DIMT.IT - costituzionale

  • "Democrazia partecipativa, equilibrio di genere e composizione degli interessi (nella società per azioni)", i materiali del convegno presso la Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri

    Convegno16_12_14Ha avuto luogo nella mattinata di martedì “Democrazia partecipativa, equilibrio di genere e composizione degli interessi (nella società per azioni)", convegno inserito tra gli eventi del Semestre di Presidenza Italiana del Consiglio dell’Unione europea e ospitato presso la Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri. I lavori sono stati l’occasione per fare il punto insieme alle istituzioni e agli esperti della materia sui risultati conseguiti durante il Semestre, in scadenza, sulla modernizzazione della Corporate governance in Europa. Il convegno conclude il Corso Avanzato di Alta Formazione in "Corporate Governance e parità di genere. Prima applicazione e prospettive", che, d'intesa con il Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio, è stato organizzato dall’Università Europea di Roma nell’ambito di un Progetto di Ricerca di Interesse Nazionale (PRIN) incentrato su “Horizon 2020 e società inclusive” di cui la stessa Università è capofila. LEGGIla sintesi dell'intervento della Prof.ssa Valeria Falce "Corporate governance e parità di genere. Il rinnovato ruolo della trasparenza" Di seguito i materiali proiettati durante i lavori.

    Consulta i materiali del Corso

    16 dicembre 2014
  • "E-Government e diritti fondamentali nello Stato costituzionale", a Roma il 20 novembre

    Nell’ambito del PRIN “La regolamentazione giuridica delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (TIC) quale strumento di potenziamento delle società inclusive, innovative e sicure”, l’Università Europea di Roma – in collaborazione con l’Università degli Studi di Salerno – organizza venerdì 20 novembre un Convegno sul tema “E-Government e diritti fondamentali nello Stato costituzionale”. L’incontro di studio si svolgerà dalle ore 9.30 alle ore 18.30 presso la sede dell’Università Europea (Via degli Aldobrandeschi, 190).

    Dopo i saluti del Magnifico Rettore padre Luca Gallizia, lc, i lavori saranno inaugurati dal Prof. Alberto M. Gambino, Direttore del Dipartimento di Scienze Umane dell’Università Europea di Roma e Coordinatore nazionale del PRIN.

    La prima sessione del convegno, dedicata al tema “L’attuazione dell’E-Government in Italia”, sarà presieduta e introdotta dal Prof. Pasquale Costanzo, ordinario di Diritto costituzionale nell’Università di Genova.

    Nell’ambito della sessione prenderanno la parola Giuseppe Piperata, Professore di Diritto amministrativo nell’Università IUAV di Venezia, Enrico Carloni, Professore di Diritto amministrativo nell’Università di Perugia, Alessandro Natalini, Professore nella Scuola Nazionale dell’Amministrazione, Mario Savino, Professore di Diritto amministrativo nell’Università della Tuscia di Viterbo e Manuel Fernández Salmerón, Direttore del Dipartimento di Diritto amministrativo dell’Università di Murcia.

    La sessione sarà conclusa da Guido Corso, Professore di Diritto amministrativo nell’Università Europea di Roma.

    La seconda sessione, intitolata “E-Government e tutela dei diritti fondamentali”, sarà presieduta e introdotta da Raffaele Guido Rodio, Ordinario di Diritto costituzionale nell’Università Aldo Moro di Bari.

    Svolgeranno in seguito una relazione Anna Papa, Professore di Istituzioni di Diritto pubblico nell’Università degli Studi di Napoli “Parthenope”, Giorgio Resta, Professore di Diritto comparato nell’Università Aldo Moro di Bari, Valeria Falce, Professore di Diritto commerciale nell’Università Europea di Roma.

    Successivamente interverranno Marcello D’Ambrosio, Ricercatore di Diritto privato nell’Università di Salerno, Eleonora Paris, Dottore di ricerca dell’Università di Teramo e Davide Mula, Dottore di ricerca dell’Università Europea di Roma.

    I lavori saranno chiusi da Filippo Vari, Ordinario di Diritto costituzionale nell’Università Europea di Roma.

    Il Consiglio dell’ordine degli Avvocati di Roma ha stabilito che la partecipazione all’intero Convegno, che è gratuita, attribuisce 8 crediti formativi ordinari.

    Per ragioni organizzative è necessario accreditarsi entro il 13 novembre p.v. inviando una mail all’indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

    E-Government e diritti fondamentali nello Stato costituzionale
  • "Il regolamento AGCom in materia di tutela del diritto d'autore a valle delle ordinanze del Tar Lazio, Sez. I, nn. 10016 e 10020 del 2014", l'intervento del Prof. Alberto Gambino

    Di seguito l'intervento del Prof. Alberto Gambino, ordinario di Diritto privato presso l'Università Europea di Roma e direttore scientifico di Dimt, in occasione del Seminario "Il regolamento AGCom in materia di tutela del diritto d'autore a valle delle ordinanze del Tar Lazio, Sez. I, nn. 10016 e 10020 del 2014", organizzato dalla Direzione del Focus TMT della Rivista Federalismi e tenutosi a Roma lo scorso 13 ottobre 2014.

