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  • "Patrimonio culturale digitale. Tra conoscenza e valorizzazione", a Roma il 2 luglio

    In un convegno promosso dall'Accademia Italiana del Codice di Internet si approfondiranno, con l'aiuto di giuristi, esponenti delle istituzioni e delle associazioni, le problematiche e i quesiti aperti sul tema della gestione di documenti e informazioni nel settore pubblico L’esigenza della massima divulgazione della conoscenza e della migliore valorizzazione del patrimonio materiale e digitale di proprietà pubblica comporta l’individuazione di un sistema di licenze d’uso che assicuri il bilanciamento tra i principi di riutilizzo dei dati pubblici e la disciplina in materia di diritto d’autore e di tutela dei dati personali. Questi temi saranno al centro del convegno "Patrimonio culturale digitale: tra conoscenza e valorizzazione", previsto a Roma il 2 luglio 2015. L'evento, che sarà ospitato presso Palazzo Sant'Andrea (Via del Quirinale, 30), è promosso dall'Accademia Italiana del Codice di Internetnell'ambito del Progetto Scientifico PRIN “Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione come strumento di abbattimento delle barriere economiche, sociali e culturali”. Il quadro normativo europeo nel quale si inseriscono i lavori si compone della direttiva 2003/98/CE in materia di Public Sector Information (PSI), recentemente modificata dalla direttiva 2013/37/UE, che ne estende gli ambiti alle risorse digitali di Archivi, Biblioteche e Musei, in corso di recepimento da parte del nostro ordinamento e, in ambito nazionale, del Codice dell’Amministrazione Digitale (D.Lgs 82/2005), come modificato dall’articolo 9 del decreto legge n. 179/2012, cd. Decreto Crescita 2.0, convertito con legge n. 221/2012, che ha sancito il principio dell’Open Data by default. Locandina 2 luglio 2015 Dopo l'apertura affidata a Marina Giannetto (Sovrintendente dell’Archivio storico della Presidenza della Repubblica), l'introduzione di Alberto M. Gambino (Presidente dell’Accademia e Ordinario di Diritto privato nell'Università Europea di Roma) e le relazioni di Gustavo Ghidini (Università degli Studi di Milano, Università LUISS Guido Carli), Giuseppe Piperata (Associato di Diritto amministrativo presso l'IUAV di Venezia) e Antonia Pasqua Recchia (Segretario Generale presso il Ministero dei Beni e della Attività culturali e del Turismo). Le conclusioni saranno curate da Angelo Rughetti, Sottosegretario per la Semplificazione e Pubblica Amministrazione. Sarà così la volta di una tavola rotonda moderata dal giornalista de Il Sole 24 Ore Antonello Cherchi e animata dagli interventi di Valentina Grippo (Accademia Italiana del Codice di Internet), Roberta Guizzi (Servizio Giuridico dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni), Andrea Marcucci (Commissione Istruzione pubblica, beni culturali del Senato), Flavia Piccoli Nardelli (Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati), Marco Pierani (Altroconsumo), Riccardo Pozzo (Dipartimento Scienze Umane e Sociali, Patrimonio Culturale del Consiglio Nazionale delle Ricerche), Eugenio Prosperetti (Tavolo Permanente per l’Innovazione e l’Agenda Digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri), Roberto Rampi (Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati) e Ferdinando Tozzi (Comitato consultivo Permanente per il Diritto d’Autore). A concludere Silvia Costa, presidente della Commissione Cultura dell'Unione Europea. È stato richiesto l’accredito per la formazione continua degli Avvocati e dei Commercialisti.

    La partecipazione è libera fino ad esaurimento posti.

    È necessario accreditarsi entro e non oltre il 25 giugno 2015 inviando una email con nome, cognome, luogo e data di nascita all'indirizzo di posta elettronica Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

  • "Perquisizioni digitali" in Usa: i provider devono consegnare i dati delle email anche quando sono conservati all'estero

    I provider di servizi Internet americani devono consegnare i dati scambiati nelle email dei loro clienti su richiesta delle autorità anche quando le informazioni e i contenuti digitali sono memorizzati all'estero. È quanto stabilito dal giudice federale di New York James Francis. Stando a quanto riferito da Reuters, compagnie come Microsoft e Google non potranno più rifiutarsi di aprire alle forze dell'ordine l'accesso a determinate informazioni, perché a detta del giudice "l'onere di un coordinamento in tal senso con gli omologhi dei Paesi esteri sarebbe notevole per il Governo americano e gli sforzi delle autorità di polizia seriamente ostacolati". Continua dunque la battaglia sul valore dei confini geografici applicati ad uno strumento per sua vocazione globale, soprattutto in un'area, quella della conservazione dei dati e della loro condivisione con le autorità, che appare quanto mai oggetto di attenzione a seguito delle ripercussioni dello scandalo Datagate. Sembra infatti riproporsi il dilemma sul trattamento che sarà riservato ai dati di cittadini esteri, già al centro di roventi reazioni, polemiche e proposte proprio all'indomani delle rivelazioni dell'ex funzionario dell'Nsa Edward Snowden. In Europa, dove il quadro della data retention è stato stravolto dalla recente sentenza della Corte di Giustizia sull'invalidità della direttiva a riguardo, avanza la corrente di pensiero del "i nostri dati sul nostro suolo" (soprattutto per ciò che attiene comunicazioni strategicamente sensibili e rilevanti; vedi a riguardo le dichiarazioni rilasciate a Dimt nel novembre scorso dal deputato di Scelta Civica Stefano Quitarelli), che trova le conseguenze più estreme in proposte come quella che qualche settimana fa ha visto la cancelliera tedesca Angela Merkel avanzare l'idea di creare una rete autonoma da quella americana. Se nel sistema si inserisce il protagonismo della presidente del Brasile Dilma Rousseff, da un lato promotrice anch'essa di una proposta su una rete indipendente, dall'altro in prima linea nella messa a punto di un percorso verso una nuova governance del mezzo (vedi in proposito anche le dichiarazioni del vicepresidente della Commissione Europea Neelie Kroes), peraltro all'indomani dell'approvazione del Marco Civil sui diritti digitali, il quadro che ne esce è quello di una partita globale entrata in una fase ormai caldissima. Immagine in home page: Allvoices.com 28 aprile 2014
  • "Protezione dei dati e trasparenza amministrativa", seminario di formazione - Roma, 9 luglio 2014

  • "Senza tariffe di roaming 300 milioni di clienti in più per gli operatori europei". I risultati di uno studio della Commissione

