costituisce un «trattamento» siffatto, ma poiché i motori di ricerca fungono da semplici intermediari, le imprese che li gestiscono non possono essere considerate «responsabili», ad eccezione del caso in cui esse memorizzino dei dati in una «memoria intermedia» o una «memoria cache» per un periodo di tempo superiore a quanto tecnicamente necessario. 25 A questo proposito occorre rilevare come l’articolo 2, lettera b), della direttiva 95/46 definisca il «trattamento di dati personali» come «qualsiasi operazione o insieme di operazioni compiute con o senza l’ausilio di processi automatizzati e applicate a dati personali, come la raccolta, la registrazione, l’organizzazione, la conservazione, l’elaborazione o la modifica, l’estrazione, la consultazione, l’impiego, la comunicazione mediante trasmissione, diffusione o qualsiasi altra forma di messa a disposizione, il raffronto o l’interconnessione, nonché il congelamento, la cancellazione o la distruzione». 26 Per quanto riguarda in particolare Internet, la Corte ha già avuto modo di constatare che l’operazione consistente nel far comparire su una pagina Internet dati personali va considerata come un «trattamento» siffatto ai sensi dell’articolo 2, lettera b), della direttiva 95/46 (v. sentenza Lindqvist, C101/01, EU:C:2003:596, punto 25). 27 Per quanto concerne l’attività in esame nel procedimento principale, non è contestato che tra i dati trovati, indicizzati, memorizzati dai motori di ricerca e messi a disposizione degli utilizzatori di questi ultimi sono presenti anche informazioni riguardanti persone fisiche identificate o identificabili, e dunque «dati personali» ai sensi dell’articolo 2, lettera a), della direttiva citata. 28 Pertanto, occorre constatare che, esplorando Internet in modo automatizzato, costante e sistematico alla ricerca delle informazioni ivi pubblicate, il gestore di un motore di ricerca «raccoglie» dati siffatti, che egli «estrae», «registra» e «organizza» successivamente nell’ambito dei suoi programmi di indicizzazione, «conserva» nei suoi server e, eventualmente, «comunica» e «mette a disposizione» dei propri utenti sotto forma di elenchi dei risultati delle loro ricerche. Poiché tali operazioni sono contemplate in maniera esplicita e incondizionata all’articolo 2, lettera b), della direttiva 95/46, esse devono essere qualificate come «trattamento» ai sensi di tale disposizione, senza che rilevi il fatto che il gestore del motore di ricerca applichi le medesime operazioni anche ad altri tipi di informazioni e non distingua tra queste e i dati personali. 29 La constatazione di cui sopra non viene invalidata neppure dal fatto che tali dati abbiano già costituito l’oggetto di una pubblicazione su Internet e non vengano modificati dal suddetto motore di ricerca. 30 Infatti, la Corte ha già constatato che le operazioni contemplate dall’articolo 2, lettera b), della direttiva 95/46 devono essere considerate come un trattamento siffatto anche nell’ipotesi in cui riguardino esclusivamente informazioni già pubblicate tali e quali nei media. La Corte ha infatti rilevato, a questo proposito, che una deroga generale all’applicazione della direttiva 95/46 in un’ipotesi siffatta priverebbe in larga parte del suo significato tale direttiva (v., in tal senso, sentenza Satakunnan Markkinapörssi e Satamedia, C73/07, EU:C:2008:727, punti 48 e 49). 31 Inoltre, discende dalla definizione contenuta nell’articolo 2, lettera b), della direttiva 95/46 che, se indubbiamente la modificazione di dati personali costituisce un trattamento ai sensi della direttiva stessa, le altre operazioni menzionate in tale disposizione non esigono affatto, invece, che i dati suddetti vengano modificati. 32 Quanto alla questione se il gestore di un motore di ricerca debba o no essere considerato come il «responsabile del trattamento» dei dati personali effettuato da tale motore nell’ambito di un’attività come quella oggetto del procedimento principale, occorre ricordare che l’articolo 2, lettera d), della direttiva 95/46 definisce detto responsabile come «la persona fisica o giuridica, l’autorità pubblica, il servizio o qualsiasi altro organismo che, da solo o insieme ad altri, determina le finalità e gli strumenti del trattamento di dati personali». 33 Orbene, è il gestore del motore di ricerca a determinare le finalità e gli strumenti di tale attività e dunque del trattamento di dati personali che egli stesso effettua nell’ambito dell’attività medesima, ed è di conseguenza lui a dover essere considerato come il «responsabile» di tale trattamento a norma del citato articolo 2, lettera d). 34 Inoltre, occorre constatare che sarebbe contrario non soltanto al chiaro tenore letterale di tale disposizione, ma anche alla sua finalità – consistente nel garantire, mediante un’ampia definizione della nozione di «responsabile», una tutela efficace e completa delle persone interessate – il fatto di escludere dalla nozione di cui sopra il gestore di un motore di ricerca per il motivo che egli non esercita alcun controllo sui dati personali pubblicati sulle pagine web di terzi. 35 A questo proposito, occorre sottolineare che il trattamento di dati personali effettuato nell’ambito dell’attività di un motore di ricerca si distingue da e si aggiunge a quello effettuato dagli editori di siti web, consistente nel far apparire tali dati su una pagina Internet. 36 Inoltre, è pacifico che tale attività dei motori di ricerca svolge un ruolo decisivo nella diffusione globale dei dati suddetti, in quanto rende accessibili questi ultimi a qualsiasi utente di Internet che effettui una ricerca a partire dal nome della persona interessata, anche a quegli utenti che non avrebbero altrimenti trovato la pagina web su cui questi stessi dati sono pubblicati. 37 Per di più, l’organizzazione e l’aggregazione delle informazioni pubblicate su Internet, realizzate dai motori di ricerca allo scopo di facilitare ai loro utenti l’accesso a dette informazioni, possono avere come effetto che tali utenti, quando la loro ricerca viene effettuata a partire dal nome di una persona fisica, ottengono attraverso l’elenco di risultati una visione complessiva strutturata delle informazioni relative a questa persona reperibili su Internet, che consente loro di stabilire un profilo più o meno dettagliato di quest’ultima. 38 Pertanto, nella misura in cui l’attività di un motore di ricerca può incidere, in modo significativo e in aggiunta all’attività degli editori di siti web, sui diritti fondamentali alla vita privata e alla protezione dei dati personali, il gestore di tale motore di ricerca quale soggetto che determina le finalità e gli strumenti di questa attività deve assicurare, nell’ambito delle sue responsabilità, delle sue competenze e delle sue possibilità, che detta attività soddisfi le prescrizioni della direttiva 95/46, affinché le garanzie previste da quest’ultima possano sviluppare pienamente i loro effetti e possa essere effettivamente realizzata una tutela efficace e completa delle persone interessate, in particolare del loro diritto al rispetto della loro vita privata. 39 Infine, la circostanza che gli editori di siti web abbiano la facoltà di indicare ai gestori di motori di ricerca, con l’aiuto segnatamente di protocolli di esclusione come «robot.txt» o di codici come «noindex» o «noarchive», il loro desiderio che una determinata informazione, pubblicata sul loro sito, venga esclusa in tutto o in parte dagli indici automatici di detti motori di ricerca, non significa che la mancanza di un’indicazione siffatta da parte di questi editori liberi il gestore di un motore di ricerca dalla sua responsabilità per il trattamento dei dati personali che egli effettua nell’ambito dell’attività del motore stesso. 40 Infatti, tale circostanza non modifica il fatto che le finalità e gli strumenti del citato trattamento sono determinati da detto gestore. Inoltre, anche supponendo che la summenzionata facoltà degli editori di siti web significhi che costoro determinano insieme con il suddetto gestore gli strumenti di tale trattamento, tale circostanza nulla toglierebbe alla responsabilità di quest’ultimo, dato che l’articolo 2, lettera d), della direttiva 95/46 prevede espressamente che tale determinazione possa essere effettuata «da solo o insieme ad altri». 41 Alla luce di quanto sopra esposto, occorre rispondere alla seconda questione, lettere a) e b), dichiarando che l’articolo 2, lettere b) e d), della direttiva 95/46 deve essere interpretato nel senso che, da un lato, l’attività di un motore di ricerca consistente nel trovare informazioni pubblicate o inserite da terzi su Internet, nell’indicizzarle in modo automatico, nel memorizzarle temporaneamente e, infine, nel metterle a disposizione degli utenti di Internet secondo un determinato ordine di preferenza, deve essere qualificata come «trattamento di dati personali», ai sensi del citato articolo 2, lettera b), qualora tali informazioni contengano dati personali, e che, dall’altro lato, il gestore di detto motore di ricerca deve essere considerato come il «responsabile» del trattamento summenzionato, ai sensi dell’articolo 2, lettera d), di cui sopra. Sulla prima questione, lettere da a) a d), concernente l’ambito di applicazione territoriale della direttiva 95/46 42 Con la sua prima questione, lettere da a) a d), il giudice del rinvio mira a stabilire se sia possibile applicare la normativa nazionale di recepimento della direttiva 95/46 in circostanze quali quelle in esame nel procedimento principale. 43 In tale contesto, il giudice del rinvio ha accertato i seguenti fatti: – Google Search viene proposto a livello mondiale tramite il sito web «www.google.com». In numerosi Stati esistono versioni locali adattate alla lingua nazionale. La versione in lingua spagnola di Google Search viene proposta tramite il sito web «www.google.es», registrato dal 16 settembre 2003. Google Search è uno dei motori di ricerca più utilizzati in Spagna. – Google Search è gestito da Google Inc., che è la società madre del gruppo Google e la cui sede sociale si trova negli Stati Uniti. – Google Search indicizza i siti web del mondo intero, e tra questi i siti ubicati in Spagna. Le informazioni indicizzate dai suoi «web spiders» o dai suoi crawler, ossia programmi informatici utilizzati per reperire e scandagliare il contenuto delle pagine web in modo metodico e automatizzato, vengono memorizzate temporaneamente in server dei quali si ignora lo Stato di ubicazione, informazione questa che viene mantenuta segreta per ragioni di concorrenza. – Google Search non si limita a dare accesso ai contenuti ospitati sui siti web indicizzati, ma sfrutta tale attività per includere, dietro pagamento, pubblicità associate ai termini di ricerca introdotti dagli utenti di Internet, a beneficio di imprese che desiderano utilizzare tale mezzo per offrire i loro beni o servizi a tali utenti. – Il gruppo Google utilizza la propria filiale Google Spain per la promozione delle vendite di spazi pubblicitari generati sul sito web «www.google.com». Google Spain, che è stata costituita il 3 settembre 2003 e che gode di personalità giuridica autonoma, ha la propria sede sociale a Madrid (Spagna). Essa sviluppa le proprie attività essenzialmente a destinazione delle imprese basate in Spagna, operando quale agente commerciale del gruppo suddetto in tale Stato membro. Il suo oggetto sociale consiste nel promuovere, facilitare ed effettuare la vendita di prodotti e di servizi di pubblicità online a terzi, nonché il marketing di questa pubblicità. – Google Inc. ha designato Google Spain come responsabile del trattamento, in Spagna, di due file registrati da Google Inc. presso l’AEPD, tenendo presente che tali file hanno lo scopo di contenere i dati personali dei clienti che hanno concluso contratti di servizi pubblicitari con Google Inc. 44 In concreto, il giudice del rinvio si interroga, in via principale, in merito alla nozione di «stabilimento», ai sensi dell’articolo 4, paragrafo 1, lettera a), della direttiva 95/46, e a quella di «ricorso a strumenti situati nel territorio di detto Stato membro», ai sensi dell’articolo 4, paragrafo 1, lettera c), della medesima direttiva. Sulla prima questione, lettera a) 45 Con la sua prima questione, lettera a), il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se l’articolo 4, paragrafo 1, lettera a), della direttiva 95/46 debba essere interpretato nel senso che un trattamento di dati personali viene effettuato nel contesto delle attività di uno stabilimento del responsabile di tale trattamento nel territorio di uno Stato membro, ai sensi della disposizione di cui sopra, qualora una o più delle seguenti tre condizioni siano soddisfatte: – il gestore di un motore di ricerca apre in uno Stato membro una succursale o una filiale destinata alla promozione e alla vendita degli spazi pubblicitari proposti dal motore di ricerca e l’attività della quale si dirige agli abitanti di tale Stato, oppure – la società madre designa una filiale situata in tale Stato membro come suo rappresentante e responsabile del trattamento di due file specifici contenenti i dati dei clienti che hanno stipulato contratti con detta società per la fornitura di servizi pubblicitari, oppure – la succursale o la filiale stabilita in uno Stato membro trasmette alla società madre, avente sede al di fuori dell’Unione, i reclami e le ingiunzioni che le vengono presentati tanto dalle persone interessate quanto dalle autorità competenti perché sia rispettato il diritto alla protezione dei dati personali, anche quando tale collaborazione abbia carattere volontario. 46 Per quanto riguarda la prima di queste tre condizioni, il giudice del rinvio rileva che Google Search è gestito e amministrato da Google Inc., e che non è dimostrato che Google Spain realizzi in Spagna un’attività direttamente connessa all’indicizzazione o alla memorizzazione di informazioni o di dati contenuti nei siti web di terzi. Tuttavia, l’attività di promozione e di vendita degli spazi pubblicitari, di cui si occupa Google Spain per la Spagna, costituirebbe la parte essenziale dell’attività commerciale del gruppo Google e potrebbe essere considerata come strettamente connessa a Google Search. 47 Il sig. Costeja González, i governi spagnolo, italiano, austriaco e polacco, nonché la Commissione, ritengono che, tenuto conto del nesso inscindibile tra l’attività del motore di ricerca gestito da Google Inc. e quella di Google Spain, quest’ultima debba essere considerata come uno stabilimento della prima, nel contesto delle cui attività viene effettuato il trattamento di dati personali. Invece, secondo Google Spain, Google Inc. ed il governo ellenico, l’articolo 4, paragrafo 1, lettera a), della direttiva 95/46 non trova applicazione nell’ipotesi corrispondente alla prima delle tre condizioni elencate dal giudice del rinvio. 48 A questo proposito occorre anzitutto rilevare che il considerando 19 della direttiva 95/46 precisa che «lo stabilimento nel territorio di uno Stato membro implica l’esercizio effettivo e reale dell’attività mediante un’organizzazione stabile», e «che la forma giuridica di siffatto stabilimento, si tratti di una semplice succursale o di una filiale dotata di personalità giuridica, non è il fattore determinante a questo riguardo». 49 Orbene, non è contestato che Google Spain si dedica all’esercizio effettivo e reale di un’attività mediante un’organizzazione stabile in Spagna. Essendo inoltre dotata di una personalità giuridica propria, detta società costituisce in tal modo una filiale di Google Inc. nel territorio spagnolo e, di conseguenza, uno «stabilimento» ai sensi dell’articolo 4, paragrafo 1, lettera a), della direttiva 95/46. 50 Al fine di soddisfare il criterio fissato da questa disposizione, è altresì necessario che il trattamento di dati personali ad opera del responsabile dello stesso venga «effettuato nel contesto delle attività» di uno stabilimento di questo responsabile nel territorio di uno Stato membro. 51 Google Spain e Google Inc. negano che tale situazione sussista nel caso di specie, dal momento che il trattamento di dati personali in esame nel procedimento principale viene effettuato esclusivamente da Google Inc., che gestisce Google Search senza alcun intervento da parte di Google Spain, la cui attività si limita alla fornitura di un sostegno all’attività pubblicitaria del gruppo Google, che si differenzia dal suo servizio di motore di ricerca. 52 Tuttavia, come sottolineato in particolare dal governo spagnolo e dalla Commissione, l’articolo 4, paragrafo 1, lettera a), della direttiva 95/46 non esige che il trattamento di dati personali in questione venga effettuato «dallo» stesso stabilimento interessato, bensì soltanto che venga effettuato «nel contesto delle attività» di quest’ultimo. 53 Inoltre, alla luce dell’obiettivo della direttiva 95/46 di garantire una tutela efficace e completa delle libertà e dei diritti fondamentali delle persone fisiche, segnatamente del diritto alla vita privata, con riguardo al trattamento dei dati personali, l’espressione suddetta non può ricevere un’interpretazione restrittiva (v., per analogia, sentenza L’Oréal e a., C324/09, EU:C:2011:474, punti 62 e 63). 54 In tali circostanze, occorre rilevare che risulta in particolare dai considerando da 18 a 20 e dall’articolo 4 della direttiva 95/46 che il legislatore dell’Unione ha inteso evitare che una persona venga esclusa dalla protezione garantita da tale direttiva e che tale protezione venga elusa, prevedendo a tal fine un ambito di applicazione territoriale particolarmente esteso. 55 Tenuto conto di tale obiettivo della direttiva 95/46 e del tenore letterale del suo articolo 4, paragrafo 1, lettera a), occorre affermare che il trattamento di dati personali realizzato per le esigenze di servizio di un motore di ricerca come Google Search, il quale venga gestito da un’impresa con sede in uno Stato terzo ma avente uno stabilimento in uno Stato membro, viene effettuato «nel contesto delle attività» di tale stabilimento qualora quest’ultimo sia destinato a garantire, in tale Stato membro, la promozione e la vendita degli spazi pubblicitari proposti dal suddetto motore di ricerca, che servono a rendere redditizio il servizio offerto da quest’ultimo. 56 Infatti, in circostanze del genere, le attività del gestore del motore di ricerca e quelle del suo stabilimento situato nello Stato membro interessato sono inscindibilmente connesse, dal momento che le attività relative agli spazi pubblicitari costituiscono il mezzo per rendere il motore di ricerca in questione economicamente redditizio e che tale motore è, al tempo stesso, lo strumento che consente lo svolgimento di dette attività. 57 A questo proposito occorre ricordare che, come si è precisato ai punti da 26 a 28 della presente sentenza, la visualizzazione stessa di dati personali su una pagina di risultati di una ricerca costituisce un trattamento di dati personali. Orbene, poiché la suddetta visualizzazione di risultati è accompagnata, sulla stessa pagina, da quella di pubblicità correlate ai termini di ricerca, è giocoforza constatare che il trattamento di dati personali in questione viene effettuato nel contesto dell’attività pubblicitaria e commerciale dello stabilimento del responsabile del trattamento nel territorio di uno Stato membro, nella fattispecie il territorio spagnolo. 58 Date tali circostanze, non si può accettare che il trattamento di dati personali effettuato per le esigenze del funzionamento del suddetto motore di ricerca venga sottratto agli obblighi e alle garanzie previsti dalla direttiva 95/46, ciò che pregiudicherebbe l’effetto utile di quest’ultima e la tutela efficace e completa delle libertà e dei diritti fondamentali delle persone fisiche che detta direttiva mira a garantire (v., per analogia, sentenza L’Oréal e a., EU:C:2011:474, punti 62 e 63), segnatamente il diritto al rispetto della loro vita privata, con riguardo al trattamento dei dati personali, al quale detta direttiva riconosce un’importanza particolare, come confermato segnatamente dall’articolo 1, paragrafo 1, e dai considerando 2 e 10 della direttiva medesima (v., in tal senso, sentenze Österreichischer Rundfunk e a., C465/00, C138/01 e C139/01, EU:C:2003:294, punto 70; Rijkeboer, C553/07, EU:C:2009:293, punto 47, nonché IPI, C473/12, EU:C:2013:715, punto 28 e la giurisprudenza ivi citata). 59 Dal momento che la prima delle tre condizioni elencate dal giudice del rinvio è sufficiente di per sé sola per concludere che uno stabilimento come Google Spain soddisfa il criterio previsto dall’articolo 4, paragrafo 1, lettera a), della direttiva 95/46, non è necessario esaminare le altre due condizioni. 60 Alla luce delle considerazioni di cui sopra, occorre rispondere alla prima questione, lettera a), dichiarando che l’articolo 4, paragrafo 1, lettera a), della direttiva 95/46 deve essere interpretato nel senso che un trattamento di dati personali viene effettuato nel contesto delle attività di uno stabilimento del responsabile di tale trattamento nel territorio di uno Stato membro, ai sensi della disposizione suddetta, qualora il gestore di un motore di ricerca apra in uno Stato membro una succursale o una filiale destinata alla promozione e alla vendita degli spazi pubblicitari proposti da tale motore di ricerca e l’attività della quale si dirige agli abitanti di detto Stato membro. Sulla prima questione, lettere da b) a d) 61 Tenuto conto della soluzione data alla prima questione, lettera a), non vi è luogo a rispondere alla prima questione, lettere da b) a d). Sulla seconda questione, lettere c) e d), concernente l’estensione della responsabilità del gestore di un motore di ricerca ai sensi della direttiva 95/46 62 Con la sua seconda questione, lettere c) e d), il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se gli articoli 12, lettera b), e 14, primo comma, lettera a), della direttiva 95/46 debbano essere interpretati nel senso che, per rispettare i diritti previsti da tali disposizioni, il gestore di un motore di ricerca è obbligato a sopprimere, dall’elenco di risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal nome di una persona, dei link verso pagine web pubblicate da terzi e contenenti informazioni relative a questa persona, anche nel caso in cui tale nome o tali informazioni non vengano previamente o simultaneamente cancellati dalle pagine web di cui trattasi, e ciò eventualmente anche quando la loro pubblicazione su tali pagine sia di per sé lecita. 63 Google Spain e Google Inc. ritengono che, in virtù del principio di proporzionalità, qualsiasi domanda diretta alla soppressione di informazioni debba essere indirizzata all’editore del sito web interessato, in quanto quest’ultimo è colui che assume la responsabilità di rendere pubbliche le informazioni, che è in grado di valutare la liceità di tale pubblicazione e che dispone dei mezzi più efficaci e meno restrittivi per rendere inaccessibili le informazioni stesse. Inoltre, imporre al gestore di un motore di ricerca di rimuovere dai propri indici informazioni pubblicate su Internet non terrebbe sufficientemente conto dei diritti fondamentali degli editori di siti web, degli altri utenti di Internet, nonché dello stesso gestore. 64 Secondo il governo austriaco, un’autorità di controllo nazionale può ordinare a tale gestore di cancellare dai propri archivi informazioni pubblicate da terzi unicamente nel caso in cui l’illiceità o l’inesattezza dei dati in questione sia stata previamente constatata o la persona interessata abbia presentato con successo un’opposizione dinanzi all’editore del sito web sul quale tali informazioni sono state pubblicate. 65 Il sig. Costeja González, i governi spagnolo, italiano e polacco, nonché la Commissione, ritengono che l’autorità nazionale possa ordinare direttamente al gestore di un motore di ricerca di rimuovere dai propri indici e dalla propria memoria intermedia informazioni contenenti dati personali pubblicati da terzi, senza doversi rivolgere previamente o simultaneamente all’editore della pagina web nella quale compaiono tali informazioni. Oltre a ciò, ad avviso del sig. Costeja González, dei governi spagnolo e italiano nonché della Commissione, la circostanza che le informazioni suddette siano state pubblicate in modo lecito e ancora compaiano sulla pagina web d’origine non incide sugli obblighi incombenti a detto gestore in forza della direttiva 95/46. Invece, per il governo polacco, tale circostanza è idonea a liberare il gestore del motore di ricerca dai propri obblighi. 66 In via preliminare, occorre ricordare che, come risulta dall’articolo 1 e dal considerando 10 della direttiva 95/46, quest’ultima mira a garantire un livello elevato di protezione delle libertà e dei diritti fondamentali delle persone fisiche, in particolare del diritto alla vita privata, con riguardo al trattamento dei dati personali (v., in tal senso, sentenza IPI, EU:C:2013:715, punto 28). 67 A mente del considerando 25 della direttiva 95/46, i principi di tutela previsti da quest’ultima si esprimono, da un lato, nei vari obblighi a carico dei soggetti che trattano dati – obblighi relativi in particolare alla qualità dei dati, alla sicurezza tecnica, alla notificazione all’autorità di controllo, alle circostanze in cui il trattamento può essere effettuato – e, dall’altro, nel diritto delle persone, i cui dati sono oggetto di trattamento, di esserne informate, di poter accedere ai dati e di poterne chiedere la rettifica, o anche di opporsi al trattamento in talune circostanze. 68 La Corte ha già statuito che le disposizioni della direttiva 95/46, disciplinando il trattamento di dati personali che possono arrecare pregiudizio alle libertà fondamentali e, segnatamente, al diritto alla vita privata, devono necessariamente essere interpretate alla luce dei diritti fondamentali che, secondo una costante giurisprudenza, formano parte integrante dei principi generali del diritto di cui la Corte garantisce l’osservanza e che sono ormai iscritti nella Carta (v., in particolare, sentenze Connolly/Commissione, C274/99 P, EU:C:2001:127, punto 37, nonché Österreichischer Rundfunk e a., EU:C:2003:294, punto 68). 69 In tal senso, l’articolo 7 della Carta garantisce il diritto al rispetto della vita privata, mentre l’articolo 8 della Carta proclama espressamente il diritto alla protezione dei dati personali. I paragrafi 2 e 3 di quest’ultimo articolo precisano che i dati suddetti devono essere trattati secondo il principio di lealtà, per finalità determinate e in base al consenso della persona interessata o a un altro fondamento legittimo previsto dalla legge, che ogni persona ha il diritto di accedere ai dati raccolti che la riguardano e di ottenerne la rettifica, e che il rispetto di tali regole è soggetto al controllo di un’autorità indipendente. Tali prescrizioni ricevono attuazione in particolare mediante gli articoli 6, 7, 12, 14 e 28 della direttiva 95/46. 70 Quanto all’articolo 12, lettera b), della direttiva 95/46, esso dispone che gli Stati membri garantiscono a qualsiasi persona interessata il diritto di ottenere dal responsabile del trattamento, a seconda dei casi, la rettifica, la cancellazione o il congelamento dei dati il cui trattamento non sia conforme alle disposizioni di questa direttiva, in particolare a causa del carattere incompleto o inesatto dei dati. Poiché quest’ultima precisazione relativa all’ipotesi del mancato rispetto di talune prescrizioni dettate dall’articolo 6, paragrafo 1, lettera d), della direttiva 95/46 risulta avere carattere esemplificativo e non esaustivo, ne consegue che la non conformità del trattamento, atta a conferire alla persona interessata il diritto garantito dall’articolo 12, lettera b), di tale direttiva, può derivare anche dal mancato rispetto delle altre condizioni di liceità imposte da quest’ultima al trattamento di dati personali. 