DIMT.IT - corte

  • Prenotazioni voli su sistema elettronico, la Corte di Giustizia UE: "Precisare dall'inizio il costo finale"

    "Per ogni volo in partenza da un aeroporto dell’Unione di cui sia esposta la tariffa, un sistema di prenotazione elettronica deve precisare dall’inizio il prezzo finale". Così la Corte di Giustizia dell'Unione Europea pone fine ad una controversia nata in Germania nel novembre 2008, quando l’Unione federale tedesca delle centrali ed associazioni dei consumatori ha contestato in giudizio le modalità di presentazione delle tariffe passeggeri nel sistema di prenotazione elettronica della Air Berlin. via ispazio.net In sostanza, una volta selezionati la data e l’aeroporto di partenza e di arrivo, il sistema di prenotazione presentava in una tavola riassuntiva i possibili collegamenti con rispettivi data e orari. Il prezzo finale per persona (composto dalla tariffa del relativo volo, dalle tasse e dai diritti, dal supplemento dovuto per il cherosene e dalle spese di gestione) era indicato non per ogni collegamento esposto, bensì unicamente per il collegamento preselezionato dalla Air Berlin ovvero per il collegamento sul quale il cliente successivamente cliccava. A parere dell’Unione federale, tale pratica non rispetta i requisiti imposti dal diritto dell’Unione quanto alla trasparenza dei prezzi dei servizi aerei, tesi accolta in patria nei due primi gradi di giudizio. La Air Berlin ha quindi adito il Bundesgerichtshof (Corte federale suprema tedesca), che a sua volta ha chiesto alla Corte di interpretare la normativa dell’Unione relativa alle tariffe dei servizi aerei in partenza da un aeroporto dell’Unione. In particolare, l'articolo 23, paragrafo 1, del regolamento stabilisce che il prezzo finale da pagare deve essere precisato sempre e deve includere la tariffa passeggeri o la tariffa merci applicabile nonché tutte le tasse, i diritti, i supplementi e gli oneri applicabili, inevitabili e prevedibili alla data di pubblicazione; la normativa si applica agli aeroporti situati sul territorio di uno Stato membro cui si applica il Trattato. Il regolamento incoraggia tuttavia i vettori aerei dell’Unione a indicare parimenti il prezzo finale dei propri servizi aerei in partenza da paesi terzi e con destinazione nell’Unione. Con la sentenza odierna, la Corte di Giustizia afferma che, nell’ambito di un sistema di prenotazione elettronica come quello oggetto della controversia, il prezzo finale da pagare deve essere precisato ad ogni indicazione dei prezzi dei servizi aerei, compresa la loro prima indicazione. Ciò vale non solo per il servizio aereo selezionato dal cliente, bensì per ogni servizio aereo di cui sia esposta la tariffa. Tale interpretazione risulta tanto dal tenore quanto dalla ratio e dall’obiettivo della normativa dell’Unione, volta a garantire che i clienti possano operare un raffronto effettivo dei prezzi dei servizi aerei praticati dai vari vettori. 15 gennaio 2015 Immagine via ispazio.net
  • Privacy e diritto all'oblio, il gestore di un motore di ricerca online è responsabile del trattamento da esso effettuato dei dati personali che appaiono su pagine web di terzi. Montuori (Garante Privacy): "Consonanza con direzione intrapresa dall'Autorità". Google: "Decisione deludente, sopresi differisca da Advocate General"

    La Corte di Giustizia dell'Unione Europea stabilisce che, nel caso in cui, a seguito di una ricerca effettuata a partire dal nome di una persona, l’elenco di risultati mostri un link verso una pagina web che contiene informazioni sulla persona in questione, questa può rivolgersi direttamente al gestore oppure, qualora questi non dia seguito alla sua domanda, adire le autorità competenti per ottenere, in presenza di determinate condizioni, la soppressione di tale link dall’elenco di risultati. La Corte constata che occorre tuttavia ricercare un giusto equilibrio tra il legittimo interesse degli utenti di Internet potenzialmente interessati ad avere accesso a un'informazione e i diritti fondamentali della persona interessata, e segnatamente il diritto al rispetto della vita privata e il diritto alla protezione dei dati personali Chi gestisce un motore di ricerca su Internet è responsabile del trattamento dei dati personali che appaiono su pagine web pubblicate da terzi. È quanto si legge in una sentenza della Corte di Giustizia Europea, la quale stabilisce che, nel caso in cui, a seguito di una ricerca effettuata a partire dal nome di una persona, l’elenco di risultati mostri un link verso una pagina web che contiene informazioni sulla persona in questione, questa può rivolgersi direttamente al gestore oppure, qualora questi non dia seguito alla sua domanda, adire le autorità competenti per ottenere, in presenza di determinate condizioni, la soppressione di tale link dall’elenco di risultati. La Direttiva 95/46/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 24 ottobre 1995, relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati (GU L 281, pag. 31) mira a proteggere le libertà e i diritti fondamentali delle persone fisiche (segnatamente il diritto alla vita privata) in occasione del trattamento dei dati personali, eliminando al tempo stesso gli ostacoli alla libera circolazione di tali dati. Nel 2010 il sig. Mario Costeja González, cittadino spagnolo, ha presentato all’Agencia Española de Protección de Datos (Agenzia spagnola di protezione dei dati, AEPD) un reclamo contro La Vanguardia Ediciones SL (editore di un quotidiano largamente diffuso in Spagna, specialmente nella regione della Catalogna), nonché contro Google Spain e Google Inc. Il sig. Costeja González faceva valere che, allorché il proprio nome veniva introdotto nel motore di ricerca del gruppo Google (Google Search), l’elenco di risultati mostrava dei link verso due pagine del quotidiano di La Vanguardia, datate gennaio e marzo 1998. Tali pagine annunciavano una vendita all’asta di immobili organizzata a seguito di un pignoramento effettuato per la riscossione coattiva di crediti previdenziali nei confronti del sig. Costeja González. Mediante detto reclamo, il sig. Costeja González chiedeva, da un lato, che fosse ordinato a La Vanguardia di sopprimere o modificare le pagine suddette (affinché i suoi dati personali non vi comparissero più) oppure di ricorrere a taluni strumenti forniti dai motori di ricerca per proteggere tali dati. Dall’altro lato, chiedeva che fosse ordinato a Google Spain o a Google Inc. di eliminare o di occultare i suoi dati personali, in modo che cessassero di comparire tra i risultati di ricerca e non figurassero più nei link di La Vanguardia. Il sig. Costeja González affermava in tale contesto che il pignoramento effettuato nei suoi confronti era stato interamente definito da svariati anni e che la menzione dello stesso era ormai priva di qualsiasi rilevanza. L’AEPD ha respinto il reclamo diretto contro La Vanguardia, ritenendo che l’editore avesse legittimamente pubblicato le informazioni in questione. Per contro, il reclamo è stato accolto nei confronti di Google Spain e Google Inc. L’AEPD ha chiesto a queste due società di adottare le misure necessarie per rimuovere i dati dai loro indici e per rendere impossibile in futuro l’accesso ai dati stessi. Google Spain e Google Inc. hanno proposto due ricorsi dinanzi all’Audiencia Nacional (Spagna), chiedendo l’annullamento della decisione dell’AEPD. È in tale contesto che il giudice spagnolo ha sottoposto una serie di questioni alla Corte di giustizia.
    Nella sua sentenza odierna, la Corte constata anzitutto che, esplorando Internet in modo automatizzato, costante e sistematico alla ricerca delle informazioni ivi pubblicate, il gestore di un motore di ricerca «raccoglie» dati ai sensi della direttiva. La Corte giudica inoltre che il gestore «estrae», «registra» e «organizza» tali dati nell’ambito dei suoi programmi di indicizzazione, prima di «conservarli» nei suoi server e, eventualmente, di «comunicarli» e di «metterli a disposizione» dei propri utenti sotto forma di elenchi di risultati. Tali operazioni, contemplate in maniera esplicita e incondizionata dalla direttiva, devono essere qualificate come «trattamento», indipendentemente dal fatto che il gestore del motore di ricerca applichi le medesime operazioni anche ad altri tipi di informazioni diverse dai dati personali.
    La Corte ricorda inoltre che le operazioni contemplate dalla direttiva devono essere considerate come un trattamento anche nell’ipotesi in cui riguardino esclusivamente informazioni già pubblicate tali e quali nei media. Una deroga generale all’applicazione della direttiva in un’ipotesi siffatta avrebbe come effetto di svuotare in larga parte quest’ultima del suo significato. La Corte reputa inoltre che il gestore del motore di ricerca sia il responsabile di tale trattamento, ai sensi della direttiva, dato che è lui a determinarne le finalità e gli strumenti del trattamento stesso. La Corte rileva in proposito che, nella misura in cui l’attività di un motore di ricerca si aggiunge a quella degli editori di siti web e può incidere significativamente sui diritti fondamentali alla vita privata e alla protezione dei dati personali, il gestore del motore di ricerca deve garantire, nell’ambito delle sue responsabilità, delle sue competenze e delle sue possibilità, che detta attività soddisfi le prescrizioni della direttiva. Soltanto in tal modo le garanzie previste dalla direttiva potranno sviluppare pienamente i loro effetti e potrà essere effettivamente realizzata una tutela efficace e completa delle persone interessate. Quanto all’ambito di applicazione territoriale della direttiva, la Corte osserva che Google Spain costituisce una filiale di Google Inc. nel territorio spagnolo e, pertanto, uno stabilimento ai sensi della direttiva. La Corte respinge l’argomento secondo cui il trattamento di dati personali da parte di Google Search non viene effettuato nel contesto delle attività di tale stabilimento in Spagna. La Corte considera al riguardo che, quando dati siffatti vengono trattati per le esigenze di un motore di ricerca gestito da un’impresa che, sebbene situata in uno Stato terzo, dispone di uno stabilimento in uno Stato membro, il trattamento viene effettuato "nel contesto delle attività" di tale stabilimento, ai sensi della direttiva, qualora quest’ultimo sia destinato ad assicurare, nello Stato membro in questione, la promozione e la vendita degli spazi pubblicitari proposti sul motore di ricerca al fine di rendere redditizio il servizio offerto da quest’ultimo. Per quanto riguarda poi l’estensione della responsabilità del gestore del motore di ricerca, la Corte constata che quest’ultimo è obbligato, in presenza di determinate condizioni, a sopprimere, dall’elenco di risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal nome di una persona, dei link verso pagine web pubblicate da terzi e contenenti informazioni relative a tale persona. Tale obbligo può esistere anche nell’ipotesi in cui tale nome o tali informazioni non vengano previamente o simultaneamente cancellati dalle suddette pagine web, e ciò eventualmente anche quando la loro pubblicazione sulle pagine in questione sia di per sé lecita. La Corte sottolinea in tale contesto che un trattamento di dati personali effettuato da un gestore siffatto consente a qualsiasi utente di Internet, allorché effettua una ricerca a partire dal nome di una persona fisica, di ottenere, mediante l’elenco di risultati, una visione complessiva strutturata delle informazioni relative a questa persona su Internet. La Corte rileva inoltre che tali informazioni toccano potenzialmente una moltitudine di aspetti della vita privata e che, in assenza del motore di ricerca, esse non avrebbero potuto, o soltanto difficilmente avrebbero potuto, essere connesse tra loro. Gli utenti di Internet possono così stabilire un profilo più o meno dettagliato delle persone ricercate. Inoltre, l’effetto dell’ingerenza nei diritti della persona, a detta della Corte, risulterebbe moltiplicato in ragione del ruolo importante che svolgono Internet e i motori di ricerca nella società moderna, i quali conferiscono alle informazioni contenute negli elenchi di risultati carattere ubiquitario. Tenuto conto della sua potenziale gravità, una simile ingerenza non può, secondo la Corte, essere giustificata dal semplice interesse economico del gestore del motore di ricerca nel trattamento dei dati. Tuttavia, poiché la soppressione di link dall’elenco di risultati potrebbe, a seconda dell’informazione in questione, avere ripercussioni sul legittimo interesse degli utenti di Internet potenzialmente interessati a avere accesso a quest’ultima, la Corte constata che occorre ricercare un giusto equilibrio tra tale interesse e i diritti fondamentali della persona interessata, e segnatamente il diritto al rispetto della vita privata e il diritto alla protezione dei dati personali. La Corte rileva in proposito che, se indubbiamente i diritti della persona interessata prevalgono, di norma, anche sul citato interesse degli utenti di Internet, tale equilibrio può nondimeno dipendere, in casi particolari, dalla natura dell’informazione di cui trattasi e dal suo carattere sensibile per la vita privata della persona suddetta, nonché dall’interesse del pubblico a ricevere tale informazione, il quale può variare, in particolare, a seconda del ruolo che tale persona riveste nella vita pubblica. L'oblio Infine, interrogata sulla questione se la direttiva consenta alla persona interessata di chiedere che dei link verso pagine web siano cancellati da tale elenco di risultati per il fatto che detta persona desideri che le informazioni ivi figuranti relative alla sua persona siano oggetto di oblio dopo un certo tempo, la Corte rileva che, qualora si constati, in seguito a una richiesta della persona interessata, che l’inclusione di tali link nell’elenco è, allo stato attuale, incompatibile con la direttiva, le informazioni e i link figuranti in tale elenco devono essere cancellati. La Corte osserva al riguardo che anche un trattamento inizialmente lecito di dati esatti può divenire, con il tempo, incompatibile con la direttiva suddetta nel caso in cui, tenuto conto dell’insieme delle circostanze caratterizzanti il caso di specie, tali dati risultino inadeguati, non pertinenti o non più pertinenti ovvero eccessivi in rapporto alle finalità per le quali sono stati trattati e al tempo trascorso. La Corte aggiunge che, nel valutare una domanda di questo tipo proposta dalla persona interessata contro il trattamento realizzato dal gestore di un motore di ricerca, occorre verificare in particolare se l’interessato abbia diritto a che le informazioni in questione riguardanti la sua persona non vengano più, allo stato attuale, collegate al suo nome da un elenco di risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal suo nome. Qualora si verifichi un’ipotesi siffatta, i link verso pagine web contenenti tali informazioni devono essere cancellati da tale elenco di risultati, a meno che sussistano ragioni particolari, come il ruolo ricoperto da tale persona nella vita pubblica, giustificanti un interesse preminente del pubblico ad avere accesso, nell’ambito di una ricerca siffatta, a dette informazioni. La Corte precisa che la persona interessata può rivolgere domande siffatte direttamente al gestore del motore di ricerca, che deve in tal caso procedere al debito esame della loro fondatezza. Qualora il responsabile del trattamento non dia seguito a tali domande, la persona interessata può adire l’autorità di controllo o l’autorità giudiziaria affinché queste effettuino le verifiche necessarie e ordinino a detto responsabile l’adozione di misure precise conseguenti. Il Garante italiano Traspare una certa soddisfazione dalle parole di Luigi Montuori, Capo Dipartimento comunicazioni elettroniche del Garante Privacy italiano: "Aspetto di leggere più nel dettaglio la sentenza, soprattutto per ciò che attiene le competenze territoriali delle varie autorità nazionali. Tuttavia, non si può non constatare la consonanza con la direzione intrapresa dal Garante italiano negli ultimi anni, con un procedimento aperto nei confronti direttamente di Google Inc. e all'interno di un fronte coordinato con altri Paesi europei. Mi preme sottolineare - conclude Montuori - l'importante ruolo svolto nel procedimento dal Governo italiano, che si è costituito nel giudizio, anche sulla scorta dei contributi inviati a tal fine dal Garante". Google Di tutt'altro avviso la posizione ufficiale di Google: "Si tratta di una decisione deludente per i motori di ricerca e per gli editori online in generale. Siamo molto sorpresi che differisca così drasticamente dall'opinione espressa dall'Advocate General della Corte di Giustizia Europea e da tutti gli avvertimenti e le conseguenze che lui aveva evidenziato. Adesso abbiamo bisogno di tempo per analizzarne le implicazioni". LEGGI "Uno, nessuno e centomila: tra reputazione online e diritto all'oblio. Montuori (Garante Privacy): 'Importante capire il diritto alla contestualizzazione dell'informazione'" 13 maggio 2014
  • Processo telematico, Panzani (Pres. Corte d'Appello di Roma): "Troppo poco si è fatto per garantire la completa attuazione"