    Tar Lazio ordinanza n. 10016/2014

    Tar Lazio ordinanza n. 10020/2014

    15 dicembre 2014
  • Autovelox, ora i Comuni devono adeguarsi

    di Michele Contartese La Corte Costituzionale con la sentenza 113/2015 depositata lo scorso 18 giugno 2015 (Presidente Criscuolo, Relatore Carosi) ha dichiarato l’incostituzionalità dell’art. 45, comma 6, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), nella parte “in cui non prevede che tutte le apparecchiature impiegate nell’accertamento delle violazioni dei limiti di velocità siano sottoposte a verifiche periodiche di funzionalità e di taratura”. Tale pronuncia interviene dopo l’affermazione di un, oramai, consolidato orientamento della Corte di Cassazione che soleva distinguere gli autovelox mobili in dotazione alle pattuglie delle forze di Polizia da quelli posizionati sulle strade che funzionano, invece, autonomamente, prevedendo solo a carico di quest’ultimi l’obbligo di verifiche periodiche. Tale orientamento trovava le proprie basi nei principi fissati dal Ministero delle Infrastrutture nel 2005 (a integrazione del Decreto ministeriale del 29 ottobre 1997) che escludeva la necessità di verifiche periodiche per gli strumenti «impiegati sotto il controllo costante degli operatori di polizia stradale». La Corte di Costituzionale ha superato tale orientamento ritenendo, invece, che qualsiasi strumento di misura, “specie se elettronico, è soggetto a variazioni delle sue caratteristiche e quindi a variazioni dei valori misurati dovute ad invecchiamento delle proprie componenti e ad eventi quali urti, vibrazioni, shock meccanici e termici, variazioni della tensione di alimentazione”. Pertanto, a causa dell’obsolescenza e del deterioramento che possono subire gli elementi elettronici che costituiscono l’autovelox, potrebbe essere pregiudicata non “solo l’affidabilità delle apparecchiature, ma anche la fede pubblica che si ripone in un settore di significativa rilevanza sociale, quale quello della sicurezza stradale”. La Corte Costituzionale, a tal fine, nella propria pronuncia ricorda che l’art. 142, comma 6, del D.lgs. n. 285 del 1992 dispone che «Per la determinazione dell’osservanza dei limiti di velocità sono considerate fonti di prova le risultanze di apparecchiature debitamente omologate, […] nonché le registrazioni del cronotachigrafo e i documenti relativi ai percorsi autostradali, come precisato dal regolamento». Dunque, tutti gli apparecchi utilizzati per rilevare l’eventuale superamento dei limiti di velocità debbono essere periodicamente verificati, in modo tale da garantire la sicurezza dei cittadini ma anche l’affidamento dei cittadini medesimi nelle Istituzioni chiamate a garantire la sicurezza stradale. Si può, quindi, pacificamente concludere che, alla luce della sopra richiamata sentenza, gli automobilisti potranno ottenere, previo ricorso, l’annullamento del verbale per eccesso di velocità emesso da un autovelox non sottoposto a controlli periodici. Sarà opportuno, dunque, che i Comuni e gli altri soggetti che vorranno utilizzare gli autovelox provvedano ad un controllo periodico degli stessi, in modo che al momento del rilevarsi di violazioni, i verbali erogati riportino l’attestazione della data dell’ultima taratura degli apparecchi utilizzati. Solo così, potranno evitare facili contestazioni da parte degli automobilisti, che troverebbero sicuro accoglimento dinanzi ai Giudici di Pace o dinanzi ai Prefetti. 23 giugno 2015
  • Diritto d’autore e libertà di espressione sul web davanti alla Corte costituzionale - Milano

    Poster9ottobre
  • Diritto d’autore e libertà di espressione sul web davanti alla Corte costituzionale - Milano, 9 ottobre 2015

    Poster9ottobre
  • E-Government e diritti fondamentali nello Stato costituzionale - Roma

    Nell’ambito del PRIN “La regolamentazione giuridica delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (TIC) quale strumento di potenziamento delle società inclusive, innovative e sicure”, l’Università Europea di Roma – in collaborazione con l’Università degli Studi di Salerno – organizza venerdì 20 novembre un Convegno sul tema “E-Government e diritti fondamentali nello Stato costituzionale”. L’incontro di studio si svolgerà dalle ore 9.30 alle ore 18.30 presso la sede dell’Università Europea (Via degli Aldobrandeschi, 190).

    Dopo i saluti del Magnifico Rettore padre Luca Gallizia, lc, i lavori saranno inaugurati dal Prof. Alberto M. Gambino, Direttore del Dipartimento di Scienze Umane dell’Università Europea di Roma e Coordinatore nazionale del PRIN.

    La prima sessione del convegno, dedicata al tema “L’attuazione dell’E-Government in Italia”, sarà presieduta e introdotta dal Prof. Pasquale Costanzo, ordinario di Diritto costituzionale nell’Università di Genova.

    Nell’ambito della sessione prenderanno la parola Giuseppe Piperata, Professore di Diritto amministrativo nell’Università IUAV di Venezia, Enrico Carloni, Professore di Diritto amministrativo nell’Università di Perugia, Alessandro Natalini, Professore nella Scuola Nazionale dell’Amministrazione, Mario Savino, Professore di Diritto amministrativo nell’Università della Tuscia di Viterbo e Manuel Fernández Salmerón, Direttore del Dipartimento di Diritto amministrativo dell’Università di Murcia.

    La sessione sarà conclusa da Guido Corso, Professore di Diritto amministrativo nell’Università Europea di Roma.

    La seconda sessione, intitolata “E-Government e tutela dei diritti fondamentali”, sarà presieduta e introdotta da Raffaele Guido Rodio, Ordinario di Diritto costituzionale nell’Università Aldo Moro di Bari.

    Svolgeranno in seguito una relazione Anna Papa, Professore di Istituzioni di Diritto pubblico nell’Università degli Studi di Napoli “Parthenope”, Giorgio Resta, Professore di Diritto comparato nell’Università Aldo Moro di Bari, Valeria Falce, Professore di Diritto commerciale nell’Università Europea di Roma.

    Successivamente interverranno Marcello D’Ambrosio, Ricercatore di Diritto privato nell’Università di Salerno, Eleonora Paris, Dottore di ricerca dell’Università di Teramo e Davide Mula, Dottore di ricerca dell’Università Europea di Roma.

    I lavori saranno chiusi da Filippo Vari, Ordinario di Diritto costituzionale nell’Università Europea di Roma.

    Il Consiglio dell’ordine degli Avvocati di Roma ha stabilito che la partecipazione all’intero Convegno, che è gratuita, attribuisce 8 crediti formativi ordinari.

    Per ragioni organizzative è necessario accreditarsi entro il 13 novembre p.v. inviando una mail all’indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

    E-Government e diritti fondamentali nello Stato costituzionale
  • E-Government e diritti fondamentali nello Stato costituzionale - Roma, 20 novembre 2015

    Nell’ambito del PRIN “La regolamentazione giuridica delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (TIC) quale strumento di potenziamento delle società inclusive, innovative e sicure”, l’Università Europea di Roma – in collaborazione con l’Università degli Studi di Salerno – organizza venerdì 20 novembre un Convegno sul tema “E-Government e diritti fondamentali nello Stato costituzionale”. L’incontro di studio si svolgerà dalle ore 9.30 alle ore 18.30 presso la sede dell’Università Europea (Via degli Aldobrandeschi, 190).

