DIMT.IT - crescita

  • "Patrimonio culturale digitale. Tra conoscenza e valorizzazione", report, audio e video del convegno del 2 luglio

    Nel corso dell'evento promosso dall'Accademia Italiana del Codice di Internet sono state approfondite, con la partecipazione di esponenti delle istituzioni e giuristi, opportunità e criticità della Direttiva  2013/37/UE, all’esame del Parlamento, sul libero accesso e il riutilizzo dei dati in possesso di Pubblica Amministrazione, biblioteche, musei e archivi. "È nostra intenzione costituire un Osservatorio che abbia come compito il monitoraggio della  digitalizzazione del patrimonio informativo e culturale in possesso della Pubblica Amministrazione”. Così il Prof. Alberto Gambino, presidente dell'Accademia Italiana del Codice di Internet ,nel corso del convegno “Patrimonio Culturale Digitale: tra conoscenza e valorizzazione”, evento che ha avuto luogo nella mattina del 2 luglio, a Roma, con la partecipazione di giuristi, esponenti delle istituzioni pubbliche, membri del governo e del parlamento.

    Guarda i video del convegno

    "Sarà un Osservatorio aperto - ha spiegato Gambino - che naturalmente dialogherà con chi già istituzionalmente si occupa della materia, e che non sarà composto solo di giuristi ma punterà a riunire tutti i saperi umanistici per rappresentare un intreccio di competenze orientate a verificare che davvero questa stella polare dell'open access, ma anche del non detrimento delle risorse delle nostre amministrazioni, possa trovare una realizzazione bilanciata” [audio]. Prima sessione Al centro dei lavori proprio la ricerca di un giusto punto di equilibrio tra l’obiettivo della massima diffusione e delle possibilità di riutilizzo dei dati pubblici e la tutela del patrimonio culturale di musei, biblioteche, archivi in possesso di amministrazioni e istituzioni pubbliche. Opera delicata ma che ha il carattere della massima urgenza, quella che attende il legislatore, chiamato a recepire la direttiva 2013/37/UE (la scadenza per la sua adozione è il prossimo 18 luglio e la discussione è al momento ferma in Commissione Affari Esteri e Comunitari del Senato) che, nel quadro della iniziative dell’Agenda digitale europea, impone agli enti pubblici di rendere fruibili tutte le informazioni in loro possesso e il loro reimpiego a fini commerciali o non commerciali. Una vera rivoluzione, che richiede una riflessione imprescindibile da parte del legislatore anche in considerazione della farraginosità di un sistema normativo stratificatosi nel corso degli anni e della specificità dell’Italia, titolare del patrimonio culturale più diffuso in Europa.

    Leggi il position paper dell'Accademia Italiana del Codice di Internet

    CoppolaUna riflessione che si intreccia con le molte proposte che si stanno susseguendo in materia di Open Data e di trasparenza delle informazioni delle quali è titolare la PA. Ultima in ordine di tempo quella oggetto dell’inserimento nel Ddl di riforma della Pubblica Amministrazione di un emendamento in materia di Freedom of Information Act a firma degli onorevoli del Pd Anna Ascani e Paolo Coppola; quest'ultimo è intervenuto durante i lavori sottolineando il valore dell'opera di disclosure che si va componendo nel panorama legislativo nazionale e comunitario. Far sì che il recepimento della direttiva e il rafforzamento degli obblighi in capo agli enti pubblici in materia di accesso alle informazioni, anche attraverso licenze che ne consentano il riutilizzo a fini commerciali da parte di privati, non pregiudichino la tutela del patrimonio culturale, complice uno sfruttamento indiscriminato dei dati a scapito del valore del bene pubblico, della sua integrità e conoscenza, è stato il filo conduttore di gran parte degli interventi. Dopo l’apertura affidata a Marina Giannetto (Sovrintendente dell’Archivio storico della Presidenza della Repubblica) [audio] le relazioni di Giuseppe Piperata (Associato di Diritto amministrativo presso l’IUAV di Venezia) [audio], Riccardo Pozzo(Dipartimento Scienze Umane e Sociali, Patrimonio Culturale del Consiglio Nazionale delle Ricerche) [audio] e Gustavo Ghidini (Università degli Studi di Milano, Università LUISS Guido Carli) [audio], il quale ha lanciato la proposta di un “doppio binario” per il riuso del patrimonio culturale digitale: accesso libero e gratuito per ricercatori e studiosi; a fronte di un ritorno economico per la PA nei casi di reimpiego a fini commerciali. “In relazione al tipo di accesso per fini editoriali o commerciali – secondo Ghidini  – dovrebbe essere ammesso un compenso in linea con i principi della disciplina autoriale, ponendo in capo all'amministrazione concedente un obbligo di reinvestimento dei ricavi nello sviluppo e nel potenziamento dell'architettura impiegata per la pubblicazione dei dati. Un obbligo che dovrebbe estendersi ai proventi delle operazioni derivate di marketing culturale connesse eventualmente all'uso commerciale dei dati”. È stata così la volta di una tavola rotonda moderata dal giornalista de Il Sole 24 Ore Antonello Cherchi e animata dagli interventi di Valentina Grippo, fellow dell'Accademia [audio], Roberta Guizzi del Servizio Giuridico dell’Agcom [audio], Flavia Piccoli Nardelli, membro della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati [audio], Marco Pierani di Altroconsumo [audio],Eugenio Prosperetti, membro del Tavolo Permanente per l’Innovazione e l’Agenda Digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri [audio], eFerdinando Tozzi, componente del Comitato consultivo Permanente per il Diritto d’Autore [audio]. In chiusura l'intervento di Antonia Pasqua Recchia, Segretario Generale presso il Ministero dei Beni e della Attività culturali e del Turismo [audio]: “Siamo consapevoli della grande responsabilità con la quale dobbiamo affrontare il tema. Da parecchio tempo il ministero si è posto in una posizione di particolare apertura, sia per la presenza di banche dati di archivi e biblioteche sia per la digitalizzazione di opere d'arte, e con licenze d'uso Creative Commons. Vanno però differenziati vari aspetti: la completa accessibilità non deve sempre essere sovrapposta e confusa con la gratuità del dato, perché i dati di qualità costano sotto molti punti di vista. Un altro tema è poi quello della tutela dell'integrità delle opere quando c'è riproduzione, aspetto anche più importante del ritorno economico in senso stretto. Ma di sicuro non dobbiamo temere la pirateria sul patrimonio culturale, perché per quanto servano delle regole bisogna partire dal presupposto che maggiore circolazione significa arricchimento diffuso”. Le conclusioni sono state affidate a Silvia Costa, Presidente della Commissione Cultura al Parlamento Europeo [audio], la quale ha auspicato che “l'Osservatorio lanciato dal Professor Gambino possa espandersi su scala continentale; sarebbe molto importante che cominciassimo, anche grazie all'Accademia, ad avere nuovi luoghi di confronto”. [gallery type="slideshow" ids="18479,18480,18489"]

     

    2 luglio 2015

  • Banda ultralarga e Crescita Digitale, dal Consiglio dei ministri il via libera alle strategie

    Un piano di investimenti fino a 12 miliardi di euro in 7 anni, di cui 6 miliardi pubblici, volti a "massimizzare la copertura entro il 2020 da un punto di vista infrastrutturale, raggiungendo come minimo gli obiettivi definiti per il secondo pilastro dell’Agenda Digitale Europea, cioè Internet in ultrabroadband ad almeno 100 Mbps per almeno il 50% della popolazione come utente, con un 100% dei cittadini che abbiano la copertura a 30 Mbps. Ma dandosi come obiettivo del piano il raggiungimento dei 100 Mbps fino all’85% dei cittadini". Sono le principali indicazioni contenute nella "Strategia Italiana per la Banda Ultralarga" approvata nel Consiglio dei ministri di martedì insieme alla "Strategia per la Crescita Digitale" 2014-2020. I due piani, definiti dall’Agenzia per l’Italia digitale e dal Ministero dello Sviluppo Economico sotto il coordinamento della Presidenza del Consiglio, "mirano a colmare il ritardo digitale del Paese sia sul fronte infrastrutturale che su quello di servizi che ne rendano appetibile l’utilizzo e la sottoscrizione di abbonamenti in ultrabroadband. L’Italia - spiega Palazzo Chigi - nel 2014 risultava ancora il Paese con la minor copertura di reti digitali di nuova generazione in Europa, sotto la media europea di oltre 40 punti percentuali per l’accesso a più di 30 Mbps, un 20% di copertura, contro il 62% europeo; con la prospettiva di giungere solo nel 2016 al 60% di copertura a 30 Mbps e in assenza di piani di operatori privati per avviare la copertura estensiva a 100 Mbps". Banda Ultralarga Il nuovo piano nazionale per la Banda Ultralarga si propone "un mix virtuoso di investimenti pubblici e privati. Qualora i privati investiranno in misura uguale al pubblico, l’obiettivo che si può raggiungere è superiore a quello minimo europeo". Tra le misure previste dal Governo figurano dunque agevolazioni tese ad abbassare le barriere di costo di implementazione, semplificando e riducendo gli oneri amministrativi; il coordinamento nella gestione del sottosuolo attraverso l’istituzione di un Catasto del sotto e sopra suolo che garantisca il monitoraggio degli interventi e il miglior utilizzo delle infrastrutture esistenti; l'adeguamento agli altri Paesi europei dei limiti in materia di elettromagnetismo; incentivi fiscali e credito a tassi agevolati nelle aree più redditizie per promuovere il “salto di qualità”; incentivi pubblici per investire nelle aree marginali; la realizzazione diretta di infrastrutture pubbliche nelle aree a fallimento di mercato. Le risorse pubbliche a disposizione sono i fondi europei FESR e FEASR, il Fondo di Sviluppo e Coesione, per complessivi 6 miliardi, a cui si sommano i fondi collegati del Piano Juncker. "Dall’impegno, più o meno significativo, da parte dei privati - chiosa l'Esecutivo - dipenderanno in parte i risultati per la copertura nei 4 cluster individuati dal Piano sul territorio italiano, in base a caratteristiche simili ma con costi e complessità di infrastrutturazione crescenti. Infatti le sole risorse pubbliche non saranno sufficienti per sviluppare una rete estesa di nuova generazione (fino all’85% della popolazione collegato ad almeno 100 Mbps). La soluzione individuata dalla Strategia è quella di un sistema articolato di nuove regole, che accompagni alla migrazione, progressiva e concordata, verso la nuova rete in fibra ottica. Una serie di misure ad hoc verranno inserite in un provvedimento specifico: il servizio digitale universale, un fondo di garanzia, voucher di accompagnamento alla migrazione verso la fibra ottica e convergenza di prezzo per i collegamenti in fibra ottica realizzati con sovvenzioni statali, al prezzo dei collegamenti in rame". Clusters Crescita Digitale Il piano nazionale per la banda ultralarga è sinergico alla Strategia per la Crescita Digitale, la quale "ha un carattere dinamico, per essere capace di adattarsi progressivamente agli scenari nel periodo di riferimento 2014-2020, e punta alla crescita digitale di cittadini e imprese, anche utilizzando le leve pubbliche. Integrerà in modo sussidiario quanto realizzato in fase di realizzazione sia nel settore pubblico, sia nel settore privato; deve realizzarsi una piena sinergia con altre strategie pubbliche in essere, sia di pertinenza del governo nazionale sia di competenza regionale, per mettere utilmente a sistema obiettivi, processi e risultati". Tra gli obiettivi che si pone:
    • obbligo dello switch-off nella Pubblica Amministrazione: digital First, con il superamento della tipologia tradizionale di fruizione dei servizi al cittadino; percorso di centralizzazione della programmazione e della spesa, monitoraggio delle modalità e tempistiche;
    • nuovo approccio architetturale basato su logiche aperte, standards, interoperabilità e architetture flessibili, user-centered;
    • trasparenza e condivisione dei dati pubblici (dati.gov.it);
    • nuovi modelli di Partnership Pubblico/Privato;
    • coordinamento di tutti gli interventi di trasformazione digitale;
    • la diffusione di cultura digitale e lo sviluppo di competenze digitali in imprese e cittadini;
    • un approccio architetturale basato su logiche aperte e standard, che garantiscano accessibilità e massima interoperabilità di dati e servizi;
    • soluzioni volte a stimolare la riduzione dei costi e migliorare la qualità dei servizi, contemplando meccanismi di remunerazione anche capaci di stimolare i fornitori a perseguire forme sempre più innovative di erogazione/fruizione dei servizi;
    • progressiva adozione di Modelli Cloud;
    • innalzamento dei livelli di affidabilità e sicurezza.
      Tra le azioni infrastrutturali cross che la Strategia si pone, spiccano il Servizio Pubblico d’Identità Digitale (SPID), la Digital Security per la PA per tutelare la privacy, l’integrità e la continuità dei servizi della Pubblica amministrazione, e la previsione di centralizzazione e programmazione di spesa e investimenti con reingegnerizzazione e virtualizzazione dei servizi in logica cloud con conseguente progressiva razionalizzazione dei datacenter. La Piattaforma Italia Log In, afferma il Governo, "è destinata ad essere la casa del cittadino su Internet. Il sistema è pensato come una struttura aperta dove i vari attori della Pubblica Amministrazione contribuiscono per la propria area di competenza. Ogni cittadino con la propria identità digitale ha tutte le informazioni e servizi che lo riguardano". 4 marzo 2015
  • Call for Papers "Aiuti di Stato e altri strumenti di supporto alla crescita economica" - Concorrenza e Mercato