    Il Presidente della Corte d’Appello Capitolina alla inaugurazione dell’anno giudiziario: "Alcune delle incertezze riguardano la solidità della rete Giustizia nel momento in cui con l’attuazione del processo telematico essa deve sopportare carichi sempre maggiori. All’auspicato intensificarsi dell’utilizzo dello strumento informatico nel processo civile, si accompagna un deciso calo di prestazioni". Il procuratore generale Antonio Marini ha invece rivolto la sua attenzione alle misure antiterrorismo che intervengono sulle comunicazioni via Internet: "Il web costituisce un mezzo potente di propagazione della minaccia portata dall’Isis nel mondo Occidentale. Vi è la necessità di rafforzare gli strumenti normativi in materia per affrontare con più efficacia questo grave e insidioso fenomeno”
    "In civile come in penale è essenziale assicurare l’efficienza delle strutture e dei servizi e dunque intervenire sulle carenze di personale e sull’informatica. Poco, troppo poco si è fatto per coprire le 8mila vacanze di personale amministrativo delle cancellerie e per assicurare la completa attuazione del processo telematico, sia civile che penale". Così il Presidente della Corte d'Appello di Roma, Luciano Panzani, nella relazione con la quale è intervenuto alla odierna inaugurazione dell'anno giudiziario nella Capitale. Il processo telematico è al centro di una dura riflessione all'interno delle conclusioni: "In penale esso resta meramente sperimentale, salvo che per le notifiche a persona diversa dall’imputato, mentre per il civile vi sono ancora troppi segmenti della riforma che non sono attuati. Dal 1 gennaio 2015 è divenuto vincolante nei Tribunali il deposito delle memorie endoprocessuali e di numerosi atti del curatore e nelle esecuzioni civili, dopo che vi era stato uno slittamento, restringendo ai soli fascicoli nuovi tale obbligo originariamente previsto per il 1 luglio 2014. Per il giudizio di appello la consolle del magistrato non è ancora adeguatamente sviluppata ed allo stato presenta carenze gravi che mettono in pericolo lo stesso rispetto della scadenza del 30 giugno 2015 fissata dal legislatore. Com’è stato esattamente osservato da alcuni magistrati, lo slittamento di alcune delle originarie scadenze previste per l’entrata in funzione di taluni dei servizi del processo telematico, non è stata occasione per l’adozione di un piano di miglioramento. Si può anzi dire che c’è stato un progressivo decadimento dei servizi". "Altre incertezze - prosegue l'intervento - riguardano la solidità della rete Giustizia nel momento in cui con l’attuazione del processo telematico essa deve sopportare carichi sempre maggiori. All’auspicato intensificarsi dell’utilizzo dello strumento informatico nel processo civile, si accompagna un deciso calo di prestazioni. È esperienza quotidiana per gli avvocati tentare l’accesso ai servizi ed essere rifiutati, spesso per time-out, a volte senza spiegazioni; ancora peggio accade che le operazioni telematiche degli avvocati si interrompano durante la esecuzione, costringendo a ripetere le procedure. La stessa cosa accade alle Cancellerie, mentre i provvedimenti dei giudici spesso spariscono e vengono recuperati manualmente o riavviati, con enormi incertezze e dispendio di tempo e risorse. Lo stesso successo dello strumento informatico ne mette in evidenza le criticità. L’utilità, ormai necessità, della base-dati giudiziaria genera un numero impressionante di interrogazioni, un numero che le attuali strutture non sono sempre in grado di gestire. Al potenziamento della rete e delle infrastrutture non si è pensato per tempo, nemmeno nei sei mesi di sostanziale, ed opportuno, rinvio dal 30 giugno della obbligatorietà delle memorie telematiche". Il Presidente chiosa successivamente: "Anche la formazione dei magistrati è insufficiente. Va poi aggiunto che il processo telematico è stato studiato più per porre rimedio alle insufficienze delle cancellerie che per fornire uno strumento efficiente al giudice. Esso in molti casi, pur rappresentando un innegabile progresso per gli utenti del servizio giustizia, si risolve in un aggravio di lavoro per il magistrato che impiega più tempo di quanto era richiesto per redigere un analogo provvedimento cartaceo. Anche la consultazione dei documenti e degli scritti difensivi su file richiede un mutamento di mentalità ed uno sforzo non sempre facili, soprattutto per i magistrati meno giovani. Queste difficoltà, aumentate dall’indisponibilità in molti uffici di schermi per computer di dimensioni adeguate, possono trovare più agevole soluzione per mezzo dell’impiego degli stagisti, in numero di due per magistrato, reso possibile dall’art 73 l. 69/2013, come modificato dall’art. 50 d.l. 90/2014, per la durata di 18 mesi con la costituzione dell’Ufficio del processo. Si tratta di un’ importante innovazione, fortemente voluta dalla magistratura, la cui attuazione va salutata con soddisfazione. I giovani che opereranno negli uffici in veste di assistenti del giudice, potranno effettuare ricerche e studi e redigere bozze di provvedimenti. Si tratta dell’unica misura concreta di cui ad oggi si dispone per assicurare un aumento della produttività perché i giudici ausiliari previsti per le corti di appello non saranno operativi, per i tempi necessari per l’espletamento dei concorsi, prima della seconda metà del 2015". "Il processo telematico, insieme all'ufficio del processo, è una delle riforme epocali da sempre chieste dalla magistratura. Sarebbe grave se l'attuazione fosse pregiudicata dalla mancanza di personale e di spazi adeguati cui il Ministero della Giustizia, come ho più volte chiesto, può e deve porre rimedio".
    Processo Civile Telematico: l’indicazione degli atti depositabili Processo Civile Telematico, entrano in vigore i nuovi obblighi di deposito. L’analisi della norma e i grafici che ne riassumono le principali novità
    Web e terrorismo - Il procuratore generale presso la Corte di Appello di Roma Antonio Marini ha invece rivolto la sua attenzione alle misure antiterrorismo che intervengono sulle comunicazioni via Internet: "Purtroppo sono sempre più numerosi in Italia e in Europa i soggetti vicini alle posizioni più radicali dell'estremismo islamico che possono essere considerati a rischio, dai convertiti ai predicatori, dai migranti di seconda generazione ai reduci dai teatri di guerra. La stragrande maggioranza di loro si radicalizza sul web, attingendo dalla propaganda dei siti e dei forum jihadisti presenti in rete. Il web costituisce un mezzo potente di propagazione della minaccia portata dall'Isis nel mondo Occidentale. La capacità diffusiva della rete, anche se non è un fatto nuovo, costringe a fare i conti con la dimensione pervasiva e di massa che ha assunto il fenomeno della cooptazione e del reclutamento attraverso Internet, nel quale il contatto con l'aspirante jihadista non richiede né strutture, né articolazioni organizzative complesse". "L'elenco dei soggetti più a rischio e quello degli ambienti dove è più radicato l'estremismo è fluido - ha così chiosato Marini - e perciò va costantemente aggiornato in base alle informazioni raccolte con le indagini sul territorio, il monitoraggio della rete, le informazioni provenienti dagli apparati di sicurezza e lo scambio di informazioni tra le forze di polizia, anche di altri Paesi. Vi è la necessità di rafforzare gli strumenti normativi in materia di terrorismo per affrontare con più efficacia questo grave e insidioso fenomeno, elaborando nuove norme che sembrano in arrivo, come è stato annunciato dal ministro dell'Interno Angelino Alfano, che tengano conto della evoluzione della minaccia terroristica". 24 gennaio 2015
  • Processo telematico: se le criticità sono “scosse di assestamento”

    di Marco Ciaffone Provando a cercare le ultime notizie sullo stato del Processo civile telematico non ci si imbatte in un quadro roseo. "Troppo poco si è fatto per garantirne la piena attuazione", tuonava a gennaio, in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, il presidente della Corte d'Appello di Roma Luciano Panzani. Una presa di posizione alla quale si aggiungeva, a stretto giro, quella altrettanto autorevole del Prof. Guido Alpa, allora presidente del Consiglio Nazionale Forense, in una lettera nella quale invitava il ministro della Giustizia Andrea Orlando a risolvere i "troppi formalismi" che, in materia di documento informatico, discendono dal Codice dell'Amministrazione Digitale e impattano negativamente la normativa del PT. Nel frattempo, si creavano incomprensioni come quella sulla copia cartacea “di cortesia", il cui mancato deposito a Milano nel febbraio scorso era costato caro ad un avvocato (che ha comunque beneficiato del dietrofront imposto dal presidente del tribunale); lo stesso foro meneghino poche settimane dopo doveva fare i conti con gli atti non depositati per via della casella di posta piena, mentre a Napoli si decideva lo slittamento di un anno delle cause proprio alla luce delle difficoltà che l'introduzione del PCT avrebbe portato nelle prassi giudiziarie. Infine, il “Quadro di valutazione UE della giustizia 2015" piazzava il nostro Paese a metà classifica, evidenziando ciò che ancora resta da fare in tema di giustizia digitale. Eppure, in quella stessa sede si rilanciavano i numeri diffusi dal ministero della Giustizia per un bilancio dello scorso anno: “I dati riferiti al novembre 2014 sulla diffusione in cinque distretti giudiziari del Processo civile telematico indicano una riduzione delle tempistiche relative alla trattazione di un singolo caso che va dal 19 al 60%, con un risparmio stimato in 43 milioni di euro”. In attesa che anche la roadmap europea per il PT entri a pieno regime, sembra dunque un atteggiamento di prudenza verso le critiche più aspre quello che più di ogni altro permette di valutare lo stato dell'arte e le criticità sulle quali sarà opportuno concentrarsi, anche a fronte dei prossimi passi che riguardano la trasformazione digitale della giustizia italiana. "Innanzitutto, più che parlare di tasso di adozione, dovremmo chiarire i dati normativi circa l’esclusività del deposito telematico, e quindi dell’utilizzo del PCT", spiega l'Avv. Daniela Dondi, Presidente del Consiglio dell’ordine degli avvocati di Modena: "Dal 30 giugno 2014 le procedure per ingiunzione di pagamento sono obbligatorie; dopo una obbligatorietà parziale (solo per i procedimenti incardinati dal 30 giugno scorso in poi, infatti, era prevista la piena obbligatorietà), dal 31 dicembre 2014 i depositi degli atti endoprocessuali nel contenzioso ordinario sono esclusivamente previsti per via telematica; così per gli atti successivi e, dal 31 marzo 2015, anche per l’iscrizione di tutte le procedure espropriative. Attendiamo ancora, dal 30 giugno 2015, l’obbligatorietà del deposito degli atti successivi nelle Corti di Appello. Fin qui il dato normativo, da tutti gli uffici giudiziari rispettato. Ovviamente, attendiamo la Corte Suprema di Cassazione, la cui valutazione in fase di test dei sistemi informatici è già in avanzato stato di realizzazione". "A macchia di leopardo, sul territorio nazionale, si trovano trasversalmente aree caratterizzate da carenza di formazione e informazione, così come eccellenze di preparazione ed efficienza", afferma l'Avv. Andrea Pontecorvo, segretario della Camera civile di Roma, il quale elenca quali siano al momento le maggiori problematiche: "Nelle esecuzioni, come negli ordinari processi di cognizione, le criticità risiedono nella lavorazione della busta difforme da quanto stabilito nella circolare ministeriale del 28 ottobre 2014, emanata proprio per chiarire alcuni punti della normativa; possiamo affermare che essa è rimasta largamente inattuata. Criticità permangono a causa della mancanza di una norma che accolga la facoltà di depositare telematicamente tutti gli atti del processo, evitando così le decisioni di alcuni magistrati che hanno dichiarato la inammissibilità e/o irricevibilità per depositi diversi da quelli obbligatoriamente disposti dal DL 179/12. In altre parole: la criticità risiede nel non aver aperto a tutti gli atti di parte le funzionalità del PCT. Per il resto, non nascondiamo dure critiche ad un sistema tutt'altro che user friendly. Ma a ben vedere, il processo italiano mal si concilia con una forma di interlocuzione telematica più semplice. Sono dunque normali scosse di assestamento, i cui effetti sono amplificati da parte di chi non sembra avere una diretta conoscenza del problema". "Nell'ottica del nostro lavoro quotidiano - chiosa l'Avv. Maurizio Reale, segretario del Consiglio dell’ordine degli avvocati di Teramo - non si possono che elencare notevoli risparmi di tempo e di denaro, in assenza di spostamenti fisici nelle varie cancellerie e negli uffici giudiziari, in tutto il territorio nazionale; la possibilità di estrarre e attestare la conformità di quanto presente nel fascicolo informatico; la conseguente possibilità di notificazione in proprio, senza pagamento alcuno di marche per i diritti. A ciò, aggiungiamo un dato di fatto di non poco conto: lo studio legale dell’avvocato supera il confine territoriale del circondario ove esso è ubicato, tanto da estendersi ovunque sia possibile un deposito telematico. Non dimentichiamoci, sul punto, che la domiciliazione fisica non è più necessaria: all’avvocato viene tutto recapitato tramite Pec". I tre avvocati evidenziano così che "a fronte delle rumorose prese di posizione sui punti di effettiva criticità, su cui tanto oggi leggiamo, vi è la sostanziale, quotidiana normalità di proficua applicazione del PCT da parte di decine di migliaia di avvocati, cancellieri e magistrati (a tacere di altri soggetti abilitati esterni) che hanno studiato le norme e sanno far tesoro delle nuove tecnologie. Solo che questa maggior parte è anche la meno rumorosa. Oltre che quella da cui pervengono i più interessanti dati per apportare le necessarie migliorie al sistema". E sulla copia cartacea di "cortesia" non hanno dubbi: "Non è mai stata obbligatoria. Le nuove modalità di interlocuzione telematica con gli uffici giudiziari, pur con tutti i problemi, hanno dimostrato come l'avvocatura sia sempre stata in prima fila nelle innovazioni, finanche assumendosi il notevole peso di una formazione ormai non più solo giuridica, ma anche e soprattutto tecnica. Di più, l’avvocatura ha messo in evidenza molte problematiche, contribuendo alla relativa soluzione. Alla prova dei fatti, una categoria che, dati dei depositi alla mano, ha superato il primo impatto di una obbligatorietà che ha spostato sulle spalle degli avvocati l’introduzione di dati processuali nei sistemi ministeriali, dati che prima venivano inseriti dal personale amministrativo del ministero della Giustizia stesso". E se una eventuale mancanza di collegamento dovesse rendere impossibile il rispetto delle disposizioni sul PCT? C'è sempre la possibilità di ricorrere ad una deroga che riporta temporaneamente alla carta. Utili consigli sulla materia e la possibilità di confronto continuo sono infine a disposizione sul gruppo Facebook dedicato al PCT .

    Articoli correlati

    Processo Telematico, Panzani (Pres. Corte d'Appello di Roma):“Troppo poco si è fatto per garantire la piena attuazione" Giustizia Digitale: Processo civile telematico tra prospettive taumaturgiche e paura di fallimento Processo civile telematico, il Cnf scrive al ministro Orlando:“Troppi formalismi, servono correttivi normativi” Processo Civile Telematico: l’indicazione degli atti depositabili Processo Civile Telematico, entrano in vigore i nuovi obblighi di deposito. L’analisi della norma e i grafici che ne riassumono le principali novità 20 aprile 2015
  • Regolamento Agcom e Consulta, Prof. Gambino: "Conflitto esca dalle aule giudiziarie e sia affrontato dal Parlamento"

    Il Presidente dell'Accademia Italiana del Codice di Internet in un convegno in Bocconi: "Se dalla Corte Costituzionale dovesse uscire una decisione di inammissibilità si torni comunque sull’argomento in sede parlamentare. Sul diritto d’autore riflessione deve proseguire per arrivare ad un quadro normativo più chiaro. Mancanza Authorities in Costituzione è peccato originale della vicenda. Valore aggiunto del regolamento è di tipo culturale”

    "Vorrei che non sfuggisse che il tema è più ampio di questa vicenda che è stata trascinata malamente davanti alla Corte Costituzionale, anzi per certi versise dalla Consulta dovesse uscire una decisione di inammissibilità si torni comunque sull’argomento in sede parlamentare”. Così il Professor Alberto Gambino, Presidente dell'Accademia Italiana del Codice di Internet, nel corso diDiritto d’autore e libertà di espressione sul web davanti alla Corte costituzionale, convegno ospitato a Milano dall'Università Bocconi a pochi giorni dal pronunciamento della Consulta sulla legge in forza della quale l'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha emanato il regolamento per la tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica, entrato in vigore il 31 marzo 2014.

    Ad aprire il convegno è stato il Prof. Oreste Pollicino, docente di Diritto Comparato e Diritto dei Media presso l'Università Bocconi di Milano e socio fondatore dell'Accademia: "È necessario restituire centralità alle problematiche che ora si trovano davanti alla Corte costituzionale. Bisogna rimarcare che le norme ora al centro delle ordinanze di rimessione non possono essere tacciate in alcun modo di un eccesso di delega, perché é lo stesso legislatore che con la legge comunitaria n. 39/2002, all'art. 31, ha previsto un ruolo della autorità amministrativa in posizione paritaria rispetto a quella giudiziaria come soggetto legittimato a ordinare ai fornitori di servizi internet la rimozione di contenuti illeciti. Nemmeno si può invocare la direttiva 2000/31, che investe chiaramente l'autorità amministrativa competente (all'art, 14, comma 3 per gli hosting provider, all'art. 12, comma 3, per gli access provider) a esigere dai prestatori la cessazione o l'impedimento delle violazioni. L'assenza di un tentativo di interpretazione conforme alla Costituzione da parte del Tar nelle ordinanze di rimessione potrebbe condurre a una declaratoria di inammissibilità della questione".

    Per l'Avv. Marco Bassini (Università degli Studi di Verona) "le ordinanze di rimessione si segnalano per la peculiarità di sollevare l'incidente di costituzionalità dopo aver risolto la maggior parte delle censure dei ricorrenti, in qualche modo anticipando il proprio convincimento. La stessa questione di costituzionalità cade su un parametro molto fumoso, e presenta un oggetto alquanto evanescente, pretendendo di attrarre nel problema della riserva di legge e di giurisdizione altri profili di incostituzionalità legati alla tutela dei diritti difensivi e alla precostituzione del giudice naturale. Sembra emergere chiaramente dalle ordinanze l'idea che il regolamento descriva un procedimento amministrativo separato da un procedimento giurisdizionale contenzioso, che rimane eventuale: molte delle censure sono rigettate proprio perché non si versa in un procedimento sanzionatorio ma in un procedimento che é volto a promuovere un enforcement pubblico del diritto d'autore".

    Ha così esordito Gambino: “quando la legge sul diritto d'autore ha visto la luce, nel 1941, un anno prima della promulgazione del codice civile, l'Italia si trovava in una situazione non certo favorevole all'esercizio delle libertà individuali e dei diritti soggettivi. Eppure quella legge ha rappresentato nei decenni successivi un ottimo punto di equilibrio tra le prerogative morali ed economiche degli autori e la libera diffusione della cultura e dell’arte. Ora in quest’ultimo decennio le nuove tecnologie sembrano avere messo in discussione quel punto di equilibrio, di qui nasce l’esigenza del regolamento Agcom sul diritto d’autore. La rivoluzione di Internet – ha aggiunto Gambino - va ad intaccare il rapporto individuale tra l'opera protetta dell'ingegno e la titolarità del soggetto; mentre prima c'era il supporto materiale e la riproducibilità era sotto il governo dei titolari dei diritti, lo scenario viene travolto dalle tecnologie riducendo la possibilità di controllo dell’autore sulle opere che hanno il suo tratto”.

    "Sul versante normativo, quando l'Agcom era ancora Garante dell'editoria, mai avremmo immaginato che questi diritti soggettivi ‘autoriali’ sarebbero scivolati nella sfera di competenza di autorità indipendenti e amministrative, che peraltro ancora oggi non riusciamo a collocare entro una categoria unitaria in quanto non sono espressamente disciplinate dalla Costituzione. E questo è il peccato originale della vicenda. L’ampliamento dei poteri regolatori e sanzionatori di queste autorità avrebbe meritato una norma di copertura costituzionale che ne definisse spazi, competenze e attribuzioni segnando i confini di intervento tra autorità giudiziaria ordinaria, autorità amministrativa, governo, parlamento. È evidente che quando il pragmatico legislatore europeo dice autorità giudiziaria e amministrativa apre un’alternativa non di poco conto che se sottovalutata squarcia le nostre categorie giuridiche, perché assegna strumenti di tutela, anche in ordine a diritti soggettivi perfetti, nell’ambito di un'autorità amministrativa”.

    "Del resto – ha proseguito Gambino - il Regolamento è stato frutto di un lavoro analitico ben migliore di quello che avrebbe fatto il legislatore italiano. Resta però storicamente chiaro che se si ritiene che la fonte di tale potere è il decreto legislativo di attuazione della direttiva sul commercio elettronico, va rammentato che al momento del suo recepimento i commenti e le discussioni non erano certo incentrate attorno al tema del diritto d'autore online; e non è di poco conto, perché la lettura che è stata data di questo testo non era certo volta a radicare dentro di esso la tutela delle opere dell'ingegno nel mondo di internet e tanto meno a cascata a radicare la competenza in merito all'Agcom”.

