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  • "E-Government e diritti fondamentali nello Stato costituzionale", report e video del convegno dell’Accademia Italiana del Codice di Internet nell’ambito del PRIN

    Sono sempre più numerosi ed estesi gli strumenti con i quali la Pa punta a dialogare con il cittadino in maniera più agevole sfruttando le tecnologie digitali, formando un apparato di E-Government destinato a subire una accelerazione alla luce delle iniziative messe in campo dal Governo, su tutti i progetti di Italia Login e Identità digitale. Ma quali sono le caratteristiche principali di questo percorso? E quali i diritti fondamentali in gioco?

    Sono due delle domande intorno alle quali si sono sviluppati i lavori di “E-Government e diritti fondamentali nello Stato costituzionale ", convegno che ha avuto luogo nella giornata di venerdì presso l'Università Europea di Roma. L'iniziativa, che si inserisce nell’ambito del PRIN “La regolamentazione giuridica delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (TIC) quale strumento di potenziamento delle società inclusive, innovative e sicure”,è stata promossa dall’Università Europea in collaborazione con l’Università degli Studi di Salerno.

    Guarda i video degli interventi

  • "I nuovi diritti dei consumatori alla prova della negoziazione assistita", i video degli interventi

    Di seguito le registrazioni video integrali degli interventi che hanno animato il convegno “I nuovi diritti dei consumatori alla prova della negoziazione assistita. D.Lgs. n. 21/2014 e D.L. n. 132/2014 a confronto”, evento che ha avuto luogo lo scorso 10 ottobre presso la Sala Europa della Corte d’Appello Penale di Roma. 7524291A presiedere i lavori il Professor Avv. Alberto Gambino (Università Europea di Roma), Ordinario di Diritto Privato e Direttore della Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali, e la moderazione affidata all’Avv. Luisa Taldone, Vice Segretaria dell'ANF Roma. Nell’occasione è stato presentato il volume edito da Giappichelli “I nuovi diritti dei consumatori. Commentario al D.Lgs. n. 21/2014“, a cura del Prof. Gambino e dell’Avv. Gilberto Nava.   "Gli obblighi di informazione a tutela del consumatore" Cons. Lorenzo Delli Priscoli, Magistrato della Suprema Corte di Cassazione   "Poteri e modalità di intervento dell’AGCM" Dott. Giovanni Calabrò, Direttore Generale per la Tutela del Consumatore, AGCM   "I contratti on line" Prof.ssa Giusella D. Finocchiaro, Ordinario di Diritto Privato, Università Alma Mater Studiorum di Bologna   "La negoziazione assistita di cui al D.L. n. 132 del 2014" Prof.ssa Filomena Santagada, Associato di Diritto Processuale Civile, Università Europea di Roma   "La nuova disciplina del teleselling" Avv. Gilberto Nava, Docente di Intellectual Property and Competition Law, Università Europea di Roma     "Il diritto di recesso nei contratti a distanza alla luce del D.Lgs. n. 21/2014" Avv. Marco Scialdone, Redattore DIMT   Conclusioni Prof. Francesco Ricci, Ordinario di Diritto Privato, Università Lum Jean Monnet di Bari 16 ottobre 2014
  • "Patrimonio culturale digitale. Tra conoscenza e valorizzazione", report, audio e video del convegno del 2 luglio

    Nel corso dell'evento promosso dall'Accademia Italiana del Codice di Internet sono state approfondite, con la partecipazione di esponenti delle istituzioni e giuristi, opportunità e criticità della Direttiva  2013/37/UE, all’esame del Parlamento, sul libero accesso e il riutilizzo dei dati in possesso di Pubblica Amministrazione, biblioteche, musei e archivi. "È nostra intenzione costituire un Osservatorio che abbia come compito il monitoraggio della  digitalizzazione del patrimonio informativo e culturale in possesso della Pubblica Amministrazione”. Così il Prof. Alberto Gambino, presidente dell'Accademia Italiana del Codice di Internet ,nel corso del convegno “Patrimonio Culturale Digitale: tra conoscenza e valorizzazione”, evento che ha avuto luogo nella mattina del 2 luglio, a Roma, con la partecipazione di giuristi, esponenti delle istituzioni pubbliche, membri del governo e del parlamento.

    Guarda i video del convegno

    "Sarà un Osservatorio aperto - ha spiegato Gambino - che naturalmente dialogherà con chi già istituzionalmente si occupa della materia, e che non sarà composto solo di giuristi ma punterà a riunire tutti i saperi umanistici per rappresentare un intreccio di competenze orientate a verificare che davvero questa stella polare dell'open access, ma anche del non detrimento delle risorse delle nostre amministrazioni, possa trovare una realizzazione bilanciata” [audio]. Prima sessione Al centro dei lavori proprio la ricerca di un giusto punto di equilibrio tra l’obiettivo della massima diffusione e delle possibilità di riutilizzo dei dati pubblici e la tutela del patrimonio culturale di musei, biblioteche, archivi in possesso di amministrazioni e istituzioni pubbliche. Opera delicata ma che ha il carattere della massima urgenza, quella che attende il legislatore, chiamato a recepire la direttiva 2013/37/UE (la scadenza per la sua adozione è il prossimo 18 luglio e la discussione è al momento ferma in Commissione Affari Esteri e Comunitari del Senato) che, nel quadro della iniziative dell’Agenda digitale europea, impone agli enti pubblici di rendere fruibili tutte le informazioni in loro possesso e il loro reimpiego a fini commerciali o non commerciali. Una vera rivoluzione, che richiede una riflessione imprescindibile da parte del legislatore anche in considerazione della farraginosità di un sistema normativo stratificatosi nel corso degli anni e della specificità dell’Italia, titolare del patrimonio culturale più diffuso in Europa.

    Leggi il position paper dell'Accademia Italiana del Codice di Internet

    CoppolaUna riflessione che si intreccia con le molte proposte che si stanno susseguendo in materia di Open Data e di trasparenza delle informazioni delle quali è titolare la PA. Ultima in ordine di tempo quella oggetto dell’inserimento nel Ddl di riforma della Pubblica Amministrazione di un emendamento in materia di Freedom of Information Act a firma degli onorevoli del Pd Anna Ascani e Paolo Coppola; quest'ultimo è intervenuto durante i lavori sottolineando il valore dell'opera di disclosure che si va componendo nel panorama legislativo nazionale e comunitario. Far sì che il recepimento della direttiva e il rafforzamento degli obblighi in capo agli enti pubblici in materia di accesso alle informazioni, anche attraverso licenze che ne consentano il riutilizzo a fini commerciali da parte di privati, non pregiudichino la tutela del patrimonio culturale, complice uno sfruttamento indiscriminato dei dati a scapito del valore del bene pubblico, della sua integrità e conoscenza, è stato il filo conduttore di gran parte degli interventi. Dopo l’apertura affidata a Marina Giannetto (Sovrintendente dell’Archivio storico della Presidenza della Repubblica) [audio] le relazioni di Giuseppe Piperata (Associato di Diritto amministrativo presso l’IUAV di Venezia) [audio], Riccardo Pozzo(Dipartimento Scienze Umane e Sociali, Patrimonio Culturale del Consiglio Nazionale delle Ricerche) [audio] e Gustavo Ghidini (Università degli Studi di Milano, Università LUISS Guido Carli) [audio], il quale ha lanciato la proposta di un “doppio binario” per il riuso del patrimonio culturale digitale: accesso libero e gratuito per ricercatori e studiosi; a fronte di un ritorno economico per la PA nei casi di reimpiego a fini commerciali. “In relazione al tipo di accesso per fini editoriali o commerciali – secondo Ghidini  – dovrebbe essere ammesso un compenso in linea con i principi della disciplina autoriale, ponendo in capo all'amministrazione concedente un obbligo di reinvestimento dei ricavi nello sviluppo e nel potenziamento dell'architettura impiegata per la pubblicazione dei dati. Un obbligo che dovrebbe estendersi ai proventi delle operazioni derivate di marketing culturale connesse eventualmente all'uso commerciale dei dati”. È stata così la volta di una tavola rotonda moderata dal giornalista de Il Sole 24 Ore Antonello Cherchi e animata dagli interventi di Valentina Grippo, fellow dell'Accademia [audio], Roberta Guizzi del Servizio Giuridico dell’Agcom [audio], Flavia Piccoli Nardelli, membro della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati [audio], Marco Pierani di Altroconsumo [audio],Eugenio Prosperetti, membro del Tavolo Permanente per l’Innovazione e l’Agenda Digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri [audio], eFerdinando Tozzi, componente del Comitato consultivo Permanente per il Diritto d’Autore [audio]. In chiusura l'intervento di Antonia Pasqua Recchia, Segretario Generale presso il Ministero dei Beni e della Attività culturali e del Turismo [audio]: “Siamo consapevoli della grande responsabilità con la quale dobbiamo affrontare il tema. Da parecchio tempo il ministero si è posto in una posizione di particolare apertura, sia per la presenza di banche dati di archivi e biblioteche sia per la digitalizzazione di opere d'arte, e con licenze d'uso Creative Commons. Vanno però differenziati vari aspetti: la completa accessibilità non deve sempre essere sovrapposta e confusa con la gratuità del dato, perché i dati di qualità costano sotto molti punti di vista. Un altro tema è poi quello della tutela dell'integrità delle opere quando c'è riproduzione, aspetto anche più importante del ritorno economico in senso stretto. Ma di sicuro non dobbiamo temere la pirateria sul patrimonio culturale, perché per quanto servano delle regole bisogna partire dal presupposto che maggiore circolazione significa arricchimento diffuso”. Le conclusioni sono state affidate a Silvia Costa, Presidente della Commissione Cultura al Parlamento Europeo [audio], la quale ha auspicato che “l'Osservatorio lanciato dal Professor Gambino possa espandersi su scala continentale; sarebbe molto importante che cominciassimo, anche grazie all'Accademia, ad avere nuovi luoghi di confronto”. [gallery type="slideshow" ids="18479,18480,18489"]

     

    2 luglio 2015

  • Anno IV - Numero 1 - Gennaio/Marzo 2014

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    Con contributi di

    Giulia Arangüena, Vincenzo Lino, Gilberto Nava, Giulio Pascali, Giorgio Santoro

    Sommario

    Cultura, industria e proprietà intellettuale 

    Il Regolamento AGCOM in materia di tutela del Diritto d’autore sulle Reti di comunicazione elettronica (d.lgs. 9 aprile 2003, n. 70) di Giorgio Santoro

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    Mercato, concorrenza e regolazione 

    Bitcoin: una sfida per policymakers e regolatori di Giulia Arangüena

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    Pratiche commerciali e tutela dei consumatori

    Il legislatore interviene nuovamente sul riparto di competenze tra Agcom e Autorita di settore in merito all'applicazione delle pratiche commerciali scorrette: la soluzione definitiva? di Gilberto Nava

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    Le pratiche commerciali scorrette tornano ad AGCM…o forse no? Un primo imprevisto effetto della pubblicazione del D.lgs.n.21/2014 di Giulio Pascali

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    Diritti della persona e responsabilità in rete 

    Gli enti non-profit nello Stato, nella Società Civile e nel Mercato. Dal liberismo al liberalismo sociale di Vincenzo Lino

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    Rubrica “Diverso Avviso” a cura di Gustavo Ghidini

    Opere dell’ingegno: più libertà per i “derivati culturali”

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  • Antiterrorismo, il Garante privacy: "Seria preoccupazione per gli emendamenti". Quintarelli (Sc): "Svista rilevante nel provvedimento". Il Prof. Gambino: "Necessità repressione reati non frustri diritti fondamentali" - Update: stralciato l'emendamento su software per acquisizioni dati da remoto. Soro: "Apprezzabili i cambiamenti"