    Il 94% degli utenti di Internet europei riduce l'utilizzo di piattaforme online e social network quando viaggia all'interno dell'Unione a causa delle tariffe applicate sul roaming internazionale, con le società di telecomunicazioni che si starebbero lasciando sfuggire un mercato di circa 300 milioni di utenti a causa delle attuali politiche dei prezzi, con effetti negativi per altre imprese, come quelle che producono app. A rivelarlo è un sondaggio condotto da Eurobarometro su 28mila cittadini. Mentre si espande rapidamente l’uso del cellulare nel proprio paese, soprattutto per collegarsi alla rete, secondo i risultati dell’indagine a causa dei prezzi del roaming:
    • il 47% degli utenti non userebbe mai il cellulare per collegarsi a internet in un altro paese dell’UE;
    • solo 1 utente su 10 consulterebbe le e-mail come se fosse a casa;
    • più di un quarto degli utenti semplicemente spegne il cellulare quando viaggia all’interno dell’UE;
    • milioni di persone inviano SMS, invece di spendere per telefonare.
      Mentre l’economia europea delle app è in piena espansione, i costi del roaming a detta della Commissione sarebbero un freno per questo nuovo settore, danneggiando in particolare le applicazioni che riguardano le guide di viaggio, le mappe e le foto. E i consumatori riducono l’uso del cellulare non soltanto quando sono all’estero: anche nel suo stesso paese il 70% degli utenti che telefona in altri Stati dell’UE limita le chiamate a causa dei costi. Telefonare nell’UE L’indagine commissionata dalla Commissione europea rivela che il 28% di coloro che viaggiano nell’UE spegne il telefono cellulare quando si reca in un altro paese. Soltanto l’8% dei viaggiatori chiama con il cellulare all’estero usandolo come se fosse a casa, mentre 3 utenti su 10 non usano mai il cellulare quando sono in viaggio in un altro paese. Meglio un SMS che una telefonata Quando si trovano all’estero, le persone che inviano SMS sono un po’ più numerose di quelle che telefonano: 2 su 10 inviano SMS come se fossero nel loro paese. L’indagine denuncia che un quarto dei viaggiatori non invia mai SMS quando si reca in un altro paese dell’UE. All’estero la connessione a internet dal cellulare viene disattivata Le cifre relative alla connessione a Internet con il cellulare all’estero sono ancora più incisive. Il 47% degli intervistati, cioè la maggioranza, non userebbe mai il cellulare per leggere le e-mail e andare su internet in un altro paese dell’UE; soltanto 1 utente su 10 consulterebbe le e-mail come se fosse nel suo paese e soltanto 1 su 20 utilizzerebbe i media sociali come se fosse a casa. Inoltre, rispetto ai viaggiatori occasionali (16%), è più probabile che proprio i viaggiatori abituali (33%) disattivino il traffico dati del cellulare quando sono in roaming. L’indagine giustifica questo divario così ampio con il fatto che i viaggiatori più assidui sono meglio informati sui costi reali del traffico dati in roaming in Europa rispetto a coloro che viaggiano meno spesso. Eppure, grazie ai regolamenti in vigore in materia di roaming e a prezzi più bassi, in tutta l’UE abbiamo assistito, a partire dal 2008, a un incremento sorprendente dell’uso del traffico dati in roaming pari al 1.500%. Tenendo conto del fatto che anche nei paesi di origine si assiste a una crescita della diffusione e dell’uso dei servizi di traffico dati, preoccupa il fatto che molti utenti riducano l’uso di tali servizi, il che dimostra che si sta sprecando un’opportunità di crescita per l’emergente economia delle app e per gli operatori di telefonia mobile. Servizi di telecomunicazione nell’UE accessibili a tutti Il tema è al centro della proposta legislativa della Commissione per un Continente connesso (MEMO/13/779), nella quale si chiede ai legislatori dell’UE di realizzare un mercato unico della telefonia e della navigazione su Internet. L’obiettivo è escogitare una combinazione di incentivi di mercato e di obblighi normativi che induca gli operatori della telefonia mobile a estendere le offerte e i piani tariffari nazionali per permettere ai loro clienti, entro il 2016, di utilizzare il cellulare o lo smartphone in tutti i paesi dell’UE alle tariffe nazionali (“parla ovunque come a casa”). La normativa adottata nel 2012 prevede che i clienti abbiano anche diritto, a partire da luglio 2014, ad abbandonare il loro operatore nazionale quando vanno all’estero per passare o a un operatore del paese visitato che offre servizi di roaming meno costosi, o a un fornitore di roaming concorrente del paese di origine, senza cambiare la scheda SIM. “Le cifre dello studio - commenta Neelie Kroes, Vicepresidente della Commissione europea - sono francamente impressionanti. È evidente che dobbiamo completare l’opera eliminando i costi del roaming. I consumatori riducono all’osso l’uso del cellulare, comportamento che non ha alcun senso nemmeno dal punto di vista delle compagnie telefoniche. Non è soltanto un braccio di ferro tra vacanzieri e società di telecomunicazioni - ha proseguito - perché gravando milioni di imprese di costi supplementari e facendo perdere profitti alle società che producono app, il roaming non ha senso in un mercato unico, è una follia a livello economico”. Foto in home page: Adnkronos.it 17 febbraio 2014
  • "The EU data protection reform. Privacy & consumer protection" - Torino, 7 ottobre 2014

    Il simposio si pone quale occasione di confronto e riflessione sulla riforma della normativa in materia di protezione dei dati personali, attualmente in discussione a livello comunitario. La riflessione verrà aperta dal keynote del Prof. Lee A. Bygrave, Direttore del Norwegian Research Center for Computers and Law ed uno dei maggiori esperti giuridici europei in materia di data protection. Seguirà una tavola rotonda che metterà a confronto i punti di vista del Garante per la Protezione dei Dati Personali, di alcune delle principali realtà imprenditoriali del settore ICT e dell’associazione nazionale delle principali aziende di information technology operanti in Italia.
  • “Verso il nuovo regolamento europeo sulla privacy”: video, audio e materiali del convegno dell'Accademia Italiana del Codice di Internet

    Di seguito i video, gli audio e i materiali di “Governance di Internet ed efficienza delle regole: verso il nuovo regolamento europeo sulla privacy”, evento organizzato dall’Accademia Italiana del Codice di Internet nella giornata di giovedì 13 novembre 2014 presso la sala Spazio Europa, nel centro di Roma, alla vigilia dell’approvazione del nuovo Regolamento generale per la protezione dei dati personali, prevista nel prossimo Consiglio europeo del 4-5 dicembre.

    Leggi il report della giornata

    Ascolta l'audio integrale dei lavori

    Relazione Introduttiva

    Prof. Alberto Maria Gambino, Presidente Accademia Italiana del Codice di Internet

    Consulta il position paper dell'Accademia

    Keynote speech

    Prof. Stefano Rodotà, Presidente Commissione per i diritti e i doveri relativi ad Internet presso la Camera dei Deputati

    Parte 1 Parte 2

    Interventi

    Antonello Soro, Garante per la protezione dei dati personali

    Anna Masera, Responsabile della comunicazione presso la Camera dei Deputati

    On. Lorenza Bonaccorsi, Commissione Parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi 

    LEGGI l'intervento dell'On. Michele MetaPresidente della Commissione Trasporti, Poste e Comunicazioni presso la Camera dei Deputati

    Discussant

    Prof. Salvatore Sica, Università di Salerno e Accademia Italiana del Codice di Internet

    "La privacy: meno regole, più diritto"

    Prof. Giorgio Resta, Università di Bari e Accademia Italiana del Codice di Internet

    Cooperazione e competizione regolatoria nei rapporti EU-US: la Proposta di Regolamento alla luce del c.d. Datagate

    Prof.ssa Valeria Falce, Università Europea di Roma e Accademia Italiana del Codice di Internet

    One stop shop ed efficienza dell’azione di vigilanza"

    Consulta le slide della Prof.ssa Falce

    Prof. Oreste Pollicino, Università Bocconi e Accademia Italiana del Codice di Internet

    Interpretazione o manipolazione? Ovvero il senso della Corte di giustizia per la protezione dei dati personali nelle decisioni Google Spain e Digital Rights Ireland"

    26 novembre 2014
  • Antipirateria, Cardani (Agcom) ospite di Dimt: "Ricevute 210 notifiche, più della metà dei casi si sono chiusi con un adeguamento spontaneo"

    "A mio parere il dato più importante, da un punto di vista di interpretazione del comportamento degli agenti, è che nel 54% dei casi c'è stato adeguamento spontaneo". Così il Presidente dell'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni Angelo Marcello Cardani, ospite della Redazione di Diritto Mercato Tecnologia il 22 maggio scorso, commentando i dati sulle notifiche antipirateria a disposizione dell'Agcom dopo oltre un anno di applicazione del regolamento in materia di tutela del diritto d'autore. "Questo ci suggerisce - ha sottolineato Cardani- che è vero quello che noi pensavamo prima dell'introduzione del regolamento, e che cioè fosse necessaria una forte opera di educazione e informazione del pubblico". Sui nuovi scenari aperti dall'avanzata dello streaming musicale si è invece concentrata l'attenzione di Lino Prencipe, Direttore Digital&Business Development di Sony Music Entertainment (Italy), ed Enzo Mazza, Presidente della Federazione Industria Musicale Italiana (FIMI). 25 maggio 2015
  • Antiterrorismo, Genchi: "Mappiamoci tutti. Giusta l'idea di Renzi"