    "Vorrei che non sfuggisse – ha sottolineato Gambino - che il tema è più ampio di questa vicenda che è stata trascinata malamente davanti alla Corte Costituzionale, anzi per certi versise dalla Consulta dovesse uscire una decisione di inammissibilità si torni comunque sull’argomento in sede parlamentare. Quando leggiamo nella normativa sul commercio elettronico 'L'autorità giudiziaria o quella amministrativa avente funzioni di vigilanza può esigere, anche in via d'urgenza, che il prestatore, nell'esercizio delle attività […]impedisca o ponga fine alle violazioni commesse', si evoca in capo ai provider l'attuazione di un obbligo derivante da un ordine dell’autorità che necessita di un’attenta istruttoria e bilanciamento degli interessi in gioco. Ove l’ISP non provveda all’ordine di oscuramento potrà certamente essere irrogata dalla stessa Autorità una sanzione amministrativa per mancato ottemperamento, ma, viceversa, nel quadro normativo relativo alle competenze dell’Autorità in materia di diritto d’autore non in ordine alla possibilità che la stessa Autorità agisca direttamente per l’oscuramento del contenuto ritenuto lesivo dei diritti d’autore di uno o più soggetti. In altri termini alle autorità indipendenti non compete un potere di censura diretto, ma al più di accertamento della violazione, spettando all’Autorità giudiziaria il compito di intervenire per la rimozione diretta dei contenuti, in caso di mancato adempimento dell’ordine di rimozione da parte dell’ISP".

    "Condivido, in definitiva, il pronostico che si arriverà ad una dichiarazione di inammissibilità – ha concluso Gambino – ma non penso che ciò chiuda il tema. Rimarrebbe, infatti, una contraddizione all'interno dell'architettura dello Stato e del bilanciamento dei poteri in quanto mentre l'Agcom cercava con il lanternino i riferimenti normativi alla sua competenza il Parlamento restava silente, con l’effetto che i giudici amministrativi, pur con i limiti detti, hanno rimesso la questione di fronte alla Corte costituzionale. La riflessione allora deve proseguire per arrivare ad avere una disposizione di legge che dica espressamente che l'Agcom è il soggetto che non solo vigila ma ha anche poteri di tutela con riferimento alle opere protette online e, soprattutto, marchi il confine tra i poteri dell’autorità amministrativa e quella giudiziaria. Io vorrei davvero che si porti all'attenzione del legislatore questa esigenza assieme a quella, ancora più generale, di inserire nella Carta costituzionale una sezione dedicata alle autorità amministrative indipendenti e ai loro compiti”.

    12 ottobre 2015

  • Regolamento Agcom, la sentenza della Corte Costituzionale: ordinanze del Tar inammissibili

    "L’ordinanza nel suo insieme non chiarisce sufficientemente se intende ottenere una pronuncia ablativa o una pronuncia additivo-manipolativa e, per costante giurisprudenza di questa Corte, ciò preclude l’esame nel merito della questione determinandone l’inammissibilità". È quanto si legge in una attesa sentenza della Corte Costituzionale, chiamata dal Tar del Lazio a pronunciarsi sulla legittimità del quadro normativo in forza del quale l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha emanato il regolamento per la tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica entrato in vigore il 31 marzo 2014. "Le questioni sollevate dal Tar, con le due ordinanze indicate in epigrafe - si legge nella sentenza nella quale si considerano sovrapponibili i due pronunciamenti - sono inammissibili, in quanto entrambe presentano molteplici profili di contraddittorietà, ambiguità e oscurità nella formulazione della motivazione e del petitum". La contraddittorietà evidenziata dalla Consulta è tra la parte di ricostruzione in fatto e in diritto delle ordinanze e i quesiti che vengono posti alla Corte; se nella parte motiva delle ordinanze si evidenzia e si sostiene infatti come l'Autorità abbia correttamente interpretato il quadro normativo primario a fondamento del suo potere regolamentare, dall'altra parte, nel dispositivo, nel formulare i quesiti il giudice amministrativo evidenzia delle problematiche che in realtà contrasterebbero con la ricostruzione precedentemente svolta. La pronuncia della Corte Costituzionale di fatto non accoglie le posizioni dei ricorrenti, ma non chiarisce al contempo neanche la piena legittimità costituzionale delle norme di rango primario sulle quali si fonda il potere dell'Agcom. L'unica soluzione al momento plausibile sembra a questo punto quella dell'intervento chiarificatore del Parlamento. Un esito che era stato sostanzialmente previsto durante i lavori del convegno Diritto d’autore e libertà di espressione sul web davanti alla Corte costituzionale, ospitato dall'Università Bocconi lo scorso 12 ottobre. In quell'occasione, il Prof. Alberto Gambino, Presidente dell'Accademia Italiana del Codice di Internet, auspicando che il conflitto "esca dalle aule giudiziarie e sia affrontato dal Parlamento”, aveva affermato: “Vorrei che non sfuggisse che il tema è più ampio di questa vicenda che è stata trascinata malamente davanti alla Corte Costituzionale. Condivido, in definitiva, il pronostico che si arriverà ad una dichiarazione di inammissibilità, ma non penso che ciò chiuda il tema. Rimarrebbe, infatti, una contraddizione all’interno dell’architettura dello Stato e del bilanciamento dei poteri in quanto mentre l’Agcom cercava con il lanternino i riferimenti normativi alla sua competenza il Parlamento restava silente, con l’effetto che i giudici amministrativi, pur con i limiti detti, hanno rimesso la questione di fronte alla Corte costituzionale. La riflessione allora deve proseguire per arrivare ad avere una disposizione di legge che dica espressamente che l’Agcom è il soggetto che non solo vigila ma ha anche poteri di tutela con riferimento alle opere protette online e, soprattutto, marchi il confine tra i poteri dell’autorità amministrativa e quella giudiziaria. Io vorrei davvero che si porti all’attenzione del legislatore questa esigenza assieme a quella, ancora più generale, di inserire nella Carta costituzionale una sezione dedicata alle autorità amministrative indipendenti e ai loro compiti”.

    Consulta la sentenza

  • Ricerca su embrioni, per la Corte di Strasburgo il divieto non viola i diritti umani

    Il divieto contenuto nella legge 40/2004 di utilizzare gli embrioni per la ricerca scientifica non viola i diritti umani. È quanto stabilito dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, chiamata a pronunciarsi sul caso Parrillo v. Italia. Adele Parrillo, vedova di Stefano Rolla, una delle vittime dell'attentato di Nassiriya del 2003, aveva deciso di donare i propri embrioni, congelati nel 2002, a fini di ricerca scientifica, pratica appunto vietata dalle attuali leggi vigenti in Italia. Da qui l'apertura di un procedimento in sede europea. La Corte di Strasburgo non ha riscontrato nel divieto una violazione dell'articolo 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo (diritto al rispetto della vita privata e familiare), riconoscendo all'Italia un "ampio margine di manovra" su una questione in merito alla quale non c'è un ampio consenso tra gli Stati membri. Inoltre, la Corte ha affermato che non c'è la sicurezza che il compagno defunto della Parrillo avrebbe voluto questa donazione. 27 agosto 2015
  • Safe Harbour, gli orientamenti della Commissione: "Obiettivo è chiudere la discussione con gli Usa entro tre mesi". Il Garante: "Imprese adottino altri strumenti per esportare dati"

    La Commissione Europea ha pubblicato delle linee guida in materia di trasferimento di dati personali dei cittadini europei negli Stati Uniti a un mese esatto dalla sentenza con la quale Corte di Giustizia ha invalidato la decisione del 2000 in materia di safe harbour che regolava questa migrazione sull'altra sponda dell'Atlantico. "Siamo al lavoro dal gennaio 2014 per garantire un quadro più sicuro - si legge nella nota di Bruxelles che accompagna la comunicazione a Parlamento e Consiglio - ma ora, a seguito del pronunciamento della Corte, le trattative per un nuovo quadro di riferimento hanno subito un'accelerazione. Il nostro obiettivo è chiudere queste discussioni entro tre mesi". E mentre si attende che le trattative vadano a buon fine, le aziende "devono conformarsi alla sentenza e avvalersi di eventuali strumenti alternativi per il trasferimento dei dati". Viene così fornita una serie di orientamenti per far sì che le imprese possano effettuare trasferimenti dei dati sulla base di:
    • soluzioni contrattuali:le clausole contrattuali devono prevedere obblighi, ad esempio misure di sicurezza, informazione dell'interessato, misure di salvaguardia nel caso del trasferimento di dati sensibili e così via (vedi i modelli di clausole contrattuali standard);
    • norme vincolanti d'impresa per i trasferimenti all'interno di un gruppo:esse consentono di trasmettere liberamente i dati personali tra le diverse filiali di una multinazionale. Devono essere autorizzate dalle autorità di protezione dei dati in ciascuno Stato membro da cui la multinazionale intende trasferire i dati.
      Deroghe sono previste in caso di conclusione o esecuzione di un contratto (incluse le situazioni precontrattuali, ad esempio è consentito il trasferimento dei dati personali per prenotare un volo o una camera d'albergo negli Stati Uniti), accertamento, esercizio la difesa di un diritto in sede giudiziaria e consenso libero e informato dell'interessato, in assenza di altre motivazioni. A fine ottobre era stata Věra Jourová, Commissario europeo alla Giustizia, a far trapelare ottimismo in merito ai punti di contatto già raggiunti nelle trattative con gli Usa, mentre il Gruppo Art. 29, che riunisce le Authority garanti per la privacy del Vecchio Continente, aveva rimarcato l’urgenza di un nuovo regime per il trasferimento dei dati: “Se non saranno trovate soluzioni appropriate entro la fine del gennaio 2016 – è l’avvertimento contenuto in un documento ufficiale – le Autorità intraprenderanno ogni azione necessaria e appropriata, incluse eventuali iniziative coordinate di enforcement“. "La Commissione - chiosa oggi Bruxelles - continuerà a lavorare a stretto contatto con le autorità indipendenti per la protezione dei dati al fine di garantire un'applicazione uniforme della sentenza. Sarà necessario modificare altre decisioni di adeguatezza, per garantire che le Authority continuino ad essere libere di svolgere indagini a seguito delle denunce sporte da privati". "L'Ue è il più importante partner commerciale degli Stati Uniti, così come gli Stati Uniti sono il più importante partner commerciale dell'Ue", è il commento di Andrus Ansip, Vicepresidente e responsabile per il mercato unico digitale: "I flussi di dati tra i nostri continenti sono essenziali per le persone e per le imprese. Sebbene esistano strumenti alternativi, un quadro nuovo e più sicuro è la soluzione migliore per proteggere i cittadini e ridurre gli oneri amministrativi che gravano sulle imprese, soprattutto sulle start-up". Le discussioni tra le autorità del Vecchio Continente e Washington riprenderanno la prossima settimana nella capitale federale americana. Arriva infine in queste stesse ore dal Garante privacy italiano l'atto ufficiale con il quale si dichiara decaduta l'autorizzazione al trasferimento dei dati vincolata proprio alla decisione del 2000 e si ribadiscono gli strumenti alternativi a disposizione delle aziende per continuare ad operare, dalle sopra richiamate clausole contrattuali standard alle regole di condotta adottate all'interno di un medesimo gruppo (le cosiddette Binding Corporate Rules). L'Autorità si è comunque riservata di "effettuare controlli per verificare la liceità e la correttezza del trasferimento dei dati da parte di chi li esporta". 6 novembre 2015
  • Schermi Lcd, la Corte di Giustizia conferma l’ammenda di 288 milioni alla InnoLux

    La Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha confermato l’ammenda di 288 milioni di euro inflitta alla società taiwanese InnoLux per la sua partecipazione ad un’intesa nel mercato degli schermi Lcd; per la Corte, nel caso in cui i prodotti interessati dall’intesa siano stati incorporati in prodotti finiti da un’impresa integrata verticalmente al di fuori dello Spazio economico europeo (See) la Commissione può prendere in considerazione, per il calcolo dell’ammenda da infliggere a tale impresa in ragione dell’intesa, le vendite dei suoi prodotti finiti realizzate all’interno del See a imprese terze. Si chiude dunque un caso iniziato nel 2010, quando la Commissione inflisse ammende per un importo complessivo di 648,925 milioni di euro a 6 produttori coreani e taiwanesi di schermi a cristalli liquidi, elemento principale degli schermi piatti utilizzati nei televisori e nei computer, per la loro partecipazione ad un’intesa tra il 2001 ed il 2006. Una delle ammende più ingenti fu inflitta appunto alla InnoLux per 300 milioni. Nel 2014, il Tribunale dell’Unione europea ha confermato il contenuto essenziale di tale decisione pur riducendo quest'ultima ammenda a 288 milioni di euro; tuttavia, la InnoLux ha proposto impugnazione dinanzi alla Corte di Giustizia per ottenere una riduzione maggiore. La società taiwanese contestava infatti al Tribunale di aver incluso, nel valore delle vendite prese in considerazione per il calcolo dell’ammenda, prodotti finiti venduti nello Spazio economico europeo, nei quali le sue controllate, con sede al di fuori del See, avevano incorporato gli Lcd oggetto della controversia. La InnoLux riteneva che le vendite realizzate nel mercato dei prodotti finiti non fossero in relazione con l’intesa organizzata nel mercato degli Lcd. Con la sua ultima sentenza, la Corte rileva innanzitutto che le vendite incriminate sono state realizzate non nel mercato degli Lcd, ma su quello dei prodotti finiti che li incorporano. La Corte ritiene tuttavia che tali vendite, in ragione degli effetti del prezzo degli Lcd incorporati fissato dal cartello, possono pregiudicare la concorrenza nel mercato dei prodotti finiti all’interno del See, cosicché l’intesa si riferisce ad esse. A tale riguardo, la Corte ricorda che, nel mercato dei prodotti finiti che incorporano i prodotti oggetto del cartello, le imprese integrate verticalmente possono trarre beneficio da un’intesa in due modi distinti: ripercuotendo le maggiorazioni di prezzo dei prodotti risultanti dall’infrazione su quello dei prodotti finiti, ovvero non ripercuotendolo, il che si risolve quindi nel conferire loro un vantaggio in termini di costi rispetto ai concorrenti che si procurano gli stessi prodotti sul mercato dei prodotti oggetto dell’intesa. Alla luce di tali circostanze, la Corte rileva, al pari del Tribunale, che legittimamente la Commissione ha potuto prendere in considerazione, ai fini del calcolo dell’ammenda, le vendite dei prodotti finiti che incorporano gli Lcd, e ciò in misura pari al valore degli Lcd. Successivamente, la Corte sottolinea che, nel calcolo dell’ammenda, l’esclusione di tali vendite produrrebbe l’effetto di minimizzare artificiosamente la rilevanza economica dell’infrazione commessa da una determinata impresa e di infliggerle un’ammenda priva di una reale relazione con la portata dell’intesa e con il suo ruolo nel mercato dei prodotti interessati dall’infrazione. Un tale approccio finirebbe con l’avvantaggiare le imprese integrate verticalmente che fanno procedere, nelle loro unità di produzione stabilite al di fuori del See, all’incorporazione, in prodotti finiti, dei prodotti che costituiscono l’oggetto dell’infrazione. La Corte conferma inoltre che la Commissione ha potuto trattare in modo distinto le vendite effettuate dai partecipanti all’intesa, a seconda che questi ultimi formino o meno un’impresa unica con le società che procedono all’incorporazione dei prodotti interessati in prodotti finiti. Infatti, i partecipanti all’intesa che, come la InnoLux, formano un’impresa unica con le unità di produzione che procedono a tale incorporazione, si trovano in una situazione oggettivamente diversa da quelli che formano un’impresa distinta dall’impresa che ha incorporato i prodotti oggetto del cartello. Infine, la Corte respinge l’argomentazione della InnoLux secondo la quale la presa in considerazione, per il calcolo dell’ammenda, delle vendite di prodotti finiti realizzate all’interno del See, nel caso in cui tali prodotti incorporino Lcd che sono stati oggetto di una vendita interna al di fuori del See, eccede la competenza territoriale della Commissione. Secondo la Corte, la Commissione era infatti competente ad applicare l’articolo 101 Tfue all’intesa in questione, poiché i partecipanti a tale intesa, di portata mondiale, l’avevano messa in atto nel See, realizzando su tale territorio vendite dirette di Lcd a imprese terze. Per contro, ai fini del calcolo dell’ammenda, occorre che il valore delle vendite prese in considerazione rifletta l’importanza economica dell’infrazione ed il peso relativo della InnoLux in quest’ultima, il che giustifica, nel caso di specie, la presa in considerazione delle vendite di prodotti finiti. Queste le considerazioni che hanno portato dunque la Corte a respingere integralmente l’impugnazione della InnoLux. Anche la LG Display, un altro produttore la cui ammenda iniziale di 215 milioni di euro era stata stata ridotta a 210 milioni dalla sentenza del Tribunale del 27 febbraio 2014, ha proposto un’impugnazione dinanzi alla Corte. In tale causa la Corte si è pronunciata nell'aprile scorso, anche qui confermando l'ammenda di 210 milioni. 10 luglio 2015
  • Secondo la Corte di Giustizia il browsing e il caching sono attività che non richiedono l’autorizzazione del titolare del diritto d’autore sui contenuti del sito