71 A questo proposito occorre ricordare che, fatte salve le deroghe ammesse ai sensi dell’articolo 13 della direttiva 95/46, qualsiasi trattamento di dati personali deve, da un lato, essere conforme ai principi relativi alla qualità dei dati, enunciati all’articolo 6 di detta direttiva, e, dall’altro, rispondere ad uno dei principi relativi alla legittimazione dei trattamenti di dati, elencati all’articolo 7 della direttiva stessa (v. sentenze Österreichischer Rundfunk e a., EU:C:2003:294, punto 65; ASNEF e FECEMD, C468/10 e C469/10, EU:C:2011:777, punto 26, nonché Worten, C342/12, EU:C:2013:355, punto 33). 72 A mente del citato articolo 6, e fatte salve le disposizioni specifiche che gli Stati membri possono prevedere per trattamenti a scopi storici, statistici o scientifici, spetta al responsabile del trattamento garantire che i dati personali siano «trattati lealmente e lecitamente», che vengano «rilevati per finalità determinate, esplicite e legittime, e successivamente trattati in modo non incompatibile con tali finalità», che siano «adeguati, pertinenti e non eccedenti rispetto alle finalità per le quali vengono rilevati e/o per le quali vengono successivamente trattati», che siano «esatti e, se necessario, aggiornati» e, infine, che siano «conservati in modo da consentire l’identificazione delle persone interessate per un arco di tempo non superiore a quello necessario al conseguimento delle finalità per le quali sono rilevati o sono successivamente trattati». In tale contesto, detto responsabile deve prendere tutte le misure ragionevoli affinché i dati che non soddisfano le prescrizioni dettate dalla disposizione suddetta vengano cancellati o rettificati. 73 Quanto alla legittimazione, ai sensi dell’articolo 7 della direttiva 95/46, di un trattamento come quello oggetto del procedimento principale effettuato dal gestore di un motore di ricerca, esso può ricadere sotto il motivo contemplato dal citato articolo 7, alla lettera f). 74 Tale disposizione consente il trattamento di dati personali allorché questo è necessario per il perseguimento dell’interesse legittimo del responsabile del trattamento oppure del terzo o dei terzi cui vengono comunicati i dati, a condizione che non prevalgano l’interesse o i diritti e le libertà fondamentali della persona interessata – segnatamente il suo diritto al rispetto della sua vita privata con riguardo al trattamento dei dati personali –, i quali richiedono una tutela ai sensi dell’articolo 1, paragrafo 1, di detta direttiva. L’applicazione del citato articolo 7, lettera f), esige dunque una ponderazione dei contrapposti diritti e interessi in gioco, nell’ambito della quale si deve tener conto dell’importanza dei diritti della persona interessata risultanti dagli articoli 7 e 8 della Carta (v. sentenza ASNEF e FECEMD, EU:C:2011:777, punti 38 e 40). 75 Se dunque la conformità del trattamento di dati agli articoli 6 e 7, lettera f), della direttiva 95/46 può essere verificata nell’ambito di una domanda ai sensi dell’articolo 12, lettera b), di quest’ultima, la persona interessata può inoltre avvalersi, a determinate condizioni, del diritto di opposizione previsto dall’articolo 14, primo comma, lettera a), della medesima direttiva. 76 Ai sensi di tale articolo 14, primo comma, lettera a), gli Stati membri riconoscono alla persona interessata il diritto – almeno nei casi di cui all’articolo 7, lettere e) e f), della citata direttiva – di opporsi in qualsiasi momento, per motivi preminenti e legittimi derivanti dalla sua situazione particolare, al trattamento di dati che la riguardano, salvo disposizione contraria prevista dalla normativa nazionale. La ponderazione da effettuarsi nell’ambito di tale articolo 14, primo comma, lettera a), permette così di tener conto in modo più specifico di tutte le circostanze caratterizzanti la situazione concreta della persona interessata. In caso di opposizione giustificata, il trattamento messo in atto dal responsabile di quest’ultimo non può più riguardare tali dati. 77 Le domande ai sensi degli articoli 12, lettera b), e 14, primo comma, lettera a), della direttiva 95/46 possono essere direttamente presentate dalla persona interessata al responsabile del trattamento, il quale deve in tal caso procedere al debito esame della loro fondatezza e, eventualmente, porre fine al trattamento dei dati in questione. Qualora il responsabile del trattamento non dia seguito a tali domande, la persona interessata può adire l’autorità di controllo o l’autorità giudiziaria affinché queste effettuino le verifiche necessarie e ordinino al suddetto responsabile l’adozione di misure precise conseguenti. 78 A questo proposito occorre rilevare che dall’articolo 28, paragrafi 3 e 4, della direttiva 95/46 risulta che qualsiasi persona può presentare a un’autorità di controllo una domanda relativa alla tutela dei suoi diritti e delle sue libertà con riguardo al trattamento di dati personali, e che tale autorità dispone di poteri investigativi e di poteri effettivi di intervento che le consentono di ordinare in particolare il congelamento, la cancellazione o la distruzione di dati, oppure di vietare a titolo provvisorio o definitivo un trattamento. 79 È alla luce di tali considerazioni che occorre interpretare e applicare le disposizioni della direttiva 95/46 disciplinanti i diritti della persona interessata allorché quest’ultima presenta all’autorità di controllo o all’autorità giudiziaria una domanda quale quella oggetto del procedimento a quo. 80 A questo proposito occorre anzitutto rilevare che, come si è constatato ai punti da 36 a 38 della presente sentenza, un trattamento di dati personali, quale quello in esame nel procedimento principale, effettuato dal gestore di un motore di ricerca, può incidere significativamente sui diritti fondamentali al rispetto della vita privata e alla protezione dei dati personali, nel caso in cui la ricerca con l’aiuto di tale motore venga effettuata a partire dal nome di una persona fisica, dal momento che detto trattamento consente a qualsiasi utente di Internet di ottenere, mediante l’elenco di risultati, una visione complessiva strutturata delle informazioni relative a questa persona reperibili su Internet, che toccano potenzialmente una moltitudine di aspetti della sua vita privata e che, senza il suddetto motore di ricerca, non avrebbero potuto – o solo difficilmente avrebbero potuto – essere connesse tra loro, e consente dunque di stabilire un profilo più o meno dettagliato di tale persona. Inoltre, l’effetto dell’ingerenza nei suddetti diritti della persona interessata risulta moltiplicato in ragione del ruolo importante che svolgono Internet e i motori di ricerca nella società moderna, i quali conferiscono alle informazioni contenute in un siffatto elenco di risultati carattere ubiquitario (v., in tal senso, sentenza eDate Advertising e a., C509/09 e C161/10, EU:C:2011:685, punto 45). 81 Vista la gravità potenziale di tale ingerenza, è giocoforza constatare che quest’ultima non può essere giustificata dal semplice interesse economico del gestore di un siffatto motore di ricerca in questo trattamento di dati. Tuttavia, poiché la soppressione di link dall’elenco di risultati potrebbe, a seconda dell’informazione in questione, avere ripercussioni sul legittimo interesse degli utenti di Internet potenzialmente interessati ad avere accesso a quest’ultima, occorre ricercare, in situazioni quali quelle oggetto del procedimento principale, un giusto equilibrio segnatamente tra tale interesse e i diritti fondamentali della persona di cui trattasi derivanti dagli articoli 7 e 8 della Carta. Se indubbiamente i diritti della persona interessata tutelati da tali articoli prevalgono, di norma, anche sul citato interesse degli utenti di Internet, tale equilibrio può nondimeno dipendere, in casi particolari, dalla natura dell’informazione di cui trattasi e dal suo carattere sensibile per la vita privata della persona suddetta, nonché dall’interesse del pubblico a disporre di tale informazione, il quale può variare, in particolare, a seconda del ruolo che tale persona riveste nella vita pubblica. 82 L’autorità di controllo o l’autorità giudiziaria, all’esito della valutazione dei presupposti di applicazione degli articoli 12, lettera b), e 14, primo comma, lettera a), della direttiva 95/46, da effettuarsi allorché ricevono una domanda quale quella oggetto del procedimento principale, possono ordinare al suddetto gestore di sopprimere, dall’elenco di risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal nome di una persona, dei link verso pagine web pubblicate da terzi e contenenti informazioni relative a tale persona, senza che un’ingiunzione in tal senso presupponga che tale nome e tali informazioni siano, con il pieno consenso dell’editore o su ingiunzione di una delle autorità sopra menzionate, previamente o simultaneamente cancellati dalla pagina web sulla quale sono stati pubblicati. 83 Infatti, come si è constatato ai punti da 35 a 38 della presente sentenza, poiché il trattamento dei dati effettuato nel contesto dell’attività di un motore di ricerca si distingue da e si aggiunge a quello effettuato dagli editori di siti web e incide ulteriormente sui diritti fondamentali della persona interessata, il gestore di tale motore di ricerca quale responsabile del trattamento in questione deve assicurare, nell’ambito delle sue responsabilità, delle sue competenze e delle sue possibilità, che tale trattamento soddisfi le prescrizioni della direttiva 95/46, affinché le garanzie previste da quest’ultima possano sviluppare pienamente i loro effetti. 84 In proposito occorre rilevare che, tenuto conto della facilità con cui informazioni pubblicate su un sito web possono essere riprodotte su altri siti, nonché del fatto che i responsabili della loro pubblicazione non sempre sono assoggettati alla normativa dell’Unione, non sarebbe possibile realizzare una tutela efficace e completa delle persone interessate nel caso in cui queste dovessero preventivamente o in parallelo ottenere dagli editori di siti web la cancellazione delle informazioni che le riguardano. 85 Inoltre, il trattamento da parte dell’editore di una pagina web, consistente nella pubblicazione di informazioni relative a una persona fisica, può, eventualmente, essere effettuato «esclusivamente a scopi giornalistici» e beneficiare così, a norma dell’articolo 9 della direttiva 95/46, di deroghe alle prescrizioni dettate da quest’ultima, mentre non sembra integrare tale ipotesi il trattamento effettuato dal gestore di un motore di ricerca. Non si può dunque escludere che la persona interessata possa, in determinate circostanze, esercitare i diritti contemplati dagli articoli 12, lettera b), e 14, primo comma, lettera a), della direttiva 95/46 contro il suddetto gestore del motore di ricerca, ma non contro l’editore della pagina web. 86 Infine, occorre constatare che non soltanto il motivo giustificante, a norma dell’articolo 7 della direttiva 95/46, la pubblicazione di un dato personale su un sito web non coincide necessariamente con il motivo che si applica all’attività dei motori di ricerca, ma che, anche quando tale coincidenza sussista, il risultato del bilanciamento degli interessi in gioco da effettuarsi ai sensi degli articoli 7, lettera f), e 14, primo comma, lettera a), di detta direttiva può divergere a seconda che si tratti del trattamento effettuato dal gestore di un motore di ricerca o di quello effettuato dall’editore di detta pagina web, in quanto, da un lato, i legittimi interessi che giustificano questi trattamenti possono essere differenti e, dall’altro, le conseguenze che tali trattamenti hanno per la persona interessata, e segnatamente per la sua vita privata, non sono necessariamente le stesse. 87 Infatti, l’inclusione nell’elenco di risultati – che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal nome di una persona – di una pagina web e delle informazioni in essa contenute relative a questa persona, poiché facilita notevolmente l’accessibilità di tali informazioni a qualsiasi utente di Internet che effettui una ricerca sulla persona di cui trattasi e può svolgere un ruolo decisivo per la diffusione di dette informazioni, è idonea a costituire un’ingerenza più rilevante nel diritto fondamentale al rispetto della vita privata della persona interessata che non la pubblicazione da parte dell’editore della suddetta pagina web. 88 Alla luce dell’insieme delle considerazioni sopra esposte, occorre rispondere alla seconda questione, lettere c) e d), dichiarando che gli articoli 12, lettera b), e 14, primo comma, lettera a), della direttiva 95/46 devono essere interpretati nel senso che, al fine di rispettare i diritti previsti da tali disposizioni, e sempre che le condizioni da queste fissate siano effettivamente soddisfatte, il gestore di un motore di ricerca è obbligato a sopprimere, dall’elenco di risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal nome di una persona, dei link verso pagine web pubblicate da terzi e contenenti informazioni relative a questa persona, anche nel caso in cui tale nome o tali informazioni non vengano previamente o simultaneamente cancellati dalle pagine web di cui trattasi, e ciò eventualmente anche quando la loro pubblicazione su tali pagine web sia di per sé lecita. Sulla terza questione, concernente la portata dei diritti della persona interessata garantiti dalla direttiva 95/46 89 Con la sua terza questione, il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se gli articoli 12, lettera b), e 14, primo comma, lettera a), della direttiva 95/46 debbano essere interpretati nel senso che consentono alla persona interessata di esigere dal gestore di un motore di ricerca che questi sopprima dall’elenco di risultati, che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal nome di questa persona, dei link verso pagine web legittimamente pubblicate da terzi e contenenti informazioni veritiere riguardanti quest’ultima, a motivo del fatto che tali informazioni possono arrecarle pregiudizio o che essa desidera l’«oblio» di queste informazioni dopo un certo tempo. 90 Google Spain, Google Inc., i governi ellenico, austriaco e polacco, nonché la Commissione, ritengono che tale questione esiga una risposta negativa. Google Spain, Google Inc., il governo polacco e la Commissione fanno valere in proposito che gli articoli 12, lettera b), e 14, primo comma, lettera a), della direttiva 95/46 conferiscono dei diritti alle persone interessate unicamente a condizione che il trattamento in parola sia incompatibile con la direttiva stessa, oppure in ragione di motivi preminenti e legittimi attinenti alla loro situazione particolare, e non per il semplice fatto che tali persone ritengano che tale trattamento possa arrecare loro pregiudizio o che esse desiderino che i dati costituenti l’oggetto di detto trattamento cadano nell’oblio. I governi ellenico e austriaco reputano che la persona interessata debba rivolgersi all’editore del sito web in questione. 91 Il sig. Costeja González nonché i governi spagnolo e italiano ritengono che la persona interessata possa opporsi all’indicizzazione dei propri dati personali ad opera di un motore di ricerca, qualora la diffusione di tali dati tramite quest’ultimo le arrechi pregiudizio e i diritti fondamentali di questa persona alla protezione dei dati suddetti e al rispetto della vita privata, comprendenti il «diritto all’oblio», prevalgano sui legittimi interessi del gestore del motore di ricerca e sull’interesse generale alla libertà d’informazione. 92 Quanto all’articolo 12, lettera b), della direttiva 95/46, la cui applicazione è subordinata alla condizione che il trattamento di dati personali sia incompatibile con la direttiva stessa, occorre ricordare che, come si è rilevato al punto 72 della presente sentenza, un’incompatibilità siffatta può derivare non soltanto dal fatto che tali dati siano inesatti, ma anche segnatamente dal fatto che essi siano inadeguati, non pertinenti o eccessivi in rapporto alle finalità del trattamento, che non siano aggiornati, oppure che siano conservati per un arco di tempo superiore a quello necessario, a meno che la loro conservazione non si imponga per motivi storici, statistici o scientifici. 93 Da tali prescrizioni, dettate dall’articolo 6, paragrafo 1, lettere da c) a e), della direttiva 95/46, discende che anche un trattamento inizialmente lecito di dati esatti può divenire, con il tempo, incompatibile con la direttiva suddetta qualora tali dati non siano più necessari in rapporto alle finalità per le quali sono stati raccolti o trattati. Tale situazione si configura in particolare nel caso in cui i dati risultino inadeguati, non siano o non siano più pertinenti, ovvero siano eccessivi in rapporto alle finalità suddette e al tempo trascorso. 94 Pertanto, nell’ipotesi in cui si constati, in seguito a una domanda della persona interessata ai sensi dell’articolo 12, lettera b), della direttiva 95/46, che l’inclusione nell’elenco di risultati – che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal suo nome – dei link verso pagine web, legittimamente pubblicate da terzi e contenenti informazioni veritiere relative alla sua persona, è, allo stato attuale, incompatibile con il citato articolo 6, paragrafo 1, lettere da c) a e), a motivo del fatto che tali informazioni appaiono, alla luce dell’insieme delle circostanze caratterizzanti il caso di specie, inadeguate, non pertinenti o non più pertinenti, ovvero eccessive in rapporto alle finalità del trattamento in questione realizzato dal gestore del motore di ricerca, le informazioni e i link in parola di cui al suddetto elenco di risultati devono essere cancellati. 95 Per quanto riguarda le domande ai sensi del suddetto articolo 12, lettera b), fondate sul presunto mancato rispetto delle condizioni previste dall’articolo 7, lettera f), della direttiva 95/46, nonché le domande a norma dell’articolo 14, primo comma, lettera a), della medesima direttiva, occorre rilevare che ciascun trattamento di dati personali deve essere legittimato in virtù di tale articolo 7 per tutto il tempo in cui viene effettuato. 96 Alla luce di quanto precede, nel valutare domande di questo tipo proposte contro un trattamento di dati quale quello in esame nel procedimento principale, occorre verificare in particolare se l’interessato abbia diritto a che l’informazione riguardante la sua persona non venga più, allo stato attuale, collegata al suo nome da un elenco di risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal suo nome. In proposito occorre sottolineare che la constatazione di un diritto siffatto non presuppone che l’inclusione dell’informazione in questione nell’elenco di risultati arrechi un pregiudizio all’interessato. 97 Dato che l’interessato può, sulla scorta dei suoi diritti fondamentali derivanti dagli articoli 7 e 8 della Carta, chiedere che l’informazione in questione non venga più messa a disposizione del grande pubblico mediante la sua inclusione in un siffatto elenco di risultati, occorre considerare – come risulta in particolare dal punto 81 della presente sentenza – che i diritti fondamentali di cui sopra prevalgono, in linea di principio, non soltanto sull’interesse economico del gestore del motore di ricerca, ma anche sull’interesse di tale pubblico a trovare l’informazione suddetta in occasione di una ricerca concernente il nome di questa persona. Tuttavia, così non sarebbe qualora risultasse, per ragioni particolari, come il ruolo ricoperto da tale persona nella vita pubblica, che l’ingerenza nei suoi diritti fondamentali è giustificata dall’interesse preponderante del pubblico suddetto ad avere accesso, mediante l’inclusione summenzionata, all’informazione di cui trattasi. 98 Relativamente ad una situazione come quella in esame nel procedimento principale, che riguarda la visualizzazione – nell’elenco di risultati che l’utente di Internet ottiene effettuando una ricerca a partire dal nome della persona interessata con l’aiuto di Google Search – di link verso pagine degli archivi online di un quotidiano, contenenti annunci che menzionano il nome di tale persona e si riferiscono ad un’asta immobiliare legata ad un pignoramento effettuato per la riscossione coattiva di crediti previdenziali, occorre affermare che, tenuto conto del carattere sensibile delle informazioni contenute in tali annunci per la vita privata di detta persona, nonché del fatto che la loro pubblicazione iniziale era stata effettuata 16 anni prima, la persona interessata vanta un diritto a che tali informazioni non siano più collegate al suo nome attraverso un elenco siffatto. Pertanto, dal momento che nella fattispecie non sembrano sussistere ragioni particolari giustificanti un interesse preponderante del pubblico ad avere accesso, nel contesto di una ricerca siffatta, a dette informazioni – aspetto questo che spetta però al giudice del rinvio verificare –, la persona interessata può esigere, a norma degli articoli 12, lettera b), e 14, primo comma, lettera a), della direttiva 95/46, la soppressione dei link suddetti da tale elenco di risultati. 99 Dalle suesposte considerazioni discende che occorre rispondere alla terza questione dichiarando che gli articoli 12, lettera b), e 14, primo comma, lettera a), della direttiva 95/46 devono essere interpretati nel senso che, nel valutare i presupposti di applicazione di tali disposizioni, si deve verificare in particolare se l’interessato abbia diritto a che l’informazione in questione riguardante la sua persona non venga più, allo stato attuale, collegata al suo nome da un elenco di risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal suo nome, senza per questo che la constatazione di un diritto siffatto presupponga che l’inclusione dell’informazione in questione in tale elenco arrechi un pregiudizio a detto interessato. Dato che l’interessato può, sulla scorta dei suoi diritti fondamentali derivanti dagli articoli 7 e 8 della Carta, chiedere che l’informazione in questione non venga più messa a disposizione del grande pubblico in virtù della sua inclusione in un siffatto elenco di risultati, i diritti fondamentali di cui sopra prevalgono, in linea di principio, non soltanto sull’interesse economico del gestore del motore di ricerca, ma anche sull’interesse di tale pubblico ad accedere all’informazione suddetta in occasione di una ricerca concernente il nome di questa persona. Tuttavia, così non sarebbe qualora risultasse, per ragioni particolari, come il ruolo ricoperto da tale persona nella vita pubblica, che l’ingerenza nei suoi diritti fondamentali è giustificata dall’interesse preponderante del pubblico suddetto ad avere accesso, in virtù dell’inclusione summenzionata, all’informazione di cui trattasi. Sulle spese 100 Nei confronti delle parti nella causa principale il presente procedimento costituisce un incidente sollevato dinanzi al giudice nazionale, cui spetta quindi statuire sulle spese. Le spese sostenute da altri soggetti per presentare osservazioni alla Corte non possono dar luogo a rifusione. Per questi motivi, la Corte (Grande Sezione) dichiara: 1) L’articolo 2, lettere b) e d), della direttiva 95/46/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 1995, relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati, deve essere interpretato nel senso che, da un lato, l’attività di un motore di ricerca consistente nel trovare informazioni pubblicate o inserite da terzi su Internet, nell’indicizzarle in modo automatico, nel memorizzarle temporaneamente e, infine, nel metterle a disposizione degli utenti di Internet secondo un determinato ordine di preferenza, deve essere qualificata come «trattamento di dati personali», ai sensi del citato articolo 2, lettera b), qualora tali informazioni contengano dati personali, e che, dall’altro lato, il gestore di detto motore di ricerca deve essere considerato come il «responsabile» del trattamento summenzionato, ai sensi dell’articolo 2, lettera d), di cui sopra. 2) L’articolo 4, paragrafo 1, lettera a), della direttiva 95/46 deve essere interpretato nel senso che un trattamento di dati personali viene effettuato nel contesto delle attività di uno stabilimento del responsabile di tale trattamento nel territorio di uno Stato membro, ai sensi della disposizione suddetta, qualora il gestore di un motore di ricerca apra in uno Stato membro una succursale o una filiale destinata alla promozione e alla vendita degli spazi pubblicitari proposti da tale motore di ricerca e l’attività della quale si dirige agli abitanti di detto Stato membro. 3) Gli articoli 12, lettera b), e 14, primo comma, lettera a), della direttiva 95/46 devono essere interpretati nel senso che, al fine di rispettare i diritti previsti da tali disposizioni, e sempre che le condizioni da queste fissate siano effettivamente soddisfatte, il gestore di un motore di ricerca è obbligato a sopprimere, dall’elenco di risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal nome di una persona, dei link verso pagine web pubblicate da terzi e contenenti informazioni relative a questa persona, anche nel caso in cui tale nome o tali informazioni non vengano previamente o simultaneamente cancellati dalle pagine web di cui trattasi, e ciò eventualmente anche quando la loro pubblicazione su tali pagine web sia di per sé lecita.  4) Gli articoli 12, lettera b), e 14, primo comma, lettera a), della direttiva 95/46 devono essere interpretati nel senso che, nel valutare i presupposti di applicazione di tali disposizioni, si deve verificare in particolare se l’interessato abbia diritto a che l’informazione in questione riguardante la sua persona non venga più, allo stato attuale, collegata al suo nome da un elenco di risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal suo nome, senza per questo che la constatazione di un diritto siffatto presupponga che l’inclusione dell’informazione in questione in tale elenco arrechi un pregiudizio a detto interessato. Dato che l’interessato può, sulla scorta dei suoi diritti fondamentali derivanti dagli articoli 7 e 8 della Carta, chiedere che l’informazione in questione non venga più messa a disposizione del grande pubblico in virtù della sua inclusione in un siffatto elenco di risultati, i diritti fondamentali di cui sopra prevalgono, in linea di principio, non soltanto sull’interesse economico del gestore del motore di ricerca, ma anche sull’interesse di tale pubblico ad accedere all’informazione suddetta in occasione di una ricerca concernente il nome di questa persona. Tuttavia, così non sarebbe qualora risultasse, per ragioni particolari, come il ruolo ricoperto da tale persona nella vita pubblica, che l’ingerenza nei suoi diritti fondamentali è giustificata dall’interesse preponderante del pubblico suddetto ad avere accesso, in virtù dell’inclusione summenzionata, all’informazione di cui trattasi. Firme 20 marzo 2015
  • La sentenza CEDU sul caso Lambert: la Corte di Strasburgo merita ancora il titolo di The Conscience of Europe?