    "Dna, telepass e documento informatico: contro il terrore mappiamoci tutti". A dichiararlo è l'esperto informatico Gioacchino Genchi, a lungo consulente di diverse procure della Repubblica, sulle pagine de Il Fatto Quotidiano. Gioacchino Genchi"Quel che è accaduto in Francia - si legge in un'intervista firmata da Antonio Massari - deve far riflettere sulla necessità per ciascuno di noi di cedere una porzione limitata della propria libertà a vantaggio della sicurezza di tutti. Non serve alcun processo autoritario, è solo necessario attrezzarsi e documentare gli eventi che è fondamentale analizzare per prevenire e contrastare il terrorismo". Lo scorso sabato nel corso dell'Italian Digital Day tenutosi nella Reggia di Venaria il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha dichiarato di essere favorevole a mettere a disposizione delle forze dell'ordine tutte le telecamere sparse sul territorio nazionale per poi "taggare le potenziali minacce. Ciascuno di noi lascia delle tracce camminando - ha spiegato Renzi - e credo che non sia un agguato alla privacy dire che si debbano taggare queste persone e seguirle".
    La rete tra orrore e distorsioni, Prof. Gambino a Radio Radicale: "Essere tracciati non significa per forza conculcare la libertà d’espressione, ma prevenire e reprimere determinate situazioni dannose per la collettività”
    A tal proposito, Genchi parla di "idea giusta", anche se "sarebbe necessario anche molto altro. Le nostre tecniche investigative devono misurarsi con attentatori determinati a morire pur di perseguire le finalità stragiste: la prima esigenza è un efficace coordinamento informativo e operativo tra forze di polizia e apparati di intelligence di ogni Stato. Ma è anche necessario che ciascuno Stato acquisisca la cultura della documentazione di tutti gli elementi utili a prevenire e reprimere. E noi non ce l’abbiamo. Il tutto può avvenire con costi assai ridotti, utilizzando la potestà amministrativa. Per le videocamere, occorre introdurre una normativa per il censimento, l’omologazione, l’interfacciamento e l’accesso diretto, alle forze di polizia, degli impianti di ripresa video ormai diffusi ovunque: consentirebbe di acquisire i dati senza dover prima individuare gli impianti esistenti. A volte si individuano quando le riprese sono state già cancellate. È anche necessario rivedere i tempi di conservazione dei dati". "La prima esigenza - prosegue - è documentare l’identità di chi opera all’interno di uno Stato, che sia cittadino o straniero, ma in Italia non abbiamo neanche un’anagrafe unica nazionale, con rilascio di un documento elettronico, al quale riconnettere tutti gli elementi identificativi dei soggetti censiti". I vari documenti attualmente in possesso dei cittadini "si potrebbero concentrare in un unico documento elettronico, inclusi i parametri biometrici e il Dna, in merito al quale non si tratterebbe di violazione della privacy perché il codice genetico non rivela orientamenti politici, religiosi o sessuali". "L’esigenza è avere a disposizione tutti i dati utili nel più breve tempo possibile. Ciascuno di noi lascia un frammento del proprio passaggio e del proprio comportamento: più sono rapido nell’individuare quel frammento e associarlo agli altri, prima ricompongo il mosaico, prima posso intervenire". Per Genchi bisognerebbe sincronizzare diverse banche dati, da quelle sui flussi migratori a quelle degli aeroporti fino al traffico ferroviario e viario: "Tutte le autovetture dovrebbero utilizzare i Telepass, che consentono di monitorare gli spostamenti dalle tratte autostradali, nei parcheggi e ai valichi di controllo urbano". Per quanto attiene il traffico telefonico e telematico, per l'informatico "un grosso passo avanti era stato fatto con il decreto Pisanu, che aveva introdotto una legislazione per conservare i dati di traffico e i tentativi di chiamata: furono degli squilli ad azionare gli ordigni delle metropolitane di Madrid e Londra. Ma non se ne fece nulla". IMG_6415Update 19.30 - Sulle misure antiterrorismo è intervenuto anche il Garante Privacy Antonello Soro, che nel pomeriggio di lunedì ha dichiarato a SkyTg24: "Bisogna sfatare dei luoghi comuni sugli strumenti di comunicazione usati dai terroristi che hanno agito in Francia, perché non c'entra nulla la privacy; in quel caso i servizi francesi hanno fallito malamente. Se avevano tutte le informazioni necessarie e tutti gli attori impegnati nelle tragiche vicende di queste settimane erano già noti alle autorità il problema non è avere più informazioni, è saperle usare. Credo che la raccolta dei dati di traffico telefonico di tutti i cittadini italiani sarebbe non soltanto inutile e dannoso per i diritti, ma sarebbe assolutamente inutile e dannoso per il contrasto al terrorismo. Abbiamo esperienza di altri Paesi, a cominciare dagli Stati Uniti, che hanno sbagliato in questo senso, percorrendo la strada della quantità, pensando di immagazzinare tutte le informazioni, e poi non è stato possibile, come è normale, analizzare queste informazioni. Occorre un intelligence intelligente".
    La domanda di sicurezza, il bisogno di libertà: i nostri contributi a un dibattito sempre più complesso
    23 novembre 2015
  • App e minori, il Garante privacy: "Pesanti violazioni"

    "Le app e i siti internet più utilizzati dai bambini italiani non tutelano adeguatamente la privacy dei piccoli utenti". L'allarme arriva dal Garante privacy a valle dell'indagine svolta in collaborazione con altre ventotto Autorità internazionali del Global Privacy Enforcement Network (GPEN) in occasione del Privacy Sweep 2015 dedicato alla protezione in rete dei bambini tra gli 8 e i 13 anni. Sotto la lente 22 app e 13 siti Internet (appartenenti al settore educational, al mondo dei giochi, a servizi on-line offerti da canali televisivi per l'infanzia, ai social network) tra i più popolari tra i bambini, o sviluppati per loro. "Tra i 35 casi analizzati - sottolinea l'Authority in una nota - ben 21 hanno evidenziato gravi profili di rischio e 8 di questi richiederanno specifiche attività ispettive. È emerso un panorama poco confortante, in linea con le criticità riscontrate anche dalle altre Autorità internazionali. I risultati evidenziano una grave disattenzione nei confronti dei più piccoli, poca trasparenza in merito alla raccolta, all'utilizzo dei dati personali e alle autorizzazioni richieste per scaricare le app su smartphone e tablet, presenza di pubblicità e rischi che i bambini vengano reindirizzati verso siti non controllati". "Occorrono siti e app a misura di bambino – sottolinea il Presidente Antonello Soro: "I risultati dell'indagine condotta dagli esperti del Garante italiano evidenziano che siamo ancora molto lontani da una corretta tutela dei dati dei minori. È sempre più evidente che quasi tutti i bambini tra gli 8 e i 13 anni usano strumenti tecnologici collegati in rete, ma non sono adeguatamente protetti. Molte società che gestiscono siti e sviluppano app – continua Soro – dimostrano un approccio irresponsabile nei confronti dei minori. Naturalmente, i genitori devono seguire i loro figli in questo percorso di crescita anche tecnologica. Continueremo a vigilare e a intervenire contro ogni forma di abuso, sia in Italia, sia all'estero assieme ai colleghi del GPEN". Nel dettaglio dei 35 tra siti e app presi in esame, in 30 casi vengono raccolti dati personali, in 25 casi si è riscontrato  l'obbligo di registrarsi inserendo almeno l'indirizzo di posta elettronica, in 20 occorre indicare il proprio nome, in 13 è necessario consentire l'accesso a foto e video presenti sullo smartphone, sul tablet o sul pc. Ancora, 19 tra siti e app registrano l'indirizzo IP, 18 l'identificativo unico dell'utente e 11 richiedono la geolocalizzazione del dispositivo utilizzato dal bambino. In 23 casi è poi prevista la condivisione con altri soggetti dei dati personali raccolti. Stesso numero per siti e app che includono banner pubblicitari di terze parti (in alcuni casi non attinenti al mondo dell'infanzia). "In ben 22 casi - si spiega nel rapporto - il minore può essere reindirizzato fuori dal sito/app che sta utilizzando. Alcune app consentono al bambino di procedere direttamente all'acquisto di prodotti e servizi, i cosiddetti acquisti in app. Sono pochi i siti e le app in cui è presente un'informativa privacy chiara e completa, o che consentono un utilizzo senza la richiesta di dati personali. Sono limitati anche gli strumenti, ad esempio parental control o chat preimpostate, adottati per aiutare i bambini a non diffondere, anche involontariamente, i propri dati personali". Il Garante italiano, in accordo con gli altri componenti del GPEN, "valuterà ulteriori azioni nei confronti dei titolari dei siti e delle app esaminati, e offrirà la propria collaborazione alle altre Autorità coinvolte su casi di rilievo internazionale". A livello globale, dai circa 1500 siti e app analizzati emerge un quadro di "scarsa tutela nei confronti  dei più piccoli". Nello specifico:
    • Il 67% dei siti/delle app esaminati raccoglie informazioni personali su minori;
    • Solo il 31% dei siti/delle app offre meccanismi efficaci per limitare la raccolta di dati personali di minori. Particolarmente preoccupante risulta la circostanza per cui molti siti o app popolari fra i più piccoli affermino nelle informative privacy di non essere pensati per un pubblico minorenne, senza però adottare poi meccanismi che evitino la raccolta di dati personali dei minori che accedono al sito o alla app;
    • Il 50% dei siti/delle app fornisce dati personali a soggetti terzi;
    • Il 22% dei siti/delle app offre la possibilità ai minori di  indicare il proprio numero telefonico; il 23% consente loro di mettere a disposizione foto o video;
    • Il 58% dei siti/delle app offre al minore la possibilità di essere reindirizzato verso un altro sito;
    • Solo il 24% dei siti/delle app promuove il coinvolgimento dei genitori;
    • Il 71% dei siti/delle app non offre strumenti per cancellare agevolmente le informazioni contenute negli account.
      L'indagine internazionale ha tuttavia evidenziato anche alcune buone prassi. "Alcuni siti e app - conclude il Garante italiano - offrono controlli efficaci, come cruscotti riservati all'intervento dei genitori e avatar o ID utenti predefiniti per impedire che un minore riveli senza volerlo informazioni personali. Altre buone prassi comprendono l'offerta di chat che permettono ai minori di selezionare parole e frasi solo da elenchi predefiniti, o la visualizzazione di alert preventivi per evitare che il minore inserisca dati personali non necessari".
    Censis: “Nel Lazio boom di media digitali tra i più piccoli. Genitori preoccupati, ma molto disattenti”. Petrucci (Corecom): “Un tavolo per progetti di responsabilità e media education” Nativi digitali, il 17% dei bambini americani usa dispositivi mobili
    7 settembre 2015
  • Audiweb, connesso da mobile un italiano su due. Su smartphone e tablet il 71% del tempo online