    di Marco Bellezza (via MediaLaws) La Corte di Giustizia dell’Unione europea con la decisione del 5 giugno scorso nella causa C-360/13 (Meltwater) è tornata ad occuparsi del rapporto tra protezione dei diritti di proprietà intellettuale e sviluppo dei servizi internet soffermandosi, in particolare, sulle attività di browsing e caching necessarie per consentire agli utenti la consultazione dei siti internet. Come noto, un web browser è un software che consente agli utenti di internet di navigare in rete, consentendo agli stessi di visualizzare le pagine web di interesse. Le copie cache delle pagine web sono invece realizzate al fine di consentire ai motori di ricerca di indicizzare, in maniera più efficacie, i siti disponibili in rete. Lo svolgimento di entrambe le attività richiamate richiede, pertanto, di effettuare delle copie dei contenuti di tutte le pagine disponibili in rete. In questo quadro, la Corte suprema del Regno Unito (Supreme Court of the United Kingdom) ha chiesto alla Corte europea se la realizzazione di tali copie, da parte dei fornitori di servizi internet interessati, costituisca o meno un’attività per la quale è richiesto il consenso dei titolari del diritto d’autore sui contenuti dei siti web considerati. La norma della direttiva 2001/29/CE (relativa all’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione) la cui interpretazione appare centrale per la risoluzione della questione rivolta alla Corte è l’articolo 5 che, al comma 1, espressamente dispone: “Sono esentati dal diritto di riproduzione di cui all’articolo 2 gli atti di riproduzione temporanea di cui all’articolo 2 privi di rilievo economico proprio che sono transitori o accessori, e parte integrante e essenziale di un procedimento tecnologico, eseguiti all’unico scopo di consentire: a) la trasmissione in rete tra terzi con l’intervento di un intermediario o b) un utilizzo legittimo di un’opera o di altri materiali” mentre al comma 5 prevede, in termini generali, che: “Le eccezioni e limitazioni di cui ai paragrafi 1, 2, 3 e 4 sono applicate esclusivamente in determinati casi speciali che non siano in contrasto con lo sfruttamento normale dell’opera o degli altri materiali e non arrechino ingiustificato pregiudizio agli interessi legittimi del titolare”. La Corte è stata chiamata, dunque, a verificare se le copie generate attraverso le attività di browsing e caching rispettino i requisiti previsti dalla norma citata e, quindi, se i fornitori di tali servizi possano avvantaggiarsi dell’eccezione ai diritti di privativa espressamente prevista dalla direttiva richiamata. In via preliminare la Corte, richiamando una propria costante giurisprudenza, ricorda come l’eccezione prevista all’articolo 5 della direttiva, al pari di tutte le eccezioni ai diritti esclusivi riconosciuti agli autori dalla direttiva, debba essere interpretata in senso restrittivo. Tale eccezione, infatti, è finalizzata a consentire lo sviluppo e il funzionamento di nuove tecnologie mantenendo, al contempo, un giusto equilibrio tra i diritti dei titolari delle opere protette e i diritti e gli interessi dei fruitori e utilizzatori delle stesse. Svolte tali precisazioni preliminari, la Corte passa in rassegna i requisiti che, ai sensi della norma citata, debbono essere soddisfatti affinché i fornitori di servizi internet possano fruire dell’eccezione, vale a dire: 1) il carattere temporaneo della riproduzione; 2) il costituire una parte integrante e essenziale di un procedimento tecnologico; 3) il carattere transitorio o accessorio dell’atto di riproduzione. Sul carattere temporaneo della riproduzione Con riferimento a tale primo requisito, la Corte rileva che, come verificato anche nell’ambito del procedimento principale, le copie sullo schermo vengono cancellate allorquando l’utente esce dal sito web di interesse, mente le copie cache vengono di regola sovrascritte dopo un certo intervallo che dipende essenzialmente dal volume di traffico generato dall’utente considerato e dalla capacità della cache. Entrambe le suddette copie, pertanto, secondo la Corte europea hanno carattere temporaneo. Sull’essere parte integrale e essenziale di un procedimento tecnologico In relazione a tale requisito la Corte chiarisce come la norma in parola richieda che gli atti di riproduzione di cui si discute siano interamente compiuti nell’ambito di un procedimento tecnologico unitario e che rivestano un carattere essenziale per lo stesso, nel senso che il procedimento non sarebbe possibile senza lo svolgimento degli atti in questione. Sotto tale profilo, i giudici europei ricordano come la norma in analisi non specifichi il momento in cui gli atti di riproduzione debbano intervenire per essere considerati inclusi all’interno del procedimento tecnologico richiesto. E’ possibile, quindi, come nel caso di specie, che l’atto di riproduzione dia impulso o concluda il procedimento considerato. E’ altresì possibile, o quantomeno non risulta escluso dalla normativa comunitaria vigente, che il processo tecnologico implichi un intervento umano e sia avviato o concluso manualmente. In tale quadro, secondo la Corte, è emerso nell’ambito della causa principale che tanto la creazione di una copia sullo schermo del computer, quanto la creazione delle copie cache delle pagine internet siano atti essenziali per la consultazione di pagine internet che non sarebbe possibile, con il medesimo grado di efficacia e correttezza, senza tali tipologie di riproduzione. Sul carattere transitorio o accessorio degli atti di riproduzione Quanto al terzo requisito, di carattere alternativo, richiesto dal primo comma dell’articolo 5 della direttiva, la Corte sottolinea come per “transitorio” debba intendersi un atto di durata limitata a quanto necessario per il funzionamento del procedimento tecnologico considerato e che, in maniera automatica, cancelli la riproduzione una volta concluso il procedimento tecnologico stesso. Per “accessorio”, invece, ai sensi della direttiva, deve intendersi l’atto di riproduzione che non ha un’esistenza, né una finalità autonoma nell’ambito del procedimento tecnologico considerato. Svolte tali precisazioni, la Corte conclude come la riproduzione di una copia sullo schermo abbia il carattere della transitorietà, mentre la creazione della copia cache di una pagina internet rivesta il carattere dell’accessorietà non avendo tale riproduzione una vita, né una finalità autonoma rispetto al processo tecnologico considerato, vale a dire la consultazione delle pagine internet. Sul pregiudizio al normale sfruttamento dell’opera e sulla lesione degli interessi dei titolari Verificata, quindi, la sussistenza di tutti i requisiti richiesti dal primo comma dell’articolo 5 della direttiva per avvalersi dell’eccezione ivi prevista, la Corte passa in rassegna l’ultima delle condizioni richieste dalla norme: vale a dire che gli atti di riproduzione considerati non debbono arrecare pregiudizio al normale sfruttamento dell’opera, né violare in maniera indebita gli interessi legittimi dei titolari dei diritti. Sul punto la Corte rileva come tali atti di riproduzione soddisfino le due condizioni richieste nella misura in cui il creatore di un sito web, almeno in linea di principio, ha ottenuto le autorizzazioni da parte dei titolari dei diritti prima di mettere online materiali protetti. Sarebbe, pertanto, non giustificato, secondo i giudici europei, richiedere nuove autorizzazioni anche solo per la mera consultazione delle pagine web rilevanti. La risposta della Corte All’esito dell’articolato percorso argomentativo sopra descritto, la Corte di Giustizia dell’Unione europea ha quindi risposto che: “L’articolo 5 della direttiva 2001/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2001, sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione, dev’essere interpretato nel senso che le copie sullo schermo del computer dell’utente e le copie nella «cache» del disco fisso di tale computer, realizzate da un utente finale durante la consultazione di un sito Internet, soddisfano i requisiti in base ai quali tali copie devono essere temporanee, transitorie o accessorie e costituire una parte integrante ed essenziale di un procedimento tecnologico, nonché i requisiti stabiliti all’articolo 5, paragrafo 5, di tale direttiva, e possono pertanto essere realizzate senza l’autorizzazione dei titolari di diritti d’autore”. 17 luglio 2014
  • Selezione embrioni per procreazione assistita, le insidie di una sentenza

    La selezione degli embrioni "sani" a discapito di quelli "imperfetti" nell'ambito della procreazione assistita volta ad evitare la trasmissione di malattie genetiche non è più un reato alla luce della sentenza della Corte Costituzionale 229 del 21/10/2015, con la quale la Consulta ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell’art. 13, commi 3, lettera b), e 4 della legge 40 del 2004. Rimane invece valido, in ogni caso, il divieto di soppressione degli embrioni, anche di quelli "scartati". "Si tratta, a mio parere, di un percorso piuttosto insidioso", dichiara in un'intervista a Romasette il Professor Alberto Gambino, Direttore di Dimt e Componente del Comitato Etico dell’Istituto Superiore di Sanità: "Gli stessi studiosi confermano che gran parte di noi, il nostro embrione già probabilmente rivelava che avevamo qualche patologia nel nostro Dna". "La scienza, in realtà non sa definire quale sia esattamente il punto di approdo di queste imperfezioni - precisa Gambino a Dimt - e un conto è vederle in un feto di due o tre mesi, un conto è vederle in alcune cellule dove gran parte dell’umanità già porta con sé delle piccole imperfezioni che non impediscono magari di arrivare anche a 90 anni". "Allora veramente ci avviciniamo all’essere perfetto, e aggiungerei, inutilmente perfetto - prosegue l'intervista - perché la perfezione umana purtroppo non esiste sulla faccia della Terra e quindi il rischio vero è che si eliminino tanti embrioni che invece sarebbero persone in carne e ossa che potrebbero tranquillamente arrivare anche ad un secolo di vita". Non è questa l'unica sentenza ad avere negli anni "smontato" pezzi di legge 40, dalla dichiarazione di parziale illegittimità dei commi che prevedevano un limite di produzione di embrioni e l’obbligo di un unico impianto alla sentenza del Tar del Lazio che dichiarò illegittimo il divieto di diagnosi preimpianto (2009) fino ad una più recente decisione della Consulta, che nell'aprile 2014 si pronunciò per l'incostituzionalità del divieto di fecondazione eterologa. "Il peccato originale della legge 40 – afferma Gambino – è stato comunque quello di consentire che si creasse la vita in provetta. Certamente non c’erano altre strade possibili, poiché in quel momento questa era la prassi e questa è oggi la prassi per fare la fecondazione. Ma nel momento in cui la vita umana viene prodotta in provetta, l’embrione immancabilmente ha dei diritti affievoliti, nessuno di noi vorrebbe stare in una provetta, ciascuno di noi vorrebbe essere accolto dal grembo di una donna sin dall’inizio. L’altro problema di fondo è che quando nella legge 194 (la legge sull'interruzione volontaria dell gravidanza ndr) è stato introdotto il concetto di interesse alla salute anche psichica della donna e della coppia, si è aperto uno scenario di difficile individuazione. In altre parole: chi sa dire che cosa può far bene alla salute psichica di un essere umano? Lo scenario che si apre è la possibilità di scegliere il figlio migliore sempre più funzionale agli interessi della coppia, e questo deve far davvero riflettere". Anche di questo si è discusso nel corso dell'edizione di giovedì 12 novembre di TgTg-Telegiornali a confronto, trasmissione di Tv2000 che ha avuto come ospiti in studio lo stesso Prof. Gambino e Gianfranco Cattai, presidente FOCSIV. 13 novembre 2015
  • Sentenza della Corte di cassazione n. 13090, 27 maggio 2013