    "Suscitano seria preoccupazione alcuni emendamenti al decreto-legge antiterrorismo approvati in Commissione, che alterano il necessario equilibrio tra privacy e sicurezza". Non usa mezzi termini Antonello Soro, presidente dell'Autorità garante per la protezione dei dati personali, nell'esprimere le sue perplessità sulle ultime tappe del percorso parlamentare del decreto legge n. 7/2015. "In particolare - spiega il Garante - l'emendamento che porta a 2 anni il termine di conservazione dei dati di traffico telematico e delle chiamate senza risposta (ora di un anno e, rispettivamente, di un mese) va nel senso esattamente opposto a quello indicato dalla Corte di giustizia l'8 aprile scorso. La sentenza ha infatti annullato la direttiva sulla data retention in ragione della natura indiscriminata della misura (applicabile a ciascun cittadino, senza distinzione tra i vari reati e le varie tipologie di comunicazioni tracciate). In quella sede, la Corte ha ribadito la centralità del principio di stretta proporzionalità tra privacy e sicurezza; proporzionalità che esige un'adeguata differenziazione in base al tipo di reato, alle esigenze investigative, al tipo di dato e di mezzo di comunicazione utilizzato. Queste, dunque, come abbiamo già sottolineato in sede di audizione, in Commissione, sul decreto, le indicazioni ineludibili per riformare la disciplina interna attuativa di quella direttiva; non quelle, di segno opposto, proposte all'Aula dalla Commissione". Soro si sofferma poi su un altro punto a suo dire critico, quello riguardante "l'emendamento che ammette le intercettazioni preventive, disposte dall'autorità di pubblica sicurezza nei confronti di meri sospettati, per i reati genericamente commessi on-line o comunque con strumenti informatici. Anche in tal caso l'equilibrio tra protezione dati ed esigenze investigative sembra sbilanciato verso queste ultime, che probabilmente non vengono neppure realmente garantite da strumenti investigativi privi della necessaria selettività". Sul tema delle intercettazioni di strumenti informatici è intervenuto nelle scorse ore anche il deputato di Scelta Civica Stefano Quintarelli, che sul suo blog parla di "svista rilevante nel provvedimento che modifica il codice di procedura penale così: All’articolo 266-bis, comma 1, del codice di procedura penale, dopo le parole: «è consentita l’intercettazione del flusso di comunicazioni relativo a sistemi informatici o telematici ovvero intercorrente tra più sistemi», sono aggiunte le seguenti: anche attraverso l’impiego di strumenti o di programmi informatici per l’acquisizione da remoto delle comunicazioni e dei dati presenti in un sistema informatico. Con questo emendamento - afferma Quintarelli - l’Italia diventa, per quanto a me noto, il primo paese europeo che rende esplicitamente ed in via generalizzata legale e autorizzato la remote computer searches e l’utilizzo di captatori occulti da parte dello Stato. Il fatto grave è che questo non lo fa in relazione a specifici reati di matrice terroristica (come fa pensare il provvedimento), ma per tutti i reati commessi mediante l’impiego di tecnologie informatiche o telematiche (art.266 bis). "Con questo - chiosa infine Quintarelli - non dico che i captatori siano sempre da vietare, ma il loro utilizzo deve esser regolato in modo se possibile ancora più stringente di quello delle intercettazioni: pena la violazione di principi costituzionali oggi più che mai fondamentali (artt.13/15 Cost)". Update - Il Prof. Alberto Gambino, presidente dell'Accademia Italiana del Codice di Internet e direttore scientifico di Dimt, ha dichiarato a Repubblica.it che "la prospettiva di affidare allo Stato l'acquisizione dei dati stessi ai fini della repressione dei reati che possono essere perpetrati attraverso mezzi tecnologici non può frustrare i diritti fondamentali della persona umana e pertanto deve essere affidato alla magistratura il compito di valutare caso per caso l'opportunità di limitare le libertà individuali". "Con riferimento al decreto n. 7/2015 e ad alcuni emendamenti approvati in Commissione - spiega il Prof. Gambino - occorre riaffermare la necessità di raggiungere quell’equo contemperamento che risulta essere non solo imprescindibile ma molto delicato, avuto riguardo al rango degli interessi in gioco: tutti di livello costituzionale, ognuno tutelato da diverse fonti nazionali e sovranazionali. In particolare si rileva quale criticità il profilo della conservazione dei dati di traffico telematico. Se infatti, da un lato, si pone la prospettiva di affidare allo Stato l'acquisizione dei dati stessi ai fini della repressione dei reati (non solo quelli legati al terrorismo ma a tutto quel complesso di condotte criminose che possano essere perpetrate attraverso mezzi tecnologici), dall'altra, si affida agli operatori un compito che appare problematico se confrontato con il recente orientamento della Corte di Giustizia Europea (nella cosiddetta sentenza Data Retention dell'8 aprile 2014), tanto da non potersi escludere la possibilità che venga aperta nei confronti dell'Italia una procedura d'infrazione da parte della Commissione Europea. Si condivide piuttosto l'opportunità di individuare degli strumenti, anche tecnologici, che permettano di assicurare la repressione dei reati senza frustrare i diritti fondamentali della persona umana affidando alla magistratura il compito di valutare caso per caso l'opportunità di limitare le libertà individuali, così come del resto era emerso nel corso del recente convegno organizzato dall’Accademia svoltosi in Cassazione a febbraio". Update 26 marzo 2015 - Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha chiesto e ottenuto lo stralcio dell'emendamento segnalato da Quintarelli. "Meritano apprezzamento le modifiche apportate questa mattina, in Commissione, al decreto anti-terrorismo", è il commento del Garante privacy Antonello Soro. "Lo stralcio della norma sulle intercettazioni da remoto consentirà un supplemento di riflessione, quanto mai necessario quando sono in gioco libertà e diritti fondamentali. E bene anche le correzioni apportate alla norma che estendeva a regime, in misura eccessiva e non selettiva rispetto al tipo di reato, i tempi di conservazione dei dati di traffico.  Dimostra, infine, di cogliere alcuni dei nostri rilievi, la limitazione delle nuove ipotesi di ammissibilità delle intercettazioni preventive ai soli reati di terrorismo, per evitare un'estensione eccessiva e probabilmente neppure utile di strumenti investigativi così invasivi".
    Cybersecurity e antiterrorismo: la tutela dei cittadini oltre gli strumenti normativi. Report e video del convegno dell'11 febbraio 2015 in Cassazione 11-450x150
    Il testo integrale del decreto legge n. 7/2015 25 marzo 2015
  • Antiterrorismo, il testo integrale del decreto legge n. 7/2015

    di Chiara Fiamingo Il 18 febbraio 2015 è stato emanato il decreto legge n.7, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana del 19 febbraio 2015, che prevede alcune misure urgenti per il contrasto del terrorismo, anche di matrice internazionale. In particolare, in relazione agli aspetti web e telematici, il decreto dispone: - L’aumento di pena se il fatto di cui all’art. 270-quinquies c.p. (“Addestramento ad attività con finalità di terrorismo anche internazionale”) sia commesso attraverso strumenti informatici o telematici. - L’aumento di pena se il fatto di cui all’art. 302 c.p. (“Istigazione a commettere alcuno dei delitti preveduti dai capi primo e secondo”, ovverosia i delitti contro la personalità internazionale e interna dello Stato) sia commesso attraverso strumenti informatici o telematici. - L’aumento di pena se i reati di istigazione a delinquere o apologia (art. 414 c.p.) previsti dai primi 3 commi della norma, siano commessi attraverso strumenti informatici o telematici. - L’aumento di pena fino a due terzi se i delitti di istigazione a delinquere o di apologia riguardino delitti di terrorismo o crimini contro l’umanità (art. 414, comma 4, c.p.) e siano commessi attraverso strumenti informatici o telematici. - L’aggiornamento costante da parte del Ministero dell’interno di un elenco dei siti utilizzati per le attività di promozione, costituzione, organizzazione, direzione o finanziamento di associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell’ordine democratico, nonché dei siti utilizzati per porre in essere condotte con finalità di terrorismo. - La possibilità per l’Autorità Giudiziaria di ordinare agli internet provider di inibire l’accesso ai siti utilizzati per commettere reati con finalità di terrorismo, compresi nell’elenco costantemente aggiornato di cui sopra. Nel caso di inosservanza dell’ordine dato è la stessa Autorità Giudiziaria a disporre l’interdizione dell’accesso ai relativi domini internet. Di seguito il testo integrale del decreto legge n. 7/2015.
    Cybersecurity e antiterrorismo: la tutela dei cittadini oltre gli strumenti normativi. Report del convegno in Cassazione
    23 febbraio 2015
  • Contratti a distanza e negoziati fuori dei locali commerciali: la disciplina sui contratti dei consumatori in vigore dal 13 giugno 2014

    di Eleonora Sbarbaro A decorrere dal 13 giugno 2014 entrerà in vigore la sostituzione di un gruppo consistente di norme del Codice del Consumo (articoli dal 45 al 67, d.lgs. 6 settembre 2005 n. 206), relative ai “Diritti dei Consumatori nei Contratti”, con particolare riferimento ai contratti negoziati fuori dei locali commerciali – ovverosia in un luogo diverso dai locali in cui il professionista esercita la propria attività [1] – ed ai contratti a distanza – conclusi senza la presenza fisica simultanea di professionista e consumatore, ad esempio, via telefono o via internet [2]. La disciplina si applicherà ai contratti conclusi dopo tale data. Le nuove disposizioni sono introdotte dal decreto legislativo 21 febbraio 2014 n. 21 [3], che recepisce la corposa riorganizzazione della disciplina compiuta dalla direttiva 2011/83/UE sui diritti dei consumatori. Essa aveva abrogato ed unificato le direttive 85/577/CEE, per la tutela dei consumatori in caso di contratti negoziati fuori dei locali commerciali, e 97/7/CEE, riguardante la protezione dei consumatori in materia di contratti a distanza, e recava modifiche alle precedenti direttive 93/13/CEE, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, e 1999/44/CE, su taluni aspetti della vendita e delle garanzie dei beni di consumo. L’armonizzazione compiuta dalla direttiva rispondeva alla fondamentale esigenza di assicurare una migliore tutela del consumatore, nonché alla necessità di offrire ai soggetti che operano a livello transfrontaliero la possibilità di utilizzare i medesimi documenti informativi e contratti standard, con una conseguente semplificazione e maggiore economicità delle vendite B2C nel mercato interno. Si riassumono di seguito alcuni dei principali capisaldi della normativa, completa delle modifiche che saranno in vigore da giugno. 1) Ambito di applicazione ed esclusioni: innanzitutto, mentre il pacchetto di norme precedenti era titolato “Particolari modalità di conclusione del contratto”, e riguardava unicamente i contratti a distanza e negoziati fuori dei locali commerciali, il nuovo Capo I, Titolo III, Parte III, del Codice del Consumo, allarga l’ambito di applicazione delle relative previsioni e riguarda, in generale, i “Diritti dei consumatori nei contratti”. Le norme si applicano “a qualsiasi contratto concluso tra consumatore e professionista” [4], includendo espressamente i contratti per la fornitura, su base contrattuale, di acqua, gas, elettricità o teleriscaldamento, anche da parte di prestatori pubblici; con l’esplicita indicazione della prevalenza delle discipline di settori specifici, nonché di una lista di esclusioni [5], tra le quali, ad esempio, i contratti relativi a viaggi, vacanze e circuiti “tutto compreso”, che rientrano nel campo di applicazione del c.d. Codice del Turismo (in particolare, artt. 32 a 51, d.lgs. n. 79 del 2011). 2) Obblighi di informativa precontrattuale ai consumatori: gli obblighi si fanno molto più ampi rispetto alla disciplina precedente – soprattutto per quel che riguarda i contratti negoziati fuori dei locali commerciali, per i quali l’informativa obbligatoria riguardava solo il diritto di recesso – e vi sono specifici doveri di informazione anche per i contratti diversi dai contratti a distanza e negoziati fuori dei locali commerciali [6]. L’Allegato 1 del decreto di modifica contiene, poi, le “Informazioni relative all’esercizio del recesso” suddivise in “A. Istruzioni tipo sul recesso – ai sensi dell’art. 49, comma 4” che, debitamente compilate, possono essere fornite al consumatore per assolvere i relativi oneri informativi e “B. Modulo di recesso tipo – ai sensi dell’art. 49, comma 1, lett. h)”, un modello standard di recesso che deve essere consegnato al consumatore prima che quest’ultimo sia contrattualmente vincolato. Inoltre, tutte le informazioni e documentazioni presenti sui siti Internet devono contenere un riferimento a queste norme del Codice del Consumo [7]. 3) Requisiti formali per i contratti: i requisiti sono differenti per le due tipologie contrattuali, a distanza e fuori dei locali commerciali, ma le previsioni hanno come comune denominatore la semplicità, chiarezza, leggibilità e comprensibilità di tutto ciò che viene comunicato o fornito al consumatore. 4) Diritto di recesso: il termine offerto al consumatore per esercitare il recesso dal contratto senza necessità di fornire alcuna motivazione (c.d. diritto di ripensamento) è di 14 giorni (contro i precedenti 10), che diventano 12 mesi a decorrere dalla fine del periodo di recesso iniziale (quindi, in totale, 14 giorni più 12 mesi) nel caso in cui il professionista non abbia adempiuto ai relativi obblighi di informazione (contro i precedenti 60 giorni, per i contratti negoziati fuori dei locali commerciali, e 90 giorni, per i contratti a distanza) [8]. Il recesso è escluso in alcune ipotesi espressamente indicate. Tra queste spiccano i casi di contratti di servizi successivamente alla completa prestazione del servizio da parte del professionista e di contratti di fornitura di contenuti in formato digitale mediante supporto non materiale. In entrambi i casi il recesso è escluso se l’esecuzione è avvenuta con l’accordo del consumatore, il quale deve aver previamente accettato la conseguente perdita del proprio diritto di recesso. 5) Obblighi conseguenti al recesso: entro 14 giorni dal recesso del consumatore, il professionista deve rimborsare tutti i pagamenti ricevuti (il termine precedente era di 30 giorni) ed è nulla la clausola che ponga limiti a detto rimborso. Il consumatore, invece, sempre entro 14 giorni dalla comunicazione del proprio recesso, deve rispedire i beni al professionista. Un dato fondamentale introdotto dalla disciplina che si applicherà ai contratti conclusi dal 13 giugno, è che il consumatore sarà responsabile solo di quelle diminuzioni del valore dei beni che risultino “da una manipolazione dei beni diversa da quella necessaria per stabilire la natura, le caratteristiche e il funzionamento dei beni”, mentre non è passibile di alcuna attribuzione di responsabilità qualora il professionista non abbia adempiuto agli obblighi informativi sul diritto di recesso. Fino ad oggi, invece, l’“integrità sostanziale” del bene da restituite è stata sempre un elemento fondamentale ai fini dell’esercizio del recesso [9], recesso che in realtà non viene posto in dubbio nella nuova disposizione sopra riportata, che appunto riguarda la sola “responsabilità” per la riduzione del valore del bene. 6) Altri diritti attribuiti al consumatore: sono previste poi alcune norme che si applicano ai contratti di vendita [10], relative alla consegna ed al passaggio del rischio nell’ambito della spedizione dei beni [11]; ed altre norme, che si applicano ai contratti di vendita, di servizio e di fornitura di acqua, gas, elettricità, teleriscaldamento o contenuto digitale, che concernono le tariffe per l’utilizzo di strumenti di pagamento come la carta di credito e per le comunicazioni telefoniche tra consumatore e professionista (combattendo così alcune prassi consolidate), nonché la necessità di ottenere l’esplicito consenso del consumatore per qualsiasi pagamento supplementare [12]. 7) Carattere imperativo delle norme: previsto dal nuovo articolo 66-ter del Codice del Consumo. 8) Tutela amministrativa: la nuova disciplina attribuisce all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato il compito di intervenire (accertare le violazioni, inibirne la continuazione ed eliminarne gli effetti), d’ufficio o su istanza di ogni soggetto o organizzazione che ne abbia interesse. 9) Foro competente: come già previsto, per le controversie civili sull’applicazione della normativa di cui sopra è stabilita la competenza inderogabile del giudice del luogo di residenza o di domicilio del consumatore, se si trova nel territorio italiano. Infine, nel caso di contratti del c.d. commercio elettronico, alla disciplina di cui sopra continua aggiungersi quella specificamente prevista dal d.lgs. 9 aprile 2003 n. 70 [13]. Le relative previsioni vengono, infatti, fatte espressamente salve in alcune delle nuove disposizioni del Codice del Consumo [14]. In realtà, già la precedente disciplina conteneva alcuni espressi rinvii alla normativa speciale sul commercio elettronico [15]. Note [1] Per la definizione di “contratto negoziato fuori dei locali commerciali” e di “locali commerciali”, v. art. 45, lett. h) e i), del Codice del Consumo, nuova formulazione a decorrere dal 13 giugno 2014. Anche i riferimenti normativi che seguono riguarderanno la disciplina come modificata. Per la nozione di “consumatore” e di “professionista” si rinvia all’art. 3, comma 1, lett. a) e c), del Codice del Consumo. [2] Per la definizione “contratto a distanza”, v. art. 45, lett. g), del Codice del Consumo. [3] Art. 1, comma 1, del d.lgs. 21 febbraio 2014, n. 21 - Attuazione della direttiva 2011/83/UE sui diritti dei consumatori, recante modifica delle direttive 93/13/CEE e 1999/44/CE e che abroga le direttive 85/577/CEE e 97/7/CE. Più precisamente, entrerà in vigore anche l’inserimento degli articoli dal 66-bis al 66-quinquies, nonché la modifica di alcune norme preesistenti ad opera dei commi successivi dello stesso decreto. [4] Art. 46, Codice del Consumo. [5] Art. 47, Codice del Consumo. [6] Art. 48, Codice del Consumo. [7] Nuovo art. 66-quater del Codice del Consumo. [8] Artt. 52-53. [9] Si vedano gli artt. 56 e 57 come sostituiti, e 67, vecchia formulazione. [10] E “non si applicano ai contratti per la fornitura di acqua, gas o elettricità, quando non sono messi in vendita in un volume limitato o in quantità determinata, di teleriscaldamento o di contenuto digitale non fornito su un supporto materiale”, così art. 60, primo comma. [11] V. artt. 61 e 63. [12] V. artt. 62, 64, e 65. [13] Attuazione della direttiva 2000/31/CE relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell'informazione nel mercato interno, con particolare riferimento al commercio elettronico. [14] Ad esempio, il nuovo art. 49 “Obblighi di informazione nei contratti a distanza e nei contratti negoziati fuori dei locali commerciali”, commi 8 e 9, prevede: “8. Gli obblighi di informazione stabiliti nella presente sezione si aggiungono agli obblighi di informazione contenuti nel decreto legislativo 26 marzo 2010, n. 59, e successive modificazioni, e nel decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70, e successive modificazioni, e non ostano ad obblighi di informazione aggiuntivi previsti in conformità a tali disposizioni. 9. Fatto salvo quanto previsto dal comma 8, in caso di conflitto tra una disposizione del decreto legislativo 26 marzo 2010, n. 59, e successive modificazioni, e del decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70, e successive modificazioni, sul contenuto e le modalità di rilascio delle informazioni e una disposizione della presente sezione, prevale quest'ultima”. Poi, il nuovo art. 51 “Requisiti formali per i contratti a distanza”, comma 9, dispone: “9. Il presente articolo lascia impregiudicate le disposizioni relative alla conclusione di contratti elettronici e all'inoltro di ordini per via elettronica conformemente agli articoli 12, commi 2 e 3, e 13 del decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70, e successive modificazioni”. [15] Si veda l’art. 68 del Codice del Consumo, peraltro non oggetto dell’odierna revisione, il quale rinvia alla normativa speciale sul commercio elettronico, per tutti gli aspetti non previsti dal codice stesso, in caso di offerte ai consumatori per via elettronica di servizi della società dell’informazione. Inoltre, il vecchio art. 52, sulle “Informazioni per il consumatore” nei contratti a distanza prevedeva, al comma 5:  “5. In caso di commercio elettronico gli obblighi informativi dovuti dal professionista vanno integrati con le informazioni previste dall'articolo 12 del decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70”. Immagine in home page: IlSole24Ore 7 maggio 2014
  • Decreto Legge 6 dicembre 2011, n. 201 "Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici"

