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  • "Gli eredi hanno diritto di accedere al patrimonio digitale dei defunti", approvata una nuova legge nel Delaware

    Gli eredi di una persona defunta devono poter accedere ad account, dati e device dei loro cari scomparsi. O, almeno, in Delaware. Il governatore dello stato americano Jack Markell ha infatti firmato il “Fiduciary Access to Digital Assets and Digital Accounts Act”, una norma con la quale si punta a rimuovere gli ostacoli che sempre più spesso i familiari di persone decedute (o divenute incapaci di amministrare autonomamente i propri beni) hanno nel gestire il patrimonio digitale di queste ultime. Intervenendo sul quadro normativo in materia di procure e tutele fiduciarie, la legge proposta dal repubblicano Darryl Scott stabilisce che un fiduciario ha gli stessi diritti di accesso e gestione di beni e account digitali di chi ha originariamente stipulato accordi con i fornitori di servizi. Il percorso della norma nasce dall'impossibilità riscontrata da un conoscente di Scott di accedere alla casella email della moglie defunta, nonostante lo avesse nominato esecutore testamentario anche in relazione a quell'account dal quale passavano importanti comunicazioni di carattere finanziario; il provider di posta elettronica aveva invece optato per la cancellazione dell'account e di tutta la corrispondenza in esso archiviata. Con la nuova legge, tutto ciò che è archiviato in cloud, tutti gli account social, tutte le licenze d'uso di contenuti digitali entrano nel novero dei beni tutelati dalle leggi di successione. "Alla luce del fatto che conduciamo la maggior parte delle nostre vite professionali e personali online, dobbiamo cambiare le nostre leggi per renderle più coerenti con i bisogni delle persone che vivono nel 21esimo secolo", ha chiosato il governatore Markell. L'attualità del tema, a fronte del sempre crescente volume di dati che produciamo utilizzando servizi online e, soprattutto, del valore economico che spesso queste attività rivestono per gli utenti, appare lampante non solo in Delaware o negli Stati Uniti, aprendo in Paesi come l'Italia ulteriori punti critici (soprattutto qualora non ci ci esprima chiaramente in un testamento) dovuti al fatto che i dati dei defunti sono conservati su server di proprietà di aziende straniere. Da Password Box a If I Die sono poi diversi i servizi online che offrono agli utenti la possibilità di scegliere con chi condividere le proprie password e i propri beni digitali una volta passati a miglior vita. Ora i grandi player del Web, da Facebook a Google passando per Yahoo e Twitter, sembrano essere chiamati a rettificare le loro condizioni d'uso rispetto alle attuali legate ad una logica di estinzione degli account con il decesso dei titolari originari.

    LEGGI "Questioni di eredità digitale"

    Su un versante contiguo in materia di eredità digitali, molto clamore suscitò nel 2012 la notizia che l’attore americano Bruce Willis avesse deciso di fare causa alla Apple dopo aver scoperto di non poter lasciare in eredità il suo tesoro musicale, notizia rivelatasi poi falsa, ma non per questo non verosimile, visto che l’impossibilità di tale pratica è reale e quello che ci sembra un acquisto è più simile ad un noleggio. Dibattito che tocca da vicino, anche se con tutt'altre implicazioni di carattere economico e contrattuale, anche quello sulla possibilità di cedere contenuti digitali usati a terzi. 19 agosto 2014
  • "Google non può profilare senza il consenso dell'utente", i nuovi paletti del Garante Privacy

    "Gli utenti che useranno i servizi o il motore di ricerca di Google in Italia saranno più tutelati". È con questa chiosa che l'Autorità garante per la protezione dei dati personali ha annunciato un provvedimento prescrittivo nel quale si stabilisce che il colosso di Mountain View non potrà utilizzare i dati degli utenti a fini di profilazione se non ne avrà prima ottenuto il consenso e dichiarato loro esplicitamente di svolgere questa attività a fini commerciali. Si conclude così l'istruttoria avviata lo scorso anno dal Garante italiano a seguito dei cambiamenti apportati dalla società alla propria privacy policy. "Si tratta - spiega il Garante - del primo provvedimento in Europa che, nell'ambito di un'azione coordinata con le altre Autorità di protezione dei dati europee ed a seguito della pronuncia della Corte di Giustizia europea sul diritto all'oblio, non si limita a richiamare al rispetto dei principi della disciplina privacy, ma indica nel concreto le possibili misure che Google deve adottare per assicurare la conformità alla legge. La società ha infatti unificato in un unico documento le diverse regole di gestione dei dati relative alle numerosissime funzionalità offerte, dalla posta elettronica (Gmail), al social network (GooglePlus), alla gestione dei pagamenti on line (Google Wallet), alla diffusione di filmati (YouTube), alle mappe on line (Street View), all'analisi statistica (Google Analytics), procedendo pertanto all'integrazione e interoperabilità anche dei diversi prodotti e dunque all'incrocio dei dati degli utenti relativi all'utilizzo di più servizi". "Nel corso dell'istruttoria, caratterizzata anche da diverse audizioni con i suoi rappresentanti, Google ha adottato una serie di misure per rendere la propria privacy policy più conforme alle norme. Il Garante ha tuttavia rilevato il permanere di diversi profili critici relativi alla inadeguata informativa agli utenti, alla mancata richiesta di consenso per finalità di profilazione, agli incerti tempi di conservazione dei dati e ha dettato una serie di regole, che si applicano all'insieme dei servizi offerti". L'Autorità ha così prescritto a Google l'adozione di un sistema di informativa strutturato su più livelli, in modo da fornire in un primo livello generale le informazioni più rilevanti per l'utenza quali l'indicazione dei trattamenti e dei dati oggetto di trattamento (come la localizzazione dei terminali e gli indirizzi IP), oltre che dell'indirizzo presso il quale rivolgersi in lingua italiana per esercitare i propri diritti; in un secondo livello, più di dettaglio, le specifiche informative relative ai singoli servizi offerti. Ma soprattutto Google dovrà spiegare chiaramente, nell'informativa generale, che i dati personali degli utenti sono monitorati e utilizzati, tra l'altro, a fini di profilazione per pubblicità mirata e che essi vengono raccolti anche con tecniche più sofisticate che non i semplici cookie, come ad esempio il fingerprinting. Quest'ultimo è un sistema che raccoglie informazioni sulle modalità di utilizzo del terminale da parte dell'utente e, a differenza dei cookie che vengono istallati sul pc o nello smartphone, le archivia direttamente presso i server della società. Consenso - Per utilizzare a fini di profilazione e pubblicità comportamentale personalizzata i dati degli interessati - sia quelli relativi alle mail sia quelli raccolti incrociando le informazioni tra servizi diversi o utilizzando cookie e fingerprinting - Google dovrà acquisire il previo consenso degli utenti e non potrà più limitarsi a considerare il semplice utilizzo del servizio come accettazione incondizionata di regole che non lasciavano, fino ad oggi, alcun potere decisionale agli interessati sul trattamento dei propri dati personali. L'area deputata a raccogliere questo consenso, si legge nel provvedimento:
    deve essere parte integrante di un meccanismo idoneo a consentire l'espressione di una azione positiva nella quale si sostanzia la manifestazione del consenso dell'interessato. In altre parole, essa deve determinare una discontinuità, seppur minima, dell'esperienza di navigazione: il superamento della presenza dell'area visualizzata deve cioè essere possibile solo mediante un intervento attivo dell'utente (appunto attraverso la selezione di un elemento contenuto nella pagina sottostante l'area stessa).
    Conservazione - Google dovrà inoltre definire tempi certi di conservazione dei dati sulla base delle norme del Codice privacy, sia per quanto riguarda quelli mantenuti sui sistemi cosiddetti attivi, sia successivamente archiviati su sistemi di back up. Per quanto riguarda la cancellazione di dati personali, il Garante ha imposto a Google che richieste provenienti dagli utenti che dispongono di un account (e sono quindi facilmente identificabili) siano soddisfatte al massimo entro due mesi se i dati sono conservati sui sistemi attivi ed entro sei mesi se i dati sono archiviati sui sistemi di back up. Per quanto riguarda, invece, le richieste di cancellazione che interessano l'utilizzo del motore di ricerca, ha ritenuto opportuno attendere gli sviluppi applicativi della sentenza della Corte di giustizia dell'Unione europea sul diritto all'oblio. Google avrà 18 mesi per adeguarsi alle prescrizioni del Garante. In quest'arco temporale, l'Autorità monitorerà l'implementazione delle misure prescritte. La società dovrà infatti sottoporre al Garante, entro il 30 settembre 2014, un protocollo di verifica, che una volta sottoscritto diverrà vincolante, sulla base del quale verranno disciplinati tempi e modalità per l'attività di controllo che l'Autorità svolgerà nei confronti di Mountain View. LEGGI "Niente cookie senza consenso, il provvedimento del Garante privacy: 'Un banner con le informazioni per gli utenti'" 21 luglio 2014
  • "Hidden From Google", i link rimossi tornano dall'oblio. Ma un clone europeo non avrebbe vita facile. Intanto a Bruxelles la riunione tra Garanti e aziende

    Sono passati poco più di due mesi dalla sentenza con la quale la Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha stabilito che il gestore di un motore di ricerca online è responsabile del trattamento dei dati personali che appaiono su pagine web di terzi, dotando così i netizen europei della possibilità di richiedere a Google la rimozione dai risultati di ricerca di link nell'ambito del diritto all'oblio. Dopo aver manifestato la propria "delusione" per la decisione della CGUE, i vertici di Mountain View si sono rimboccati le maniche e, dopo aver messo a disposizione degli utenti un apposito form per le richieste di rimozione (esempio che Microsoft si prepara a seguire con il suo motore di ricerca Bing) e aver aperto una sorta di sondaggio per sapere cosa pensano gli utenti della sentenza, hanno annunciato la creazione di un comitato consultivo di esperti che dovrà aiutare nella valutazione di quali richieste di rimozione debbano essere accolte e quali invece no tra le migliaia che sono piovute su BigG già nelle ore successive al pronunciamento della Corte. Un percorso tutt'altro che pacifico alla luce della serie di diritti fondamentali che entrano in ballo e che sollevano dubbi sull'opportunità di rimettere la valutazione del loro bilanciamento in capo ad un'azienda privata. Ulteriore motivo di dibattito è il fatto che le informazioni rimosse dai motori di ricerca restano online sui siti che le hanno originariamente pubblicate, spesso causando un "effetto Streisand" per i contenuti degli stessi, senza contare le possibilità di rintracciare i link rimossi tramite i servizi che operano al di fuori dei confini dell'Unione Europea. hiddenfromgoogle2Ed è proprio su questi ultimi due versanti che si muove "Hidden From Google", un semplice sito che raccoglie i link rimossi dal motore di ricerca. Messo a punto dallo sviluppatore americano Afaq Tariq, il sito presenta un elenco che si compone grazie alle segnalazioni che arrivano dagli utenti, i quali possono così partecipare in crowdsourcing a quello che viene definito come un "archivio delle azioni di censura". Un'iniziativa che in Italia, come in qualunque altro Stato membro, non sarebbe tuttavia semplice come per Tariq. Nel caso in cui si volesse aprire una omologa raccolta all'interno dei confini del Vecchio Continente, infatti, si potrebbe infatti finire per essere identificati come nuovi titolari di trattamento. Per il cittadino che aveva richiesto la rimozione dei link dai risultati di ricerca di Google si aprirebbe così la possibilità di richiedere all'admin di uno "European Hidden From Google" una nuova rimozione, dal cui diniego potrebbe scaturire una richiesta alla giustizia ordinaria o al Garante Privacy del proprio Paese. Tornando a più generali valutazioni, come era facile prevedere all'indomani della sentenza, dunque, non sembra che le autorità del Vecchio Continente possano esimersi dal mettere a punto un nuovo quadro normativo entro il quale dovrà essere esercitato il diritto all'oblio così come riconosciuto in maggio dalla CGUE; a tal proposito, il Gruppo di Lavoro dei Garanti Privacy europei "Articolo 29" si riunirà a Bruxelles il 24 luglio per discutere proprio di "linee guida coordinate e coerenti sulla gestione dei reclami degli individui che possono essere presentate alle autorità in caso di risposte negative pervenute dai motori di ricerca per la richiesta di rimozione dall'indicizzazione". Al tavolo con le Authority anche i rappresentanti di Google, Bing e Yahoo. LEGGI "Google e diritto all’oblio, Giuseppe Busia (Garante Privacy): 'Stabilito un principio sulla competenza territoriale'. Il Prof. Gambino: 'Richiesta ai motori di ricerca è tutela estrema e subordinata, ma aspetti positivi per tutela delle fragilità' " "Uno, nessuno e centomila: tra reputazione online e diritto all’oblio. Montuori (Garante Privacy): 'Importante capire il diritto alla contestualizzazione dell’informazione' " 23 luglio 2014
  • "Innocence of Muslims", la saga continua: il takedown resta, ma il parere è modificato

