DIMT.IT - governo

  • "Come usare il web per costruire consenso e stimolare la partecipazione?", la ricetta di Gianluca Giansante

    di Marco Ciaffone Dal rifiuto per i media tradizionali in favore di una presunta comunicazione all digital che ha accompagnato l'ascesa del Movimento 5 Stelle fino al più recente lancio di un hashtag, #MatteoRisponde, tramite il quale il Presidente del Consiglio Matteo Renzi intende interagire con i cittadini, sono ormai innumerevoli gli esempi che ben descrivono come la necessità di veicolare il messaggio politico attraverso Internet e le piattaforme di interazione sociale sia ormai considerato un dato di fatto per chiunque si candidi, o ricopra già, una carica istituzionale. comunicazionepoliticagiansanteMa la quantità equivale a qualità? Detto in altre parole: quanto la sempre maggiore presenza nei meandri della rete da parte degli attori politici equivale ad un accrescimento del consenso, ad un maggiore rapporto di fiducia con gli elettori e, forse ancor più importante, ad un salto di qualità della partecipazione online e offline alla vita politica da parte dei cittadini? È a queste domande che prova a rispondere Gianluca Giansante, responsabile comunicazione e relazioni digitali con i cittadini della Regione Lazio e insegnante alla School of Government della LUISS “Guido Carli”, nel suo libro "La comunicazione politica online. Come usare il web per costruire consenso e stimolare la partecipazione", edito da Carocci Editore. "Il testo - spiega l'autore - nasce per rispondere a una esigenza dei politici sul web; tutti i politici e le organizzazioni politiche hanno un profilo sulle varie piattaforme online: la quasi totalità è presente su Facebook, molti hanno un sito, una buona parte ha un canale YouTube o un account Twitter. Ma essere in rete non vuol dire saperla usare con efficacia. Quasi tutte le ricerche - prosegue Giansante - in questo ambito dimostrano che il potenziale della comunicazione online viene sfruttato molto poco dai politici, non solo in Italia ma anche in altri paesi; in molti casi mettono in atto comportamenti che sono addirittura controproducenti”. Il volume si concentra così su un'analisi del comportamento dei politici italiani sulla rete, sul loro uso dei social network, dei loro siti e sulle modalità di interazione con i cittadini.
    La maggior parte dei politici, infatti usa il web come se fosse in televisione: parla, racconta la propria opinione, ma non ascolta e non interagisce con gli altri. E, se lo fa, non riesce a essere convincente: litiga, s’infuria, polemizza e a volte arriva addirittura a insultare i cittadini. Insomma, nonostante la grande diffusione del web, manca una solida cultura su come utilizzare la rete per creare e consolidare consenso politico".
    "Basti citare un solo dato - continua l'autore - secondo uno studio recente condotto nel corso delle campagne elettorali del 2012, il 72,5% dei politici non risponde alle mail che riceve dai cittadini. Per chi pensasse che si tratti di una caratteristica tutta italiana, di un indice del nostro ritardo culturale, è utile sottolineare che si tratta di una ricerca condotta su sette paesi: Australia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Spagna e Stati Uniti". L’autore ribalta alcuni luoghi comuni sul web, rifuggendo dal tecno-utipismo che sembra sempre più spesso alimentare una retorica sui poteri salvifici della rete; agli aspetti critici del rapporto tra politica e nuove forme di comunicazione si affianca così una pragmatica serie di suggerimenti che nascono da un mix tra l’approccio scientifico e l’esperienza sul campo nella gestione di una campagna elettorale. Giansante mostra, ad esempio, che la rete non rende le campagne più automatizzate e distanti ma fornisce gli strumenti per farle diventare più vicine e più umane, per rimettere le persone e i rapporti diretti al centro del processo politico, finendo per fornire chi lavora nella comunicazione, non solo in ambito politico, ma anche istituzionale, sociale e aziendale un utile strumento per la gestione delle piattaforme digitali. [*] Questo intervento è inserito in “Occhio di riguardo: la comunicazione tra tecnologia, mercato e diritto”, rubrica affidata a Gianfrancesco Rizzuti, docente di Relazioni Pubbliche Economiche e Finanziarie all’Università Europea di Roma, con la collaborazione, tra gli altri, di Marco Ciaffone. La rubrica tratterà di temi economici, giuridici e tecnologici, prendendo spunto dall’attualità o da pubblicazioni, ma sempre con un occhio (di riguardo) alla comunicazione. 29 aprile 2014
  • "Governo societario, azioni a voto multiplo e maggiorazione del voto" - Milano, 6 novembre 2014

    Il modulo per la prenotazione è disponibile a questo link.
  • "I modelli del governo societario e la revisione legale dei conti in Italia", Davide Rossetti

    Copertina I modelli del governo societario e la revisione legale dei conti in Italia   copertina Governo societario e revisione dei conti in Italia
  • Agenda Digitale: quello che si vede, quello che serve alla Pa e l'equivoco sulla WebTax

    La governance e le priorità già indicate dal nuovo Governo di Matteo Renzi insieme ai nodi che andrebbero sciolti per traghettare la Pubblica Amministrazione italiana in una nuova era. L'analisi su Radio Radicale con Federica Meta, giornalista del Corriere delle Comunicazioni, Roberto Scano, presidente di IWA Italia, e Andrea Lisi, presidente di Anorc [caption id="attachment_5318" align="alignright" width="300"]Ascolta il podcast della puntata del 2 marzo 2014 Ascolta il podcast della puntata del 2 marzo 2014[/caption] Alla fine ha scelto se stesso. Il presidente del Consiglio dei ministri Matteo Renzi ha licenziato una squadra di viceministri e sottosegretari tra i quali non figura alcuna specifica delega per l'Agenda Digitale, con il vertice dell'Esecutivo che dovrebbe quindi accentrare la governance delle politiche sull'innovazione e un più canonico incarico di sottosegretario alle Telecomunicazioni e frequenze affidato all'ex vicesindaco di Prato Antonello Giacomelli, che prende così il posto di Antonio Catricalà al Mise.