    Il presente documento è inserito nel Focus "Regolazione dei Trasporti" (sottosezione di "Mercato, Concorrenza e Regolazione") a cura di Giovanni Nuzzi.
  • Expo 2015 e ambush marketing: resta il problema ma manca il decreto

    di Marco Bellezza e Dario Morelli(via MediaLaws) Manca esattamente un anno dall’avvio dell’Expo 2015. Anche per questa manifestazione, che può e deve rappresentare un’occasione di rilancio dell’immagine del nostro Paese sul piano internazionale, il legislatore si è posto il problema di come prevenire e reprimere l’ambush marketing (letteralmente: il marketing d’imboscata), cioè quell’insieme di “acrobazie” creative che imprese e organizzazioni particolarmente aggressive potrebbero imbastire al fine di sfruttare il richiamo mediatico dell’evento, senza però sopportare gli oneri economici richiesti per diventarne sponsor ufficiali. 1. Ambush marketing e disciplina nazionale I commentatori [1], forti ormai di una casistica ultradecennale in tema di “imboscate” pubblicitarie, hanno enucleato numerose macro-categorie, ormai quantomeno socialmente tipiche, di ambush marketing: dal “predatory ambushing” – pratica scorretta con cui un’azienda dichiara nella propria pubblicità di essere sponsor ufficiale di una certa manifestazione, mentendo grossolanamente – al “coattail ambushing”, che consiste in un’associazione indiretta tra brand ed evento sportivo che crei ambiguità sull’identità degli sponsor ufficiali (classico è l’esempio della Kodak, che, invece di sponsorizzare le Olimpiadi del 1984 come la concorrente Fuji, preferì sponsorizzare i programmi TV che raccontavano le gesta degli atleti statunitensi alle Olimpiadi, rendendosi così percepibile, agli occhi del pubblico, come uno degli sponsor ufficiali della manifestazione); dall’“insurgent ambushing” – cioè la promozione di un brand tramite azioni a sorpresa che si svolgano durante l’evento sportivo o in luoghi attigui a quello in cui esso si tiene, in modo da attirare l’attenzione del pubblico sull’azienda-parassita e, contemporaneamente, sottrarla agli sponsor ufficiali (un esempio: le tifose organizzate che, dagli spalti della partita Olanda-Danimarca durante i mondiali di calcio del 2010, " target="_blank">mostrarono le proprie magliette arancioni con il logo della birra “Bavaria”  – al “saturation ambushing”, che consiste nell’intensificare la pressione pubblicitaria sui media in un periodo temporale corrispondente a quello in cui si svolge l’evento di grande richiamo, senza bisogno di creare collegamenti espliciti tra la pubblicità e l’evento stesso; e via elencando. Tuttavia, ogni sforzo di categorizzazione risulta vano a fronte di un tipo di comunicazione commerciale che, per definizione, mira a spiazzare organizzatori e sponsor ufficiali in modi sempre più imprevedibili, aggirando ogni possibile contromisura e protezione. Tra l’altro, molte tipologie di ambush marketing consistono in comportamenti non direttamente contrari a specifiche disposizioni di legge o regolamentari. E si assiste a un progressivo allargamento per via giurisprudenziale degli ambiti di tutela assicurati dalla disciplina sulle privative industriali. Quanto sopra ha contribuito all’emergere di un orientamento dottrinale [2] che sottolinea la necessità di non contrastare tali pratiche, in quanto esse rappresenterebbero un’opportunità commerciale importante e lecitamente sfruttabile per le piccole e medie imprese. Anche tale filone interpretativo per così dire progressista tiene conto, tuttavia, delle esigenze di protezione dei diritti di proprietà intellettuale da un lato e della necessità di proteggere i consumatori dall’altro, che rappresentano i dei poli di interessi potenzialmente lesi da pratiche di marketing d’imboscata. Dal canto suo, il legislatore italiano – come quello di altri paesi europei – ha già mostrato in passato non soltanto la consapevolezza dell’esistenza e della pericolosità dell’ambush marketing per gli organizzatori degli eventi e per i loro partner commerciali (e, dunque, per il valore economico complessivo degli eventi stessi), ma anche la propria volontà di contrastare il fenomeno approntando discipline ad hoc per singoli eventi sportivi. Tale approccio “caso-per-caso” ha consentito di bypassare le difficoltà tecnico-giuridiche connesse all’elaborazione di una normativa organica e di ampia portata in materia, ma ha anche manifestato tutti i limiti di un metodo casistico disorganico. Nella disciplina nazionale è esemplare il caso delle Olimpiadi invernali di Torino del 2006 in relazione alle quali, anche per rispondere agli standard richiesti dal comitato olimpico internazionale, fu approvata la legge n. 167/2005, che sanzionava le «attività di commercializzazione parassita» relative ai giochi olimpici, cioè le «attività parallele a quelle esercitate da enti economici o non economici, autorizzate dai soggetti organizzatori dell’evento sportivo, al fine di ricavarne un profitto economico» (art. 2, L. 167/2005). Tale legge ha svolto ed esaurito il proprio compito in relazione alla manifestazione interessata ma, almeno nelle sue linee essenziali, può rappresentare un punto di riferimento per iniziative future. In vista dell’Expo di Milano il legislatore ha, infatti, deciso di ripetere l’esperienza maturata con le Olimpiadi di Torino, attribuendo però questa volta a una fonte secondaria (e in particolare a un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri) il compito di stabilire le regole di dettaglio e le relative sanzioni in materia. 2. Le norme su Expo 2015 Nello specifico l’art. 2-bis, comma 2-ter, lett. e) del Decreto Legge n. 43/2013 ha previsto che «con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri […] da emanare entro il 30 aprile 2013, sono individuate misure volte alla tutela dei segni distintivi di Expo 2015 SpA in relazione all’Esposizione Universale “Expo Milano 2015”, ivi compreso quanto necessario a garantire l’appartenenza in via esclusiva dei beni immateriali rappresentati da marchi, loghi, denominazioni, simboli e colori che contraddistinguono l’attività e l’Esposizione, ed al relativo uso per il periodo di svolgimento dell’evento e comunque non oltre il 31 dicembre 2015. Con il medesimo decreto sono individuati specifici interventi volti a reprimere attività parallele a quelle esercitate da enti economici o non economici, non autorizzate da Expo 2015 SpA, dirette ad intraprendere attività di commercializzazione parassitaria al fine di ricavarne visibilità o profitto economico (fenomeno del c.d. “ambush marketing”), anche prevedendo le relative sanzioni amministrative da un minimo di 5.000 euro ad un massimo di 250.000 euro, fatte salve le sanzioni già previste dalla legislazione vigente». Trascorso però ormai un anno dalla scadenza del termine del 30 aprile 2013, la Presidenza del Consiglio dei Ministri non ha ancora emanato alcun decreto sul tema. In assenza quindi, del testo del decreto proviamo ad immaginare come esso potrebbe essere strutturato, sulla base dell’esperienza giurisprudenziale e regolamentare fin qui maturata a livello internazionale e italiano. Il testo, auspicabilmente in via di emanazione, potrà contenere due macro-categorie di disposizioni:
    1. quelle relative alle privative assicurate alla società Expo 2015 S.p.A. e ai propri aventi causa a tutela dell’esclusività dell’appartenenza delle proprietà intellettuali connesse all’Expo che, coerentemente con quanto già avvenuto in occasione delle Olimpiadi torinesi, potrà essere presumibilmente volta a riservare alla società organizzatrice l’uso commerciale di determinati termini, locuzioni o associazioni di parole di per sé generici (come, ad esempio, “Esposizione”, “Milano 2015”, altre possibili associazioni tra la parola “Milano ” e il numero “2015”, etc.). L’efficacia di tali norme, comunque, non potrà durare oltre il 31 dicembre 2015;
    2. quelle volte a contrastare pratiche specifiche di ambush marketing che non si limitano alla mera utilizzazione non autorizzata di segni distintivi inerenti alla manifestazione.
      Quanto al primo insieme di norme, il loro carattere temporaneo ed eccezionale impedirà naturalmente qualsiasi interpretazione estensiva o addirittura analogica. Per via di tale limite, intrinseco alla tipologia di intervento normativo prescelto (i.e. disposizioni temporanee ed eccezionali il cui rispetto sia presidiato da sanzioni amministrative), l’esecutivo dovrà quindi “rassegnarsi” ad approntare soltanto un livello di tutela minimo – seppur maggiore della protezione già prevista dal diritto comune – che, per via della sua “rigidità”, rischia di non poter ostacolare tutte le possibili fattispecie di sfruttamento parassitario del richiamo dell’evento. In termini molto pratici, insomma, non è detto che gli “artisti” del marketing d’imboscata non riescano a trovare, nella lista di «marchi, loghi, denominazioni, simboli e colori» che presumibilmente verrà allegata al decreto attuativo, una o più “falle” che consentiranno a questi ultimi comunque di sfruttare a fini pubblicitari il richiamo dell’Expo senza violare le disposizioni vigenti. La seconda categoria di disposizioni dovrà invece essere volta a prevenire attività diverse dall’uso di marchi, locuzioni o altri elementi direttamente riconducibili all’Expo, ma comunque tali da sfruttare il richiamo dell’Expo di Milano per fini commerciali non autorizzati dagli organizzatori. Questa volta il legislatore ha deciso di riscrivere la definizione di ambush marketing che aveva elaborato nella legge 167/2005 sulle Olimpiadi di Torino, con l’intento evidente (perseguito forse un po’ maldestramente) di ampliarne l’ambito. Innanzi tutto, nella disposizione di legge sull’Expo la tutela contro la cosiddetta “commercializzazione parassitaria” viene anticipata: all’esecutivo, infatti, sarà richiesto stavolta di dettare norme che reprimano non soltanto le attività parassitarie in sé, bensì anche le «attività […] dirette ad intraprendere attività di commercializzazione parassitaria». Il wording adottato, che sembra riecheggiare da lontano quello dell’art. 56 del codice penale («…atti idonei, diretti in modo non equivoco a commettere un delitto…»), suggerirebbe l’intento di punire anche i meri tentativi di ambush marketing (inclusi, tra l’altro, quelli non idonei e non inequivoci). D’altro canto, è noto che la punibilità del tentativo è esclusa nel diritto amministrativo italiano soltanto perché non prevista da alcuna norma generale [3]; ma nulla sembra vietare al legislatore di approvare una disposizione che preveda la sanzionabilità amministrativa di una fattispecie di “tentato” marketing illecito. Quanto alle attività parassitarie stesse, queste non sono più definite, come nella legge sulle Olimpiadi, come le «attività parallele a quelle […] autorizzate dai soggetti organizzatori dell’evento», bensì, più seccamente, come tutte le attività «non autorizzate da Expo 2015 SpA». Partendo dall’assunto che le manifestazioni commerciali o sono autorizzate o non sono autorizzate (“tertium non datur”), il rovesciamento verbale qui operato dal legislatore sembra avere soltanto un effetto psicologico: quello di rendere ancora più chiaro che ogni manifestazione commerciale, per considerarsi lecita, dovrà essere espressamente autorizzata dall’organizzatore dell’Expo. Tale principio – del tutto coerente, peraltro, con l’insegnamento del maresciallo Lapalisse – emergeva già molto chiaramente anche dal testo di legge sulle Olimpiadi. Nella disposizione sull’Expo è stato infine aggiunto tra le finalità tipicamente perseguite dalle pratiche di ambush marketing, oltre allo scopo di lucro, anche l’ottenimento di «visibilità». Inutile dilungarsi sulla genericità estrema del termine e sulla difficoltà di adattarlo alle categorie giuridiche. Ci si potrebbe infatti interrogare a lungo su come misurare oggettivamente la visibilità (in termini di esposizione televisiva? O di numero di persone che materialmente “vedrà” l’agente dell’ambush marketing in azione durante l’Expo?), ma sarebbe un esercizio inutile, in assenza delle disposizioni amministrative che specificheranno tale principio. 3. Conclusioni Solo il tempo potrà dirci se e secondo quali modalità l’esecutivo, ottemperando al precetto normativo segnalato, intenderà regolare tale materia tanto avanzata quanto irta di possibili equivoci interpretativi (alcuni dei quali già si manifestano nel testo della norma analizzata). È certo che, intervenendo in una materia così delicata, l’esigenza di pervenire ad un fair balance tra i vari diritti e interessi coinvolti emerge in modo pressante. Si può e si deve provare a immaginare un complesso di regole che, anche in controtendenza rispetto a recenti esperimenti normativi, sappia assicurare un’ampia e adeguata tutela ai legittimi diritti degli organizzatori degli eventi senza frustrare le ragioni della creatività pubblicitaria, assicurando ambiti di libertà (non parliamo di fair use per non disturbare i più tradizionalisti) idonei comunque a valorizzare, seppur in via indiretta, l’importante evento che Milano e il Paese si accingono a ospitare. Il rischio, sempre dietro l’angolo, è di elaborare una disciplina iperprotettiva, magari dotata di un corposo apparato sanzionatorio, ma che nei fatti – come dimostra anche l’esperienza – potrebbe essere destinata a un’ampia (o totale) disapplicazione. Note [1] Cfr. ex multis G. NUFER, Ambush Marketing in Sports, Londra 2014; S. CHADWICK, N. BURTON, Ambushed!, in «The Wall Street Journal» del 25.01.2010. [2] Cfr.per tutti J. C. PÉREZ, Ambush Marketing dans la publicité sportive, http://www.iusport.es/opinion/crespo98.htm. [3] Cfr. ex multis, Cass. Civ. sez. I, 16 febbraio 2005, n. 3125. 6 maggio 2014
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  • Fascicolo sanitario elettronico: dal Garante Privacy il via libera al primo decreto attuativo. Consenso del paziente e accessi tracciati