    Dopo i saluti del Magnifico Rettore padre Luca Gallizia, lc, i lavori saranno inaugurati dal Prof. Alberto M. Gambino, Direttore del Dipartimento di Scienze Umane dell’Università Europea di Roma e Coordinatore nazionale del PRIN.

    La prima sessione del convegno, dedicata al tema “L’attuazione dell’E-Government in Italia”, sarà presieduta e introdotta dal Prof. Pasquale Costanzo, ordinario di Diritto costituzionale nell’Università di Genova.

    Nell’ambito della sessione prenderanno la parola Giuseppe Piperata, Professore di Diritto amministrativo nell’Università IUAV di Venezia, Enrico Carloni, Professore di Diritto amministrativo nell’Università di Perugia, Alessandro Natalini, Professore nella Scuola Nazionale dell’Amministrazione, Mario Savino, Professore di Diritto amministrativo nell’Università della Tuscia di Viterbo e Manuel Fernández Salmerón, Direttore del Dipartimento di Diritto amministrativo dell’Università di Murcia.

    La sessione sarà conclusa da Guido Corso, Professore di Diritto amministrativo nell’Università Europea di Roma.

    La seconda sessione, intitolata “E-Government e tutela dei diritti fondamentali”, sarà presieduta e introdotta da Raffaele Guido Rodio, Ordinario di Diritto costituzionale nell’Università Aldo Moro di Bari.

    Svolgeranno in seguito una relazione Anna Papa, Professore di Istituzioni di Diritto pubblico nell’Università degli Studi di Napoli “Parthenope”, Giorgio Resta, Professore di Diritto comparato nell’Università Aldo Moro di Bari, Valeria Falce, Professore di Diritto commerciale nell’Università Europea di Roma.

    Successivamente interverranno Marcello D’Ambrosio, Ricercatore di Diritto privato nell’Università di Salerno, Eleonora Paris, Dottore di ricerca dell’Università di Teramo e Davide Mula, Dottore di ricerca dell’Università Europea di Roma.

    I lavori saranno chiusi da Filippo Vari, Ordinario di Diritto costituzionale nell’Università Europea di Roma.

    Il Consiglio dell’ordine degli Avvocati di Roma ha stabilito che la partecipazione all’intero Convegno, che è gratuita, attribuisce 8 crediti formativi ordinari.

    Per ragioni organizzative è necessario accreditarsi entro il 13 novembre p.v. inviando una mail all’indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

    E-Government e diritti fondamentali nello Stato costituzionale
  • Embrione: qualcosa o qualcuno? La Corte Costituzionale di fronte alla logica stringente della fecondazione in vitro

    di Giacomo Rocchi

    Abstract

    Embryos production through in vitro fertilisation techniques generates the opinion that they’re items and may be manipulated for scientific research when not successfully employed to cause a pregnancy. The Constitutional Court, in judging the legality of the ban, should reaffirm the embryos right to life. Internationally some opposing rulings have been observed including one issued by the Inter-American Court of Human Rights against Costa Rica. Conflicts are also possible between the European Court of Human Rights and the Italian Constitutional Court. The decision could impact jurisprudence orientation on other issues, such as euthanasia.

  • L’Accademia Italiana del Codice di Internet in audizione presso la Commissione Affari Costituzionali

    Nell’ambito dell'esame dei ddl costituzionale 1561 e 1317 (diritto di accesso a Internet), curato dalla Commissione Affari Costituzionali, l’Accademia Italiana del Codice di Internet contribuirà con un’audizione che avrà luogo a Montecitorio il prossimo 14 maggio. Saranno auditi il Prof. Alberto Gambino, Presidente dell'Accademia, e il Prof. Augusto Preta, membro del Comitato Direttivo. Nel primo ciclo di audizioni che si è svolto martedì 24 febbraio 2015 sono intervenuti, tra gli altri, il Prof. Oreste Pollicino (Università Bocconi di Milano e socio fondatore dell'Accademia) e il Prof. Vincenzo Zeno-Zencovich (Università degli studi di Roma Tre e membro del Comitato Scientifico). Logo IAIC
  • Nota a sentenza Tar-Agcom

    di Elena Maggio riferimento alla fonte??? "Via Federalismi.it"
  • Presentazione de "Dignità nel morire, eutanasia e cure palliative nella prospettiva costituzionale" di Giovanna Razzano - Roma, 18 maggio 2015

    Consulta il programma

  • Regolamento Agcom e Consulta, Prof. Gambino: "Conflitto esca dalle aule giudiziarie e sia affrontato dal Parlamento"

    Il Presidente dell'Accademia Italiana del Codice di Internet in un convegno in Bocconi: "Se dalla Corte Costituzionale dovesse uscire una decisione di inammissibilità si torni comunque sull’argomento in sede parlamentare. Sul diritto d’autore riflessione deve proseguire per arrivare ad un quadro normativo più chiaro. Mancanza Authorities in Costituzione è peccato originale della vicenda. Valore aggiunto del regolamento è di tipo culturale”

    "Vorrei che non sfuggisse che il tema è più ampio di questa vicenda che è stata trascinata malamente davanti alla Corte Costituzionale, anzi per certi versise dalla Consulta dovesse uscire una decisione di inammissibilità si torni comunque sull’argomento in sede parlamentare”. Così il Professor Alberto Gambino, Presidente dell'Accademia Italiana del Codice di Internet, nel corso diDiritto d’autore e libertà di espressione sul web davanti alla Corte costituzionale, convegno ospitato a Milano dall'Università Bocconi a pochi giorni dal pronunciamento della Consulta sulla legge in forza della quale l'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha emanato il regolamento per la tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica, entrato in vigore il 31 marzo 2014.