    Uno scenario che apre sostanzialmente a due letture. La prima, meno probabile, è che la mancanza di una delega specifica per l'Agenda sottintenda una scarsa attenzione per queste tematiche da parte del presidente del Consiglio; la seconda, più probabile, è invece che proprio alla luce della centralità che le politiche sul digitale rivestono per il futuro Matteo Renzi abbia deciso di occuparsene in prima persona, magari circondandosi di esperti della materia.
    Questo secondo punto di vista sembra trasparire anche dalle parole di chi alla vigilia delle nomine era stato indicato come probabile incaricato alle issues dell'Agenda, il deputato democratico Paolo Coppola: "È noto quanto il premier tenga a questi temi, quindi mi aspetto che settimana prossima ci dica in che modo voglia tenerli sotto l'attenzione del Governo. Andiamo avanti, senza arrenderci", ha dichiarato a caldo Coppola.
    L'analisi e la ricognizione di ciò che già si intravede e dei nodi che dovranno quanto prima essere sciolti dal nuovo Esecutivo è andata in onda nella puntata del 2 marzo di “Presi per il Web“, trasmissione di Radio Radicale condotta da Marco PerducaMarco Scialdone e Fulvio Sarzana con la collaborazione di Marco Ciaffone Sara Sbaffi. Ospiti dell'appuntamento Federica Meta, giornalista del Corriere delle Comunicazioni, Roberto Scano, presidente della International Webmaster Aassociation (IWA) Italia, e Andrea Lisi, presidente dell'Associazione Nazionale per Operatori e Responsabili della Conservazione Digitale (Anorc). "Renzi sull'Agenda Digitale si gioca un po' la faccia - ha esordito Meta - era già una parta corposa del suo piano presentato alle primarie e l'idea è proseguire in parte sulla strada tracciata dal Governo Letta sotto due punti di vista. Il primo è quello della governance, e dunque mantenere il controllo dei progetti digitali sotto il cappello di Palazzo Chigi; il secondo è iniziare quel percorso sui tre progetti chiave di identità digitale, fatturazione elettronica e anagrafe digitale. A questo Renzi ha intenzione di aggiungere un respiro più politico,  trasformare quella che è una lista di cose da fare in un'idea di Paese, tanto che il dossier sulle politiche digitali è stato affidato al suo uomo di fiducia Graziano Delrio". "Inoltre - ha proseguito Meta - c'è da parte del nuovo presidente del consiglio una grande attenzione alle startup, tanto che la sua prima uscita pubblica sia andato a visitare una startup veneta. Per facilitare la loro diffusione intende lanciare un grande piano industriale che porti ad una revisione della fiscalità per creare un ambiente più favorevole alle nuove imprese". Intanto il consiglio dei ministri dello scorso venerdì ha preso già un'importante decisione stabilendo l'abolizione della WebTax, la norma voluta dal deputato del Partito Democratico Francesco Boccia e la cui attuazione è stata rinviata poco prima della caduta del Governo Letta, salvo poi rischiare di diventare operativa già da sabato. La scorsa settimana, infatti, la mancata approvazione del decreto Salva Roma ha messo in pericolo l'emendamento che, appunto, posticipava l'entrata in vigore di una norma che avrebbe imposto agli operatori dell'online advertising di fornirsi di partita Iva italiana. LEGGI "Webtax, il dibattito si infiamma a ridosso del passaggio in Senato" Matteo Renzi su Twitter ha rimandato la discussione sulle misure in materia di tassazione degli operatori online ad un contesto di normazione europeo. E lo ha fatto rispondendo ad un cinguettio di Scano.   Ma nelle scorse ore l'abrogazione è stata messa in dubbio in quanto nella delega fiscale ci sarebbero gli strumenti che obbligherebbero il Governo alla reintroduzione di una norma simile. "Non è così - ha affermato il presidente di IWA Italia - l'articolo 9 della delega fiscale dice esclusivamente che bisognerà prevedere un qualcosa sulla tassazione di tutte le attività transnazionali, e dunque non solo dell'online, a seguito anche di decisioni in sede europea e tenendo conto di esperienze internazionali. Un ampio respiro sia in termini di tempo che geografici". "Certo - ha chiosato Scano - aspetto a vedere effettivamente il testo del decreto per capire se è stata abrogata tutta la WebTax o solo il comma 33, il cosidetto 'comma Boccia'" . Il dibattito ha virato verso la dematerializzazione dei processi della Pubblica Amministrazione con l'intervento di Lisi: "Sembrerebbe la volta buona, perché dal 6 giugno sarà impossibile non fatturare elettronicamente verso la Pa. Quello che mi rende perplesso nei confronti di questo progetto è che se l'infrastruttura sarà pronta per quella data, potrebbe non esserlo il processo di alfabetizzazione dei professionisti, dei fornitori e dell'apparato umano della Pa. Soprattutto perché occorre contezza di quello che realmente significa fatturare verso la Pa, che non è solo produrre un documento fiscale, ma produrre un documento che deve essere conservato con tutte le caratteristiche e gli accorgimenti che gli permettano di garantire loro valore legale". "Importante il discorso sui datacenter - ha continuato Lisi - che a sentire Agostino Ragosa, commissario dell'Agenzia per l'Italia Digitale, avrebbero dovuto essere centralizzati e messi in rete. Un discorso che come tanti altri è stato cavalcato in termini di principi e normative generali, ma non abbiamo norme tecniche che garantiscano