  • Concerti, gli incassi aumentano del 6%. Ma Assomusica: "Per tradurre in utili occorre rivedere alcune norme"

    La musica dal vivo in Italia sembra godere di ottima salute. Stando agli ultimi dati diffusi da Assomusica, associazione di categoria dei principali organizzatori di concerti, nel 2014 gli incassi sono cresciuti del 6%, con un aumento degli spettatori di 5 punti percentuali. Lo scorso anno si è dunque chiuso "a tutto volume": se si considerano i soli concerti a pagamento, in Italia sono stati organizzati 3.664 spettacoli, per una crescita del 25,9% sul 2013. Gli incassi sono saliti del 6,2%, portandosi a quota 221,3 milioni, trainati da un “popolo” di 6,1 milioni di spettatori (+5,1%). Il grosso del mercato sta a Nordovest, dove si registrano incassi da 95,6 milioni. Se poi ai dati degli spettacoli a pagamento si sommano gli incassi provenienti da altri tipi di manifestazione (come feste di piazza ed eventi pubblici, promossi da istituzioni o privati) il giro d'affari delle 120 aziende di settore arriva intorno ai 400 milioni. "Il momento è positivo – commenta Vincenzo Spera, presidente di Assomusica – e ci sono tutte le premesse perché il 2015 ci regali ancora una crescita stimabile tra i tre e i quattro punti percentuali". La differenza la fanno i grandi nomi nazionali e internazionali, soprattutto quando si esibiscono negli stadi "e quest'anno – continua Spera – possiamo già contare su un carnet di appuntamenti importanti, con il ritorno di Vasco Rossi, Jovanotti e Ligabue sul versante italiano, ma anche pezzi da novanta come U2, Madonna, AC/DC, Bob Dylan ed Elton John". Spera però invita a fare attenzione all'interpretazione dei dati: "Fatturati in crescita non coincidono sempre con più utili per chi fa questo mestiere, un po' perché le produzioni internazionali diventano sempre più costose, un po' perché scontiamo una legislazione arcaica che, per paradosso, penalizza chi fa business con la cultura. Per capirci: il settore, intorno al quale tra diretti e indotto gravitano 400mila addetti, si autosostiene. Non c'è accesso al Fondo Unico per lo Spettacolo (FUS), le sponsorizzazioni riguardano solo i grandi festival, mentre i contributi degli enti pubblici, tra prima e dopo la spending review, sono calati del 75%". Assomusica denuncia in merito quelli che considera "assurdi normativi: la legge di riferimento è la 800 del 1967, alba dello show business come lo conosciamo. Ecco allora che, se organizzi un concerto di musica elettronica, versi un 22% di Iva, un 16% di imposta sugli intrattenimenti e un 10% di diritto d'autore, per un carico complessivo del 48%. Come fosse una serata in discoteca. Per un concerto tradizionale versi invece 10% di Iva e 10% di diritto d'autore". "Ma oggi – spiega Roberto De Luca, presidente di Live Nation Italia che con 100 milioni di fatturato è azienda leader del settore – certi steccati sono saltati: non puoi dire che i Coldplay meritano una tassazione agevolata e i Daft Punk no, solo perché fanno musica elettronica. In questo modo terremo lontano dall'Italia una segmento importante del mercato". Da qui la sfida delle imprese italiane che, da qualche mese a questa parte, si sono lanciate in pressing sul ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, chiedendo una revisione delle leggi di riferimento. "Il settore – continua De Luca – merita maggiore considerazione". E al tempo stesso, secondo Mimmo D'Alessandro di D'Alessandro e Galli, player da 32 milioni di fatturato e un portafoglio artisti che spazia da Paul McCartney ai Rolling Stones, "meno burocrazia. È una follia il fatto che montare un palco in Italia equivalga ad aprire un cantiere. Anche a Lucca, dove da decenni organizziamo il Summer Festival e certi meccanismi dovrebbero essere automatici". Secondo Claudio Trotta di Barley Arts, storico impresario il cui nome qui da noi è sinonimo di Bruce Springsteen, "c'è ancora difficoltà a comprendere che la musica dal vivo genera economia. Eppure non dovrebbe essere così difficile. Facciamo lavorare treni, alberghi, ristoranti".
    Musica digitale, lo streaming è il motore di un mercato che continua a crescere
    24 aprile 2015
  • Decreto Legge 6 dicembre 2011, n. 201 "Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici"

    Il presente documento è inserito nel Focus "Regolazione dei Trasporti" (sottosezione di "Mercato, Concorrenza e Regolazione") a cura di Giovanni Nuzzi.
  • FIMI: "Mercato discografico in crescita del 5% nei primi nove mesi del 2014. Digitale è 45% dei ricavi complessivi"

    Secondo i recenti dati forniti da Deloitte per FIMI (Federazione Industria Musicale Italianadi Confindustria), il mercato discografico nei primi 9 mesi del 2014 è cresciuto del 5%, come di consueto trainato dal segmento digitale che ormai rappresenta circa il 45% dei ricavi complessivi delle case discografiche. Si tratta del quarto trimestre consecutivo con segnali positivi per il settore. Il digitale, fortemente trascinato dai ricavi connessi ai servizi streaming cresce del 20%, in particolare i servizi in abbonamento quali, ad esempio TIMmusic, Spotify, Google Play Deezer sono saliti del 109% mentre i servizi supportati dalla pubblicità, come YouTube e Vevo sono cresciuti del 78%. In calo del 19% invece il download, così come pure scendono, anche se di poco, le vendite del supporto fisico: meno 4%. Il trend di crescita del vinile prosegue la recente traiettoria in controtendenza con il comparto del fisico e, pur rappresentando solo una piccola nicchia sull'intero mercato, registra un +66%. fimiottobre2014   B1MVhYpIgAA9mD1 31 ottobre 2014
  • Il mercato dei server nell'area EMEA torna a crescere dopo undici trimestri

    Nell'area che comprende Europa, Medio Oriente e Africa (EMEA), il volume delle spedizioni di server nel secondo trimestre del 2014 è cresciuto dello 0,8% registrando un "segno più" che mancava da 11 trimestri. A diffondere i dati è Gartner; la compagnia aggiunge che il mercato sorride dunque anche sul fronte dei ricavi, cresciuti nell'anno in corso dopo 10 precedenti trimestri consecutivi di calo. Il ricavi totali hanno così raggiunto i 3,2 miliardi dollari, con un aumento anno su anno del 3,8%. "Il secondo trimestre del 2014 segna una tappa fondamentale nel mercato dei server per molti fornitori", ha dichiarato Errol Rasit, research director di Gartner. "Nonostante il costante miglioramento nel mercato, questi risultati positivi evidenziano la fine di una crisi, piuttosto che un ritorno alla crescita". Nel periodo di riferimento, HP ha visto crescere del 7,3% il fatturato, un buon risultato soprattutto alla luce del parallelo calo delle vendite del 5,2%. servermarket Dal punto di vista regionale, solo l'Europa dell'Est ha registrato cali in ricavi e spedizioni rispettivamente dell'1,6 e del 5,6%. Gli stessi dati in Medio Oriente e Africa sono cresciuti rispettivamente del 2,5 e del 6%, mentre in Europa occidentale i valori di crescita sono 4,8 e 1,3%. Immagine in home page: v3.co.uk 27 agosto 2014
  • Italia Digitale: creatività, crescita, conoscenza

  • Italia Digitale: creatività, crescita, conoscenza

  • L'Asia digitale: nomi e numeri di un'espansione da record a colpi di smartphone e innovazione

    Il 2015 si apre con la consapevolezza che una sempre più importante porzione della digital economy globale è veicolata sui mercati asiatici, e che i grandi player orientali stanno puntando ad espandersi anche al di fuori dei vari confini nazionali. TencentHuawei, Xiaomi e Lenovo sono sono alcuni dei giganti che nei rispettivi settori stanno producendo volumi d'affari miliardari in un trend che li vede passare spediti dall'imitazione, che ne ha caratterizzato i primi passi, all'innovazione, mentre il fattore demografico permette alle applicazioni di messaggistica e di eCommercelocali di affermarsi come leader globali del comparto che nei prossimi anni guiderà un'ulteriore espansione dei mercati connessi: il mobile. E così, mentre l’Europa è impegnata nella regolamentazione dei colossi tecnologici statunitensi, i giri di affari delle società asiatiche stanno aumentando velocemente, con la maggior parte delle startup tecnologiche che oggi proviene dal di fuori della Silicon Valley e ben quattro su dieci tra le più grandi compagnie del web in termini di quotazioni di borsa sono basate in Asia. I players - Come fotografato già nell'estate scorsa dal GuardianLenovo si è affermato come il più grande produttore di PC al mondo, scavalcando l’americana HP, e come il terzo produttore mondiale di smartphone dopo Samsung e Apple. Al contempo, Huawei è il secondo più grande fornitore di strumentazione per le telecomunicazioni dopo la svedese Ericsson; in Europa, le sue vendite di smartphone sono più che raddoppiate nello scorso anno, dal momento che i consumatori sensibili al prezzo hanno optato per strumenti più economici, non tenendo conto del brand. Xiaomi è a sua volta il terzo produttore di smartphone al mondo dopo aver ottenuto buoni risultati in Cina e nei paesi asiatici confinanti, anche se non è ancora chiaro quanto sia in grado di fare in altri Paesi dove dovrà scontare la maggiore concorrenza di Samsung ed Apple. La compagnia è stata in ogni caso di recente valutata per 45 miliardi di dollari, più di qualsiasi altra startup tecnologica al mondo. [caption id="attachment_13686" align="alignright" width="300"]tencent via nytimes.com[/caption] Tencent Holdings è invece la quinta più grande compagnia del web (operante unicamente su Internet) nel mondo, in una classifica che la vede preceduta dalle sole Google, Amazon, Facebook ed Ebay; con 650 milioni di utenti sulla sua app di messaggi QQ, Tencent non è ancora noto al di fuori della Cina dal momento che non ha ancora tentato di competere sulle piattaforme oltreconfine. Sul versante dei motori di ricerca, Baidu è il più usato in Cina, dove Google ha un numero molto limitato di utenti search. Baidu ha istituito centri di ricerca e uffici a Singapore, in Australia, India e Brasile, ed ha assunto di recente il ricercatore di Stanford Andrew Ng, un ex impiegato di Google, a dirigere il centro di ricerca su intelligenza artificiale recentemente aperto nella Silicon Valley. LEGGI Il search in continuo movimento: i protagonisti di un mercato in evoluzione  La compagnia di eCommerce Alibaba, infine, ha di recente presentato la più grande offerta pubblica iniziale (IPO) della storia. Progetta di lanciare una versione internazionale del suo marketplace online Taobao per servire i consumatori di tutto il mondo in più lingue e sta investendo ampiamente nel suo sistema operativo per smartphone. Innovazione - Si accennava alla metamorfosi di operatori che sono passati dall'imitazione dei giganti già affermati nei mercati occidentali ad un percorso basato su sempre maggiori investimenti in ricerca e sviluppo. Stando a quanto si legge sul Wall Street Journal, la Cina sorpasserà l’Europa in termini di spesa in R&D nel 2018 e supererà gli Stati Uniti nel 2022. La "curva tecnologica" sulla quale Pechino si prepara a virare con forza è quella dei chip di processori mobili, settore in cui era un tempo assente e all'interno del quale lo scorso anno si è generato un teso scenario con il chipmaker americano Qualcomm. Sebbene la Cina avesse tradizionalmente basato la sua forza nell’hardware, il successo di WeChat di Tencent testimonia una svolta verso il settore dei software e dei servizi; per fare un altro esempio, Momo, una app per appuntamenti, è stata lanciata in Cina nel 2011 prima dell’invenzione di Tinder e possiede oggi 35 milioni di utenti attivi al mese contro i 10 milioni della stessa Tinder. Mobile first - Smartphone e tablet hanno rivoluzionato, in un trend sempre più consolidato, le abitudini degli utenti di Internet; dinamica che nei paesi asiatici è più accentuata, con un ritmo di “conversione” dal computer al mobile più rapido rispetto ai paesi occidentali e che fa del continente ad Oriente l'unica area geografica del mondo in cui sono presenti più utenti di smartphone che di pc. In questa cornice, la crescita del business dei contenuti online è molto più veloce che in Europa, sia per quanto attiene i video (in Corea del Sud più della metà delle visualizzazioni YouTube proviene da device mobili) che per quanto concerne i giochi (il 64% degli utenti mobili della Cina contro il 20% della Germania gioca online utilizzando dispositivi mobili). Centrale è poi la crescita delle piattaforme di chat ed eCommerce e delle app di mobile commerce, con i vari Line, Yay e WeChat che contendono ormai la scena ai giganti made in Usa. Nel dettaglio, la cinese WeChat, lanciata nel 2011, è oggi la più grande app standalone di messaggi al mondo per numero di utenti attivi al mese; oltre al servizio di messaggi, WeChat offre diversi altri servizi come le funzioni di prenotazione di taxi attraverso cui la app cinese DidiDache, che ha raccolto 700 milioni di dollari diventando la seconda app più finanziata al mondo, riceve 700mila prenotazioni al giorno e si sta muovendo rapidamente nel commercio elettronico al fine di permettere ai suoi utenti di comprare online attraverso l'app stessa. A sua volta Kakao, applicazione di messaggi coreana che offre giochi come servizio aggiuntivo a pagamento, è la compagnia tecnologica che sta crescendo più velocemente in Asia, mentre Line, la principale app giapponese di messaggi, possiede ad oggi 560 milioni di utenti in tutto il mondo, i quali ogni giorno inviano circa un miliardo di adesivi comprati sulla app. Sul versante indiano si distingue poi Flipkart, compagnia di eCommerce leader nel Paese che ha recentemente raccolto 600 milioni di dollari, arrivando ad una valutazione complessiva di 10 miliardi di dollari, che ha ulteriormente rafforzato la sua posizione. Startup - Per finire una breve rassegna delle nuove realtà asiatiche a cui si faceva riferimento in apertura; si segnalano così Tokopedia, il principale marketplace indonesiano che ha di recente raccolto 100 milioni di dollari di finanziamenti provenienti da SoftBank e Sequoia Capital; OKCoin, fondata nel 2013 e ad oggi la più grande piattaforma di trading di contante virtuale della Cina e la quinta al mondo per scambio di bitcoin; Flitto, app per traduzioni della Corea del Sud finanziata tramite crowdsourcing ed usata da 3 milioni di persone in 170 paesi; Lazada, piattaforma di eCommerce operante in Malesia, Indonesia, Vietnam e Filippine che ha ad oggi più visitatori di E-Bay e di Aliexpress (costola diAlibaba). LEGGI Pubblicità digitale, mercato verso quota 146 miliardi di dollari. In crescita Facebook e i player cinesi 4G, un miliardo di connessioni nel 2017. Con un baricentro asiatico Chat, localizzazione e deep linking: da Gigaom cinque previsioni sui social per il 2015 9 gennaio 2014
  • La sussidiarietà come occasione per l'integrazione e per la crescita - Napoli, 26 maggio 2015