    Di seguito un contributo della Prof.ssa Giovanna Razzano, Ricercatrice di Diritto pubblico presso l'Università “La Sapienza” di Roma, pubblicato il 17 luglio 2015 sul Forum di Quaderni Costituzionali «We regret that the Court has, with this judgment, forfeited the abovementioned title». Con queste severe parole, che non trovano precedenti nella storia della Corte di Strasburgo, i cinque giudici della Grande Chambre che hanno redatto l’opinione dissenziente si sono dissociati dalla decisione della maggioranza. Ma quale fatto e quale decisione hanno determinato una tale lacerazione in seno alla Cedu? Quid facti? Quid iuris? Vincent Lambert è un infermiere francese che, dal 2008, a seguito di un grave incidente, si trova in stato vegetativo, una patologia che, secondo la definizione medico- scientifica - v. per tutte la Multy-Society Task Force1994, American Congress of Rehabilitation of Medicine- è ritenuta la condizione di disabilità più grave oggi conosciuta. Il paziente è in stato di incoscienza ad occhi aperti, alterna periodi di veglia e cicli sonno/veglia ma non è mai consapevole di sé, né dell’ambiente circostante. La termoregolazione e le funzioni cardiocircolatorie e respiratorie sono conservate e non occorrono terapie strumentali finalizzate al sostegno delle funzioni vitali. Il paziente non è attaccato a nessuna macchina e conserva la funzione gastrointestinale, anche se ha difficoltà a nutrirsi per bocca, per disfunzioni a carico di masticazione e deglutizione. Problematico è il giudizio relativo all’irreversibilità di tale stato, anche perché la ricerca neuro-scientifica fornisce di continuo nuovi risultati in merito al grado di coscienza e di attività cerebrale di questi pazienti. Di fatto il criterio di irreversibilità può dirsi, allo stato, insicuro e non condiviso, al punto che si è abbandonata la dizione di stato vegetativo permanente, sinonimo di irreversibile, in favore del più prudente aggettivo persistenteo prolungato. Quel che è certo è che Vincent non è in stato di morte cerebrale, come riconosce la stessa sentenza CEDU (§ 97, 101, 115), che proprio per questo, ossia perché il paziente è vivo, respinge la richiesta dei genitori di far valere in nome e per conto del figlio i diritti garantiti dalla Convenzione (§ 105). Il medico curante di Vincent tuttavia, dr. Kariger, il 10 aprile 2013, basandosi su di una richiesta della moglie, decide di interrompergli l’alimentazione e diminuire l’idratazione, ritenendo di poter qualificare tali cure un’ostinazione irragionevole, ai sensi della legge Leonetti vigente dal 2005. Ma i genitori e due fratelli del paziente impugnano tale decisione dinanzi al Tribunale di Châlons-en-Champagne che l’11 maggio 2013 ingiunge di ristabilire l’alimentazione, ritenendo un attentato grave e manifestamente illegittimo alla libertà fondamentale connessa con il diritto alla vita che i genitori non fossero stati coinvolti nella procedura di interruzione delle cure, tanto più che Vincent non ha lasciato direttive anticipate, né nominato alcuna «personne de confiance». Il dr. Kariger consulta allora altri specialisti e coinvolge tutti i parenti nella procedura, giungendo nuovamente alla decisione per cui le cure di base devono essere interrotte. I genitori e i due fratelli impugnano allora la decisione del medico dinanzi al tribunale amministrativo, che il 16 gennaio 2014 afferma che la decisione del medico costituisce un attentato grave e manifestamente illegale alla vita di Vincent e che il trattamento non è né inutile né sproporzionato. Ma la moglie e lo stesso ospedale di Reims ricorrono al Conseil d’État, il quale decide sia di consultare esperti di livello nazionale, fra cui lo stesso Leonetti, quale amicus curiae, al fine di chiarire se l’alimentazione e l’idratazione rappresentano un’ostinazione irragionevole; sia di negare ai genitori il trasferimento di Vincent in una struttura specializzata nella riabilitazione di tali malati. Il 24 giugno 2014 giunge la sentenza, secondo cui, sulla base dei vari consulti e delle molteplici indagini commissionate ad organismi medici ed etici nazionali, il Conseil d’État dichiara legittima la decisione di porre fine all’alimentazione e all’idratazione dell’uomo. Contro questa decisione i genitori e i fratelli di Lambert presentano allora ricorso alla Corte di Strasburgo, in base agli articoli 2, 3 e 8 della Convenzione, chiedendo, oltre alla sospensione dell’esecuzione della sentenza, il divieto di trasferimento del paziente in altro ospedale o fuori dai confini nazionali, nel timore che gli venga interrotto nuovamente il sostegno vitale. Nelle osservazioni del 16 ottobre 2014, i ricorrenti evidenziano fra l’altro che Vincent, come molti pazienti nel suo stato, poiché la nutrizione enterale può essere somministrata dagli stessi familiari, esce dalla struttura di ricovero nei fine settimana e va a casa durante le vacanze. Dalla stessa sentenza si evince inoltre (§ 80) che Vincent era stato privato dei trattamenti riabilitativi e della fisioterapia dall’ottobre 2012. Il 4 novembre 2014, la Quinta Sezione della Corte europea decide di rimettere la questione alla Grande Chambre, che si è pronunciata il 5 giugno 2015. Tre sono le affermazioni principali: si esclude che la legge francese, l’interpretazione datane dal Conseil d’Étate l’eventuale esecuzione della sentenza resa da quest’ultimo contrastino con l’art. 2 della Convenzione sul diritto alla vita; si nega che vi possa essere violazione della vita privata e familiare dei congiunti ricorrenti, ai sensi dell’art. 8; si ritiene infine infondata la doglianza relativa all’art. 6 § 1, con riguardo alla dubbia imparzialità del giudizio dei medici. Analizzando le motivazioni, si può osservare che, per la gran parte, esse sono rappresentate dalla verifica circa la scrupolosa osservanza dei molteplici passaggi procedurali eseguiti, sia medici, sia giuridici (il termine procedurecompare 40 volte). A ben vedere però, alla base di tutto vi è un unico e fondamentale giudizio. Quello per cui l’idratazione e la nutrizione enterale somministrate a Vincent non hanno altro effetto che il prolungamento artificiale della sua vita. Vi è poi un’importante novità rispetto alla giurisprudenza pregressa. In questa sentenza si sostiene infatti l’esistenza di un ampio margine di apprezzamento in capo agli Stati, che non concerne l’introduzione o meno di legislazioni permissive sul fine vita e sull’eutanasia, in un contesto in cui la maggior parte degli Stati aderenti protegge la vita, quanto piuttosto il bilanciamento fra il diritto alla vita dei pazienti, tutelato dall’art. 2, e il loro diritto al rispetto per la vita privata e per l’autonomia, tutelato dall’art. 8 (§ 148). Una tale impostazione non sembra tuttavia coerente con il dato positivo rappresentato dalla stessa Convenzione, che all’art. 15 definisce inderogabile solo l’art. 2, come peraltro gli stessi giudici ricordano poco prima (§ 144). Ad ogni modo merita attenzione l’esito cui tali interpretazioni conducono, ossia la valutazione sfavorevole al sostentamento di una vita, attraverso cureo trattamentiche dir si voglia, ove essa sia artificiale. Ma un tale giudizio, va notato, per quanto reso da medici, non è di carattere medico-scientifico. Non si è dinanzi ad una diagnosi di morte cerebrale anziché di stato vegetativo, ma di una valutazione sulla qualità della vita di chi è in stato vegetativo(nessun miglioramento del paziente, incapacità di comunicare, ecc., cfr. § 38-44), che consiglia l’interruzione. Una conclusione in aperto contrasto con i documenti dell’Assemblea parlamentare dello stesso Consiglio d’Europa, su cui non a caso i giudici, prolissi su altri dati, sorvolano assai rapidamente (§ 70-71). Nella raccomandazione 1418 (1999) si indica infatti che il trattamento di sostegno vitale non deve essere limitato per motivi economici; che, laddove mancano le direttive anticipate, il diritto alla vita del paziente non deve essere violato; che occorre stabilire un catalogo di trattamenti che in nessun caso possono essere sottratti e, soprattutto, che «in caso di dubbio la decisione deve essere sempre per la vita e per il prolungamento della vita». Nella risoluzione 1859 (2012) si legge che l’eutanasia, intesa nel senso dell’uccisione intenzionale, per azione o omissione, di un essere umano dipendente per suo presunto beneficio, deve sempre essere proibita. Rientra dunque in tale definizione l’abbandono terapeutico e l’interruzione del sostentamento di base al paziente incapace, come nel caso di specie. Del resto l’opinione dissenziente si dissocia da quella di maggioranza proprio perché, nonostante le rassicurazioni della sentenza circa la qualifica dell’atto di interruzione come astensione terapeutica e non come eutanasia, si è invece proprio dinanzi ad un caso di eutanasia. La Guida sul fine vita è altrettanto esplicita. Il documento (peraltro richiamato dalla stessa sentenza, § 60-68) afferma con chiarezza che la nutrizione e l’idratazione costituiscono apporti esteriori rispondenti ai bisogni fisiologici, che conviene soddisfare, perché il cibo e l’acqua sono elementi essenziali della cura del paziente che dovrebbero sempre essere assicurati, a meno che il paziente non li rifiuti. Si assiste in definitiva ad una sentenza adottata a maggioranza di dodici giudici contro cinque che contrasta con gli stessi documenti dell’Assemblea parlamentare, peraltro assai espliciti sul tema. Sotto questo profilo, trattandosi di questioni etiche della massima importanza, attinenti al diritto alla vita e alla sua protezione, sembrano giustificate le forti parole dei giudici dissenzienti con cui abbiamo aperto queste brevi notazioni. Ancora, occorrerebbe domandarsi se fosse nelle previsioni di coloro che stipularono la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti umani, nel 1950, immaginare che, nel 2015, dei genitori sarebbero stati costretti a pubblicare il video del proprio figlio disabile grave per mostrare all’Europa che è vivo e ha bisogno di acqua, nutrimento adeguato e terapie riabilitative.
  • La tutela ultramerceologica del marchio di rinomanza. Nota alla sentenza della Corte di cassazione n. 13090, 27 maggio 2013

