DIMT.IT - embrioni

  • "Quegli embrioni scambiati", l'intervento dei Proff. Alberto Gambino ed Emanuele Bilotti sul Corriere della Sera

    di Alberto Gambinoed Emanuele Bilotti [*] La drammatica vicenda dello scambio di embrioni all’ospedale Pertini di Roma, dove una donna gestante si ritrova impiantati nell’utero due embrioni, suo malgrado fecondati artificialmente con i gameti di un’altra coppia, apre una serie di interrogativi giuridici che non è facile evadere, stante l’assoluta singolarità del caso e l’assenza di precedenti giurisprudenziali. Nel caso specifico l’accesso a una tecnica di fecondazione di tipo omologo, per errore, si è trasformata in una fecondazione di tipo eterologo, anzi di “doppia eterologa”, ossia con un embrione fecondato dai gameti di due soggetti estranei alla coppia che aveva richiesto l’accesso alla fecondazione. Vediamo con ordine qual è - a leggi vigenti - lo stato giuridico del bambino che, in questo caso, nasce. Secondo l’art. 8 della legge 40, i nati a seguito dell'applicazione delle tecniche di procreazione medicalmente assistita hanno lo stato di figli legittimi della coppia che ha espresso la volontà di ricorrere alle tecniche medesime. Essendo però stata prescelta dalla coppia la tecnica di tipo omologo, si potrebbe sostenere che viene meno il presupposto di applicabilità della norma, che è appunto il consenso a una tecnica specifica, quella omologa (tra l’altro l’eterologa era anche vietata dalla legge). Soccorre a questo punto il codice civile italiano che stabilisce che la filiazione si prova con l’atto di nascita nel quale è annotato il nome della donna che ha partorito il neonato. Si tratta di un accertamento “stabile”, non suscettibile di contestazione? Non c’è dubbio che per il legislatore del 1942 – ma il legislatore del 1975 e quello del 2012/2013 non hanno ritenuto di intervenire su questo punto – la prova del parto è sufficiente a integrare la prova della maternità della partoriente, e, dunque, ad accertare il rapporto di filiazione con questa. Tuttavia, sempre per il legislatore del 1942, colei che ha partorito è madre perché è anche colei che ha concepito il figlio. Questo dato è inequivocabile. È per questo, del resto, che si diceva mater semper certa: perché era impensabile che la partoriente fosse una donna diversa da colei che aveva concepito il figlio. È la generazione, cioè, la fattispecie costitutiva del rapporto di filiazione. La filiazione, in altri termini, si fonda sul dato biologico. Il progresso tecnologico ha reso ora possibile la non coincidenza tra chi ha partorito e chi ha generato il figlio. È quel che accade, col consenso, negli ordinamenti in cui è ammessa la c.d. maternità surrogata. Ma è quel che è avvenuto, di fatto, anche nel caso del Pertini. A causa di un errore, però, e, dunque, senza il consenso delle due donne coinvolte. La mancanza di consenso alla maternità surrogata – perché di questo si tratta – non sembra tuttavia che incida al fine di stabilire quale sia in questo caso la “verità” del rapporto di filiazione. Come nel caso della sostituzione di neonato, dovrebbe allora ammettersi la contestazione dello stato di filiazione risultante dall’atto di nascita e anche il conseguente reclamo di un differente stato di figlio. A meno che – ma questo è davvero un tema insidioso– non si assuma che le tecniche di fecondazione extracorporea comportino un’alea conseguente alla perdita del “governo” dell’atto fecondativo in capo alla coppia. Allora occorrerà mettere in conto che i “propri” embrioni possano talvolta sfuggire alla “rivendicazione” da parte di chi fisiologicamente ne ha perso il controllo. [*] Intervento pubblicato nell'edizione del "Corriere della Sera" del 30 aprile 2014. GambinoBilottiCorriere30aprile2014 1 maggio 2014
  • Divieto sperimentazione su embrioni, il Prof. Contaldi: "Dalla Corte di Strasburgo parole chiare. Prevedibile stessa posizione dalla Consulta"