    Consulta il programma

  • Mercati digitali consumer, crescita a doppia cifra

    L'Osservatorio Smau illustra i dati di una sua recente ricerca confermando l'espansione di un settore in controtendenza rispetto al più generale arretramento dei mercati e dell'ICT nazionale. Il futuro? La "Nuova Internet" È stato il primo giorno di Smau Milano 2013 l'occasione per una dettagliata presentazione dei dati della recente ricerca "Mercati Digitali Consumer e Nuova Internet", realizzato dall'Osservatorio Smau – School of Management del Politecnico di Milano. Il dato complessivo vede nel nostro Paese, rispetto al 2012, una crescita del 10% dei mercati digitali consumer, intesi come tutti quei mercati rivolti al consumatore finale e basati su piattaforme digitali (Pc, Tv digitali, Mobile); il mercato si assesta quindi ad un volume d'affari di 17,1 miliardi di euro. Lo scorso anno la crescita rispetto al 2011 è stata del 14%. Valore_complessivo_mercati_digitali_consumer_2013_ La controtendenza di questo dato è chiara se messa a confronto con quelli dell'ecosistema nel quale è inserito. L'e-commerce, ad esempio, vede il settore B2c (relativo al volume di acquisti effettuati dagli italiani) crescere del 14% nell'anno in corso (9,9 miliardi di euro) e arrivare a toccare il 3% della complessiva vendita di beni e servizi, che al contrario nello stesso periodo di tempo ha subito un calo dell'1,5% circa. Ancora poche settimane fa Assinform aveva evidenziato come fossero proprio gli investimenti in piattaforme e software di ecommerce alcuni dei pochissimi elementi in grado di mitigare il continuo calo del mercato ICT italiano. Balza all'occhio come ben 9,6 miliardi del mercato ecommerce su pc e tablet arrivi dall'acquisto di servizi non digitali, con i coupon che crescono del 22% e i servizi in generale a farla da padrone. Su tutti, il settore turismo da solo vale la metà della torta. Più che raddoppiato, seppur ancora marginale, il valore del Mobile Commerce, che raggiunge un volume d'affari di 330 milioni di euro soprattutto grazie alla compravendita di prodotti a tempo e biglietti del trasporto pubblico. L'ecommerce sulla Tv (il Tcommerce) non decolla, mentre la pubblicità sui canali digitali finisce nel ventaglio dei dati in controtendenza rispetto ai trend generali; arrivando a due miliardi di euro, infatti, registra un aumento del 7% rispetto al 2012, un periodo durante il quale il settore pubblicitario nazionale ha registrato un secco meno 15% del volume d'affari. A trainare è soprattutto il search advertising. L'acquisto dei contenuti e servizi digitali cresce del 6% (del 9% su tablet e pc) e i contenuti mobile del 20%, mentre è chiara la trama che sottende il sistema: Internet. La componente del mercato che si basa sulla rete pesa infatti per il 77% del totale e vira sempre più verso la "Nuova Internet", quella basata sui nuovi device mobili, sulle smart-tv e sulle App, un fenomeno che sembra trovare l'Italia più pronta di quanto non lo fosse nella precedente "epoca" basata sul pc e sul Web. Ed proprio sul mobile che sono concentrate oltre il 30% delle tremila startup operanti in ambito digitale analizzate insieme al report.
  • Minibond e nuovi strumenti di debito a supporto alla crescita delle PMI: profili regolatori e analisi del mercato