    Ad aprire il convegno è stato il Prof. Oreste Pollicino, docente di Diritto Comparato e Diritto dei Media presso l'Università Bocconi di Milano e socio fondatore dell'Accademia: "È necessario restituire centralità alle problematiche che ora si trovano davanti alla Corte costituzionale. Bisogna rimarcare che le norme ora al centro delle ordinanze di rimessione non possono essere tacciate in alcun modo di un eccesso di delega, perché é lo stesso legislatore che con la legge comunitaria n. 39/2002, all'art. 31, ha previsto un ruolo della autorità amministrativa in posizione paritaria rispetto a quella giudiziaria come soggetto legittimato a ordinare ai fornitori di servizi internet la rimozione di contenuti illeciti. Nemmeno si può invocare la direttiva 2000/31, che investe chiaramente l'autorità amministrativa competente (all'art, 14, comma 3 per gli hosting provider, all'art. 12, comma 3, per gli access provider) a esigere dai prestatori la cessazione o l'impedimento delle violazioni. L'assenza di un tentativo di interpretazione conforme alla Costituzione da parte del Tar nelle ordinanze di rimessione potrebbe condurre a una declaratoria di inammissibilità della questione".

    Per l'Avv. Marco Bassini (Università degli Studi di Verona) "le ordinanze di rimessione si segnalano per la peculiarità di sollevare l'incidente di costituzionalità dopo aver risolto la maggior parte delle censure dei ricorrenti, in qualche modo anticipando il proprio convincimento. La stessa questione di costituzionalità cade su un parametro molto fumoso, e presenta un oggetto alquanto evanescente, pretendendo di attrarre nel problema della riserva di legge e di giurisdizione altri profili di incostituzionalità legati alla tutela dei diritti difensivi e alla precostituzione del giudice naturale. Sembra emergere chiaramente dalle ordinanze l'idea che il regolamento descriva un procedimento amministrativo separato da un procedimento giurisdizionale contenzioso, che rimane eventuale: molte delle censure sono rigettate proprio perché non si versa in un procedimento sanzionatorio ma in un procedimento che é volto a promuovere un enforcement pubblico del diritto d'autore".

    Ha così esordito Gambino: “quando la legge sul diritto d'autore ha visto la luce, nel 1941, un anno prima della promulgazione del codice civile, l'Italia si trovava in una situazione non certo favorevole all'esercizio delle libertà individuali e dei diritti soggettivi. Eppure quella legge ha rappresentato nei decenni successivi un ottimo punto di equilibrio tra le prerogative morali ed economiche degli autori e la libera diffusione della cultura e dell’arte. Ora in quest’ultimo decennio le nuove tecnologie sembrano avere messo in discussione quel punto di equilibrio, di qui nasce l’esigenza del regolamento Agcom sul diritto d’autore. La rivoluzione di Internet – ha aggiunto Gambino - va ad intaccare il rapporto individuale tra l'opera protetta dell'ingegno e la titolarità del soggetto; mentre prima c'era il supporto materiale e la riproducibilità era sotto il governo dei titolari dei diritti, lo scenario viene travolto dalle tecnologie riducendo la possibilità di controllo dell’autore sulle opere che hanno il suo tratto”.

    "Sul versante normativo, quando l'Agcom era ancora Garante dell'editoria, mai avremmo immaginato che questi diritti soggettivi ‘autoriali’ sarebbero scivolati nella sfera di competenza di autorità indipendenti e amministrative, che peraltro ancora oggi non riusciamo a collocare entro una categoria unitaria in quanto non sono espressamente disciplinate dalla Costituzione. E questo è il peccato originale della vicenda. L’ampliamento dei poteri regolatori e sanzionatori di queste autorità avrebbe meritato una norma di copertura costituzionale che ne definisse spazi, competenze e attribuzioni segnando i confini di intervento tra autorità giudiziaria ordinaria, autorità amministrativa, governo, parlamento. È evidente che quando il pragmatico legislatore europeo dice autorità giudiziaria e amministrativa apre un’alternativa non di poco conto che se sottovalutata squarcia le nostre categorie giuridiche, perché assegna strumenti di tutela, anche in ordine a diritti soggettivi perfetti, nell’ambito di un'autorità amministrativa”.

    "Del resto – ha proseguito Gambino - il Regolamento è stato frutto di un lavoro analitico ben migliore di quello che avrebbe fatto il legislatore italiano. Resta però storicamente chiaro che se si ritiene che la fonte di tale potere è il decreto legislativo di attuazione della direttiva sul commercio elettronico, va rammentato che al momento del suo recepimento i commenti e le discussioni non erano certo incentrate attorno al tema del diritto d'autore online; e non è di poco conto, perché la lettura che è stata data di questo testo non era certo volta a radicare dentro di esso la tutela delle opere dell'ingegno nel mondo di internet e tanto meno a cascata a radicare la competenza in merito all'Agcom”.

    "Vorrei che non sfuggisse – ha sottolineato Gambino - che il tema è più ampio di questa vicenda che è stata trascinata malamente davanti alla Corte Costituzionale, anzi per certi versise dalla Consulta dovesse uscire una decisione di inammissibilità si torni comunque sull’argomento in sede parlamentare. Quando leggiamo nella normativa sul commercio elettronico 'L'autorità giudiziaria o quella amministrativa avente funzioni di vigilanza può esigere, anche in via d'urgenza, che il prestatore, nell'esercizio delle attività […]impedisca o ponga fine alle violazioni commesse', si evoca in capo ai provider l'attuazione di un obbligo derivante da un ordine dell’autorità che necessita di un’attenta istruttoria e bilanciamento degli interessi in gioco. Ove l’ISP non provveda all’ordine di oscuramento potrà certamente essere irrogata dalla stessa Autorità una sanzione amministrativa per mancato ottemperamento, ma, viceversa, nel quadro normativo relativo alle competenze dell’Autorità in materia di diritto d’autore non in ordine alla possibilità che la stessa Autorità agisca direttamente per l’oscuramento del contenuto ritenuto lesivo dei diritti d’autore di uno o più soggetti. In altri termini alle autorità indipendenti non compete un potere di censura diretto, ma al più di accertamento della violazione, spettando all’Autorità giudiziaria il compito di intervenire per la rimozione diretta dei contenuti, in caso di mancato adempimento dell’ordine di rimozione da parte dell’ISP".