    Primi passi concreti per la realizzazione del fascicolo sanitario elettronico, l'insieme dei dati e dei documenti digitali che rappresentano la storia clinica e sanitaria di una persona. Il Garante per la privacy ha espresso parere favorevole su uno schema di decreto del Presidente del Consiglio dei ministri - il primo di una serie di decreti attuativi previsti dalla norma di legge - che consentirà a Regioni e Province autonome di dare il via al Fse. Già nel 2009 l'Autorità era intervenuta in tale materia con un provvedimento generale, svolgendo un ruolo di "supplenza" in attesa di una normativa adeguata. Lo schema odierno individua i primi contenuti da attivare a livello nazionale:
    • i dati e i documenti da inserire nel fascicolo elettronico
    • le responsabilità e i compiti dei soggetti coinvolti
    • le garanzie e le misure di sicurezza da adottare nel trattamento dei dati personali
    • le modalità e i livelli diversificati di accesso al fascicolo
    • i criteri di interoperabilità, nonché i contenuti informativi e le codifiche del profilo sanitario sintetico e del referto di laboratorio.
      Lo schema di decreto è stato elaborato nell'ambito di un tavolo di lavoro istituito presso il Ministero della salute cui ha partecipato anche l'Ufficio del Garante fin dalla sua costituzione nel gennaio 2013. Il testo che ha avuto l'ok del Garante prevede, in particolare, che il paziente sia informato chiaramente e possa decidere con maggiore consapevolezza se dare il consenso all'alimentazione del Fse (in mancanza del quale il fascicolo rimarrà vuoto e quindi non accessibile, né per finalità di cura, né per finalità di ricerca o di programmazione sanitaria e monitoraggio), e in caso positivo, decidere se dare anche il consenso per finalità di cura (in mancanza del quale il fascicolo potrà essere utilizzato solo per finalità di monitoraggio, programmazione e ricerca, con le dovute garanzie di anonimato). Il paziente potrà decidere, inoltre, con un consenso ad hoc, se far inserire nel Fse alcune informazioni di particolare delicatezza (sieropositività, interruzione volontaria di gravidanza, violenza sessuale, pedofilia, uso di sostanze stupefacenti, parto in anonimato). Giova comunque ricordare che la mancata adesione al Fse non preclude la possibilità di aderire alle prestazioni del servizio sanitario nazionale. Gli accessi al Fse da parte degli operatori del Ssn dovranno essere tracciabili e la consultazione del Fse dovrà essere limitata al personale sanitario che abbia in cura effettivamente il paziente, e solo per il tempo necessario. Per scongiurare il rischio di accessi abusivi, lo schema è stato integrato prevedendo l'obbligo per il titolare del trattamento di avvisare immediatamente il Garante nel caso in cui i dati trattati nell'ambito del Fse subiscano violazioni, i cosiddetti data breach derivanti da attacchi informatici, incendi o altre calamità. LEGGI "Fascicolo sanitario elettronico: online le linee guida dell'AgID per i piani di progetto regionali" 26 giugno 2014
  • Fascicolo sanitario elettronico: il regolamento è in Gazzetta

    Con la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del Dpcm 178 del 2015 del regolamento operativo, prende ufficialmente il via l’utilizzo su tutto il territorio nazionale del Fascicolo sanitario elettronico. Il Fse è l’insieme di dati e documenti digitali di tipo sanitario e socio-sanitario generati da eventi clinici presenti e trascorsi, riguardanti l’assistito, che ha come scopo principale quello di agevolare l’assistenza al paziente, offrire un servizio che può facilitare l’integrazione delle diverse competenze professionali, fornire una base informativa consistente, contribuendo al miglioramento di tutte le attività assistenziali e di cura. "Nel rispetto delle normative per la protezione dei dati personali - spiega il Ministero della Salute in una nota - il Fascicolo consentirà non solo al paziente di poter disporre facilmente di tutte le notizie relative al suo stato di salute ma permetterà al medico di accrescere la qualità e tempestività delle decisioni da adottare. Il modello di Fascicolo consentirà inoltre di evitare, attraverso i resoconti, l’incrocio dei dati e la trasparenza di essi, di evitare inefficienze e contribuirà a migliorare la programmazione, il controllo e la valutazione del sistema sanitario nel suo complesso, in un contesto sia italiano che europeo". "In prosecuzione dei lavori già avviati con il tavolo tecnico coordinato da AgID e Ministero della Salute - precisa da parte sua l'Agenzia per l'Italia Digitale - tutte le Regioni e le Provincie Autonome dovranno assicurare in tempi certi la disponibilità del proprio sistema del Fse a tutti i cittadini, in linea con le tempistiche di realizzazione del progetto indicate nel Decreto Legge n. 179/2012. Entro il 31 dicembre metteremo a disposizione l’infrastruttura per far dialogare tra loro tutti i sistemi regionali, sulla base delle specifiche di interoperabilità del Fascicolo Sanitario Elettronico pubblicate sul nostro sito nel maggio scorso". Arriva intanto anche il decreto che definisce le modalità di dispensazione dei medicinali prescritti su ricetta medica dematerializzata a carico del Servizio Sanitario Nazionale, rendendo di fatto valide le ricette elettroniche in tutte le farmacie d'Italia. 12 novembre 2015
  • I documenti informatici e la fine del cartaceo nella Pa: concetti, responsabilità e scadenze alla luce del Dpcm 13 Novembre 2014 - di Alfonso Pisani

    [caption id="attachment_17642" align="alignright" width="400"]Anno: 2015 Isbn: 9788868622510 Anno: 2015
    Isbn:
    9788868622510[/caption] Il testo ha lo scopo di introdurre i concetti principali del documento informatico, delle firme elettroniche e della conservazione elettronica sia per le pubbliche amministrazioni che per chi interagisce con queste ultime o intende prepararsi per concorsi pubblici. L’opera usa un linguaggio quanto più possibile spoglio da tutti i tecnicismi che possano essere di ostacolo al lettore mettendo questi in condizione di comprendere i concetti più importanti e le ragioni del cambiamento in modo da poter non solo svolgere le attività operative quotidiane ma anche di poter approcciare testi normativi complessi con il beneficio delle informazioni qui apprese. Il tono usato è, talvolta, così confidenziale con il lettore da sembrare quasi irriverente verso la materia, ma si preferisce questo approccio ad una solennità espositiva che possa penalizzare l’immediatezza e la spontaneità della comprensione.
  • Il conflitto tra istituzioni sulla competenza nella tutela dei consumatori nei mercati regolati: una proposta risolutiva?