    di Andrea Nuzzi Abstract Considering 2008’s crisis and the vacuum of fiscal policies by European Community, the European banking system is going through a very critical period. The numerous interventions by the ECB, which was able to mix an accommodative monetary policy that flooded the financial markets with liquidity and a wise use of "announcement effect" related to quantitative easing programs, had the effect of preserving the financial system. However, these measures did not have remarkable effects on the real economy. In this context of "liquidity trap" á la Keynes, the transmission belt between monetary policy, credit channel and real economy is still jammed: since 2011 in the EU, credit to the private channel decreased. Moreover, some of the major EU economies started a dangerous deflationary spiral. In this scenario, the development of the new regulatory framework for banking system and an approach to prudential supervision of banks worsened the overall situation and created the conditions for credit deleveraging. Given this context, the regulatory innovations, which introduced new debt tools to support the growth of Italian SMEs’ (i.e. minibond) represent a very important opportunity. In fact, even if these measures are not able to mind the gap in terms of stock of loans, they can provide a concrete alternative for the funding issue of the SMEs’. A causa della crisi del 2008 e alla luce di un vuoto complessivo delle politiche fiscali comunitarie, il sistema bancario comunitario sta vivendo un momento estremamente delicato. I numerosi interventi da parte della BCE, in grado di miscelare una politica monetaria accomodante che ha inondato i mercati finanziari di liquidità e un sapiente utilizzo di “effetti annuncio” in relazione a programmi di quantitative easing hanno avuto l’effetto di preservare il sistema finanziario ma, tuttavia, non si sono ancora scaricati sul canale dell’economia reale. In tale contesto di “trappola di liquidità” á la Keynes, la cinghia di trasmissione tra politica monetaria, canale del credito ed economia reale è ancora inceppata: il settore del credito ai privati è da oltre due anni in contrazione nell’area Euro e alcune delle principali economie comunitarie hanno intrapreso una pericolosa spirale deflazionistica. A tale scenario macro complessivo, si sono associate l’evoluzione di un contesto regolamentare ed un approccio alla vigilanza prudenziale che spingono banche e intermediari finanziari verso una progressiva disintermediazione (deleveraging) e il peggioramento della qualità del credito dovuto al deterioramento dello scenario economico. Alla luce di tale contesto, le innovazioni normativo-regolamentari che hanno visto l’introduzione di strumenti di debito a supporto della crescita delle imprese italiane come i minibond costituiscono un aspetto di grande interesse nel panorama finanziario italiano che, seppur non in grado di colmare la riduzione dello stock di prestiti alle imprese, possono fornire un’importante opportunità in termini di predisposizione di un canale alternativo di approvvigionamento finanziario. Sommario: 1. Introduzione. - 2. Il contesto macro di riferimento: il rapporto tra banche e imprese nel sistema italiano. - 3. Gli strumenti alternativi di debito nel quadro complessivo di interventi a supporto delle imprese. - 4. Le evidenze del mercato: alcune valutazioni quantitative dei primi due anni di vita. - 5. Considerazioni conclusive: alcune direzioni di sviluppo. 1. Introduzione. A circa sei anni dal 15 settembre del 2008, giorno in cui Lehman Brothers, una delle cinque principali banche d’affari del pianeta, annunciò al mondo l’intenzione di avvalersi della protezione di cui al Chapter 11, prevista per le imprese in caso di bancarotta, il sistema finanziario mondiale versa ancora in una situazione complicata. Come noto, in quel giorno fu sancita la più grande bancarotta della storia degli Stati Uniti, con debiti bancari complessivi per oltre 600 miliardi di dollari e obbligazionari maggiori di 150 miliardi. A partire da quell’evento, tutto è cambiato. Nel 2009, per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale, il tasso di crescita dell’economia globale è stato negativo. I Governi hanno messo in piedi i più massicci interventi di salvataggio della storia dell’economia. Varie banche sono state nazionalizzate. Oggi, a distanza di 6 anni da quell’evento, l’economia mondiale non ha ancora imboccato pienamente la via d’uscita. Se infatti i Paesi emergenti hanno ripreso a crescere a ritmi sostenuti e gli Stati Uniti hanno faticosamente intrapreso un nuovo sentiero di moderata crescita – seppur “drogato” da interventi pubblici senza precedenti e caratterizzato da una capacità di generare nuovi posti di lavoro inferiore alle attese – l’Unione Europea si trova ancor oggi in una situazione di eccezionale difficoltà e, nei mesi passati, alcuni Paesi periferici hanno rischiato di uscire dall’area Euro. In estrema sintesi, il fallimento di una banca d’affari americana ha indotto indirettamente la crisi dei debiti sovrani dei Paesi europei. In questo scenario e anche alla luce di un vuoto complessivo delle politiche fiscali comunitarie, neutralizzate dall’applicazione rigida dell’approccio austerity-based, i sistemi bancari comunitario ed italiano hanno attraversato e stanno ancora vivendo un momento estremamente delicato. I numerosi interventi da parte della Banca Centrale Europea, in grado di miscelare una politica monetaria accomodante che ha inondato i mercati finanziari di liquidità – i.e., il combinato disposto dell’abbassamento dei tassi di interesse e l’adozione di misure eccezionali quali il “piano di rifinanziamento a lungo termine” (LTRO: Longer-Term Refinancing Operations) che ha permesso di iniettare circa 1.020 miliardi di Euro di liquidità nel sistema [1] e le più recenti “operazioni mirate di rifinanziamento a più lungo termine (TLTRO, Targeted Longer-Term Refinancing Operations) – e un sapiente utilizzo di “effetti annuncio” in relazione a programmi di quantitative easing hanno avuto certamente l’effetto di preservare il sistema finanziario ma, tuttavia, tali misure non si sono ancora scaricati sul canale dell’economia reale. In tale contesto di “trappola di liquidità” á la Keynes, la cinghia di trasmissione tra politica monetaria, canale del credito ed economia reale è ancora inceppata: il settore del credito ai privati è da oltre due anni in contrazione nell’area Euro e alcune delle principali economie comunitarie hanno intrapreso una pericolosa spirale deflazionistica. A tale scenario macro complessivo, si associano, da un lato, l’evoluzione di un contesto regolamentare – Basilea 2 e Basilea 3 – ed un approccio alla vigilanza prudenziale che spingono banche e intermediari finanziari verso una progressiva disintermediazione (deleveraging) [2] e una limitazione della concessione del credito al canale privato (in primis, imprese) e, dall’altro, il progressivo peggioramento della qualità del credito dovuto al deterioramento dello scenario economico che, nel caso del sistema italiano, si è tradotto in un incremento delle sofferenze fino ad oltre 170 miliardi di Euro (11,9% dei finanziamenti bancari). La conseguente situazione di restrizione creditizia al canale privato rende sempre più necessario un ripensamento complessivo degli strumenti di supporto alle imprese e, con essi, del ruolo degli intermediari finanziari. Date queste premesse, le recenti innovazioni normativo-regolamentari che hanno visto l’introduzione di strumenti di debito a supporto della crescita delle imprese italiane, quali minibond e cambiali finanziarie, costituiscono un aspetto di grande interesse nel panorama finanziario italiano che merita un approfondimento specifico. A distanza di circa due anni dal primo provvedimento normativo sul tema, appare opportuno tracciare un primo bilancio sull’efficacia dello strumento e, su tale base, identificare potenziali aree di miglioramento. Per conseguire tale obiettivo, il presente contributo è strutturato come segue: nel primo paragrafo verrà analizzato il contesto italiano che, come noto, si caratterizza per un forte banco-centrismo; nel secondo paragrafo, sarà approfondito il razionale di carattere economico dei recenti interventi normativo-regolamentari e saranno analizzate le principali novità; il terzo paragrafo sintetizza le principali evidenze di mercato desumibili dai primi due anni di operazioni di emissione; nel quarto e conclusivo paragrafo, saranno evidenziate le aree di potenziale miglioramento per incrementare l’efficacia dello strumento soffermando l’attenzione su possibili interventi sia regolamentari che di policy potenzialmente attuabili. 2. Il contesto macro di riferimento: il rapporto tra banche e imprese nel sistema italiano. Il rapporto tra banche e imprese costituisce un elemento di rilevante differenza tra l’Italia e gli altri Paesi avanzati. Il “banco-centrismo” del sistema italiano è considerabile infatti una peculiarità unica. Qualche “fatto stilizzato” consente di comprendere la portata del fenomeno in oggetto. La quota dei debiti bancari sul totale dei debiti finanziari delle imprese italiane è nettamente più elevata rispetto a quella riscontrabile negli altri principali Paesi industrializzati. Come evidenziato dall’analisi dei dati di Banca d’Italia [3], il dato italiano si attesta al 66,5% mentre negli altri sistemi, questo è pari a:
    • UE: media area Euro 50,0%; Spagna 51,5%; Germania 52,7%; Francia 37,0%;
    • Extra-UE: UK 28,5% e USA 29,8%.
      Il modello banco-centrico sta entrando in crisi per l’effetto di alcuni fattori di scenario economico e regolamentare. Quota di debiti Infatti, da un lato, il contesto macroeconomico e finanziario ha portato la redditività media sui mezzi propri delle banche italiane a valori prossimi allo zero o negativi. roe 2013 Tale effetto è la risultante della combinazione di ricavi in contrazione (-14% tra il 2006 ed il 2012), costi in lieve aumento (+1,6%), costo del rischio in forte crescita fino ad assorbire oltre il 30% dei ricavi. In sintesi, il principale indicatore di efficienza delle banche (Cost/ Income ratio) – pur manifestando dei segnali di calo – si attesta ancora a livelli difficilmente sostenibili nel medio-lungo periodo. Cost-income 2013 Tali livelli di redditività sui mezzi propri, oltre che sostanzialmente inferiori al costo del capitale, hanno limitato fortemente le capacità di crescita degli impieghi attraverso “autofinanziamento” (ovvero attraverso la redditività della gestione). In altre parole, anche a causa della difficile congiuntura, gli Istituti bancari nazionali non sono più in grado di generare sufficienti profitti per stimolare una crescita “endogena” del proprio business. Dall’altro lato, il nuovo contesto regolamentare sviluppato dal Comitato di Basilea e il recente approccio alla vigilanza prudenziale – stress testing, asset quality review, etc. – hanno spinto le banche verso un percorso caratterizzato dalla necessità di mantenere livelli di patrimonializzazione molto più elevati, limitare la leva finanziaria e rafforzare la propria posizione di liquidità. Le stime dell’EBA (European Banking Autority) [4] su dati al 31 dicembre 2012 quantificano, una volta che Basilea 3 sarà entrata a regime, un fabbisogno di capitale vicino ai 100 miliardi di euro per il sistema bancario europeo, un fabbisogno di liquidità superiore ai 220 miliardi ed un gap di fonti di finanziamento stabili vicino ai 960 miliardi. Accanto a tali dinamiche, si riscontra un progressivo deterioramento della qualità del credito soprattutto per ciò che riguarda il canale delle imprese. In particolare, il rapporto tra crediti non performing e importo totale dei prestiti alle imprese è quasi triplicato tra il 2009 e il 2013. Npl ratio In termini di valore assoluto, l’ammontare complessivo delle rate non pagate ha superato il valore di 170 miliardi di Euro in crescita del 23% nell’ultimo anno (32,1 miliardi di Euro) [5]. La porzione più ampia di prestiti che non vengono rimborsati regolarmente agli istituti di credito è costituita da quella facenti capo alle imprese con 121 miliardi di Euro. Nel corso dell’ultimo quadriennio, il totale delle sofferenze a livello di sistema Italia è più che raddoppiato (il dato del 2010 era pari a 77,8 miliardi di Euro). Totale delle sofferenze nel sistema bancario italiano Tale contesto ha contribuito ad avviare una reazione “prociclica” sulle capacità di rilancio delle imprese italiane essendosi innestato su una situazione già complessa per le stesse. Come noto, le aziende nazionali, oltre a caratterizzarsi per maggiore leverage e inferiore patrimonializzazione rispetto a quelle estere, hanno visto con la crisi ridursi significativamente margini industriali, capacità di autofinanziamento e sostenibilità del debito. In particolare, sotto il profilo della leva finanziaria, il dato delle imprese italiane si attesta al 48,0% contro il 41,5% dell’area Euro, il 47,3% di quelle spagnole, il 42,0% delle tedesche e il 34,1% delle francesi. Nel Regno Unito il valore è pari a 41,6% mentre negli USA si attesta a 34,4%. Dal punto di vista della patrimonializzazione, la consistenza di azioni e altre partecipazioni sul totale delle passività delle imprese italiane è pari al 41,3% contro il 49,6% dell’area Euro, il 45,2% di Spagna, il 44,0% di Germania, il 56,5% di Francia, il 55,5% del Regno Unito e il 55,0% degli USA [6]. Leverage e patrimonializzazione In termini di margini industriali, dall’inizio della crisi, le PMI italiane hanno sofferto una rilevante contrazione dei margini, e di conseguenze della loro capacità di finanziamento e servizio del debito; ad esempio, tra il 2007 ed il 2011 l’Ebitda margin medio delle PMI italiane è sceso di oltre il 15% dal 8,8% al 7,5%, portando oltre il 30% delle azienda ad un rapporto Debt/Ebitda>5. Tali difficoltà sono aggravavate dal ritardo del sistema italiano sotto il profilo dell’equity evidenziate dallo scarso spessore dei mercati azionari e dalla limitata penetrazione degli investimenti in private equity e venture capital. Dal punto di vista degli investimenti in private equity, la percentuale sul PIL in Italia è pari allo 0,07%. Il dato è inferiore a quelli tedesco (0,19%), spagnolo (0,23%), francese (0,30%) e britannico (1,12%). La situazione sul venture capital è simile poiché la percentuale sul PIL in Italia si attesta a valori trascurabili (< 0,01%), mentre negli altri sistemi è pari a 0,02% (Spagna), 0,03% (Germania) 0,04% (Francia) e 0,05% Regno Unito [7]. Investimenti in PE e VC L’effetto combinato di fattori quali la dipendenza dal canale bancario del sistema imprenditoriale italiano, la crisi di redditività delle banche unita all’evoluzione regolatoria delineata che limita fortemente le capacità di erogazione alle imprese, la scarsa disponibilità nel contesto italiano di strumenti evoluti ed alternativi di supporto finanziario ha innescato un circolo vizioso macroeconomico che si traduce in termini concreti nell’acuirsi di fenomeni recessivi e di peggioramento della qualità del credito. Dal punto di vista della stabilità del sistema bancario, ciò implica uno shortage complessivo di capitale che potrebbe minare alla base le potenzialità di rilancio dell’economia italiana. In uno scenario di questo tipo, la principale via d’uscita passa per un ripensamento complessivo di dimensione e assetto del credito bancario. In particolare, appare necessario avviare azioni finalizzate al recupero di efficienza, nell’obbligato contesto di deleveraging del credito bancario (il calo complessivo dei finanziamenti alle imprese è stato pari a oltre 65 miliardi di Euro nell’ultimo quadriennio), ed intraprendere un percorso che prevede l’utilizzo di forme evolute di sostegno finanziario alle imprese [8]. Deleveraging del credito bancario In questa prospettiva, le opportunità offerte dalle recenti innovazioni normative contenute nei due Decreti Legge Sviluppo, nel Decreto Legge Destinazione Italia e nel Decreto Crescita che hanno predisposto la cornice normativa per l’utilizzo di strumenti di debito alternativi al credito a supporto delle PMI – in primis, minibond e cambiali finanziarie – rappresentano un elemento di indubbio interesse e novità nel panorama creditizio italiano. 3. Gli strumenti alternativi di debito nel quadro complessivo di interventi a supporto delle imprese. La restrizione dell’accesso al credito che ha caratterizzato gli ultimi anni e l’innescarsi del circolo vizioso sopra descritto hanno reso necessari una serie di interventi da parte del policy maker italiano che, volendo sintetizzare radicalmente, sembra aver seguito una duplice direttrice di marcia: da un lato, sono state adottate misure definibili “emergenziali” finalizzate a iniettare liquidità nel sistema, “fluidificare” il canale del credito e limitare le restrizioni all’accesso al credito; dall’altro lato, sono state sviluppate alcune iniziative di respiro più ampio ispirate a creare basi per avviare un percorso di crescita sostenibile nel medio-lungo termine. Senza la pretesa di fornire un elenco esaustivo delle misure adottate, è opportuno ricordare sul fronte “emergenziale”:
    • i vari interventi adottati per ampliare la dotazione del Fondo Centrale di Garanzia di cui alla legge 662/1996 [9] e per allargarne il respiro operativo mediante, ad esempio, l’innalzamento della percentuale di garanzia e controgaranzia fino all’80% e dell’importo massimo garantito a 2,5 milioni di Euro, l’estensione della garanzia ai fondi comuni di investimento mobiliari chiusi per sostenere il capitale di rischio, la possibilità di utilizzare la garanzia per operazioni di portafoglio “tranched cover”;
    • le quattro versioni del plafond PMI di Cassa Depositi e Prestiti [10], grazie al quale, è stata fornita provvista finanziaria a condizioni competitive di mercato alle banche che erogano prestiti alle PMI per impieghi focalizzati su investimenti a medio-lungo termine e supporto al circolante e per i ritardi dei pagamenti della Pubblica Amministrazione;
    • le misure di “iniezione indiretta” di liquidità nel sistema delle PMI derivanti dalle iniziative di moratoria del credito coordinate dal Ministero dell’economia e delle finanze (c.d. “Accordi per il credito”) [11] che hanno permesso complessivamente di sospendere 380.000 mutui a PMI e di apportare liquidità per 20 miliardi di Euro prevalentemente grazie a operazioni di sospensione e allungamento dei finanziamenti;
    • gli interventi finalizzati allo smaltimento dei debiti pregressi della Pubblica Amministrazione mediante il meccanismo della certificazione che ha visto la luce – sotto il profilo operativo – nei due decreti del Ministero dell’Economia e delle Finanze del 22 maggio 2012 pubblicati nella Gazzetta Ufficiale del 21 giugno 2012, n. 143. Gli stessi hanno dato piena operatività al combinato disposto dell’art. 9 del D.L. n. 185/2008 (facoltà, per Regioni ed enti locali, di certificare i caratteri di certezza, liquidità ed esigibilità dei crediti), dell’art. 13 della legge n. 183/ 2011 (obbligo di certificazione entro 60 gg. dalla ricezione dell’istanza) e dell’art. 12 del D.L. n. 16/2012 (estensione dell’istituto della certificazione ad amministrazioni statali). Di recente, sono state approvate ulteriori disposizioni normative finalizzate a mettere a disposizione sufficienti risorse per coprire il backlog di debiti della PA [12].
      Sotto il profilo della predisposizione delle migliori condizioni per sostenere lo sviluppo in un’ottica di medio-lungo termine, sono state introdotte alcune importanti innovazioni sia sul fronte dell’equity e della patrimonializzazione che su quello degli strumenti alternativi di debito. In ambito di equity/ patrimonializzazione, gli interventi principali sono stati quelli relativi alla costituzione e al lancio del Fondo Italiano di Investimento per le PMI e il Fondo Strategico Italiano per le grandi aziende, gli incentivi agli investimenti sul venture capital [13] e la possibilità concessa alle imprese di dedurre dal reddito netto una percentuale degli utili reinvestiti per interventi di patrimonializzazione (c.d. ACE: aiuto alla crescita economica) [14]. Il razionale di tali interventi risiede, come noto, nella già citata ridotta penetrazione strutturale degli investimenti in private equity e venture capital in Italia (dovuta anche ad aspetti culturali). Volendo semplificare, l’interesse del policy maker per il capitale di rischio è ascrivibile fondamentalmente a due ordini di ragioni: da un lato, contribuire a risolvere un fallimento del mercato e, dall’altro, porre le basi per stimolare il rilancio della crescita economica. Sul primo fronte, è noto come il contesto di riferimento caratterizzante gli investimenti in capitale di rischio costituisca un caso tipico di fallimento del mercato. Nel mercato del capitale di rischio si riscontrano infatti rilevanti distorsioni nell’allocazione delle risorse imputabili principalmente a due ragioni. Da un lato, si rileva informazione imperfetta e asimmetrica tra investitore e impresa target; dall’altro, si riscontra la presenza di costi di transazione proporzionalmente molto alti rispetto all’entità di investimento tipica delle aziende (in Italia generalmente Piccole e Medie Imprese). In questo contesto, gli investimenti nell’equity sono scarsamente attrattivi per gli investitori i quali, percependo una rischiosità intrinseca elevata dell’operazione non giustificata ex ante da rendimenti altrettanto rilevanti, rinunceranno ad apportare le proprie risorse su questa classe di asset. L’esito di questa situazione è l’insufficienza di capitale di rischio nel mercato (definito per la prima volta dal rapporto Macmillan del 1931 “equity gap” [15]) e, date queste premesse, l’obiettivo dell’intervento pubblico è quello di limitare il gap creando condizioni favorevoli all’apporto di capitali o – se tale opzione risulta praticabile – apportando direttamente gli stessi. Tale gap si è ampliato a causa della recessione poiché si è riscontrato un calo addizionale della disponibilità di capitali da parte degli investitori, una riduzione drastica dell’attrazione di capitali stranieri e uno spostamento verso investimenti meno rischiosi e caratterizzati da dimensioni più ridotte (minore propensione al rischio degli investitori). Sul fronte del debito, l’idea di base dei principali interventi è stata quella di annullare la disparità di trattamento tra grandi imprese quotate e PMI nell’ambito delle operazioni di emissione obbligazionaria. Sotto il profilo della strumentazione, le principali novità sono rappresentate dalle obbligazioni subordinate partecipative [16] e dai cosiddetti [17] minibond. Sotto il profilo delle obbligazioni subordinate, l’innovazione si traduce nella possibilità per le società non quotate di procedere all’emissione di titoli obbligazionari prevedenti clausole di partecipazione agli utili di impresa e di subordinazione. La durata minima di tali strumenti è stata fissata in trentasei mesi. In termini di qualificazione oggettiva, tali titoli sono considerabili nell’ambito delle forme di equity-debito “ibride” non dando luogo a diritti partecipativi. L’analogia con uno strumento “equity” deriva dal fatto che una parte della remunerazione del bond holder dipende dal risultato economico dell’impresa emittente. Quanto ai minibond, focus del presente contributo, i principali interventi sono stati concentrati nell’articolo 32 (Strumenti di finanziamento alle imprese) del D.L n. 83/2012 [18], nell’articolo 36 (Misure in materia di confidi, strumenti di finanziamento e reti d'impresa) del D.L. n. 179/ 2014 [19] e nell’articolo 12 (Misure per favorire il credito alle PMI) del D.L. n. 145/2014 [20]. I principali razionali economici di tali misure sono identificabili, come noto, nel consentire alle società non quotate di fruire delle medesime agevolazioni fiscali concesse alle società quotate, di permettere alle PMI – come da definizione comunitaria [21] – di poter raccogliere capitali accedendo direttamente al mercato degli investitori qualificati e professionali e di rimuovere i limiti legali di cui al primo comma dell’art. 2412 del codice civile [22] in base ai quali le società non quotate potevano emettere obbligazioni per un ammontare non superiore al doppio della somma di capitale sociale, riserva legale e riserve disponibili. Quanto ai vantaggi fiscali introdotti, il combinato disposto delle normative sopra richiamate ha concesso, lato emittente, la possibilità di dedurre pienamente nel limite del 30% del Reddito operativo lordo annuo spese di emissione e interessi passivi e, lato investitore, l’esenzione della ritenuta fiscale del 20% ex art. 26 DPR 600/73 per titoli negoziati in mercati regolamentati. Come noto, l’effetto combinato dei limiti quantitativi