    di Alessio Baldi Nota alla sentenza della Corte di cassazione n. 13090, 27 maggio 2013 (LEGGI LA SENTENZA) Sommario
    1. Iter processuale
    2. Il D.lgs. n. 480/1992 di attuazione della Direttiva n. 89/104/CEE, problemi di successione della legge nel tempo
    3. La tutela ultramerceologica e non, alla luce della Direttiva n. 89/104/CEE e del D.lgs. n. 480/1992
    4. Il marchio che gode di rinomanza e l’attuale articolo 20 lett. c) del Codice di Proprietà Industriale
    5. Conclusioni.

    1. Iter processuale.  

    La sentenza in commento ribadisce un orientamento giurisprudenziale che deve essere interpretato alla luce del particolare momento storico in cui i fatti di causa si sono svolti. Difatti, l’affermazione che “per i marchi celebri bisogna considerare il pericolo di confusione in cui il consumatore può cadere attribuendo al titolare del marchio celebre la fabbricazione anche di altri prodotti non rilevantemente distanti sotto il piano merceologico”[1],risulta comprensibile se inserita in un contesto normativo come quello oggetto di causa, mentre potrebbe apparire scorretta se letta alla luce della disciplina attuale in materia di tutela ultramerceologica del marchio notorio. E’ opportuna una seppur sommaria ricostruzione dei fatti controversi. Oramai oltre un decennio fa, la nota casa di moda britannica J. Barbour & Sons Ltd (per brevità, Barbour) citava in giudizio due società italiane (rispettivamente, la titolare del segno ritenuto in violazione della privativa di parte attrice e la società licenziataria dello stesso) per contraffazione del proprio marchio, nonché per contestare una loro responsabilità ai sensi dell’articolo 2598 n. 1 e n. 2 del codice civile [2], domandando al contempo la dichiarazione di nullità del marchio concesso alla convenuta. La vertenza in questione, nonostante sia giunta soltanto adesso a definizione [3], ha ad oggetto registrazioni risalenti: al settembre del 1986 quella della Barbour ed al novembre del 1992 quella della convenuta società italiana, titolare di un marchio identico a quello di parte attrice. Il Tribunale di Firenze, partendo dall’assunto che il marchio della Barbour godesse già di notorietà al momento dei fatti oggetto di causa, ha riconosciuto che controparte stava sfruttando la forza evocativa del medesimo segno, attraverso la produzione di articoli corrispondenti a classi merceologiche (la 16 e la 18) diverse da quella coperta dal diritto di esclusiva della Barbour (la 25). [4] Il giudice di prime cure, ritenuto provato l’uso del marchio da parte delle convenute a partire dall’autunno del 1995, posta la notorietà del segno e la sussistenza di affinità tra le classi 25 e 18, ha perciò stabilito l’applicabilità dell’articolo 1 lett. b) e c) della Legge Marchi come modificata dal D.lgs. n. 480 del 1992, così accogliendo le domande di parte attrice circa la distruzione e l’inibitoria di quanto era stato contraffatto. Con la medesima decisione il Tribunale non ha accolto però né la domanda di risarcimento né quella di nullità del brevetto di controparte, in virtù della disciplina transitoria disposta dall’articolo 89 del D.lgs. n. 480 del 1992 [5]. La due società italiane hanno proposto appello contro questa sentenza contestando gravi profili di contraddittorietà della decisione del Tribunale fiorentino – da un lato la riconosciuta illegittimità dell’uso del segno oggetto di giudizio e dall’altro la contestuale dichiarazione di “non nullità” del medesimo (equivalente ad una dichiarazione di legittimità della privativa in sé considerata) – nonché lamentando l’assenza di affinità tra la classe 25 e la classe 18. Poiché tutte queste censure sono state respinte dalla Corte di Appello di Firenze, le due società italiane soccombenti hanno proposto ricorso in Cassazione avverso la decisione di secondo grado, deducendo - in via preliminare – la carenza di motivazione in ordine alla notorietà del marchio, ed inoltre denunciando – nuovamente – i già citati profili di contraddittorietà della sentenza impugnata. La Suprema Corte ha invece accolto un solo motivo di doglianza, presentato in via incidentale dalla Barbour per contestare la mancata dichiarazione di nullità del marchio di controparte, relativo al fatto che già prima della riforma del 1992 era riconosciuta, da parte della giurisprudenza, la protezione dei marchi notori in relazione a prodotti non affini.

    2. Il D.lgs. n. 480/1992 di attuazione della Direttiva n. 89/104/CEE: problemi di successione della legge nel tempo

    2. Ai fini di una compiuta analisi di questa sentenza è doveroso, in primo luogo, analizzare brevemente le successive modifiche intervenute nella normativa richiamata dai giudici di Cassazione. Il marchio di titolarità della Barbour è stato concesso nel 1986, mentre la registrazione dell’altro identico, della convenuta, risale al novembre del 1992. Posto che il D.lgs. n. 480, emesso al fine di dare attuazione alla Prima Direttiva del Consiglio delle Comunità Europee del 21 dicembre del 1988 sul ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri in materia di marchi d’impresa (Direttiva n. 89/104/CEE), è entrato in vigore a dicembre del 1992, la Corte di Cassazione ha correttamente definito per la sua non applicabilità al caso di specie. Tuttavia, considerando che al momento in cui si son svolti i fatti la Direttiva era già stata emanata, i giudici della Suprema Corte hanno stabilito che il caso in esame era da decidersi tenendo conto di quanto in essa disposto. In altre parole, la Corte ha affermato che l’ordinamento previgente rispetto al D.lgs. n. 480 del 1992, deve essere interpretato in modo conforme alla direttiva n. 89/104/CEE, adottando per i marchi celebri “un criterio più largo di quello adoperato per i marchi comuni”.[6]

    3. La tutela ultramerceologica, alla luce della Direttiva n. 89/104/CEE e del D.lgs. n. 480/1992

    Ciò premesso, non è possibile esimersi dal chiarire quali modifiche sono state apportate dalle normative appena citate. Partendo dalla prassi giurisprudenziale nazionale precedente all’entrata in vigore del D.lgs. n. 480 del 1992, si nota che già allora alcune sentenze avevano riconosciuto la protezione dei marchi notori in relazione a prodotti non affini.[7] La tutela ultramerceologica del marchio celebre era riconosciuta dai giudici nazionali e spesso a condizioni non troppo dissimili da quelle di cui alla Direttiva n. 89/104/CEE (e dunque al D.lgs. n. 408 del 1992). Tuttavia, fino all’entrata in vigore della normativa comunitaria appena richiamata, il criterio fondamentale per riconoscere una più ampia protezione al marchio celebre consisteva nel “pericolo di confusione in cui il consumatore medio può cadere attribuendo al titolare del marchio celebre la fabbricazione di altri prodotti, o ritenendo falsamente l'esistenza di legami giuridici o economici fra le due imprese”.[8] Tale requisitodella tutela ultramerceologica del marchio celebre era stato, appunto, elaborato dalla giurisprudenza e non trovava riscontro positivo a livello nazionale o sovranazionale.[9] Con la nuova legge del 1992 è stato posto un discrimine tra marchi notori o meno, sia sotto il profilo della sussistenza del rischio di confusione sull’origine del prodotto, sia in merito all’ambito di applicabilità ai prodotti o servizi identici o affini piuttosto che a quelli non affini. In merito al “pericolo di confusione”, il legislatore non ha inserito tale elemento tra i requisiti dell’articolo 1 lett. c) del D.lgs. n. 480 del 1992 così da escluderne la sussistenza al fine di poter garantire ai marchi di rinomanza la tutela “allargata” ivi prevista. Al contrario tale requisito era stato invece inserito nella lett. b) del medesimo articolo, relativamente ai marchi non notori. [10]. Se il legislatore avesse voluto dichiarare necessaria la sussistenza del “rischio di confusione” anche per i marchi notori, non avrebbe certo esitato a legiferare sul punto come ha fatto per i “non notori” di cui alla lettera b), inserendo detto requisito nella norma in oggetto. Tale assenza ha dunque fatto presumere che la tutela ultramerceologica riconosciuta ai marchi notori fosse disposta a prescindere dalla sussistenza del pericolo di confusione per il consumatore.[11] Per quanto concerne l’ambito di applicabilità della tutela in esame, con l’articolo 1 lett. c) del D.lgs. n. 480 del 1992, è stato stabilito che “il titolare [di un marchio notorio] ha il diritto di vietare ai terzi, salvo il proprio consenso, di usare […]”  c) un segno identico o simile al marchio registrato per prodotti o servizi non affini, se il marchio registrato goda nello Stato di rinomanza e se l’uso del segno senza giusto motivo consente di trarre indebitamente vantaggio dal carattere distintivo o dalla rinomanza del marchio”. La norma ha quindi richiamato espressamente i “prodotti o servizi non affini”. Diversamente detta tutela è stata limitata a “prodotti o servizi identici o affini” per i marchi non notori. [12] Da ciò, è sorto il dubbio circa la possibilità di estendere anche ai prodotti o servizi “affini”, la tutela prevista dall’articolo 1 lett. c) a favore dei marchi notori per prodotti o servizi non affini. La dottrina è stata fin da subito (ed a ragion veduta, noti gli sviluppi normativi che sono poi intervenuti sul punto) chiara ad interpretare l’articolo 1 lett. c) nel punto in cui si riferisce solo ai “prodotti e servizi non affini”, nel senso di considerare sottintesa a tale statuizione, la volontà del legislatore di tutelare il marchio notorio anche nei confronti di prodotti o servizi affini a quelli corrispondenti alla registrazione della privativa. [13] Questa interpretazione è coerente con la volontà della Direttiva n. 89/104/CEE, di prevedere una c.d. “tutela allargata” del marchio notorio, anche per un suo uso non confusorio su prodotti affini a quelli per cui il segno è stato registrato [14]. Ciò, a condizione che l’utilizzo fattone sia idoneo a determinare un indebito vantaggio a favore dell’utilizzatore o quantomeno un pregiudizio alla notorietà o alla distintività del segno contraffatto. Il risultato normativo è stato il frutto della volontà, storicamente perseguita dal legislatore comunitario e poi di conseguenza da legislatori nazionali – di estendere l’ambito di protezione del marchio oltre il principio di specialità, così passando da una tutela collegata meramente alla funzione distintiva o d’origine ad una funzione pubblicitaria; il marchio è così venuto ad assumere un intrinseco valore quale “collettore di clientela”. [15]

    4. Il marchio che gode di rinomanza e l’articolo 20 lett. c) del Codice di Proprietà Industriale

    La Direttiva prima e il D.lgs. n.480 del 1992 poi, si sono posti come prototipi per l’articolo 20 lett. c) del Codice di Proprietà Industriale, che attualmente disciplina la tutela ultramerceologica per i marchi che godono di rinomanza [16]. L’articolo in questione, infatti, nello stabilire che “i diritti del titolare del marchio d'impresa registrato consistono nella facolta' di fare uso esclusivo del marchio. Il titolare ha il diritto di vietare ai terzi, salvo proprio consenso, di usare nell'attività economica […] c) un segno identico o simile al marchio registrato per prodotti o servizi anche non affini, se il marchio registrato goda nello stato di rinomanza e se l'uso del segno senza giusto motivo consente di trarre indebitamente vantaggio dal carattere distintivo o dalla rinomanza del marchio o reca pregiudizio agli stessi”, statuisce proprio che la caratteristica fondamentale di tale tutela è quella di non essere minimamente condizionata dalla sussistenza o meno del rischio di confusione sull’origine né dalla presenza o assenza di affinità tra prodotti o servizi; ciò, purché tuttavia sussistano situazioni di agganciamento parassitario al marchio notorio oppure effetti pregiudizievoli per il medesimo segno [17]. Per quanto attiene alla estensione merceologica di detta tutela, la norma in esame ha eliminato qualsiasi dubbio circa la sua applicabilità ai casi di affinità o non affinità di prodotti o servizi. Aver espressamente introdotto nell’articolo 20 lett. c) la parola “anche” in riferimento ai prodotti e servizi non affini ha certamente chiarito che la protezione merceologica è estesa sia oltre sia nell’ambito della o delle classi per cui un marchio è registrato.

    5. Conclusioni

    In conclusione, in presenza di un marchio che gode di rinomanza, si deve soltanto considerare se l’identità o somiglianza dei segni distintivi posti a raffronto comporti o meno, anche in alternativa tra loro: 1) il pregiudizio all’immagine del marchio derivante da un indesiderato accostamento; 2) l’indebito e ingiustificato vantaggio conseguito parassitariamente dal contraffattore. [18] Dunque, la sentenza che ci occupa nel considerare il rischio di confusione come requisito necessario per il riconoscimento della tutela ultramerceologica dei marchi notori o di rinomanza, richiama – a ragione – la disciplina applicabile al caso di specie al momento in cui si è verificata la violazione oggetto di controversia, cioè nel particolare momento dopo l’emanazione della Direttiva ma prima del suo recepimento con il Decreto legislativo. Ed in tale ottica soltanto deve essere considerata.