    "Condivido, in definitiva, il pronostico che si arriverà ad una dichiarazione di inammissibilità – ha concluso Gambino – ma non penso che ciò chiuda il tema. Rimarrebbe, infatti, una contraddizione all'interno dell'architettura dello Stato e del bilanciamento dei poteri in quanto mentre l'Agcom cercava con il lanternino i riferimenti normativi alla sua competenza il Parlamento restava silente, con l’effetto che i giudici amministrativi, pur con i limiti detti, hanno rimesso la questione di fronte alla Corte costituzionale. La riflessione allora deve proseguire per arrivare ad avere una disposizione di legge che dica espressamente che l'Agcom è il soggetto che non solo vigila ma ha anche poteri di tutela con riferimento alle opere protette online e, soprattutto, marchi il confine tra i poteri dell’autorità amministrativa e quella giudiziaria. Io vorrei davvero che si porti all'attenzione del legislatore questa esigenza assieme a quella, ancora più generale, di inserire nella Carta costituzionale una sezione dedicata alle autorità amministrative indipendenti e ai loro compiti”.

    12 ottobre 2015

  • Regolamento Agcom, la sentenza della Corte Costituzionale: ordinanze del Tar inammissibili

    "L’ordinanza nel suo insieme non chiarisce sufficientemente se intende ottenere una pronuncia ablativa o una pronuncia additivo-manipolativa e, per costante giurisprudenza di questa Corte, ciò preclude l’esame nel merito della questione determinandone l’inammissibilità". È quanto si legge in una attesa sentenza della Corte Costituzionale, chiamata dal Tar del Lazio a pronunciarsi sulla legittimità del quadro normativo in forza del quale l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha emanato il regolamento per la tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica entrato in vigore il 31 marzo 2014. "Le questioni sollevate dal Tar, con le due ordinanze indicate in epigrafe - si legge nella sentenza nella quale si considerano sovrapponibili i due pronunciamenti - sono inammissibili, in quanto entrambe presentano molteplici profili di contraddittorietà, ambiguità e oscurità nella formulazione della motivazione e del petitum". La contraddittorietà evidenziata dalla Consulta è tra la parte di ricostruzione in fatto e in diritto delle ordinanze e i quesiti che vengono posti alla Corte; se nella parte motiva delle ordinanze si evidenzia e si sostiene infatti come l'Autorità abbia correttamente interpretato il quadro normativo primario a fondamento del suo potere regolamentare, dall'altra parte, nel dispositivo, nel formulare i quesiti il giudice amministrativo evidenzia delle problematiche che in realtà contrasterebbero con la ricostruzione precedentemente svolta. La pronuncia della Corte Costituzionale di fatto non accoglie le posizioni dei ricorrenti, ma non chiarisce al contempo neanche la piena legittimità costituzionale delle norme di rango primario sulle quali si fonda il potere dell'Agcom. L'unica soluzione al momento plausibile sembra a questo punto quella dell'intervento chiarificatore del Parlamento. Un esito che era stato sostanzialmente previsto durante i lavori del convegno Diritto d’autore e libertà di espressione sul web davanti alla Corte costituzionale, ospitato dall'Università Bocconi lo scorso 12 ottobre. In quell'occasione, il Prof. Alberto Gambino, Presidente dell'Accademia Italiana del Codice di Internet, auspicando che il conflitto "esca dalle aule giudiziarie e sia affrontato dal Parlamento”, aveva affermato: “Vorrei che non sfuggisse che il tema è più ampio di questa vicenda che è stata trascinata malamente davanti alla Corte Costituzionale. Condivido, in definitiva, il pronostico che si arriverà ad una dichiarazione di inammissibilità, ma non penso che ciò chiuda il tema. Rimarrebbe, infatti, una contraddizione all’interno dell’architettura dello Stato e del bilanciamento dei poteri in quanto mentre l’Agcom cercava con il lanternino i riferimenti normativi alla sua competenza il Parlamento restava silente, con l’effetto che i giudici amministrativi, pur con i limiti detti, hanno rimesso la questione di fronte alla Corte costituzionale. La riflessione allora deve proseguire per arrivare ad avere una disposizione di legge che dica espressamente che l’Agcom è il soggetto che non solo vigila ma ha anche poteri di tutela con riferimento alle opere protette online e, soprattutto, marchi il confine tra i poteri dell’autorità amministrativa e quella giudiziaria. Io vorrei davvero che si porti all’attenzione del legislatore questa esigenza assieme a quella, ancora più generale, di inserire nella Carta costituzionale una sezione dedicata alle autorità amministrative indipendenti e ai loro compiti”.