    Leggi il commento alla sentenza di Alessio Baldi

    Suprema Corte di Cassazione

    Sezione I

    Sentenza 27 maggio 2013, n. 13090

    REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE PRIMA CIVILE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. CARNEVALE Corrado – Presidente Dott. PICCININNI Carlo – Consigliere Dott. RAGONESI Vittorio – rel. Consigliere Dott. CULTRERA Maria Rosaria – Consigliere Dott. CRISTIANO Magda – Consigliere ha pronunciato la seguente: SENTENZA sul ricorso 24098/2006 proposto da: CURATELA DEL FALLIMENTO (OMISSIS) S.R.L. (C.F. (OMISSIS)), già (OMISSIS) S.R.L., in persona del Curatore Dott.ssa (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso l’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS), giusta procura in calce al ricorso; - ricorrente - contro (OMISSIS), PROCURATORE GENERALE PRESSO LA CORTE DI APPELLO DI FIRENZE, (OMISSIS) S.P.A. IN LIQUIDAZIONE E PROCEDURA IN CONCORDATO PREVENTIVO E CESSIONE BENI; - intimati - sul ricorso 27417/2006 proposto da: (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso l’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS), giusta procura in calce al controricorso e ricorso incidentale; - controricorrente e ricorrente incidentale - contro CURATELA DEL FALLIMENTO (OMISSIS) S.R.L., già (OMISSIS) S.R.L., in persona del Curatore Dott.ssa (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso l’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS), giusta procura in calce al controricorso al ricorso incidentale; - controricorrente al ricorso incidentale - contro (OMISSIS) S.P.A. IN LIQUIDAZIONE E IN CONCORDATO PREVENTIVO E CESSIONE BENI, PROCURATORE GENERALE DELLA REPUBBLICA PRESSO LA CORTE DI APPELLO DI FIRENZE; - intimati - sul ricorso 28369/2006 proposto da: (OMISSIS) S.R.L. IN LIQUIDAZIONE E IN CONCORDATO PREVENTIVO, in persona del Liquidatore pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso l’avvocato (OMISSIS), rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS), giusta procura a margine del controricorso e ricorso incidentale; - controricorrente e ricorrente incidentale - contro (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso l’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS), giusta procura in calce al controricorso al ricorso incidentale; - controricorrente al ricorso incidentale - contro FALLIMENTO DELLA (OMISSIS) S.R.L., PROCURATORE GENERALE DELLA CORTE DI APPELLO DI FIRENZE; - intimati - avverso la sentenza n. 1319/2005 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE, depositata il 26/09/2005; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 19/04/2013 dal Consigliere Dott. VITTORIO RAGONESI; udito, per la controricorrente e ricorrente incidentale (OMISSIS), l’Avvocato (OMISSIS), con delega, che ha chiesto il rigetto del ricorso principale; udito, per la controricorrente e ricorrente incidentale (OMISSIS), l’Avvocato (OMISSIS), con delega, che ha chiesto il rigetto del ricorso principale; udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CAPASSO Lucio, che ha concluso per l’accoglimento del primo e secondo motivo del ricorso principale; accoglimento del primo, secondo e terzo motivo del ricorso incidentale (OMISSIS) assorbiti gli altri; rigetto del primo motivo assorbito il secondo motivo del ricorso incidentale Curatela. SVOLGIMENTO DEL PROCESSO Il Tribunale di Firenze, con sentenza 23.01/13.04.02,in parziale accoglimento delle domande proposte dalla (OMISSIS) nei confronti della Spa (OMISSIS) in liquidazione e della Srl (OMISSIS), riteneva le convenute – la prima quale titolare dei marchio (OMISSIS) reg.to il 16.11.92 con il n.579701,e la seconda quale licenziataria del marchio medesimo – responsabili della violazione e contraffazione dei marchio (OMISSIS) concesso il 29.09.86 coi n. 449146 all’attrice; nonchè responsabili delle condotte previste dall’articolo 2598 c.c., nn. 1 e 3. Per l’effetto, ordinava sia la distruzione di tutto il materiale riportante il marchio in contraffazione, sia l’inibizione di qualsiasi attività avente ad oggetto detto materiale, sia, infine, la pubblicazione del dispositivo della decisione su alcuni quotidiani nazionali. Al contempo rigettava le domande di risarcimento del danno, e di nullità del marchio (OMISSIS) concesso alla spa (OMISSIS) col n. (OMISSIS), pure introdotte dall’attrice. Riteneva la decisione, in fatto, che: a) la Soc. (OMISSIS) aveva presentato nel 1980 domanda di registrazione del marchio (OMISSIS) – cui era seguito l’accoglimento in data 29.09.86 con il n. (OMISSIS) – per la classe 25 (capi di abbigliamento); b) la spa (OMISSIS) aveva presentato, il 20.11.89 analoga domanda per lo stesso marchio – ma per le classi 16 e 18 (prodotti di cartolibreria, pelletteria e valigeria) – concesso in data 16/11/92 con il n. (OMISSIS); c) le prove raccolte avevano dimostrato che le convenute,in particolare la srl (OMISSIS) quale licenziataria della spa (OMISSIS), avevano iniziato l’utilizzo del marchio a partire dall’autunno 1995. Sosteneva la sentenza in diritto che: 1) il marchio (OMISSIS) godeva di notorietà (essendo associato a capi di abbigliamento esclusivi come risultava dalla pubblicità dell’epoca e da un’indagine di mercato condotta su richiesta dell’attrice); le convenute avevano sfruttato – come risultava dal brevetto concesso e dai cataloghi e campioni prodotti – la forza evocativa del marchio; 2) di conseguenza era applicabile, avuto riguardo all’affinità esistente tra la classe 25 e 18 (pelletteria) di cui sopra per quanto attiene agli zainetti col marchio (OMISSIS) commerciati dalle convenute, la disciplina di cui all’articolo lettera b) e c), Legge Marchi nel testo risultante dalle modifiche introdotte dal Decreto Legislativo n. 480 del 1992, secondo cui il titolare del marchio d’impresa registrato ha il diritto di vietare ai terzi, salvo proprio consenso, di usare un segno identico o simile al marchio registrato per prodotti e servizi anche non affini se il marchio registrato gode nello Stato di rinomanza e se l’uso del segno senza giusto motivo consente di trarre indebitamente vantaggio dal carattere distintivo o dalla rinomanza del marchio, o reca pregiudizio allo stesso; 3) conseguentemente, doveva convalidarsi il sequestro concesso all’attrice ante causam”, oltre all’accoglimento delle domande di distruzione e di inibitoria di quanto oggetto di contraffazione. Viceversa il Tribunale riteneva che la domanda di nullità del brevetto rilasciato alla convenuta soc. (OMISSIS) non fosse accoglibile ostandovi la norma transitoria del Decreto Legislativo n. 480 del 1992, articolo 89, che, per i marchi concessi prima dell’entrata in vigore della nuova normativa, rinviava alle norme precedenti, non contemplanti le ipotesi di nullità invocate dall’attrice; come pure non era accoglibile la domanda di risarcimento del danno da concorrenza sleale, non potendosi utilizzare il ricorso, invocato dall’attrice, al criterio equitativo di cui all’articolo 1226 c.c., nella carenza di qualsiasi prova del danno subito (sia delle asserite spese sostenute, prima del sequestro, per l’introduzione della sua attività nel settore della cartolibreria e valigeria giovanile; sia delle difficoltà di ordine economico incontrate per l’inserimento in detto settore). Invece il provvedimento di pubblicazione della sentenza poteva essere adottato come misura sufficiente ad evitare ulteriore pregiudizio all’immagine dell’attrice. Avverso la sentenza proponevano appello – in via principale – la Curatela del fallimento Srl (OMISSIS) (nuova denominazione della srl (OMISSIS)),dichiarata nel frattempo fallita con sentenza del Tribunale di Firenze, nonchè – in via incidentale – la spa (OMISSIS) in liquidazione, rappresentata anche dal liquidatore giudiziale della procedura di concordato preventivo con cessione dei beni, deducendo l’insanabile contraddizione in cui era incorso il Tribunale allorché, da un lato, aveva dichiarato illecito l’uso, da parte di (OMISSIS) (licenziataria del marchio registrato dalla spa (OMISSIS)), del marchio medesimo, e, dall’altro, aveva accertato la legittimità di tale segno distintivo (rigettando la domanda di nullità proposta dall’attrice); al riguardo, sempre secondo gli appellanti, la sentenza aveva erroneamente fatto applicazione della norma transitoria del Decreto Legislativo n. 480 del 1992, articolo 88, giacché tale disposizione riguardava solo i marchi di fatto (e non quelli registrati), sicché a nulla rilevava la dichiarata – ma comunque non provata – notorietà del marchio (OMISSIS) dell’attrice; mentre doveva farsi riferimento al successivo articolo89 (che esentava dalle cause di nullità, previste dalla nuova Legge Marchi, quei marchi che fossero stati registrati prima dell’entrata in vigore di quest’ultima e, tra le cause di nullità stabilite dalla ” vecchia ” disciplina, non vi era quella di avere utilizzato il marchio registrato per settori produttivi non affini – tali essendo stati definiti dallo stesso Tribunale, quello della cartolibreria e l’altro dell’abbigliamento – a quelli protetti dalla notorietà del segno distintivo). Infine, rilevavano che la statuizione sulla concorrenza sleale era stata affermata senza alcuna motivazione. La Spa (OMISSIS) in liquidazione, in più, osservava che erroneamente il Tribunale aveva asserito che vi era affinità tra la classe 18 (articoli di pelletteria) e la classe 25 (abbigliamento), rilevando che gli zaini facevano parte di prodotti della “linea scuola” venduti soltanto nei negozi di cartoleria, e non senza contare che il raffronto tra prodotti, per accertarne l’affinità o meno, doveva essere fatto con riguardo alla destinazione degli stessi ed alla clientela cui erano diretti (sicché appariva evidente la non affinità tra zaini ed articoli di abbigliamento). L’appellante incidentale altresì lamentava il mancato esame, da parte del Tribunale, dell’eccezione di decadenza dal marchio per non uso dello stesso da parte dell’attrice. Si costituiva la (OMISSIS) resistendo al gravame e proponendo appello incidentale per sentir dichiarare la nullità del brevetto concesso alla spa (OMISSIS) (dovendosi applicare la nuova disciplina della Legge marchi di cui al Decreto Legislativo n. 480 del 1992, che tutela il marchio celebre anche per prodotti non affini a quelli per i quali il marchio era stato riconosciuto);e ciò in quanto l’attività della concorrente era iniziata nell’anno 1995. Interveniva il P.G. che chiedeva l’accoglimento dell’appello. La Corte d’appello di Firenze, con sentenza n. 1319/05, rigettava entrambi gli appelli. Avverso la detta sentenza ha proposto ricorso il fallimento della (OMISSIS) srl con atto notificato il 19-20/7/06 cui ha resistito con controricorso la (OMISSIS) che ha proposto altresì ricorso incidentale cui ha resistito con controricorso la curatela fallimentare. Successivamente ha proposto ricorso per cassazione la (OMISSIS) srl con atto notificato il 17-19-20/10/10 cui ha resistito con controricorso la (OMISSIS). MOTIVI DELLA DECISIONE Va preliminarmente osservato che, essendo il primo ricorso proposto (n. 24098/06) quello del fallimento della (OMISSIS) srl notificato il 19-20/7/06, lo stesso è il ricorso principale, mentre quello successivamente proposto dalla (OMISSIS) srl (n. 28369/06), con atto notificato il 17-19-20/10/10, va qualificato come ricorso incidentale. Riveste ovviamente la natura di ricorso incidentale quello (n. 27417/06) proposto dalla società (OMISSIS). Ciò posto i tre ricorsi vanno riuniti ex articolo 335 c.p.c.. Con il primo motivo di ricorso principale il fallimento (OMISSIS) S.r.l. (già (OMISSIS) S.r.l.) lamenta che la Corte d’Appello di Firenze, ha erroneamente ritenuto che il marchio n. (OMISSIS), registrato da (OMISSIS), ancorché concesso prima dell’entrata in vigore del Decreto Legge n. 480 del 1992, ed ancorché valido al momento della concessione, non potesse essere utilizzato dopo l’entrata in vigore della riforma in quanto non usato prima di essa. La ricorrente sostiene, in particolare, che la Corte di merito non ha tenuto conto che il Decreto Legge n. 480 del 1992, articoli 88 e 89, disciplinano fattispecie diverse: l’articolo 88, il regime transitorio del marchio di fatto e l’articolo 89, il regime transitorio dei marchi registrati e alla fattispecie in esame sarebbe applicabile solo l’articolo 89, trattandosi di marchio registrato da (OMISSIS) prima dell’entrata in vigore del Decreto Legislativo n. 480 del 1992. Con il secondo motivo la (OMISSIS) srl lamenta la violazione dell’articolo 42 L.m. che consentiva a chi aveva registrato un marchio di iniziarne l’utilizzazione senza incorrere in decadenza entro tre anni dalla data del rilascio. Con il terzo motivo la ricorrente principale lamenta che la Corte d’Appello sia incorsa in un errore in procedendo allorché ha ritenuto non ritualmente proposta dalla (OMISSIS) l’eccezione di decadenza per non uso del marchio n. (OMISSIS) di cui (OMISSIS) è titolare. Secondo la ricorrente la Corte d’Appello aveva il potere-dovere di esaminare d’ufficio la validità del marchio di cui la (OMISSIS) si era avvalsa nei confronti delle convenute. Con il quarto motivo contesta la contraddittorietà della sentenza impugnata laddove ha confermato la sentenza del Tribunale, ma, a differenza di quanto ritenuto dal primo giudice, ha affermato che gli zainetti da essa commercializzati potevano considerarsi prodotti affini rispetto a quelli commercializzati dalla (OMISSIS) con il proprio marchio. Con il primo motivo di ricorso incidentale la società (OMISSIS) deduce l’errore in cui sarebbe incorsa la Corte d’Appello di Firenze nel respingere la richiesta avanzata di veder dichiarata la nullità del marchio (OMISSIS) registrato da (OMISSIS) nel 1992 Evidenzia che, a norma del Decreto Legislativo 412/1992 n. 480, articolo 1, il titolare del marchio ha diritto di vietare ai terzi di usare un segno identico o simile al marchio registrato per prodotti o servizi non affini, se il marchio registrato goda di tutela nello Stato e se l’uso del segno, senza giusto motivo, consenta di trarre indebitamente vantaggio dal carattere distintivo o dalla rinomanza del marchio. Deduce ulteriormente che,comunque, anche prima della entrata in vigore del Decreto Legislativo 480/92, la protezione del marchio notorio si estendeva anche nei confronti dei prodotti non affini. Con il secondo motivo contesta la sentenza impugnata laddove ha rigettato la domanda di risarcimento dei danni. La ricorrente (OMISSIS) srl deduce con il primo motivo di ricorso incidentale la medesima doglianza posta con il primo motivo del ricorso del fallimento (OMISSIS) lamentando l’errore della sentenza impugnata laddove ha ritenuto che il marchio n. (OMISSIS), registrato da (OMISSIS), ancorché concesso prima dell’entrata in vigore del Decreto Legge n. 480 del 1992, ed ancorché valido al momento della concessione, non potesse essere utilizzato dopo l’entrata in vigore della riforma in quanto non usato prima di essa. Con il secondo motivo di ricorso lamenta che la Corte d’appello non abbia pronunciato sulla contestata notorietà del marchio (OMISSIS). Con il terzo motivo di ricorso riprende le stesse doglianze di cui al secondo motivo del ricorso principale del fallimento (OMISSIS) sostenendo che tutto il sistema della legge – quale risulta anche dagli articolo 42 e 91 L.M. – non consente di ritenere che possa essere inibito l’uso di un marchio, quale quello in oggetto, perfettamente valido allorché sia stato utilizzato nei termini di legge. Con il quarto motivo fa proprie le doglianza svolte dal fallimento (OMISSIS) con il terzo motivo di ricorso principale; in aggiunta contesta l’affermazione della Corte d’appello secondo cui l’eccezione di nullità del marchio (OMISSIS) per non uso per tre anni non sarebbe stata sollevata da essa (OMISSIS) mentre invece siffatta eccezione era stata sollevata sia in primo che in secondo grado. Con il quinto motivo riprende il quarto motivo di ricorso della curatela fallimentare. Con il sesto motivo lamenta l’omessa pronuncia sulla propria eccezione di carenza di legittimazione passiva poiché la produzione e la commercializzazione degli zainetti era comunque addebitabile alla (OMISSIS) cui aveva affittato l’azienda. Va esaminato per primo, in quanto riveste carattere preliminare, il secondo motivo del ricorso incidentale della (OMISSIS) srl con cui si contesta la violazione dell’articolo 112 c.p.c., e comunque la mancanza di motivazione in ordine alla notorietà del marchio (OMISSIS). Il motivo è infondato e per altri aspetti inammissibile. È certamente infondato per quanto concerne l’omessa pronuncia di cui all’articolo 112 c.p.c., poiché la Corte d’appello,a conferma della già riconosciuta notorietà del marchio da parte della sentenza di primo grado, espressamente ne conferma il predetto carattere (v. pag 6 della sentenza) ponendo lo stesso alla base della decisione. Quanto alla mancanza di motivazione sulla pretesa censura in ordine alla notorietà del marchio, il motivo è inammissibile. La sentenza da atto nella parte narrativa che la sentenza di primo grado aveva accertato e riconosciuto il detto carattere e, nel riassumere poi il contenuto dell’atto di appello del fallimento (OMISSIS) srl, ha rilevato che questo sosteneva che “la sentenza aveva erroneamente fatto applicazione della norma transitoria del Decreto Legislativo n. 480 del 1992, articolo 88, giacché tale disposizione riguardava solo i marchi di fatto (e non quelli registrati), sicché a nulla rilevava la dichiarata – ma comunque non provata notorietà del marchio (OMISSIS) dell’attrice”. Da quanto riportato nella narrativa della impugnata sentenza non risulta in alcun modo che il fallimento odierno ricorrente principale o la ricorrente incidentale (OMISSIS) srl avessero proposto uno specifico motivo di appello con cui si contestava il carattere notorio del marchio della (OMISSIS). La Corte d’appello ha infatti rilevato soltanto che nell’ambito di una censura rivolta a contestare l’erronea applicazione del Decreto Legislativo n. 480 del 1992, articolo 88, si era rilevato che in tale contesto la questione della notorietà o meno del marchio non rivestiva rilevanza alcuna mentre la questione circa la mancata prova di detta caratteristica non costituiva una doglianza specifica ma un semplice inciso dell’argomentazione. Era pertanto onere della (OMISSIS) srl con il motivo di ricorso in esame indicare in modo specifico, riportandone il contenuto l’asserito motivo di appello che sarebbe stato proposto sul punto al fine di consentire a questa Corte, cui è inibito l’accesso alla visione degli atti della fase di merito, di valutare l’eventuale omessa motivazione sul punto da parte della sentenza impugnata. Il mancato adempimento del sopradetto onere rende il motivo non sindacabile in questa sede di legittimità. Si aggiunge tuttavia, ancorché superfluamente, che in ogni caso la Corte d’appello ha fornito idonea motivazione in ordine alla notorietà del marchio sia pure in riferimento alla decisione relativa alla concorrenza sleale per confusione laddove ha affermato (v. pag 8) che “i consumatori, i quali, acquistando zaini ed oggetti di cartolibreria marchiati (OMISSIS) sono portati a ritenere, vedendo anche la pubblicità relativa, che si tratti di oggetti prodotti dalla ditta inglese (avuto riguardo al fatto che è innegabile - come si evince dalla documentazione in atti ed anche per fatto notorio-che il nome (OMISSIS) richiama alla mente un particolare stile di abbigliamento, divenuto famoso nel mondo occidentale, sia per essere i relativi capi indossati da i personaggi dello spettacolo o della politica ritratti su pubblicazioni usualmente acquistate da quivis de populo, sia per essere stata più volte narrata la storia della famiglia che, sotto il suo nome, ha iniziato quell’attività di produzione”. Dal mancato accoglimento del motivo in esame discende che deve considerarsi definitivamente accertato in giudizio il carattere notorio del marchio (OMISSIS). Seguendo l’ordine logico delle questioni va ora esaminato il primo motivo del ricorso incidentale della (OMISSIS) ltd. Con tale motivo si deduce, con una prima censura, l’errore in cui sarebbe incorsa la Corte d’Appello di Firenze, nel respingere la richiesta avanzata di veder dichiarata la nullità del marchio (OMISSIS) registrato da (OMISSIS) nel 1992. Evidenzia la ricorrente incidentale che, a norma del Decreto Legislativo 412/1992 n. 480, articolo 1, il titolare del marchio ha diritto di vietare ai terzi di usare un segno identico o simile al marchio registrato per prodotti o servizi non affini, se il marchio registrato goda di tutela nello Stato e se l’uso del segno, senza giusto motivo, consenta di trarre indebitamente vantaggio dal carattere distintivo o dalla rinomanza del marchio. La ricorrente incidentale sostiene, in sostanza, che la nuova normativa del 1992 si applichi integralmente al caso di specie per cui doveva dichiararsi la nullità del marchio (OMISSIS) ottenuto dalla (OMISSIS). Il motivo si sofferma a sostenere il carattere notorio del marchio di cui essa è titolare, ma tali argomenti sono privi di rilevanza essendo già stato accertato dalla sentenza impugnata il detto carattere. Il ricorrente sostiene poi l’applicazione al caso di specie del Regio Decreto 21 giugno 1942, n. 929, articolo 1, come sostituito dal Decreto Legislativo n. 480 del 1992, laddove prevede che “il titolare ha il diritto di vietare ai terzi, salvo proprio consenso, di usare: b) un segno identico o simile al marchio registrato per prodotti o servizi non affini, se il marchio registrato goda nello stato di rinomanza e se l’uso del segno senza giusto motivo consente di trarre indebitamente vantaggio dal carattere distintivo o dalla rinomanza del marchio o reca pregiudizio agli stessi”. Tale assunto appare del tutto incomprensibile in quanto avulso dal contesto argomentativo della sentenza impugnata che ha di fatto applicato il predetto articolo ma tramite l’interpretazione delle disposizioni di diritto transitorio di cui al Decreto Legislativo n. 480 del 1992, articolo 88 e 89. Deduce poi, con una seconda censura, la società ricorrente incidentale che già la giurisprudenza nel vigore della normativa antecedente alla riforma del 1992 prevedeva la protezione dei marchi notori in relazione ai prodotti non affini. Tale doglianza appare fondata. Già una risalente decisione di questa Corte ha affermato che i marchi celebri, pur esplicando prevalentemente funzione distintiva del prodotto, tendono altresì a diffondere e far conoscere la provenienza dei prodotti o merci al consumo e vengono presi in considerazione dal pubblico per ricollegarvi non solo un prodotto, ma un prodotto di qualità soddisfacente. Essi, pertanto, estendono il campo di protezione al di là dei prodotti uguali o strettamente affini (secondo la nozione di affinità che interessa i marchi ordinari), dovendosi al loro riguardo accogliersi una nozione più ampia di affinità che tenga conto del pericolo di confusione, in cui il consumatore medio può cadere attribuendo al titolare del marchio celebre la fabbricazione di altri prodotti ovvero ritenendo falsamente l’esistenza di legami giuridici od economici tra le due imprese, sempre che non esista una rilevante distanza merceologica tra il vecchio ed il nuovo prodotto ovvero l’uno o l’altro siano altamente specializzati. (Cass. 2060/83). Tale orientamento giurisprudenziale ha trovato seguito anche nella successiva giurisprudenza di questa Corte che ha osservato che il giudizio di “affinità” di un prodotto rispetto ad un altro coperto da un marchio notorio o rinomato deve essere formulato – anche nel sistema normativo previgente alle modifiche introdotte con il Decreto Legislativo n. 480 del 1992, e così come da interpretarsi conformemente alla direttiva n. 89/104/CEE secondo un criterio più largo rispetto ai marchi comuni. Il giudizio di affinità non può prescindere, infatti, dalla forza individualizzante che il marchio medesimo ha conseguito sul mercato. Attraverso la divulgazione del marchio notorio, si rende partecipe il pubblico dei consumatori della stessa provenienza dei prodotti immessi al consumo ed il successo del prodotto è garantito, appunto, a parte le sue qualità intrinseche, dalla rinomanza che la fonte produttiva ha acquisito nel tempo. (Cass. 14315/99). In siffatta circostanza, alla luce della direttiva comunitaria 89/104, si deve tener conto del pericolo di confusione che si determina quando un marchio si mette al traino di altro che sia tuttavia noto, (in ciò infatti consiste il vantaggio di tale comportamento) per distinguere un prodotto il cui grado di affinità con quello contrassegnato dal marchio noto non è grande. Tale situazione giustifica che si tenga conto ai fini della affinità del pericolo che il consumatore medio attribuisca al fabbricante di un prodotto noto l’offerta di un prodotto ulteriore non rilevantemente distante sul piano merceologico, cosicché il prodotto meno noto si avvantaggia di quello noto e del suo segno (Cass. 23787/04). Questa Corte ha poi rilevato che l’orientamento interpretativo assunto risultava ulteriormente rafforzato dalla tutela che il marchio rinomato aveva espressamente ricevuto dalla modifica normativa introdotta dal Decreto Legislativo n. 480 del 1992, da cui emergeva un vero e proprio favor legis nei confronti dei marchi notori. (Cass. 14315/99). La sentenza impugnata,dopo avere dato atto che la sentenza di primo grado aveva ritenuto che tra il marchio della (OMISSIS) e quello delle ricorrenti principali, quanto meno in relazione alle classi 25,da un lato, e 18,dall’altro, vi era affinità, e che la (OMISSIS) e la (OMISSIS) spa avevano sfruttato la forza evocativa del marchio (OMISSIS), ha ritenuto di escludere la sussistenza di tale condizione sulla base della diversità della clientela e dei luoghi di smercio. Tale motivazione non appare conforme ai principi dianzi enunciati. La sentenza impugnata infatti non ha tenuto conto in alcun modo nel giudizio di affinità sommariamente espresso della estensione naturale del concetto di affinità che discende dalla notorietà del marchio nè del pericolo di confusione per il consumatore. La doglianza va pertanto accolta. Da ciò discende l’assorbimento del primo motivo del ricorso principale, nonchè del primo motivo del ricorso incidentale della (OMISSIS) srl, che pongono entrambi la medesima questione, essendo evidente che potrà addivenirsi all’esame della questione di diritto transitorio posta dall’interpretazione del Decreto Legislativo n. 480 del 1992, articoli 88 ed 89, solo se il giudice del rinvio, nel rivalutare la questione della affinità dei prodotti cui si riferiscono i marchi oggetto di giudizio, non reputi che il marchio rilasciato alla (OMISSIS) srl prima della entrata in vigore del citato decreto legislativo sia non affine rispetto al quello della (OMISSIS) ltd e non sia quindi nullo alla luce della normativa antecedente al Decreto Legislativo n. 480 del 1992. Per le medesime ragioni risultano assorbiti il secondo motivo del ricorso principale ed il terzo motivo del ricorso incidentale della (OMISSIS). Entrambi i motivi pongono la medesima questione della violazione dell’articolo 42 l.m., che, per effetto del richiamo operato dal Decreto Legislativo n. 480 del 1992, articolo 91, consentiva a chi aveva registrato un marchio di iniziarne l’utilizzazione senza incorrere in decadenza entro tre anni dalla data del rilascio purchè non fosse già incorso nella detta decadenza al momento della entrata in vigore del decreto legislativo. Tale questione inerisce infatti alla questione dell’applicazione e dell’interpretazione del Decreto Legislativo n. 480 del 1992, articoli 88 e 89. Il terzo motivo del ricorso principale può essere esaminato con il quarto motivo del ricorso incidentale della (OMISSIS), ponendo i motivi la medesima questione con cui si lamenta che la Corte d’Appello sia incorsa in un error in procedendo allorché ha ritenuto non ritualmente proposta dalla (OMISSIS) l’eccezione di decadenza per non uso del marchio n. (OMISSIS) di cui (OMISSIS) è titolare. Secondo la curatela ricorrente principale nonchè secondo la società ricorrente incidentale la Corte d’Appello aveva il potere-dovere di esaminare d’ufficio a validità del marchio di cui la (OMISSIS) si era avvalsa nei confronti delle convenute. Tale assunto è erroneo alla luce della giurisprudenza di questa Corte che ha affermato che il Regio Decreto 21 giugno 1942, n. 929, articolo 42, in tema di decadenza dal brevetto, non prevede che tale decadenza possa essere rilevata dal giudice d’ufficio, ma la stessa deve essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse, cioè da chi impugna il brevetto, il quale ha inoltre l’onere non solo di allegare la nullità o la decadenza, ma di fornirne la prova (articolo 58), ovvero dal pubblico ministero, in contraddittorio con gli aventi diritto al marchio, nell’Esercizio di un potere di azione (articolo 59). (Cass. 6259/82; Cass. 7583/83). I due motivi vanno pertanto respinti. Assorbiti risultano invece il quarto motivo del ricorso principale ed il quinto del ricorso incidentale della (OMISSIS) srl che pongono la medesima questione circa la contraddittorietà nella sentenza impugnata tra la motivazione ed il dispositivo laddove in quest’ultimo si confermata la sentenza del tribunale ma, a differenza di quanto ritenuto dal primo giudice, mentre si è affermato nella parte motiva della sentenza che gli zainetti da esse commercializzati potevano considerarsi prodotti affini rispetto a quelli commercializzati dalla (OMISSIS) con il proprio marchio. È evidente che a seguito dell’accoglimento per quanto di ragione del primo motivo del ricorso incidentale della (OMISSIS) il giudice del rinvio dovrà riesaminare ex novo anche tale questione. Con il sesto motivo del ricorso incidentale la (OMISSIS) lamenta l’omessa pronuncia sulla propria eccezione di carenza di legittimazione passiva poiché la produzione e la commercializzazione degli zainetti era comunque addebitabile alla (OMISSIS) cui aveva affittato l’azienda. Il motivo è manifestamente infondato. La sentenza impugnata ha motivato sul punto avendo rilevato (v. pag. 7 della sentenza) che entrambe le società avevano concorso nel compimento di atti di concorrenza sleale “consentendo la prima, attraverso la concessione dell’uso del marchio alla seconda, che questa potesse commercializzare anche prodotti, come gli zaini, aventi affinità con quelli di abbigliamento commercializzati dalla (OMISSIS)”. Il secondo motivo del ricorso incidentale della (OMISSIS), con cui contesta la sentenza impugnata laddove ha rigettato la domanda di risarcimento dei danni, è inammissibile. Osserva il collegio che il giudice del merito ha ritenuto che la prova della esistenza del danno, ancorché ne sia richiesta la liquidazione equitativa spetta alla parte richiedente. Quindi ha ritenuto che tale prova non sia stata fornita. La sentenza impugnata su tale punto ha motivato diligentemente, rilevando che non era stata fornita la prova della commercializzazione di prodotti analoghi a quelli della (OMISSIS) nè che,per effetto della cattiva qualità degli zainetti venduti dalle controparti, si fosse verificato un calo delle vendite dei prodotti di essa (OMISSIS). Le censure che quest’ultima muove a siffatta motivazione sono del tutto generiche ed apodittiche limitandosi alla affermazione di uno sviamento della clientela senza alcun riferimento in ordine alle prove fornite in giudizio in ordine a siffatta circostanza. In conclusione, dunque, va accolto nei termini di cui in motivazione il primo motivo del ricorso incidentale della (OMISSIS) dichiarato inammissibile il secondo; vanno dichiarati assorbiti il primo il secondo ed il quarto motivo del ricorso principale, rigettato il terzo; vanno dichiarati assorbiti il primo, il terzo, ed il quinto motivo del ricorso incidentale della (OMISSIS) spa,rigettati il secondo ed il quarto ed il sesto. La sentenza impugnata va pertanto cassata in relazione alla censura accolta del primo motivo del ricorso incidentale della (OMISSIS) con rinvio anche per la liquidazione delle spese del presente giudizio alla Corte d’appello di Firenze in diversa composizione che dovrà valutare – dandone atto con adeguata motivazione – circa l’esistenza di un rapporto di affinità tra i prodotti cui si riferisce il marchio della (OMISSIS) e quelli cui si riferisce il marchio della (OMISSIS) e della (OMISSIS) tenendo conto del principio di diritto, sopra enunciato, che il giudizio di affinità di un prodotto rispetto ad altro coperto da marchio notorio o rinomato deve essere formulato, secondo il sistema previgente interpretato in modo conforme alla direttiva n.89/104/CEE, secondo un criterio più largo di quello adoperato per i marchi comuni, traendo a seguito della decisione che si assumerà le necessarie conseguenze nella valutazione dei motivi assorbiti. P.Q.M. Riunisce i ricorsi. Accoglie nei termini di cui in motivazione il primo motivo del ricorso incidentale della (OMISSIS) dichiarato inammissibile il secondo; dichiara assorbiti il primo, il secondo ed il quarto motivo del ricorso principale, rigetta il terzo; dichiara assorbiti il primo, il terzo, ed il quinto motivo del ricorso incidentale della (OMISSIS) spa, rigettati il secondo, il quarto ed il sesto; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia anche per la liquidazione delle spese del presente giudizio alla Corte d’appello di Firenze in diversa composizione.