una reale traduzione nella realtà di questi buoni propositi. Parliamo da anni di tematiche che non hanno mai trovato questa traduzione normativa". "Se vogliamo fare l'Agenda Digitale, anche solo nella sua versione più semplificata, il tema sul piatto è lo switch off della Pubblica Amministrazione - ha chiosato Meta - è questo il presupposto per poi attuare tutte le altre misure". "Rendiamoci conto - ha affermato Scano - che anche gran parte del mondo industriale non è alfabetizzato al digitale. Se non creiamo la necessità all'imprenditore di innovare il suo rapporto con la Pa non si va da nessuna parte. Occorre introdurre una vera e propria cultura del digitale che permetta ai privati di non vivere la digitalizzazione delle procedure come una imposizione, ma percepirla come un bisogno a apprezzarne i vantaggi". LEGGI "La staffetta Letta-Renzi: cosa resterà dell'Agenda Digitale?" Immagine in home page: agendadigitale.eu 3 marzo 2014
  • Antipirateria, il ministro della Cultura inglese avverte Google, Microsoft e Yahoo: "Basta link a siti illegali"

    "Abbiamo scritto insieme al ministro del Commercio Vince Cable a Google, Microsoft e Yahoo chiedendo loro di lavorare con noi per eliminare i risultati di ricerca che rimandano le persone a siti illegali, e voglio essere chiaro in merito: se non dovessimo vedere progressi reali, saremmo pronti a prendere iniziative legislative". La stoccata ai titolari dei motori di ricerca arriva da Sajid Javid, ministro della Cultura inglese, in un intervento davanti all'assemblea generale della British Phonographic Industry (BPI). "Stando ai dati dell'OFCOM - ha affermato Javid - in un solo trimestre dello scorso anno quasi duecento milioni di brani sono stati consumati illegalmente. Un numero enorme, al quale si sommano i 100 milioni di giochi, film e libri piratati nello stesso periodo. So che molti affermano che il genio della Proprietà Intellettuale sarebbe uscito dalla bottiglia e sarebbe ormai impossibile rimetterlo dentro, ma io non sono d'accordo: la violazione di copyright è un furto, puro e semplice, ed è per noi vitale lavorare per ridurne la portata lavorando con le industrie creative affinché alla repressione non si affianchi un soffocamento della libertà creativa e della circolazione dei contenuti". Si conferma dunque l'attivismo  in chiave antipirateria delle istituzioni britanniche, che in attesa di sviluppi in merito al Digital Ecnomy Act (Dea) hanno inanellato, nell'ultimo anno, una serie di iniziative. Nel settembre 2013 il premier David Cameron nominava Mike Weatherley come special advisor sui temi della proprietà intellettuale, mentre era da poco diventata operativa la London Police Intellectual Property Crime Unit (Pipcu), subito distintasi per diverse azioni ad effetto. [caption id="attachment_10380" align="alignright" width="350"]Sajid Javid Sajid Javid[/caption] E proprio sulla Pipcu Javid ha speso parole di elogio: "Abbiamo dato alla Unit 2,5 milioni di sterline di finanziamento ed è la prima al mondo nel suo genere. Gli agenti stanno lavorando al fianco di organizzazioni come la BPI sulla Infringing Website List, un elenco che identifica i siti che deliberatamente e costantemente violano il copyright, così da permettere proprietari di brand di evitare la pubblicità sui loro spazi. Un progetto pilota ha visto calare del 12% la pubblicità in arrivo da grandi marchi, quelli che finiscono per dare un aspetto di legittimità a siti illegali. È un piccolo primo passo, ma col tempo fornirà un valido strumento per rendere le violazioni di copyright un business molto meno redditizio, e questo è il modo migliore per fermare i pirati". Parole che ribadiscono dunque la strategia del follow the money a più riprese rilanciata dallo stesso Weatherley. "I truffatori del copyright non amano la musica - ha chiosato Javid - ma i soldi. Toglietegli quelli e gli avrete tolto la ragion d'essere. Ma è un percorso nel quale le istituzioni e l'industria devono avere l'appoggio e la partnership degli operatori tecnologici come Google, Microsoft e Yahoo". Poche settimane fa nel Regno Unito ricevuto il battesimo ufficiale Creative Content Uk, partnership varata tra Internet Service Provider d’oltre Manica e industria dell’intrattenimento che prevede una campagna mediatica di sensibilizzazione affiancata all'invio di copyright alert in base ai quali gli abbonati ai provider britannici riceveranno un avviso quando tramite il loro account verranno messe in atto violazioni di diritto d’autore. Le missive saranno accompagnate dall’indicazione di spazi nei quali fruire di materiale legale. LEGGI Antipirateria, dalla polizia di Londra nuove lettere ai registar: “Riconsiderate il rapporto con chi infrange la legge” Antipirateria, copyright alert anche nel Regno Unito Antipirateria, l’appello della polizia di Londra agli inserzionisti: “Non finanziate certi siti”. Intanto crescono le violazioni da mobile Pirateria in Uk, l’advisor di Cameron: “Il bastone nei confronti degli Internet Service Provider che agevolano l’illegalità 3 settembre 2014
  • Banda ultralarga e Crescita Digitale, dal Consiglio dei ministri il via libera alle strategie