    di Gilberto Nava Torniamo ad esaminare il tema del conflitto di competenza in materia di tutela dei consumatori nei settori regolati, già più volte approfondito in giurisprudenza ed in dottrina (anche su questa Rivista), poiché è all’esame del Parlamento uno schema di Decreto Legislativo che dovrebbe disciplinare le modalità per superare, auspicabilmente in modo definitivo, le problematiche relative al conflitto sulla competenza in materia di tutela dei consumatori nei settori regolamentati. Il Consiglio dei Ministri del 3 dicembre 2013 ha preliminarmente approvato e trasmesso al Parlamento, per l’acquisizione dei prescritti pareri entro il 13 gennaio 2014, uno schema di decreto legislativo che attua la direttiva 2011/83/UE, avente ad oggetto la semplificazione e l’aggiornamento delle norme sulla tutela dei consumatori nei contratti negoziati fuori dai locali commerciali e nei contratti a distanza. Nel corpo del decreto di recepimento il Governo ha inoltre inserito una norma (art. 67, comma 2-bis) che avrebbe lo scopo di risolvere le numerose problematiche giuridiche ed operative legate alla sovrapposizione tra le norme dettate a tutela dei consumatori dalle discipline speciali dei mercati regolati (ad esempio, con diverse accezioni, nei settori delle comunicazioni, dell’energia, delle assicurazioni, delle banche, dei trasporti, dei farmaci) e la disciplina generale prevista dalla direttiva 2005/29/CE sulle pratiche commerciali sleali applicata in Italia dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) ai sensi del Codice del Consumo. La controversa tematica era già stata affrontata dal parere del Consiglio di Stato n. 3999/2008, adottato su richiesta dell’AGCM in merito all’applicazione della disciplina in materia di pratiche commerciali scorrette ai servizi finanziari, sui quali anche la CONSOB esercitava specifiche competenze a tutela del consumatore. In quel caso il Consiglio di Stato ha espressamente negato la competenza dell’AGCM. Più complessa si è rivelata la situazione in altri settori nei quali si è assistito ad una duplicazione dell’intervento dell’AGCM e dell’Autorità di regolamentazione. Come nel settore energetico (nei casi relativi ad attivazioni non richieste e a richiesta cambio fornitore), anche nei mercati delle comunicazioni elettroniche si è assistito a diverse fattispecie nelle quali uno stesso comportamento commerciale degli operatori è stato sanzionato più volte sia da AGCOM che da AGCM (ad esempio, nel caso del pagamento online con addebito in bolletta), oppure era stato autorizzato dall’Autorità di settore, ma censurato e sanzionato dall’Antitrust (ad esempio, nella fattispecie della rimodulazione delle tariffe). L’applicazione complementare delle due normative, seppur spesso divergente, era stata inizialmente ammessa dalla giurisprudenza amministrativa, ma aveva costretto le imprese ad affrontare indirizzi applicativi differenti e, quindi, numerose incertezze operative. Tale situazione aveva anche dato luogo ad un vasto contenzioso dinanzi al giudice amministrativo, nel quale AGCOM si è in alcuni casi costituita in giudizio in conflitto con AGCM. Il supremo organo amministrativo, l’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato, si è pronunciata con le sentenze da 11 a 16 dell’11 maggio 2012 affermando, in sintesi, che in caso di contrasto tra la normativa speciale e quella generale, per evitare un doppio giudizio sulla medesima fattispecie  - che configura una violazione di un principio cardine dell’ordinamento (bis in idem) e un danno per le imprese e per l’efficienza dell’azione amministrativa - si dovesse applicare la competenza esclusiva dell’AGCOM in virtù della prevalenza delle norme speciali del settore delle comunicazioni elettroniche che formano una disciplina esaustiva di matrice comunitaria e dotata degli adeguati presidi sanzionatori. Nell’agosto 2012 è stata inoltre introdotta una norma di legge (art. 23, comma 12 quiquiesdecies, D.L. 95/2012) che, anziché risolvere la controversia istituzionale e dare certezze al mercato, ha ulteriormente ampliato il perimetro dei settori regolati nei quali si sono accessi dei conflitti in sede amministrativa. Il tema è stato anche posto all’attenzione della Commissione europea che, nell’ottobre 2013, ha trasmesso una lettera di messa in mora al Governo Italiano in merito ai citati interventi legislativi e giurisprudenziali sottolineando che l’interpretazione del criterio di specialità seguita dal legislatore e dalla giurisprudenza amministrativa comporterebbe una incompleta attuazione della Direttiva sulle pratiche commerciali sleali. In una prospettiva comunitaria, che definisce, da un lato, i criteri per disciplinare il contrasto tra la normativa generale e le normative speciali, e dall’altro attribuisce  poteri sempre più ampi alle Autorità di regolamentazione nazionali in materia di tutela dei consumatori, esaminiamo la proposta di disciplina introdotta nello schema di D. Lgs. attualmente all’esame del Parlamento. La formulazione proposta dal Consiglio del Ministri si caratterizza per una contraddittorietà intrinseca ed indeterminatezza che non risolve le problematiche sopra descritte, anzi rischia di dare nuovamente luogo ad incertezze sulle competenze e duplicare gli interventi sanzionatori, magari confliggenti, sulla medesime fattispecie. Ciò comporterà inevitabilmente dubbi operativi e maggiori costi per le imprese (e, in ultima istanza, per i consumatori), nonché il riaccendersi di un contenzioso amministrativo tra le Autorità e le imprese, nonché tra le stesse amministrazioni, che non risponde certo ai criteri di “trasparenza, celerità, efficacia e economicità dell’azione amministrativa” che sono richiamati nella Relazione del Governo. Infatti la formulazione proposta nel primo capoverso del comma 2 dell’art. 67 dello schema di decreto legislativo rischia di riportare il mercato alla medesima situazione di incertezza anteriore alle citate sentenze dell’Adunanza Plenaria, definendo una linea di separazione tra l’applicazione della normativa settoriale e quella speciale non differente da quella introdotta dal legislatore nell’agosto 2012, che si è dimostrata ambigua e foriera di esiti contrari agli obiettivi per i quali era stata redatta, tanto da dare spazio all’intervento della magistratura che ha affermato la prevalenza delle norme settoriali anche nei settori delle assicurazioni private (sentenza TAR Lazio n. 535/2013, Zuritel) e dei medicinali e dei dispositivi medici (sentenza TAR Lazio n. 6962/2012, Starbene). Tra l’altro sembrerebbe introdurre, in un primo capoverso, un limite sostanziale all’applicazione del Codice del Consumo poiché si ribadirebbe “l’intangibilità del potere di regolazione spettante alle singole Autorità di settore”, ma senza definire quale sia il criterio per determinare il perimetro effettivo della regolazione, ossia se sia sufficiente una norma primaria attributiva della competenza o occorra una regolamentazione secondaria che ne specifichi gli ambiti applicativi. E quindi si ricadrebbe nel rischio di un conflitto tra Autorità - che si perpetua da anni -  sull’interpretazione del confine tra regolazione e normativa generale e se questo confine debba essere “elastico” in relazione all’evoluzione della regolamentazione, con la normativa generale che avrebbe sempre minore potere di valutare la scorrettezza di una pratica tanto più si estende il perimetro dell’azione del regolatore. E non può essere conferito un ruolo applicativo e procedimentale nel determinare il perimetro di azione di AGCM e della Autorità di settore ai protocolli di intesa tra le Autorità, - come propone il Governo - che non possono certo costituire il presupposto per determinare l’ambito applicativo del potere sanzionatorio di un’Autorità, per il quale l’ordinamento italiano richiede un intervento legislativo. Senza poter approfondire, in questa sede, l’ambito di sovrapposizione tra la normativa generale in tema di pratiche commerciali sleali e le diverse competenze attribuite dalle normative settoriali ad Autorità e organismi ministeriali in materia di tutela del consumatore, ci limitiamo ad osservare, a titolo di esempio, che nel settore delle comunicazioni elettroniche l’imposizione di un vincolo recessivo all’applicazione della regolamentazione settoriale a tutela dei consumatori (previsto invece nel II capoverso del medesimo comma 2-bis) rischia di dar luogo a nuove procedure comunitarie di infrazione. Infatti, il ruolo dell’AGCOM come autorità che esercita ampi e crescenti poteri nella tutela dei consumatori è stato stabilito dalla Direttiva Servizio Universale 2002/21/CE e rafforzato dalla Direttiva 2009/136/UE. Ulteriori poteri sono previsti per le Autorità di regolamentazione di settore dei 28 Stati membri nel Regolamento comunitario proposto nel settembre 2013 dalla Commissaria Kroes (c.d. Single Market) in discussione in questi giorni al Parlamento Europeo (art. 21 e ss.). Perciò il legislatore comunitario sembra voler anticipare nel settore delle comunicazioni, come già accaduto nel passato, un sostanziale ampliamento del ruolo delle Autorità di settore, dalla regolazione ex ante del mercato in una prospettiva procompetitiva ad un ruolo di garante della trasparenza e della correttezza dell’interazione commerciale operatore/utente. Una proposta di buon senso che potrebbe risolvere la complessa e delicata sovrapposizione di competenze che le direttive comunitarie attribuiscono alle due Autorità per tutelare i consumatori potrebbe essere l’assegnazione ad AGCOM, in via legislativa, del potere di applicare non solo le proprie competenze settoriali, ma anche la normativa in materia di pratiche commerciali scorrette di cui agli artt. 20 e ss. del Codice del Consumo, limitatamente al settore delle comunicazioni elettroniche (o, se si ritiene, dei media e dell'editoria). Tale attribuzione ad AGCOM non sminuirebbe lo standard di tutela del consumatore poiché le norme sostanziali sarebbero le stesse applicate negli altri settori dall’AGCM. Inoltre, fino ad oggi l’AGCOM ha dimostrato di non avere certamente remore a intervenire nei confronti degli operatori utilizzando ripetutamente anche lo strumento della sanzione. Se il legislatore comunitario ha chiaramente indicato le caratteristiche ed i poteri delle Autorità nazionali di regolamentazione come un unicum istituzionale, titolari di poteri settoriali di regolazione anche per le tematiche di tutela del consumatore e ne ha rafforzato l’indipendenza organizzativa e finanziaria anche nei confronti dei Governi nazionali (anche tramite l’istituzione con il Regolamento 1211/2009 di un organismo sovranazionale di coordinamento, il BEREC), lo stesso non si può dire per l’applicazione della Direttiva 2005/29/CE. Infatti non vi sono ostacoli comunitari all’allocazione delle competenze in materia di pratiche commerciali scorrette in capo a diverse autorità poiché la citata direttiva prevede che ciascuno Stato membro attribuisca il compito e gli strumenti di “combattere le pratiche commerciali sleali” ad un organo amministrativo oppure giurisdizionale, ma lo possa fare secondo i propri modelli istituzionali (come accade in Germania, dove vi è un sistema misto che prevede l’intervento del giudice, dei comitati di conciliazione e dell’autorità amministrativa). E nella Direttiva 2005/29/CE non appare esserci un vincolo alla libertà costituzionale del legislatore nazionale che imponga l’attribuzione ad un’unica autorità amministrativa; al contrario, il legislatore comunitario si limita a qualificare la natura amministrativa o giurisdizionale degli organismi che possono essere incaricati di “combattere le pratiche commerciali sleali” e non la necessità di doverlo attribuire ad un’unica istituzione nazionale. Anzi un modello “policentrico” differenziato sulla base delle caratteristiche istituzionali nazionali è espressamente disciplinato nel Regolamento CE 2006/2004 sulla cooperazione per la tutela dei consumatori che si limita a prevedere che, in ciascuno Stato membro, accanto alla coesistenza di una pluralità di organismi pubblici che possano “combattere le pratiche commerciali sleali” anche su base locale, debba soltanto esserci un “ufficio unico di collegamento” a livello nazionale, che in virtù dell’esperienza maturata, potrebbe essere attribuita ad AGCM. Non vi sarebbe alcun onere ulteriore per la pubblica amministrazione poiché le risorse umane e finanziarie attualmente dedicate al settore potrebbero essere trasferite a parità di condizioni da AGCM ad AGCOM e organizzativamente potrebbe essere costituita in AGCOM una nuova direzione che affronti a tutto tondo, con la pienezza delle competenze, la regolamentazione, la vigilanza e il presidio sanzionatorio a tutela dei consumatori. Questa direzione sarebbe in grado di comprendere e disciplinare tempestivamente, grazie ad una equilibrata gestione di regolamentazione ex ante e di procedimenti sanzionatori, un mercato caratterizzato da una incessante evoluzione delle tecnologie, dei servizi, delle esigenze della domanda e dell’offerta e sarebbe in questo modo dotata di tutti gli strumenti per adeguatamente e tempestivamente presidiare gli interessi dei consumatori (anzi della più ampia categoria degli utenti) in tutte le fasi della relazione tra utenti ed imprese. L'efficacia di questa soluzione (nonché i rischi di “cattura del regolatore” da taluni palesati) potrebbero essere monitorati con un obbligo di pareristica da richiedere ad AGCM, reciproco a quello attualmente previsto per i settori regolati da AGCOM ai sensi dell’art. 1, comma 6, lett. c, Legge 249/1997. L’obbligo di richiedere un parere non vincolante nell’ambito del procedimento sanzionatorio esercitato da AGCOM ai sensi del Codice del Consumo potrebbe rappresentare uno strumento che consenta di condividere tra le due istituzioni anche le preziose esperienze maturate dall’AGCM in altri settori, nonché un importante punto di riferimento per il giudice amministrativo, sempre competente a valutare la legittimità delle attività delle Autorità. Inoltre AGCOM ha un obbligo - previsto dalla sua legge istitutiva all’art. 1, comma 6, lett. c), n. 12 - di relazionare dettagliatamente al Parlamento in merito alla propria azione, nonché può essere stimolato dalla quotidiana attenzione degli stakeholder, in primis le associazioni consumeristiche,  i cui strumenti di impulso e di intervento già esistenti potrebbero essere ulteriormente rafforzati. E dopo un opportuno periodo di applicazione di questo nuovo modello istituzionale, possiamo immaginare 3/5 anni, il legislatore potrà prevedere l’obbligo di un approfondito e ragionato bilancio sull’efficacia, l’efficienza e la proporzionalità dell’azione di AGCOM anche nell'applicazione delle norme del Codice del Consumo ed eventualmente adottare nuove soluzioni istituzionali. Oppure il Parlamento potrebbe valutare se non sia ipotizzabile una più ampia applicazione di questo modello, che responsabilizzi ulteriormente le Autorità e le amministrazioni competenti a regolare specifici mercati in merito alle molteplici implicazioni, anche concorrenziali, della definizione di ecosistemi settoriali che garantisca pienamente la fruizione consapevole degli utenti/consumatori e consentano di focalizzare le risorse dell’AGCM nei confronti di settori finora meno presidiati. In altri termini passare da una prima fase, nella quale AGCM ha svolto in modo autorevole ed efficace un ruolo di presidio a livello trasversale della tutela del consumatore imponendo standard crescenti di “contegno esigibile dal professionista diligente”, ad una seconda fase nella quale tutte le Autorità e le amministrazioni che regolano e vigilano specifici mercati contemplino la tutela dei consumatori come una modalità essenziale di corretta e compiuta regolazione dei mercati. Perciò, esaminando la proposta all’esame del Parlamento - che poi dovrà essere definitivamente deliberata dal Consiglio dei Ministeri - alla luce della complessiva architettura comunitaria e del principio costituzionale di buona amministrazione, speriamo che, per una volta, prevalga il buon senso e non le consuete logiche di potere. 14 gennaio 2013 LEGGI "Il riparto di competenza tra Agcm e Agcom in materia di tutela del consumatore a 18 mesi dall’Adunanza Plenaria: lo “stato dell’arte” e i possibili sviluppi"di Valerio Mosca
  • Jobs Act e controlli a distanza, il decreto in Gazzetta Ufficiale

    Sono stati pubblicati in Gazzetta Ufficiale i decreti attuativi del Jobs Act approvati nel Consiglio dei ministri dello scorso 4 settembre. Tra essi, quello contenente le misure in materia di controllo a distanza dei lavoratori oggetto di accese polemiche durante tutto l'iter istituzionale. All'articolo 23 del decreto 14 settembre 2015, n. 151 "Disposizioni di razionalizzazione e semplificazione delle procedure e degli adempimenti a carico di cittadini e imprese e altre disposizioni in materia di rapporto di lavoro e pari opportunità" l'articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori (legge 20 maggio 1970) viene così modificato: "Gli impianti audiovisivi e gli altri strumenti dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori possono essere impiegati esclusivamente per esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale e possono essere installati previo accordo collettivo stipulato dalla rappresentanza sindacale unitaria o dalle rappresentanze sindacali aziendali. In alternativa, nel caso di imprese con unità produttive ubicate in diverse province della stessa regione ovvero in più regioni, tale accordo può essere stipulato dalle associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. In mancanza di accordo gli impianti e gli strumenti di cui al periodo precedente possono essere installati previa autorizzazione della Direzione territoriale del lavoro o, in alternativa, nel caso di imprese con unità produttive dislocate negli ambiti di competenza di più Direzioni territoriali del lavoro, del Ministero del lavoro e delle politiche sociali". Tali disposizioni, e si arriva al passaggio oggetto delle contestazioni, non si applicano "agli strumenti utilizzati dal lavoratore per rendere la prestazione lavorativa e agli strumenti di registrazione degli accessi e delle presenze". Le informazioni raccolte all'interno di questa cornice normativa "sono utilizzabili a tutti i fini connessi al rapporto di lavoro a condizione che sia data al lavoratore adeguata informazione delle modalità d'uso degli strumenti e di effettuazione dei controlli e nel rispetto di quanto disposto" dal Codice in materia di protezione dei dati personali. 23 settembre 2015
  • L’informatica giudiziaria amministrativa: la resistenza della cultura del cartaceo

    di Michele Gorga È stato pubblicato in Gazzetta ufficiale n.138 del 5 giugno 2015, e sarà vigente dal 20 luglio p.v., il decreto che contiene le norme emanate dal Presidente del Consiglio di Stato sulle dimensioni del ricorso e degli altri atti difensivi da presentare, da parte degli avvocati, nei giudizi dinanzi alla magistratura amministrativa. In sintesi prevede il decreto come dovranno essere, e in che forma e dimensione, i ricorsi e gli altri atti difensivi nei giudizi amministrativi stabilendo che ogni atto deve essere non superiore a 30 pagine, redatte su foglio A4, mediante carattere del tipo corrente (ad es. Times New Roman, Courier, Arial o simili), di dimensioni di almeno 12 pt nel testo e 10 pt nelle note a piè di pagina, con un'interlinea di 1,5 e margini orizzontali e verticali di almeno cm. 2,5 (in alto, in basso, a sinistra e a destra della pagina). Le domande di misure cautelari, proposte successivamente al ricorso, dovranno, invece, essere contenute in 10 pagine. Si prevede poi un’autorizzazione specifica per atti non superiori a 50 pagine per le controversie su questioni tecniche giuridiche o di fatto particolarmente complesse ove gli interessi sostanziali siano di particolare rilevanza economica, e di 15 pagine per le repliche. All’art. 7 poi è dettata la disciplina e la tipologia dell’atto secondo lo schema dell’atto cartaceo. Orbene mentre da un lato si decantano i progressi del processo civile amministrativo, dall’altro si strutturano gli atti, con provvedimenti presi ai massimi livelli, avendo in mente quelli di carta e la problematica del documento informatico viene in essere solo laddove si prevede la conversione di questo in formato del tipo di carattere; interlinea e dimensioni, se diversi da quelli previsti, prescrivendo che la conversione deve, comunque, mantenersi nei limiti di pagine previste per ogni tipologia di atto. Solo in questo modo pare quindi che vi sia contezza, nella previsione, anche del formato informatico dell’atto. Ma è solo una pura illusione perché ciò che è stato previsto contrasta con la possibilità della conversione del documento in PDF nativo, il solo che può essere accettato dal sistema con la firma digitale che da certezza di paternità dell’atto e della sua genuinità. Ennesima prova, e non se ne sentiva la necessità, che mentre da un lato le Agenzie preposte all’innovazione lanciano Spid è i pagamenti elettronici, che consentiranno l’accesso ai servizi della PA e alla giustizia digitale, dall’altro il deficit di cultura digitale da vita a questi provvedimenti volti solo a dimostrare di quanto sarebbe utile l’introduzione, nell’amministrazione giudiziaria, della figura del manager per la transizione alla giustizia digitale.
    Processo telematico: se le criticità sono “scosse di assestamento” Processo Telematico, Panzani (Pres. Corte d'Appello di Roma):“Troppo poco si è fatto per garantire la piena attuazione" Giustizia Digitale: Processo civile telematico tra prospettive taumaturgiche e paura di fallimento Processo civile telematico, il Cnf scrive al ministro Orlando:“Troppi formalismi, servono correttivi normativi” Processo Civile Telematico: l’indicazione degli atti depositabili Processo Civile Telematico, entrano in vigore i nuovi obblighi di deposito. L’analisi della norma e i grafici che ne riassumono le principali novità
    12 giugno 2015
  • La dicotomia tra trasparenza e dati aperti

    di M. Morena Ragone e Francesco Minazzi Abstract Il paradigma dei dati aperti si sta diffondendo velocemente attraverso gli Stati Europei e ogni ordinamento si trova a fronteggiare nuove questioni giuridiche: infatti, tale argomento, sebbene già noto nell’Unione Europea sin dal 2003, ha acquistato nuova linfa nel 2009, grazie all’amministrazione Obama. Uno dei problemi emergenti riguarda il rapporto tra i dati aperti e la trasparenza: all’interno delle comunità open data si discute se essi siano destinati principalmente a perseguire finalità di trasparenza o meno. Il presente lavoro si propone di ricercare una risposta, analizzando l’attuale legislazione Internazionale, Europea e Italiana in merito. Open data paradigm is spreading really fast across European States and every jurisdiction has to face new legal issues: indeed, this topic, even though already known in EU since 2003, gained his new life in 2009, thanks to Obama governance. An emerging question concerns relationship between open data and transparency: among open data communities it is discussed whether they are meant to mainly pursue transparency purposes or not. This work aims to search for an answer, analysing current International, European and Italian legislation about both concepts. Sommario
    1. Introduzione
    2. Nozioni
    3. Trasparenza e dati aperti nell’ordinamento italiano
    4. Trasparenza e dati aperti nel mondo
    5. La disciplina del Decreto ”Trasparenza”
    6. Conclusioni

    1. Introduzione

    All’interno della comunità italiana dedita allo studio, sviluppo ed evangelizzazione sul fenomeno inerente i dati aperti [1], si è recentemente avviata una discussione [2] in ordine alla loro natura, ossia sul fatto se essi siano espressione della trasparenza amministrativa [3], ovvero si contraddistinguano per altre caratteristiche prevalentemente economiche [4]. Il quadro, già complesso di per sé, appare offuscato anche dagli oscillamenti e dalle inaccortezze del nostro Legislatore, che ha alimentato la confusione in atto: da ultimo, con l’adozione del c.d. “Decreto Trasparenza” (decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33), il cui testo - a partire dal titolo scelto “Riordino della disciplina riguardante gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni” - dà origine ad ulteriori e facili fraintendimenti, miscelando nel medesimo corpo normativo concetti diversi, ancorché coordinati, quali obblighi di pubblicazione, trasparenza, dati aperti.