imposti agli emittenti non quotati, della forte penalizzazione fiscale derivante dal precedente regime e della rilevante quota di diffusione della PMI nel tessuto imprenditoriale italiano è stato quello di uno scarsissimo accesso al mercato delle emissioni obbligazionarie da parte delle imprese nazionali. Come dimostrato dall’analisi dei dati storici, il mercato dei corporate bonds in Italia è stato caratterizzato da limitatissimi livelli di spessore, ampiezza e liquidità. Come conseguenza indiretta di tali fattori, le imprese si sono approvvigionate unicamente dal canale bancario andando a “rafforzare” il “banco-centrismo” italiano. Ricorso ai finanziamenti In termini più ampi, le novità introdotte hanno contribuito a lanciare un nuovo mercato dei corporate bond in Italia e a predisporre i requisiti per un percorso di crescita, anche culturale, del tessuto imprenditoriale italiano. Evidenza di questo secondo elemento si desume, inter alia, nel prerequisito imposto per la quotazione sui mercati regolamentati dei titoli emessi dalle PMI consistente nella necessità di avere il bilancio certificato da revisore contabile o società di revisione iscritta nel registro dei revisori [23]. Ponendo tale pre-requisito, si delinea implicitamente un percorso di avvicinamento da parte delle PMI verso i mercati regolamentati e, coerentemente a ciò, si evidenzia la necessità di offrire piena trasparenza dei numeri delle aziende al mercato. Dal punto di vista degli investitori che sottoscrivono gli strumenti, l’elemento della piena trasparenza è infatti del tutto essenziale per poter “prezzare” in modo opportuno il rischio emittente. Tale necessità si ritiene ancor più importante in un contesto di mercato di assoluta novità in cui non c’è ancora familiarità a valutare il rischio PMI da parte degli investitori qualificati. È nella medesima prospettiva che, sotto impulso del policy maker, è stato creato un mercato regolamentato ad hoc per tale tipologia di strumenti finanziari alternativi: l’approccio del legislatore è stato quello, nella prima fase di start-up del mercato, di vincolare la fruizione dei benefici fiscali introdotti dal Decreto Sviluppo, alla quotazione dello strumento su un mercato regolamentato o all'ammissione alla negoziazione su un sistema multilaterale di negoziazione. È in questa ottica che è stato lanciato da Borsa Italiana, nell’ambito del sistema multilaterale di negoziazione ExtraMot, un nuovo segmento – ExtraMot PRO [24] – espressamente dedicato agli investitori professionali interessati a sottoscrivere, inter alia, obbligazioni e altri titoli di debito e gli strumenti partecipativi. Anche in tale contesto, il dettato normativo è stato ispirato a una rilevante semplificazione in merito ai requisiti informativi necessari per l’ammissione al mercato. Rispetto ai normali mercati regolamentati, è infatti possibile essere ammessi alla negoziazione presentando un “documento di ammissione semplificato” che si caratterizza per maggiore snellezza rispetto a un prospetto redatto conformemente al Regolamento 809/2004. Sotto il profilo della trasparenza informativa, è poi necessario che l’emittente abbia depositato i bilanci degli ultimi due esercizi e rispettato il criterio della revisione contabile rispetto all’ultimo bilancio. Volendo sintetizzare i tratti distintivi dei principali interventi normativi fin qui adottati, si può notare come il legislatore abbia tentato di intervenire su tutti gli elementi caratterizzanti la “filiera verticale” del mercato. Si è infatti preoccupato di predisporre condizioni di stimolo all’emissione per le imprese rimuovendo i disallineamenti esistenti tra grandi imprese quotate e PMI, ha incentivato il coinvolgimento degli investitori mediante interventi sulla leva fiscale e l’ampliamento della platea degli stessi [25], ha infine contribuito a creare una piattaforma ad hoc per gli strumenti alternativi che, in futuro, potrà essere utilizzata anche come strumento per stimolare lo sviluppo del mercato secondario. Alla valutazione degli effetti concreti sul mercato di tali interventi è dedicato il seguente paragrafo. 4. Le evidenze del mercato: alcune valutazioni quantitative dei primi due anni di vita. In questi primi due anni di vita [26], sono stati ammessi alla quotazione titoli per un ammontare totale di debito pari a 4,122 miliardi di Euro. In termini numerici, sono stati quotati 80 titoli di debito. Le società che si sono affacciate complessivamente sul mercato sono state 62. La dimensione media delle operazioni è stata pari a 50,269 milioni di Euro. Considerando i trend più significativi degli anni 2013-2014, le evidenze riscontrate sono così sintetizzabili:
    • 2013: 33 operazioni per un totale emesso pari a 2,880 miliardi di Euro e size media di 82,31 milioni di Euro;
    • 2014: 47 operazioni per un totale emesso pari a 1,241 miliardi di Euro e ticket medio dell’emissione di 26,4 milioni di Euro.
      I dati sopra richiamati testimoniano un’importante evidenza empirica: nella prima fase di mercato, le imprese di minori dimensioni si sono dimostrate meno preparate a cogliere le importanti opportunità offerte dalle innovazioni normative. Conseguentemente le dimensioni delle operazioni di emissione sono state estremamente rilevanti. Totale emissioni bond Alcuni dati numerici contribuiscono a confermare tali evidenze:
    • 2013: le prime 10 operazioni per dimensione complessiva hanno cubato 2,559 miliardi di Euro con dimensione media di 255,9 milioni di Euro e dimensione massima di 424 milioni di Euro [27];
    • 2014: le prime 10 operazioni per dimensione complessiva hanno cubato 945,7 milioni di Euro con dimensione media di 94,5 milioni di Euro e dimensione massima di 284,65 milioni di Euro [28].
      In termini dimensionali:
    • l’azienda di più ampie dimensioni che ha perfezionato un’emissione ha un Valore della Produzione pari a 787,5 milioni di Euro (Matunecoop SpA che ha emesso 425 milioni di Euro in due tranches). Il valore della produzione medio delle più grandi 10 società emittenti è pari a 348,2 milioni di Euro;
    • ad eccezione di alcune aziende “outlier”, la società emittente di più ridotte dimensioni ha un valore della produzione pari a 1,5 milioni di Euro (JSH Group che ha emesso titoli per 1,8 milioni di Euro). Il valore della produzione medio delle più piccole 10 società emittenti è pari a 5,0 milioni di Euro.
      Ponendo come criterio di definizione della Piccola e Media Impresa i 50 milioni di Euro di valore della produzione, sono state 36 le aziende emittenti (con dimensione media pari a 20,2 milioni di Euro di valore di produzione) che si sono affacciate a questo mercato per un totale emesso di 306,3 milioni di Euro (i.e., dimensione media pari a 8,5 milioni di Euro). Nei fatti – e questo è il tema di maggior criticità di questa prima fase di sviluppo del mercato – le PMI, vero target dell’impianto normativo predisposto nell’ultimo triennio, hanno emesso titoli per un ammontare pari al 7,4% dell’ammontare totale. Limitando l’analisi alle emissioni di “dimensione media e piccola” – definite come tutte quelle inferiori ai 50 milioni di Euro totali – si riscontra come queste siano state pari a 65; in termini comparativi, le emissioni medio-piccole sono state pari all’81,2%. Totale emissione minibond 2 In termini complessivi, le emissioni inferiori ai 50 milioni di Euro cubano circa 640 milioni di Euro (15,6% del totale minibond emessi) mentre quelle superiori a 50 milioni di Euro sviluppano un importo pari a 3,48 miliardi di Euro. Focus sulle emissioni di minibond Passando all’analisi della struttura delle operazioni, un’indicazione molto forte data dal mercato è la presenza di un consistente appetito per piani di rimborso di tipo bullet. In particolare, tale struttura è stata scelta in 55 casi su 80 (68,75% delle emissioni). I piani di rimborso amortizing sono stati selezionati in 25 occasioni (31,25%). L’ammontare delle emissioni bullet è stato pari a 3,86 miliardi di Euro (dimensione media 70,2 milioni di Euro) mentre il totale emesso con strutture amortizing ammonta a 256,8 milioni di Euro (dimensione media 10,2 milioni di Euro). L’implicazione di tale evidenza è che le imprese di dimensioni più rilevanti – in genere più disciplinate nelle attività di pianificazione e gestione della funzione finanza – appaiono in grado di gestire più agevolmente strutture con piani di ammortamento sbilanciati verso la scadenza. Struttura dei piani di rimborso delle emissioni In termini di struttura di tasso, la preferenza degli emittenti è largamente per il tasso fisso. Tale opzione è stata scelta dagli emittenti in 71 casi (88,75%) su 80 per un totale emesso di 3,457 miliardi di Euro e dimensione media delle operazioni pari a 48,7 milioni di Euro. Solo in 9 casi, l’emittente ha scelto una struttura di tasso variabile (11,25% in termini assoluti) per un totale emesso di 664,7 milioni di Euro e dimensione media delle operazioni pari a 73,8 milioni di Euro. Seppur scarsamente significativo in considerazione delle differenti durate delle operazioni di emissioni, il tasso medio [29] delle operazioni di emissione a tasso fisso è stato pari al 6,39%. Focalizzando l’attenzione sulle emissioni a tasso fisso:
    • in 15 casi, il tasso è stato inferiore/uguale alla soglia del 5% (254,3 milioni di Euro);
    • in 18 casi (423,7 milioni di Euro) compreso tra 5 (escluso) e 6% (incluso);
    • in 13 casi (413,0 milioni di Euro) tra 6 (escluso) e 7% (incluso);
    • in 18 casi (1,734 miliardi di Euro) tra 7 (escluso) e 8% (incluso);
    • nei restanti 7 casi il tasso è stato superiore all’8% (632,2 milioni di Euro).
      Il tasso medio [30] delle emissioni a tasso fisso del 2014 è stato pari al 5,82% in netto calo rispetto al 7,13% del 2013. Ciò anche in virtù delle differenti condizioni di macrocontesto finanziario che si sono create nell’ultimo anno grazie ai già citati massivi interventi della BCE. La durata (nominale) delle operazioni è stata mediamente pari a 6,6 anni. In 13 casi, gli emittenti hanno quotato titoli di durata inferiore/uguale ai 3 anni per un ammontare complessivo di 47 milioni di Euro (size media 3,6 milioni di Euro); in 31 casi, la durata è stata compresa tra 3 e 5 anni per un totale di 1,298 miliardi di Euro (size media 41,9 milioni di Euro); mentre, nei restanti 36 casi la durata è stata superiore ai 5 anni con debito outstanding totale di 2,776 miliardi Euro (size media 77,1 milioni di euro). L’evidenza che emerge dall’analisi delle durate nominali delle operazioni di emissione è che al crescere dell’importo, si assiste a un incremento della durata nominale del titolo. Focus sulla durata delle emissioni 5. Considerazioni conclusive: alcune direzioni di sviluppo. Volendo trarre alcune conclusioni dall’analisi empirica del data set raccolto dall’avvio della piattaforma ExtraMot Pro fino al 30 settembre 2014, queste sono così sintetizzabili:
    • lo strumento dei minibond, originariamente pensato per lanciare un mercato dei corporate bond per le PMI è stato in realtà utilizzato maggiormente – soprattutto nei primi mesi di vita – da imprese di dimensione medio-grande in virtù della loro maggiore capacità di pianificazione finanziaria;
    • con il passare dei mesi, la platea delle imprese emittenti si sta gradualmente allargando ad imprese di piccola e media dimensione anche in virtù del maggior grado di informazione che si è diffuso sul mercato;
    • in termini assoluti, il taglio tipico delle operazioni di emissione è inferiore ai 15 milioni di Euro;
    • in termini strutturali, le aziende propendono per emissioni a tasso fisso e gli investitori manifestano un certo appetito per piani di rimborso di tipo bullet;
    • le emissioni obbligazionarie sono tipicamente di medio-lunga durata e i tassi – sia grazie a considerazioni di contesto generale che in virtù della minore diffidenza degli investitori – sembrano aver imboccato un trend decrescente.
      Proseguendo nella strada già ben delineata del legislatore e anche nella prospettiva di attirare un numero maggiore di emittenti e investitori (anche stranieri) nel mercato, alcune misure correttive potrebbero rivelarsi di estrema utilità. In particolare, sembrano due i principali bottleneck da rimuovere per una piena maturazione del mercato: da un lato, l’ulteriore percorso di limitazione delle barriere all’entrata per le PMI; dall’altro, l’adozione di strumenti di incentivo all’investimento per gli investitori istituzionali. Per quanto riguarda il primo aspetto, è piuttosto evidente come il pre-requisito soggettivo costituito dall’obbligo di certificazione del bilancio da revisore contabile o società di revisione iscritta nel registro dei revisori possa “tagliare” gran parte delle PMI. Queste infatti, o per motivi culturali o per ragioni di natura economica, potrebbero correre il rischio di interpretare la revisione come una “spesa improduttiva”. Una misura determinante in quest’ottica potrebbe essere costituita dalla copertura delle spese sostenute dalle imprese per la certificazione (idealmente in ottica pluriennale sia per il primo anno che per gli anni successivi di monitoraggio). In ordine al secondo aspetto, nei primi mesi di sviluppo del mercato, si poteva riscontrare una limitata fiducia per lo strumento da parte degli investitori qualificati. Questi apparivano restii ad allocare parte dei propri portafogli su tali titoli anche alla luce del fatto che non era ancora disponibile un track record consolidato sugli stessi. A livello più ampio, la combinazione di “rischio-Paese” e rischio associato alle PMI ha nei fatti inibito anche gli investitori internazionali ad affacciarsi sul mercato. La scarsa propensione a entrare da parte degli investitori ha avuto anche una certa influenza sul pricing delle emissioni. In ottica sistemica, al fine di limitare gli effetti negativi di tale scenario, gli investitori richiedono tipicamente alcuni interventi nella prospettiva di veder mitigato il rischio delle operazioni. Nello specifico, le misure che sembrano maggiormente percorribili sembrano essere l’ottenimento di garanzie (pubbliche e a prima richiesta) su parte delle emissioni obbligazionarie – l’intervento ridurrebbe il rischio per gli investitori, rendendo gli strumenti più appetibili e semplici da collocare – e la copertura delle spese sostenute dagli investitori per il coinvolgimento delle Agenzie di rating nella valutazione indipendente delle operazioni. Una notazione a tale proposito appare necessaria: in considerazione della presenza di Agenzie di rating che valutano in modo indipendente l’emittente, i supplier tipici di strumenti garanzia pubblica presenti nel mercato creditizio dovrebbero essere estremamente interessati a tale tipo di operatività. Ciò in virtù del fatto che – rispetto a una normale operazione creditizia – nell’ambito dell’emissione di minibond esiste appunto un doppio canale valutativo: quello dell’originator (tipicamente una banca) e quello dell’Agenzia di rating. Note [*] Il presente contributo è stato preventivamente sottoposto a referaggio anonimo affidato ad un componente del Comitato di Referee secondo il Regolamento adottato da questa Rivista. [1] Nelle due aste di dicembre 2011 e febbraio 2012 sono stati rispettivamente erogati 489,2 miliardi di Euro a 523 banche e 529,5 miliardi di Euro a 800 banche. [2] Cfr. Banca d’Italia (2014): tra giugno 2013 e giugno 2014 i finanziamenti a imprese e famiglie sono calati di 20 miliardi di (da 1.446,4 a 1.426,08 miliardi di Euro). [3] Banca d’Italia, 2013, Relazione annuale, Roma. [4] EBA, 2012, Final report on the implementation of Capital Plans following the EBA’s 2011 Recommendation on the creation of temporary capital buffers to restore market confidence, disponibile al sito: http://www.eba.europa.eu/documents/10180/15956/ Finalreportrecapitalisation exercise .pdf/87602d3f-ec8 d-4788-9aa8-fae0f28f4c23 [5] Banca d’Italia, 2014, Supplementi al Bollettino Statistico - Indicatori monetari e finanziari n. 51, Roma. [6] Banca d’Italia, 2013, Relazione annuale, Roma. [7] Elaborazioni su dati tratti da European Venture Capital Association, 2013, 2012 Pan-European Private Equity and Venture Capital Activity, disponibile al sito: http://www.evca.eu/media/ 12067/2012_Pan-European_PEVC_Activity.pdf. [8] Banca d’Italia, 2014, Supplementi al Bollettino Statistico - Indicatori monetari e finanziari n. 51, Roma. [9] Come noto, il meccanismo di rimozione delle restrizioni all’accesso al credito previsto dal Fondo centrale di garanzia si basa sul fatto che, per la porzione di finanziamenti assistiti dalla garanzia pubblica, la ponderazione ai fini del calcolo dell’RWA (risk weighted assets) è pari a zero. Ciò poiché la garanzia dello Stato che opera in caso di inadempimento dell’impresa finanziata è di ultima istanza. In sostanza, sugli importi garantiti vige il meccanismo della ponderazione zero che permette agli Intermediari di ridurre l'importo degli accantonamenti a bilancio necessari a fronte delle erogazioni creditizie. [10] 8 miliardi di Euro per la prima Convenzione ABI-CDP firmata il 28 maggio 2009, 8 miliardi per la seconda datata 17 febbraio 2010, 1 miliardo per la terza del 17 dicembre 2010 (c.d. “Plafond 10 anni”), 10 miliardi di Euro per la quarta firmata il 1° marzo 2012 di cui 8 per investimenti e circolante e 2 per i crediti verso la Pubblica Amministrazione e, da ultimo, 5 miliardi di Euro nell’ambito della quinta (5 agosto 2014) per investimenti ed esigenze di circolante delle piccole e medie imprese (4 miliardi), per i bisogni delle reti di imprese (500 milioni) e per il supporto all’export (500 milioni). [11] In dettaglio, il riferimento è agli accordi firmati da ABI e rappresentanti delle Associazioni di categoria e rinnovati in varie occasioni: 3 agosto 2009, 16 febbraio 2011, 28 febbraio 2012 e, da ultimo, 1° luglio 2013. [12] In particolare, D.L. n. 35/2013 (che ha messo a disposizione 40 miliardi di Euro per il biennio 2013-2014), D.L. n. 102/2013 (7,2 miliardi di euro per il 2013), Legge di Stabilità 2014 (0,5 miliardi) e nel D.L. n. 66/2014 (9,3 miliardi). [13] Fondi per il Venture capital (FVG) di cui all'articolo 31 del D.L. n. 98/2011 come applicato dal Decreto del Ministero dell’economia e delle finanze del 21 dicembre 2012, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 28 febbraio 2013. [14] Articolo 1, comma 3, del D.L. n. 201/2011, convertito con legge n. 214/2011- [15] Committee on Finance and Industry Report, 1931, Macmillan Report, H.M.S.O., Londra. [16] Ai sensi dei commi 19 e 20 dell’articolo 32 del Decreto Sviluppo (D.L. n. 83/2012), 19. le obbligazioni e i titoli similari emessi da società non emittenti strumenti finanziari rappresentativi del capitale quotati in mercati regolamentati o in sistemi multilaterali di negoziazione, diverse dalle banche e dalle micro-imprese, come definite dalla raccomandazione 2003/361/CE della Commissione, del 6 maggio 2003, possono prevedere clausole di partecipazione agli utili d'impresa e di subordinazione, purché con scadenza iniziale uguale o superiore a trentasei mesi. 20. La clausola di subordinazione definisce i termini di postergazione del portatore del titolo ai diritti degli altri creditori della società e ad eccezione dei sottoscrittori del solo capitale sociale. Alle società emittenti titoli subordinati si applicano le norme di cui all'articolo 2435 del codice civile. Le emissioni di obbligazioni subordinate rientrano tra le emissioni obbligazionarie e ne rispettano i limiti massimi fissati dalla legge”. [17] La definizione minibond è estremamente imprecisa e si utilizzerà unicamente per esigenze di sintesi. [18] C.d. Decreto Sviluppo, convertito dalla Legge n. 134 del 7 agosto 2012. [19] C.d. Decreto Crescita, convertito dalla Legge n. 221 del 17 dicembre 2012. [20] C.d. Decreto Destinazione Italia, che ha modificato la Legge n. 130/ 1999. [21] Cfr. Raccomandazione 2003/361/CE della Commissione europea del 6 maggio 2003 come recepita dal Decreto del Ministero delle Attività Produttive del 18 aprile 2005, pubblicato sulla GU n. 238 del 12 ottobre 2005. In base alla Raccomandazione, si definisce micro-impresa, l’impresa con meno di 10 dipendenti e fatturato o totale di bilancio annuale inferiore ai 2 milioni di euro, piccola impresa, quella con meno di 50 dipendenti e fatturato o totale del bilancio annuale non superiore ai 10 milioni di euro e media impresa, quella con meno di 250 dipendenti e fatturato inferiore a 50 milioni di euro o totale di bilancio annuale inferiore a 43 milioni di euro. [22] Art. 2412, commi I e II (Limiti all'emissione): 1. La società può emettere obbligazioni al portatore o nominative per somma complessivamente non eccedente il doppio del capitale sociale, della riserva legale e delle riserve disponibili risultanti dall'ultimo bilancio approvato. I sindaci attestano il rispetto del suddetto limite. 2. Il limite di cui al primo comma può essere superato se le obbligazioni emesse in eccedenza sono destinate alla sottoscrizione da parte di investitori professionali soggetti a vigilanza prudenziale a norma delle leggi speciali. In caso di successiva circolazione delle obbligazioni, chi le trasferisce risponde della solvenza della società nei confronti degli acquirenti che non siano investitori professionali. [23] Cfr. comma 2, punto b. dell’articolo 32 del D.L n. 83/2012: “l'ultimo bilancio dell'emittente sia assoggettato a revisione contabile da parte di un revisore legale o di una società di revisione legale iscritti nel Registro dei revisori legali e delle società di revisione”. [24] La partenza ufficiale del segmento è datata 11 febbraio 2013. [25] Il riferimento è alle previsioni normative del Decreto Legge “Destinazione Italia” (D.L. n. 145/2013) che hanno incluso nel perimetro degli investitori le imprese di assicurazione (gli investimenti in minibond sono compatibili con le disposizioni in materia di copertura delle Riserve Tecniche delle Assicurazioni) ei Fondi di Investimento riservati a investitori qualificati dedicati alla sottoscrizione di obbligazioni emesse da PMI. [26] In realtà, l’orizzonte temporale è ristretto da marzo 2013 (data della prima emissione quotata su ExtraMot PRO) al 30 settembre 2014 (data a cui è stata chiusa l’analisi dell’evidenza empirica di questo contributo). [27] L’operazione in questione è quella conclusa da Matutencoop ad agosto 2013 che, complessivamente, ha emesso 425 milioni di Euro in due tranches. [28] L’operazione in questione è quella conclusa da CMC a luglio 2014 che, complessivamente, ha emesso 300 milioni di Euro in due tranches. [29] Media aritmetica non ponderata per il ticket delle emissioni. [30] Media aritmetica non ponderata per il ticket delle emissioni. Riferimenti bibliografici Banca d’Italia, Relazione annuale, 2013, Roma Banca d’Italia, Supplemento al Bollettino Statistico n. 43, 2014, Roma Banca d’Italia, Supplementi al Bollettino Statistico - Indicatori monetari e finanziari n. 51, 2014, Roma A., Bompani, E., Catelani, Project Bond & Commercial Paper, obbligazioni garantite, subordinate, partecipative e cambiali finanziarie alla ricerca di investitori qualificati, Franco Angeli, 2012, Milano Committee on Finance and Industry Report, Macmillan Report, H.M.S.O., 1931, Londra Commissione europea, Il finanziamento a lungo termine dell’economia europea, Libro Verde, 2013, Bruxelles A., De Socio, V., Nigro, Does corporate taxation affect cross-country firm leverage?, Banca d'Italia, Temi di discussione n. 889, 2012, Roma De Socio A., 2010, La situazione economico-finanziaria delle imprese italiane nel confronto internazionale, Banca d’Italia, Questioni di economia e finanza n. 66, Roma EBA, Final report on the implementation of Capital Plans following the EBA’s 2011 Recommendation on the creation of temporary capital buffers to restore market confidence, 2012, disponibile al sito: http://www.eba.europa.eu/ documents/10180/15956/Final reportrecapitalisation exercise.pdf/87602d3f-ec8 d-4788-9aa8-fae0f28f4c23 European venture capital association, 2012 Pan-European Private Equity and Venture Capital Activity, 2013, disponibile al sito: http://www.evca.eu/media/12067/2012_PanEuropean_PEVC_Activity.pdf M., Gabbrielli, D., D’Affronto, R., Bellina, P., Chiappa, Dal Decreto Sviluppo al Decreto Destinazione Italia con i minibond per il rilancio delle PMI Italiane, 2014, disponibile al sito: http://www.andaf.it /public/documenti/Articolo%20-%20Mini %20bond.pdf G., Schirone, Finanziamento della crescita e mini-bond: il problema e una possibile (parziale) soluzione, 2014, disponibile al sito: http://www.prometeiaadvisor.it/it-it/informazione/newsletter-an teo/archivio-download/2014/n-75-gennaio-2014/osservatorio-prometeia.aspx?idC=65852&LN=it-IT 29 dicembre 2014
  • Mobile banking in Europa, entro il 2018 utenti più che raddoppiati