    Note

    [*] Il presente contributo è stato preventivamente sottoposto a referaggio anonimo affidato ad un componente del Comitato di Referee secondo il Regolamento adottato da questa Rivista. [1] Così I. Nocera, Una tutela più ampia per i marchi celebri,Diritto & Giustizia, Giugno 2013. Per un inquadramento circa la tutela ultramerceologica dei marchi che godono di rinomanza, Diritto industriale, proprietà intellettuale e concorrenza, quarta edizione, TORINO, 2012, P. 182. [2] Si riporta il testo integrale dell’articolo 2598 c.c. “atti di concorrenza sleale. Ferme le disposizioni che concernono la tutela dei segni distintivi e dei diritti di brevetto, compie atti di concorrenza sleale chiunque: 1) usa nomi o segni distintivi idonei a produrre confusione con i nomi o con i segni distintivi legittimamente usati da altri, o imita servilmente i prodotti di un concorrente, o compie con qualsiasi altro mezzo atti idonei a creare confusione con i prodotti e con l'attività di un concorrente; 2) diffonde notizie e apprezzamenti sui prodotti e sull'attività di un concorrente, idonei a determinare il discredito o si appropria di pregi dei prodotti o dell'impresa di un concorrente; 3) si vale direttamente o indirettamente di ogni altro mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale e idoneo a danneggiare l'altrui azienda”. [3] I giudici della Suprema Corte hanno cassato la sentenza impugnata, decidendo per il suo rinvio alla Corte d’Appello di Firenze, affinché quest’ultima emetta una nuova decisione ridefinendo il merito della controversia. [4] La registrazione della convenuta ed anche i prodotti di fatto realizzati dalla stessa, ricadevano nelle classi 16 e 18 (cartolibreria, pelletteria, valigeria, etc.) a differenza di quanto tutelato con la registrazione della Barbour per la classe 25 (abbigliamento, scarpe e cappelleria). [5] Si legge nella sentenza della Corte di Cassazione n. 13090 del 2013, che il Tribunale di Firenze ha ritenuto non accoglibile la domanda di nullità “ostandovi la norma transitoria dell’art. 89 D.lgs. 480/92 che, per i marchi concessi prima dell’entrata in vigore della nuova normativa, rinviava alle norme precedenti, non contemplanti le ipotesi di nullità invocate dall’attrice”. [6] In tal senso la Corte di Cassazione ha così enunciato il principio di diritto (che la Corte di Appello di Firenze, quale giudice del rinvio dovrà tenere presente per la sua futura decisione nel merito della controversia): “la sentenza impugnata va pertanto cassata in relazione alla censura accolta  […] con rinvio […] alla Corte d’Appello di Firenze in diversa composizione che dovrà valutare – dandone atto con adeguata motivazione - circa l’esistenza di un rapporto di affinità tra i prodotti cui si riferisce il marchio della Barbour Ltd e quelli cui si riferisce il marchio [di controparte] tenendo conto del principio di diritto […] che il giudizio di affinità di un prodotto rispetto ad altro, coperto da marchio notorio o rinomato, deve essere formulato, secondo il sistema previgente interpretato in modo conforme alla direttiva n. 89/104/CEE secondo un criterio più largo di quello adoperato per i marchi comuni”. [7] Si veda quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 2060 del 1983: “i marchi celebri, pur esplicando prevalentemente funzione distintiva del prodotto, specie quando si risolvono nel nome patronimico dell'imprenditore, tendono altresì a diffondere e far conoscere la provenienza dei prodotti o merci al consumo e vengono presi in considerazione dal pubblico per ricollegarvi non solo un prodotto, ma un prodotto di qualità soddisfacente. Essi, pertanto, estendono il campo di protezione al di là dei prodotti uguali o strettamente affini (secondo la nozione di affinità che interessa i marchi ordinari), dovendosi al loro riguardo accogliersi una nozione più ampia di affinità che tenga conto del pericolo di confusione, in cui il consumatore medio può cadere attribuendo al titolare del marchio celebre la fabbricazione di altri prodotti ovvero ritenendo falsamente l'esistenza di legami giuridici od economici tra le due imprese, sempre che non esista una rilevante distanza merceologica tra il vecchio ed il nuovo prodotto ovvero l'uno o l'altro siano altamente specializzati”. [8] In tal senso, ibidem, Cass. 2060/1983: “la protezione del marchio celebre, da realizzare secondo una nozione di affinità più ampia che tenga conto del pericolo di confusione in cui il consumatore medio può cadere attribuendo al titolare del marchio celebre la fabbricazione di altri prodotti, o ritenendo falsamente l'esistenza di legami giuridici o economici fra le due imprese, non ha luogo, né ove esiste una rilevante distanza merceologica fra il vecchio e il nuovo prodotto né qualora l'uno o l'altro prodotto siano altamente specializzati.” [9] Autorevole dottrina si era espressa a riguardo affermando che “nel vigore della vecchia legge un rischio di confusione non era esplicitamente contemplato come elemento costitutivo della fattispecie illecita, e tanto meno vi si parlava di una confondibilità sull’origine”, La nuova legge marchi,seconda edizione aggiornata con i d.lgs. nn. 198/96 e 447/99, A. VANZETTI, C. GALLI, MILANO, 2001, P. 27. In merito si veda anche la sentenza n. 2060 del 1999 con la quale si è pronunciata la Corte di Cassazione affermando che “Il giudizio di "affinità" di un prodotto rispetto ad un altro coperto da un marchio notorio o rinomato deve essere formulato - anche nel sistema normativo previgente alle modifiche introdotte con il d.lgs. n. 480 del 1992, e così come da interpretarsi conformemente alla direttiva n. 89/104/Cee - secondo un criterio più largo di quello adoperato per i marchi comuni. In relazione ai marchi cosiddetti "celebri", infatti, deve accogliersi una nozione più ampia di "affinità" la quale tenga conto del pericolo di confusione in cui il consumatore medio può cadere attribuendo al titolare del marchio celebre la fabbricazione anche di altri prodotti non rilevantemente distanti sotto il piano merceologico e non caratterizzati - di per sé - da alta specializzazione”. [10] Si riporta integralmente il testo dell’articolo 20 del Codice di Proprietà Industriale: “diritti conferiti dalla registrazione. 1. I diritti del titolare del marchio d'impresa registrato consistono nella facolta' di fare uso esclusivo del marchio. Il titolare ha il diritto di vietare ai terzi, salvo proprio consenso, di usare nell'attività economica: a) un segno identico al marchio per prodotti o servizi identici a quelli per cui esso è stato registrato; b) un segno identico o simile al marchio registrato, per prodotti o servizi identici o affini, se a causa dell'identita' o somiglianza fra i segni e dell'identita' o affinita' fra i prodotti o servizi, possa determinarsi un rischio di confusione per il pubblico, che puo' consistere anche in un rischio di associazione fra i due segni; c) un segno identico o simile al marchio registrato per prodotti o servizi anche non affini, se il marchio registrato goda nello stato di rinomanza e se l'uso del segno senza giusto motivo consente di trarre indebitamente vantaggio dal carattere distintivo o dalla rinomanza del marchio o reca pregiudizio agli stessi. 2. Nei casi menzionati al comma 1 il titolare del marchio può in particolare vietare ai terzi di apporre il segno sui prodotti o sulle loro confezioni; di offrire i prodotti, di immetterli in commercio o di detenerli a tali fini, oppure di offrire o fornire i servizi contraddistinti dal segno; di importare o esportare prodotti contraddistinti dal segno stesso; di utilizzare il segno nella corrispondenza commerciale e nella pubblicità. 3. Il commerciante può apporre il proprio marchio alle merci che mette in vendita, ma non può sopprimere il marchio del produttore o del commerciante da cui abbia ricevuto i prodotti o le merci”. [11] In merito si veda, per tutte, “Adidas-Salomon del 23 ottobre 2003, pronunciata dalla Corte di Giustizia della Comunità Europea nel procedimento C-408/01, nel punto in cui conclude affermando che “la tutela prevista dall'art. 5, n. 2, della direttiva 89/104 non è subordinata alla constatazione di un grado di somiglianza tra il marchio notorio e il segno tale da generare, nel pubblico interessato, un rischio di confusione tra gli stessi. E' sufficiente che il grado di somiglianza con il marchio notorio ed il segno abbia come effetto che il pubblico interessato stabilisca un nesso tra il segno ed il marchio d'impresa”. Conclusione peraltro in linea con quanto attualmente pacifico per i marchi di rinomanza alla luce dell’articolo 20 lett. c del Codice di Proprietà Industriale ed anche con la giurisprudenza maggioritaria. In tal senso, chiaro era l’orientamento dei giudici comunitari già dalla fine degli anni ’90; si veda per tutte la decisione del 14 settembre 1999 emessa nella causa C-375/97. “La fattispecie [i marchi che godono di rinomanza] rappresenta uno scavalcamento del principio di relatività e della stessa possibilità di confusione, attribuendo a certe condizioni la capacità di sottrarre novità, e quindi un potere invalidante, a marchi anteriori registrati per prodotti o servizi nonaffini”, così in Manuale di diritto industriale,A. VANZETTI, V. DI CATALDO, MILANO, 2012, p. 203. [12] Sul punto si veda la sentenza Davidoffdel 9 gennaio 2003, pronunciata nel procedimento C-292/00, con la quale è stato ribadito in merito all’ambito di applicazione dell’articolo 5.2 della Direttiva, l’orientamento della medesima Corte sulla “questione se il testo dell'art. 5, n. 2, della direttiva, in quanto si riferisce espressamente soltanto all'uso di un segno per prodotti o servizi non simili, osti all'applicazione di tale disposizione anche in caso di uso del segno per prodotti o servizi identici o simili. 24. A questo proposito occorre subito rilevare che l'art. 5, n. 2, della direttiva non dev'essere interpretato esclusivamente alla luce del suo testo, ma anche in considerazione dell'economia generale e degli obiettivi del sistema del quale fa parte. 25. Orbene, in considerazione di questi elementi, non si può fornire del detto articolo un'interpretazione che comporti una tutela dei marchi notori minore in caso di uso di un segno per prodotti o servizi identici o simili rispetto al caso di uso di un segno per prodotti o servizi non simili”. [13] Così si è espresso A. Vanzetti, affermando che “anche se questa disposizione è dettata per estendere merceologicamente la protezione del marchio rinomato a prodotti o servizi non affini a quelli per i quali è stato registrato, sembra ragionevole ritenere che essa posso a più forte ragione trovare applicazione nell’ipotesi in cui i prodotti o i servizi del contraffattore siano dello stesso genere di quelli del titolare del marchio e, ciò nonostante, non vi sia pericolo di confusione, purché si verifichino le condizioni cui il legislatore subordina l’operatività della norma e cioè da una parte la notorietà del segno imitato e dall’altra parte l’esistenza di un pregiudizio o di un approfitta mento”, in La nuova legge marchi,seconda edizione aggiornata con i d.lgs. nn. 198/96 e 447/99, A. VANZETTI, C. GALLI, MILANO, 2001, P. 40; sul punto si veda anche Commentario breve alle leggi su proprietà intellettuale e concorrenza a cura di L. C. Ubertazzi, G. E. SIRONI, PADOVA, P. 890. [14] Sul punto ibidem,sentenze Davidoffe Adidas-Salomon. [15] In Italia il marchio ha sempre assunto la funzione di indicazione di origine del prodotto o servizio fornito da una determinata impresa, poiché il segno distintivo è sempre stato collegato inscindibilmente a quest’ultima. In relazione al principio di specialità si veda Il diritto dei marchi. Marchio nazionale e marchio comunitario, G. SENA, MILANO, 2007, P. 147 e ss.. [16] E' opportuno sottolineare che la specifica disciplina a favore dei marchi di rinomanza è giustificata in considerazione del vantaggio che il terzo può conseguire dall'adozione di un segno distintivo che “è già nell'orecchio del pubblico”: risparmiando per l'affermazione del suo prodotto sul mercato e godendo degli effetti derivanti dall'agganciamento parassitario alla buona fama del titolare della privativa. Il quale potrà così subire un “offuscamento dell'immagine del suo marchio per l'adozione di esso da parte del terzo per prodotti non affini, ma di natura vile, di qualità scadente o comunque non in linea con l'immagine connessa al marchio; sia [un] indebolimento del carattere distintivo del marchio a causa del venire meno della sua unicità sul mercato, sul punto si veda Manuale di diritto industriale,A. VANZETTI, V. DI CATALDO, MILANO, 2012, p. 263; Diritto industriale, proprietà intellettuale e concorrenza, quarta edizione, TORINO, 2012, P. 74 E ss.. [17] La legge non dice espressamente cosa si debba intendere per marchio che goda di rinomanza. Autorevole dottrina si è espressa in merito affermando che “si potrebbe perciò pensare che la rinomanza sia un dato da accertare di volta in volta, ad esempio mediante indagini demoscopiche dirette a stabilire quale percentuale del pubblico conosce un determinato marchio”, così in Manuale di diritto industriale,A. VANZETTI, V. DI CATALDO, MILANO, 2012, p. 261. Si riporta l’articolo 20 lett. c) per esteso: “diritti conferiti dalla registrazione. 1. I diritti del titolare del marchio d'impresa registrato consistono nella facolta' di fare uso esclusivo del marchio. Il titolare ha il diritto di vietare ai terzi, salvo proprio consenso, di usare nell'attività economica: a) un segno identico al marchio per prodotti o servizi identici a quelli per cui esso è stato registrato; b) un segno identico o simile al marchio registrato, per prodotti o servizi identici o affini, se a causa dell'identita' o somiglianza fra i segni e dell'identita' o affinita' fra i prodotti o servizi, possa determinarsi un rischio di confusione per il pubblico, che puo' consistere anche in un rischio di associazione fra i due segni; c) un segno identico o simile al marchio registrato per prodotti o servizi anche non affini, se il marchio registrato goda nello stato di rinomanza e se l'uso del segno senza giusto motivo consente di trarre indebitamente vantaggio dal carattere distintivo o dalla rinomanza del marchio o reca pregiudizio agli stessi. 2. Nei casi menzionati al comma 1 il titolare del marchio può in particolare vietare ai terzi di apporre il segno sui prodotti o sulle loro confezioni; di offrire i prodotti, di immetterli in commercio o di detenerli a tali fini, oppure di offrire o fornire i servizi contraddistinti dal segno; di importare o esportare prodotti contraddistinti dal segno stesso; di utilizzare il segno nella corrispondenza commerciale e nella pubblicità. 3. Il commerciante può apporre il proprio marchio alle merci che mette in vendita, ma non può sopprimere il marchio del produttore o del commerciante da cui abbia ricevuto i prodotti o le merci”. [18] In tal senso si veda Codice della Proprietà Industriale, A. VANZETTI, Milano, 2013, pagg. 368 e segg.; Protezione allargata del marchio di rinomanza e prodotti affini, in Rivista di diritto industriale, G. SOTRIFFER, 2010, pag. 5. Scarica il quaderno Anno III - Numero 2 - Aprile/Giugno 2013 [pdf]
  • Link alle opere protette, la Corte di Giustizia Europea li autorizza. Ma solo per contenuti disponibili in accesso libero su un altro sito

    di Maria Letizia Bixio Nuove indicazioni dalla Corte di Giustizia Europea in tema di link e framing. È di ieri la sentenza con riferimento alla domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Svea hovratt –Svezia ai sensi dell’art.267 TFUE, in merito alla Causa C-466/12 (Nils Svensson e a. / Retriever Sverige AB)  sull’interpretazione dell’art. 3 n. 1 della Direttiva 22 maggio 2001, n. 2001/29/CE sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione. Utilizzo di un soggetto diverso dal titolare del diritto d’autore. La Corte si è pronunciata sul caso riguardante la stampa svedese. Si rammenta in breve, l’evoluzione dei fatti. A seguito della pubblicazione in libero accesso sul sito internet del Göteborgs-Posten di una serie di articoli redatti da vari giornalisti svedesi, la Retriever Sverige, società svedese, che gestisce un sito Internet che fornisce ai propri clienti collegamenti Internet "cliccabili" verso articoli pubblicati su altri siti Internet, mise online i link al sito del Göteborgs-Posten, senza aver richiesto ai giornalisti interessati l’autorizzazione ad approntare link verso gli articoli pubblicati sul sito del Göteborgs-Posten. Di fronte alla questione, la Corte d’appello di Svea (Svezia) si rivolse alla Corte di giustizia chiedendo se la fornitura di tali link costituisse o meno un atto di comunicazione al pubblico ai sensi del diritto dell’Unione, in quest’ultimo caso, sarebbe stata necessaria l’autorizzazione dei titolari del diritto d’autore. Nella sentenza odierna la Corte rileva che “il fatto di fornire link 'cliccabili' verso opere protette costituisce un atto di comunicazione”. Infatti, un atto di tal genere è definito nel senso della messa a disposizione di un’opera al pubblico in maniera tale che quest’ultimo possa avervi accesso (ancorché in concreto non si avvalga di tale possibilità). Inoltre, gli utenti potenziali del sito gestito dalla Retriever Sverige possono essere considerati quale pubblico, atteso che il loro numero è indeterminato e considerevole”. Allo stesso tempo, per la Corte la comunicazione deve essere rivolta a un pubblico nuovo, ovvero non preso in considerazione dai titolari del diritto d’autore al momento dell’autorizzazione della comunicazione iniziale, e non è questo il caso in questione. Secondo la Corte, infatti, non sussiste un “pubblico nuovo” nel caso del sito gestito da Retriever Sverige: “Considerato che le opere proposte sul sito del Göteborgs-Posten erano in accesso libero, gli utenti del sito della Retriever Sverige devono essere considerati come facenti parte del pubblico già preso in considerazione dai giornalisti all’atto dell’autorizzazione della pubblicazione degli articoli sul Göteborgs-Posten. Tale rilievo non è rimesso in discussione dal fatto che gli utenti Internet che clicchino sul link abbiano l’impressione che l’opera sia loro mostrata dal sito della Retriever Sverige, laddove essa proviene, in realtà, dal Göteborgs-Posten”. In conclusione, dalla pronuncia della Corte si evince che il proprietario di un sito Internet può rinviare, tramite "link", ad opere protette disponibili senza l’autorizzazione dei titolari dei relativi diritti d’autore, purché in accesso libero su un altro sito. Questo non vale però nel caso in cui un link consenta di aggirare misure restrittive adottate dal sito su cui si trova l’opera protetta per limitarne l’accesso ai soli abbonati. Da ultimo, la Corte dichiara che “gli Stati membri non hanno il diritto di disporre una protezione più estesa dei titolari dei diritti d’autore ampliando la nozione di 'comunicazione al pubblico'. Infatti, ciò produrrebbe l’effetto di creare disparità legislative e, pertanto, una situazione di incertezza giuridica”. Considerazioni analoghe vengono proposte dal Giudice Europeo anche per i c.d. casi di “framing", ovvero nei casi nei quali gli utenti telematici abbiano la sensazione di trovarsi di fronte al sito 'linkante', anziché al sito linkato. Anche in questo caso non soccorrerebbe la necessità di un’autorizzazione espressa da parte dei titolari dei diritti d’autore. Questo passo sembrerebbe essere il più critico per i titolari dei diritti d’autore, poichè gli introiti pubblicitari legati al traffico, sono spesso i veri generatori di ricchezza sul web. Se un sito linkante può riportare direttamente al link senza passare per la prima pagina del sito linkato, per esempio,  può verificarsi una diminuzione degli accessi al sito originale della notizia, ed una diminuzione quindi degli introiti pubblicitari del sito linkato. Immagine in home page: Activerain.com 14 febbraio 2014
  • Net Neutrality, niente ricorso per l'FCC. Un nuovo regolamento dovrà sciogliere il nodo intorno ai "common carriers"