    Se le proteste di piazza si sono da tempo placate, non altrettanto può dirsi in merito alla battaglia legale scatenata da "Innocence fo Muslims", il film i cui trailer, pubblicati su Youtube nel 2012, avevano sollevato un'ondata di indignazione nei Paesi a maggioranza musulmana con violenti scontri culminati in azioni come l'attentato al consolato statunitense a Bengasi, in Libia, nel corso del quale persero la vita quattro persone, tra le quali l'ambasciatore Christopher Stevens. Una spirale che aveva portato la Casa Bianca ad inviare una lettera ai vertici della piattaforma video di Google chiedendo che il contenuto fosse rimosso per la presunta violazione delle condizioni d'uso che vietano l'incitamento all'odio. Tuttavia, i responsabili di Youtube avevano risposto in quell'occasione che le norme sull'incitamento all'odio valgono per i contenuti che si schierano "contro un popolo" ma non per "visioni alternative di una religione", quest'ultime invece tutelate all'interno della libertà di manifestazione del pensiero. Il video veniva comunque reso irraggiungibile in diversi paesi a maggioranza musulmana e ne veniva ordinata la rimozione anche in Brasile da una corte del Paese sudamericano. Garcia vs Google InnocenceofmuslimNon ci sarebbero motivi religiosi o ideologici, invece, alla base dello scontro che in territorio statunitense vede opposti in tribunale Google e l'attrice Cindy Lee Garcia, tra gli interpreti della pellicola anche se, nel trailer, appariva solo per cinque secondi. Garcia aveva chiesto la rimozione del trailer di 14 minuti da Yuoutube in quanto sarebbe stata ingannata dai produttori del film sul reale contenuto dello stesso, tanto che il titolo sarebbe dovuto essere "Desert Warriors". In primo grado la sua richiesta è stata respinta dal giudice di Los Angeles Luis Levin; esito opposto, invece, nel febbraio scorso davanti al Nono Circuito della Corte d'Appello, che ha ordinato a Google il takedown dei contenuti e l'implementazione di misure volte a prevenire ulteriori caricamenti futuri degli stessi. La saga legale, tuttavia, si arricchisce ora di un nuovo capitolo; Google, sostenuta da alcune associazioni tra le quali la Electronic Frontier Foundation (EFF), e da colossi come Netflix, Facebook, Twitter e Yahoo, ha ottenuto la rettifica della decisione. Il giudice Alex Kozinski, chief del Nono Circuito, ha infatti modificato il parere nel quale si attribuiva a Garcia il diritto a veder rimosso il video per ragioni legate al copyright, avanzando dubbi in tal proposito in quanto le tutele del diritto d'autore sono previste solo nel caso in cui si possa riscontrare "un minimo di creatività" e citando la decisione del Copyright Office, che ha rifiutato le richieste di Garcia in merito alla sua performance. Kozinski ha inoltre avanzato l'ipotesi che in un nuovo procedimento in Corte distrettuale Google potrebbe avere la meglio su Garcia facendo leva sul principio del fair use, che non è stato tenuto in considerazione nel parere originale in quanto "nessuna delle parti l'ha tirato in ballo". Una posizione dunque ammorbidita che tuttavia non modifica gli esiti della decisione di febbraio; a nulla sono valsi gli argomenti di Google in materia di free speech, con i contenuti che restano dunque oscurati. Almeno, fino alla prossima puntata della saga. 15 luglio 2014
  • "Law and technology", international workshop in Turin

    The Internet of Things (IoT, sometimes Internet of Everything) is the network of physical objects or “things” embedded with electronics, software, sensors, and connectivity to enable objects to exchange data with the manufacturer, operator and/or other connected devices based on the infrastructure of International Telecommunication Union’s Global Standards Initiative. The Internet of Things allows objects to be sensed and controlled remotely across existing network infrastructure, creating opportunities for more direct integration between the physical world and computer-based systems, and resulting in improved efficiency, accuracy and economic benefit. Each thing is uniquely identifiable through its embedded computing system but is able to interoperate within the existing Internet infrastructure. Experts estimate that the IoT will consist of almost 50 billion objects by 2020. The term Internet of Things was coined by British entrepreneur Kevin Ashton in 1999. Typically, IoT is expected to offer advanced connectivity of devices, systems, and services that goes beyond machine-to-machine communications (M2M) and covers a variety of protocols, domains, and applications. The interconnection of these embedded devices (including smart objects), is expected to usher in automation in nearly all fields, while also enabling advanced applications like a Smart Grid, and expanding to the areas such as Smart city. Things, in the IoT, can refer to a wide variety of devices such as heart monitoring implants, biochip transponders on farm animals, electric clams in coastal waters, automobiles with built-in sensors, or field operation devices that assist fire-fighters in search and rescue. These devices collect useful data with the help of various existing technologies and then autonomously flow the data between other devices. Current market examples include smart thermostat systems and washer/dryers that utilize Wi-Fi for remote monitoring. Besides the plethora of new application areas for Internet connected automation to expand into, IoT is also expected to generate large amounts of data from diverse locations that is aggregated very quickly, thereby increasing the need to better index, store and process such data.

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  • "Uno, nessuno e centomila": tra reputazione online e diritto all'oblio. Montuori (Garante Privacy): "Importante capire il diritto alla contestualizzazione dell'informazione"

    [caption id="attachment_5318" align="alignright" width="300"]Ascolta il podcast della puntata del 13 aprile 2014 Ascolta il podcast della puntata del 13 aprile 2014[/caption] Se le domande che ci poniamo su identità e skills delle persone trovano sempre più spesso risposte digitando il loro nome su Google, quali sono gli strumenti che abbiamo per tenere sotto controllo ciò che di noi risulta da una ricerca online? Sono la web reputation e il diritto all'oblio al tempo di Internet le questioni al centro della puntata del 13 aprile di “Presi per il Web“, trasmissione di Radio Radicale condotta da Marco PerducaMarco Scialdone e Fulvio Sarzana con la collaborazione di Marco Ciaffone e Sara Sbaffi. Ospiti dell'appuntamento Luigi Montuori, Capo Dipartimento comunicazioni elettroniche del Garante Privacy, Matteo Flora, Consulente ed ideatore del progetto "TheFool", Anna Masera, Capo Ufficio stampa della Camera dei Deputati, e Raoul Chiesa, storico hacker italiano ed esperto di sicurezza informatica. "L'esperienza che abbiamo maturato in questo ultimo decennio - ha esordito Montuori - ci porta a dire che in generale il mondo della rete ci richiede interventi su tre importanti aspetti, a noi come ai nostri colleghi europei nonché ai tribunali: il primo è quello degli archivi online dei giornali, perché scrivere una volta sulla carta stampata voleva dire che l'articolo veniva accatastato e la memoria era umana. Oggi, per fortuna, è possibile poter rivedere ciò che è stato scritto con un profondo approccio storico, una ricchezza che da un'altra parte pone delle questioni come quella del diritto all'oblio. Il secondo aspetto è quello dei social network. Il terzo aspetto è quello dell'utilizzo dei nostri dati personali immessi in rete a fini commerciali e di profilazione". Cancellare o aggiornare Sul primo degli aspetti sollevati da Montuori vale la pena menzionare alcuni importanti passaggi maturati in Italia e in Europa. Ad esempio, sul tema della deindicizzazione degli contenuti giornalistici dai motori di ricerca è netta la posizione espressa dall'Avvocato generale della Corte di Giustizia europeanel luglio 2013 e che si schiera a difesa della permanenza negli archivi storici della documentazione relativa a fatti di cronaca. Sul più ampio fronte giornalismo la situazione sembra essere ancor più complicata, con sentenze come quella che nel gennaio del 2013 vedeva il Tribunale di Ortona condannare il direttore del giornale online abruzzese Primadanoi.it al pagamento di un risarcimento nei confronti di alcuni ristoratori della zona. Una sanzione riferita ad un articolo riguardante un fatto di cronaca giudiziaria vero, ma che, a detta del tribunale, era rimasto online troppo a lungo, cagionando così un danno ai protagonisti della vicenda. Un episodio che faceva sollevare dubbi sulla possibilità che un tribunale decidesse in maniera arbitraria quale fosse il tempo consentito di permanenza online di una notizia. Sulla vicenda, ai tempi della prima sentenza del 2011, aveva preso posizione anche l’ordine dei Giornalisti d’Abruzzo, sul cui sito ufficiale il 26 marzo si leggeva:: "La sentenza [...] pone seri problemi ai giornalisti nell’esercizio del diritto di cronaca . L’articolo in questione, peraltro, secondo anche il parere del Garante per il trattamento dei dati personali, era stato redatto rispettando i criteri fondamentali del codice deontologico dei giornalisti (verità sostanziale dei fatti, interesse pubblico e continenza nel linguaggio). Se i giornali cartacei possono conservare nei loro archivi copie dei giornali pubblicati non si capisce perché i giornali on line non debbano avere la stessa possibilità. Del resto, anche volendo cancellare i dati digitali di una notizia essa rimane indelebilmente presente nelle memorie cache dei motori di ricerca ( feed Rss). Il problema, allora, non è di semplice risoluzione giudiziaria ma occorrerebbe, invece, per il reale esercizio del diritto all’oblio, che il legislatore stabilisca criteri certi e condivisi e non solo a livello nazionale data la complessità della materia e la sua natura globale”. Molto distante dalla decisione del tribunale abruzzese è l'impostazione emersa dalla Corte di Cassazione con la sentenza 5525dell'aprile 2012. La suprema Corte entrava a gamba tesa sul tema del diritto all’oblio, stabilendo che è un dovere dell’editore o comunque del gestore/responsabile di un database Web tenere aggiornati i materiali relativi a procedimenti giudiziari per garantire il diritto alla contestualizzazione dell'informazione. Il caso era quello di un politico che, coinvolto in Tangentopoli ma successivamente assolto, reclamava la rimozione o quantomeno la modifica dell’articolo del Corriere della Sera che parlava del suo caso di imputazione. La Cassazione riteneva lecita la permanenza online dell’articolo ma obbligatorio il suo aggiornamento, così da tutelare sia l’immagine della persona coinvolta che il diritto ad essere informati del lettore. Un'impostazione che veniva recepita nel marzo 2013 anche dal Garante della Privacy e che nel settembre dello stesso anno vedeva esprimersi in tal senso anche la Corte europea dei diritti dell'uomo. "È importante - ha chiosato Montuori - differenziare il diritto all'oblio e il diritto alla contestualizzazione della notizia. Sul primo aspetto, ad esempio, una persona condannata e che ha espiato la sua pena ha diritto ad utilizzare il codice sulla protezione dei dati personali e chiedere che la notizia venga quanto meno deindicizzata. Sul secondo aspetto, immaginiamo un cittadino che viene invece indagato e poi prosciolto e che si ritrova con la notizia del suo essere finito sotto indagine ancora in circolazione senza che si dia conto della conclusione per lui felice della vicenda. Ecco, in questo caso il cittadino, e proprio a fronte della sentenza della Cassazione dell'aprile 2012, ha il diritto di richiedere un richiamo ai fatti successivi. Nel caso in cui il giornale si rifiutasse di fare gli aggiornamenti dovuti ci si può rivolgere al Garante". Anche qui resta da capire quali siano gli oneri in capo all'editore, se sia cioè suo compito tenere aggiornati gli archivi con un'onerosa opera di costante monitoraggio o se debba attivarsi solo dopo la segnalazione rischiando sanzioni solo in caso di inottemperanza. "Mi rendo conto - ha affermato Montuori - che ci sia un onere nei confronti di chi gestisce gli archivi dei giornali online, c'è uno scotto che deve pagare colui che inserisce le notizie ma tutto sommato è il male minore rispetto al diritto che ognuno di noi ha a vedersi rappresentato in maniera corretta in rete". "Non dimentichiamoci  - è intervenuto Flora - dell'importanza delle sezioni dei commenti dei giornali online, all'interno delle quali si nascondo spesso molti contenuti diffamanti. In ogni caso le aziende e i privati hanno capito lo straordinario valore di ciò che si dice online su di loro, e se qualche anno fa gli utenti erano pochi e poco influenti, oggi la situazione è ribaltata. È per questo che chi si rivolge a noi lo fa per avere un supporto professionale per vedere rimosse informazioni che impattano sulla sua immagine, anche professionale". Un problema di indexing È chiaro in ogni caso come la permanenza dei contenuti negli archivi dei giornali e la loro rintracciabilità a mezzo motore di ricerca siano due aspetti fortemente intrecciati tra loro; inoltre, sempre più spesso arrivano agli amministratori dei search engine, Google su tutti, richieste come quella avanzata a più riprese dall'ex presidente della Federazione internazionale dell'automobile Max Mosley, che dopo essersi ritrovato al centro di uno scandalo per alcune fotografie che lo ritraevano in pose sadomasochiste con cinque donne in divisa nazista si è visto riconoscere, nel novembre del 2013, dal Tribunal de Grande instance di Parigi il diritto a vedere rimosse dai risultati di ricerca di Google il link a nove di quelle foto. Stesso esito, nel gennaio 2014, in un tribunale di Amburgo. Decisioni contestate da Google con il solito argomento del "non vogliamo essere i poliziotti del Web"e della mancanza di responsabilità diretta sui contenuti restituiti dal motore di ricerca; tuttavia la stessa compagnia di Mountain View nel giugno del 2011 aveva lanciato il servizio “Me on the Web”, che permette all'utente un più facile e diretto controllo dei risultati che il search engine restituisce in merito al proprio nome. "Sul diritto all'oblio per ciò che attiene la stampa online - ha spiegato Montuori - partiamo dal presupposto che il criterio dell'interesse pubblico, che insieme alla veridicità del fatto rappresenta un cardine fondamentale del diritto di cronaca, può variare al passare del tempo; detto in altri termini, se oggi è interesse pubblico che si metta a conoscenza il cittadino di un determinato fatto di cronaca, non è detto che dopo quindici anni questo resti immutato. Il primo intervento del Garante sul tema risale al 2004, quando un signore che era stato condannato per pubblicità ingannevole dall'Agcm si rivolse a noi lamentando che le ricerche online col suo nome facessero riferimento a quella vicenda. Lì il Garante intervenì riconoscendo la veridicità del fatto ma che la continua esposizione dello stesso fosse eccessiva e ordinò pertanto la deindicizzazione della notizia stessa. Nel 2007 l'Autorità era inoltre intervenuta stabilendo che riutilizzare da parte di Google le copie cache era un trattamento operato dal motore di ricerca, visto che si trattava di informazioni già rimosse dal sito di provenienza degli stessi. Nel 2012 c'è stato un caso in Spagna che sta portando a riflessioni importanti in sede di Corte di Giustizia Europea sulla legittimità delle richieste che arrivano a Google per la rimozione dei dati personali". LEGGI "Questioni di eredità digitale" Tra Hackaton a Montecitorio e bug nell'https In apertura di puntata Anna Masera aveva parlato del Barcamp #Facciamolagenda che si è svolto alla Camera dei Deputati l'11 aprile e dell'Hackaton previsto sempre a Montecitorio dal 16 al 18 maggio.   In chiusura invece Raoul Chiesa ha spiegato i principali aspetti del grande fatto di cronaca della settimana in tema di sicurezza: Heartbleed, la falla nell'OpenSSL che ha terrorizzato gli utenti di Internet. In un'intervista a Wired Robin Saggelmann,  lo sviluppatore che l'ha introdotto nel protocollo, ha parlato di una banale svista presente da due anni. LEGGI "Hacker e politica: le tante facce del rapporto e la difficile definizione giuridica" LEGGI "Venti di (cyber)guerre: armi e strategie di difesa all'alba dei conflitti digitali" Immagine in home page: Cn24tv.it 14 aprile 2014
  • "Vivi internet, al sicuro": Google e Altroconsumo contro il digital divide. Il 20 ottobre convegno di presentazione