    La total digital audience nel mese di novembre ha raggiunto 28,8 milioni di utenti unici, il 52,2% degli italiani dai 2 anni in su, online per 45 ore e 23 minuti complessivi per persona. Nel giorno medio risultano 22,2 milioni gli utenti unici da tutti i dispositivi rilevati (PC, smartphone e tablet), online in media per 1 ore e 58 minuti per persona. È Audiweb a distribuire i nuovi dati sull'Italia connessa. La mobile audience è rappresentata da 22,2 milioni di utenti nel mese, il 50,3% degli italiani tra i 18 e i 74 anni, online per circa 42 ore complessive, e da 18.4 milioni di utenti nel giorno medio collegati per 1 ora e 41 minuti per persona. La fruizione di internet da PC ha registrato 26,4 milioni di utenti mensili, il 47,9% degli italiani dai 2 anni in su, e 12,2 milioni nel giorno medio. total_digital_audience_novembre2015   L’accesso abituale a internet continua a essere diffuso principalmente tra le fasce più giovani della popolazione italiana (il 65,3% dei 18-24 anni e il 63,6% dei 25-34enni hanno effettuato almeno un accesso a internet nel giorno medio) e, in parte, dalla fascia più “matura” dei 35-54enni (il 57,8%). Per quanto riguarda la provenienza geografica degli utenti online nel giorno medio, resta confermata una maggiore penetrazione tra gli italiani dell’area Nord Ovest (il 40,4% degli abitanti di quest’area, 4.6 milioni). total_digital_audience_PROFILO_novembre2015   Le donne e i giovani continuano a presentare quote più elevate di tempo dedicato alla navigazione: 2 ore online nel giorno medio per le donne, 2 ore e 21 minuti per i 18-24enni e 2 ore e 18 minuti per i 25-34enni. total_digital_audience_TempoMedio_novembre2015   Gran parte del tempo trascorso online è dedicato alla fruizione di internet tramite dispositivi mobili. Il 71% del tempo totale online è generato, infatti, dalla navigazione via smartphone e tablet, con quote che confermano ancora la preferenza dei giovani e delle donne verso questi device: l’84,7% del tempo totale dei 18-24enni, il 78,7% del tempo dei 25-34enni e il 75,6% del tempo totale delle donne. total_digital_audience_TempoTotale_novembre2015   total_digital_audience_CategorieSiti_novembre2015  
    Internet in Italia, crescono utilizzatori “forti”. Ma il 38% delle persone è offline
    12 gennaio 2016
  • Banche dati online, l'Antitrust sanziona le società Avron e Ipdm per pratica commerciale scorretta

    Un intervento "a tutela delle microimprese" per 550mila euro. Per l'Agcm Avron raccoglie preventivamente i dati aziendali e procede all’invio di comunicazioni che, dietro la richiesta di una tempestiva verifica dell’esattezza dei dati in corso, nascondono abbonamenti a pagamento. IPDM interviene invece nella fase di recupero dei supposti crediti. È il quarto provvedimento deciso dall’Autorità nel 2014 per arginare il fenomeno; in totale è stato comminato un milione e settecentomila euro di multe
 Nuovo intervento dell’Antitrust contro le società che attraverso la raccolta di dati aziendali indurrebbero le microimprese a sottoscrivere costosi abbonamenti a pagamento. L’Autorità ha infatti sanzionato per 550mila euro complessivi l’azienda di Bratislava Avron e l’azienda greca IPDM (Internet Publishing &Demand Management Mon. Ike): la prima, spiega l'Agcm, invia comunicazioni che, dietro la richiesta di una tempestiva verifica dell’esattezza dei dati corso presenti su un database online, nascondono abbonamenti a pagamento; IPDM interviene successivamente nella fase di recupero dei supposti crediti. Si tratta del quarto provvedimento adottato quest’anno dall’Autorità per arginare il fenomeno della richiesta di denaro alle microimprese a fronte di registrazioni mai richieste su banche dati online di società domiciliate all’estero. Simili i meccanismi messi a punto dalle diverse imprese sanzionate dall’Autorità. "In particolare Avron, con sede a Bratislava - spiega l'Authority - raccoglie i dati aziendali delle microimprese italiane, in maniera unilaterale e non richiesta, inserendoli nel proprio database online denominato Registro del Mercato Nazionale. Successivamente invia alle microimprese preregistrate una comunicazione commerciale  apparentemente volta a sollecitare la correzione o l’aggiornamento dei dati aziendali pre-inseriti mediante la compilazione del  modulo allegato. In realtà il tono aggressivo della comunicazione, unitamente alla grafica impiegata, spinge le microimprese a sottoscrivere il modulo per evitare di incorrere nelle conseguenze negative minacciate dalla comunicazione stessa, finendo così per aderire a un costoso abbonamento pluriennale per un servizio di annunci pubblicitari". Questo servizio, peraltro, consiste soltanto nella inclusione delle eventuali correzioni apportate tramite il modulo e dell’indicazione della localizzazione geografica della micro-impresa con il servizio mappe gratuito di Google, negli account unilateralmente creati dal professionista sul proprio database online. "La scoperta - suggerisce ancora l'Agcm - arriva con il ricevimento della prima fattura di pagamento, inviata da Avron solo alla scadenza dei termini per l’esercizio del diritto di recesso. In caso di mancato pagamento è la stessa Avron che inizia ad inviare la catena di solleciti, nei quali il costo aumenta per effetto degli interessi di mora e per le spese di gestione della pratica e solo successivamente subentra la società greca, inizialmente con proposte transattive e poi con la minaccia di ricorrere alla riscossione coattiva richiedendo presso il Tribunale di Bratislava il decreto ingiuntivo europeo". Ad aprile scorso l’Antitrust aveva sanzionato, con due distinti provvedimenti, la società di diritto tedesco DAD e quella di diritto slovacco CBR (rispettivamente 500mila e 50mila euro), nonché per una pratica analoga la società di diritto italiano Kuadra (100mila euro), mentre a gennaio era stata sanzionata la società di diritto messicano Expo-Guide (500mila euro). 24 giugno 2014
  • Big Data 2.0. Accesso all’informazione e privacy tra open data e Datagate