  • Sentenze online, Pizzetti: "Tutela privacy può passare anche da motore di ricerca dedicato"

    "Il Garante Privacy ha dichiarato di essere aperto ad un confronto sul tema della tutela della riservatezza nell'ambito della pubblicazione online delle sentenze. Personalmente vorrei proporre l'idea di rendere accessibili i documenti tramite motori di ricerca dedicati in alternativa a quelli generici". A parlare è Francesco Maria Pizzetti, giurista, già presidente dell’Autorità Garante per la Privacy dall’aprile del 2005 al giugno del 2012 e Professore ordinario di diritto costituzionale all’Università di Torino oltre che docente di diritto della tutela dei dati personali presso l’università LUISS di Roma. L'occasione di riflessione è data dalla lettera che nei giorni scorsi il Garante Privacy Antonello Soro ha indirizzato a Giorgio Santacroce, primo presidente della Corte Suprema di Cassazione, a seguito della pubblicazione, sul sito della Cassazione stessa, di tutte le sentenze emesse dalla Suprema Corte in materia civile negli ultimi cinque anni. In sostanza, Soro ha chiesto di "espungere dai provvedimenti i dati identificativi", provvedimento che "pur nulla togliendo alla comprensione del contenuto giuridico della pronuncia, consentirebbe tuttavia di minimizzare l’impatto, in termini di riservatezza, della più ampia accessibilità dell’atto in rete". "L'articolo 52 del Codice in materia di protezione dei dati personali - spiega Pizzetti - prevede già la possibilità che un giudice, autonomamente o su richiesta delle parti e in determinate circostanze, possa stabilire l'anonimizzazione dei nomi delle parti negli atti che verranno poi resi pubblici. Una cautela caso per caso che nelle intenzioni dell'Autorità muterebbe in una anonimizzazione di default per tutte le sentenze diffuse online dalla Corte di Cassazione. Ora, il principio di base è che a fini di ricerca giuridica e analisi ad essere rilevanti sono i principi che emergono da una sentenza e non i protagonisti della vicenda processuale - un principio che ha già orientato passate decisioni riguardanti la diffusione di sentenze per finalità di informazione giuridica - ma nella sua lettera il Garante allarga lo scenario facendo riferimento alla sentenza della Corte di Giustizia Europea del maggio scorso sulla de-indicizzazione di contenuti dai motori di ricerca, palesando così che la preoccupazione è relativa alla possibilità che tali dati circolino in rete attraverso motori di ricerca generalisti, in una cornice de-contestualizzata. È la dinamica che nella lettera viene riassunta nell'espressione 'indiscriminata accessibilità via web'. In questo senso, e qui la mia proposta, potrebbe essere utile prevedere che le sentenze online siano disponibili mediante uno strumento di ricerca dedicato che renda specifiche le ricerche e metta al riparo da quella circolazione indiscriminata delle informazioni. In sostanza, si tratta di propendere per la modifica dell'accessibilità piuttosto che per la modifica del dato". "Va inoltre tenuto in considerazione - conclude Pizzetti - che per determinate vicende l'anonimizzazione diventa rimedio parziale laddove elementi di contesto permettano comunque di risalire alle identità delle parti in causa, un dato che rafforza la convinzione che uno strumento di ricerca dedicato come quello sopra descritto possa garantire il bilanciamento tra gli interessi in gioco. Discorso analogo se si aggiunge che l'accesso alle sentenze, pubbliche per definizione, in modalità offline avviene attraverso la richiesta di copia cartacea ad un ufficio dedicato, stabilendo di fatto un filtro, uno step che rende la ricerca stessa messa in atto solo dai soggetti realmente interessati. Sotto un certo punto di vista, il motore di ricerca dedicato riproduce online questo tipo di dinamica". LEGGI Diritto all’oblio: cosa non possiamo chiedere a Google. Considerazioni sull’applicazione della sentenza della Corte di Giustizia Pizzetti: “Sentenza CGUE non è su diritto all’oblio. Ma pone questioni fondamentali su evoluzione normativa” 14 ottobre 2014
  • Servizio universale, la Corte di Giustizia Europea sanziona il Portogallo per 3 milioni di euro

    La misura nei confronti del Paese lusitano arriva per la mancata esecuzione di una sentenza per inadempimento emessa nel 2010 La Corte di Giustizia Europea ha condannato il Portogallo al pagamento di una somma forfettaria di 3 milioni di euro e a una penalità di 10mila euro per ogni giorno di ritardo per non aver dato esecuzione ad una sentenza per inadempimento emessa dalla stessa Corte nel 2010 in materia di servizio universale. La società Portugal Telecom (PTC) è il maggiore operatore di telecomunicazioni in Portogallo, presente anche in numerosi altri paesi, soprattutto nei paesi lusofoni (infatti gestisce in Brasile la rete mobile più importante dell’emisfero australe). Nel 1995 la PTC ha ottenuto dal governo portoghese la gestione economica esclusiva del servizio pubblico delle telecomunicazioni. In linea di principio, la gestione le è stata concessa fino alla liberalizzazione dell’attività conformemente al diritto dell’Unione. La Direttiva Servizio Universale (Direttiva 2002/22/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 7 marzo 2002, relativa al servizio universale e ai diritti degli utenti in materia di reti e di servizi di comunicazione elettronica - GU L 108, pag. 51) prevede che ogni Stato membro debba designare i fornitori del servizio universale, nel rispetto dei principi di obiettività, trasparenza, non discriminazione e proporzionalità. Tale direttiva doveva essere recepita dagli Stati membri entro il 24 luglio 2003. La vicenda Nel 2005 la Commissione ha avviato contro il Portogallo un procedimento precontenzioso poiché la PTC, dopo il 2003, aveva continuato a fornire il servizio universale a titolo esclusivo e la sua designazione non era stata effettuata secondo la procedura prevista dalla direttiva. Nel 2009 la Commissione ha proposto contro il Portogallo un ricorso per inadempimento dinanzi alla Corte di giustizia. La Corte, con sentenza del 7 ottobre 2010, ha dichiarato che, per quanto riguarda la designazione del fornitore del servizio universale, il Portogallo non aveva correttamente recepito le disposizioni della direttiva né garantito l’applicazione pratica di tali disposizioni. Dopo aver ingiunto al Portogallo di conformarsi entro il 7 giugno 2011 agli obblighi derivanti dalla sentenza del 2010, la Commissione, considerando che la sentenza non era ancora stata eseguita, aveva deciso di proporre nel 2013 un nuovo ricorso per inadempimento. La Commissione, sostanzialmente, riteneva che il contratto di concessione concluso con la PTC fosse ancora in vigore e che le imprese incaricate di fornire il servizio universale non fossero ancora state designate mediante un procedimento conforme al diritto dell’Unione. Al riguardo, la Commissione aveva sottolineato che il Portogallo ha avviato la procedura di gara per la selezione dei fornitori del servizio universale solo nel mese di ottobre del 2012, mentre la nuova legislazione diretta ad abrogare la normativa contraria al diritto dell’Unione entrerà in vigore solamente il 1° giugno 2014. Inoltre, la risoluzione del contratto di concessione concluso con la PTC non è prevista prima del 2025. La Commissione aveva chiesto così che il Portogallo fosse condannato a pagare una penalità di 43.500 euro per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione della sentenza del 2010 nonché una somma forfettaria di 5mila euro per ogni giorno trascorso tra la data di pronuncia della sentenza del 2010 e la data in cui il Portogallo si sarebbe conformato alla stessa ovvero la data in cui la Corte avesse emesso la sentenza nel nuovo procedimento per inadempimento, cioè il pronunciamento arrivato oggi. La sentenza Nella sentenza odierna, la Corte afferma che il Portogallo non ha adottato le misure che comporta l’esecuzione della sentenza del 2010. La Corte, infatti, rileva che, alla data del 7 giugno 2011, il contratto di concessione concluso con la PTC era ancora in vigore e che la normativa diretta ad abrogare le disposizioni contrarie al diritto dell’Unione entrerà in vigore solamente il 1° giugno 2014. D’altra parte, la Corte dichiara che, al 7 giugno 2011, il Portogallo non aveva designato, mediante un procedimento conforme alla direttiva, le imprese incaricate di fornire il servizio universale. Tenuto conto delle circostanze del caso di specie, la Corte ritiene giustificato condannare il Portogallo al pagamento di una somma forfettaria e di una penalità. Quanto alla somma forfettaria, la Corte rileva che la mancata esecuzione della sentenza del 2010 ha pregiudicato interessi privati e pubblici. Essa sottolinea, inoltre, che il contratto di concessione che attribuisce alla PTC la fornitura del servizio universale fino al 2025 è stato approvato il 17 febbraio 2003 successivamente all’entrata in vigore della direttiva e che gli Stati membri erano tenuti a recepire tale direttiva entro e non oltre il 24 luglio 2003. La Corte afferma che detti elementi sono tali da richiedere l’adozione di una misura dissuasiva come la condanna al pagamento di una somma forfettaria. La Corte osserva poi che la durata dell’infrazione (vale a dire quasi tre anni e mezzo, di cui ventotto mesi di ritardo nell’esecuzione della sentenza) è eccessiva. Essa considera inoltre che si tratta di un’infrazione grave, e questo per due motivi:
    1. il mancato recepimento ha ostacolato il buon funzionamento del mercato interno;
    2. la mancata esecuzione della sentenza del 2010 ha avuto conseguenze negative su interessi sia privati (vale a dire quelli delle imprese eventualmente interessate alla fornitura del servizio universale) sia pubblici (ossia quelli degli utenti finali).
      La Corte sottolinea che occorre tuttavia tener conto del fatto che, per quanto concerne la designazione delle imprese incaricate di fornire il servizio universale, nel mese di ottobre del 2012 sono state avviate procedure conformi di gara. La Corte rileva che i nuovi contratti che designano tali imprese e l’abrogazione definitiva della normativa che autorizza il mantenimento del contratto di esclusiva della PTC produrranno effetti il 1° giugno 2014. Infine, la Corte sottolinea che la capacità contributiva del Portogallo è diminuita nel contesto della crisi economica. La Corte considera peraltro che il pagamento di una penalità costituisce un mezzo finanziario adeguato a garantire l’esecuzione completa della citata sentenza. Essa ritiene tuttavia che l’imposizione della somma proposta dalla Commissione non sia proporzionata, perché non tiene debitamente conto del fatto che il Portogallo ha attuato le misure necessarie per adempiere ad una parte rilevante dei suoi obblighi. Alla luce di detti elementi, la Corte stabilisce che è proporzionato condannare il Portogallo al pagamento di una somma forfettaria di 3 milioni di euro e di una penalità pari a 10mila euro per ogni giorno di ritardo nell’attuazione delle misure necessarie per l’esecuzione della sentenza del 2010. 25 giugno 2014
  • Sulla pretesa incostituzionalità dell’art. 6, terzo comma, della Legge n. 40 del 2004

    di Carlo Casini e Marina Casini

    La Corte Costituzionale è stata nuovamente chiamata dal Tribunale di Firenze (ordinanza n. 166 del 7 dicembre 2012) [1] a valutare la disposizione del 3° comma dell’art. 6 della Legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita (PMA) [2] nella parte in cui si stabilisce che la richiesta di procedere alla PMA “può essere revocata fino al momento della fecondazione dell’ovulo”.

    La questione non è nuova. Essa era già stata dichiarata inammissibile dalla stessa Corte nella sentenza n. 151 del 2009 che aveva annullato l’obbligo di trasferire in utero tutti gli embrioni generati in provetta, salva l’eccezione di un impedimento (“forza maggiore”) “dovuto allo stato di salute della donna non prevedibile al momento della fecondazione” [3] (art. 14/2). Il Tribunale di Firenze l’ha è ripresentata insieme alla richiesta di annullamento del divieto di sperimentazione distruttiva su embrioni contenuto nell’art. 13 commi 1 e 2 della medesima Legge 40/2004. Abbiamo sottoposto ad esame critico questa parte dell’ordinanza fiorentina in un saggio dal titolo “Lo statuto dell’embrione umano: riflessioni dopo la sentenza costituzionale n. 229 del 2015”, in corso di stampa nel n. 1 del 2016 della rivista “Il diritto della famiglia e delle persone”.

    Ci pare ora opportuno completare la riflessione applicando anche alla discussione sull’art. 6 comma 3 l’orientamento emergente dalla suddetta sentenza 229/2015 [4]. In essa si scrive chiaramente che l’embrione non è una cosa. È una affermazione coerente con l’altra recentissima decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo che nella causa “Parrillo c. Italia” del 27 agosto 2015 [5] ha stabilito che l’embrione non può essere oggetto di proprietà. Se non né una cosa, non è un oggetto; se non è un oggetto, non può essere che un soggetto. In effetti è quanto si legge nella sentenza 229/2015, sia pure con l’annotazione che il bilanciamento del diritto alla vita dell’embrione con altri beni, anche essi costituzionalmente protetti, può condurre ad un affievolimento della “soggettività” (rectius: della tutela) dell’embrione. In ogni caso, anche in questa logica, la qualità di soggetto non viene meno. Va ricordato che la indicazione della sentenza 229/2015 è coerente con i pareri ripetutamente formulati dal Comitato nazionale di bioetica (22 giugno 1996 su “Identità e statuto dell’embrione umano” [6]; 11 aprile 2003 su “Ricerche utilizzanti embrioni umani e cellule staminali” [7]; 15 luglio 2005 su “Considerazioni bioetiche in merito al c.d. Ootide” [8]; 18 novembre 2005 su “Adozione per la nascita di embrioni crioconservati e residuali derivanti da procreazione medicalmente assistita (PMA)” [9]; 16 dicembre 2005 su “Aiuto alle donne in gravidanza e depressione post-partum” [10]) e con la precedente sentenza costituzionale n. 27 del 18 febbraio 1975 in tema di aborto [11], specialmente secondo la interpretazione precisata nella successiva decisione della Consulta n. 35 del 10 febbraio 1997 [12].