    ViviInternetAlSicuroIn un Paese nel quale solo il 59% dei consumatori usa il web, contro una media Ue del 79%, e il 31% dei cittadini non ha mai navigato online, il digital divide funzionale è ancora un ostacolo da superare per permettere alle tecnologie digitali di esprimere a pieno il loro potenziale. Ed è proprio per avvicinare ad Internet gli italiani che non hanno ancora familiarità con il web che Google e Altroconsumo hanno lanciato "Vivi Internet. Al sicuro", una campagna che mira ad offrire consigli e strumenti per un utilizzo della rete in sicurezza e aumentare così il tasso di fiducia nei consumatori rispetto all'online. Un ostacolo rilevante allo sviluppo di una economia digitale, stando alle analisi di Google e Altroconsumo, è infatti rappresentato dalla mancanza di fiducia degli utenti, ancora fortemente restii ad affidarsi al web per gestire le attività quotidiane; solo il 42% degli italiani, ad esempio, usa servizi bancari online e appena il 35% fa acquisiti sul web. Dai consigli sulla privacy a quelli sul browser da utilizzare passando per la scelta di una password: è una guida a corredare il sito dell'iniziativa, nel quale si menzionano funzionalità avanzate del motore di ricerca per una navigazione sicura soprattutto per i minori e spazi nei quali reperire informazioni utili in tal senso. Come il “Centro per la sicurezza online”, nel quale è presente anche un focus specifico per le famiglie, perché "nessuno strumento informatico potrà mai sostituire la supervisione attenta dei genitori o di un adulto, ma in un mondo online in costante evoluzione, qualche consiglio pratico può essere d'aiuto", e il SafeSearch che, quando è attivo, elimina automaticamente dai risultati delle ricerche la maggior parte dei contenuti per adulti. Gli obiettivi e le modalità d'azione del progetto saranno illustrate il prossimo 20 ottobre in un convegno previsto a Roma. 15 ottobre 2015
  • “Crescere in digitale": un progetto di Ministero del Lavoro, Google e Unioncamere per gli iscritti a Garanzia Giovani

    Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, in collaborazione con Google e Unioncamere, lancia “Crescere in Digitale”, un progetto che punta a formare giovani in cerca di occupazione attraverso training online e sul territorio focalizzata sulle competenze digitali, e a inserirli nel mondo del lavoro attraverso tirocini formativi nelle imprese italiane. L'iniziativa si inserisce nell’ambito del programma “Garanzia Giovani”. Il progetto è stato presentato oggi nella Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio, alla presenza di Giuliano Poletti, Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Giorgia Abeltino, Head of Public Policy di Google in Italia, e Ferruccio Dardanello, Presidente di Unioncamere. “Crescere in Digitale” prende spunto dal successo del progetto “Made in Italy: Eccellenze in Digitale”, portato avanti da Google e Unioncamere, che per avvicinare le PMI italiane al web ha formato oltre 100 giovani e li ha incaricati di svolgere attività di sensibilizzazione ai temi del digitale, coinvolgendo oltre 20mila imprese in tutta Italia. Attraverso l’iniziativa “Crescere in Digitale” agli oltre 500mila ragazzi iscritti a Garanzia Giovani verrà offerta l’opportunità di seguire un percorso formativo definito dal Comitato scientifico del progetto, per acquisire competenze digitali strategiche per l'inserimento nel mondo del lavoro. Il programma prevede:
    • Formazione online: un percorso formativo di almeno 50 ore, erogato su una piattaforma offerta da Google, i cui contenuti vengono identificati e certificati dal Comitato Scientifico del progetto. A conclusione del percorso formativo, attraverso un test online verranno selezionati i giovani che potranno partecipare ai laboratori di gruppo locali.
    • 120 laboratori di gruppo locali (ciascuno di 50 persone) per avviare i giovani a un tirocinio oppure ad attività imprenditoriale. Organizzati da Unioncamere coinvolgendo le associazioni di imprese, i laboratori potranno avere un focus tematico-settoriale oppure territoriale.
    • fino a 3000 tirocini in aziende tradizionali da avvicinare al digitale, organizzazioni d’impresa, agenzie web, grandi imprese. I tirocini avranno durata di 6 mesi e saranno retribuiti (500€ al mese) attraverso un finanziamento del programma “Garanzia Giovani”. Nessun costo ricadrà sulle imprese ospitanti, che anzi riceveranno un bonus fino a 6.000 euro, in caso assumano il giovane dopo il tirocinio. Già da oggi le imprese interessate possono esprimere il loro interesse ad ospitare un tirocinante sul sito www.crescereindigitale.it compilando l’apposita domanda. Le attività dei tirocinanti saranno supportate, monitorate e coordinate in tempo reale attraverso una community di esperti.
      “Questo progetto rappresenta un esempio significativo delle azioni che stiamo portando avanti per rafforzare e qualificare il programma Garanzia Giovani, nel segno dell’innovazione e di un ampliamento delle opportunità che vogliamo offrire ai ragazzi che si registrano - ha dichiarato Giuliano Poletti, Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali. "Siamo convinti che un intervento formativo di qualità, che punta a far acquisire ai giovani competenze digitali anche attraverso tirocini nelle imprese, costituisca una leva essenziale per migliorare la loro occupabilità, che è l’obiettivo della Garanzia Giovani. Crediamo che ‘Crescere in digitale’ costituisca, inoltre, un esempio positivo di collaborazione tra istituzioni e soggetti privati che è fondamentale per rendere più agevole l’accesso dei giovani al mercato del lavoro”. “Da tempo siamo impegnati in progetti che favoriscano la digitalizzazione delle imprese tradizionali del Made in Italy e siamo convinti che i giovani siano gli abilitatori naturali di questa transizione - ha dichiarato Giorgia Abeltino, Head of Public Policy di Google in Italia - Di recente, a Bruxelles, abbiamo confermato il nostro impegno a formare 1 milione di cittadini europei sulle competenze digitali entro il 2016. Con questo spirito, insieme al Ministero del Lavoro e Unioncamere presentiamo ‘Crescere in digitale’ e investiamo per offrire formazione dedicata ai giovani senza occupazione con l'obiettivo di inserirli nel mondo del lavoro e al tempo stesso aiutare le imprese a utilizzare al meglio gli strumenti dell'economia digitale”. “Aiutare i giovani a trovare occupazione, utilizzandoli come veicolo dell’innovazione nel mondo delle imprese e del mercato del lavoro – ha sottolineato Ferruccio Dardanello, Presidente di Unioncamere – E’ questa l’idea fondamentale dell’iniziativa che lanciamo oggi e che affronta alcuni dei temi strategici sui quali Unioncamere e le Camere di commercio sono da tempo attivi: l’auto-imprenditorialità, l’orientamento, l’alternanza scuola- lavoro, l’incontro fra mondo della formazione ed esigenze delle imprese, l’avvicinamento fra domanda e offerta di lavoro, l’innalzamento della competitività delle imprese attraverso l’economia digitale e la proiezione sui mercati internazionali”.
    Eccellenze in digitale e Made in Italy: si rinnova il progetto Google-Unioncamere
    28 aprile 2015
  • 4° tappa del Progetto “Vivi Internet, Al Sicuro” a Salerno