    Consulta la sentenza

  • Selezione embrioni per procreazione assistita, le insidie di una sentenza

    La selezione degli embrioni "sani" a discapito di quelli "imperfetti" nell'ambito della procreazione assistita volta ad evitare la trasmissione di malattie genetiche non è più un reato alla luce della sentenza della Corte Costituzionale 229 del 21/10/2015, con la quale la Consulta ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell’art. 13, commi 3, lettera b), e 4 della legge 40 del 2004. Rimane invece valido, in ogni caso, il divieto di soppressione degli embrioni, anche di quelli "scartati". "Si tratta, a mio parere, di un percorso piuttosto insidioso", dichiara in un'intervista a Romasette il Professor Alberto Gambino, Direttore di Dimt e Componente del Comitato Etico dell’Istituto Superiore di Sanità: "Gli stessi studiosi confermano che gran parte di noi, il nostro embrione già probabilmente rivelava che avevamo qualche patologia nel nostro Dna". "La scienza, in realtà non sa definire quale sia esattamente il punto di approdo di queste imperfezioni - precisa Gambino a Dimt - e un conto è vederle in un feto di due o tre mesi, un conto è vederle in alcune cellule dove gran parte dell’umanità già porta con sé delle piccole imperfezioni che non impediscono magari di arrivare anche a 90 anni". "Allora veramente ci avviciniamo all’essere perfetto, e aggiungerei, inutilmente perfetto - prosegue l'intervista - perché la perfezione umana purtroppo non esiste sulla faccia della Terra e quindi il rischio vero è che si eliminino tanti embrioni che invece sarebbero persone in carne e ossa che potrebbero tranquillamente arrivare anche ad un secolo di vita". Non è questa l'unica sentenza ad avere negli anni "smontato" pezzi di legge 40, dalla dichiarazione di parziale illegittimità dei commi che prevedevano un limite di produzione di embrioni e l’obbligo di un unico impianto alla sentenza del Tar del Lazio che dichiarò illegittimo il divieto di diagnosi preimpianto (2009) fino ad una più recente decisione della Consulta, che nell'aprile 2014 si pronunciò per l'incostituzionalità del divieto di fecondazione eterologa. "Il peccato originale della legge 40 – afferma Gambino – è stato comunque quello di consentire che si creasse la vita in provetta. Certamente non c’erano altre strade possibili, poiché in quel momento questa era la prassi e questa è oggi la prassi per fare la fecondazione. Ma nel momento in cui la vita umana viene prodotta in provetta, l’embrione immancabilmente ha dei diritti affievoliti, nessuno di noi vorrebbe stare in una provetta, ciascuno di noi vorrebbe essere accolto dal grembo di una donna sin dall’inizio. L’altro problema di fondo è che quando nella legge 194 (la legge sull'interruzione volontaria dell gravidanza ndr) è stato introdotto il concetto di interesse alla salute anche psichica della donna e della coppia, si è aperto uno scenario di difficile individuazione. In altre parole: chi sa dire che cosa può far bene alla salute psichica di un essere umano? Lo scenario che si apre è la possibilità di scegliere il figlio migliore sempre più funzionale agli interessi della coppia, e questo deve far davvero riflettere". Anche di questo si è discusso nel corso dell'edizione di giovedì 12 novembre di TgTg-Telegiornali a confronto, trasmissione di Tv2000 che ha avuto come ospiti in studio lo stesso Prof. Gambino e Gianfranco Cattai, presidente FOCSIV. 13 novembre 2015
  • Sulla pretesa incostituzionalità dell’art. 6, terzo comma, della Legge n. 40 del 2004

    di Carlo Casini e Marina Casini

    La Corte Costituzionale è stata nuovamente chiamata dal Tribunale di Firenze (ordinanza n. 166 del 7 dicembre 2012) [1] a valutare la disposizione del 3° comma dell’art. 6 della Legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita (PMA) [2] nella parte in cui si stabilisce che la richiesta di procedere alla PMA “può essere revocata fino al momento della fecondazione dell’ovulo”.

    La questione non è nuova. Essa era già stata dichiarata inammissibile dalla stessa Corte nella sentenza n. 151 del 2009 che aveva annullato l’obbligo di trasferire in utero tutti gli embrioni generati in provetta, salva l’eccezione di un impedimento (“forza maggiore”) “dovuto allo stato di salute della donna non prevedibile al momento della fecondazione” [3] (art. 14/2). Il Tribunale di Firenze l’ha è ripresentata insieme alla richiesta di annullamento del divieto di sperimentazione distruttiva su embrioni contenuto nell’art. 13 commi 1 e 2 della medesima Legge 40/2004. Abbiamo sottoposto ad esame critico questa parte dell’ordinanza fiorentina in un saggio dal titolo “Lo statuto dell’embrione umano: riflessioni dopo la sentenza costituzionale n. 229 del 2015”, in corso di stampa nel n. 1 del 2016 della rivista “Il diritto della famiglia e delle persone”.

    Ci pare ora opportuno completare la riflessione applicando anche alla discussione sull’art. 6 comma 3 l’orientamento emergente dalla suddetta sentenza 229/2015 [4]. In essa si scrive chiaramente che l’embrione non è una cosa. È una affermazione coerente con l’altra recentissima decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo che nella causa “Parrillo c. Italia” del 27 agosto 2015 [5] ha stabilito che l’embrione non può essere oggetto di proprietà. Se non né una cosa, non è un oggetto; se non è un oggetto, non può essere che un soggetto. In effetti è quanto si legge nella sentenza 229/2015, sia pure con l’annotazione che il bilanciamento del diritto alla vita dell’embrione con altri beni, anche essi costituzionalmente protetti, può condurre ad un affievolimento della “soggettività” (rectius: della tutela) dell’embrione. In ogni caso, anche in questa logica, la qualità di soggetto non viene meno. Va ricordato che la indicazione della sentenza 229/2015 è coerente con i pareri ripetutamente formulati dal Comitato nazionale di bioetica (22 giugno 1996 su “Identità e statuto dell’embrione umano” [6]; 11 aprile 2003 su “Ricerche utilizzanti embrioni umani e cellule staminali” [7]; 15 luglio 2005 su “Considerazioni bioetiche in merito al c.d. Ootide” [8]; 18 novembre 2005 su “Adozione per la nascita di embrioni crioconservati e residuali derivanti da procreazione medicalmente assistita (PMA)” [9]; 16 dicembre 2005 su “Aiuto alle donne in gravidanza e depressione post-partum” [10]) e con la precedente sentenza costituzionale n. 27 del 18 febbraio 1975 in tema di aborto [11], specialmente secondo la interpretazione precisata nella successiva decisione della Consulta n. 35 del 10 febbraio 1997 [12].

    Si comprende allora la ratio del 3° comma dell’art. 6 Legge 40/2004. È una ratio che resiste solidamente alle cesure formulate dal Tribunale di Firenze. Essa parte dall’affermazione che l’embrione è un semplice “materiale genetico” (cioè sostanzialmente una “cosa”) e su questa base sostiene che l’art. 13/3 della Legge 40/2004 viola il diritto fondamentale di autodeterminazione della donna e il principio del necessario consenso informato che condiziona la liceità di ogni intervento terapeutico e che deve non solo precedere, ma anche sussistere, in ogni fase dell’intero percorso sanitario.