    Si comprende allora la ratio del 3° comma dell’art. 6 Legge 40/2004. È una ratio che resiste solidamente alle cesure formulate dal Tribunale di Firenze. Essa parte dall’affermazione che l’embrione è un semplice “materiale genetico” (cioè sostanzialmente una “cosa”) e su questa base sostiene che l’art. 13/3 della Legge 40/2004 viola il diritto fondamentale di autodeterminazione della donna e il principio del necessario consenso informato che condiziona la liceità di ogni intervento terapeutico e che deve non solo precedere, ma anche sussistere, in ogni fase dell’intero percorso sanitario.

    Ma se il concepito non è una cosa (cioè non è un oggetto), ma un soggetto (evidentemente umano), devono essere messi in campo altri valori costituzionali, il primo dei quali è il dovere di mantenimento dei figli (art. 30 Cost.), che non può cedere totalmente neppure nella disciplina dell’aborto volontario alla sola autodeterminazione della donna, tanto è vero che, anche nei primi 3 mesi di gestazione, la liceità della IVG suppone l’esistenza di un pericolo per la salute (art. 4 L. 194/1978[13]) ed esige quindi un bilanciamento nel quale rientrano anche i tentativi di evitare l’aborto con strumenti di vario genere: attesa dei sette giorni, intervento dei consultori, colloquio dissuasivo anche del medico, altri interventi affidati alla discrezionalità delle istituzioni, collaborazione del volontariato: artt. 1-2-5 (sul punto si veda in particolare, la sentenza costituzionale 35/1997). Sullo sfondo vi è la particolare irripetibile condizione della gravidanza con le indicazioni che il legislatore ha ritenuto di dover considerare (il rischio di aborto clandestino, impossibilità di proteggere il figlio senza la collaborazione della madre).

    Inoltre, è assai discutibile che la PMA possa essere assimilata ad una vera e propria terapia: anche se nasce un figlio la sterilità resta e non è sanata; anche se una conturbante selezione embrionale può evitare la nascita di un figlio affetto dalle malattie potenzialmente ereditate dai genitori, la malattia resta.

    Ma, soprattutto, così come deve essere tenuta in considerazione la “particolare situazione della gravidanza”, parimenti deve essere considerata la “particolare situazione” in cui matura la decisione di accedere alle tecniche di PMA. Il dovere costituzionale di mantenere i figli sembra particolarmente intenso dal momento che il figlio è venuto ad esistenza per libera e meditata decisione ed è stato addirittura strenuamente cercato, in qualche caso “ad ogni costo”. Viene in mente il 3° comma dell’art. 47 della legge sull’adozione [14], secondo cui gli aspiranti adottanti possono revocare il loro consenso fino a che non è emanata la sentenza di adozione (“L’adozione produce i suoi effetti dalla data della sentenza che la pronuncia. Finché la sentenza non è emanata, tanto l'adottante quanto l'adottando possono revocare il loro consenso”). È logico: se voglio un figlio (generato naturalmente o artificialmente o ottenuto con l’adozione) finché il figlio non c’è opera in pienezza l’autodeterminazione, ma da quando il figlio compare quanto meno essa non è più l’unico valore da considerare. Bisogna poi riflettere sulla regola generale dell’art. 6/3: essa disciplina ogni forma di PMA (anche quella non in vitro) e riguarda entrambi i membri della coppia richiedente. Perciò, il marito o partner non può ritirarsi dal prestato consenso. Di conseguenza: 1) è legittimo il trasferimento dell’embrione voluto dalla donna, anche a fronte del dissenso del padre; 2) la qualifica del figlio come legittimo o naturale riconosciuto non può essere esclusa con tutti i connessi doveri genitoriali previsti dalle leggi.

    In sostanza, la ratio legis è evidente: con la fecondazione un nuovo essere umano inizia la sua esistenza. Esso è un soggetto titolare di diritti (art. 1), il primo dei quali è quello alla vita: non può dunque essere distrutto, né esposto a rischio di distruzione. Inoltre nascono in favore del nuovo essere umano obblighi soprattutto nei soggetti che lo hanno generato. Il dovere di “mantenerlo” è addirittura di rango costituzionale, sancito com’è dall’art. 30 Cost. (“E’ dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli anche se nati fuori del matrimonio”). In ordine alla PMA questo dovere è particolarmente intenso, dal momento che il figlio è venuto all’esistenza per libera e meditata decisione ed è stato anche strenuamente ricercato.

    Saggiamente la Legge 40/2004 prevede la irrevocabilità del consenso dopo la generazione dell’embrione, ma non prevede nessuna sanzione per il caso che la donna non voglia il trasferimento in utero. Nessuna coazione è possibile [15]. Di fatto il consenso della donna è necessario, ma la norma dell’art. 6/3 resta una guida all’azione, particolarmente importante. Il diritto conosce le norme qualificate “men che perfette”, quelle cioè che prescrivono un comportamento ma non lo sanzionano e non lo attuano in modo alternativo. Ma come è noto la funzione del diritto positivo è prima di tutto preventiva, vuole essere, appunto, una “guida all’azione”. La norma non è quindi inutile. L’esclusione della coercibilità non esclude la ragionevolezza e la legittimità costituzionale della norma che afferma e disciplina l’obbligo. Va di nuovo sottolineata la “particolare situazione” della PMA rispetto alla situazione che si configura nel caso dell’aborto volontario. Quest’ultimo si contraddistingue quasi sempre per il carattere indesiderato della gravidanza: il figlio non è stato programmato ed è dunque inatteso e non voluto. Di regola l’inizio della sua vita non è frutto di autodeterminazione. Invece, nel caso del figlio generato mediante le tecnologie riproduttive non si può certo affermare che l’eventuale gestazione è “indesiderata”. L’autodeterminazione si esprime senza ambiguità e decide di generare il figlio. Nel campo della PMA, la maggior parte delle cause incidenti sulla salute e che la Legge 194/1978 considera come indicazioni per l’eliminazione dell’embrione – cause familiari, sociali, economiche, circostanze in cui è avvenuto il concepimento – sono state già adeguatamente prese in considerazione dalla donna (e dalla coppia), e ritenute insussistenti o ininfluenti. La volubilità del giudizio è difficilmente razionalizzabile nella PMA.

    La questione del consenso informato è fuori luogo. Abbiamo visto che di fatto per il trasferimento dell’embrione in utero – in quanto non coercibile – occorre il consenso della donna. Naturalmente – come era già previsto nel testo originario della Legge 40/2004 – alcune cause oggettive di forza maggiore possono impedire il trasferimento in utero degli embrioni generati.

    La sentenza costituzionale 151/2009 ha ampliato questa possibilità annullando il limite massimo di tre embrioni generabili nell’unità di un ciclo e l’obbligo del loro immediato trasferimento. Si noti, tuttavia, che la Consulta, pur intervenendo sul 3° comma dell’art. 14, non ha annullato il principio, ivi scritto, di un dovere di trasferimento, manifestato dalle parole “da realizzare non appena possibile”, principio coerente con l’irrevocabilità del consenso una volta avvenuto il concepimento, fissato nel 3° comma dell’art. 6. Tanto più significativa è – dunque – la infondatezza del dubbio di costituzionalità che la sentenza 151/2009 aveva già dichiarato inammissibile. Si aggiunga che nella sentenza ora citata la preoccupazione di salvaguardare la vita dell’embrione, nonostante l’allentamento dei limiti originariamente stabiliti dalla Legge 40/2004, emerge dalla consapevole e motivata conservazione del principio secondo cui le tecniche di produzione non devono creare un numero di embrioni superiore a quello strettamente necessario.

    Sembra, dunque, che la questione di costituzionalità debba essere considerata infondata.

    Va osservato anche che le sentenze costituzionali 96/2015 [16] e 229/2015 hanno già tolto dalla legge l’obbligo – che abbiamo visto essere sostanzialmente una semplice “guida all’azione” – di trasferire gli embrioni ritenuti “malati” mediante accertamenti genetici. Ma si tratta di una eccezione alle regole generali, motivata da ragioni sanitarie, che non fa venire meno la irrevocabilità del consenso dopo la formazione dell’embrione non giudicato “malato”. E, ancora una volta, va constatata, nonostante tutto, nella decisione 96/2015, la preoccupazione per la vita del concepito mediante l’auspicio di un intervento legislativo idoneo a garantire rigorosamente la serietà e la gravità dei rischi per la salute del figlio mediante “la individuazione delle patologie che possono giustificare il ricorso alla PMA delle coppie fertili e delle procedure di accertamento ed una opportuna previsione di forme di autorizzazione e di controllo delle strutture abilitate ad effettuarle”, alla stregua del “criterio normativo di gravità”.

    In ogni caso per i nove embrioni crioconservati che le parti attrici vorrebbero sottoporre a sperimentazione distruttiva, non esiste più il problema della irrevocabilità del consenso al trasferimento in utero per effetto delle sentenze 96/2015 e 229/2015. Dunque la questione è irrilevante e come tale appare inammissibile qualora non dovesse essere ritenuta – come sembra giusto – infondata.

    Note

    [1]Tribunale di Firenze, Ordinanza 7 dicembre 2012, n. 166, in Gazzetta Ufficiale, 17 luglio 2013, Prima serie speciale n. 29, pp. 65-76.

    [2]Legge 19 febbraio 2004, n. 40. Norme in materia di procreazione medicalmente assistita, in Gazzetta Ufficiale, 24 febbraio 2004, n. 45.

    [3]Corte Costituzionale, Sentenza 1° aprile-8 maggio 2009, n. 151, in Gazzetta Ufficiale, 13 maggio 2009, n. 19.

    [4]Id., Sentenza n.229 del 21 ottobre – 11 novembre 2015, in Gazzetta Ufficiale, 18 novembre 2015, Prima serie speciale n. 46, pp. 9-12 (http://www.iss.it/binary/rpma/cont/sentenza_CC_229_2015.pdf).

    [5]European Court of Human Rights – Grand Chamber, Case of Parrillo v. Italy (Application no. 46470/11) (http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato565751.pdf ).

    [6]Comitato Nazionale per la Bioetica, Identità e statuto dell’embrione umano,22 giugno 1996, in Medicina e Morale, 1997, 2, pp. 328 – 349.

    [7]Id., Parere su Ricerche utilizzanti embrioni umani e cellule staminali, 11 aprile 2003, in Medicina e Morale, 2003, 4, pp. 725 – 726.

    [8]Id., Considerazioni bioetiche in merito al c.d. “ootide”, 15 luglio 2005 (http://presidenza.governo.it/bioetica/testi/Ootide.pdf).

    [9]Id., Adozione per la nascita degli embrioni crioconservati e residuali derivanti da procreazione medicalmente assistita (PMA), 18 novembre 2005 (http://presidenza.governo.it/bioetica/testi/APN.pdf).

    [10]Id., Aiuto alle donne in gravidanza e depressione post-partum,16 dicembre 2005 (http://presidenza.governo.it/bioetica/testi/aiuto_donne_gravidanza.pdf).

    [11]Corte Costituzionale, Sentenza n. 27 del 18 febbraio 1975, in Giurisprudenza Costituzionale, 1975, I, pp. 117 – 120.

    [12]Id., Sentenza 30 gennaio-10 febbraio 1997, n. 35, in Giurisprudenza costituzionale, 1997, I, pp. 281-293.

    [13]Legge 22 maggio 1978, n. 194, Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza, in Gazzetta Ufficiale, 22 maggio 1978, n. 140.

    [14]Legge 4 maggio 1983, n. 184, Diritto del minore ad una famiglia come modificata dalla Legge 28 marzo 2001, n. 14 (in Gazzetta Ufficiale, Gazzetta Ufficiale, 26 aprile 2001, n. 96).

    [15]Certamente, di fronte al persistente rifiuto della donna, non è possibile (né sarebbe opportuno) il ricorso al trasferimento forzoso assolutamente non previsto dalla legge, né dalle norme sul trattamento sanitario obbligatorio. L’art. 13 della Costituzione vieta qualsiasi restrizione della libertà personale che non sia disposta dall’autorità giudiziaria e l’art. 32 Cost., al comma 2, stabilisce che “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento se non per disposizione di legge”. Conseguentemente la Legge n. 833 del 23 dicembre 1978 sul servizio sanitario nazionale afferma, all’art. 33, che “gli accertamenti e i trattamenti sanitari sono di norma volontari ”. Tra le eccezioni vi è quella della Legge n. 180 del 13 maggio 1978 sulla riforma nell’assistenza psichiatrica, nella quale, peraltro all’art. 1 è ribadito il principio che “gli accertamenti e i trattamenti sanitari sono volontari ”. Dunque è certo che l’embrione non può essere trasferito coattivamente nelle vie genitali della donna che in extremis lo rifiutasse.

    [16]Corte Costituzionale, Ordinanza n. 96 del 14 maggio-5 giugno 2015, in Gazzetta Ufficiale, 10 giugno 2015, n. 23.

    19 febbraio 2016
  • Tariffe di telecomunicazione: l'aumento in base a un indice dei prezzi al consumo non consente agli abbonati di recedere dal contratto

    L’aumento delle tariffe di telecomunicazione in base a un indice dei prezzi al consumo non consente agli abbonati di recedere dal loro contratto, in quanto "non sussiste modifica delle condizioni contrattuali qualora le condizioni generali prevedano la possibilità di aumentare le tariffe in relazione ad un indice oggettivo dei prezzi al consumo stabilito da un istituto pubblico". È quanto stabilisce la Corte di Giustizia dell'Unione Europea. Secondo la direttiva servizio universale [*], gli abbonati a servizi di comunicazione elettronica hanno il diritto di recedere dal loro contratto, senza penali, all’atto della notifica di modifiche delle condizioni contrattuali. dt.common.streams.StreamServerIl caso origina quando l’Obertser Gerichtshof (Corte suprema dell'Austria) è stato investito di una controversia tra un’associazione di consumatori austriaca (il Verein für Konsumenteninformation) e la A1 Telekom Austria, un fornitore di servizi di telecomunicazione del Paese. Secondo l'associazione, l'operatore avrebbe impiegato clausole illecite nei contratti conclusi con i consumatori. Le condizioni generali predisposte dalla A1 Telekom Austria prevedono, infatti, che gli abbonati non possano recedere dal loro contratto qualora le tariffe siano adeguate in base a un indice annuale oggettivo dei prezzi al consumo stabilito dall’Istituto austriaco di statistica (Statistik Österreich). In tale contesto, l’Oberster Gerichtshof ha inteso accertare se tale adeguamento tariffario costituisca una modifica delle condizioni contrattuali ai sensi della direttiva: circostanza che, in caso di risposta affermativa, conferirebbe agli abbonati il diritto di recedere dal loro contratto. Con la sua sentenza, la Corte di Giustizia risponde negativamente a tale domanda, in quanto "il legislatore dell’Unione ha riconosciuto che le imprese fornitrici di servizi di comunicazione elettronica possono avere un interesse legittimo a modificare i prezzi e le tariffe dei loro servizi". Essa osserva, inoltre, che la clausola controversa contenuta nelle condizioni generali predisposte dalla A1 Telekom Austria prevede un adeguamento delle tariffe in base a un indice annuale oggettivo dei prezzi al consumo stabilito da un istituto pubblico. Un adeguamento tariffario, come previsto dal contratto, che si basa su un metodo di indicizzazione chiaro, preciso e accessibile al pubblico e derivante da decisioni e meccanismi propri della sfera pubblica, non può porre gli utenti finali in una situazione contrattuale differente rispetto a quella che emerge dal contratto come determinato dalle condizioni generali che contengono la clausola in questione. Conseguentemente, qualora una modifica delle tariffe venga così effettuata, essa non può essere qualificata come modifica delle condizioni contrattuali, ai sensi della direttiva. [*] Direttiva 2002/22/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 7 marzo 2002, relativa al servizio universale e ai diritti degli utenti in materia di reti e di servizi di comunicazione elettronica (direttiva servizio universale) (GU L 108, pag. 51), come modificata dalla direttiva 2009/136/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 novembre 2009 (GU L 337, pag. 11). 27 novembre 2015
  • Tribunale Ue: ridotta ammenda a Toshiba e Panasonic per intesa su mercato tubi catodici

    Il Tribunale dell'Unione Europea ha ridotto le ammende inflitte dalla Commissione a Panasonic e a Toshiba per la loro partecipazione ad un’intesa sul mercato europeo dei tubi catodici per televisori, confermando tuttavia le ammende inflitte agli altri membri dell’intesa.

    Ne dicembre 2012 la Commissione aveva inflitto sanzioni per un importo totale di circa 1,47 miliardi di euro a sette imprese che avevano partecipato ad una o due intese distinte sul mercato dei cathode ray tubes(Crt) tra il1996/1997 e il 2006. I Crt sono tubi in vetro sotto vuoto che contengono un cannone elettronico e uno schermo fluorescente; all’epoca dei fatti, ne esistevano due diversi tipi: i tubi colore per schermi di computer (colour display tubes, Cdt) e i tubi colore per televisori (colour picture tubes, Cpt). Si trattava di componenti essenziali per produrre uno schermo di computer o un televisore a colori e che declinavano in differenti dimensioni.

    Questi tipi di Crt sono stati oggetto di due infrazioni, vale a dire un’intesa riguardante i Cdt e un’intesa riguardante i Cpt, ognuna delle quali aveva dato luogo a riunioni multilaterali e bilaterali nonché ad altri scambi di informazioni. "I contatti relativi ai Cdt - spiega una nota da Lussemburgo - hanno avuto inizio nel 1996, mentre quelli relativi ai Cpt si sono svolti a partire dal 1997, inizialmente nell’ambito dell’intesa sui Cdt, poi attraverso incontri appositi. Le riunioni si sono tenute regolarmente a diversi livelli delle imprese e in diversi luoghi in Europa ed in Asia, e ciò in modo interconnesso. Le intese consistevano sostanzialmente in fissazioni di prezzi, ripartizioni di mercati e di clienti nonché in limitazioni della produzione. L’attuazione degli accordi su tali misure era poi regolarmente controllata. Inoltre, le imprese partecipanti si sono scambiate con regolarità informazioni commercialmente sensibili".

    Tenuto conto della loro partecipazione alle due infrazioni separate, che costituivano ognuna una infrazione unica e continuata, la Commissione aveva constatato che i principali produttori a livello mondiale di Crt avevano infranto le regole di diritto dell’Unione che vietano le intese.