    Il numero di cittadini che nell'Europa Occidentale utilizzerà le piattaforme di online banking tramite dispositivi mobili è destinata a crescere dai 42 milioni dello scorso anno ai 99 milioni del 2018. È quanto prevede la società di ricerche Forrester, che sottolinea come nello stesso periodo di tempo il mobile banking su tablet vedrà l'imponente crescita dai 19 milioni di utenti del 2013 ai 115 milioni del 2018. "Quando i clienti iniziano ad utilizzare i loro tablet e smartphone per gestire il proprio conto bancario in molti casi smettono di usare i pc, sia desktop che portatili", afferma l'analista Stephen Walker in merito allo studio che ha coinvolto Francia, Germania , Italia, Paesi Bassi, Spagna, Svezia e Regno Unito. "Ci aspettiamo che il numero di utenti di online banking nell'Europa occidentale possa raggiungere, inserendo tutti i dispositivi di accesso, i 163 milioni entro il 2018". La preferenza verso il tablet rispetto allo smartphone sembra essere legata ad una presenza, nelle tavolette, di un numero maggiore e più sofisticato di app per la gestione delle operazioni bancarie, oltre al fatto che il tablet è legato ad un utilizzo in luoghi e momenti in cui è minore il rischio di essere intercettati, spiati o derubati del dispositivo. Il dettaglio geografico non vede però l'Italia brillare; nella classifica dei Paesi che traineranno la crescita di questo fenomeno, infatti, la Svezia è al primo posto con una previsione di adozione di tablet banking all'89%, mentre l'Italia avrà la più bassa al 54%. Immagine in home page: Echoofindia.com 20 maggio 2014
  • Mobile, boom nel 2015: traffico in crescita del 59%