    a cura della dott.ssa Benedetta Sabatino

    Si è svolta a Salerno l’8 novembre la seconda parte della quarta tappa del Progetto “Vivi Internet, al Sicuro”, promosso da Google, Polizia Postale, Altroconsumo e Accademia Italiana del Codice di Internet (Iaic).
    Il convegno, svoltosi presso l’Università degli Studi di Salerno, si è concentrato sul tema de “La tutela dei minori nel mondo digitale”.
    La prima parte dei lavori, intitolata “Una privacy dei minori? Disciplina del consenso e responsabilità genitoriale nel nuovo scenario digitale”, è stata introdotta e coordinata dal prof. Salvatore Sica, il quale ha preliminarmente affermato come simili iniziative siano necessarie per “evitare un utilizzo distorto di Internet, ponendosi all’interno di un percorso di educazione alla consapevolezza”.
    Il Public Policy Manager di Google, prof. Andrea Stazi, ha rimarcato l’importanza della privacy e della sicurezza in rete nonché della gestione dei dati personali. L’obiettivo è far sì che l’utente sia libero di gestire i propri dati ma anche di conoscere l’utilizzo di questi ultimi da parte dei gestori. Un’operazione che necessita di un aiuto da parte delle istituzioni attraverso significativi interventi legislativi. Un esempio è dato dal recente Regolamento generale sulla protezione dei dati personali (GDPR), che ha attribuito all’utente il diritto di cambiare operatore attraverso la previsione del c.d. diritto alla portabilità, strumento invero già previsto da Google sin dal 2011.
    Il prof. Sica, dopo una breve panoramica storica sul diritto alla privacy quale diritto della personalità ed inteso oggi come “diritto al controllo dei propri dati”, si è interrogato sulla eventualità di riconoscere ai minori una capacità d’agire anticipata, seppure "bisogna chiedersi fino a che punto tale capacità possa diventare consenso", tenendo conto della circostanza che in altri ordinamenti, come quello statunitense, il raggiungimento dei 13 anni è sufficiente per giustificare l’attività del minore sulle reti telematiche.
    Il prof. Giuseppe Spoto ha esaminato il nuovo Regolamento europeo evidenziando come esso abbia “riorganizzato l’intera disciplina della protezione dei dati personali introducendo numerosi aspetti positivi. Per i minori le soluzioni legislative sono però da considerarsi di carattere marginale. L’intervento normativo non appare univoco, con conseguenze sul piano delle tutele”. Infatti, la prospettiva che ormai vede “il minore non più inteso come oggetto di diritti, ma come soggetto” si pone in contrasto con le scelte del legislatore europeo, il quale ha dettato una disciplina del consenso diversificata in base all’età. In particolare, continua Spoto, il consenso del minore di 16 anni si considera lecito se prestato da chi abbia la responsabilità genitoriale del minore; gli Stati membri possono abbassare l’età fino a 13 anni. In ogni caso è indispensabile un raccordo con le norme civilistiche in base al tipo di accordo che s’intende sottoscrivere. Una norma frutto di un compromesso tra le esigenze di tutela degli interessi del minore e di quelli di chi ne ha la rappresentanza legale. Sorgono, così, i problemi riguardanti la responsabilità dei genitori, che va dalla culpa in eligendo alla culpa in vigilando e la contrapposizione sopravvenuta tra la volontà del genitore e quella del minore in merito al consenso dei dati personali. La soluzione del legislatore tiene in considerazione, infatti, il solo dato anagrafico, laddove attenzione particolare dovrebbe essere riservata all’autodeterminazione soprattutto in ambito sanitario. Il prof. Spoto ha poi concluso affrontando la problematica della revoca del consenso prima del raggiungimento del diciottesimo anno di età.
    La prof.ssa Papa ha dall'altra parte mosso le proprie considerazioni dal fatto che le Costituzioni democratiche sanciscano il diritto alla libera manifestazione del pensiero. L’art. 21 Cost. garantisce che tutti, anche i minori, possano esercitare tale diritto fondamentale. In rete, però, chi gestisce la libera manifestazione del pensiero, considera questo diritto come un diritto all’informazione. La maggiore problematica, allora, concerne la contrapposizione tra le due accezioni normative di tale libertà, soprattutto nel caso in cui chi pubblica un certo contenuto in rete voglia, in un successivo momento, rimuoverlo, poiché, ad esempio, non più rappresentativo della personalità del soggetto. In taluni casi, poi, il contenuto può diventare virale prima di riuscire ad azionare la tutela giurisdizionale. Il Regolamento Privacy prevede, all’art. 17, il diritto dell’interessato di ottenere dal titolare del trattamento la cancellazione dei dati personali che lo riguardano senza ingiustificato riguardo. Un passo avanti importante, poiché si ampliano i casi in cui il soggetto può richiedere la cancellazione”. L’esercizio del diritto sembra contrastare con il diritto all’informazione. “Declinato nei confronti del minore – evidenzia la prof.ssa Papa – bisogna chiedersi se i paletti che l’art. 17 del regolamento pone siano sufficienti a garantire il minore, il quale dovrebbe avere il diritto di richiedere in qualsiasi momento la rimozione del dato, senza che possa esservi un altro interesse in bilanciamento”.
    L’avv. Marco Berliri ha evidenziato che le difficoltà relative alla tutela della privacy dipendano non solo dall’avanzare del progresso tecnologico, ma anche dalla mancanza dei confini geografici che caratterizza la rete, dovendo fare i conti con “una realtà globale in cui gli ordinamenti sono diversi” e ognuno di essi propone differenti soluzioni legislative. Il consenso del minore, con l'entrata in vigore del GDPR, dovrà essere rivisitato alla luce della differenza normativa tra dettata da Europa e Stati Uniti. Si assiste, inoltre, al conflitto tra interesse del minore ed istanze dei genitori che richiedono l’accesso ai dati personali dei figli ed il controllo della loro attività on line. Il consenso del minore, però, inteso come diritto a disporre dei propri dati personali, “non può in alcun modo essere minato dalla richiesta del genitore. Sono entrambe istanze importanti, ma in questo caso, la prevalenza del consenso del genitore è rischiosa, dovendosi considerare il minore come soggetto attivo e non più passivo”.
    A concludere la prima parte dei lavori, il dott. Giorgio Giannone Codiglione, il quale, in un’ottica comparatistica ha rimarcato che l’art. 8 del GDPR rappresenta un vero e proprio esercizio di imitazione della section 6502 del Children's Online Privacy Protection Act of 1998 (COPPA), in vigore negli Stati Uniti dal 2000. L’intervento del legislatore europeo può dunque interpretarsi come un tentativo di uniformazione nella materia della tutela della privacy. “Da qualche anno la legge statunitense si applica non solo ai prestatori che operano per scopi commerciali ma a tutti i prestatori che offrono servizi “directed to children” e che raccolgono dati personali degli utenti, ma anche agli altri operatori che raccolgono consapevolmente dati personali da soggetti minori di anni 13, attraverso un portale web o un servizio reso on line. Secondo Giannone, ciò che emerge da una lettura più ad ampio spettro di questi nuovi interventi comunitari è che l'obbligazione di controllo gravante sul titolare della responsabilità genitoriale e collegata alla prestazione della manifestazione di volontà sul trattamento dei dati personali da parte del minore di anni 16 (o 13, a seconda della scelta legislativa operata dallo Stato Membro), si pone non solo in una prospettiva di integrità del consenso, trasparenza e chiarezza delle informazioni rese, ma agisce anche nell'ottica della garanzia di un effetto di deterrenza avverso le condotte pregiudizievoli, nonchè di incentivo ad un uso consapevole dei servizi della società dell'informazione da parte del minore. Il ruolo dei prestatori è sicuramente centrale in relazione alla permanenza (e quindi all'effettiva portata) del pregiudizio sulla rete, ma appare fuorviante discutere di funzioni di controllo aventi carattere preventivo, posto il fondamentale principio di cui all'art. 15 della dir. 2000/31/CE, che come è noto afferma l'assenza di un obbligo generale di sorveglianza. É quindi importante riaffermare il principio di responsabilità diretta dell'utente, come d’altronde rimarcato dalla Corte di Cassazione nella sentenza “Vividown” (Terza Sezione Penale n. 5107/2014) o, ancora più di recente ed in una prospettiva civilistica dal tedesco Bundesgerichtshof.
    Le nuove norme del Regolamento, pertanto, “potrebbero sì leggersi come l’affermazione di un diritto alla protezione dei dati personali del minore”, fonte di puntuali obblighi di informazione in capo ai prestatori, ma, alla luce di una lettura coordinata degli artt. 7, 8, 24 par. 1, 14 e 33 par. 1 della Carta dei diritti fondamentali dell'UE è “imprescindibile l’implementazione del grado di consapevolezza del minore attraverso l’apporto educativo e di orientamento fornito dal nucleo familiare”.
    La seconda parte dell’iniziativa, dal titolo “Uso e abuso della rete: educazione e protezione dei minori nella società dell’informazione”, è stata introdotta e coordinata dal prof. Virgilio D’Antonio che ha prima di tutto affermato che “il diritto, da solo, non riesce a disciplinare e definire il fenomeno di minori e del loro rapporto con il web, perciò sono necessari altri saperi che accompagnino il diritto e che creino nella società civile consapevolezza ed educazione nell’uso della rete, strumento formidabile di conoscenza ed informazione e, al contempo, fonte di rischi ed abusi. L’amplificazione delle possibilità può comportare l’amplificazione delle debolezze”.
    Tra i relatori del secondo panel anche l’on. Paolo Beni che ha presentato il disegno di legge sul bullismo ed il cyberbullismo, volto a contrastare tali fenomeni, rimarcando che sopratutto tale ultima fattispecie possa comportare conseguenze ancora più dannose in forza dell’assenza di limiti, andando oltre il dato anagrafico e colpendo anche gli adulti. La proposta di legge – prosegue Beni – è difatti rivolta non soltanto ai minori e mette in atto misure a tutela delle vittime di atti persecutori online, imponendo ai gestori dei siti di rimuovere i contenuti”. Il testo prevede in particolare che sia posta in essere una strategia di prevenzione da attuarsi soprattutto nelle scuole, formando il personale docente, con lo scopo di garantire una efficace conoscenza dei mezzi di comunicazione utilizzati dagli studenti.
    Il prof. Amoretti ha discusso anzitutto di un problema di “definizione delle categorie interessate dalle normative in questione per cui, inevitabilmente, le iniziative legislative riflettono la difficoltà d’individuare i destinatari della norma”. L’intervento continua riflettendo sul rapporto tra le grandi Corporation ed il potere statale, nonché sulla scarsa attenzione apprestata dalle istituzioni. “Il cambiamento culturale in atto, purtroppo, incide sula tutela della dignità umana, la quale può essere realmente attuata attraverso una ricostruzione delle fondamenta, che non possono rimanere instabili. Si deve dare visibilità al cambiamento culturale e tecnologico per poter intervenire con un’adeguata ed incisiva produzione normativa. Eventi come questo servono a riflettere la portata gigantesca del fenomeno. Si tratta di proteggere il destino delle nostre società, delle nostre generazioni future”.
    I lavori del convegno si sono chiusi con l’intervento del dott. Claudio Aletta, Direttore tecnico principale della Polizia Postale, il quale ha rimarcato come per un’efficace tutela dei minori in Internet è necessario educare i genitori all’uso del web e dei nuovi strumenti tecnologici. Soprattutto in riferimento alla pedopornografia, la Polizia Postale svolge un ruolo importante nella prevenzione di questo reato, apprestando qualsiasi strumento a sua disposizione per proteggere il minore. Il monitoraggio della rete è continuo e completo, ma inevitabilmente, si scontra con la fisiologica globalità di internet, rendendosi quindi indispensabile un raccordo con le forze di polizia internazionali e la collaborazione con i portali. Il fenomeno del cyberbullismo e gli abusi commessi in rete potrebbero essere evitati attraverso una maggiore consapevolezza dei genitori, i quali, attraverso strumenti idonei, possono indirizzare al meglio l’attività in rete dei figli. La Polizia di Stato, per raggiungere questi obiettivi, svolge costantemente una campagna informativa nelle scuole del territorio, per sensibilizzare i più giovani ed anche gli adulti. “Una maggiore informazione” conclude Aletta “serve a debellare la crescita di questi fenomeni”.
    Nel corso del convegno, inoltre, è stato presentato e sottoscritto il Protocollo d’Intesa “weBullo”, che ha visto la partecipazione del Magnifico Rettore dell’Università di Salerno prof. Aurelio Tommasetti, della prof.ssa Caterina Miraglia, Presidente della Fondazione Unisa, del Questore di Salerno, dott. Pasquale Errico, della dott.ssa Luisa Franzese, Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Campania e della dott.ssa Fabiola Silvestri, dirigente della Polizia Postale. Il Protocollo d’Intesa tende a promuovere una campagna di educazione e sensibilizzazione presso le scuole del territorio sui temi del cyberbullismo e dell’informazione e conoscenza consapevole della rete. Il rettore Tommasetti e la prof. Miraglia hanno entrambi messo in luce la necessità di partire dalle famiglie e dalle scuole per poter influire positivamente sull’utilizzo di Internet da parte delle nuove generazioni. Per la Miraglia “è indispensabile capire quale sia il meccanismo più rapido ed utile per addivenire ad una cittadinanza più consapevole e cosciente, così, tutto quello che appartiene al mondo del futuro, possa essere utilizzato nel senso migliore. Il Protocollo è il motore per creare condizioni di insegnamento reale e costante”. La dott.ssa Franzese ha rilevato il ruolo centrale della sinergia tra scuole ed università, al fine di creare un percorso completo nella formazione dei minori. Il Questore Errico ha infine aggiunto che per la repressione dei reati in rete è necessaria un’azione che veda impegnate tutte le istituzioni.