    2.Nozioni

    Per provare a fare chiarezza, è opportuno ripartire dalle definizioni di trasparenza e di dato aperto. In particolare, quest’ultimo va analizzato nella definizione convenzionalmente accolta a livello internazionale: è noto, infatti, che il fenomeno inerente gli open data ha ricevuto notevole impulso in virtù delle iniziative intraprese dal Governo statunitense, sebbene l’ordinamento comunitario disciplinasse il riutilizzo dei dati pubblici sin dal 2003. Tuttavia, va analizzato, soprattutto, alla stregua della definizione accolta nella normativa italiana, in modo da poter affrontare compiutamente il rapporto che si instaura tra questo nuovo paradigma e l’istituto della trasparenza amministrativa, come regolata dall’ordinamento italiano.

    2.1 Trasparenza e dati aperti nell’ordinamento italiano

    In Italia si parla di trasparenza a partire dalla legge 7 agosto 1990, n. 241 [5], il cui articolo 1, dedicato ai “Principi generali dell’attività amministrativa”, prevede al primo comma che “l'attività amministrativa persegue i fini determinati dalla legge ed è retta da criteri di economicità, di efficacia, di imparzialità, di pubblicità e di trasparenza secondo le modalità previste dalla presente legge e dalle altre disposizioni che disciplinano singoli procedimenti, nonché dai principi dell'ordinamento comunitario”. La trasparenza, quindi, quale principio del’attività amministrativa [6], deve essere perseguita secondo le modalità previste dalla legge e dall’ordinamento nel suo complesso. Una definizione di trasparenza è stata, tuttavia, introdotta nell’ordinamento italiano solo con l’articolo 4 della legge 4 marzo 2009, n. 15 [7], che, nel disporre la delega finalizzata, tra l’altro, a “modificare ed integrare la disciplina del sistema di valutazione delle strutture e dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche, al fine di assicurare elevati standard qualitativi ed economici dell'intero procedimento di produzione del servizio reso all'utenza tramite la valorizzazione del risultato ottenuto dalle singole strutture”, disciplina la trasparenza come “livello essenziale delle prestazioni erogate dalle pubbliche amministrazioni a norma dell’articolo 117, comma 2, lettera m) della Costituzione”. Ne introduce, di conseguenza, la definizione, qualificandola come “accessibilità totale, anche attraverso lo strumento della pubblicazione sui siti internet delle pubbliche amministrazioni, delle informazioni concernenti ogni aspetto dell'organizzazione delle pubbliche amministrazioni, degli indicatori relativi agli andamenti gestionali e all'utilizzo delle risorse per il perseguimento delle funzioni istituzionali, dei risultati dell'attività di misurazione e valutazione svolta in proposito dagli organi competenti, allo scopo di favorire forme diffuse di controllo del rispetto dei principi di buon andamento e imparzialità”; statuizioni, poi, puntualmente riprese dal decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150. Da notare che le finalità della delega che hanno portato alla definizione sono specificamente incentrate sulla valutazione di dipendenti e strutture della PA: la trasparenza, quindi, viene ancorata alle finalità di controllo sul rispetto dei principi che sorreggono l’agire pubblico, come menzionato espressamente dal comma 1 dall’articolo 11 del decreto. La definizione prima evidenziata porta ad escludere una prima confusione, quella per cui parlare di open data equivalga a parlare di dati pubblici. La normativa italiana ha recentemente [8] introdotto una definizione di dati aperti all’articolo 68, comma 3, del Codice dell’Amministrazione Digitale (decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82), dove si stabilisce che: Agli effetti del presente decreto legislativo si intende per: a) formato dei dati di tipo aperto, un formato di dati reso pubblico, documentato esaustivamente e neutro rispetto agli strumenti tecnologici necessari per la fruizione dei dati stessi; b) dati di tipo aperto, i dati che presentano le seguenti caratteristiche:
    1. sono disponibili secondo i termini di una licenza che ne permetta l'utilizzo da parte di chiunque, anche per finalità commerciali, in formato disaggregato;
    2. sono accessibili attraverso le tecnologie dell'informazione e della comunicazione, ivi comprese le reti telematiche pubbliche e private, in formati aperti ai sensi della lettera a), sono adatti all'utilizzo automatico da parte di programmi per elaboratori e sono provvisti dei relativi metadati;
    3. sono resi disponibili gratuitamente attraverso le tecnologie dell'informazione e della comunicazione, ivi comprese le reti telematiche pubbliche e private, oppure sono resi disponibili ai costi marginali sostenuti per la loro riproduzione e divulgazione”.
    E’ evidente come tra le caratteristiche evidenziate risieda l’importante distinzione tra “formati di dati di tipo aperto” e “dati di tipo aperto”. I primi poggiano sulla natura tecnologica del loro modo espressivo, che dev’essere pubblico nelle specifiche, documentato e tecnologicamente neutro; i secondi, invece, si caratterizzano per l’esistenza di tre diversi requisiti (giuridico, tecnologico, ed economico [9]): la soggezione ad una licenza permissiva di riutilizzo [10], la processabilità automatica da parte degli elaboratori, la loro metadatazione e la tendenziale fruibilità a titolo gratuito [11]. Proprio partendo da queste definizioni, oltre che dai differenti ambiti applicativi che si andranno a precisare, si segna il discrimine tra trasparenza e open data.: all’indomani della pubblicazione del Decreto Legislativo 14 marzo 2013, n. 33, infatti, con sono mancati i primi commenti che hanno già evidenziato la confusione in essere tra i due concetti, segnalandone la diversità di natura e disciplina [12].

    2.2 Trasparenza e dati aperti nel resto del mondo

    Secondo la definizione datane da Wikipedia [13], la trasparenza, come categoria generale, “implies openness, communication, and accountability. Transparency is operating in such a way that it is easy for others to see what actions are performed (implica apertura, comunicazione e responsabilità tracciabile [14]. Trasparenza è agire in modo tale da rendere facile per gli altri capire in che modo le azioni sono compiute)”. Quanto ai dati aperti, secondo la open definition [15] “A piece of data or content is open if anyone is free to use, reuse, and redistribute it — subject only, at most, to the requirement to attribute and/or share-alike (una porzione di dati o di contenuto è aperta se ognuno è libero di usarla, riusarla e distribuirla - soggetto, al massimo, al solo requisito di indicarne la provenienza e/o imporne la condivisione alle medesime condizioni)”. La stringa si riferisce ai “data”, senza distinzione alcuna: la precisazione rileva, poiché, in tal modo, non vi si ricomprendono solo i dati delle Pubbliche Amministrazioni (PSI [16] - Public sector information mutuabili in Open government data [17]), bensì anche quelli prodotti dalle communityo i dati corporate, quindi prodotti da “chiunque”, secondo quello che è generalmente conosciuto come “l’ecosistema dell’open data” [18]. Non a caso è stato usato il termine “chiunque”. La confusione tra i concetti, quindi, sembra principalmente una questione italiana: allargando lo sguardo alle esperienze internazionali, può notarsi come la distinzione appaia chiara e rilevante. L’amministrazione Obama, che dal 2009 - anno della Open Government Directive [19] - si è interessata dell’impulso economico prodotto dai dati aperti, ha rilasciato recentemente un Ordine Esecutivo [20], unitamente ad una Open Data Policy [21], concernenti la pubblicazione dei dati federali, che concorre ad indirizzare l’attività dell’interprete. Vi si legge, infatti, che i dati devono essere “facilmente reperibili per gli imprenditori, ricercatori e altri soggetti che possano usare quei files per generare nuovi prodotti e servizi, fare impresa e generare lavoro (easily available to entrepreneurs, researchers, and others who can use those files to generate new products and services, build businesses, and create jobs)”. Parallelamente, la normativa dell’Unione Europea entro cui si riversa la disciplina del riutilizzo dei dati (aperti) pubblici nell’ordinamento comunitario, ossia la Public Sector Information Directive 2003/98/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio, evidenzia la caratterizzazione economica della riutilizzazione delle informazioni, piuttosto che la finalità di trasparenza [22]. Non è un caso, d’altronde, posto che è nota l’origine e lo sviluppo dell’avventura comunitaria: l’Unione Europea - e la Comunità Europea prima di essa - pone al centro delle sue funzioni la realizzazione di un mercato unico, l’armonizzazione economica dei Paesi Membri ed il tendenziale coordinamento delle loro attività, onde abbattere le barriere che li separano. Scopo primario, dunque, è lo sviluppo di quel “volano economico” cui fa spesso riferimento anche la commissaria euroepa all’Agenda Digitale Neelie Kroes . Se ne trae conferma, infatti, nel Considerandon. 1 della Direttiva citata, ove si legge: “The Treaty provides for the establishment of an internal market and of a system ensuring that competition in the internal market is not distorted. Harmonisation of the rules and practices in the Member States relating to the exploitation of public sector information contributes to the achievement of these objectives (il Trattato provvede a stabilire un mercato interno ed un sistema che assicurino che la concorrenza nel mercato interno non sia distorta. L’armonizzazione di regole e prassi negli Stati Membri, in relazione all’ostensione delle informazioni del settore pubblico, contribuisce al raggiungimento di tali obiettivi)”. L’analisi dei Considerandoseguenti - di cui si consiglia lettura integrale - avvalora la tesi appena esposta: non si fa menzione alcuna del termine “trasparenza” in nessuna sezione della Direttiva. Stessa annotazione, con qualche precisazione, può farsi con riferimento alla revisione della Direttiva: nel messaggio [23] con cui la Kroes ha annunciato, il 13 giugno 2013, l’adozione della nuova Direttiva Europea sul riutilizzo dei dati pubblici, trasparenza ed open data sono rimasti distinti ed autonomi. Trasparenza che, invece, è sì menzionata nella nuova direttiva, ma con altra finalità, come precisato nel Considerando 4, che la incentra sul “ritorno di informazione” al fine di garantire la qualità delle stesse [24]. Ulteriore esperienza estera cui fare riferimento è rappresentata dal report “Implementing Transparency [25], stilato dal National Audit Officeinglese, il cui direttore ha precisato: “Opening up access to public information has the potential to improve accountability and support public service improvement and economic growth (aprire l’accesso all’informazione pubblica consente di accrescere l’accountability e sostenere l’incremento di servizi pubblici e la crescita economica)”. I due piani vengono tenuti ben distinti, riconoscendo la trasparenza, da una parte, quale motore della pubblicazione di dati aperti (rectius: di una parte di dati pubblici aperti), ma senza esaurirne il novero, ovvero senza asserire che i due elementi coincidano. Il ragionamento seguito appare semplice: se in un’ottica di trasparenza s’intende pubblicare spontaneamente ovvero prevedere l’obbligo di pubblicare determinati dati pubblici, al fine di favorire il controllo sociale diffuso, è opportuno ed efficiente cogliere l’occasione per pubblicare in formato aperto, onde favorire anche il riutilizzo e le potenzialità economiche di quei dati. Non è, tuttavia, vero il contrario: esistono dati pubblici che si adattano perfettamente alla funzionalità degli open data, ma che sono del tutto irrilevanti o addirittura “rumorosi” [26] nel contesto della trasparenza amministrativa. Questa distinzione, come abbiamo visto, è ben avvalorata dalla revisione della Direttiva PSI, laddove la “trasparenza dei dati aperti” diviene strumento per il miglioramento della qualità degli stessi, sempre in funzione del loro riutilizzo (cfr., ad esempio, il Considerando 4, laddove si precisa che la promozione della trasparenza e della responsabilizzazione e al ritorno di informazione fornito dai riutilizzatori e dagli utenti finali che permette all'ente pubblico in questione di migliorare la qualità dei dati che raccoglie”). Da ultimo, a ulteriore conferma della morfologia economica dei dati aperti, diversi elementi di valutazione offre l’Open Data Charter, adottata per iniziativa del governo britannico, alla presidenza del G8 per l'anno in corso, durante il Summit del 17 e 18 giugno in Irlanda: i dieci punti della Carta, infatti, ed i cinque principi enucleati sono incentrati su innovazione, nuovi mercati, business e lavoro, e la trasparenza - menzionata in funzione della correlata accountability - ne diviene puro, eventuale effetto collaterale [27].