    Un piano di investimenti fino a 12 miliardi di euro in 7 anni, di cui 6 miliardi pubblici, volti a "massimizzare la copertura entro il 2020 da un punto di vista infrastrutturale, raggiungendo come minimo gli obiettivi definiti per il secondo pilastro dell’Agenda Digitale Europea, cioè Internet in ultrabroadband ad almeno 100 Mbps per almeno il 50% della popolazione come utente, con un 100% dei cittadini che abbiano la copertura a 30 Mbps. Ma dandosi come obiettivo del piano il raggiungimento dei 100 Mbps fino all’85% dei cittadini". Sono le principali indicazioni contenute nella "Strategia Italiana per la Banda Ultralarga" approvata nel Consiglio dei ministri di martedì insieme alla "Strategia per la Crescita Digitale" 2014-2020. I due piani, definiti dall’Agenzia per l’Italia digitale e dal Ministero dello Sviluppo Economico sotto il coordinamento della Presidenza del Consiglio, "mirano a colmare il ritardo digitale del Paese sia sul fronte infrastrutturale che su quello di servizi che ne rendano appetibile l’utilizzo e la sottoscrizione di abbonamenti in ultrabroadband. L’Italia - spiega Palazzo Chigi - nel 2014 risultava ancora il Paese con la minor copertura di reti digitali di nuova generazione in Europa, sotto la media europea di oltre 40 punti percentuali per l’accesso a più di 30 Mbps, un 20% di copertura, contro il 62% europeo; con la prospettiva di giungere solo nel 2016 al 60% di copertura a 30 Mbps e in assenza di piani di operatori privati per avviare la copertura estensiva a 100 Mbps". Banda Ultralarga Il nuovo piano nazionale per la Banda Ultralarga si propone "un mix virtuoso di investimenti pubblici e privati. Qualora i privati investiranno in misura uguale al pubblico, l’obiettivo che si può raggiungere è superiore a quello minimo europeo". Tra le misure previste dal Governo figurano dunque agevolazioni tese ad abbassare le barriere di costo di implementazione, semplificando e riducendo gli oneri amministrativi; il coordinamento nella gestione del sottosuolo attraverso l’istituzione di un Catasto del sotto e sopra suolo che garantisca il monitoraggio degli interventi e il miglior utilizzo delle infrastrutture esistenti; l'adeguamento agli altri Paesi europei dei limiti in materia di elettromagnetismo; incentivi fiscali e credito a tassi agevolati nelle aree più redditizie per promuovere il “salto di qualità”; incentivi pubblici per investire nelle aree marginali; la realizzazione diretta di infrastrutture pubbliche nelle aree a fallimento di mercato. Le risorse pubbliche a disposizione sono i fondi europei FESR e FEASR, il Fondo di Sviluppo e Coesione, per complessivi 6 miliardi, a cui si sommano i fondi collegati del Piano Juncker. "Dall’impegno, più o meno significativo, da parte dei privati - chiosa l'Esecutivo - dipenderanno in parte i risultati per la copertura nei 4 cluster individuati dal Piano sul territorio italiano, in base a caratteristiche simili ma con costi e complessità di infrastrutturazione crescenti. Infatti le sole risorse pubbliche non saranno sufficienti per sviluppare una rete estesa di nuova generazione (fino all’85% della popolazione collegato ad almeno 100 Mbps). La soluzione individuata dalla Strategia è quella di un sistema articolato di nuove regole, che accompagni alla migrazione, progressiva e concordata, verso la nuova rete in fibra ottica. Una serie di misure ad hoc verranno inserite in un provvedimento specifico: il servizio digitale universale, un fondo di garanzia, voucher di accompagnamento alla migrazione verso la fibra ottica e convergenza di prezzo per i collegamenti in fibra ottica realizzati con sovvenzioni statali, al prezzo dei collegamenti in rame". Clusters Crescita Digitale Il piano nazionale per la banda ultralarga è sinergico alla Strategia per la Crescita Digitale, la quale "ha un carattere dinamico, per essere capace di adattarsi progressivamente agli scenari nel periodo di riferimento 2014-2020, e punta alla crescita digitale di cittadini e imprese, anche utilizzando le leve pubbliche. Integrerà in modo sussidiario quanto realizzato in fase di realizzazione sia nel settore pubblico, sia nel settore privato; deve realizzarsi una piena sinergia con altre strategie pubbliche in essere, sia di pertinenza del governo nazionale sia di competenza regionale, per mettere utilmente a sistema obiettivi, processi e risultati". Tra gli obiettivi che si pone:
    • obbligo dello switch-off nella Pubblica Amministrazione: digital First, con il superamento della tipologia tradizionale di fruizione dei servizi al cittadino; percorso di centralizzazione della programmazione e della spesa, monitoraggio delle modalità e tempistiche;
    • nuovo approccio architetturale basato su logiche aperte, standards, interoperabilità e architetture flessibili, user-centered;
    • trasparenza e condivisione dei dati pubblici (dati.gov.it);
    • nuovi modelli di Partnership Pubblico/Privato;
    • coordinamento di tutti gli interventi di trasformazione digitale;
    • la diffusione di cultura digitale e lo sviluppo di competenze digitali in imprese e cittadini;
    • un approccio architetturale basato su logiche aperte e standard, che garantiscano accessibilità e massima interoperabilità di dati e servizi;
    • soluzioni volte a stimolare la riduzione dei costi e migliorare la qualità dei servizi, contemplando meccanismi di remunerazione anche capaci di stimolare i fornitori a perseguire forme sempre più innovative di erogazione/fruizione dei servizi;
    • progressiva adozione di Modelli Cloud;
    • innalzamento dei livelli di affidabilità e sicurezza.