    "Dispiace sinceramente per le dolorose vicende umane dalle quali è scaturito il caso giudiziario, ma al contempo non si può nascondere la sensazione che questo procedimento sia stato utilizzato come tentativo di scardinare l'ordinamento italiano sulla questione". Così il Professor Gianluca Contaldi, Ordinario di Diritto Internazionale presso l'Università di Macerata e docente presso l'Università Europea di Roma, commenta la sentenza con la quale la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha ritenuto che il divieto di utilizzare gli embrioni per la ricerca scientifica, contenuto nella legge 40/2004, non viola i diritti umani. "Una sentenza con la quale mi trovo perfettamente d'accordo sotto tutti i punti di vista, anche considerando che la posizione dell'Italia - spiega il Prof. Contaldi - non è per nulla isolata. Sono diversi gli ordinamenti che prevedono simili divieti e la stessa Germania, Paese di innegabile tradizione liberale, impone fortissime restrizioni a certi tipi di sperimentazione. Ancora, la Corte di Giustizia dell'Unione Europea, nella Sentenza Brüstle del 2011, ha escluso la brevettabilità di invenzioni che implicano la distruzione degli embrioni; una decisione che si pone sulla scia di un movimento internazionale che propende in maniera sempre più evidente verso la tutela degli stessi embrioni, e non il contrario. Va poi tenuto in conto che non si può pretendere che in un territorio estremamente sensibile, connotato da profonde convinzioni etiche oltre che religiose, sia una corte internazionale a prendere una posizione estremamente radicale". "Più nel merito della vicenda - prosegue Contaldi - è stato riconosciuto che non essendoci un nucleo familiare non era pertinente la violazione del diritto alla vita familiare, che non lo era neanche quello alla vita privata in quanto lo Stato gode di un ampio margine di apprezzamento nell'imporre certe restrizioni e che, infine, non è possibile leggere la questione con le lenti del diritto alla proprietà privata; in caso contrario saremmo di fronte ad una equiparazione dell'embrione ad un bene patrimoniale". Intanto la Corte Costituzionale italiana è chiamata a pronunciarsi a breve su un caso simile: "Mi aspetto che anche la Consulta si pronunci per la compatibilità del divieto di sperimentazione con la Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo. Tra i due casi c'è una differenza, e cioè in quello in attesa di giudizio entrambi i genitori sono d'accordo alla donazione. Ma è una differenza irrilevante, perché nella sentenza di Strasburgo la mancata certezza che il compagno defunto della Parrillo potesse essere d'accordo con la donazione è un di più, non è il cuore centrale della decisione, che resta la mancanza di accordo comunitario sulla questione e la conseguente libertà di manovra degli Stati membri". 31 agosto 2015
  • Embrione: qualcosa o qualcuno? La Corte Costituzionale di fronte alla logica stringente della fecondazione in vitro

    di Giacomo Rocchi

    Abstract

    Embryos production through in vitro fertilisation techniques generates the opinion that they’re items and may be manipulated for scientific research when not successfully employed to cause a pregnancy. The Constitutional Court, in judging the legality of the ban, should reaffirm the embryos right to life. Internationally some opposing rulings have been observed including one issued by the Inter-American Court of Human Rights against Costa Rica. Conflicts are also possible between the European Court of Human Rights and the Italian Constitutional Court. The decision could impact jurisprudence orientation on other issues, such as euthanasia.