    Ma se il concepito non è una cosa (cioè non è un oggetto), ma un soggetto (evidentemente umano), devono essere messi in campo altri valori costituzionali, il primo dei quali è il dovere di mantenimento dei figli (art. 30 Cost.), che non può cedere totalmente neppure nella disciplina dell’aborto volontario alla sola autodeterminazione della donna, tanto è vero che, anche nei primi 3 mesi di gestazione, la liceità della IVG suppone l’esistenza di un pericolo per la salute (art. 4 L. 194/1978[13]) ed esige quindi un bilanciamento nel quale rientrano anche i tentativi di evitare l’aborto con strumenti di vario genere: attesa dei sette giorni, intervento dei consultori, colloquio dissuasivo anche del medico, altri interventi affidati alla discrezionalità delle istituzioni, collaborazione del volontariato: artt. 1-2-5 (sul punto si veda in particolare, la sentenza costituzionale 35/1997). Sullo sfondo vi è la particolare irripetibile condizione della gravidanza con le indicazioni che il legislatore ha ritenuto di dover considerare (il rischio di aborto clandestino, impossibilità di proteggere il figlio senza la collaborazione della madre).

    Inoltre, è assai discutibile che la PMA possa essere assimilata ad una vera e propria terapia: anche se nasce un figlio la sterilità resta e non è sanata; anche se una conturbante selezione embrionale può evitare la nascita di un figlio affetto dalle malattie potenzialmente ereditate dai genitori, la malattia resta.

    Ma, soprattutto, così come deve essere tenuta in considerazione la “particolare situazione della gravidanza”, parimenti deve essere considerata la “particolare situazione” in cui matura la decisione di accedere alle tecniche di PMA. Il dovere costituzionale di mantenere i figli sembra particolarmente intenso dal momento che il figlio è venuto ad esistenza per libera e meditata decisione ed è stato addirittura strenuamente cercato, in qualche caso “ad ogni costo”. Viene in mente il 3° comma dell’art. 47 della legge sull’adozione [14], secondo cui gli aspiranti adottanti possono revocare il loro consenso fino a che non è emanata la sentenza di adozione (“L’adozione produce i suoi effetti dalla data della sentenza che la pronuncia. Finché la sentenza non è emanata, tanto l'adottante quanto l'adottando possono revocare il loro consenso”). È logico: se voglio un figlio (generato naturalmente o artificialmente o ottenuto con l’adozione) finché il figlio non c’è opera in pienezza l’autodeterminazione, ma da quando il figlio compare quanto meno essa non è più l’unico valore da considerare. Bisogna poi riflettere sulla regola generale dell’art. 6/3: essa disciplina ogni forma di PMA (anche quella non in vitro) e riguarda entrambi i membri della coppia richiedente. Perciò, il marito o partner non può ritirarsi dal prestato consenso. Di conseguenza: 1) è legittimo il trasferimento dell’embrione voluto dalla donna, anche a fronte del dissenso del padre; 2) la qualifica del figlio come legittimo o naturale riconosciuto non può essere esclusa con tutti i connessi doveri genitoriali previsti dalle leggi.

    In sostanza, la ratio legis è evidente: con la fecondazione un nuovo essere umano inizia la sua esistenza. Esso è un soggetto titolare di diritti (art. 1), il primo dei quali è quello alla vita: non può dunque essere distrutto, né esposto a rischio di distruzione. Inoltre nascono in favore del nuovo essere umano obblighi soprattutto nei soggetti che lo hanno generato. Il dovere di “mantenerlo” è addirittura di rango costituzionale, sancito com’è dall’art. 30 Cost. (“E’ dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli anche se nati fuori del matrimonio”). In ordine alla PMA questo dovere è particolarmente intenso, dal momento che il figlio è venuto all’esistenza per libera e meditata decisione ed è stato anche strenuamente ricercato.

    Saggiamente la Legge 40/2004 prevede la irrevocabilità del consenso dopo la generazione dell’embrione, ma non prevede nessuna sanzione per il caso che la donna non voglia il trasferimento in utero. Nessuna coazione è possibile [15]. Di fatto il consenso della donna è necessario, ma la norma dell’art. 6/3 resta una guida all’azione, particolarmente importante. Il diritto conosce le norme qualificate “men che perfette”, quelle cioè che prescrivono un comportamento ma non lo sanzionano e non lo attuano in modo alternativo. Ma come è noto la funzione del diritto positivo è prima di tutto preventiva, vuole essere, appunto, una “guida all’azione”. La norma non è quindi inutile. L’esclusione della coercibilità non esclude la ragionevolezza e la legittimità costituzionale della norma che afferma e disciplina l’obbligo. Va di nuovo sottolineata la “particolare situazione” della PMA rispetto alla situazione che si configura nel caso dell’aborto volontario. Quest’ultimo si contraddistingue quasi sempre per il carattere indesiderato della gravidanza: il figlio non è stato programmato ed è dunque inatteso e non voluto. Di regola l’inizio della sua vita non è frutto di autodeterminazione. Invece, nel caso del figlio generato mediante le tecnologie riproduttive non si può certo affermare che l’eventuale gestazione è “indesiderata”. L’autodeterminazione si esprime senza ambiguità e decide di generare il figlio. Nel campo della PMA, la maggior parte delle cause incidenti sulla salute e che la Legge 194/1978 considera come indicazioni per l’eliminazione dell’embrione – cause familiari, sociali, economiche, circostanze in cui è avvenuto il concepimento – sono state già adeguatamente prese in considerazione dalla donna (e dalla coppia), e ritenute insussistenti o ininfluenti. La volubilità del giudizio è difficilmente razionalizzabile nella PMA.

    La questione del consenso informato è fuori luogo. Abbiamo visto che di fatto per il trasferimento dell’embrione in utero – in quanto non coercibile – occorre il consenso della donna. Naturalmente – come era già previsto nel testo originario della Legge 40/2004 – alcune cause oggettive di forza maggiore possono impedire il trasferimento in utero degli embrioni generati.