    e-privacy 2013

    winter edition

    Milano

    15 e 16 novembre 2013

    Università Bocconi

    ASK Research Center

    Piazza Sraffa, 11

    Guarda il programma dell'evento

    LEGGI l'abstract de "Le prospettive di tutela della privacy nello scenario tecnologico del cloud e dei big data", intervento con il quale parteciperanno all'evento Andrea Stazi, Ricercatore presso l'Università Europea di Roma, e Davide Mula, Dottore di ricerca in Diritto Privato nello stesso ateneo romano

  • BigData, social network e mobile: "Un terzo delle aziende in crisi entro il 2017". L'allarme di Gartner

    Il numero crescente di flussi di dati, comunicazioni e interazioni con i quali le aziende devono interfacciarsi quotidianamente è destinato a generare una "information crisis" in un terzo delle compagnie della lista "Fortune 100" entro il 2017. Ad affermarlo è Andrew White, vice presidente dell'area ricerca di Gartner. L'assunto dal quale parte White è che l'aumento dei big data, social network e interazioni mobili, accoppiato con un incremento di accelerazione della quantità di informazioni strutturate e non strutturate abilitate dalle tecnologie cloud-based, stia costringendo le organizzazioni a concentrarsi su quelle informazioni che hanno rilievo all'interno della catena del valore dell'azienda, ma che per questo motivo portano in dote i rischi maggiori. Il 33% delle imprese si espone così da qui a tre anni al pericolo di non riuscire né a gestire in proprio la mole di dati strutturati né ad organizzare un valido affidamento a terzi degli stessi. Il rischio crash, dunque, secondo Gartner è più di una concreta possibilità, e questo dipenderebbe soprattutto dalla mancanza di una reale consapevolezza di dove risieda il valore dei dati: "C'è una generale mancanza di maturità quando si tratta di governare le informazioni come un asset aziendale - dichiara White - ed è probabile che un certo numero di organizzazioni, incapaci di organizzarsi efficacemente per il 2020 e non disponibili o pronte a rivedere le proprie strategie, si ritroveranno a subire gravi conseguenze". Il vero nodo irrisolto è la differenza tra l'accumulo e "stoccaggio" di grandi quantità di informazioni e la loro gestione ed elaborazione: "Quando parliamo di gestione intendiamo la lavorazione del dato in un'ottica di vantaggio di business, che è cosa diversa dall'esigenza di tenere i dati in siti fisici o virtuali". La risoluzione di una tale questione deve tuttavia essere al centro delle strategie aziendali dei prossimi anni: "In questa economia digitale l'informazione sta diventando la risorsa competitiva per guidare vantaggio competitivo, ed è la connessione fondamentale che collega la catena del valore delle organizzazioni". La disciplina che permette di sfruttare in un'ottica di creazione di valore set di dati strutturati creati all'interno e all'esterno dell'organizzazione si chiama Enterprise Information Management (EIM). Ma queste abilità non bastano da sole ad aiutare un'organizzazione. I responsabili del comparto It devono progettare le iniziative EIM in modo tale che la condivisione e il riuso dei dati entrino all'interno della creazione di valore alla luce delle routine e degli obiettivi specifici dell'azienda. Detto in altre parole, un buon programma di information management deve saper individuare quali siano i dati che abbiano realmente un valore e rispecchino ciò che può essere utile all'organizzazione, ripulendo i dataset dalle informazioni inutili o ridondanti. Occorre inoltre armonizzare le iniziative di trattamento dei dati all'interno della stessa azienda; più di tre quarti di tali iniziative, afferma Gartner, sono al momento isolate tra loro, una situazione che rende poco efficaci le strategie di management dell'informazione. Immagine in home page: Atelier.net 28 febbraio 2014
  • Chi sono i più "social" sul Web? [Infografica]

    Una ricerca dell'Ipsos rivela che il 71% degli utenti di Internet ha condiviso almeno un contenuto sui social network nell'ultimo mese. A farla da padrone, nella classifica dei formati, sono le foto, mentre tra i 24 diversi Paesi presi in considerazione dallo studio spiccano i netizen Turchi. La percentuale relativa agli italiani coincide perfettamente con quella globale.CosacondividiamosulWeb title=
  • Cittadini e nuove tecnologie, la sintesi dei dati dell'Istat nei grafici di Dimt

    di Marco Ciaffone Solo pochi giorni fa l'Istat ha diffuso i dati che descrivono il rapporto tra i cittadini italiani e le nuove tecnologie. L'immagine che emerge è in chiaroscuro; se da un lato nel 2013 è aumentata rispetto all’anno precedente la quota di famiglie che dispone di un accesso ad Internet da casa e di un personal computer, con una crescita che rispettivamente va dal 55,5% al 60,7% e dal 59,3% al 62,8%, dall'altro sono ancora forti le differenze di genere e generazione. Ad utilizzare il personal  computer è infatti il 59,7% degli uomini, a fronte del 49,3% delle donne, e a navigare su Internet è il 60,2% degli uomini ma solo il 49,7% delle donne. I maggiori  utilizzatori del personal computer e di Internet restano inoltre i giovani tra i 15 e i 19  anni, rispettivamente oltre l’88% e oltre l’89%. Vale la pena scendere nel dettaglio di alcune delle indicazioni emerse tramite la sintesi fornita dai grafici. Innanzitutto, vediamo il confronto elaborato dall'Eurostat in merito alla frequenza di utilizzo della rete tra i 28 Paesi membri dell'Unione e Islanda, Norvegia e Turchia.   Vediamo poi qual è la differenza tra le regioni italiane in termini di famiglie che hanno accesso ad Internet o no.   La tipologia di comune sembra influire con la tipologia di connessione utilizzata.   Ma cosa fanno gli italiani su Internet? La risposta nei grafici che seguono.   Molto incisiva è la differenza di area territoriale per quanto attiene all'utilizzo di piattaforme di eCommerce.   Vediamo infine come si ripartisce, a seconda della professione, l'utilizzo dei servizi di dialogo digitale con la Pubblica Amministrazione.   Qui sotto il testo integrale dello studio realizzato dall'Istat. 21 dicembre 2013
  • Concerti, gli incassi aumentano del 6%. Ma Assomusica: "Per tradurre in utili occorre rivedere alcune norme"