  • Acquisti in-app: Google corre ai ripari, Apple "dialoga" con le autorità. Il bilancio della Commissione Europea

    "In seguito a un gran numero di denunce presentate nei paesi dell'UE in merito agli acquisti all'interno di applicazioni (in-app) nei giochi on line, e in particolare gli acquisti inconsci fatti da bambini, le autorità nazionali si sono unite alla Commissione europea per cercare una soluzione". È così che la stessa Commissione Europea annuncia i risultati dell'azione coordinata di enforcement condotta nel Vecchio Continente in merito agli acquisti all'interno di applicazioni on line e di giochi sui telefoni cellulari. Una posizione comune concordata dalle autorità nazionali nell'ambito della rete di cooperazione in materia di tutela dei consumatori (CTC) e trasmessa nel dicembre 2013 ad Apple, Google e all'Interactive Software Federation of Europe richiedeva quanto segue:
    • i giochi pubblicizzati come "gratuiti" non devono fuorviare i consumatori sui costi reali in questione;
    • i giochi non devono contenere inviti diretti ai bambini ad acquistare articoli nell'ambito di un gioco o persuadere gli adulti ad acquistarli per i bambini;
    • i consumatori devono essere adeguatamente informati sulle condizioni di pagamento degli acquisti e non dovrebbero vedersi addebitare importi in base a un'impostazione predefinita di pagamento senza aver fornito il loro consenso esplicito;
    • i commercianti devono fornire un indirizzo di posta elettronica per consentire ai consumatori di contattarli se hanno dubbi o rimostranze.
      Attraverso il meccanismo di cooperazione per la tutela dei consumatori stabilito dalle norme dell'UE, Apple, Google e le pertinenti associazioni di categoria sono stati invitati a predisporre in tutta l'UE soluzioni concrete alle obiezioni sollevate. "Google - spiega la Commissione - ha deciso di apportare diversi cambiamenti. L'implementazione in corso sarà completata entro la fine di settembre 2014. Ad esempio, non comparirà affatto l'espressione gratis quando i giochi contengono acquisti in-app, è previsto lo sviluppo di orientamenti mirati all'indirizzo degli sviluppatori di app per prevenire l'esortazione diretta ai bambini quale definita dalla normativa dell'UE e sono previste misure scaglionate nel tempo per contribuire a monitorare le palesi violazioni della legislazione consumeristica dell'UE. Google ha anche adattato le sue impostazioni predefinite per far sì che i pagamenti siano autorizzati prima di qualsiasi acquisto all'interno di applicazioni, a meno che il consumatore non scelga attivamente di modificare tali impostazioni". Per quanto riguarda Apple, invece, la Commissione sottolinea che "anche se la purtroppo la compagnia non ha finora prospettato soluzioni concrete e immediate per affrontare le preoccupazioni legate, in particolare, all'autorizzazione di pagamento, ha espresso il proponimento di affrontare tali problematiche. Tuttavia, per la realizzazione di questi eventuali cambiamenti futuri non sono stati forniti né un fermo impegno, né un calendario specifico. Le autorità CTC continueranno le discussioni con Apple per assicurare che l'azienda fornisca dettagli specifici sui cambiamenti richiesti e li ponga in atto conformemente alla posizione comune". Le autorità di contrasto degli Stati membri e la Commissione europea hanno anche invitato le associazioni di sviluppatori di giochi on line e le rispettive piattaforme a riflettere sulle misure concrete che potrebbero adottare per affrontare le questioni sollevate nella posizione comune, tra cui la possibilità di adottare linee guida o standard che tengano conto del regolamento sulla cooperazione in materia di tutela dei consumatori (CTC). L'enforcement, tra cui le eventuali azioni legali, compete alle autorità nazionali che esamineranno ora come affrontare le eventuali questioni legali pendenti. "L'industria - chiosa la Commissione - ha sottoscritto una serie di impegni al fine di tener conto delle preoccupazioni dei consumatori. Questa azione ha accresciuto la fiducia dei consumatori nel settore in rapida crescita delle app". "È la prima azione di enforcement di questo tipo che vede la Commissione europea e le autorità nazionali riunire i loro sforzi - ha dichiarato Neven Mimica, Commissario dell'UE responsabile per la Politica dei consumatori - Sono lieto di constatare che si stanno producendo risultati tangibili. Questo è un aspetto importante per i consumatori, e in particolare per i bambini che devono essere meglio protetti quando giocano online. Questa azione ha costituito inoltre una preziosa esperienza per la riflessione in corso su come organizzare meglio l'attuazione dei diritti dei consumatori nell'Unione. Essa ha dimostrato che la cooperazione si ripaga e contribuisce a migliorare la protezione dei consumatori in tutti gli Stati membri". Il Vicepresidente Neelie Kroes, responsabile per l'Agenda digitale, ha aggiunto: "La Commissione è estremamente aperta all'innovazione nel settore delle app. Gli acquisti all'interno di applicazioni sono un modello commerciale legittimo, ma è essenziale che i realizzatori di app comprendano e rispettino la normativa dell'UE allorché sviluppano questi nuovi modelli commerciali". LEGGI "App di giochi: l’Antitrust avvia istruttoria nei confronti di Google, iTunes, Amazon e Gameloft" "'App gratuite e pagamenti nascosti', Altroconsumo segnala Apple e Google all’Agcm" 18 luglio 2014
  • Antipirateria, il ministro della Cultura inglese avverte Google, Microsoft e Yahoo: "Basta link a siti illegali"

    "Abbiamo scritto insieme al ministro del Commercio Vince Cable a Google, Microsoft e Yahoo chiedendo loro di lavorare con noi per eliminare i risultati di ricerca che rimandano le persone a siti illegali, e voglio essere chiaro in merito: se non dovessimo vedere progressi reali, saremmo pronti a prendere iniziative legislative". La stoccata ai titolari dei motori di ricerca arriva da Sajid Javid, ministro della Cultura inglese, in un intervento davanti all'assemblea generale della British Phonographic Industry (BPI). "Stando ai dati dell'OFCOM - ha affermato Javid - in un solo trimestre dello scorso anno quasi duecento milioni di brani sono stati consumati illegalmente. Un numero enorme, al quale si sommano i 100 milioni di giochi, film e libri piratati nello stesso periodo. So che molti affermano che il genio della Proprietà Intellettuale sarebbe uscito dalla bottiglia e sarebbe ormai impossibile rimetterlo dentro, ma io non sono d'accordo: la violazione di copyright è un furto, puro e semplice, ed è per noi vitale lavorare per ridurne la portata lavorando con le industrie creative affinché alla repressione non si affianchi un soffocamento della libertà creativa e della circolazione dei contenuti". Si conferma dunque l'attivismo  in chiave antipirateria delle istituzioni britanniche, che in attesa di sviluppi in merito al Digital Ecnomy Act (Dea) hanno inanellato, nell'ultimo anno, una serie di iniziative. Nel settembre 2013 il premier David Cameron nominava Mike Weatherley come special advisor sui temi della proprietà intellettuale, mentre era da poco diventata operativa la London Police Intellectual Property Crime Unit (Pipcu), subito distintasi per diverse azioni ad effetto. [caption id="attachment_10380" align="alignright" width="350"]Sajid Javid Sajid Javid[/caption] E proprio sulla Pipcu Javid ha speso parole di elogio: "Abbiamo dato alla Unit 2,5 milioni di sterline di finanziamento ed è la prima al mondo nel suo genere. Gli agenti stanno lavorando al fianco di organizzazioni come la BPI sulla Infringing Website List, un elenco che identifica i siti che deliberatamente e costantemente violano il copyright, così da permettere proprietari di brand di evitare la pubblicità sui loro spazi. Un progetto pilota ha visto calare del 12% la pubblicità in arrivo da grandi marchi, quelli che finiscono per dare un aspetto di legittimità a siti illegali. È un piccolo primo passo, ma col tempo fornirà un valido strumento per rendere le violazioni di copyright un business molto meno redditizio, e questo è il modo migliore per fermare i pirati". Parole che ribadiscono dunque la strategia del follow the money a più riprese rilanciata dallo stesso Weatherley. "I truffatori del copyright non amano la musica - ha chiosato Javid - ma i soldi. Toglietegli quelli e gli avrete tolto la ragion d'essere. Ma è un percorso nel quale le istituzioni e l'industria devono avere l'appoggio e la partnership degli operatori tecnologici come Google, Microsoft e Yahoo". Poche settimane fa nel Regno Unito ricevuto il battesimo ufficiale Creative Content Uk, partnership varata tra Internet Service Provider d’oltre Manica e industria dell’intrattenimento che prevede una campagna mediatica di sensibilizzazione affiancata all'invio di copyright alert in base ai quali gli abbonati ai provider britannici riceveranno un avviso quando tramite il loro account verranno messe in atto violazioni di diritto d’autore. Le missive saranno accompagnate dall’indicazione di spazi nei quali fruire di materiale legale. LEGGI Antipirateria, dalla polizia di Londra nuove lettere ai registar: “Riconsiderate il rapporto con chi infrange la legge” Antipirateria, copyright alert anche nel Regno Unito Antipirateria, l’appello della polizia di Londra agli inserzionisti: “Non finanziate certi siti”. Intanto crescono le violazioni da mobile Pirateria in Uk, l’advisor di Cameron: “Il bastone nei confronti degli Internet Service Provider che agevolano l’illegalità 3 settembre 2014
  • Antitrust Ue, Google: "Aumentare la qualità non è anticoncorrenziale"