      Tra le azioni infrastrutturali cross che la Strategia si pone, spiccano il Servizio Pubblico d’Identità Digitale (SPID), la Digital Security per la PA per tutelare la privacy, l’integrità e la continuità dei servizi della Pubblica amministrazione, e la previsione di centralizzazione e programmazione di spesa e investimenti con reingegnerizzazione e virtualizzazione dei servizi in logica cloud con conseguente progressiva razionalizzazione dei datacenter. La Piattaforma Italia Log In, afferma il Governo, "è destinata ad essere la casa del cittadino su Internet. Il sistema è pensato come una struttura aperta dove i vari attori della Pubblica Amministrazione contribuiscono per la propria area di competenza. Ogni cittadino con la propria identità digitale ha tutte le informazioni e servizi che lo riguardano". 4 marzo 2015
  • Banda ultralarga, Repubblica: "Il governo ne affida le chiavi ad Enel". Renzi: "È obiettivo strategico. Non tocca a Palazzo Chigi fare piani industriali"

    A pochi giorni dalla riapertura della consultazione pubblica sul Piano nazionale per la banda larga e sulla Strategia italiana per la banda ultralarga, approvata nel marzo scorso, è Repubblica, in un articolo a firma di Claudio Tito, a dare un annuncio che, se confermato, potrebbe segnare un punto di svolta sulla complicata matassa delle infrastrutture. Il governo avrebbe infatti "scelto" la rete di cavi di Enel come veicolo per portare la fibra ottica nelle case; in tre anni la società dovrebbe cambiare il volto della attuale struttura di connessione in rame sfruttando anche la sostituzione dei vecchi contatori con quelli di nuova generazione per posare i nuovi cavi con le modalità Fiber to the building(FTTB) e Fiber to the home (FTTH). L'azienda guidata dall'ad Francesco Starace è entrata nella partita meno di un mese fa, tempo sufficiente a sparigliare le carte e scuotere uno scenario che sulla "società della fibra" da creare insieme a Metroweb sembrava aver imboccato un vicolo cieco. Scrive Tito: "Restituire al controllo pubblico le grandi reti infrastrutturali di telecomunicazioni, a cominciare da quella futura della banda ultralarga. Per il governo il piano che stanzia 6,5 miliardi in cinque anni per la fibra ottica si sta trasformando in una grande occasione: riaffermare il ruolo statale nelle autostrade telematiche strategiche”. Con un effetto domino che coinvolgerebbe anche l'assetto del mercato radiotelevisivo.
    Banda ultralarga, si riapre la consultazione. Il Mise: “Gli impegni degli operatori saranno concretizzati in contratti”
    11 maggio 2015
  • Bitcoin: Singapore li tassa, la Cina li vieta

    Il governo dell'isola diffonde precise indicazioni sul regime di fiscalità della moneta elettronica, pur considerando l'acquisto di beni e servizi con essa "baratto". Mentre il gigante dell'eCommerce asiatico Alibaba vieta il suo utilizzo in linea con quanto recentemente indicato dalla banca centrale di Pechino Come vengono tassati gli scambi in Bitcoin? A rispondere è il governo, almeno a Singapore. L'Inland Revenue Authority dell'isola (IRAS), vertice del fisco del Paese asiatico, ha infatti indicato quali sono le modalità con le quali la compravendita tramite moneta elettronica si interfaccia con il fisco locale. L'occasione è stata la risposta ai quesiti posti dalla piattaforma CoinRepublic in merito alla tassazione di guadagni, plusvalenze e imposizione della locale IVA per imprese e commercianti. Al relativo scetticismo con il quale la moneta elettronica era stata accolta dall'autorità monetaria di Singapore segue dunque una chiara apertura e l'elaborazione di un vero e proprio modello basato sulle diverse casistiche. Ad esempio, i Bitcoin verranno trattati come meri prodotti per le aziende impegnate nel brokeraggio della moneta elettronica, e quindi tassati come reddito. Tuttavia, se vengono utilizzati come investimento, il regime fiscale pertinente diventa quello dei redditi di capitale.Quando invece sono vera e propria moneta, ovvero corrisposti per un bene e servizio, essi sono considerati "baratto", ribadendo così che il Bitcoin non viene considerato alla stregua della valuta. Per quanto riguarda le società estere, non verrà dunque applicata alcuna tassazione sugli scambi. Singapore entra così a far parte del non nutrito gruppo di Paesi che hanno cercato di affrontare con tempo le sfide poste dalla moneta elettronica. Come la Slovenia, dove il Bitcoin è considerato moneta virtuale ma gli scambi non sono messi alla pari delle altre attività monetarie. La Germania considera invece il Bitcoin una "moneta privata" o uno "strumento finanziario", mentre è in discussione nel parlamento svizzero un disegno di legge che vorrebbe riconoscere alla moneta elettronica proprio lo status di valuta. CHINESE BAN - Dove il Bitcoin non sembra essere benvenuto è invece la Cina. All'inizio del dicembre scorso la Banca Centrale di Pechino ha infatti chiaramente vietato al settore finanziario del Paese di utilizzare e creare business con la moneta elettronica. Nelle scorse ore un'iniziativa privata che va nella stessa direzione, quella del gigante dell'eCommerce cinese Alibaba, i cui vertici hanno annunciato che dal 14 gennaio prossimo non sarà più possibile effettuare nessun tipo di attività tramite Bitcoin sui loro servizi. Una decisione che deriverebbe, stando a quanto dichiarato dalla compagnia, dalla volontà "assicurare un sano sviluppo di Taobao Marketplace", piattaforma per l'online shopping del tutto simile a eBay. In Italia, invece, il dibattito sulla moneta elettronica appare parecchio acerbo e ancora lontano dal mainstream; tuttavia, non è escluso che la crescita sempre più imponente del valore dei Bitcoin non trasformi la questione in una issue di primo piano anche nel nostro Paese, magari in scia al già accesissimo dibattito sulla WebTax. LEGGI "Maxi-furto di Bitcoin: un milione di euro sottratto all'Internet Payment System LEGGI "Negli abissi del Deep Web" 9 gennaio 2013