    La musica dal vivo in Italia sembra godere di ottima salute. Stando agli ultimi dati diffusi da Assomusica, associazione di categoria dei principali organizzatori di concerti, nel 2014 gli incassi sono cresciuti del 6%, con un aumento degli spettatori di 5 punti percentuali. Lo scorso anno si è dunque chiuso "a tutto volume": se si considerano i soli concerti a pagamento, in Italia sono stati organizzati 3.664 spettacoli, per una crescita del 25,9% sul 2013. Gli incassi sono saliti del 6,2%, portandosi a quota 221,3 milioni, trainati da un “popolo” di 6,1 milioni di spettatori (+5,1%). Il grosso del mercato sta a Nordovest, dove si registrano incassi da 95,6 milioni. Se poi ai dati degli spettacoli a pagamento si sommano gli incassi provenienti da altri tipi di manifestazione (come feste di piazza ed eventi pubblici, promossi da istituzioni o privati) il giro d'affari delle 120 aziende di settore arriva intorno ai 400 milioni. "Il momento è positivo – commenta Vincenzo Spera, presidente di Assomusica – e ci sono tutte le premesse perché il 2015 ci regali ancora una crescita stimabile tra i tre e i quattro punti percentuali". La differenza la fanno i grandi nomi nazionali e internazionali, soprattutto quando si esibiscono negli stadi "e quest'anno – continua Spera – possiamo già contare su un carnet di appuntamenti importanti, con il ritorno di Vasco Rossi, Jovanotti e Ligabue sul versante italiano, ma anche pezzi da novanta come U2, Madonna, AC/DC, Bob Dylan ed Elton John". Spera però invita a fare attenzione all'interpretazione dei dati: "Fatturati in crescita non coincidono sempre con più utili per chi fa questo mestiere, un po' perché le produzioni internazionali diventano sempre più costose, un po' perché scontiamo una legislazione arcaica che, per paradosso, penalizza chi fa business con la cultura. Per capirci: il settore, intorno al quale tra diretti e indotto gravitano 400mila addetti, si autosostiene. Non c'è accesso al Fondo Unico per lo Spettacolo (FUS), le sponsorizzazioni riguardano solo i grandi festival, mentre i contributi degli enti pubblici, tra prima e dopo la spending review, sono calati del 75%". Assomusica denuncia in merito quelli che considera "assurdi normativi: la legge di riferimento è la 800 del 1967, alba dello show business come lo conosciamo. Ecco allora che, se organizzi un concerto di musica elettronica, versi un 22% di Iva, un 16% di imposta sugli intrattenimenti e un 10% di diritto d'autore, per un carico complessivo del 48%. Come fosse una serata in discoteca. Per un concerto tradizionale versi invece 10% di Iva e 10% di diritto d'autore". "Ma oggi – spiega Roberto De Luca, presidente di Live Nation Italia che con 100 milioni di fatturato è azienda leader del settore – certi steccati sono saltati: non puoi dire che i Coldplay meritano una tassazione agevolata e i Daft Punk no, solo perché fanno musica elettronica. In questo modo terremo lontano dall'Italia una segmento importante del mercato". Da qui la sfida delle imprese italiane che, da qualche mese a questa parte, si sono lanciate in pressing sul ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, chiedendo una revisione delle leggi di riferimento. "Il settore – continua De Luca – merita maggiore considerazione". E al tempo stesso, secondo Mimmo D'Alessandro di D'Alessandro e Galli, player da 32 milioni di fatturato e un portafoglio artisti che spazia da Paul McCartney ai Rolling Stones, "meno burocrazia. È una follia il fatto che montare un palco in Italia equivalga ad aprire un cantiere. Anche a Lucca, dove da decenni organizziamo il Summer Festival e certi meccanismi dovrebbero essere automatici". Secondo Claudio Trotta di Barley Arts, storico impresario il cui nome qui da noi è sinonimo di Bruce Springsteen, "c'è ancora difficoltà a comprendere che la musica dal vivo genera economia. Eppure non dovrebbe essere così difficile. Facciamo lavorare treni, alberghi, ristoranti".
    Musica digitale, lo streaming è il motore di un mercato che continua a crescere
    24 aprile 2015
  • Connessi al Web 39 milioni di italiani, i risultati della ricerca Audiweb: in Trentino la più alta percentuale di utenti, trend annuali negativi

    Nel 2013 l'accesso a Internet da qualsiasi luogo e strumento ha raggiunto l'82% della popolazione italiana tra gli 11 e i 74 anni, pari a 39 milioni di individui, di cui 22 milioni da smartphone e circa 7 milioni da tablet. È quanto emerge dalla Ricerca di base di Audiweb sulla diffusione dell'online in Italia e i dati di audience online da PC del mese di dicembre 2013. Come evidenziato dall'organismo di rilevazione, l'audience online da PC nel 2013 ha registrato un valore medio giornaliero di 13,6 milioni di utenti e una media mensile di 28 milioni di utenti online. La disponibilità di accesso a internet da casa attraverso un computer risulta la piu' elevata tra le differenti modalità disponibili, con 35 milioni di individui tra gli 11 e i 74 anni (il 75% dei casi). Sono, infatti, 15 milioni le famiglie che dispongono di un accesso a internet da casa attraverso computer di proprietà (il 69% delle famiglie con almeno un componente fino a 74 anni), con un tasso di penetrazione che supera l'86% tra le famiglie con quattro o cinque componenti. Il 72% delle famiglie con accesso a internet da casa tramite computer (10,8 milioni) dichiara di disporre di una connessione ADSL/Fibra ottica e quasi la totalita' ha un abbonamento flat (10,2 milioni di famiglie).
     individui_2013
    L'accesso a Internet dai nuovi device connessi presenta un tasso di penetrazione rilevante principalmente tra i possessori di cellulari e smartphone, con 22 milioni di individui (il 47% degli italiani tra gli 11 e i 74 anni) che dichiarano di poter accedere a internet dal proprio device, mentre l'accesso da tablet è disponibile per circa 7 milioni (il 15% dei casi).

    mobile_2013

    In generale, la disponibilità di accesso alla rete da qualsiasi device si estende su oltre i due terzi del territorio: l'86% del Centro Italia, l'85% del Nord Est, l'84% del Nord Ovest e il 78% dell'area Sud e Isole. trent Dal 30 al 35% di utenti attivi sulla popolazione di riferimento                           [Elaborazione grafica di Marco Ciaffone] emili Dal 25 al 29,9% di utenti attivi sulla popolazione di riferimento abruzz Dal 20 al 24,9% di utenti attivi sulla popolazione di riferimento sud Dal 15 al 19,9% di utenti attivi sulla popolazione di riferimento L'accesso a Internet, rileva Audiweb, è diffuso su tutti i livelli sociali, raggiungendo una concentrazione quasi totale tra i giovani (oltre il 96% degli individui tra gli 11 e 34 anni) e tra i profili più qualificati in termini di istruzione e condizione professionale, in particolare tra gli studenti universitari (100% dei casi), i dirigenti, quadri e docenti universitari (99%), tra i laureati (98%), tra gli imprenditori e i liberi professionisti (98%), ma anche tra gli impiegati e gli insegnanti (98%). Si registrano tassi molto elevati anche tra gli studenti di scuole medie e superiori (98%) e tra chi è in cerca di una prima occupazione (91%). Gli individui con accesso a Internet da tablet presentano un profilo socio-demografico decisamente più qualificato in termini di istruzione e condizione professionale. Audiweb segnala infine tassi di penetrazione più elevati tra coloro che vivono nei centri più popolosi (con piu' di 100.000 abitanti) e nelle fasce di popolazione più giovani, in particolare tra gli studenti, universitari e non. Interessanti i valori riferiti ai trend dell'ultimo anno, entrambi in discesa. Definizioni: Utenti attivi nel giorno medio (Reach Daily) = fruitori per almeno un secondo del mezzo nel giorno medio del periodo selezionato. Utenti attivi (Reach) = fruitori per almeno un secondo del mezzo nell'intero periodo di durata della rilevazione. Connessi: individui (000) che hanno accesso potenziale a Internet Popolazione:individui + 2 anni (per quanto riguarda gli individui +74 anni, si fa riferimento  esclusivamente agli individui che vivono in nuclei familiari dove c'è almeno un componente tra gli 11-74 anni). Popolazione di riferimento: in alcuni casi viene proposta la proiezione dei dati sulla popolazione di riferimento al fine di dare un'idea della percentuale di concentrazione del fenomeno nel segmento di riferimento. Ad esempio, tabella "Dettaglio Area Geografica / Regione", popolazione di riferimento = popolazione +2 anni dell'area geografica/regione di riferimento 30 gennaio 2014
  • Conservazione dei dati nel Registro delle imprese: la Cassazione si rivolge alla Corte di Giustizia