    "Abbiamo sempre lavorato per migliorare i nostri servizi e creare nuove modalità con le quali fornire risposte più accurate e mostrare annunci più utili. Crediamo che le conclusioni preliminari espresse dalla Commissione europea siano errate da un punto di vista fattuale, giuridico ed economico, e che il nostro lavoro aumenta le possibilità di scelta per i consumatori e crea opportunità per le aziende di tutte le dimensioni". È così che Google, in un blogpost firmato da Kent Walker, Senior Vice President e General Counsel della compagnia, presenta la risposta ufficiale allo statement of objection che la Commissione europea ha recapitato a Mountain View nell'aprile scorso in merito a un presunto abuso di posizione dominante in ambito eCommerce. Sotto la lente dell'Antitrust continentale c'è il servizio che, al fianco dei classici risultati di ricerca, mostra una finestra con annunci a pagamento riferiti a prodotti e relativi prezzi, permettendo di acquistare direttamente all'interno di Google Shopping; questo, a detta della Commissione, minerebbe la concorrenza distraendo il traffico dagli aggregatori. "Nello statament of objection - prosegue il post - non si tengono in considerazione i benefici per consumatori e inserzionisti, e non si fornisce una chiara teoria giuridica per collegare le affermazioni alla soluzione proposta. Inoltre, non si considera l’impatto di servizi come Amazon ed eBay, che si sono ritagliati una fetta di traffico molto più grossa rispetto agli annunci di Google Shopping". "Negli ultimi 10 anni -  afferma Kent - Google ha indirizzato oltre 20 miliardi di clic gratuiti verso gli aggregatori di online shopping nei paesi interessati dalla comunicazione della Commissione, con un aumento del 227% del traffico organico. E il traffico totale è aumentato ancora di più. Le modalità con le quali le persone cercano, confrontano e acquistano sono in rapida evoluzione; nel fornire risultati sapevamo dunque che avevamo bisogno di andare oltre il modello 10 link blu per tenere il passo con i nostri concorrenti e servire meglio i nostri utenti e inserzionisti. Abbiamo sviluppato nuovi modi per organizzare le informazioni sui prodotti e presentare in formati maggiormente utili e fruibili gli annunci. Per questi motivi nel 2012 abbiamo introdotto la Google Shopping Unit, e non pensiamo questo formato sia anticompetitivo, anzi, i dati ci dimostrano che è un approccio del quale si avvantaggiano sia gli inserzionisti che gli utenti". "La Commissione - continua Kent - propone come soluzione l'inserimento nei nostri spazi pubblicitari di annunci provenienti da alte compagnie, un approccio che rischia di pregiudicare la qualità e la pertinenza dei nostri risultati di ricerca. Inoltre, nella nostra risposta al sob l'ex Presidente del Tribunale dell’Unione Europea Bo Vesterdorf spiega perché un tale obbligo possa essere giustificato solo laddove una società abbia un obbligo di fornitura di un servizio ai suoi concorrenti, perché magari controlla un input essenziale e al contempo non disponibile altrove, come può essere per il gas o l'elettricità; uno standard che non può applicarsi in questo caso alla luce delle tante modalità con le quali si possono raggiungere i consumatori su Internet". A corredo del post è stato anche diffuso un video nel quale alcuni ingegneri di Google ripercorrono "17 anni di preziose innovazioni". 27 agosto 2015
  • Antitrust Ue: la Commissione invia una comunicazione degli addebiti a Google sui servizi di acquisti comparativi e apre un'indagine formale su Android. Mountain View: "Pronti a sostenere le nostre ragioni. Android ha contribuito a portare maggiore scelta e innovazione nel mobile come mai prima"

    La Commissione europea ha inviato a Google una comunicazione degli addebiti riguardante un presunto abuso di posizione dominante da parte dell'azienda sui mercati dei servizi generali di ricerca online nello Spazio economico europeo (SEE). "Google - afferma la Commissione in una nota - favorirebbe sistematicamente il proprio prodotto per gli acquisti comparativi nelle sue pagine generali che mostrano i risultati delle ricerche. In via preliminare la Commissione ritiene che tale comportamento violi le norme antitrust dell'UE limitando la concorrenza e danneggiando i consumatori". L'invio della comunicazione degli addebiti non incide sull'esito dell'indagine. La Commissione ha inoltre formalmente avviato un'indagine antitrust distinta sul comportamento di Google relativo al sistema operativo mobile Android. "L'indagine - spiega Bruxelles - rivelerà se Google abbia concluso accordi anticoncorrenziali o se abbia abusato di un'eventuale posizione dominante nel campo dei servizi operativi, applicazioni e servizi per i dispositivi mobili intelligenti". Il Commissario europeo per la politica di concorrenza Margrethe Vestager ha dichiarato: "Obiettivo della Commissione è applicare le norme antitrust dell'UE per garantire che le imprese operanti in Europa, ovunque si trovi la loro sede, non privino i consumatori europei della più ampia scelta possibile o non limitino l'innovazione. Nel caso di Google, sono preoccupata che l'impresa abbia accordato un vantaggio sleale al proprio servizio di acquisti comparativi in violazione delle norme antitrust europee. Google ha ora l'opportunità di convincere la Commissione del contrario. Tuttavia, se l'indagine dovesse confermare i nostri timori, Google dovrebbe affrontare le conseguenze giuridiche e cambiare il suo modo di operare in Europa. Ho inoltre avviato un'indagine formale antitrust sulla condotta di Google relativa a sistemi operativi, applicazioni e servizi mobili. Smartphone, tablet e dispositivi analoghi rivestono un ruolo sempre più importante nella vita quotidiana di molte persone, e voglio essere certa che i mercati in questo settore possano svilupparsi senza alcuna restrizione anti-concorrenziale imposta da qualche azienda". A titolo preliminare, la Commissione ritiene che Google debba accordare lo stesso trattamento ai propri servizi di acquisto comparativo e a quelli dei concorrenti. La società ha ora l'opportunità di rispondere entro dieci settimane agli addebiti della Commissione e di chiedere un'audizione formale. A parere della Commissione, nel complesso le precedenti proposte di impegni presentate da Google non erano sufficienti a dissipare le preoccupazioni in materia di concorrenza. Sul fronte Android, la maggior parte dei produttori di smartphone e di tablet usano il sistema operativo in combinazione con una serie di applicazioni e servizi proprietari di Google: essi stipulano così accordi con Google per ottenere il diritto di installarne le applicazioni sui loro dispositivi Android. "L'indagine approfondita della Commissione esaminerà se Google abbia violato le norme antitrust dell'UE impedendo lo sviluppo e l'accesso al mercato di sistemi operativi, applicazioni e servizi mobili concorrenti, a danno dei consumatori e delle società di sviluppo di servizi e prodotti innovativi". Mountain View - La reazione della compagnia californiana non si è fatta attendere ed è stata affidata a due post sul blog ufficiale. Nel primo, firmato da Amit Singhal, Senior Vice President di Google Search, si sottolinea come già nel 2010, al momento dell'acquisizione del fornitore di servizi di ricerca di voli ITA, "svariate aziende che si occupano di viaggi online (come Expedia, Kayak e Travelocity) avevano intrapreso, senza successo, azioni di lobby con i regolatori negli Stati Uniti e nell’Unione Europea per bloccare l’operazione, sostenendo che la nostra capacità di mostrare direttamente opzioni dei voli avrebbe tolto loro traffico e danneggiato la concorrenza online. Quattro anni dopo, è chiaro che le loro ipotesi di danni si sono rivelate non vere. Come ha recentemente fatto notare il Washington Post, Expedia, Orbitz, Priceline e Travelocity costituiscono oggi il 95% del mercato dei viaggi online in US. La situazione in Europa è simile". A dimostrazione di tale tesi viene fornito un grafico relativo ai siti di viaggi tedeschi: [caption id="attachment_16005" align="aligncenter" width="650"]Source: ComScore MMX and Google data (for Google), desktop traffic, unique visitors (‘000s) Source: ComScore MMX and Google data (for Google), desktop traffic, unique visitors (‘000s)[/caption] "Per quanto Google possa essere il motore di ricerca più usato - prosegue il post - le persone oggi possono trovare e accedere alle informazioni in molti modi diversi ed è provato che le pretese di danni ai consumatori e ai concorrenti non centrano il bersaglio. Le persone oggi hanno più scelte di quante ne abbiano mai avute in passato". "Se guardate allo shopping - un’area sulla quale ci sono state molte denunce e su cui la stampa ha ampiamente suggerito che la Commissione Europea si sarebbe focalizzata nel suo Statement of Objection - è chiaro che c’è molta concorrenza (anche da parte di Amazon e eBay, due dei più grandi siti di shopping del mondo) e il servizio Google Shopping non ha danneggiato la concorrenza". Altri tre grafici sono portati a sostegno di questo punto di vista: [gallery ids="16007,16006,16008"]   "Qualunque economista - afferma Singhal - vi direbbe che non si vede molta innovazione, né nuovi attori o investimenti in settori nei quali la concorrenza è stagnante, o in settori che sono dominati da un unico attore. E invece questo è esattamente quello che sta succedendo nel nostro mondo. Zalando, il sito tedesco di shopping, si è quotato nel 2014, con una delle IPO di aziende tech più grandi che ci siano mai state in Europa. Aziende come Facebook, Pinterest e Amazon hanno investito su propri servizi di ricerca e motori di ricerca come Quixey, DuckDuckGo e Qwant hanno attratto nuovi finanziamenti. Assistiamo all’innovazione nella ricerca vocale e alla crescita degli assistenti di ricerca - e altro arriverà. E’ per questo che, rispettosamente ma con determinazione, dissentiamo dalla necessità di emettere uno Statement of Objection e siamo pronti a sostenere le nostre ragioni nelle prossime settimane". Per quanto attiene il mobile, "oggi, 7 minuti su 8 spesi su mobile sono spesi all’interno delle app. In altre parole, le persone si rivolgono a qualsiasi sito o app che risulti più utile e non devono affrontare nessun ostacolo né alcun costo per passare da uno all’altro. Yelp, per esempio, ha dichiarato agli investitori che ottiene più del 40% del traffico direttamente dalla propria app mobile. Insomma, per quanto in qualche modo possa essere lusinghiero venire definiti dei ‘gatekeeper’, i fatti non lo avvalorano". Nel secondo post Hiroshi Lockheimer, VP of Engineering di Android, afferma così che il robottino verde "ha contribuito a portare maggiore scelta e innovazione nel mobile come mai prima". "Android è stato un attore chiave per incentivare concorrenza e scelta, portando ad una riduzione dei prezzi e offrendo maggiore scelta a chiunque. La Commissione Europea ha posto delle domande sui nostri accordi di partnership. E’ importante ricordare che questi avvengono su base volontaria e, lo ricordiamo ancora una volta, si può usare Android senza Google fornendo ugualmente benefici agli utenti Android, agli sviluppatori e all’ecosistema in generale". "Siamo grati per il successo riscosso da Android e comprendiamo bene che con il successo arriva anche lo scrutinio - conclude Lockheimer - ma non è solo Google ad aver beneficiato del successo di Android. Il modello Android ha portato i produttori a competere sulle loro innovazioni uniche. Gli sviluppatori oggi possono raggiungere vasti pubblici e costituire business solidi. I consumatori hanno una scelta senza precedenti, a prezzi sempre più bassi. Attendiamo di discutere queste temi in maggiore dettaglio con la Commissione Europea nel corso dei prossimi mesi". 15 aprile 2015
  • App di giochi: l'Antitrust avvia istruttoria nei confronti di Google, iTunes, Amazon e Gameloft

    L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm) ha deciso di avviare un’istruttoria nei confronti di due società del gruppo Google, di Itunes, la filiale di Apple che gestisce gli iTunes store in Europa, di Amazon e Gameloft, società che sviluppa e pubblica videogiochi scaricabili da Internet, in merito alle app che "appaiono gratuite ai consumatori e che invece richiedono acquisti successivi per poter continuare a giocare". "Il procedimento - spiega l'Antitrust - dovrà verificare se questi comportamenti costituiscano pratiche commerciali scorrette: i consumatori potrebbero essere indotti a ritenere, contrariamente al vero, che il gioco sia del tutto gratuito e, comunque, non sarebbero messi in grado di conoscere preventivamente gli effettivi costi dello stesso. Sussisterebbero, inoltre, carenze informative circa gli strumenti per escludere o limitare la possibilità di acquisti all’interno dell’App e le relative modalità di attivazione". A segnalare all'Authority queste pratiche era stata, a metà aprile, l'associazione Altroconsumo, la quale spiegava: “Si chiamano acquisti in-app perché fatti all’interno del gioco stesso, ma si tratta di acquisti veri e propri con addebiti reali sulle carte di credito; sono di fatto previsti da un gran numero di app (soprattutto giochi) che si possono scaricare (all’apparenza gratuitamente) dall’Apple Store e da Google Play. Si tratta però di una pratica commerciale aggressiva, vietata dal Codice del Consumo, soprattutto se si pensa che la maggior parte di questi giochi sono destinati ai bambini”. LEGGI " 'App gratuite e pagamenti nascosti', Altroconsumo segnala Apple e Google all'Agcm" 16 maggio 2014
  • Assoluzione definitiva nel caso Google-Vividown per il motore di ricerca, breve commento alla sentenza