  • Ovociti brevettabili, il Prof. Gambino: "L'embrione è salvo, il rischio è il commercio illegale"

    Di seguito l’intervista al Professor Alberto Gambino, Direttore Scientifico di Dimt, pubblicata il 7 gennaio 2015 sul quotidiano online ilsussidiario.net La recente sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea sulla brevettabilità dei partenoti, gli ovociti umani manipolati in laboratorio ma non fecondati, sta suscitando un vivo dibattito, dai contorni non sempre chiari. Ne abbiamo parlato con Alberto Gambino, esperto di bioetica, docente di diritto privato e diritto civile nell'Università europea di Roma. Cosa ha realmente deciso la Corte del Lussemburgo e in che cosa ha realmente innovato rispetto alle precedenti posizioni?
 La Corte ha stabilito che la direttiva sulla protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche — che implica la non brevettabilità di embrioni umani — non si applica agli ovuli umani non fecondati, quand'anche questi si dividano e si sviluppino. Nella posizione precedente (cristallizzata nella sentenza Brüstle) si affermava che la nozione di embrione umano dovesse essere intesa in senso ampio e vi si ricomprendevano anche gli ovuli umani non fecondati indotti a dividersi e a svilupparsi attraverso la cosiddetta partenogenesi. Dove sta la differenza?
 Rispetto a questi si sosteneva che potessero comunque dare avvio ad un processo di sviluppo di un essere umano e, dunque, andavano disciplinati come se fossero embrioni. Ora, alla luce delle nuove conoscenze, si ritiene invece che tali "partenoti" potrebbero non avere la capacità intrinseca di svilupparsi in esseri umani: in questi casi allora possono essere brevettati. A quanto pare la sentenza non è vincolante per i singoli Stati, che dovranno essi decidere nei singoli casi se il partenote oggetto della richiesta di brevetto sia o meno in grado di svilupparsi in essere umano. La decisione non verrà influenzata anche da posizioni più politiche? 
 Non sono i singoli Stati a dover decidere, ma le Corti nazionali, dunque, almeno per definizione non dovrebbe trattarsi di decisioni politiche. Certamente i giudici formeranno il loro convincimento sulla base di pareri e perizie scientifiche e non possono in linea teorica escludersi posizioni contrastanti. Sono i limiti di tutte le decisioni che devono essere prese facendo "un pronostico" su cosa avverrà davvero. Ma nel caso di specie si tratta di sapere se il partenote abbia o meno la capacità intrinseca di svilupparsi in essere umano e immagino — ma non sono un tecnico — che senza la fecondazione, ad oggi, si ritenga per lo più che ciò non sia possibile. La possibilità di diverse decisioni nei vari Stati dell'Unione non finisce per rafforzare l'opinione di chi teme la commercializzazione, anche illegale, degli ovociti? Se le decisioni hanno una seria base scientifica non vedo rischi di illegalità: il principio da salvaguardare anche con questa decisione resta la non brevettabilità di esseri umani allo stato iniziale. Ma la brevettabilità di "materiale umano" trattato alla stregua di una comune "materia prima" non va comunque contro il principio di rispetto della dignità umana più volte citato dalla Corte europea? Il problema della brevettabilità di "materiale umano" come se fossero "cose inventate" è più insidioso: qui il tema coinvolge la differenza tra ciò che è dato in natura e ciò che è frutto di invenzione, solo quest'ultimo può essere brevettato; se così non fosse si creerebbero indebiti monopoli su elementi naturali che, in quanto frutto di "scoperte" e non di "invenzioni", appartengono all'umanità intera. Qui si può annidare il problema della commercializzazione illegale. E' un tema — se ci si pensa un po' — che va di pari passo con il principio del rispetto della dignità umana: lucrare e, dunque, brevettare parti del corpo, seppure quasi invisibili, è l'anticamera della reificazione (rendere cioè cose) dei tratti unici e irripetibili di ciascun essere umano. La Corte di Giustizia si è limitata alla questione commerciale della brevettabilità o ha esteso la sua opinione alla liceità della ricerca sugli ovociti e sugli embrioni umani? Qual è la situazione giuridica a tal proposito? Sì, la Corte si è limitata alla questione della brevettabilità; per la ricerca non dispone divieti, ma certamente la non brevettabilità della sperimentazione sugli embrioni ne rappresenta, seppur indirettamente, un contenimento in quanto non alimenta investimenti ingenti che sono spiegati soprattutto quando si fanno ricerche che possono condurre alla registrazione di brevetti. 9 gennaio 2014
  • Ricerca su embrioni, per la Corte di Strasburgo il divieto non viola i diritti umani