    di Lorenzo Delli Priscoli Con ordinanza interlocutoria n. 15096 del 17 luglio 2015, la Cassazione ha proposto alla Corte di giustizia due questioni pregiudiziali ex art 267 TFUE, sospendendo il relativo giudizio. Le questioni involgono il trattamento dei dati personali che possono essere custoditi solo per il tempo necessario al conseguimento delle finalità per le quali sono stati acquisiti e successivamente trattati, secondo quanto previsto dall’art. 6, lett. e), della direttiva 46/95/CE attuata con d.lgs. n. 196/2003. Ci si chiede se tale disciplina debba prevalere sul sistema di pubblicità commerciale istituito con il registro delle imprese, pure di derivazione comunitaria, che prevede anche per le persone fisiche la conservazione dei dati rilevanti senza limiti di tempo e se, dunque, anche tali dati non debbano essere disponibili per un periodo di tempo limitato e in favore di destinatari determinati. Scopo della pubblicità commerciale è infatti quello di rendere noto oppure opponibile un certo fatto giuridico, al fine della sicurezza del mercato. Sulla premessa che solo il nucleo essenziale di ogni diritto fondamentale è insopprimibile, che anche gli interessi del mercato hanno una rilevanza tale da poter determinare una limitazione dei diritti fondamentali, il problema sottoposto alla Corte di Giustizia dalla Corte di Cassazione è dunque quello di come operare il corretto bilanciamento tra trasparenza dei traffici commerciali e il diritto fondamentale alla riservatezza e alla protezione dei dati personali. 21 luglio 2015
  • Corso avanzato di Alta Formazione “Corporate governance e parità di genere. Prima applicazione e prospettive”: il programma, i video e i materiali degli incontri

    Sono disponibili in questa pagina i materiali presentati durante gli incontri del Corso avanzato di Alta Formazione "Corporate governance e parità di genere. Prima applicazione e prospettive" [*].

    Convegno di presentazione

     “La disciplina sull’equilibrio di genere a due anni dall’introduzione:

    numeri, bilanci e prospettive

    11 giugno 2014 - Sala Polifunzionale - Presidenza del Consiglio dei Ministri - Roma

     

    I Workshop

    "Leadership e Intelligenza emotiva"

    18 giugno 2014 - Palazzo del Drago - Roma

    II Workshop

    "Consiglio di amministrazione, corporate governance e innovazione tecnologica"

    25 giugno 2014 - Palazzo del Drago - Roma

    III Workshop

    "Organi e sistemi di controllo"

    17 settembre 2014 - Università Europea di Roma

    IV Workshop

    "La responsabilità degli organi sociali"

    3 ottobre 2014 - Università Europea di Roma

    V Workshop

    "Risanamento d'impresa"

    17 ottobre 2014 - Palazzo del Drago - Roma

    VI Workshop

    "Bilancio e valutazione d'azienda"

    7 novembre 2014 - Palazzo del Drago - Roma

    VII Workshop

    "Risk Management e modelli di organizzazione, gestione e controllo"

    21 novembre 2014 - Palazzo del Drago - Roma

    Convegno conclusivo

    "Democrazia partecipativa, equilibrio di genere e composizione degli interessi (nella società per azioni)"

    16 dicembre 2014 - Presidenza del Consiglio dei Ministri, Sala Polifunzionale - Roma

    LEGGIla sintesi dell'intervento della Prof.ssa Valeria Falce "Corporate governance e parità di genere. Il rinnovato ruolo della trasparenza"

    [*] Per il conseguimento dell'attestato di partecipazione è necessario aver frequentato un minimo di 5 Workshop dei 7 previsti dal programma.

  • Corte di Giustizia invalida accordo sul trasferimento dei dati negli Usa: "Gli Stati possono opporsi a migrazione verso server americani". Soro: "Al lavoro per individuare linee-guida comuni". Gruppo Art. 29: "Subito discussione tra esperti, a breve riunione straordinaria"