    di Michele Castello I giudici hanno effettuato una ricostruzione dettagliata del quadro normativo interno di riferimento, analizzando gli articoli di interesse non solo del Codice Privacy (d.lgs. 196/2003) ma anche del d.lgs. 70/2003 relativo alle disposizioni sul commercio elettronico enucleando i seguenti concetti fondamentali:
    • non sussiste, in capo ad un Internet Service Provider, anche qualora lo stesso sia qualificabile come hosting provider, un obbligo di sorveglianza dei dati immessi da terzi sul sito da lui gestito; né sussiste in capo allo stesso alcun obbligo sanzionato penalmente di informare il soggetto che ha immesso i dati (uploader) dell'esistenza e della necessità di fare applicazione delle norme contenute nel Codice della Privacy;
    • è necessario specificare i limiti di interazione tra i concetti di “trattamento” e di “titolare del trattamento”: mentre il primo è un concetto ampio, comprensivo di ogni operazione che abbia ad oggetto dati personali indipendentemente dai mezzi e dalle tecniche utilizzati, il concetto di "titolare" è, invece, assai più specifico, perché si incentra sull'esistenza di un potere decisionale in ordine alle finalità, alle modalità del trattamento di dati personali e agli strumenti utilizzati;
    • pertanto, Google è pienamente definibile come Internet Hosting Provider e, come affermato anche nella Sentenza della Corte di Giustizia europea nella causa /12, tale soggetto è riconducibile alla categoria dei titolari del trattamento di dati solo laddove incida direttamente sulla struttura degli indici di ricerca, ad esempio favorendo o rendendo più difficile il reperimento di un determinato sito;
    • nel caso di specie, quindi, il titolare del trattamento dei dati caricati sul sito Google Video è l’utente (uploader) che li ha caricati, in quanto l'essere titolare del trattamento deriva dal fatto concreto che un soggetto abbia scelto di trattare dati personali per propri fini; con la conseguenza che la persona che può essere chiamata a rispondere delle violazioni delle norme sulla protezione dei dati è il titolare del trattamento e non, invece, il mero hosting provider;
    Con il deposito odierno, quindi, i giudici della terza sezione penale della Corte di Cassazione hanno reso noti i motivi della conferma della sentenza della Corte di Appello di Milano che il 21 dicembre 2012 aveva assolto i tre manager di Google Italy dall’accusa di trattamento illecito di dati, punita dall’art. 167 Codice Privacy. Queste in sintesi le motivazioni dell’assoluzione dei tre (ex) manager di Google Italy, accusati di essere penalmente responsabili per aver violato la privacy di un minorenne disabile maltrattato in un video caricato sul servizio di hosting Google Video nell’estate del 2006. Tali conclusioni, secondo la Cassazione non sono obiettabili alla luce del dato, posto a fondamento di uno dei motivi di ricorso del PG, che l'art. 1, comma 2, lettera b) del d.lgs. n. 70 del 2003 prevede espressamente che non rientrano nel campo di applicazione della normativa sul commercio elettronico le questioni relative al diritto alla riservatezza, con riguardo al trattamento dei dati personali nel settore delle telecomunicazioni. Invero, secondo la Suprema Corte, tale clausola ha la sola funzione di chiarire che la tutela dei dati personali è disciplinata da un corpus normativo diverso da quello sul commercio elettronico; corpus normativo che rimane applicabile in ambito telematico anche in seguito all'emanazione della normativa sul commercio elettronico. Infine, ritenendo tali argomentazioni sufficienti per la conferma dell’assoluzione disposta con la sentenza impugnata, i giudici di legittimità lasciano poco spazio alle considerazioni in merito all’elemento soggettivo del reato, limitandosi ad evidenziare come il dolo del reato di cui all’art. 167 Codice Privacy non sia ravvisabile laddove, come nel caso di specie, oltre ad esservi la mancanza di un obbligo generale di sorveglianza, non sia individuabile la conoscenza, in capo al provider Google, deldato sensibile contenuto nel video caricato dagli utenti. 5 febbraio 2014
  • Break-up dei motori di ricerca: il voto simbolico e i pericoli di una misura eccezionale

    "L'organo politico non ha il potere di far rispettare un break-up, ma è un chiaro messaggio ai regolatori europei: bisogna essere inflessibili con Google". È così che la BBC riassume il significato del voto con il quale l'Europarlamento ha approvato una risoluzione non vincolante con la quale si prevede la separazione delle attività dei motori di ricerca da quelle commerciali, con l'obiettivo, a detta dei sostenitori del provvedimento, di favorire la concorrenza nel settore. "Simbolico" è il termine scelto anche dal New York Times, che in un articolo di James Kanter indica nel "risentimento europeo verso il gigante tecnologico americano" il frame entro il quale leggere la vicenda, una chiave interpretativa che fa il paio con quanto sottolineato dal Financial Times: "È una risoluzione sdentata ma arriva al termine di una settimana torrida per Google in Europa e in coincidenza con le richieste franco-tedesche di approfondire il ruolo degli Over the top americani nel mercato dell'Unione per la messa a punto di misure antitrust in grado di garantire parità di condizioni agli operatori del Vecchio continente". LEGGI Digital Single Market, il Prof. Gambino (IAIC): “Cautela nella separazione tra motori di ricerca e servizi commerciali. L’unbundling priva l’Europa di competitività” "Chi ha paura del grande e cattivo motore di ricerca?", domanda l'Economist parlando di una Googlefobia dell'Europarlamento e chiosando che "Google è chiaramente in posizione dominante, ma l'abuso di tale posizione è un altro paio di maniche. E molti degli strumenti che il motore di ricerca mette a disposizione e che ledono gli interessi dei suoi concorrenti garantiscono un beneficio agli utenti-consumatori. Inoltre, gli utenti hanno una sostanziale libertà di passare da un servizio all'altro, e per quanto sia forte un effetto di rete esso è comunque temporaneo e flessibile. Più in generale, l'atteggiamento nelle regolazioni antitrust nel mondo online dovrebbe essere meno rigido rispetto a quello offline, perché nei nuovi spazi le barriere all'ingresso nel mercato sono minori e le acquisizioni dei nuovi soggetti da parte dei grandi operatori è una dinamica che favorisce una sempre maggiore fioritura di start up. I monopoli in ambito tecnologico non sono eterni e le dinamiche innescate dal mobile e dai nuovi sistemi di ricerca mediati dai social network lo stanno già dimostrando". E se per Lucio Scudiero "Google avrebbe tutte le ragioni legali per opporsi alle richieste di separazioni coatte", Mario Mariniello di Bruegel mette in evidenza che "la proposta ha un difetto fondamentale: affronta la questione dal punto di vista dei concorrenti di Google e non di quello degli utenti finali. Dell'unbundling beneficerebbero solo i primi. Inoltre, il messaggio inviato ad ogni azienda Google-like sarebbe che il proprio business un giorno potrebbe essere improvvisamente interrotto". La presa di posizione del Parlamento non sembra tuttavia impressionare il Commissario Ue alla Digital Economy Günther Oettinger, il quale ha espresso la sua contrarietà all'ipotesi di scorporo definendo una tale misura più adatta ad un'economia pianificata che a una di mercato. "È importante notare che l'applicazione della legge dell'antitrust Ue deve restare indipendente dalla politica", ha invece tuonato il portavoce del commissario alla Concorrenza Margarethe Vestager, aggiungendo che "è obbligo della Commissione rispettare i diritti di tutte le parti e restare neutrale e giusta: questi sono valori cruciali della legge sulla Concorrenza". Di sicuro c'è che la mossa dell'Europarlamento non è stata affatto apprezzata oltreoceano; già nelle ore precedenti al voto feroci polemiche erano state sollevate da esponenti politici e associazioni statunitensi in un clima di alta tensione che non impedisce analisi puntuali come quella proposta a caldo da Stefano Riela della Tarxies Consulting: "Il Parlamento invita la Commissione ad un'applicazione decisa delle norme della concorrenza. Nella forma è irrituale l'intromissione del Parlamento in un caso ancora aperto. Nella sostanza, forse in passato la Commissione si è dimostrata poco decisa nell’applicare le norme antitrust o c'è rischio di debolezza con il caso Google?", prima di sottolineare che nella risoluzione "non si spiega se la separazione debba essere funzionale, strutturale o proprietaria ma, se deve essere un intervento risolutivo valido nel lungo periodo, non può che trattarsi di una separazione proprietaria. Quindi la Commissione, grazie ad una base giuridica creata ad hoc, dovrebbe intervenire con una scure in virtù del fatto che il motore di ricerca di Google sia un essential facility, con una rilevanza superiore a quella che ha la rete ferroviaria e la rete di telefonia; mercati in cui, nonostante palesi violazioni della concorrenza, nessun regolamento ha mai imposto una separazione societaria". 28 novembre 2014
  • Brevetti, scontro fra titani: "Rockstar" contro Google

    Il consorzio che comprende Microsoft, Apple, BlackBerry, Sony ed Ericsson ha citato in giudizio BigG e i suoi partner per le presunte violazioni dei brevetti acquistati dopo la bancarotta della telco canadese Nortel rockstarbidcoSecondo ArsTechnica è uno scontro legale che trasforma la "guerra dei brevetti" in "conflitto atomico". Una definizione che, a guardare il motivo del contendere e le parti in causa, difficilmente appare esagerata. Il consorzio "Rockstar", che annovera tra i suoi componenti giganti come Microsoft, Apple, BlackBerry, Sony ed Ericsson ha infatti mosso sette azioni legali contro Google e i suoi partner in una corte federale nel distretto orientale del Texas. Motivo del contendere sono i brevetti che il consorzio stesso acquistò nel 2011 dalla telecom canadese Nortel, finita in bancarotta due anni prima. Migliaia di "patent" che coprono tutti i campi relativi alle tecnologie wireless 4G e che costarono 4,5 miliardi di dollari. Un tesoro sul quale aveva puntato le sue attenzioni la stessa Google, salvo vedersi superare dai concorrenti nell'acquisizione. BigG sconta ora una nuova beffa, accusato di aver violato con il suo sistema operativo mobile Android sette dei brevetti contesi. In particolare, le violazioni contestate si riferiscono al sistema "Associative Search Engine". Insieme a Google, il collettivo di querelanti ha chiamato in causa Asustek, HTC, Huawei, LG Electronics, Pantech, Samsung e ZTE. Sarah Reedy su LightReading fa notare che, anche alla luce del fatto che Google ha il suo bagaglio di brevetti derivanti dalla recente acquisizione di Motorola, questa azione legale è destinata ad aprire uno scenario giudiziario lungo e complesso, in una scala finora mai sperimentata e per nulla al sicuro da "rappresaglie".
  • Contenuti video e rete: la terza rivoluzione di Internet