  • Il Golden Power del Governo italiano nell’acquisizione di Telecom da parte di Telefonica

    di Elena Maggio 1. L’acquisizione di Telecom Lo scorso 24 settembre la società spagnola Telefonica ha reso noto di aver avviato l’iter di acquisizione di Telecom Italia. L'accordo si articola in due fasi: la prima prevede la sottoscrizione da parte di Telefonica di un aumento di capitale sociale di Telco, holding che detiene il controllo di Telecom, per complessivi 324 milioni di euro, che valorizzerà la partecipazione in Telecom Italia posseduta a 1,09 euro per azione. Tutti gli importi saranno utilizzati per rimborsare, immediatamente e fino a concorrenza, l’indebitamento bancario in essere in scadenza a novembre 2013. Il residuo debito bancario di Telco sarà interamente rifinanziato fino a 700 milioni di euro da Mediobanca e Intesa Sanpaolo in parti uguali, attraverso un nuovo finanziamento a condizioni di mercato. La seconda fase, subordinata all’ottenimento di tutte le autorizzazioni delle competenti autorità nel settore delle telecomunicazioni e antitrust, è volta a far ottenere a Telefonica attraverso diverse operazioni di ricapitalizzazione il 100% delle azioni di Telecom. A servizio di tale aumento di capitale saranno emesse esclusivamente azioni di Classe C prive del diritto di voto, convertibili da Telefonica in azioni con diritto di voto, appartenenti alla medesima classe di azioni di cui Telefonica è già titolare (azioni di Classe B). [Vedi il comunicato stampa dove sono spiegate nel dettaglio tutte le fasi dell’operazione]. 2. Il quadro normativo comunitario e nazionale La circostanza che tale operazione di acquisizione abbia avuto ad oggetto la compagnia telefonica ex monopolista e attualmente proprietaria della rete ha comportato una levata di scudi da più parti e per svariate ragioni, ad incominciare da quelle di sicurezza nazionale. Per ovviare ad una situazione che pare essere un unicum nel panorama internazionale, un soggetto privato senza il controllo dello Stato che è proprietaria dell’intera rete di comunicazioni elettroniche, il Governo italiano ha ricevuto diverse sollecitazioni ad esercitare il suo golden power. L'acquisto da parte di un investitore cittadino di un altro Stato membro dell'UE di partecipazioni di controllo in un'impresa nazionale, oltre a costituire una forma di movimento di capitali, è anche soggetto alle disposizioni sul diritto di stabilimento. L'articolo 49 del TFUE, che disciplina il diritto di stabilimento, dispone che «(...) le restrizioni alla libertà di stabilimento dei cittadini di uno Stato membro nel territorio di un altro Stato membro vengono (...) soppresse (...). La libertà di stabilimento importa l'accesso alle attività non salariate e al loro esercizio, nonché la costituzione e la gestione di imprese (...), alle condizioni definite dalla legislazione del paese di stabilimento nei confronti dei propri cittadini (...)». I cittadini di altri Stati membri dell'UE devono quindi avere il diritto di acquistare partecipazioni di controllo, di esercitare integralmente i diritti di voto ad esse connessi e di gestire imprese nazionali alle stesse condizioni stabilite da un determinato Stato membro per i propri cittadini, in applicazione del principio del «trattamento nazionale» agli investitori cittadini di un altro Stato membro dell'UE. Il rispetto del principio del «trattamento nazionale» vieta le discriminazioni sia dirette che indirette, anche se vi sono delle eccezioni a tali regole generali che autorizzano gli Stati membri ad imporre delle restrizioni. In particolare, per quanto interessa la vicenda in esame, è ammessa la definizione di un regime particolare per gli investitori cittadini di un altro Stato membro se determinato da motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza e di sanità pubblica. Come ha avuto modo di sottolineare la Commissione Europea, tuttavia, è opportuno, conformemente alla giurisprudenza della Corte di giustizia, interpretare queste deroghe in modo restrittivo ed escludere qualsiasi interpretazione che poggi su considerazioni di ordine economico. Ovviamente, tutte le restrizioni adottate nel quadro di queste deroghe devono rispettare il criterio della proporzionalità enunciato dalla giurisprudenza della Corte di giustizia. Ciò significa che la restrizione in causa deve costituire un provvedimento necessario per garantire la protezione degli obiettivi suddetti (ordine pubblico, pubblica sicurezza, ecc.) e che non debbono esistere altri provvedimenti che consentirebbero di raggiungere gli stessi obiettivi e siano meno restrittivi della libertà di circolazione dei capitali. In questo quadro normativo comunitario si inserisce il nostro decreto legge 15 marzo 2012, n. 21, convertito con modificazioni dalla L. 11 maggio 2012, n. 56., in G.U. 14/05/2012, n. 111, c.d. Decreto Golden Power, il quale disciplina, appunto, l’esercizio di poteri di veto che il Governo italiano può esercitare qualora operazioni finanziarie e commerciali siano poste in essere su asset strategici per la sicurezza nazionale e la difesa in genere (art. 1) nonché, specificamente, se afferenti ai settori dell'energia, dei trasporti e delle comunicazioni (art. 2). In particolare, l’art. 2, rinviando a successivi decreti attuativi la definizione nel dettaglio delle reti e degli impianti, ivi compresi quelli necessari ad assicurare l'approvvigionamento