    La Federal Communications Commission (FCC) non presenterà un ulteriore appello per la sentenza che, nel gennaio scorso ha visto la Corte d'Appello del District of Columbia bocciare le norme in materia di neutralità della rete contenute nell'Open Internet Order. Ad annunciarlo è il numero uno della Commission Tom Wheeler. "Nella sentenza che vedeva la FCC contrapposta a Verizon - si legge in una dichiarazione - la Corte ci ha invitato ad agire per preservare un Internet libero e aperto. Ho intenzione di accettare l'invito e proporre norme in grado di impedire il blocco improprio e la discriminazione del traffico Internet, garantendo una vera trasparenza nel modo in cui gli Internet Service Provider gestiscono il traffico e un rafforzamento della concorrenza". Dunque, la decisione di lasciare le aule di tribunale è solo l'anticamera della messa a punto di un nuovo regolamento che potrebbe avere come cardine fondamentale la valutazione "caso per caso" ma che di sicuro dovrà sciogliere il nodo attorno alla classificazione dei servizi di connettività come common carriers o telecommunication services. LEGGI "Net or not Neutrality?" [caption id="attachment_3821" align="alignright" width="100"]Tom Wheeler Tom Wheeler[/caption] "La Corte - ha affermato Wheeler - ha stabilito che la FCC ha l'autorità legale per emanare norme esecutive in materia, come stabilito dalla sezione 706 del Telecommunications Act del 1996. Se agli innovatori non viene data la possibilità di sfruttare a pieno la potenza di Internet il rischio è di frustrare le loro potenzialità. Gli obiettivi del prossimo regolamento saranno quelli di garantire la trasparenza di chi fornisce un servizio, l'impedimento di qualunque tipo di blocco, la soddisfazione di tutti i principi di non discriminazione, perché Internet è e deve rimanere il più grande motore di libera espressione, innovazione e opportunità di crescita economica che il mondo abbia mai conosciuto". Lo stesso Wheeler, tuttavia, qualche settimana prima della sentenza si era detto favorevole all'imposizione di una tariffa, da parte degli Isp, nei confronti di servizi come Netflix. "Sono un convinto sostenitore del mercato - aveva dichiarato - Penso che ci stiamo preparando a vedere un mercato a due facce dove Netflix potrebbe dire: ‘Bene, io pago per fare in modo che il mio abbonato possa ricevere la migliore trasmissione di questo film’ ". Esternazioni alle quali fecero seguito pesanti critiche di organismi come Public Knowledge PV, che per bocca di Michael Weinberg parlava di “endorsement contro la neutralità della rete che vorrebbe lasciare agli Isp il potere di scegliere i vincitori e i vinti dell’online”. Vedremo quale dei due aspetti prevarrà nel nuovo regolamento che la Commission si prepara a mettere a punto. IL PERCORSO - È un cammino accidentato quello che negli ultimi undici anni si è sviluppato intorno alla neutralità della rete negli Stati Uniti. Nel 2002 il Cable Modem Order emanato dall’FCC sanciva l’uscita della banda larga dal novero dei servizi di telecomunicazione regolamentati dalla Commission classificandola genericamente come un “information service”. Tra anni dopo la conferma della norma da parte della Corte Suprema. Nell’aprile del 2010 il quadro veniva rafforzato dalla corte federale del distretto di Columbia, che con una decisione unanime dei tre giudici emetteva una sentenza secondo la quale l’FCC avrebbe abusato dei propri poteri quando nel 2008 aveva multato Comcast Corporation per aver deliberatamente rallentato il traffico Internet di alcuni consumatori che utilizzavano un programma di condivisione per scaricare file molto pesanti. Intanto venivano intentate diverse class action nei confronti di provider come RCN, con sede in Virginia, accusato di aver filtrato i contenuti del P2P senza avvertire gli utenti stessi; a RCN veniva così vietato il filtraggio del file sharing, ma solo per 18 mesi, termine oltre il quale avrebbe avuto la sola incombenza di dare comunicazione agli utenti sui diritti di gestione della banda che il provider riservava a se stesso. Altro dato rilevante è la tendenza che prendeva piede a stringere accordi extra-giudiziali. A metà del 2010 Comcast veniva invece condannato al pagamento dell’irrisoria somma di 16 dollari (spalmabili su due anni) per ogni utente potenzialmente vittima dei rallentamenti del file sharing, che aveva cioè sottoscritto un contratto col provider tra il primo di aprile 2006 e il 31 dicembre 2008. Per intenderci, i 16 milioni di dollari che il provider ha dovuto sborsare rappresentavano lo 0,07% dei ricavi incassati nei 30 mesi di riferimento. shutterstock_115021705-650x245Un momento importante è stato, nel 2009, la nomina da parte di Barack Obama a capo dell’FCC di Julius Genachowski, favorevole all’impostazione di una rete libera e aperta e propenso a far rientrare la banda larga nella regolamentazione dei tradizionali servizi di telecomunicazione. Più che ribaltare il Cable Modem Order, Ganachowski spinse la Rete sotto le regole che avevano fino ad allora gestito i network telefonici, riconoscendo la componente di trasmissione dei servizi d’accesso al broadband come un più tradizionale servizio di telecomunicazione. Un anno dopo vedeva la luce l’Open Internet Order sopra menzionato. A chi giudicava e giudica superato l’approccio di una rete neutrale, soprattutto nel mondo del mobile, e ai provider e fornitori di contenuti che avevano intavolato accordi continuava a contrapporsi la visione di Genachowski e degli operatori spaventati dal riscio di essere relegati in una Internet di “serie B”. Nel settembre 2011 la FCC ribadiva le sue regole sulle neutralità in un documento in cui si parla di trasparenza su tutta la filiera, impossibilità di blocchi e divieto assoluto di irragionevoli discriminazioni tra i contenuti che passano sulle reti dei provider. Poche settimane dopo, la sentenza che è entrata a gamba tesa nello scenario della Net Neutrality a stelle e strisce. LEGGI "Gli "Sponsored data" per i content provider, una nuova strategia per il mobile di AT&T. Ma è polemica sul rispetto della Net Neutrality" LEGGI "AT&T brevetta un nuovo strumento per individuare i 'pirati' " Foto in home page: Politico.com 20 febbraio 2014
  • Net Neutrality: Internet a più velocità?

    Italia, Unione Europea e Stati Uniti, la necessità di mettere ordine in un dibattito che oltreoceano ha subito una svolta dopo la recente sentenza che ha bocciato l'Open Internet Order spingendo la Federal Communications Commission a varare un nuovo regolamento, e che nel Vecchio Continente si appresta a diventare sempre più attuale alla luce del "pacchetto Kroes". Le posizioni in campo e le divergenze su Radio Radicale nell'ultima puntata di "Presi per il Web" con il magistrato ed ex commissario Agcom Nicola D'Angelo, il deputato di Scelta Civica Stefano Quintarelli, il direttore di Key4Biz Raffaele Barberio e l'esperto di regolamentazione e policy europee nei settori di Internet e delle telecomunicazioni Innocenzo Genna [caption id="attachment_5318" align="alignright" width="300"]Ascolta il podcast della puntata del 23 febbraio 2014 Ascolta il podcast della puntata del 23 febbraio 2014[/caption] Non possono esistere discriminazioni tra i contenuti che viaggiano all'interno di una rete di computer. È questo il cardine fondamentale del concetto di neutralità della rete, tematica che in apparenza sembra solo materia informatica ma che presenta al contrario importanti risvolti economici, giuridici e sociali. Quali? Quelli al centro della puntata del 23 febbraio di “Presi per il Web“, trasmissione di Radio Radicale condotta da Marco PerducaMarco Scialdone e Fulvio Sarzana con la collaborazione di Marco Ciaffone Sara Sbaffi. Ospiti dell'appuntamento il magistrato ed ex commissario Agcom Nicola D'Angelo, il deputato di Scelta Civica Stefano Quintarelli, il direttore di Key4Biz Raffaele Barberio e l'esperto di regolamentazione e policy europee nei settori di Internet e delle telecomunicazioni Innocenzo Genna. La differenza di vedute sulla materia è netta tra gli operatori di telecomunicazione e gli Over The Top, con i primi che rivendicano da anni una giusta remunerazione per la quantità di dati scambiati, e monetizzati, attraverso i servizi dei colossi della rete. Un'impostazione non sempre supportata dai dati, come quelli diffusi lo scorso anno da Idate  in merito al mercato delle telecomunicazioni, che parlavano, per il 2012, di un'incidenza del 3% degli OTT sui ricavi complessivi dell'intero comparto; tuttavia, sono sempre più forti le pressioni sui governi nazionali e sugli organismi di governance sovranazionale affinché l'impostazione delle rete neutrale subisca radicali modifiche. Ma anche gli studiosi della materia si posizionano su punti di vista diversi. Come ricorda Augusto Preta, nel suo saggio “Network neutrality. Teoria economica e ruolo della regolamentazione: il modello USA”, l’espressione Network Neutrality si è sviluppata negli Stati Uniti nel corso degli ultimi dieci anni con riferimento ad una serie di comportamenti che potevano essere considerati anticompetitivi ed implica che tutti i pacchetti trasmessi su Protocollo IP1 debbano essere trattati allo stesso modo. Il dibattito sulla Network Neutrality, riferisce lo studioso, è frutto della preoccupazione che uno o più operatori di rete possano scientemente porre in essere comportamenti discriminatori relativamente a pacchetti IP associati a specifici servizi, applicazioni, origini, destinazioni o apparecchi. Al contrario occorrerebbe, secondo tale visione, imporre condizioni di trattamento uniformi e non discriminatorie, tali che nessun flusso di dati possa essere degradato e ancor meno bloccato. Tutti i pacchetti dovrebbero viaggiare secondo un’ipotetica medesima velocità: la loro trasmissione non dovrebbe essere artificialmente facilitata od ostacolata dagli operatori di telecomunicazione, potendo essere influenzata solo da circostanze oggettive legate alla banda disponibile in un dato momento e in un certo punto della rete, punto di vista che, come accennato, sconta feroci obiezioni. In Italia il dibattito sulla neutralità della rete non è mai seriamente decollato, nonostante nella scorsa legislatura fosse arrivata anche una proposta di legge dei sentarori del Pd Vincenzo Vita e Luigi Vimercati, nella quale si puntava a garantire che “la gestione del traffico da parte dell’operatore deve essere assolutamente rispettosa dei diritti individuali degli utenti, ovvero non deve discriminare tra utenti sulla base del contenuto del traffico né degli interlocutori coinvolti nella comunicazione né delle applicazioni o servizi utilizzati”. “La neutralità della rete è un tabù che ostacola la creazione dell'Ngn (Next generation networking), è giusto che i fornitori di contenuti più pesanti paghino di più la banda”, era invece il punto di vista espresso nell'ottobre 2010 dall'allora presidente dell'Antitrust Antonio Catricalà, negli ultimi anni  reduce da esperienze di Governo con Monti prima e Letta poi. Più sfumati, ma sulla stessa falsariga,  i punti di vista espressi a più riprese dall'ex presidente di Telecom Franco Bernabè  e dall'amministratore delegato della compagnia Marco Patuano. "Premetto - ha affermato Quintarelli - che io non ho una visione radicale della neutralità; essendomi occupato di reti so che in determinate situazioni di crisi, vuoi per congestione vuoi per attacchi esterni, una gestione del traffico è necessaria. Ma occorre che questa gestione sia, appunto, un'eccezione, non un sistematico e scientifico metodo col quale qualcuno, a monte della filiera, decide cosa transita e cosa no, magari escludendo nuovi player dalla competizione. Perché questo è il rischio più grande che si corre. Prendiamo come esempio Whatsapp; il servizio toglie traffico agli sms, pensate non ci sia nessuno che avrebbe interesse a bloccarlo costringendo ad annosi procedimenti giudiziari che ucciderebbero il servizio? Sono dell'opinione che sia giusto che siano gli utenti a decidere cosa acquistare e cosa avere in forma prioritaria all'interno di un contesto dove ogni contenuto abbia le stesse possibilità di raggiungerlo e dove non si rischi di ricevere un'offerta ridotta con decisione unilaterale. Senza contare che gli unici metodi di gestione del traffico efficienti implicano un'analisi dei pacchetti, con tutte le implicazioni che comporta sulla riservatezza delle comunicazioni". "Questo non significa - ha precisato Quintarelli - che ci siano da un lato i buoni e dall'altro i cattivi, tutt'altro. Esistono anche casi di discriminazioni al contrario. Basti pensare a tutto quello che possono fare gli Ott con i nostri dati e che invece è vietato agli operatori di telecomunicazioni. Oppure pensiamo alla mancanza di neutralità nei motori di ricerca". Punti di vista contestati da Barberio: "Il dibattito sulla neutralità della rete non c'entra nulla con la libertà d'espressione. Pensiamo davvero che chi chiede di regolare il traffico dati voglia limitare la libertà d'espressione? Partiamo dal presupposto che il termine discriminazione rispetto alla tematica è fuori luogo, non è che ci sia qualcuno che vuole chiudere la porta a qualcun altro. La questione della net neutrality non è affare privato tra telco e Ott, perché sono in ballo cose molto più rilevanti, come i processi di modernizzazione dei Paesi verso sistemi digitali e l'affermazione a pieno titolo di economie digitali nazionali, questioni che attengono l'intera catena del valore". "Gli Ott e le telco - ha proseguito Barberio - sono entrambi operatori di un mercato e creano valore in un sistema paese, e questo basta da solo a far capire quanto il problema non possa essere quello di uno scontro a due. Infine, è importante capire cosa voglia dire gestire il traffico. Quando c'è un intasamento di rete ha priorità Raffaele Barberio che vuole vedere 'Via col vento?' o l'invio di un'ecografia in alta definizione da Aosta a Roma? È la mancanza di regolazione che potrebbe creare danni all'utente, non il contrario". Capitolo Europa Nel maggio 2012 l'Olanda diventava  la prima nazione europea a tutelare esplicitamente la net neutrality per legge e la seconda nazione al mondo dato che il Cile si era già dotato di una norma in materia nel luglio 2010. Nel gennaio 2013 anche la Slovenia sposava l'approccio della neutralità per legge. In Francia lo scorso anno è stato caratterizzato dalla battaglia tra Google il locale Isp “Free”, impegnato nel filtraggio delle pubblicità che apparivano sugli spazi online, sempre con l'argomento che gli “over the top” della Rete, BigG in primis, fossero colpevoli di utilizzare una smisurata quantità di banda senza pagare un costo aggiuntivo ai fornitori di connessione. Tesi che non sembrava trovare terreno fertile soprattutto in chi, come l'allora ministro dell’Economia digitale francese Fleur Pellerin, dichiarava che queste pratiche di filtraggio vadano riviste proprio perché poco compatibili con la net neutrality. Dopo pochi giorni dalla vicenda di Free, finiva sotto la lente l’attività dell'Isp Orange. Naturalmente, coinvolto era ancora BigG, che sembrava dover pagare per far transitare traffico sull’Isp “arancione”. A confermarlo era proprio il Ceo della compagnia di telecomunicazioni, Stephane Richard, che parlava di semplice “bilanciamento” tra i servizi offerti dal provider e l’enorme volume di dati generato dal search engine e dai suoi servizi. Esattamente la tesi preferita da chi non vede l’ora di scardinare l’attuale architettura di Internet, che sulla net neutrality si fonda dalle origini. E così, a marzo arrivava un report del Consiglio nazionale per il digitale nel quale si affermava con certezza: serve rinforzare le tutele alla net neutrality garantite dal quadro legale allora vigente. Posizione ribadita a stretto giro dal Senato d'oltralpe. In Germania, nel maggio 2013, la Deutsche Telekom disegnava la riduzione di velocità per gli utenti “colpevoli” di generare maggiore traffico sulle proprie reti, peraltro escludendo da questa dinamica i suoi servizi video. Un'impostazione che appare confliggere in maniera netta con la neutralità della rete (oltre che con il mercato) e che veniva bocciata in autunno da un tribunale tedesco. Ma la vera partita si gioca sul “pacchetto Kroes”. Il 17 novembre 2011 il Parlamento Europeo adottava una risoluzione nella quale si stabilivano concetti come questi: "Il carattere aperto di Internet ha rappresentato un incentivo determinante per la competitività, la crescita economica, lo sviluppo sociale e l'innovazione, portando a livelli di sviluppo straordinari per quanto riguarda le applicazioni, i contenuti e i servizi online, e ha in tal modo dato un contributo fondamentale alla crescita dell'offerta e della domanda di contenuti e servizi [ed ha] impresso un'accelerazione fondamentale alla libera circolazione di conoscenze, idee e informazioni, anche nei paesi in cui l'accesso a mezzi di comunicazione indipendenti è limitato”. Dunque, una ferma presa di posizione a favore della neutralità della Rete e contro tutte le pratiche di network management. A dicembre Parlamento e Consiglio si schieravano dalla parte del VoIP , mentre il gruppo di regolatori del Berec proponeva agli ISP continentali un “questionario sulla neutrality”, e a maggio diffondeva i dati di uno studio sulle restrizioni delle connessioni nel continente. A luglio 2012 partiva una consultazione pubblica sulla net neutrality. Nel gennaio 2013, tuttavia, il commissario Kroes apriva ad offerte “tiered” da parte degli operatori, cioè alla possibilità che le telco offrissero agli utenti la possibilità di pagare diverse tariffe per diversificati utilizzi di banda. E se nel gennaio 2013 le telco del Vecchio Continente annunciavano grandi progetti per una rete unica su scala europea, a settembre era proprio la Kroes a vedere il suo pacchetto sul mercato unico delle telecomunicazioni approvato dai commissari dell'Ue . Un passo importante che apriva subito i dubbi degli addetti ai lavori sui rischi ai quali veniva esposta la neutralità della rete in Europa. Addetti ai lavori come Quintarelli, che nella consultazione pubblica, insieme al collettivo NNSquad Italia, aveva suggerito: “Nelle reti in cui il segmento di accesso è dedicato ed in assenza di carenze strutturali di risorse, l’utente, sul suo segmento di accesso alla rete, ha il diritto di stabilire liberamente, senza costrizioni o forzature, ed essendo adeguatamente informato, quali servizi a valore aggiunto o politiche di gestione del traffico acquistare incrementalmente rispetto all’accesso base ad internet (best effort)”. Dopo l'approvazione del pacchetto, Quintarelli afferma che la difesa della net neutrality annunciata è diversa rispetto a quella messa nero su bianco all'articolo 19, che "prevede esplicitamente l'obbligo per gli operatori monopolisti di predisporre una offerta non neutrale". "Quello che ci premeva sottolineare alle autorità europee - precisa - è che la neutralità della rete è una importante forma di prevenzione di abuso di posizione dominante e quindi di procedure antitrust. Garantisce il mercato e i suoi operatori prima ancora che i diritti degli utenti". "Nella revisione delle direttive quadro sulle comunicazioni elettroniche - è intervenuto D'Angelo - si dice che il diritto alla neutralità è tale per il cittadino europeo e va garantito tramite il best effort. Dunque, c'è un principio nel sistema". A rimettere ordine sulle tempistiche dei provvedimenti è Genna: "Attualmente abbiamo un processo legislativo in corso iniziato con la proposta del settembre scorso del commissario Kroes, a ore la pronuncia della commissione Industria sul tema, una decisione che verrà ratificata dalla plenaria del Parlamento ad aprile. Infine, la conferma ufficiale del Consiglio Europeo, che si pronuncerà durante la presidenza italiana nella seconda metà dell'anno. Avremo dunque una regolazione europea della Net Neutrality entro la fine dell'anno". "Nel merito della proposta - ha continuato Genna - possiamo dire che con le modifiche del Parlamento c'è una situazione un po' ibrida. Parlamento e Commissione sono d'accordo nell'evitare eventuali manovre di disturbo che le telco possono attuare nei confronti dei servizi, ma resta aperto il tema della discriminazione tariffaria, cioè se gli operatori telecom possono tariffare diversamente gli utenti o gli operatori Internet a seconda dei servizi che scorrono nella rete; sarebbe come se l'autostrada facesse pagare diversamente il pedaggio non sulla base della dimensione dell'auto, ma del modello. Una dinamica che accade già adesso in alcuni casi, e su questo tema purtroppo la riforma del Parlamento appare abbastanza lasca". Le novità in Usa Il fragore più grande in materia di neutralità della rete è suscitato dalle vicende statunitensi, dove la questione è matura da anni e il quadro è radicalmente cambiato solo poche settimane fa quando  la Corte d’Appello del District of Columbia ha bocciato le norme in materia di neutralità della rete contenute nell’Open Internet Order messo a punto nel 2010 dalla Federal Communications Commission allora presieduta dal fedelissmo di Barack Obama Julius Genachowski. È un cammino accidentato quello che negli ultimi undici anni si è sviluppato intorno alla neutralità della rete negli Stati Uniti. Nel 2002 il Cable Modem Order emanato dall’FCC sanciva l’uscita della banda larga dal novero dei servizi di telecomunicazione regolamentati dalla Commission classificandola genericamente come un “information service”. Tra anni dopo la conferma della norma da parte della Corte Suprema. Nell’aprile del 2010 il quadro veniva rafforzato dalla corte federale del distretto di Columbia, che con una decisione unanime dei tre giudici emetteva una sentenza secondo la quale l’FCC avrebbe abusato dei propri poteri quando nel 2008 aveva multato Comcast Corporation per aver deliberatamente rallentato il traffico Internet di alcuni consumatori che utilizzavano un programma di condivisione per scaricare file molto pesanti. Altro dato rilevante è la tendenza che prendeva piede a stringere accordi extra-giudiziali. A metà del 2010 Comcast veniva invece condannato al pagamento dell’irrisoria somma di 16 dollari (spalmabili su due anni) per ogni utente potenzialmente vittima dei rallentamenti del file sharing, che aveva cioè sottoscritto un contratto col provider tra il primo di aprile 2006 e il 31 dicembre 2008. Per intenderci, i 16 milioni di dollari che il provider ha dovuto sborsare rappresentavano lo 0,07% dei ricavi incassati nei 30 mesi di riferimento. Un momento importante è stato, nel 2009, appunto la nomina da parte di Barack Obama a capo dell’FCC di Julius Genachowski, favorevole all’impostazione di una rete libera e aperta e propenso a far rientrare la banda larga nella regolamentazione dei tradizionali servizi di telecomunicazione. Più che ribaltare il Cable Modem Order, Ganachowski spinse la Rete sotto le regole che avevano fino ad allora gestito i network telefonici, riconoscendo la componente di trasmissione dei servizi d’accesso al broadband come un più tradizionale servizio di telecomunicazione. Un anno dopo vedeva la luce l’Open Internet Order sopra menzionato. A chi giudicava e giudica superato l’approccio di una rete neutrale, soprattutto nel mondo del mobile, e ai provider e fornitori di contenuti che avevano intavolato accordi continuava a contrapporsi la visione di Genachowski e degli operatori spaventati dal riscio di essere relegati in una Internet di “serie B”. Nel settembre 2011 la FCC ribadiva le sue regole sulle neutralità in un documento in cui si parla di trasparenza su tutta la filiera, impossibilità di blocchi e divieto assoluto di irragionevoli discriminazioni tra i contenuti che passano sulle reti dei provider. Poche settimane dopo, la sentenza che è entrata a gamba tesa nello scenario della Net Neutrality a stelle e strisce. È di pochi giorni fa la notizia che la Federal Communications Commission (FCC) non presenterà un ulteriore appello dopo la sentenza sfavorevole. Ad annunciarlo è il nuovo numero uno della Commission Tom Wheeler, che rilancia con la notizia di un nuovo regolamento all'orizzonte che potrebbe avere come cardine fondamentale la valutazione “caso per caso” ma che di sicuro dovrà sciogliere il nodo attorno alla classificazione dei servizi di connettività come common carriers o telecommunication services. “Nella sentenza che vedeva la FCC contrapposta a Verizon – si legge in una dichiarazione  – la Corte ci ha invitato ad agire per preservare un Internet libero e aperto. Ho intenzione di accettare l’invito e proporre norme in grado di impedire il blocco improprio e la discriminazione del traffico Internet, garantendo una vera trasparenza nel modo in cui gli Internet Service Provider gestiscono il traffico e un rafforzamento della concorrenza”. Lo stesso Wheeler, tuttavia, qualche settimana prima della sentenza si era detto favorevole all’imposizione di una tariffa, da parte degli Isp, nei confronti di servizi come Netflix. “Sono un convinto sostenitore del mercato – aveva dichiarato – Penso che ci stiamo preparando a vedere un mercato a due facce dove Netflix potrebbe dire: ‘Bene, io pago per fare in modo che il mio abbonato possa ricevere la migliore trasmissione di questo film’ ”. Esternazioni alle quali fecero seguito pesanti critiche di organismi come Public Knowledge PV, che per bocca di Michael Weinberg parlava di “endorsement contro la neutralità della rete che vorrebbe lasciare agli Isp il potere di scegliere i vincitori e i vinti dell’online”. Vedremo quale dei due aspetti prevarrà nel nuovo regolamento che la Commission si prepara a mettere a punto, mentre si sollevano le preoccupazioni anche in virtù della parallela concentrazione del mercato della distribuzione dei contenuti online e si rivela sempre più attuale lo scenario in cui fornitori di contenuti che sono anche Isp potrebbero essere tentati di discriminare i servizi di distribuzione concorrenti. Non da meno, accordi come quello stretto da poche ore tra Comcast e Netflix. "Una premessa fondamentale - ha chiosato ieri D'Angelo - è non limitarsi ad analizzare le questioni relative alla neutralità  solo all'interno del cattivo rapporto tra telco ed Over the Top. Capisco che il problema dell'equilibrio delle revenues sia centrale e tocchi tanti interessi, ma concentrarsi solo su essi significa mettere in secondo piano i consumatori utenti e i loro diritti. E attenzione, stiamo spesso parlando di diritti fondamentali. O anche solo economici, perché se un operatore come Netflix dovrà pagare una tariffa è scontato che si rifarà di un tale aggravio sull'utente finale". Immagine in home page: Webnews.it LEGGINet Neutrality, niente ricorso per l’FCC. Un nuovo regolamento dovrà sciogliere il nodo intorno ai 'common carriers' ” LEGGIGli 'Sponsored data' per i content provider, una nuova strategia per il mobile di AT&T. Ma è polemica sul rispetto della Net NeutralityLEGGIAT&T brevetta un nuovo strumento per individuare i ‘pirati’ ” LEGGIL’integrazione europea delle telecoms: le ragioni della Commissione e quelle di AGCOM” di Innocenzo Genna 24 febbraio 2014
  • Nota a sentenza Tar-Agcom