    Per quanto recente, rapido e ancora in fieri, al sorpasso consumato dal mobile sul tempo speso a navigare da desktop pc siamo già abituati. Una dinamica che, non senza impattare su tutti i settori già precedentemente terremotati dalla "prima" rivoluzione digitale, porta in dote un aumento vertiginoso del traffico dati da smartphone e tablet. A fornire nuovi numeri in tal senso è Gartner, che prevede un volume complessivo mondiale di 52 milioni di terabites alla fine dell'anno in corso, pari ad un aumento del 59% rispetto al 2014.

    Dati in linea con quanto emerge, per ciò che attiene lo specifico del'Italia, dall'ultimo report dell'Osservatorio Trimestrale Agcom, secondo il quale nell’ultimo anno il numero delle sim con accesso a Internet è cresciuto del 16,5% superando i 45 milioni; nel primo trimestre del 2015 si è così registrato, rispetto al corrispondente periodo dello scorso anno, una crescita del traffico dati di poco inferiore al 50%. Mentre ComScore certifica il grande feeling degli italiani con lo smartphone.

    Audiweb: 29,3 milioni di utenti online, le app regine del tempo su Internet

    Ma siamo solo all'inizio, dato che da qui al 2018 su scala globale si dovrebbero superare i 170 milioni di Tb. Come spiega Jessica Ekholm, research director di Gartner, "il traffico dati sui dispositivi mobili che sfruttano il 3G e il 4G sarà più che triplicato nei prossimi tre anni, con un aumento delle connessioni dai 3,8 miliardi attuali ai 5,1 del 2018". Numeri che "impongono alle compagnie di telecomunicazione un ripensamento radicale dei loro piani tariffari per allinearsi al nuovo scenario e alle nuove esigenze dei consumatori" A tal proposito la compagnia di ricerche ha condotto, nel terzo trimestre del 2014, un sondaggio su mille utenti tedeschi e altrettanti statunitensi; Germania e Usa sono infatti "esempi di due mercati maturi con caratteristiche differenti sotto il punto di vista della tariffazione del traffico dati da parte delle compagnie, e confrontarli è utile a focalizzare le diverse strategie di queste ultime". L'indagine ha rilevato come gli utenti tedeschi siano meno propensi a guardare video e a consumare dunque grandi volumi di dati in mobilità alla luce di più stringenti clausole contrattuali; il 54% di loro ha affermato di attendere di collegarsi ad una rete WiFi prima di fruire di determinati contenuti pesanti, a fronte del solo 36% degli americani. In media, i tedeschi utilizzano lo streaming sui cellulari per 10,6 minuti per ogni sessione, contro i 17,4 minuti degli americani. "Occore che le compagnie vendano piani con limiti di traffico superiori per aumentare i ricavi - chiosa Ekholm - anche perché la fruizione dei video è destinata a coprire il 60% del volume di traffico generato da smartphone e tablet entro il 2018. Questo imporrà l'allargamento delle soglie di traffico in riferimento al consumo di certi contenuti ma anche nuovi strumenti e tecnologie basati sul caching per garantire una diversa esperienza di fruizione".
    Internet mobile: la direttiva “servizio universale” non stabilisce un obbligo tariffario di natura sociale per le comunicazioni e gli abbonamenti
    "Abbiamo la prova - concludono i ricercatori - che nel momento in cui i consumatori hanno a disposizione un piano di fascia alta, le loro abitudini di consumo cambiano in una direzione che, se le compagnie saranno in grado di fornire tariffazioni con un grande volume di dati o consumo illimitato, porterà benefici di lungo termine alle compagnie stesse". E mentre in Europa nasce la nuova associazione dei mobile virtual network operatorMvno Europe, è probabile che le evoluzioni del mercato avverranno in parallelo alla scomparsa delle sim fisiche.
    Il search è mobile. Numeri e dinamiche di una fase di evoluzione 2010-2015: un lustro che ha lasciato il segno sul mondo connesso “The Web is dead”, quattro anni dopo: il dominio delle app in un mondo sempre più mobile Mobile economy vale l’1,65% del Pil. Rangone (Polimi): “Mercato destinato a superare i 37 miliardi di euro nel 2017″ Mobile payment: scattano i nuovi obblighi per gli operatori Internet banking, lo usano 15 milioni di correntisti. E il mobile raddoppia L’Asia digitale: nomi e numeri di un’espansione da record a colpi di smartphone e innovazione Mobile social networking: l’implacabile avanzata cinese Traffico globale su Internet, l’era dello zettabyte. Video e mobile i protagonisti Quanto crescerà il traffico Internet nei prossimi anni? Grafici e mappe elaborati sui numeri Cisco
    24 luglio 2015
  • Musica digitale, lo streaming è il motore di un mercato che continua a crescere

    Prosegue la crescita del mercato discografico italiano nel 2014, dopo i numeri positivi del 2013, in un trend che vede lo streaming come decisivo motore per il settore legato al digitale. A certificarlo sono i dati rilasciati da Deloitte per conto della Federazione Industria Musicale Italiana (FIMI): l’anno appena trascorso si è chiuso con un incremento del 4% e un fatturato di 122 milioni di euro al sell in. Nel 2013 il mercato era tornato a crescere dopo undici anni consecutivi di calo. Complessivamente il segmento digitale, sul dato annuale, rappresenta il 38% del mercato contro il 32% del 2013. La crescita è stata trainata soprattutto dai servizi streaming come TIMmusic, Google Play, Spotify, Deezer, YouTube e Vevo che complessivamente sono saliti di oltre l'ottanta per cento. Nello specifico, i servizi sostenuti da pubblicità sono cresciuti dell'84% mentre quelli in abbonamento del 82%. Oggi lo streaming rappresenta il 57% del digitale contro il 43% del download, sceso nel 2014 del 15%. Nel 2013 lo streaming rappresentava il 12% del totale mercato, oggi il 22%. Una conseguenza sembra essere il rallentamento del calo del supporto fisico, che rappresenta comunque il 62% del mercato, e in questo contesto va segnalata inoltre la costante crescita del vinile, che ha registrato un +84% pur rappresentando sempre un fenomeno di nicchia con il 3% del mercato. Deloitte per FIMI gennaio 2015  
    Discografia digitale, in Italia lo streaming sorpassa il download. FIMI: “Trend positivo, crescita del 7%” Nuove tendenze nel mercato della musica digitale: meno download e più streaming 
    30 gennaio 2015
  • Nel 2014 tanti tablet quanti Pc. Con una crescita marcata Android

    L'analisi di Canalys sul terzo trimestre del 2013 e le previsioni per il prossimo anno, quando le spedizioni di "tavolette" viaggeranno ormai verso i 300 milioni. Il 65% di esse avrà il sistema operativo di Google

    I tablet si preparano ad eguagliare i numeri dei personal computer. Stando a quanto emerge dalle analisi di Canalys, infatti, nel 2014 il numero di "tavolette" vendute sarà uguale a quello di desktop Pc e notebook. Previsioni che poggiano le loro basi innanzitutto sui dati riferiti al terzo trimestre del 2013, quando il mercato dei client Pc* ha visto una crescita complessiva del 18%. Il dato positivo è tuttavia frutto del boom dei tablet, che alla luce del continuo declino della vendita dei dispositivi più "anziani" ha raggiunto il 40% delle quote di mercato. Un trend che non sembra doversi arrestare e che nel prossimo anno dovrebbe portare il numero delle spedizioni mondiali a 285 milioni, toccando i 396 milioni nel 2017.canalys2