    La sentenza costituzionale 151/2009 ha ampliato questa possibilità annullando il limite massimo di tre embrioni generabili nell’unità di un ciclo e l’obbligo del loro immediato trasferimento. Si noti, tuttavia, che la Consulta, pur intervenendo sul 3° comma dell’art. 14, non ha annullato il principio, ivi scritto, di un dovere di trasferimento, manifestato dalle parole “da realizzare non appena possibile”, principio coerente con l’irrevocabilità del consenso una volta avvenuto il concepimento, fissato nel 3° comma dell’art. 6. Tanto più significativa è – dunque – la infondatezza del dubbio di costituzionalità che la sentenza 151/2009 aveva già dichiarato inammissibile. Si aggiunga che nella sentenza ora citata la preoccupazione di salvaguardare la vita dell’embrione, nonostante l’allentamento dei limiti originariamente stabiliti dalla Legge 40/2004, emerge dalla consapevole e motivata conservazione del principio secondo cui le tecniche di produzione non devono creare un numero di embrioni superiore a quello strettamente necessario.

    Sembra, dunque, che la questione di costituzionalità debba essere considerata infondata.

    Va osservato anche che le sentenze costituzionali 96/2015 [16] e 229/2015 hanno già tolto dalla legge l’obbligo – che abbiamo visto essere sostanzialmente una semplice “guida all’azione” – di trasferire gli embrioni ritenuti “malati” mediante accertamenti genetici. Ma si tratta di una eccezione alle regole generali, motivata da ragioni sanitarie, che non fa venire meno la irrevocabilità del consenso dopo la formazione dell’embrione non giudicato “malato”. E, ancora una volta, va constatata, nonostante tutto, nella decisione 96/2015, la preoccupazione per la vita del concepito mediante l’auspicio di un intervento legislativo idoneo a garantire rigorosamente la serietà e la gravità dei rischi per la salute del figlio mediante “la individuazione delle patologie che possono giustificare il ricorso alla PMA delle coppie fertili e delle procedure di accertamento ed una opportuna previsione di forme di autorizzazione e di controllo delle strutture abilitate ad effettuarle”, alla stregua del “criterio normativo di gravità”.

    In ogni caso per i nove embrioni crioconservati che le parti attrici vorrebbero sottoporre a sperimentazione distruttiva, non esiste più il problema della irrevocabilità del consenso al trasferimento in utero per effetto delle sentenze 96/2015 e 229/2015. Dunque la questione è irrilevante e come tale appare inammissibile qualora non dovesse essere ritenuta – come sembra giusto – infondata.

    Note

    [1]Tribunale di Firenze, Ordinanza 7 dicembre 2012, n. 166, in Gazzetta Ufficiale, 17 luglio 2013, Prima serie speciale n. 29, pp. 65-76.

    [2]Legge 19 febbraio 2004, n. 40. Norme in materia di procreazione medicalmente assistita, in Gazzetta Ufficiale, 24 febbraio 2004, n. 45.

    [3]Corte Costituzionale, Sentenza 1° aprile-8 maggio 2009, n. 151, in Gazzetta Ufficiale, 13 maggio 2009, n. 19.

    [4]Id., Sentenza n.229 del 21 ottobre – 11 novembre 2015, in Gazzetta Ufficiale, 18 novembre 2015, Prima serie speciale n. 46, pp. 9-12 (http://www.iss.it/binary/rpma/cont/sentenza_CC_229_2015.pdf).

    [5]European Court of Human Rights – Grand Chamber, Case of Parrillo v. Italy (Application no. 46470/11) (http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato565751.pdf ).

    [6]Comitato Nazionale per la Bioetica, Identità e statuto dell’embrione umano,22 giugno 1996, in Medicina e Morale, 1997, 2, pp. 328 – 349.

    [7]Id., Parere su Ricerche utilizzanti embrioni umani e cellule staminali, 11 aprile 2003, in Medicina e Morale, 2003, 4, pp. 725 – 726.

    [8]Id., Considerazioni bioetiche in merito al c.d. “ootide”, 15 luglio 2005 (http://presidenza.governo.it/bioetica/testi/Ootide.pdf).

    [9]Id., Adozione per la nascita degli embrioni crioconservati e residuali derivanti da procreazione medicalmente assistita (PMA), 18 novembre 2005 (http://presidenza.governo.it/bioetica/testi/APN.pdf).

    [10]Id., Aiuto alle donne in gravidanza e depressione post-partum,16 dicembre 2005 (http://presidenza.governo.it/bioetica/testi/aiuto_donne_gravidanza.pdf).

    [11]Corte Costituzionale, Sentenza n. 27 del 18 febbraio 1975, in Giurisprudenza Costituzionale, 1975, I, pp. 117 – 120.

    [12]Id., Sentenza 30 gennaio-10 febbraio 1997, n. 35, in Giurisprudenza costituzionale, 1997, I, pp. 281-293.

    [13]Legge 22 maggio 1978, n. 194, Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza, in Gazzetta Ufficiale, 22 maggio 1978, n. 140.

    [14]Legge 4 maggio 1983, n. 184, Diritto del minore ad una famiglia come modificata dalla Legge 28 marzo 2001, n. 14 (in Gazzetta Ufficiale, Gazzetta Ufficiale, 26 aprile 2001, n. 96).

    [15]Certamente, di fronte al persistente rifiuto della donna, non è possibile (né sarebbe opportuno) il ricorso al trasferimento forzoso assolutamente non previsto dalla legge, né dalle norme sul trattamento sanitario obbligatorio. L’art. 13 della Costituzione vieta qualsiasi restrizione della libertà personale che non sia disposta dall’autorità giudiziaria e l’art. 32 Cost., al comma 2, stabilisce che “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento se non per disposizione di legge”. Conseguentemente la Legge n. 833 del 23 dicembre 1978 sul servizio sanitario nazionale afferma, all’art. 33, che “gli accertamenti e i trattamenti sanitari sono di norma volontari ”. Tra le eccezioni vi è quella della Legge n. 180 del 13 maggio 1978 sulla riforma nell’assistenza psichiatrica, nella quale, peraltro all’art. 1 è ribadito il principio che “gli accertamenti e i trattamenti sanitari sono volontari ”. Dunque è certo che l’embrione non può essere trasferito coattivamente nelle vie genitali della donna che in extremis lo rifiutasse.

    [16]Corte Costituzionale, Ordinanza n. 96 del 14 maggio-5 giugno 2015, in Gazzetta Ufficiale, 10 giugno 2015, n. 23.

    19 febbraio 2016