    di Elena Maggio riferimento alla fonte??? "Via Federalismi.it"
  • Note in tema di giurisdizione della Corte dei Conti in materia di responsabilità per danno erariale degli amministratori delle società in house (nota a margine della sentenza n. 7177 del 26 marzo 2014 delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione)

    di Mario Palma Abstract:Con la sentenza n. 7177 del 26 marzo 2014 delle Sezioni Unite  la  Corte di Cassazione interviene nuovamente sul tema della giurisdizione della Corte dei Conti in materia di responsabilità per danno erariale nei confronti degli  amministratori di una s.p.a. in house. Tale decisione si colloca nell'ambito della giurisprudenza della Corte di Cassazione che, riconosce  la giurisdizione della Corte dei Conti per danno erariale causato dagli amministratori di società in house. Secondo la giurisprudenza della Cassazione, la natura delle società in house si  contraddistingue per la mancanza di  alterità tra il soggetto pubblico controllante e la struttura societaria; l'ente pubblico infatti  dispone della società in house come di una propria articolazione interna. La natura della società in house,tuttavia,  continua ad apparire controversa alla luce dei diversi orientamenti giurisprudenziali  affermatisi nel tempo. With the decision no. 7177 of March 26, 2014 of the Joint Chambers of the  Court of Cassation, the latter addressed again the issue concerning the jurisdiction of the Court of Auditors in relation to the liability for loss of revenues against the directors of an in- house joint stock company. This decision is part of the Court of Cassation case law recognizing the jurisdiction of the Court of Auditors  in relation to loss of revenues caused by the directors of an in-house company. According to the Court of Cassation case law, the nature of the in-house companies is characterized by the lack of diversity between the controlling public entity and the [controlled] company; indeed the public body controls the in-house company as if it was its own internal structure. The nature of the in-house company, however, continues to appear controversial due to the different case law positions and legal interpretations. Sommario: 1.La sentenza n. 7177 del 26 marzo 2014 delle Sezioni Unite  della Corte di Cassazione - 2. I requisiti delle società in house nella giurisprudenza della Corte di Cassazione - 3. La progressiva pubblicizzazione del regime giuridico della società in house. 1.La sentenza n. 7177 del 26 marzo 2014 delle Sezioni Unite  della Corte di Cassazione. La sentenza n. 7177 del 26 marzo 2014 delle Sezioni Unite  della Corte di Cassazione nuovamente affronta  la problematica, da tempo oggetto di attenzione nella giurisprudenza, della giurisdizione della Corte dei Conti in materia di responsabilità per danno erariale nei confronti degli  amministratori di una s.p.a. in house [1]. In data 8 settembre 2008, il PG contabile ha proposto  azione di responsabilità nei confronti degli amministratori di due società  e di alcuni funzionari della Regione Marche. L'azione proposta dal PG aveva ad oggetto le operazioni di costituzione societaria  per la realizzazione e gestione di un' area portuale . Per la realizzazione di tale area, una società in house partecipata interamente dalla Regione Marche aveva costituito una società controllata, il cui capitale era interamente partecipato dalla controllante . La società controllata, per la realizzazione dell'area portuale, aveva usufruito di un contributo,  successivamente restituito alla Regione Marche in quanto indebitamente erogato. A  fronte di tali circostanze, il PG ha ritenuto che le operazioni poste in essere per la realizzazione dell'area portuale, a seguito della restituzione del contributo, avrebbero causato un danno patrimoniale alla società in house  controllante, e quindi all'erario. La Corte dei Conti, con  sentenza  del 3 febbraio 2010 ,ha declinato la propria giurisdizione prendendo atto dell'orientamento della Corte di Cassazione in materia di società in house. In grado di appello, con sentenza del 23 aprile 2013, è stata confermata la decisione del giudice di primo grado. Tali pronunce hanno motivato la declinatoria di giurisdizione in base al mancato possesso ,in capo alla società controllante, dei requisiti stabiliti per le società in house al tempo in cui si sono svolte le operazioni che avrebbero causato l'asserito danno erariale. A seguito di tale pronuncia, il Procuratore Generale, con atto del 17 aprile 2013, ha proposto ricorso per Cassazione sostenendo  la natura di società in house  della società controllante sin dalla sua costituzione avvenuta il 29.1.2001. Tale pronuncia si colloca nell'ambito della giurisprudenza della Corte di Cassazione che, pur riconoscendo la giurisdizione della Corte dei Conti per danno erariale causato dagli amministratori di società in house, áncora l'individuazione della natura giuridica di tali società a precisi elementi. Essi sono stati individuati, come è noto, nella totale partecipazione del capitale da parte di uno o più enti pubblici, nello svolgimento prevalente dell'attività a favore di tali enti e  nella sussistenza di forme di controllo analoghe a quelle sui propri uffici esercitate dall'amministrazione in capo alla società[2]. La sussistenza dei suddetti elementi incardina la giurisdizione della Corte dei Conti sull'attività di gestione degli amministratori delle società in house. Va rilevato che la decisione in commento sembra confermare gli orientamenti della giurisprudenza ordinaria e amministrativa circa cosa debba intendersi per. controllo analogo da parte dell'amministrazione . La definizione di cosa vada inteso per controllo analogo sembra, infatti, avvicinarsi progressivamente   al modello pubblicistico del rapporto gerarchico; da tale modello possono derivare rapporti  ben diversi  rispetto a quelli che derivano dai poteri di controllo esercitati dall'assemblea dei soci rispetto agli amministratori . Inoltre, va rilevato come i suddetti orientamenti giurisprudenziali portano ad un riflessione circa la natura della società in house, il cui regime giuridico sembra progressivamente avvicinarsi a quello dell'ente pubblico[3]. Infatti, l'orientamento della Corte di Cassazione, in materia di danno erariale causato dagli amministratori di società in house, se esaminato in congiunzione con le non univoche  pronunce giurisprudenziali in materia di fallimento e alle disposizioni normative in materia di selezione del personale delle società a partecipazione pubblica, fa sorgere più di un dubbio sull'evoluzione che la figura della società in househa subito negli ultimi anni. 2. I requisiti delle società in house nella giurisprudenza della Corte di Cassazione. La sentenza n. 7177/14 in commento per la definizione della controversia ha richiamato la recente giurisprudenza della Corte di Cassazione in materia di responsabilità per danno erariale degli amministratori di società costituite e partecipate da enti pubblici [4]. Va precisato che, pur applicando i criteri stabiliti dalla giurisprudenza, la decisione in commento affronta un caso peculiare, che si caratterizza per la necessità di individuare il momento in cui la società di proprietà della Regione Marche possa essere qualificata come società in house. Tale società, infatti, pur se costituita nel 2001, viene qualificata espressamente come in house solo a partire dal 2008, data di approvazione del nuovo statuto. Secondo il Procuratore generale contabile, a prescindere dalla qualificazione formale, i  caratteri della società in house erano già rinvenibili sin dal 2001, data di costituzione della spa della Regione Marche, in tal modo affermandosi la giurisdizione della Corte dei Conti per i fatti contestati agli amministratori della società. Il giudice di legittimità, di conseguenza, ha dovuto verificare, sulla base degli elementi di fatto portati alla sua attenzione, se effettivamente i requisiti fissati dalla giurisprudenza per la qualificazione della società come in house fossero rinvenibili sin dal 2001 o solo in data successiva. Come già detto, i requisiti di una società in house sono:  la totale partecipazione del capitale da parte di un ente pubblico; lo svolgimento prevalente dell'attività a favore di tali enti;  la sussistenza di forme di controllo analoghe a quelle esercitate dalla p.a. sui propri uffici[5]. Per quanto attiene alla totale partecipazione del capitale sociale da parte di uno o più  enti pubblici, va precisato come non sia sufficiente che le quote societarie siano interamente di proprietà di enti pubblici; lo statuto deve infatti prevedere la incedibilità delle quote a   soggetti privati[6]. Tale elemento, di derivazione comunitaria,  viene posto in rilievo nella sentenza in commento attraverso il richiamo operato alla sentenza delle Sezioni unite della Corte di Cassazione n. 26283 del 2013. Il requisito della prevalente attività a vantaggio dell'ente pubblico ha una duplice valenza: in primo luogo, infatti,  l'attività che deve essere prevalente è quella da svolgere in attuazione dell' incarico di servizio pubblico attribuito dall'amministrazione di riferimento [7]. In secondo luogo, il requisito della prevalente attività va inteso   nel senso di divieto per la società in house di operare significativamente sul mercato in posizione concorrenziale rispetto ai privati . Lo svolgimento prevalente dell'attività può configurarsi secondo due modalità; una prima modalità è quella  in cui la società in house produce beni e   servizi destinati all'utenza in sostituzione della pubblica amministrazione. Una seconda modalità, invece, prevede che la società in house procuri le risorse necessarie alla p.a. per i propri compiti istituzionali . Come è evidente, nel primo caso non vi è alcuna gara di affidamento; nel secondo caso, invece, la società in house si sostituisce all'ente pubblico come stazione appaltante. In merito, va precisato come la sentenza in commento richiami la giurisprudenza della Corte Costituzionale in materia, per la quale la valutazione della prevalenza dell'attività non risulta ancorata solo a criteri quantitativi (fatturato e risorse economiche impiegate nell'attività) ma anche qualitativi[8]. Per quanto concerne infine il requisito del c.d. controllo analogo[9], deve precisarsi come con tale locuzione si intenda l'intensità del  controllo esercitato dalla pubblica amministrazione sulla società,  inteso in senso più ampio ed incisivo rispetto alle previsioni del codice civile[10]. La dottrina e la giurisprudenza amministrativa, in relazione al requisito del controllo analogo, hanno proceduto a distinguere condivisibilmente tra le  diverse figure del controllo sull'attività e del controllo  cd. Strutturale. Il controllo strutturale[11] va inteso nel senso che  l’ente locale deve avere il potere di nomina e revoca quanto meno della maggioranza dei componenti degli organi di gestione, di amministrazione e di controllo[12]. Per quanto attiene al controllo sull'attività, invece, la recente giurisprudenza amministrativa ha affermato che l'amministrazione deve essere titolare, oltre del potere di direttiva e di indirizzo,  anche del potere di autorizzare o di annullare quantomeno tutti gli atti più significativi della società, come il bilancio, i contratti che superino una certa soglia ed in generale gli atti più qualificanti della gestione che non si risolvano in meri atti ordinari e burocratici[13]. La proprietà delle quote sociali, anche minoritarie, da parte di privati esclude il controllo analogo in quanto l'amministrazione non potrà in tale ipotesi esercitare poteri riconducili al modello del rapporto gerarchico tra organi della p.a [14]. La partecipazione pubblica totalitaria è, quindi, elemento presupposto perchè possa attuarsi quello del controllo analogo . Di conseguenza,  perchè si realizzi il controllo analogo da parte della p.a. sugli organi della società in house è  necessario che accanto ai poteri che l’ente locale esercita come socio secondo le regole previste dal codice civile, vi siano anche intensi e significativi poteri pubblicistici[15]. Va rilevato che la giurisprudenza ammette anche il c..d.  in house frantumato, che si realizza quando il capitale sociale appartiene ad una pluralità di soci pubblici; in tale ipotesi ,la dottrina ha affermato che presenza di una pluralità di soci non osta all'esercizio del controllo analogo purchè vengano adottati adeguati moduli di gestione [16]. Nella pronuncia in commento, il giudice di legittimità ha affermato che il quadro normativo e statutario di riferimento  è quello relativo all'epoca della condotta  e non quello sussistente all'epoca della domanda del PG  contabile. Secondo la Corte di Cassazione, infatti, l'elemento fondamentale ai fini della determinazione della giurisdizione è la configurazione del  rapporto intercorrente tra il socio pubblico e la società al momento della condotta. Alla luce di tali considerazioni, il giudice di legittimità ha esaminato le disposizioni statutarie all'epoca della condotta causativa di danno per  verificare se l'intensità del rapporto intercorrente tra socio pubblico e società avesse i caratteri previsti dalla giurisprudenza ai fini del controllo analogo. Va rilevato come la Corte di Cassazione sottolinei che in mancanza della documentazione relativa agli statuti della società, non fornita dalla parte ricorrente, la valutazione circa la sussistenza del controllo analogo sia stata realizzata in base alla ricostruzione delle disposizioni statutarie posta in essere dallo stesso PG contabile nell'atto di appello  avverso la prima decisione della Corte dei Conti, sezione Marche, del 3 febbraio 2010. La Cassazione rileva come, al di là della circostanza che la qualificazione formale di società in house non appaia nello statuto societario prima del 2008, non sussistevano all'epoca della condotta causativa del danno quegli elementi sostanziali  necessari per la configurazione di una società in house . Non vi erano, infatti, nello Statuto societario disposizioni che impedissero l'alienazione di quote del capitale sociale a privati; inoltre, non vi era la previsione di poteri ulteriori rispetto a quelli di nomina del Presidente del Consiglio di amministrazione e del Presidente del collegio dei sindaci. Inoltre, il giudice di legittimità rileva come il controllo sull'andamento del contratto stipulato tra ente pubblico e società fosse affidato al un gruppo di lavoro  misto . Tali poteri non configurano una ipotesi di controllo da parte dell'ente  analogo a quello derivante dal  rapporto di gerarchia tra organi della pubblica amministrazione[17]. In tal senso, sembra particolarmente rilevante la circostanza che i poteri di controllo sull'attività di gestione non fossero affidati direttamente all'ente pubblico; la mancanza di tale potere in capo alla p.a.   è elemento fondamentale per l'esclusione di un rapporto di tipo gerarchico tra amministrazione e società. Va in merito rilevato che secondo la dottrina è proprio il potere di ingerenza della s.p.a  nella gestione della società a determinare la sussistenza del requisito  del controllo analogo da parte dell'amministrazione. 