    Il nuovo rapporto ITMedia Consulting sul Video on Demand in Europa di Augusto Preta È ormai evidente che stiamo entrando nella terza fase di sviluppo di Internet, resa possibile dalla convergenza di una serie di dinamiche consumer driven e caratterizzata in particolare da ubiquità della connessione, adozione della banda larga e ultra larga, accesso mobile Internet ed evoluzione dei dispositivi mobili. Contenuti video e rete- la terza rivoluzione di internetQuesta tendenza crescerà esponenzialmente nei prossimi anni rappresentando il driver di sviluppo di molte industrie, non solo quelle della comunicazione, legate all’economia digitale: la cosiddetta sharing economy (o app economy). Tra gli aspetti più rilevanti: cloud computingInternet of things, big data, ecc. Tale evoluzione caratterizza appunto la terza fase dello sviluppo di Internet dopo quella rappresentata dal World wide web e dal Web 2.0 (Internet partecipativo e reti sociali), in conseguenza della diffusione della larga (e ultra larga) banda (LTE, 5G, fibra ottica). In questo contesto, il video funge da motore del cambiamento, favorendo la diffusione di reti e servizi sempre più performanti, in grado di soddisfare le crescenti aspettative dei consumatori, attraverso la diffusione dei nuovi servizi a richiesta. In tal senso l’anno da poco trascorso ha visto un radicale cambiamento d’approccio finalmente anche in Europa, con l’ingresso massiccio da parte dei molti broadcaster e fornitori di servizi video in genere nell’arena competitiva. L’obiettivo si è focalizzato in primo luogo sul mantenimento della customer satisfaction anche in ambiente IP, legato soprattutto alla Quality of Service, come condizione fondamentale per garantire prodotti competitivi e un effettivo value for money. Questa tendenza ha riguardato ad esempio accordi di content delivery, come quella tra Orange e Akamai (principale operatore di CDN al mondo) in Francia e relazioni impensabili solo poco tempo fa, come l’accordo tra Netflix e Virgin Media nel Regno Unito. Inoltre negli ultimi mesi è stato un susseguirsi di annunci e lanci di servizi in tutta Europa, che hanno al centro Internet e la broadband Tv. L’accordo Telecom Italia/ Sky segna un passo importante proprio in questa direzione e si lega ad altri fattori significativi, emersi negli ultimi mesi nel resto del continente. Nelle tlc europee si è avviata infatti una nuova fase di sviluppo il cui driver è la banda ultra larga, attraverso il rilancio della domanda, grazie ai servizi video e alla pay-Tv. In Spagna l’acquisizione di Canal Plus, incumbent pay tv satellitare, da parte di Telefonica segue ulteriori acquisizioni di servizi di tv a pagamento da parte delle telco, insieme a fusioni / integrazioni tra fisso e mobile, tlc e cavo, oltre ad accordi di condivisione delle infrastrutture. Nel Regno Unito British Telecom ha acquisito un ruolo di primo piano nell’evoluzione del contesto competitivo nazionale, soprattutto con lo sviluppo della fibra ottica (FTTC). Oltre ad essere presente nell’offerta gratuita, ha fatto il suo ingresso nella Tv a pagamento, attraverso l’acquisto dei diritti delle principali manifestazioni sportive per quasi £ 2 miliardi: Champions League, diritti esclusivi su tutti gli incontri, per il triennio 2015/18 per £ 900 milioni; Premier League, diritti su due pacchetti, per il triennio 2016/19 per £ 960 milioni. Vodafone a sua volta ha sviluppato una serie di operazioni e fusioni a livello europeo, che hanno al loro centro l’integrazione fisso / mobile, l’ingresso nel settore della cable tve il lancio dell’offerta quadruple play sia nel fisso che nel mobile, con al centro la televisione e il video. Liberty Media, il principale operatore via cavo in Europa, dopo l’acquisizione di Virgin Media (incumbent via cavo nel Regno Unito) ha acquisito ulteriori canali e operatori televisivi via cavo nel nord Europa (Ziggo in Olanda su tutti). Alla luce dunque dei fenomeni appena descritti, ITMedia Consulting prevede che nei prossimi anni si assisterà fin dal 2015 in Europa all’esplosione dei servizi video, con una crescita consistente e superiore alle attese nei prossimi tre anni in particolare del video on demand. In tal senso, dopo l’affermazione e il consolidamento avvenuto negli Usa, la diffusione anche in Europa delle offerte di VOD sarà trainata dai seguenti fattori: lo sviluppo delle reti a ultra broadband in fibra ottica sia via reti telco nelle sue varie modalità (FTTH, FTTC, ecc), sia via cavo (Docsis 3.1); lo sforzo e gli incentivi a livello europeo e dei singoli paesi in ambito nazionale di raggiungere gli obiettivi previsti dall’Agenda Digitale (penetrazione della banda larga e ultra larga); il mutato atteggiamento dei fornitori dei contenuti tradizionali (produttori e broadcaster) sottoposti alla crescente competizione dei grandi operatori globali; l’esplosione dei servizi video in streaming e su terminali mobili; lo sviluppo delle offerte in 4k e 8k; il graduale e inarrestabile passaggio di tutta la produzione a utilità ripetuta (film e serie) sulle reti broadband. In particolare ciò che emerge con evidenza è il consolidamento di alcuni modelli di business in specifiche aree (in particolare Regno Unito e Nord Europa), soprattutto attraverso servizi di Subscription VOD, che iniziano a competere direttamente con le dominanti pay-Tv nazionali. A ciò si aggiunge l’ingresso anche al resto d’Europa di nuovi attori globali, a cominciare da Netflix, in aree finora meno soggette alla competizione, in assenza di sufficiente penetrazione della banda larga (in particolare nel Sud Europa); il consolidamento, attraverso fusioni e acquisizioni, da parte dei grandi operatori di telecomunicazioni e via cavo (es. Vodafone, BT, Orange, Telefonica e Liberty Media) attraverso l’offerta quadruple play, integrando voce, dati con accesso a Internet fisso e mobile e video (Tv); un più elevato grado di competizione tra broadcaster, telco, OTT (Netflix e in prospettiva anche Amazon, Apple e Google) sullo stesso o su diversi modelli di business (Francia e Germania in primis); accesso diretto attraverso acquisizione dei diritti live a contenuti premium sportivi in esclusiva, a cominciare dal calcio (campionato nazionale e Champions League) in grado di accrescere la domanda di dati e il traffico sulle reti (Regno Unito e Spagna). Inoltre, se nel 2014 il video entertainment ha rappresentato negli Usa circa il 60% del consumo di banda, con Netflix a farla da padrone (35% in download nei momenti di maggior consumo) è altrettanto chiaro che il modello di business ad esso collegato, lo SVOD, rappresenta la tipologia di offerta dominante destinata ad estendersi rapidamente anche in Europa, dove la competizione con Amazon, iTunes e con i broadcaster appare oltremodo accesa e destinata ad allargarsi nei prossimi mesi. In prospettiva, dunque, il rapporto ITMedia Consulting prevede una tendenza a un superamento dell’attuale fase, caratterizzata comunque da notevole dinamismo, nella quale si confrontano tuttavia diversi business model, che porterà non solo a un sostanziale incremento dei ricavi, ma anche a un maggiore consolidamento dei modelli di finanziamento, in particolare sotto forma di abbonamenti. Successivamente una parte più consistente dei ricavi, soprattutto nei paesi dove lo SVOD si è già affermato (Regno Unito e Nord Europa in particolare), proverrà dalla diretta sostituzione tra le diverse forme di offerta pay (cord-cutting e cord-shaving), con una crescente guerra dei prezzi e un possibile consolidamento del settore. Ciò determinerà in tutti i casi entro il 2018 impatti significativi e dirompenti su tutta l’industria televisiva europea e della pay-Tv in particolare, allo stesso modo di quanto avvenuto in passato per gli altri comparti dell’industria dei media. In questo scenario, ITMedia Consulting stima che il totale delle entrate da servizi VOD in Europa Occidentale raggiungerà i 2.140 milioni di euro alla fine del 2015, con 823 milioni generati da abbonamenti SVOD e 760 milioni da pubblicità AVOD. Il resto da servizi di TVOD (pagamento per singolo prodotto e acquisti video on line sell through). In seguito l’offerta a pagamento in SVOD continuerà ad acquistare rilevanza e i ricavi complessivi raggiungeranno i 3.580 milioni di euro nel 2018, con una crescita media annua del 22% e lo SVOD rappresenterà la componente a maggiore sviluppo del comparto, con un CAGR del 34%. A livello geografico il Regno Unito continuerà a rappresentare la best practice nel settore, soprattutto per quanto riguarda i ricavi da SVOD. Germania e Francia (particolarmente attive nel TVOD) seguiranno, con dinamiche di crescita molto interessanti nei prossimi anni. Più in ritardo i paesi dell’Europa del Sud, tra cui Italia e Spagna, dove le problematiche infrastrutturali e dunque di accessibilità ai contenuti online rappresentano uno dei maggiori colli di bottiglia. In questi Paesi in tutti i casi ITMedia Consulting prevede livelli di crescita superiori a quelli dei big 3.
    Netflix, la conferma ufficiale: "Il servizio sarà disponibile in Italia a partire da ottobre 2015"
    8 giugno 2015
  • Crescere in digitale - Roma, 28 aprile 2015

    Crescere in digitale
  • De-indicizzazione risultati di ricerca: a novembre gli URL esaminati da Google aumentano di 2700 al giorno. Mentre arrivano le linee guida dei Garanti europei

    Sono in costante aumento le richieste di de-indicizzazione che arrivano a Google a seguito della sentenza con la quale, nel maggio, scorso, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che i cittadini del Vecchio Continente hanno il diritto di chiedere ai motori di ricerca di rimuovere determinati risultati associati al proprio nome. I numeri sono quelli fotografati nel Transparency Report della compagnia di Mountain View, nel quale viene tenuto il conto delle “Richieste di rimozione di risultati di ricerca ai sensi delle leggi europee sulla privacy”. Al 1 dicembre il numero di URL esaminati dalla compagnia toccava quota 625.116, frutto di 178.119 segnalazioni; gli stessi valori il 20 ottobre scorso erano rispettivamente 510.994 e 152.463. Una crescita media quotidiana di circa 2700 indirizzi sotto la lente del motore di ricerca californiano, in un trend che sembra anch'esso in aumento; nella seconda metà di ottobre, infatti, la crescita media quotidiana degli URL esaminati si fermava a 1500 unità. LEGGI Per l’Italia respinte più di tre richieste su quattro  googletransparencydeindicizzazionelink2_12_14 E mentre anche Microsoft (leggi Bing) e Yahoo hanno iniziato a rimuovere risultati di ricerca, il Working Group Art. 29, il Gruppo che raccoglie tutte le Autorità per la privacy europee, ha dato seguito agli annunci della scorsa settimana diffondendo le Linee guida sull'applicazione della sentenza della Corte di Gisutizia. Tra i 13 criteri contenuti nel documento, spicca quello secondo il quale la de-indicizzazione, per garantire un'effettivo rispetto del quadro disegnato dalla CGUE, non può essere confinata alle divisioni europee dei motori di ricerca. Si affrontano inoltre le questioni relative ai disclaimer presentati dai search engine in merito alla possibilità che i risultati possono essere incompleti a causa di precedenti rimozioni e alla notifica di de-indicizzazione inviata alla fonte originaria. Sul primo versante, i Garanti affermano che "tale pratica è accettabile solo se le informazioni sono presentate in modo tale che gli utenti non possono, in ogni caso, concludere che un particolare individuo ha chiesto la de-indicizzazione dei risultati che lo riguardano". Sul secondo fronte, invece, si afferma che "i motori di ricerca non dovrebbero di default informare i webmaster degli spazi che hanno originariamente pubblicato le informazioni de-indicizzate"; tuttavia, "in alcuni casi i motori di ricerca potrebbero voler contattare l'editore originale in relazione alla particolare richiesta prima di qualsiasi decisione di cancellazione dall'elenco, al fine di ottenere ulteriori informazioni per la valutazione delle circostanze della richiesta stessa". LEGGI Il search in continuo movimento: i protagonisti di un mercato in evoluzione  Diritto all’oblio: cosa non possiamo chiedere a Google. Considerazioni sull’applicazione della sentenza della Corte di Giustizia Diritto all’oblio, “che fare se Google dice no”. Autorità europee al lavoro su criteri comuni Diritto all’oblio, Google ascolta gli esperti. E i nodi restano da sciogliere Pizzetti: “Sentenza CGUE non è su diritto all’oblio. Ma pone questioni fondamentali su evoluzione normativa” Data protection e diritto all’oblio, il Commissario Reicherts: “Dibattito distorto da detrattori. Adottare subito nuove è più forti tutele sulla protezione dei dati” "Diritto all'oblio, Google "interrogato" dai Garanti privacy europei. Accolta la metà delle richieste. In attesa di linee guida condivise" Privacy e diritto all’oblio, il gestore di un motore di ricerca online è responsabile del trattamento da esso effettuato dei dati personali che appaiono su pagine web di terzi. Montuori (Garante Privacy): “Consonanza con direzione intrapresa dall’Autorità”. Google: “Decisione deludente, sopresi differisca da Advocate General” "Google e diritto all’oblio, Giuseppe Busia (Garante Privacy): 'Stabilito un principio sulla competenza territoriale'. Il Prof. Gambino: 'Richiesta ai motori di ricerca è tutela estrema e subordinata, ma aspetti positivi per tutela delle fragilità' " "Uno, nessuno e centomila: tra reputazione online e diritto all’oblio. Montuori (Garante Privacy): 'Importante capire il diritto alla contestualizzazione dell’informazione' " 2 dicembre 2014