    Cinque imprese e le loro controllate coinvolte in tali intese hanno domandato, in sostanza, al Tribunale dell’Unione europea di annullare la decisione o, in subordine, di ridurre le ammende inflitte rispettive.

    Con le sue sentenze, il Tribunale ha respinto nel loro complesso i ricorsi proposti da Samsung Sdi, LG Electronics e PhilipsHa accolto tuttavia alcuni motivi e argomenti sollevati da Panasonic e da Toshiba nonché da Mtpd, loro controllata comune all’epoca dei fatti.

    Nell’ambito del ricorso introdotto da Panasonic e Mtpd, il Tribunale ha ritenuto che, dal momento che la Commissione disponeva di dati che riflettevano in modo più preciso il valore delle vendite legate ai Cpt integrati in uno stesso gruppo relativo ad un prodotto finale e venduti in seguito nello Spazio economico europeo (vendite dirette See attraverso prodotti trasformati), dati che erano stati forniti dalle due imprese in risposta ad una richiesta di informazioni e che non erano stati da essa contestati, la Commissione si sarebbe discostata dai suoi orientamenti senza fornire giustificazione.

    Infatti, le due imprese interessate avevano proposto alla Commissione, anziché di utilizzare la media del valore delle vendite dirette nel See durante lo stesso periodo, moltiplicata per il numero di Cpt interessati, di prendere in considerazione la media ponderata dei Cpt associati a tali vendite, in funzione della loro reale dimensione e del periodo interessato. Il Tribunale ha ridotto così l’ammenda inflitta a Panasonic per la sua partecipazione diretta da 157,5 milioni a 128,9 milioni di euro, quella imposta congiuntamente e solidalmente a Panasonic e a Mtpd da 7,9 milioni a 7,5 milioni di euro e infine quella inflitta congiuntamente e solidalmente a Panasonic, Toshiba e Mtpd da 86,7 milioni a 82,8 milioni di euro.

    Inoltre, il Tribunale ha annullato la decisione della Commissione nei limiti in cui essa infligge un’ammenda di 28.048.000 euro a Toshiba per la sua partecipazione diretta all’infrazione. Ha ritenuto poi che non sia stato sufficientemente dimostrato che l’impresa fosse a conoscenza o fosse stata effettivamente tenuta informata dell’esistenza dell’intesa Cpt globale e che essa intendesse contribuire, con la propria condotta, all’insieme degli obiettivi comuni perseguiti dai partecipanti all’intesa o che essa potesse ragionevolmente prevedere tali obiettivi e fosse pronta ad accettarne il rischio. In tali circostanze, non si può ritenere che Toshiba abbia partecipato all’infrazione unica e continuata per quanto riguarda il periodo che va dal 16 maggio 2000 fino alla creazione di Mtpd il 31 marzo 2003.

    In definitiva, gli importi delle ammende inflitte sono i seguenti:

    cp150097it

    Contro la decisione del Tribunale, entro due mesi a decorrere dalla data della sua notifica, può essere proposta un'impugnazione, limitata alle questioni di diritto, dinanzi alla Corte.

    [*] Chunghwa Picture Tubes Co. Ltd (Chunghwa) ha beneficiato di un’immunità ai sensi della Comunicazione della Commissione relativa all'immunità dalle ammende o alla riduzione del loro importo nei casi di cartelli tra imprese (GU 2006, C 298, pag. 17).

    10 settembre 2015  
  • Tutela brevettuale unitaria: la Corte di Giustizia respinge i ricorsi della Spagna contro i regolamenti

    La Corte di Giustizia dell'Unione europea ha respinto i due ricorsi presentati dalla Spagna contro i regolamenti di attuazione della cooperazione rafforzata per l’istituzione di una tutela brevettuale unitaria. Corte di Giustizia Unione Europea CGUE 2Il sistema attuale di protezione dei brevetti europei è disciplinato dalla convenzione sul brevetto europeo (Cbe), un accordo internazionale che non fa parte del diritto dell’Unione [*]. Tale convenzione prevede che i brevetti europei producano gli stessi effetti in ciascuno degli Stati contraenti per i quali sono concessi e siano soggetti allo stesso regime dei brevetti nazionali concessi in tale Stato. Mediante il "pacchetto brevetto unitario" [**], il legislatore dell’Unione europea ha voluto conferire al brevetto europeo una tutela unitaria e istituire un tribunale unificato in tale settore. Nel sistema della Cbe, i brevetti europei garantiscono, in ciascuno degli Stati parti della convenzione, una tutela la cui portata è definita dal diritto nazionale di ciascuno Stato. Nel sistema del brevetto europeo con effetto unitario (Beeu), invece, il diritto nazionale designato ai sensi del regolamento n. 1257/2012 sarà applicato nel territorio di tutti gli Stati membri partecipanti, in cui il brevetto dispiega un effetto unitario, il che garantirà l’uniformità della tutela conferita dal brevetto. Il regime di traduzione per il Beeu, che si basa sulla procedura in vigore presso l’Ufficio europeo dei brevetti, mira a conseguire il necessario equilibrio tra gli interessi degli operatori economici e il pubblico interesse, in termini di costo del procedimento e di disponibilità delle informazioni tecniche. Le lingue ufficiali dell’Ufficio sono il tedesco, l’inglese e il francese. Il legislatore dell’Unione ha inoltre ritenuto essenziale istituire un tribunale competente a giudicare le cause concernenti i Beeu, al fine di garantire il loro corretto funzionamento, la coerenza della giurisprudenza, la certezza del diritto nonché l’efficienza dei costi per i titolari dei brevetti. È in questa cornice che la Spagna aveva richiesto l’annullamento dei regolamenti sull’istituzione di una tutela brevettuale unitaria (causa C-146/13) e sul regime di traduzione (causa C-147/13). Con le sue sentenze, la Corte di giustizia ha respinto i due ricorsi del Paese iberico. Causa C-146/13 (regolamento UE n. 1257/2012) - In questo primo caso la Spagna contestava la legittimità, rispetto al diritto dell’Unione, del procedimento amministrativo che precede la concessione di un brevetto europeo. Essa deduceva che detto procedimento sarebbe sottratto a un controllo giurisdizionale che consenta di garantire la corretta e uniforme applicazione del diritto dell’Unione e la tutela dei diritti fondamentali, il che lederebbe il principio della tutela giurisdizionale effettiva. La Corte ha respinto l’argomento della Spagna osservando che il regolamento non ha affatto lo scopo di fissare, anche solo parzialmente, le condizioni di concessione dei brevetti europei, che sono disciplinate unicamente dalla Cbe, e altresì che esso non accorpa il procedimento di concessione dei brevetti europei previsto dalla Cbe nel diritto dell’Unione. Infatti, il regolamento si limita, da un lato, a stabilire le condizioni alle quali un brevetto europeo precedentemente concesso dall’Ufficio europeo dei brevetti ai sensi della Cbe può, su richiesta del suo titolare, vedersi conferire un effetto unitario e, dall’altro, a definire tale effetto unitario. La Spagna sosteneva altresì che l’articolo 118, primo comma, Tfue (Trattato sul funzionamento dell’Unione europea), relativo alla protezione uniforme dei diritti di proprietà intellettuale nell’Unione, non costituirebbe la base giuridica appropriata per l’adozione del regolamento. La Corte ha considerato a tal riguardo che la tutela brevettuale unitaria è atta a prevenire divergenze in termini di tutela brevettuale negli Stati membri partecipanti e, pertanto, mira a una protezione uniforme dei diritti di proprietà intellettuale nel territorio di tali Stati. La Spagna contestava inoltre l’attribuzione agli Stati membri partecipanti, che agiscono nel quadro del comitato ristretto del consiglio d’amministrazione dell’Organizzazione europea dei brevetti, della competenza a fissare il livello delle tasse di rinnovo e a definire la loro quota di distribuzione. La Corte ha rilevato a tal proposito che, secondo il TFUE, spetta agli Stati membri adottare tutte le misure di diritto interno necessarie per l’attuazione degli atti giuridicamente vincolanti dell’Unione. Per di più, sono necessariamente gli Stati membri partecipanti, e non la Commissione o il Consiglio, a dover adottare tutte le misure necessarie ai fini dell’esecuzione di tali compiti, dato che l’Unione, diversamente dagli Stati membri, non è parte della CBE. La Corte ha aggiunto che il legislatore dell’Unione non ha delegato agli Stati membri partecipanti né all’Ufficio europeo dei brevetti competenze di esecuzione che spetterebbero propriamente ad esso ai sensi del diritto dell’Unione. Causa C-147/13 (regolamento UE n. 1260/2012) - In questo secondo caso, per quanto riguarda il regime di traduzione, la Spagna deduceva la violazione del principio di non discriminazione fondata sulla lingua, dato che, a suo parere, il regolamento istituisce, per il Beeu, un regime linguistico che lederebbe i soggetti la cui lingua non rientra tra le lingue ufficiali dell’Ufficio europeo dei brevetti. Il Paese iberico sosteneva che qualsiasi eccezione al principio dell’uguaglianza tra le lingue ufficiali dell’Unione dev’essere giustificata da criteri diversi da quelli puramente economici. La Corte ha constatato che nel regolamento si opera un trattamento differenziato delle lingue ufficiali dell’Unione. Nondimeno, la Corte ha sottolineato che il regolamento ha un obiettivo legittimo, segnatamente quello di creare un regime di traduzione semplice e uniforme per il Beeu e di agevolare in tal modo l’accesso alla tutela offerta dal brevetto, in particolare per le piccole e medie imprese. Infatti, la complessità e i costi particolarmente elevati che caratterizzano l’attuale sistema di tutela del brevetto europeo costituiscono un ostacolo alla tutela brevettuale nell’Unione e producono effetti negativi sulla capacità di innovazione e di competitività delle imprese dell’Unione, in particolare delle piccole e medie. La Corte ha sottolineato che il regime linguistico istituito dal regolamento rende più facile, meno costoso e giuridicamente più sicuro l’accesso al Beeu ed al sistema brevettuale in generale. Il regolamento, secondo la Corte, è altresi proporzionato, dato che preserva il necessario equilibrio tra gli interessi di coloro che richiedono il Beeu e quelli degli altri operatori economici relativamente all’accesso alle traduzioni dei documenti che concedono diritti o ai procedimenti che coinvolgono diversi operatori economici, e ciò mediante l’istituzione di vari meccanismi (in particolare, un regime di compensazione per il rimborso dei costi di traduzione, un periodo transitorio fino a quando sarà disponibile in tutte le lingue ufficiali dell’Unione un sistema di traduzione automatica di alta qualità e la traduzione integrale del Beeu per gli operatori sospettati di contraffazione in caso di controversia). La Corte ha dichiarato infine che l’articolo 118, secondo comma, Tfue costituisce una base giuridica corretta per il regolamento, dato che esso istituisce in effetti il regime linguistico di un titolo europeo (il Beeu), definito mediante il rinvio alla Cbe. [*] Convenzione sulla concessione di brevetti europei, sottoscritta a Monaco (Germania) il 5 ottobre 1973 ed entrata in vigore il 7 ottobre 1977. L’Organizzazione europea dei brevetti è un’organizzazione intergovernativa che è stata istituita sulla base di tale convenzione. L’Organizzazione comprende due organi, ossia l’Ufficio europeo dei brevetti e il Consiglio d’amministrazione, che esercita un controllo sulle attività dell’Ufficio. L’Ufficio europeo dei brevetti è l’organo esecutivo dell’Organizzazione europea dei brevetti e l’attività principale di tale Ufficio è l’esame delle domande di brevetto e la concessione di brevetti europei. [**] Tale "pacchetto" si compone del regolamento (UE) n. 1257/2012 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 17 dicembre 2012, relativo all’attuazione di una cooperazione rafforzata nel settore dell’istituzione di una tutela brevettuale unitaria (GU L 361, pag. 1), del regolamento (UE) n. 1260/2012 del Consiglio, del 17 dicembre 2012, relativo all’attuazione di una cooperazione rafforzata nel settore dell’istituzione di una tutela brevettuale unitaria con riferimento al regime di traduzione applicabile (GU L 361, pag. 89) e dell’accordo su un tribunale unificato dei brevetti, firmato il 19 febbraio 2013 (GU C 175, pag. 1). 6 maggio 2015
  • Un centro di cure termali che trasmette nelle camere opere musicali protette deve pagare i diritti d’autore

    Ad affermarlo è la Corte di Giustizia dell'Unione Europea, secondo la quale inoltre il monopolio territoriale riservato agli enti di gestione collettiva dei diritti d’autore non è contrario alla libera prestazione dei servizi La trasmissione di opere protette da diritto d'autore nelle camere dei locali di un centro termale è consentita solo a condizione che la struttura paghi i relativi diritti d'autore. È quanto afferma la Corte di Giustizia dell'Unione Europea dopo essere stata chiamata in causa per una controversia legale sorta in Repubblica Ceca. Nella sua qualità di ente di gestione collettiva dei diritti d’autore, l’OSA detiene nella Repubblica ceca il diritto esclusivo di riscuotere, in nome degli autori, le remunerazioni per l’utilizzo delle loro opere musicali. La società Mariánské Lázně, che gestisce un istituto termale, ha installato nelle camere apparecchi televisivi e radiofonici allo scopo di mettere a disposizione dei suoi clienti opere gestite dall’OSA. Ciò nonostante, la Léčebné lázně non ha stipulato alcun contratto di licenza con l’OSA e si è rifiutata di corrisponderle remunerazioni, adducendo il motivo che la legge ceca consente agli istituti sanitari di diffondere liberamente opere protette. Facendo valere la contrarietà della legislazione nazionale con la direttiva del diritto dell’Unione sul diritto d’autore, l’OSA ha adito i giudici cechi al fine di obbligare la Léčebné lázně al pagamento di una remunerazione per avere comunicato opere protette ai suoi clienti. Il Krajský soud v Plzni (tribunale regionale di Pilsen, Repubblica ceca) ha chiesto alla Corte di giustizia se la normativa ceca ai sensi della quale gli istituti sanitari sono esentati dal pagamento della remunerazione sia conforme alla direttiva, posto che quest’ultima non prevede una siffatta esenzione. Il giudice ceco ha chiesto, inoltre, se il monopolio di cui gode l’OSA in materia di riscossione delle remunerazioni nella Repubblica ceca sia compatibile con la libera prestazione dei servizi e con il diritto della concorrenza. Nella sentenza di ieri, la Corte rileva, in primo luogo, che un istituto termale, quando diffonde opere protette mediante apparecchi televisivi o radiofonici collocati nelle stanze dei suoi clienti, effettua una comunicazione al pubblico di tali opere. Una comunicazione di questo tipo è soggetta al rilascio di un’autorizzazione da parte degli autori, i quali, in via di principio, devono ricevere in contropartita un adeguato compenso. A tal riguardo, la Corte dichiara quindi che la direttiva non esenta dal pagamento di tale remunerazione gli istituti termali, allorché essi diffondono opere protette ai loro clienti. Di conseguenza, l’esenzione prevista dalla legge ceca non è conforme alla direttiva. In secondo luogo, la Corte osserva che il monopolio territoriale riservato all’OSA costituisce una restrizione alla libera prestazione dei servizi in quanto non consente agli utilizzatori di opere protette di scegliere i servizi di un ente di gestione collettiva stabilito in un altro Stato membro. La Corte sottolinea, tuttavia, che tale restrizione è giustificata, essendo tale sistema adeguato e necessario ai fini del conseguimento dell’obiettivo della gestione efficace dei diritti di proprietà intellettuale. Infatti, allo stato attuale del diritto dell’Unione, non sussistono altri metodi che consentano di raggiungere lo stesso livello di tutela dei diritti d’autore. Pertanto, la Corte conclude che il monopolio accordato dalla legge ceca all’OSA è compatibile con la libera prestazione dei servizi. Tuttavia, la Corte rileva che il fatto che un ente nazionale di gestione dei diritti d’autore imponga, per i servizi da esso prestati, tariffe sensibilmente più elevate di quelle praticate negli altri Stati membri oppure prezzi eccessivi, privi di un ragionevole rapporto con il valore economico della prestazione fornita, può essere un indizio dell’esistenza di un abuso di posizione dominante.  Spetta comunque al giudice ceco verificare se ciò avvenga nella fattispecie oggetto della presente causa. 28 febbraio 2014
  • Usare eMule sul posto di lavoro non giustifica un licenziamento. Ma le infrazioni possono coinvolgere l'azienda

    di Marco Scialdone Con sentenza n. 26397 del 26 novembre 2013 , la Corte di Cassazione Sezione Lavoro ha confermato la pronuncia del 30 giugno 2010 della Corte di Appello di Roma (a sua volta confermativa della decisione di primo grado) che aveva dichiarato l’illegittimità del licenziamento disciplinare di un lavoratore cui era stata contestata l’installazione sul pc aziendale del programma di file-sharing, eMule. Come noto, si tratta di un software dedicato alla condivisione di file con cui l’utente mette a disposizione degli altri soggetti che abbiano scaricato il medesimo programma una porzione del proprio hard disk  i cui contenuti possono così essere visti e scaricati da terzi. Nel caso di specie, l’azienda lamentava, tra le altre cose, proprio la circostanza che il predetto programma ponesse in serio pericolo la riservatezza dei dati conservati sul pc consentendone l’accesso ad estranei. Sul punto la Corte di Cassazione, facendo proprie le conclusioni della Corte di Appello, ha evidenziato come la mera contestazione circa l’utilizzazione di un programma del genere non risulti idonea a consentire un’adeguata valutazione della effettiva gravità della condotta del dipendente e, dunque, a determinarne l’allontanamento dal posto di lavoro. La sanzione del licenziamento, in buona sostanza, non costituirebbe la conseguenza obbligata della generica installazione e dell’improprio uso di un programma per elaboratore, ma soltanto una possibilità da integrare con ulteriori elementi che ne delineino l’effettiva gravità in concreto. Nella vicenda in commento, peraltro, era emerso che il dipendente licenziato fosse stato destinatario di un solo precedente disciplinare in quindici anni di anzianità di servizio e, soprattutto, che non erano stati provati concreti danni all’azienda ricollegabili all’addebito contestato. Sebbene non oggetto della vicenda giudiziaria sottoposta all’esame della Suprema Corte, occorre ricordare, infine, che, a partire dal 2009, è stato introdotto nel decreto legislativo 231/2001, recante Disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica, l’articolo 25-novies in forza del quale l’attività di scambio di file protetti dal diritto d’autore realizzata dai dipendenti può essere causa di responsabilità amministrativa dell’azienda. Alla luce del predetto dato normativo non è da escludersi che la semplice installazione di software abilitante lo scambio di file possa rappresentare di per sé condotta sanzionabile con il licenziamento del dipendente laddove il codice disciplinare abbia adeguatamente valorizzato il rischio ex d.lgs 231 per l’azienda. Immagine in home page: IlTag.it 13 dicembre 2013