    3. La disciplina del Decreto “Trasparenza”

    La Legge 6 dicembre 2012, n. 190 (c.d. Legge Anticorruzione) ha delegato il Governo ad adottare un regolamento teso a confluire in unico testo normativo i vigenti obblighi di pubblicazione e trasparenza [28]. L’Esecutivo ha attuato tale delega, emanando il decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33 recante il riordino della disciplina riguardante gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni [29]. L’articolo 1, comma 1, del decreto descrive la trasparenza in maniera parzialmente analoga alla definizione, suvvista, dell’articolo 11 del decreto legislativo n. 150/2009 - espressamente abrogato - designandola “come accessibilità totale delle informazioni concernenti l'organizzazione e l'attività delle pubbliche amministrazioni, allo scopo di favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull'utilizzo delle risorse pubbliche”. Il successivo comma 2 chiarisce che essa “concorre ad attuare il principio democratico e i principi costituzionali di eguaglianza, di imparzialità, buon andamento, responsabilità, efficacia ed efficienza nell'utilizzo di risorse pubbliche, integrità e lealtà nel servizio alla nazione”. Non si fa, pertanto, menzione alcuna - allo stesso modo del decreto n. 150 del 2009 - della finalità economica derivante dalla pubblicazione delle informazioni pubbliche, sottolineando, al contrario, la specifica finalità della trasparenza, ossia quella di agevolare il controllo sociale e incrementare l’efficienza dell’attività amministrativa. Soccorre in aiuto dell’interprete anche l’articolo 2, il quale definisce l’oggetto della normativa, statuendo che quest’ultima individua gli obblighi di trasparenza concernenti l’organizzazione e l’attività delle pubbliche amministrazioni e le modalità per la sua realizzazione. Ne discende che obiettivo del decreto non è quello di regolare organicamente la materia dei dati aperti in relazione alle informazioni del settore pubblico, le quale, infatti, trova la propria disciplina nel Codice dell’Amministrazione Digitale, soprattutto nell’ultima versione riformata ad opera del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179 e relativa legge di conversione. A riprova di ciò, due soli articoli del decreto trasparenza trattano di open data, precisamente l’articolo 3 - che garantisce il diritto al riutilizzo di tutti i documenti, dati e informazioni oggetto di pubblicazione obbligatoria - e l’articolo 7 - che funge da rinvio esterno al C.A.D. ed al decreto legislativo 24 gennaio 2006, n. 36, ossia il decreto di recepimento in Italia della direttiva europea sul riutilizzo delle informazioni pubbliche. L’articolo 7, in particolare, impone la pubblicazione in formato aperto ai sensi dell’articolo 68 del CAD di tutto ciò che è oggetto di pubblicazione obbligatoria - quindi non solo di quanto rientrante negli obblighi di pubblicazione contenuti nel decreto n. 33/2013 - sancendone la facoltà di riutilizzo, senza ulteriori obblighi se non quelli di citare la fonte e garantire l’integrità del dato. Quello che viene disposto, pertanto, è la semplice pubblicazione di atti “a pubblicazione obbligatoria” in “formato di dati di tipo aperto” e non certo l’identità tra i due concetti. La restante parte degli oltre cinquanta articoli che compongono il testo, infatti, concernono esclusivamente l’elencazione degli obblighi di pubblicazione, la vigilanza sul loro rispetto e le sanzioni in caso di inadempimento. Gli obblighi di pubblicazione, quindi, costituiscono, ad avviso di chi scrive, un ulteriore argomento a favore della distinzione che qui si sostiene: la pubblica amministrazione può, infatti, prevedere nel Programma triennale della trasparenza la diffusione di altri dati da essa raccolti, formati o detenuti, al di là degli obblighi di legge, evidenziandone, pertanto, la non perfetta sovrapponibilità [30]. La pubblicazione di tali dati non è obbligatoria per legge e resta, pertanto, nella scelta discrezionale dell’amministrazione, che decide di rafforzare, in tal modo, i principi di trasparenza, legalità ed integrità. Rendere disponibili tali dati, anche se non obbligatorio ex lege, costituendo un obbligo di cui la stessa amministrazione si grava con la pubblicazione del programma triennale, comporta che essi dovrebbero andare in formato aperto e con licenze aperte in apposito portale autonomo - metodo seguito da molti Enti Locali - ovvero all’interno della stessa sezione “Amministrazione Trasparente” del sito istituzionale , opzione questa prescelta, tra gli ultimi, dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali [31]. Ad ulteriore supporto e conferma della pienezza della logica economica che è dietro la teorizzazione dei dati aperti, si osserva che tale logica viene mostrata in tutta la sua evidenza dal principio dell’open data by default[32], positivamente introdotto dalla riforma dell’articolo 52 del CAD ad opera del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, norma potente e - ad avviso di chi scrive - tuttora ampiamente sottovalutata: dispone che tutti i dati che le PA abbiano esposto e pubblicato online - anche se non vi erano obbligatoriamente tenuti - possano essere “patrimonio informativo pubblico riutilizzabile”, se non espressamente e motivatamente licenziati in maniera più restrittiva. Un potenziale enorme, dunque, per chiunque - altre PA, cittadini, imprese - vorrà utilizzarlo. E per qualsiasi finalità. La disposizione funge da misura sanzionatoria indiretta, non afflittiva, applicabile a tutti i dati già pubblicati e a quelli pubblicandi in futuro: ove, infatti, l’Ente ometta - per negligenza o dimenticanza è irrilevante - di fornire i dati con licenza aperta, in assenza di motivazione giustificata [33], essi si considerano aperti ai sensi dell’articolo 68, comma 3, CAD, operandosi una sostituzione ex lege del regime giuridico cui sono sottoposti.

    4. Conclusioni

    A parere di chi scrive, le considerazioni effettuate manifestano, come evidenziato, una tendenziale confusione concettuale. Essa parrebbe generata principalmente da due ordini di fattori: da una parte, la tendenza ad una superfetazione interpretativa; dall’altra, la relativa giovinezza della materia, che indubbiamente intreccia temi conosciuti e questioni giuridiche nuove all’interno del nostro ordinamento. Sebbene alimentata dalle evidenziate inaccortezze redazionali e di interpolazione sistematica del nostro legislatore, la sovrapposizione tra i due concetti in esame può comunque escludersi: deve, invero, concludersi a favore di una netta dicotomia tra i profili della trasparenza amministrativa e quelli del riutilizzo delle informazioni pubbliche. Chiaramente, la già menzionata novità dell’argomento oggetto del presente saggio non può che introdurre un ragionato dibattito sulla corretta regolamentazione dei nuovi fenomeni relativi alla governance pubblica, dibattito che qui si è inteso solamente accennare ed avviare a più compiuta indagine.

    Note

    [*] Il presente contributo è stato preventivamente sottoposto a referaggio anonimo affidato ad un componente del Comitato di Referee secondo il Regolamento adottato da questa Rivista. [1] Per una prima disamina del tema inerente gli open data, cfr. le pubblicazioni contenute nella rivista Informatica e Diritto, Fasc. 1-2, ESI, Napoli, 2011. [2]Trattandosi di temi legati al mondo digitale, il dibattito si è manifestato principalmente in rete, tramite i diversi canali di interazione, quali social network, blog, forum, mailing list. Si confronti, in particolare, il topicdenominato “l'inutilità degli Open Data secondo Michele Vianello”, in Google Groups, Spaghetti Open Data, reperibile all’indirizzo: https://groups.google.com/forum/?hl=it&fromgroups=#!topic/spaghettiopendata/arey7LoIq28 [3] Giorgio Mancosu , Trasparenza amministrativa e open data: un binomio in fase di rodaggio, in Federalismi. Rivista di diritto pubblico italiano, comunitario e comparato, Roma, 2012. [4] Marco Fioretti, Open Data, Open Society. A research project about openess of public data in EU local administration, Pisa, 2010, pagg. 18 ss. [5] Per la precisione, la prima formulazione della legge ometteva il termine trasparenza, inserito successivamente dalla Legge 11 febbraio 2005, n. 15. Cfr. Filippo Patroni Griffi , La trasparenza della pubblica amministrazione tra accessibilità totale e riservatezza, in Federalismi. Rivista di diritto pubblico italiano, comunitario ed internazionale, Roma, 2013, pagg. 2 ss. [6]Sull’istituto della trasparenza amministrativa nell’ordinamento italiano, si veda Francesco Merloni (a cura di), La trasparenza amministrativa, Milano, 2008. [7] Filippo Patroni Griffi , op. cit., pagg. 4 ss. [8] Si veda Fernanda Faini, E-government: le novità introdotte dal decreto crescita 2.0, in Altalex. Quotidiano di informazione giuridica, 2013, consultabile all’indirizzo http://www.altalex.com/index.php?idnot=61233#_ftnref23 [9] Così la Relazione illustrativa al D. L. 18 ottobre 2012, n. 179, convertito con modificazioni dalla Legge 17 dicembre 2012, n. 221, la quale parla per l’esattezza di “dimensione” giuridica, tecnologica ed economica. [10] Sufficientemente permissiva da escludere o limitare l’applicazione del diritto d’autore e del diritto sui generis, che tutelano, rispettivamente, le opere dell’ingegno ed il creatore di banche dati. Si segnala che, secondo un orientamento interpretativo, l’articolo 102bis della Legge 22.4.1941, n. 633 sarebbe inapplicabile alle Pubbliche Amminstrazioni (Trib. Roma, Sez. IP, Ordinanza 5.6.2008, Edizioni Cierre srl c. Poste Italiane Spa). Sul diritto sui generis,nonché sulle problematiche inerenti l’informazione pubblica e il diritto d’autore, si veda, quale prima introduzione, Simone Aliprandi, Open licensing e banche dati, in Informatica e Diritto, 2011, pagg. 28 ss. [11] Va, peraltro, rilevato un’apprezzabile e moderno indirizzo giurisprudenziale secondo cui la subordinazione, da parte della PA pubblicante, del riutilizzo ad un corrispettivo per ogni atto di riutilizzo costituisce comportamento contrario al diritto dell’Unione Europea, specificamente alla stessa Direttiva 2003/98/CE, quale abuso di posizione dominante (Corte di Appello di Milano, Ordinanza 2.5.2005, Consit Italia Spa and Other Companies c. Agenzia del Territorio; Corte d’Appello di Torino, Ordinanza 8.6.2006, Soc. P. N. P. Italia c. Agenzia del Territorio). [12] Si veda, ad esempio, Ugo Volpato, Il “Decreto Trasparenza”, D. Lgs. 33/2013, e gli open data. Qualche riflessione, 2013, commento apparso sul portale dei dati aperti della Regione Veneto, consultabile all’indirizzo: http://dati.veneto.it/?q=content/il-decreto-trasparenza-dlgs-332013-e-gli-open-data-perch%C3%A9-sono-%E2%80%9Ccose%E2%80%9D-diverse-qualche [13] Voce “Transparecy (behavior)” contenuta nella versione inglese di Wikipedia, consultata il 13 maggio 2013, reperibile all’URL: http://en.wikipedia.org/wiki/Transparency_(behavior) [14] Accountabilityè concetto difficilmente traducibile in italiano, si è perciò optato per una traduzione libera, ma incompleta. Per una più corretta definizione, si rinvia alla voce enciclopedica Treccani, Dizionario di economia e finanza, 2012, secondo cui essa è “responsabilità incondizionata, formale o non, in capo a un soggetto o a un gruppo di soggetti (accountors), del risultato conseguito da un’organizzazione (privata o pubblica), sulla base delle proprie capacità, abilità ed etica. Tale responsabilità richiede giudizio e capacità decisionale, e si realizza nei confronti di uno o più portatori di interessi (account-holders o accountees) con conseguenze positive (premi) o negative (sanzioni), a seconda che i risultati desiderati siano raggiunti o disattesi. L’accento non è posto sulla responsabilità delle attività svolte per raggiungere un determinato risultato, ma sulla definizione specifica e trasparente dei risultati attesi che formano le aspettative, su cui la responsabilità stessa si basa e sarà valutata. La definizione degli obiettivi costituisce, dunque, un mezzo per assicurare l’accountability”. [15] Trattasi della definizione convenzionale più diffusa e maggiormente accettata, che è stata stilata dall’associazione internazionale Open Knowledge Foundation, reperibile all’indirizzo: http://opendefinition.org/ [16] Per approfondimenti e progetti di ricerca sull’informazione del settore pubblico, si veda il lavoro del Nexa center for internet & society del Politecnico di Torino, consultabili all’indirizzo: http://nexa.polito.it/psi [17] Con tale locuzione s’intendono i dati prodotti, raccolti o formati dalle pubbliche amministrazioni pubblicati e licenziati in formato aperto. Cfr. Francesca Di Donato, Lo Stato trasparente, Pisa, 2010, pagg. 38 ss. Per un utile approfondimento, si veda l’apposito portale creato dalla Open Knowledge Foundation, reperibile all’indirizzo: http://opengovernmentdata.org/ [18] Giorgio Mancosu, op. cit., pagg. 3 ss. [19] Come noto, si tratta di uno dei primissimi atti dell’amminstrazione Obama, teso ad ampliare la conoscibilità e il riuso dei dati federali, nonché la partecipazione dei cittadini alle decisioni del Governo Federale. Il testo è consultabile all’indirizzo:  http://www.whitehouse.gov/sites/default/files/omb/assets/memoranda_2010/m10-06.pdf [20] Esso costituisce un naturale approdo del processo di apertura avviato con la Direttiva sul Governo Aperto, resosi necessario, tuttavia, anche per le resistenze delle amministrazioni statunitensi al rilascio dei dati. Il testo è consultabile all’indirizzo: http://www.whitehouse.gov/the-press-office/2013/05/09/obama-administration-releases-historic-open-data-rules-enhance-governmen [21] Essa segue immediatamente l’Ordine Esecutivo, delineando le Linee Guida da seguire per la pubblicazione dei dati. Il testo è consultabile all’indirizzo: http://www.whitehouse.gov/sites/default/files/omb/memoranda/2013/m-13-13.pdf [22] L’assunto è comprovato dalle novità introdotte dalla Direttiva 2013/37/UE del Parlamento Europeo e del Consiglio (G.U.U.E. 27.6.2013 L 175/1), che ha modificato la Direttiva 2003/98/CE. [23] La comunicazione della Commissaria Europea può essere riscontrata sul blog della stessa Neelie Kroes, reperibile all’indirizzo http://blogs.ec.europa.eu/neelie-kroes/open-data-agreement/ [24] Secondo il Considerando 4 “Allowing re-use of documents held by a public sector body adds value for the re-users, for the end users and for society in general and in many cases for the public body itself, by promoting transparency and accountability and providing feedback from re-users and end users which allows the public sector body concerned to improve the quality of the information collected”. [25] Il NAOsvolge compiti di analisi della spesa pubblica per conto del Parlamento Inglese, al fine di aiutare i direttori dei servizi pubblici a migliorare le prestazioni, sul cui portale è reperibile il report citato all’indirizzo: http://www.nao.org.uk/report/implementing-transparency/ [26] Qui si richiama il concetto di “rumore” applicato in informatica, per il quale l’eccesso di informazioni reperibili tramite motori di ricerca impedisce di individuare l’elemento utile tra i troppi elementi censiti. Si consulti in proposito Agata C. Amato Mangiameli, Informatica giuridica, Torino, 2010, pag. 66, nota 16. [27] Nel testo, a pag. 1, si legge che “Open data can increase transparency about what government and business are doing”. [28] L’opera di riorganizzazione si è resa quantomai necessaria, sol che si ponga mente, ex multis, alle sovrapposizioni degli obblighi di pubblicazione contenuti in norme diverse, stratificatesi negli anni. Cfr. sul punto il Rapporto 2012 della Commissione indipendente per la valutazione, l’integrità e la trasparenza delle Pubbliche Amministrazioni “Per una semplificazione della trasparenza. Esiti della consultazione sugli obblighi di pubblicazione previsti in materia di trasparenza e integrità”, pagg. 11 ss. [29] Cfr., in prima istanza: Simone Aliprandi, Carlo Piana, Analisi delle policies di condivisione dei dati spaziali, in FreeGIS.net, 2013, pagg. 20 ss. [30] Se ne trae conferma dalla Delibera 4 luglio 2013, n. 50 della Commissione indipendente per la valutazione, l’integrità e la trasparenza delle Pubbliche Amministrazioni, la quale, ribadendo il contenuto della Delibera 5 gennaio 2012, n. 2, ha precisato che “la più recente accezione della trasparenza quale accessibilità totale implica che le amministrazioni si impegnino, nell’esercizio della propria discrezionalità e in relazione all’attività istituzionale espletata, a pubblicare sui propri siti istituzionali dati “ulteriori” oltre a quelli espressamente indicati e richiesti da specifiche norme di legge”. [31] Il Mibac è incorso, ad ogni modo, in qualche imprecisione sulle licenze, per esempio adottando, in alcuni casi, una licenza Creative Commons CC-by-nc che, escludendo il ritilizzo commerciale delle informazioni, non può essere classificata tra le licenze utilizzabili per i dati aperti. La relativa sezione sul sito del Mibac è consultabile all’indirizzo: http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/MenuPrincipale/Trasparenza/Open-Data/index.html [32] Ragone Morena M., L’open data: dal decreto “sviluppo” alla legge “anticorruzione”, passando per il “crescita 2.0”, in IGED, n. 4/12, pagg. 36 e ss. [33] Giustificata alla luce delle Linee Guida nazionali che l’Agenzia per l’Italia Digitale deve definire ed aggiornare annualmente, ai sensi dell’articolo 52, comma 7, del CAD. Scarica il quaderno Anno III - Numero 2 - Aprile/Giugno 2013 [pdf]
  • Patent box, il modello per la tassazione agevolata è online