minimo e l'operatività dei servizi pubblici essenziali, con riferimento ai quali potrà essere esercitato il potere di veto, dispone che “Qualsiasi delibera, atto o operazione, adottato da una società che detiene uno o più degli attivi individuati ai sensi del comma 1, che abbia per effetto modifiche della titolarità, del controllo o della disponibilità degli attivi medesimi o il cambiamento della loro destinazione […] è notificato, entro dieci giorni e comunque prima che vi sia data attuazione, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dalla società stessa”. Viene aggiunto, sempre all’art. 2, che il veto su delibere, atti ed operazioni può essere espresso con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri adottato su conforme deliberazione del Consiglio dei Ministri, da trasmettere contestualmente alle Commissioni parlamentari competenti, qualora la loro esecuzione dia luogo a una situazione eccezionale, non disciplinata dalla normativa nazionale ed europea di settore, di minaccia di grave pregiudizio per gli interessi pubblici relativi alla sicurezza e al funzionamento delle reti e degli impianti e alla continuità degli approvvigionamenti. Il Presidente del Consiglio dei Ministri comunica l'eventuale veto entro quindi giorni dalla notifica e può consistere nell’ imposizione di specifiche prescrizioni o condizioni ogniqualvolta ciò sia sufficiente ad assicurare la tutela della sicurezza nazionale e della difesa. 3. I presupposti dell’esercizio del potere di veto La notizia dell’acquisizione di Telecom da parte di Telefonica ha trovato impreparato il nostro Paese che ancora non aveva emanato i decreti attuativi, per quanto, sia chiaro, l’importanza dell’operazione già imponeva ai sensi del semplice Decreto Golden Power la notifica al Governo. Ad ogni modo ne è scaturita una corsa all’emanazione di detti decreti e dopo una prima bozza di decreto unitario per i settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni, lo scorso 9 ottobre sono stati presentati al Consiglio dei Ministri tre schemi di DPR rispettivamente per l’individuazione degli attivi nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni, la definizione delle procedure per l’attivazione dei poteri speciali nei settori della difesa e sicurezza nazionale e, da ultimo, per la definizione delle procedure per l’attivazione dei poteri speciali nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni. Resta comunque da capire come ed entro che spazi il Governo potrà muoversi nel caso di specie. In passato la CGCE (Caso C-463/00 – Commissione c. Spagna) ha avuto modo di chiarire che per le imprese che operano nei settori del petrolio, delle telecomunicazioni e dell'elettricità non può negarsi che l'obiettivo di garantire la sicurezza degli approvvigionamenti di tali prodotti o la fornitura di tali servizi in caso di crisi, sul territorio dello Stato membro, può costituire una ragione di pubblica sicurezza (v., per situazioni simili, citate sentenze Commissione/Francia, punto 47, e Commissione/Belgio, punto 46) e, pertanto, giustificare eventualmente un ostacolo alla libera circolazione dei capitali. L’esercizio dei poteri speciali da parte del Governo italiano dovrà essere quindi puntualmente motivato da una minaccia reale e sufficientemente grave, tale da pregiudicare un interesse fondamentale della società, come, peraltro, indicato nella Direttiva 96/92/CE, riferita al mercato interno dell'energia elettrica, ove al Considerando 25 viene specificato che «ogni rete di trasmissione dev'essere soggetta a una gestione e a un controllo centrale per garantirne la sicurezza, l'affidabilità e l'efficienza nell'interesse dei produttori e dei loro clienti». Inoltre, atteso che la CGUE ha affermato, nel caso C-171/08 – Commissione c. Portogallo,  che «le esigenze della pubblica sicurezza, in particolare in quanto deroga al principio fondamentale della libera circolazione dei capitali, devono essere intese in senso restrittivo, di guisa che la loro portata non può essere determinata unilateralmente da ogni Stato membro senza il controllo delle istituzioni dell’Unione europea» l’esercizio del golden power dovrà essere motivato facendo riferimento non già a generici ed astratti rischi per la sicurezza nazionale, ma, secondo la giurisprudenza della Corte (cfr. caso C-274/06), solo in ragione di un effettiva minaccia riscontrabile nel preciso momento in cui detti poteri vengono esercitati. In tal senso, non può non sottolinearsi la circostanza che, stando alle agenzie di stampa, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS) abbia presentato al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (COPASIR) un’informativa ove vengono analizzate tutte le criticità che la cessione ad un soggetto straniero, ancorché membro dell’Unione Europea, potrebbe sollevare. Peraltro, secondo l’agenzia Reuters, nel rapporto i servizi di intelligence suggeriscono alle autorità di scorporare la rete, ancora sotto il controllo dell'ex monopolista delle telecomunicazioni come misura di sicurezza nazionale. Non potrà essere invocata al fine di legittimare l’esercizio del golden powerla circostanza che Telecom detenga «la gestione delle reti a cavo e delle reti in rame, nonché tutte le attività all’ingrosso e al dettaglio» e che per tanto l’esclusione di soggetti stranieri sia preordinata a «garantire un certo grado di concorrenza sul mercato delle telecomunicazioni». Infatti, «la Corte ha già dichiarato che l’interesse alla salvaguardia delle condizioni di concorrenza su un determinato mercato non può costituire una valida giustificazione delle restrizioni alla libera circolazione dei capitali (cfr. il già richiamato caso C-171/08 - /Portogallo). 