    Se Apple e Samsung continuano a mantenere una posizione di leadership al momento difficilmente attaccabile, nel medio periodo lo scenario potrebbe mutare. In ogni caso, a Cupertino sperano che il recente lancio di iPad Air e la nuova versione di iPad mini confermi le attese per l'ultimo trimestre dell'anno in corso, per quanto le previsioni di Canalys siano tutte a favore dei dispositivi con sistema operativo made in Google. Mentre Microsoft si prepara a prendersi il 5% del mercato, i derivati di Android colonizzeranno infatti la maggior parte del mercato raggiungendo la quota del 65% a fronte di 185 milioni di unità vendute. Cosa può aver causato un ribaltamento di forza tra il grande beneficiario del boom dei tablet, Apple, e il sistema operativo principale concorrente del suo iOS? La risposta è nella frammentazione e differenziazione dei produttori e distributori di "tavolette" con sistema operativo Android, che vanno ad intercettare una serie di segmenti di mercato non ancora battuti dalla politica maggiormente orientata a prodotti dall'alto costo praticata da Cupertino; basti vedere, in proposito, il fenomeno dei "white box". Canalys chiude la sua analisi chiosando sulla necessità di prepararsi ad una serie di acquisizioni, fallimenti e fusioni tra le compagnie che giocano su questo terreno che riceverà a breve i forti scossoni dipinti dai numeri. pctabletsnotebookCanalys definisce client PC i dispositivi di elaborazione progettati per essere utilizzati da un individuo e per servire una vasta gamma di scopi, ottenuti eseguendo applicazioni di terze parti, alcune delle quali possono funzionare indipendentemente da una connessione di rete. Laddove progettati per essere portatili, devono essere in grado di funzionare senza alimentazione di rete e con un display di almeno 7 pollici
  • Pc e dispositivi mobili, un mercato che crescerà del 4,2% nel corso del 2014. Phablet e "low cost" protagonisti in Asia

    Sono destinate a raggiungere la quota di 2,4 miliardi di unità le vendite complessive di pc, tablet e dispositivi di telefonia mobile nell'anno in corso, un valore che nel 2015 sfiorerà poi i 2,6 miliardi. È quanto stima la società di ricerca Gartner, i cui ultimi dati parlano di un mercato in crescita del 4,2% rispetto al 2013. "Stiamo per assistere ad una ripresa del business legato ai pc" afferma il research director Ranjit Atwal riferendosi ad un settore che, tra desktop, notebook e premium ultramobile, dopo una netta flessione del 9,5% nel corso del 2013 attenuerà l'arretramento fissandolo al 2,9%. A limitare il trend al ribasso, second Atwal, sarà "l'aggiornamento di Windows XP e il ciclo di sostituzione delle vecchie machine, soprattutto in Europa occidentale", che prevede la sostituzione di 60 milioni di nuovi pc nei mercati maturi. "Il mercato dei pc tradizionali desktop e notebook continuerà il suo trend in calo del 6,7% nel 2014 e del 5,3% nel 2015". Sul fronte tablet, il mercato sembra orientato verso le 256 milioni di unità vendute, in aumento del 23,9% rispetto al 2013. Il trend dominante sarà tuttavia il calo di domanda per i tablet a schermo piccolo a beneficio di display più larghi e phablet, soprattutto nel sud est asiatico. In quest'area si concentra poi un altro elemento che contribuirà a mantenere a due cifre la percentuale di crescita delle vendite: il business legato al low cost. Per quanto attiene il mercato dei mobile phone, si stimano in 1,9 miliardi le unità vendute nel 2014, con un aumento del 3,1%; ovviamente sono gli smartphone a trainare un mercato del quale, entro il 2018, rappresenteranno l'88%, a fronte del 66% del 2014. I numeri legati ai sistemi operativi, infine, certificano il dominio di Android e iOS, rispettivamente con una quota del 30% e del 15% del market share; per Annette Zimmermann, anche lei research director di Gartner, sarà il lancio dell'iPhone 6 a riportare in alto la domanda dei dispositivi di Cupertino grazie alla maggiore larghezza dello schermo, elemento chiave, come sopra menzionato, di un mercato che si prepara ad una nuova espansione. Buone notizie anche per i Windows Phone, che secondo Gartner raggiungeranno una quota complessiva di mercato del 10% nel 2018, a fronte del 4% di quest'anno. 8 giugno 2014
  • Pc, piccoli segnali positivi dal mercato. E c'è chi prevede un roseo 2015

    È un trend che, dopo aver dato i suoi primi segnali nei primi mesi dell'anno in corso, sembra confermarsi con le stime relative al terzo trimestre del 2014: il mercato dei pc è in calo, ma meno di quanto non lo fosse negli anni passati e nelle relative previsioni. Le stime sulle consegne nel mondo diffuse da diverse società di ricerca differiscono nei numeri assoluti ma sono accomunate dal restituire moderato ottimismo sul settore. Secondo Gartner le consegne totali nel mercato di riferimento hanno raggiunto la soglia di 79,4 milioni di unità, con un calo rispetto al terzo trimestre del 2013 dello 0,5%. Un dato dietro il quale si nascondono la "zavorra" di un calo nei mercati emergenti e un'ottima prestazione per i mercati "maturi" di Europa e Nord America, all'interno dei quali, come da previsione, il ricambio imposto da Microsoft ha stimolato una sorta di "effetto XP" per quanto attiene i dispositivi impiegati nell'industria e nei servizi. "Stiamo assistendo ad una riconversione di acquisto dai tablet ai pc - afferma Mikako Kitagawa, principal analyst di Gartner - iniziata dopo che la penetrazione delle tavolette ha raggiunto tassi tra il 40 e il 50%". Fenomeno opposto nei mercati emergenti: se negli anni passati si sono saturate le fasce di mercato di chi poteva permettersi un pc, sono ora i tablet a basso costo a trainare il mercato. Traducendo in numeri il confronto tra le aree del pianeta, si scopre che a fronte di una crescita del 4,2% negli Stati Uniti e del 9,6% nell'area EMEA si registra un calo del 5,3% nell'area Asia Pacific. [gallery type="slideshow" ids="11378,11379,11380"] Numeri meno rosei nelle stime IDC, nei quali si legge di un calo dell'1,7%, ma che riflettono la stessa tendenza, dato che la stessa società aveva stimato per il terzo trimestre del 2014 un -4,1%. Si introduce tuttavia un ulteriore elemento di riflessione sulle prospettive future del mercato: "Il terzo trimestre dell'anno - spiega Jay Chou, Senior Research Analyst di IDC - è storicamente trainato dal rientro dei ragazzi a scuola e dalla ripresa di attività economiche che generano un ricambio di dispositivi. Un fenomeno che quest'anno tuttavia si è presentato complessivamente più debole. Ma a preoccupare è soprattutto la tendenza all'acquisto di dispositivi low cost; è un dato positivo per la tenuta del mercato nel breve periodo, ma non assicura alcuna sostenibilità sul lungo termine". Idc3q2014
     
    C'è infine chi invita a guardare al futuro con ampi sorrisi; è il caso di Strategy Analytics, nel cui ultimo report si legge di una crescita del mercato del 5% nel corso del prossimo anno. Strategy Analytics Computing Devices Chart Immagine in home page: Blogfactory.it 10 ottobre 2014
  • Quanto crescerà il traffico Internet nei prossimi anni? Grafici e mappe elaborati sui numeri Cisco. Alla vigilia dell'esplosione dell'IoT e in attesa di sciogliere i nodi intorno alla Net Neutrality

    di Marco Ciaffone Dopo aver quintuplicato il suo volume negli ultimi cinque anni, il traffico Internet globale è destinato a raggiungere nel 2018 un valore tre volte superiore a quello dello scorso anno e di 64 volte più grande di quello del 2005. È questa la principale indicazione fornita dai dati raccolti da Cisco all'interno del Visual Networking Index (VNI), report dal quale si evince che la quantità di dati destinata a transitare su protocollo IP sorpasserà lo zettabyte annuale nel 2016, per arrivare nel 2018 a quota 131,6 exabytes al mese, registrando un tasso di crescita annuale composto del 21%. L'imponente incremento complessivo è dovuto anche a una realtà sempre più mobile, che vedrà crescere il traffico in mobilità a tassi annui del 61%, di tre volte superiori a quelli relativi alle reti fisse, con oltre la metà dei dati complessivi generati da non-Pc devices.

    Global IP Traffic Growth by Region, 2013–2018 - Dati Cisco, valori in Petabyte per mese

      Di seguito alcuni grafici che riassumono i principali risultati del report di Cisco.

    Managed IP includes corporate IP WAN traffic and IP transport of TV and VoD

    Consumer includes fixed IP traffic generated by households, university populations, and Internet cafés

    File Sharing includes traffic from P2P applications such as BitTorrent and eDonkey, as well as web-based file sharing 

    Video, Internet of Things e Net Neutrality

    [caption id="attachment_10013" align="alignright" width="350"]Akamai "State of the Internet" - Q1 Report 2014 Akamai "State of the Internet" - Q1 Report 2014[/caption] Ma a quale velocità viaggeranno i netizen del mondo? Cisco stima che la banda larga su connessioni fisse raggiungerà una media di 42Mbps, quasi triplicando quella di 16Mbps registrata nel 2013. Una previsione la cui bontà potrà essere valutata passo dopo passo anche grazie ai trimestrali rapporti di Akamai sullo "Stato di Internet". In proposito, nell'ultimo studio riferito al primo trimestre del 2014 si sottolinea come solo l'11% delle persone connesse nel mondo navighi ad una velocità sufficiente a fruire dello streaming di contenuti video in Ultra-HD/4K (il valore di 132 exabyte sopra indicato, per fare un esempio, è pari a 8,8 miliardi di trasmissioni video contemporanee di una partita di calcio in Ultra-HD/4K). Ma sarà proprio il mondo dell'audiovisivo a rappresentare uno dei maggiori fattori di incremento dei volumi di dati sulle reti globali; tornando ai numeri di Cisco, nel 2018 il 79% del traffico sarà composto da video (a fronte del 66% registrato nel 2013), un dato influenzato dal fatto che i video in HD sono destinati a sopravanzare quelli basati sulla Standard Definition. Per fornire invece un metro di paragone sui volumi di dati, per guardare i video che transiteranno in rete nel 2018 ogni mese una sola persona dovrebbe avere a disposizione 5 milioni di anni. LEGGI I servizi “non lineari”, le nuove reti “neutrali” e lo sviluppo del “video on demand” in Europa: il nuovo rapporto ITMedia Consulting  Con un mercato che vira in maniera sempre più decisa verso lo streaming e l'on demand, con grandi player come Netflix che si preparano a conquistare l'Europa e le telco che appaiono intenzionate a puntare forte sul mercato dei contenuti gli anni a venire saranno cruciali per la definizione dell'assetto di un contesto sul quale aleggiano in maniera costante i problemi legati alla Net Neutrality,tema caldo su entrambe le sponde dell'Antlantico. Se negli Stati Uniti la Federal Communications Commission (FCC) è al lavoro per la definizione di un nuovo quadro di regole dopo la bocciatura di quelle contenute nell'Open Internet Order e alla luce degli accordi che vengono stretti tra alcuni Over The Top e telcolocali, in Europa il quadro appare frammentato, ed è stato riassunto dalla Commissione europea, nella recente relazione sullo stato del mercato e della regolamentazione delle telecomunicazioni riferita al biennio 2012-2013, con questa chiosa: “Gli Stati membri seguano approcci diversi, che vanno dall’autoregolamentazione a una legislazione vincolante. Tuttavia, il dibattito è principalmente concentrato sul livello di regolazione continentale”. Ma la serie di questioni da sciogliere in materia di Neutralità della rete non risparmiano, per un altro verso, l'impetuosa ascesa dei dispositivi che daranno vita all'ecosistema dell'Internet of Things; se secondo Gartner entro il 2020 saranno 26 miliardi i device connessi nell'ambito dell'IoT, Cisco stima che nel 2018 le connessioni machine to machine (M2M) raggiungeranno per quantità la popolazione mondiale, con le smart car munite di almeno 4 moduli M2M ciascuna. 162811"Il dibattito odierno in materia di Net Neutrality è focalizzato solo sulla punta dell'iceberg", è il monito lanciato dai ricercatori di eMarketer nel report "Key Digital Trends for Midyear 2014: The Internet of Things, Net Neutrality, and Why Marketers Need to Care". "Per ora si parla soprattutto delle necessità che coinvolgono le piattaforme di streaming di contenuti video - afferma il direttore esecutivo Noah Elkin - ma presto si passerà ad un discorso di streaming di dati in senso generale. Sarà ben diverso il discorso tra il flusso che permette la visione ottimale di un film e il flusso che garantisce invece una corretta riuscita di processi che saranno diventati vitali". Se flussi di dati come quelli che governeranno auto senza guidatori, servizi di eHealth e servizi per le abitazioni, chiosano i ricercatori, si ritroveranno a viaggiare in una corsia lenta le conseguenze per i cittadini potrebbero essere ben più gravi di uno streaming video di bassa qualità, ed è per questo che bisognerebbe affrontare determinate questioni proprio ora che ci si appresta a riscrivere le regole della Net Neutrality.

    LEGGI ANCHE

    Osservatorio sulle Telecomunicazioni Agcom, i numeri del primo trimestre 2014. Broadband mobile: traffico dati cresce del 34,9% Il mercato delle telecomunicazioni europee: luci ed ombre nella nuova relazione della Commissione. In Italia tasso penetrazione broadband mobile doppio rispetto al 2011 4G, un miliardo di connessioni nel 2017. Con un baricentro asiatico L’Europa verso il 5G: la Commissione firma un accordo con la Corea del Sud Audiweb pubblica i primi dati sulla total digital audience e certifica il sorpasso del mobile sul pc 1 agosto 2014