    Il divieto contenuto nella legge 40/2004 di utilizzare gli embrioni per la ricerca scientifica non viola i diritti umani. È quanto stabilito dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, chiamata a pronunciarsi sul caso Parrillo v. Italia. Adele Parrillo, vedova di Stefano Rolla, una delle vittime dell'attentato di Nassiriya del 2003, aveva deciso di donare i propri embrioni, congelati nel 2002, a fini di ricerca scientifica, pratica appunto vietata dalle attuali leggi vigenti in Italia. Da qui l'apertura di un procedimento in sede europea. La Corte di Strasburgo non ha riscontrato nel divieto una violazione dell'articolo 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo (diritto al rispetto della vita privata e familiare), riconoscendo all'Italia un "ampio margine di manovra" su una questione in merito alla quale non c'è un ampio consenso tra gli Stati membri. Inoltre, la Corte ha affermato che non c'è la sicurezza che il compagno defunto della Parrillo avrebbe voluto questa donazione. 27 agosto 2015
  • Scambio di embrioni al Pertini e rischio tecnologico, il Prof. Gambino: "Adozione del feto o maternità surrogata"

    "Lo scambio di embrioni avvenuto all'ospedale Pertini di Roma appare come un caso di adozione non voluta, ma da un altro punto di vista potrebbe essere una surrogazione della maternità, peraltro vietata dalla legge 40". Così il Professor Alberto Gambino, Direttore Scientifico di Dimt, che sul tema è intervenuto nell'edizione di martedì 15 aprile di TG2000. "Ai nati - spiega Gambino - viene collegata dalla legge la maternità della donna partoriente. Tuttavia in questo caso, poiché gli embrioni non sono stati creati con i gameti della coppia che poi ha poi portato a termine la gravidanza, sembra piuttosto configurarsi un caso anomalo di adozione di embrioni altrui. In questa vicenda non c'è però una norma espressa e si potrebbe arrivare ad un giorno in cui il nato, diventato adulto, rivendichi la conoscenza e la genitorialità dell'uomo e della donna, titolari dei gameti che lo hanno procreato".
    "Facciamo attenzione - chiosa il giurista - in questo caso ci troviamo di fronte a situazioni che non sono espressamente disciplinate, e quindi potrebbe anche capitare che gli stessi genitori che danno vita al bambino potrebbero rifiutarsi di portare avanti il loro ruolo genitoriale adducendo il fatto che avevano prestato consenso ad una fecondazione solo di tipo omologo, cioè con i loro gameti, e non di tipo eterologo, con i gameti di un'altra coppia; poiché tale consenso risulta disatteso, potremmo trovarci di fronte ad un caso inesplorato dalle nostre corti giudiziarie, giungendo non solo ad un disconoscimento della paternità, ma addirittura della maternità, con la rottura definitiva - provocata dalla tecnologia - del brocardo 'mater semper certa'".
     
    "Residua, infine - conclude il Prof. Gambino - anche la possibilità che siano l'uomo e la donna che con i loro gameti hanno creato l'embrione, a rivendicare la genitorialità sul bambino nato dall'utero dell'altra donna: in questo caso ci troveremmo davanti ad un caso di maternità surrogata, pur vietata dalla legge 40".
     