    “Opzione per il regime di tassazione agevolata dei redditi derivanti dall'utilizzo di beni immateriali”. È la dicitura ufficiale del modello che l'Agenzia delle Entrate ha pubblicato nelle scorse ore sul proprio sito così da consentire l'adesione al Patent box, nuova cornice fiscale disegnata dal Decreto del 30 luglio 2015. Quest'ultimo introduce un regime opzionale di tassazione per i redditi derivanti dall’utilizzo di opere dell’ingegno, di brevetti industriali, di marchi, di disegni e modelli, nonché di processi, formule e informazioni relativi ad esperienze acquisite nel campo industriale, commerciale o scientifico giuridicamente tutelabili. Possono esercitare l’opzione i soggetti titolari di reddito d’impresa, indipendentemente dal tipo di contabilità adottata e dal titolo giuridico in virtù del quale avviene l’utilizzo dei beni. Patent Box ModelloIl modello è composto dall’informativa sul trattamento dei dati personali, dai riquadri contenenti i dati anagrafici del soggetto che esercita l’opzione e quelli dell’eventuale rappresentante firmatario nonché l’impegno alla presentazione telematica da parte dell’intermediario incaricato della trasmissione. L’opzione per il regime di tassazione agevolata dei redditi derivanti dall’utilizzo di bei immateriali è esercitata, per i primi due periodi d’imposta successivi a quello in corso al 31 dicembre 2014, entro il periodo d’imposta in cui ha inizio il regime di tassazione e riguarda il predetto periodo d’imposta e i successivi quattro. Come si accennava, la comunicazione avverrà in via telematica, direttamente o tramite soggetti incaricati della trasmissione; la prova della comunicazione sarà costituita dalla ricevuta rilasciata in via telematica dall’Agenzia. La trasmissione telematica è effettuata utilizzando il software denominato “PATENT_BOX” e che sarà disponibile gratuitamente sul sito dell'Agenzia entro fine mese. Il decreto Patent Box, emesso di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze, è stato adottato in attuazione dell’art. 1, commi 37 – 43 della Legge 23 dicembre 2014 n. 190 (Legge di Stabilità) come modificato dal Decreto Legge del 24 gennaio 2015, n. 3 (Investment Compact) convertito in legge con modificazioni, dalla Legge 24 marzo 2015, n. 33. 11 novembre 2015
  • Processo civile telematico, il Cnf scrive al ministro Orlando: "Troppi formalismi, servono correttivi normativi"

    "Il Consiglio Nazionale Forense ha approfondito alcune questioni relative al Processo civile telematico che mi permetto di portare alla sua attenzione chiedendo un sollecito intervento per evitare i gravi disservizi che potrebbero condizionare questa delicata fase di avvio del PCT". Si apre così la lettera inviata lo scorso 30 gennaio dal Cnf, e firmata dal presidente Prof. Guido Alpa, al ministro della Giustizia Andrea Orlando. L'occasione è l'entrata in vigore, prevista per il prossimo 11 febbraio, delle disposizioni previste nel Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 13 novembre 2014 contenente le regole per la formazione, trasmissione, copia, duplicazione, riproduzione e validazione temporale di documenti informatici. "Come noto - si spiega nella missiva - l'impianto normativo che regola il Processo telematico, non solo civile, è stato emanato in attuazione del Codice dell'Amministrazione Digitale e ne mutua numerosi concetti di base: quello di documento informatico, copia informatica (anche per immagine), di duplicato, con quanto ne discende in ordine alle modalità di attestazione della conformità all'originale, in particolare, delle copie. Per tale motivo l'emanazione del DCPM in parola, atteso da anni, impatta anche la normativa del Processo telematico introducendo formalismi nella produzione del documento informatico, delle copie informatiche e nella loro attestazione a conformità che non si coniugano con le esigenze di semplicità, speditezza e agevole comprensibilità che sarebbero auspicabili nell'ambito del processo". Dopo aver notato che molte delle disposizioni del decreto appaiono pensate, pur essendo rivolte anche ai privati, con particolare riguardo alle esigenze della Pubblica amministrazione, si afferma: "Tali formalismi non apportano alcun effettivo beneficio in termini di garanzia in ordine alla identificabilità del soggetto che lo ha formato e prodotto in giudizio, di integrità del medesimo e di immodificabilità, essendo all'uopo del tutto autosufficiente la normativa del Processo telematico già vigente". Il Cnf avanza così la richiesta di "correttivi normativi volti a sancire l'indipendenza della normativa PT dal CAD o perlomeno dalle sue regole tecniche di cui al citato DPCM, predisponendo una integrazione della normativa PT che regoli esaustivamente il tema del documento informatico".
    Giustizia Digitale: Processo civile telematico tra prospettive taumaturgiche e paura di fallimento Processo telematico, Panzani (Pres. Corte d’Appello di Roma): “Troppo poco si è fatto per garantire la completa attuazione” Processo Civile Telematico: l’indicazione degli atti depositabili Processo Civile Telematico, entrano in vigore i nuovi obblighi di deposito. L’analisi della norma e i grafici che ne riassumono le principali novità
    6 febbraio 2015
  • Processo tributario telematico: il Garante privacy chiede maggiori misure a protezione dei dati

    È un via libera condizionato quello che arriva dal Garante privacy in merito allo schema di decreto con il quale il Ministero dell'economia e delle finanze detta le regole tecnico-operative per l'avvio del processo tributario telematico innanzi alle Commissioni tributarie provinciali e regionali. L'Autorità ha infatti chiesto al Mef di apportare alcune modifiche al testo "al fine di perfezionare il contenuto del provvedimento ai principi e alle garanzie sulla protezione dei dati". "Il decreto - si legge in una nota del Garante - regola aspetti particolarmente delicati del processo, quali, ad esempio, la registrazione e l'accesso al S.I.Gi.T, il Sistema Informativo della Giustizia Tributaria (l'insieme delle risorse hardware e software che consente il trattamento in via informatica e telematica di qualsiasi tipo di attività, dato, servizio, comunicazione o procedura relativi all'amministrazione della giustizia tributaria), le notificazioni e le comunicazioni, la costituzione in giudizio, la formazione e la consultazione del fascicolo informatico, il deposito degli atti e il pagamento del contributo unificato tributario. Di particolare rilievo anche la disciplina del fascicolo informatico nel quale sono raccolti gli atti, i documenti, gli allegati, le ricevute di posta elettronica certificata, i messaggi di sistema". "Considerata l'importanza delle informazioni trattate - prosegue l'Authority - è stato chiesto al Mef di modificare o integrare il decreto precisando le modalità di identificazione di chi può avere accesso al S.I.Gi.T. e stabilendo che il Sistema non acquisisca file e non iscriva atti nel registro generale in caso di sottoscrizione non valida o in presenza di atti incompleti, come sembra invece previsto. Ciò per evitare il rischio di inserire nel Sistema documenti non validi o non integri, e quindi potenzialmente contenenti dati non esatti. Il decreto, inoltre, dovrà specificare che le registrazioni delle operazioni di accesso al fascicolo dovranno essere conservate con caratteristiche di inalterabilità e integrità. Tali operazioni consentite ai soggetti abilitati (le parti, i procuratori e i difensori, i giudici tributari, personale abilitato delle segreterie, i consulenti tecnici nominati ) saranno infatti registrate e conservate per cinque anni dalla data di passaggio in giudicato della sentenza in un apposito file di log che conterrà il codice fiscale di chi ha effettuato l'accesso al sistema, il riferimento al documento informatico prelevato o consultato, la data e l'ora dell'accesso".
    Processo telematico: se le criticità sono “scosse di assestamento” Processo Telematico, Panzani (Pres. Corte d'Appello di Roma):“Troppo poco si è fatto per garantire la piena attuazione" Giustizia Digitale: Processo civile telematico tra prospettive taumaturgiche e paura di fallimento Processo civile telematico, il Cnf scrive al ministro Orlando:“Troppi formalismi, servono correttivi normativi” Processo Civile Telematico: l’indicazione degli atti depositabili Processo Civile Telematico, entrano in vigore i nuovi obblighi di deposito. L’analisi della norma e i grafici che ne riassumono le principali novità
    26 giugno 2015
  • Spid, il Tar del Lazio annulla il decreto. Samaritani (Agid): "Sentenza non rallenta il percorso per l'attuazione. Regolamenti tecnici entro fine luglio"

    "La prima sezione del Tar del Lazio ha accolto il ricorso delle associazioni Assintel e Assoprovider di Confcommercio e ha annullato, in sede di merito, il Decreto della presidenza del Consiglio dei Ministri del 24.10.2014, pubblicato sulla G.U. n. 285 del 9 dicembre 2014, relativo al Sistema di identificazione pubblica SPID". È l'Avv. Fulvio Sarzana di Sant'Ippolito, tra i curatori del ricorso, ad annunciare in una nota il pronunciamento del tribunale amministrativo. "Il Tar - prosegue - ha annullato in particolare le prescrizioni contenute nell’articolo 10 del Decreto della Presidenza del Consiglio, relativamente ai requisiti necessari per esercitare le attività degli Identity Provider, per violazione dei principi di concorrenza e per eccesso di potere, parità di trattamento e non discriminazione. Nel testo della sentenza peraltro si evidenziano anche profili in grado di mettere in crisi l’intero impianto del Decreto, quantomeno  in relazione alle attività delle Pubbliche Amministrazioni coinvolte nel processo di identificazione associato allo sviluppo dello SPID". Si legge infatti nella sentenza: ”Il prescritto requisito di capitale sociale pone un limite che non persegue nemmeno una finalità logica, considerato che l’articolo 4 del decreto impugnato, ai commi 2, 3 e 4, prevede che l’Agenzia adotti regolamenti per definire le regole tecniche e le modalità attuative per la realizzazione dello SPID, le modalità di accreditamento dei soggetti SPID, nonché le procedure necessarie a consentire ai gestori dell’identità digitale, tramite l’utilizzo di altri sistemi di identificazione informatica conformi ai requisiti dello SPID, il rilascio dell’identità digitale: e tali norme integrative già prevedono dei requisiti molto stringenti per l’esercizio dell’attività di identificatore, senza che aggiuntivamente si palesi la necessità di subordinare lo svolgimento della ripetuta attività al raggiungimento di una soglia così elevata di capitale sociale. Il requisito si appalesa dunque sproporzionato rispetto al fine che la norma intende perseguire e, laddove è inoperante per i soggetti pubblici, dà luogo anche ad una indebita discriminazione in favore di questi ultimi, in contraddizione col principio comunitario che impone l’adozione di regole finalizzate a non trattare in modo diverso situazioni analoghe (Tar Piemonte, sez. I, 4 settembre 2009, n. 2260), a meno che non ricorrano situazioni oggettive che giustifichino siffatta diversità, che nella specie restano indimostrate". Il Tar afferma così che "l’applicazione della nuova disciplina provocherebbe, necessariamente, effetti distorsivi del mercato, cagionando una rarefazione della concorrenza nel settore de quo che avvantaggerebbe direttamente i soggetti pubblici, esclusi dal rispetto del requisito in esame, e sottrarrebbe ampie e innovative aree di attività economiche all’iniziativa economica imprenditoriale privata, in contrasto con la finalità di massima apertura del mercato che costituisce essenza dell’ordinamento comunitario". "Questa azione e questa sentenza non devono essere interpretate come contrarie al progetto generale - chiosa l'Avv. Sarzana - ma come una forte apertura alla concorrenza e alla possibilità di operare nel settore per le piccole e medie imprese sparse sul territorio nazionale". "La sentenza non rallenta il percorso per l'attuazione di SPID – dichiara da parte sua Antonio Samaritani, Direttore Generale dell'Agenzia per l'italia Digitale: "Il provvedimento del tribunale amministrativo infatti annulla unicamente le prescrizioni relative ai requisiti finanziari richiesti ai privati che intendono candidarsi come identity provider. AgID procederà con la pubblicazione dei regolamenti tecnici che definiscono tempistiche e modalità di attuazione del Sistema Pubblico di Identità Digitale entro la fine di luglio, così come concordato con il Ministro per la funzione pubblica".
    Riforma della Pa, approvate alla Camera le misure sulla “cittadinanza digitale”. Che passa per il digital first Spid, Samaritani (Agid): “In autunno le prime identità digitali”
    21 luglio 2015