    La decisione della Commissione europea del 26 luglio 2000 con la quale si riteneva che, nel contesto del cosiddetto regime di safe harbour, gli Stati Uniti garantissero un livello adeguato di protezione dei dati personali trasferiti dall'Europa verso server americani, è stata invalidata dalla Corte di Giustizia dell'Ue; gli Stati possono dunque sospendere tale trasferimento se lo ritengono opportuno. La sentenza arriva a poche settimane dalla presa di posizione dell'avvocato generale Yves Bot nelle conclusioni in merito al procedimento scaturito da una denuncia presentata nel 2013 presso l’autorità irlandese per la protezione dei dati da un utente austriaco di Facebook a seguito delle rivelazioni di Edward Snowden sulle pratiche dei servizi di intelligence americani alla base del cosiddetto Datagate. La Corte, sposando sostanzialmente il punto di vista di Bot, ha così affermato che "l’autorità irlandese di controllo è tenuta a esaminare la denuncia di Schrems con tutta la diligenza necessaria e che a essa spetta, al termine della sua indagine, decidere se, in forza della direttiva sul trattamento dei dati personali, occorre sospendere il trasferimento dei dati degli iscritti europei a Facebook verso gli Stati Uniti perché tale paese non offre un livello di protezione dei dati personali adeguato". Contesto -  La direttiva europea dispone che il trasferimento di tali dati verso un paese terzo può avere luogo, in linea di principio, solo se il paese terzo di cui trattasi garantisce per questi dati un adeguato livello di protezione. Sempre secondo la direttiva, la Commissione può constatare che un paese terzo, in considerazione della sua legislazione nazionale o dei suoi impegni internazionali, garantisce un livello di protezione adeguato. Infine, la direttiva prevede che ogni Stato membro designi una o più autorità pubbliche incaricate di sorvegliare l’applicazione nel suo territorio delle disposizioni di attuazione della direttiva adottate dagli Stati membri. Maximilian Schrems, cittadino austriaco, utilizza Facebook dal 2008. Come accade per gli altri iscritti che risiedono nell’Unione, i dati da lui forniti alla piattaforma sono trasferiti, in tutto o in parte, a partire dalla filiale irlandese di Facebook, su server situati nel territorio degli Stati Uniti, dove sono oggetto di trattamento. Schrems aveva presentato una denuncia presso l’autorità irlandese di controllo ritenendo che, alla luce delle rivelazioni fatte da Snowden sulle attività della National Security Agency, il diritto e le prassi statunitensi non offrissero una tutela adeguata contro la sorveglianza svolta dalle autorità pubbliche sui dati trasferiti verso tale paese. L’autorità irlandese respinse la denuncia, segnatamente con la motivazione che, nella decisione del luglio 2000, la Commissione aveva ritenuto che, nel contesto del cosiddetto regime di approdo sicuro, gli Stati Uniti garantissero un livello adeguato di protezione dei dati personali trasferiti. La High Court of Ireland (Alta Corte di giustizia irlandese), investita della causa, chiese dunque alla Corte di Giustizia se questa decisione della Commissione producesse l’effetto di impedire ad un’autorità nazionale di controllo di indagare su una denuncia con cui si lamenta che un paese terzo non assicura un livello di protezione adeguato e, se necessario, di sospendere il trasferimento di dati contestato. Sentenza - La Corte reputa che l’esistenza di una decisione della Commissione che dichiara che un paese terzo garantisce un livello di protezione adeguato dei dati personali trasferiti "non può sopprimere e neppure ridurre i poteri di cui dispongono le autorità nazionali di controllo in forza della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e della direttiva". La Corte sottolinea, a questo proposito, il diritto alla protezione dei dati personali garantito dalla Carta e la missione di cui sono investite le autorità nazionali di controllo in forza della Carta medesima. La Corte considera anzitutto che "nessuna disposizione della direttiva osta a che le autorità nazionali controllino i trasferimenti di dati personali verso paesi terzi oggetto di una decisione della Commissione". Anche quando esiste una decisione della Commissione, quindi, le autorità nazionali di controllo, investite di una domanda, devono poter esaminare in piena indipendenza se il trasferimento dei dati di una persona verso un paese terzo rispetti i requisiti stabiliti dalla direttiva. Tuttavia, la Corte ricorda che "solo essa è competente a dichiarare invalida una decisione della Commissione, così come qualsiasi atto dell’Unione. Pertanto, qualora un’autorità nazionale o una persona ritenga che una decisione della Commissione sia invalida, tale autorità o persona deve potersi rivolgere ai giudici nazionali affinché, nel caso in cui anche questi nutrano dubbi sulla validità della decisione della Commissione, essi possano rinviare la causa dinanzi alla Corte di giustizia. Pertanto, in ultima analisi è alla Corte che spetta il compito di decidere se una decisione della Commissione è valida o no". La Corte, passando quindi a verificare la validità della decisione in oggetto, ricorda che "la Commissione era tenuta a constatare che gli Stati Uniti garantiscono effettivamente, in considerazione della loro legislazione nazionale o dei loro impegni internazionali, un livello di protezione dei diritti fondamentali sostanzialmente equivalente a quello garantito nell’Unione a norma della direttiva, interpretata alla luce della Carta". La Corte osserva che "la Commissione non ha proceduto a una constatazione del genere, ma si è limitata a esaminare il regime dell’approdo sicuro". Orbene, senza che alla Corte occorra verificare se questo sistema garantisce un livello di protezione sostanzialmente equivalente a quello assicurato nell’Unione, la Corte rileva che "esso è esclusivamente applicabile alle imprese americane che lo sottoscrivono e che, invece, le autorità pubbliche degli Stati Uniti non vi sono assoggettate". Inoltre, "le esigenze afferenti alla sicurezza nazionale, al pubblico interesse e all’osservanza delle leggi statunitensi prevalgono sul regime dell’approdo sicuro, cosicché le imprese americane sono tenute a disapplicare, senza limiti, le norme di tutela previste da tale regime laddove queste ultime entrino in conflitto con tali esigenze. Il regime americano dell’approdo sicuro rende così possibili ingerenze da parte delle autorità pubbliche americane nei diritti fondamentali delle persone, e la decisione della Commissione non menziona l’esistenza, negli Stati Uniti, di norme intese a limitare queste eventuali ingerenze, né l’esistenza di una tutela giuridica efficace contro tali ingerenze". La Corte considera che questa ricostruzione è avvalorata da due comunicazioni della Commissione del 27 novembre 2013, dalle quali si evince, segnatamente, che "le autorità degli Stati Uniti potevano accedere ai dati personali trasferiti dagli Stati membri verso tale paese e trattarli in modo incompatibile, in particolare, con le finalità del loro trasferimento, anche effettuando un trattamento in eccesso rispetto a ciò che era strettamente necessario e proporzionato alla tutela della sicurezza nazionale. Analogamente, la Commissione ha dichiarato che le persone interessate non disponevano di rimedi amministrativi o giurisdizionali intesi, in particolare, ad accedere ai dati che le riguardano e, se necessario, ad ottenerne la rettifica o la cancellazione". Per quanto attiene al livello di tutela sostanzialmente equivalente alle libertà e ai diritti fondamentali garantiti all’interno dell’Unione, la Corte dichiara che, nel diritto dell’Unione, "una normativa non è limitata allo stretto necessario se autorizza in maniera generalizzata la conservazione di tutti i dati personali di tutte le persone i cui dati sono trasferiti dall’Unione verso gli Stati Uniti senza che sia operata alcuna differenziazione, limitazione o eccezione in funzione dell’obiettivo perseguito e senza che siano fissati criteri oggettivi intesi a circoscrivere l’accesso delle autorità pubbliche ai dati e la loro successiva utilizzazione". La Corte soggiunge che "una normativa che consenta alle autorità pubbliche di accedere in maniera generalizzata al contenuto di comunicazioni elettroniche deve essere considerata lesiva del contenuto essenziale del diritto fondamentale al rispetto della vita privata". Parimenti, la Corte osserva che "una normativa che non preveda alcuna facoltà per il singolo di esperire rimedi giuridici diretti ad accedere ai dati personali che lo riguardano o ad ottenerne la rettifica o la cancellazione viola il contenuto essenziale del diritto fondamentale ad una tutela giurisdizionale effettiva, facoltà, questa, che è connaturata all’esistenza di uno Stato di diritto". Infine, la Corte dichiara che "la decisione della Commissione del 26 luglio 2000 priva le autorità nazionali di controllo dei loro poteri nel caso in cui una persona contesti la compatibilità della decisione con la tutela della vita privata e delle libertà e diritti fondamentali delle persone. La Commissione non aveva la competenza di limitare in tal modo i poteri delle autorità nazionali di controllo". La Commissione - "Abbiamo ora tre priorità", ha affermato in una conferenza stampa Frans Timmermans, vice-presidente della Commissione Europea: "In primo luogo, proteggere i dati che vengono trasferiti oltre l'Atlantico; in secondo luogo, date certe garanzie, far sì che tale flusso prosegua in quanto importante per l'economia dell'Europa; infine, l'applicazione uniforme del diritto comunitario nel mercato interno".

    "Ci sono altri strumenti tramite i quali il flusso di dati può continuare", ha a sua volta assicurato Věra Jourová, Commissario per la giustizia, la tutela dei consumatori e l'uguaglianza di genere: "Occorre ora lavorare per uniformare l'approccio delle 28 autorità di protezione dei dati dell'Unione".

    Il Garante italiano -  "Con questa sentenza la Corte di Giustizia Europea rimette al centro dell'agenda degli Stati il tema dei diritti fondamentali  delle persone e la necessità che questi diritti, primo fra tutti la protezione dei dati, vengano tutelati anche nei confronti di chi li usa al di fuori dei confini europei". Questo il primo commento di Antonello Soro, Presidente del Garante per la privacy. "La Corte - prosegue Soro - ha riaffermato con forza che non è ammissibile che il diritto fondamentale alla protezione dei dati, oggi sancito dalla Carta e dai Trattati UE, sia compromesso dall'esistenza di forme di sorveglianza e accesso del tutto indiscriminate da parte di autorità di Paesi terzi, che peraltro non rispettano l'ordinamento europeo sulla protezione dei dati. È importante peraltro sottolineare che questa sentenza, insieme ai recenti pronunciamenti della giurisprudenza europea, conferma come la Corte sempre più spesso intenda richiamare le istituzioni europee e gli Stati membri ad un rispetto reale e concreto dei principi sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Ue". "La Corte - si legge in una nota del Garante - ricorda a tutte le parti in causa che il panorama dei diritti è mutato con l'ingresso della Carta quale parte integrante dei Trattati fondamentali dell'UE, e che tutti gli strumenti e gli atti comunitari, passati e presenti, devono essere guardati con occhi nuovi, attraverso la lente della Carta. È la stessa ottica, del resto, in cui si muove il pacchetto protezione dati con il futuro Regolamento generale e la direttiva polizia e giustizia: entrambi rafforzano, fra le altre cose, i diritti degli interessati in Ue e i poteri delle autorità nazionali di protezione dati." "E' chiaro ora - conclude il Presidente del'Autorità - che occorre una risposta coordinata a livello europeo anche da parte dei Garanti nazionali, e in queste ore si stanno valutando le modalità più efficaci per individuare linee-guida comuni". I Garanti europei - Le autorità europee riunite nel Gruppo Articolo 29 accolgono con favore una decisione che "ribadisce che i diritti di protezione dei dati sono parte integrante del regime Ue dei diritti fondamentali. Per diversi anni - si legge in una nota - il gruppo di lavoro ha studiato l'impatto della sorveglianza di massa sui trasferimenti internazionali e ha più volte presentato le sue preoccupazioni. Siamo consapevoli del fatto che questa decisione ha importanti conseguenze su tutte le parti in causa e dunque, al fine di fornire un'analisi coordinata della decisione della Corte e determinare le conseguenze sui trasferimenti, una prima serie di discussioni tra esperti sarà organizzata questa settimana a Bruxelles. Inoltre, verrà programmata a breve una riunione plenaria straordinaria del gruppo di lavoro".
    Corte di Giustizia: normativa Stato su tutela dei dati può essere applicata a una società straniera con un’organizzazione stabile Corte di Giustizia: il diritto dell’Unione osta alla trasmissione e al trattamento di dati personali tra due amministrazioni pubbliche di uno Stato membro se le persone interessate non ne vengono preventivamente informate
    6 ottobre 2015