    Il commento su identità biologica, rischio tecnologico e attribuzione dei figli al minuto 13.08.
    Immagine in home page: Generazioneitalia.it 16 aprile 2014
  • Scambio di embrioni, il testo dell'ordinanza con la quale il Tribunale di Roma ha respinto il ricorso dei genitori biologici

    La scorsa settimana il giudice del Tribunale civile di Roma ha rigettato il ricorso presentato dai genitori biologici dei bambini nati il 3 agosto scorso al termine di una gravidanza iniziata a seguito dello scambio di embrioni avvenuto all'ospedale Sandro Pertini di Roma. Il giudice ha così stabilito il diritto della gestante a veder riconosciuti i due gemelli come propri. Di seguito il testo integrale dell'ordinanza. Sul tema lo scorso 30 aprile erano intervenuti sul Corriere della Sera i Proff. Alberto Gambino ed Emanuele Bilotti; di seguito l'articolo pubblicato sulle pagine del quotidiano.GambinoBilottiCorriere30aprile2014 14 agosto 2014
  • Selezione embrioni per procreazione assistita, le insidie di una sentenza

    La selezione degli embrioni "sani" a discapito di quelli "imperfetti" nell'ambito della procreazione assistita volta ad evitare la trasmissione di malattie genetiche non è più un reato alla luce della sentenza della Corte Costituzionale 229 del 21/10/2015, con la quale la Consulta ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell’art. 13, commi 3, lettera b), e 4 della legge 40 del 2004. Rimane invece valido, in ogni caso, il divieto di soppressione degli embrioni, anche di quelli "scartati". "Si tratta, a mio parere, di un percorso piuttosto insidioso", dichiara in un'intervista a Romasette il Professor Alberto Gambino, Direttore di Dimt e Componente del Comitato Etico dell’Istituto Superiore di Sanità: "Gli stessi studiosi confermano che gran parte di noi, il nostro embrione già probabilmente rivelava che avevamo qualche patologia nel nostro Dna". "La scienza, in realtà non sa definire quale sia esattamente il punto di approdo di queste imperfezioni - precisa Gambino a Dimt - e un conto è vederle in un feto di due o tre mesi, un conto è vederle in alcune cellule dove gran parte dell’umanità già porta con sé delle piccole imperfezioni che non impediscono magari di arrivare anche a 90 anni". "Allora veramente ci avviciniamo all’essere perfetto, e aggiungerei, inutilmente perfetto - prosegue l'intervista - perché la perfezione umana purtroppo non esiste sulla faccia della Terra e quindi il rischio vero è che si eliminino tanti embrioni che invece sarebbero persone in carne e ossa che potrebbero tranquillamente arrivare anche ad un secolo di vita". Non è questa l'unica sentenza ad avere negli anni "smontato" pezzi di legge 40, dalla dichiarazione di parziale illegittimità dei commi che prevedevano un limite di produzione di embrioni e l’obbligo di un unico impianto alla sentenza del Tar del Lazio che dichiarò illegittimo il divieto di diagnosi preimpianto (2009) fino ad una più recente decisione della Consulta, che nell'aprile 2014 si pronunciò per l'incostituzionalità del divieto di fecondazione eterologa. "Il peccato originale della legge 40 – afferma Gambino – è stato comunque quello di consentire che si creasse la vita in provetta. Certamente non c’erano altre strade possibili, poiché in quel momento questa era la prassi e questa è oggi la prassi per fare la fecondazione. Ma nel momento in cui la vita umana viene prodotta in provetta, l’embrione immancabilmente ha dei diritti affievoliti, nessuno di noi vorrebbe stare in una provetta, ciascuno di noi vorrebbe essere accolto dal grembo di una donna sin dall’inizio. L’altro problema di fondo è che quando nella legge 194 (la legge sull'interruzione volontaria dell gravidanza ndr) è stato introdotto il concetto di interesse alla salute anche psichica della donna e della coppia, si è aperto uno scenario di difficile individuazione. In altre parole: chi sa dire che cosa può far bene alla salute psichica di un essere umano? Lo scenario che si apre è la possibilità di scegliere il figlio migliore sempre più funzionale agli interessi della coppia, e questo deve far davvero riflettere". Anche di questo si è discusso nel corso dell'edizione di giovedì 12 novembre di TgTg-Telegiornali a confronto, trasmissione di Tv2000 che ha avuto come ospiti in studio lo stesso Prof. Gambino e Gianfranco Cattai, presidente FOCSIV. 13 novembre 2015