3. La progressiva pubblicizzazione del regime giuridico della società in house La pronuncia in commento, pur affrontando un caso peculiare,  è coerente con  l'orientamento di recente espresso dalla sentenza delle sezioni unite della Corte di Cassazione n. 26283 del 2013. Come è noto, la citata sentenza ha affermata la giurisdizione della Corte dei Conti  per l'azione di responsabilità nei confronti degli amministratori  che abbiano causato danno alla società in house. Il presupposto di tale decisione è il riconoscimento della particolare natura della società in house che, come ricordato anche nella sentenza in commento, secondo la Corte di Cassazione si contraddistingue per la mancanza di  alterità tra il soggetto pubblico controllante e la struttura societaria[18]. Secondo la ricostruzione operata dalla citata sentenza del 2013,  richiamata nella sentenza in commento, tra l'ente pubblico e la società in house esiste una rapporto di  subordinazione  all'ente pubblico, il quale ne dispone come di una propria articolazione interna. In merito la giurisprudenza costituzionale ha affermato che «secondo la normativa comunitaria, le condizioni integranti tale tipo di gestione ed alle quali è subordinata la possibilità del suo affidamento diretto (capitale totalmente pubblico; controllo esercitato dall’aggiudicante sull’affidatario di “contenuto analogo” a quello esercitato dall’aggiudicante stesso sui propri uffici; svolgimento della parte più importante dell’attività dell’affidatario in favore dell’aggiudicante) debbono essere interpretate restrittivamente, costituendo l’in house providing un’eccezione rispetto alla regola generale dell’affidamento a terzi mediante gara ad evidenza pubblica. Tale eccezione viene giustificata dal diritto comunitario con il rilievo che la sussistenza delle suddette condizioni esclude che l’in house contract configuri, nella sostanza, un rapporto contrattuale intersoggettivo tra aggiudicante ed affidatario, perché quest’ultimo è, in realtà, solo la longa manus del primo» [19]. Una analoga posizione si evince nella giurisprudenza amministrativa che ha affermato come il rapporto tra ente pubblico controllante e società in house non assuma caratteristiche  assimilabili al controllo esercitato da un maggioranza assembleare, bensì è un controllo di tipo amministrativo, paragonabile ad un controllo di tipo gerarchico; da ciò il giudice amministrativo desume che «la società in house, lungi dall’essere qualificabile nella sostanza come ente di diritto privato è, in realtà, come recentemente affermato dalla Corte di Cassazione, assimilabile ad un ente pubblico»[20]. Va, tuttavia,  rilevato come la recente giurisprudenza, in sede civile,   abbia affermato che la circostanza che le società in house siano sottoposte a regime particolare rispetto alle altre s.p.a.  non fa venire meno la loro natura privatistica con riferimento agli obblighi contributivi dei dipendenti [21]. Un elemento a favore del carattere sostanzialmente pubblicistico di tali strutture societarie sembra potersi dedurre dalle norme vigenti  e dalle pronunce  giurisprudenziali più recenti  in materia di selezione del personale. È noto come la giurisprudenza in passato abbia  affermato che il reclutamento del personale nelle società a partecipazione pubblica rispondesse al regime privatistico[22]. Successivamente, è intervenuta la sentenza della Corte Costituzionale n. 29 del 2006, che qualificando le società in house come soggetti che pur formalmente privati sono sottoposti ad un regime giuridico assimilabile a quello degli enti pubblici, ha dichiarato costituzionalmente legittime le norme regionali che hanno previsto il rispetto delle procedure ad evidenza pubblica  per la selezione del personale[23]. A livello statale la disciplina che impone alle società a partecipazione pubblica che erogano servizi di interesse generale il rispetto delle norme per la selezione del personale di cui all'art. 35 comma 3 del D. Lgs n. 165 del 2001 è stata dettata dall’art. 18 del d.l. 112/2008, come successivamente modificato ed integrato. Per le società in house  la disciplina vigente è contenuta nell'art. 3 bis, comma 6, del D.L. n. 138 del 2011, convertito nella legge n. 148 del 2011, e modificato dall'art. 1,  comma 559, della legge di stabilità 2014, che prevede specificamente  il rispetto  del citato art. 35 comma 3 per la scelta del personale. A livello giurisprudenziale, oltre alla citata sentenza della Corte Costituzionale n. 29 del 2006, va rilevato come il rispetto dei principi di trasparenza ed imparzialità per la selezione del personale risulti confermato anche dalle pronunce della Corte di Cassazione e dei  giudici di merito[24]. Un ulteriore elemento che pone più di un dubbio circa la natura delle società in house è rappresentato dal contrasto giurisprudenziale in materia di fallimento. La problematica del  fallimento di una società partecipata dalla pubblica amministrazione è stata oggetto di ampio dibattito in dottrina e giurisprudenza . Il fallimento di una società in house, infatti, non è univocamente accolto in giurisprudenza, in particolare a seguito della citata sentenza  n. 26283 del 2013. A seguito di tale sentenza, infatti, va rilevato come i giudici di merito abbiano più volte affermato nella giurisprudenza più recente che la natura sostanzialmente pubblicistica delle società in house non consente il loro fallimento. La qualificazione della società come longa manus dell'amministrazione configurerebbe il patrimonio della società alla stregua di un patrimonio separato dell'ente pubblico, come tale non assoggettabile al fallimento [25]. Va tuttavia rilevato che una recente pronuncia della Corte di Cassazione,    n. 22209 del 27-09-2013, ha riconosciuto la fallibilità delle società a partecipazione pubblica. Secondo tale pronuncia  «la scelta del legislatore di consentire l'esercizio di determinate attività a società di capitali - e dunque di perseguire l'interesse pubblico attraverso lo strumento privatistico - comporta anche che queste assumano i rischi connessi alla loro insolvenza, pena la violazione principi di uguaglianza e di affidamento dei soggetti che con esse entrano in rapporto ed ai quali deve essere consentito di avvalersi di tutti gli strumenti di tutela posti a disposizione dall'ordinamento, ed attesa la necessità del rispetto delle regole della concorrenza, che impone parità di trattamento tra quanti operano all'interno di uno stesso mercato con le stesse forme e con le stesse modalità». [26] Tali argomentazioni appaiono parzialmente convincenti; in particolare, collegare la fallibilità delle società a partecipazione pubblica, ivi comprese le società in house, alla necessità del rispetto delle regole di concorrenza appare improprio. Infatti, uno degli elementi fondamentali ai fini della qualificazione di una società come in house è proprio il rispetto del divieto di  operare nel mercato, derivante dall'obbligo di attività prevalente nei confronti della p.a. . Operare al di fuori del regime concorrenziale è, infatti,  uno degli elementi che consente di configurare una società in house. Il quadro ricostruito appare quindi controverso. Tuttavia, non può non rilevarsi come la società in house tenda verso una evidente pubblicizzazione;   nel silenzio del legislatore, il giudice di legittimità è comprensibilmente prudente nella qualificazione della società in house come soggetto di diritto pubblico. In ogni caso, la qualificazione sostanziale delle società come strutture  prive di alterità soggettiva rispetto alla pubblica amministrazione controllante ,emergente nella giurisprudenza ordinaria ed amministrativa più recente, imporrebbe una rinnovata riflessione approfondita intorno a tale utile strumento di gestione dei servizi pubblici, riflessione che sia auspicio di un complessivo intervento del legislatore sia nazionale che comunitario. Note [*] Il presente contributo è stato preventivamente sottoposto a referaggio anonimo affidato ad un componente del Comitato di Referee secondo il Regolamento adottato da questa Rivista. [1] In generale sulle società in house si veda, almeno : G. M. Maddalena,   Riflessioni in tema di società in house, controllo analogo e discrezionalità gestoria , in Giurisprudenza di merito, n.6, 2012, pag. 1349 e ss.; M. G. Pulvirenti,  Recenti ortientamenti in tema di affidamenti "in house" , in  Foro amministratvo CDS, n.1, 2009, pag. 108  e ss.; I. Del Giudice,  Perduranti profili di incertezza sul ricorso all'in house providing ed alle società miste anche alla luce della più recente giurisprudenza comunitaria e nazionale, in Foro amministrativo TAR, n. 7, 2008, pag. 1546  e ss.; C. Acocella – F. Liguori,   Questioni (vere e false) in tema di società miste e in house dopo la pronuncia della Plenaria ,  in Foro amministrativo CDS, n.3, 2008, pag. 756   e ss.; E. Piga,  Giurisdizione della Corte dei conti nei confronti degli amministratori di società di capitali (società "in house" e società mista) partecipate dagli enti locali per la gestione di servizi pubblici a rilevanza economica alla luce del processo di privatizzazione e di liberalizzazione, in  Foro amministrativo CDS, n. 9, 2007, pag. 2669 e ss.;  O.M. Calsolaro,  S.p.a. in mano pubblica e in house providing. La Corte di giustizia Ce torna sul controllo analogo: un’occasione perduta?, in Foro amministrativo CDS, n. 4, 2006, pag. 1670 e ss.; R. Ursi  La Corte di giustizia stabilisce i requisiti del controllo sulle società «in house» in Foro italiano, n.4, 2006, pag. 79 e ss.; E. Scotti  Societa' miste tra "in house providing" e partenariato pubblico privato: osservazioni a margine di una recente pronuncia della Corte di giustizia in Foro amministrativo CDS, n.3, 2005, p. 666  e ss; G. Greco, Gli affidamenti in house di servizi e forniture, le concessioni di pubblico servizio e il principio della gara, in Rivista italiana di diritto commerciale , n.10, 2000, p.461 e ss.;  D. Casalini, L’organismo di diritto pubblico e l’organizzazione in house, Jovene, 2003. [2] In merito v. ex multis,  Cassazione civile,   sez. un.,   22 luglio 2014   n. 16622 ; Corte Costituzionale      16 luglio 2014   n. 199;    Cassazione civile,   sez. un.,   22 luglio 2014   n. 16622;   Consiglio di Stato, sez. VI,  17 gennaio 2014 n. 221;   Cassazione civile,   sez. un.,   16 dicembre 2013   n. 27993;   Cassazione civile,   sez. lav.,   16 dicembre 2013   n. 28022;  Consiglio di Stato,   sez. V,   06 luglio 2012   n. 3954;    Consiglio di Stato,   sez. VI,   24 settembre 2012   n. 5067;     Cons. giust. amm. Sicilia,   sez. giurisd.   16 novembre 2011   n. 848;  Corte Conti reg. (Liguria),   sez. giurisd.,   14 giugno 2011   n. 153;     Consiglio di Stato,   sez. V,   14 aprile 2010   n. 2063;    Consiglio di Stato,   sez. V,   07 luglio 2009   n. 4346. [3] V. in merito Cons. Stato, sez. VI, 25 novembre 2008, n. 5781, in tale sentenza si afferma che la società in house deve agire come un vero e proprio organo dell'amministrazione dal punto di vista sostantivo. [4] Si ricorda, in particolare, la pronuncia della Corte di Cassazione, sez. un.,   25 novembre 2013  n. 26283. [5]V. in merito  R. Villata, Pubblici servizi, Giuffrè,  2008, pag. 315 e ss. [6] V. in merito Consiglio di Stato,   sez. V   13 marzo 2014   n. 1181; Consiglio di Stato, Sezione V, 30 agosto 2006, n. 5072; Consiglio di Stato, Sezione V, 3 febbraio 2009, n. 591;  Corte Giustizia Ce, Sezione I, 13 ottobre 2005, n. 458.; Si veda anche M. Roversi Monaco L'affidamento in house del servizio di gestione dei rifiuti, in Foro amministrativo TAR, n.7/8, 2009, pag. 2015. [7]Così Consiglio di Stato,   sez. V   24 luglio 2014,   n. 3941 [8]Corte Costituzionale  23 dicembre 2008 n. 439 [9]Tale requisito trae origine dalla giurisprudenza comunitaria ed in particolare dalla sentenza della Corte UE, 18 novembre 1999, in causa c-107/98, Teckal srl c. comune di Viano nella quale si afferma : «l’ente locale deve esercitare sulla persona (giuridica) un controllo analogo  a quello da esso esercitato sui propri servizi 1.la persona giuridica deve realizzare la parte più importante della propria attività con l’ente o con gli enti locali che la controllano;  2. non sufficiente il semplice esercizio degli strumenti di cui dispone il socio di maggioranza secondo le regole proprie del diritto societario». In merito v., anche M. Urso, Il requisito del controllo analogo negli affidamenti in house, in Urbanistica ed appalti, n.12, 2006, pag. 1417 ss. [10] V. in merito  Corte UE: caso Parking Brixen, 13.10.2005, causa c-458/03. [11]  Sulla rilevanza del controllo strutturale ai fini della valutazione della sussistenza  del requisito controllo analogo v. D. Casalini, L’organismo di diritto pubblico e l’organizzazione in house, Jovene, 2003, pag. 117 e  ss [12] V. in merito ai caratteri del controllo strutturale, S. Colombari, Il modello in house providing tra mito (interno) e realtà (comunitaria) in Urbanistica e appalti, n.2, 2008, pag. 211 e ss. [13]Cfr. Consiglio di Stato, sez. VI, 11 febbraio 2013, n. 762. [14] In merito al divieto di alienazione delle quote v. Consiglio di Stato Adunanza Plenaria 3 marzo 2008 n. 1. [15]V.  Consiglio di Stato, sez. V, 8 gennaio 2007, n. 5; sez. VI, 3 marzo 2007, n. 1514; Corte di  giustizia., 6 aprile 2006, C-410/04. [16]Sul punto v. M. G. Roversi Monaco, I caratteri delle gestioni in house providing, in Giornale di diritto amministrativo, n. 12, 2006, pag. 1371 e ss.; M. Comba, L'affidamento ad organismo in house in caso di pluralità di soci: i vantaggi dell'ipotesi consortile per il controllo analogo, in Urbanistica ed appalti, n. 5, 2008, pag. 549 e ss.; R. Cavallo Perin - D. Casalini, L’in house providing: un’impresa dimezzata, in Diritto Amministrativo,n. 1,  2006, pag. 51 e ss.;  A. Lolli, Servizi pubblici locali e società in house: ovvero la collaborazione degli enti locali per la realizzazione di interessi omogenei in  Foro amministrativo TAR,n. 6,  2005, pag. 1937 e ss. [17]In merito si rinvia a quanto affermato dalla giurisprudenza amministrativa, ex multis v. T.A.R. Friuli Venezia Giulia, 12 dicembre 2005 n. 986; T.A.R. Campania, sez. I, 13 settembre 2006 n. 8055; T.A.R. Piemonte, Sez. II, 13 novembre 2006, n. 4164;  Cons. Giust. Amm. Regione Siciliana, 4 settembre 2007 n. 719; T.A.R. Campania, Napoli, Sez. I, 24 aprile 2008 n. 2533; T.A.R. Sardegna, sez. I, 12 agosto 2008 n. 1721;  Consiglio di Stato, A. P. 3 marzo 2008 n. 1. [18]Cfr. Corte di Cassazione, sez. un., 27 novembre 2013  n. 26283 [19] V. in tal senso Corte costituzionale  5 ottobre 2010, n. 325;  20 marzo 2013 n. 46. [20]Cosi Consiglio di Stato, sez. V,13 marzo 2014  n. 1181; A.P. 3 marzo 2008 n. 1. [21]Ex multis Corte di Cassazione, sez. lav., 23 Aprile 2014, n. 9204 ;   sez. lav.,  30 aprile 2014   n. 9466; sez. un., ord. 2 dicembre  2013 n. 26936;  sez. un., ord.  22 dicembre 2011 n. 28330. [22]Consiglio di  Stato, sez. VI, 20 gennaio 2009, n. 269. [23] V. in merito A. De Michele, I  processi di pubblicizzazione delle società partecipate dalle Regioni e dagli enti locali, in Istituzioni del federalismo, n. 2,  2011, pag. 73 e ss. [24] Ex multis, v. Corte di Cassazione, sez. lav.,   18 giugno 2014   n. 13858; Tribunale del lavoro di Salerno  n. 3847 del 2013. [25]Tribunale di Verona, decreto del 19.12.2013;  Tribunale di Napoli, decreto 20.1.2014; Tribunale di Nola, decreto 30 gennaio 2014. [26]In senso conforme, v. Corte di Cassazione, sez. I, 6 dicembre 2012 n. 21991; Tribunale di Modena, decreto del 10 gennaio 2014.
    16 gennaio 2015 Immagine via Unionesarda.it
  • Parodia e diritto d'autore, tutela dei consumatori e responsabilità dei direttori di testate Web: online i nuovi Quaderni di Dimt

    È online il secondo numero del IV Anno di attività dei Quaderni di Diritto Mercato Tecnologia, raccolta trimestrale della nostra Rivista Scientifica. Copertina-Quaderni-Diritto-Mercato-Tecnologia2Il fascicolo si apre con "La nozione autonoma di diritto dell’Unione Europea di 'opera parodistica' ed il 'giusto equilibrio' nell’applicazione della relativa eccezione al diritto d’autore secondo la sentenza della Corte di Giustizia del 3 settembre 2014, causa C-201/13", contributo a firma di Eleonora Sbarbaro. In esso, come suggerito dal titolo, si commenta la decisione con la quale la Corte individua, con riguardo all’opera parodistica, una nozione di diritto dell’Unione unitaria ed autonoma, fornendo altresì le indicazioni per l’applicazione concreta della relativa eccezione, contenuta nella direttiva 29/2001. "Secondo la Corte - si legge nell'abstract - l’applicazione dell’eccezione di parodia deve necessariamente rispettare un 'giusto equilibrio' tra gli interessi coinvolti, tutti garantiti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. La pronuncia, tuttavia, omette di riconoscere l’autonomo significato e valore 'artistico-espressivo' dell’opera parodistica e ne confina la rilevanza nella sfera dell’'eccezione' ai diritti d’autore e connessi, non avallandone una qualificazione in termini di 'libertà' o 'diritto pieno'". Sono invece "le ricadute sulla disciplina lavoristica della qualificazione federale dell’attività sportiva quale professionistica o dilettantistica" ad essere criticamente analizzate da Roberto Carmina nel suo lavoro. Subito dopo al centro della trattazione è la tutela dei consumatori con due contributi: il primo è "Contrattazione a distanza e nuovi diritti dei consumatori: quale ruolo per il public enforcement?", a firma di Anna Argentati; il secondo, di Gilberto Nava, è "Tutela amministrativa dei consumatori alla luce del d. lgs. n. 21/2014: prime riflessioni". LEGGI “I nuovi diritti dei consumatori alla prova della negoziazione assistita” "Delineare le principali questioni che riguardano il dibattito in Italia in merito alla risarcibilità dei danni conseguenti alla morte causata da una condotta illecita altrui" è invece l'obiettivo di Ilaria Garaci in "Compensation for damages in the event of death, in the Italian Legal System". "Nella prima parte dello scritto - recita l'abstract - si intende svolgere una breve disamina delle problematiche relative alla identificazione dei danni non patrimoniali subiti sia in prima persona dalla vittima primaria dell’illecito, ed eventualmente trasmissibili agli eredi, sia iure proprio dai congiunti. Nella seconda parte si considera analiticamente il dibattito che ruota in particolare intorno alla controversa figura del danno tanatologico, alla luce della recente sentenza della Corte di Cassazione (nota come sentenza “Scarano”) che, in contrasto con il consolidato orientamento giurisprudenziale, afferma il principio della risarcibilità del danno per la perdita istantanea della vita e la conseguente trasmissibilità in capo agli eredi del relativo diritto al risarcimento dei danni sofferti dal de cuius". "La responsabilità del direttore di testata giornalistica on-line: orientamenti giurisprudenziali e prospettive di riforma" è infine il contributo di Andrea Napolitano, un lavoro che "si prefissa l’obiettivo, partendo da un’analisi generale sul concetto di libertà di stampa in ambito nazionale ed europeo, di analizzare l’ipotesi particolare della responsabilità del direttore di un giornale on line. Si tratta di un argomento che si innesta nel difficile rapporto tra i mezzi di informazione tradizionali quale è la stampa cartacea e le nuove forme di comunicazione come appunto il giornale on line, oggetto di indagine approfondita da parte di di dottrina e giurisprudenza che hanno cercato negli anni di disciplinare la materia. L’ultima parte del contributo è stata inoltre incentrata sull’analisi del Progetto di Legge S1119 in discussione al Senato, con il quale si andrebbe a colmare un vuoto legislativo in tale ambito, rispondendo ad un’esigenza condivisa da tempo da parte di dottrina e giurisprudenza". Scarica il quaderno Anno IV – Numero 2 – Aprile/Giugno 2014 [pdf] 12 novembre 2014