4. Le modalità di esercizio del potere di veto Il Decreto Golden Power specifica che il Governo ha quindici giorni dalla notifica per comunicare alla società l’esercizio del potere di veto. Nel caso di specie, tuttavia, l’operazione, a quanto consta dalle dichiarazioni rese alla stampa da vari esponenti del Governo, non è stata notifica al Presidente del Consiglio dei Ministri come prescritto. Non pare giustificare tale omissione la circostanza che ancora non sia stata emanata la disciplina di attuazione, attesa la sufficiente specificità sul punto del Decreto richiamato. Per tanto, si dovrebbe ritenere che il Governo non sia vincolato al rispetto di alcun termine, salvo il rispetto del principio della certezza del diritto. In ordine, invece, alle modalità con cui il potere di veto può esplicarsi l’unica indicazione è fornita dal quarto comma, dell’art. 2 del Decreto, ove si legge che può assumere la «forma di imposizione di specifiche prescrizioni o condizioni» proporzionate alla tutela degli interessi pubblici della protezione di settori strategici come quello delle telecomunicazioni. Resta il dubbio se dette «prescrizioni o condizioni» possano essere completamente slegate dal dato normativo positivo, o se piuttosto debbano comunque attenersi ai poteri riconosciuti agli Stati Membri nello specifico settore di riferimento. Premesso che mancano del tutto riferimenti legislativi e precedenti giurisprudenziali che possano aiutare nel delineare una compiuta risposta al quesito di cui sopra, non resta che ipotizzare quali conseguenze discendano dall’accoglimento di ciascuna delle tue tesi proposte. Qualora si ritenga che il Governo italiano sia completamente slegato da ogni vincolo dovrebbe concludersi che lo stesso possa imporre la separazione forzata. Ove, invece, si ritenga che il Governo sia comunque vincolato al rispetto del quadro regolamentare comunitario, come sarebbe preferibile ritenere, anche per semplici ragioni di opportunità che non spingano gli operatori stranieri a non investire più in Italia, che a Telefonica più che prescrivere la separazione forzata possa porsi la condizione sospensiva della realizzazione della separazione volontaria, secondo lo schema già presentato all’AGCOM. Tale formula, ancorché analoga nelle conseguenze positive rispetto alla prima, potrebbe di fatto essere vista anche dall’esterno come meno discriminante e maggiormente rispettosa dei principi di proporzionalità e adeguatezza. Qualunque sia la posizione assunta deve osservarsi, in ordine ai risvolti economici dell’intervento statale, che l’esercizio del potere di veto in ipotesi di mancato rispetto delle prescrizioni o dell’avveramento della condizione sospensiva, stando al comunicato stampa di Telefonica, dovrebbe lasciare impregiudicata la prima fase dell’operazione già attuata, non trovando unicamente attuazione la seconda fase dell’iter di acquisizione. 17 ottobre 2013
  • Internet Bill of Rights: la Camera approva mozione sulla Dichiarazione dei Diritti che impegna il Governo

    Schermata 2015-11-03 a 16.45.43La Camera dei Deputati ha approvato martedì due mozioni (Quintarelli ed altri n. 1-01031e Caparini e altri n. 1-01052) concernenti "iniziative per la promozione di una Carta dei diritti in Internet e per la governance della rete", il cui testo di riferimento è la Dichiarazione presentata nella sua forma definitiva nel luglio scorso a valle del lavoro svolto nell'apposita Commissione istituita a Montecitorio. Dopo aver definito Internet come "uno strumento imprescindibile per promuovere la partecipazione individuale e collettiva ai processi democratici e l'eguaglianza sostanziale", la mozione 1-01031 impegna il Governo "ad attivare ogni utile iniziativa per la promozione e l'adozione a livello nazionale, europeo e internazionale dei princìpi contenuti nella Dichiarazione" e a "promuovere un percorso che porti alla costituzione della comunità italiana per la governance della rete definendo compiti e obiettivi in una logica multistakeholder". "Un bambino che va in seconda elementare oggi è nato nel 2008", ha esordito Stefano Quintarelli, deputato di Scelta Civica, aprendo la discussione: "Allora il Capo dello Stato era il Presidente Napolitano, in quell'anno è nato nato l’iPhone 3G, che consentiva il collegamento permanente a Internet, ed è nato android di Google, un sistema operativo che oggi vede 1,5 miliardi di utenti attivi al giorno. Questo accadeva sette anni fa. Un altro dato sul quale vi chiamo a riflettere è che gli alberghi italiani hanno ricavi annuali per circa 19 miliardi. Una società come booking.com, che online svolge l'intermediazione e la prenotazione degli alberghi, ha ricavi per 33 miliardi annui. In Italia abbiamo 29 milioni di persone, che sono circa la metà della popolazione, che sono utenti abituali di Internet. Di questi 29 milioni, 13 milioni di persone fanno abitualmente shopping e acquisti online. In una recente indagine fatta da ContactLab, il 60 per cento degli internauti italiani, circa 17,5 milioni di persone, dichiarano di essere permanentemente collegati ad Internet e di essere costantemente online. In sette anni, dal 2008, Internet è diventata l'interfaccia utente del mondo che siamo abituati a conoscere. Con questa interfaccia utente, generiamo tantissime informazioni, informazioni su di noi, sui nostri comportamenti e sulle nostre relazioni, che possono essere acquisite per fini leciti o illeciti, in modi corretti o anche in modi discutibili. Di fatto quello a cui abbiamo assistito in un tempo così breve, dal 2008 ad oggi, è che la tecnologia, che è cresciuta e si è evoluta in modo esponenziale, ha abilitato una nuova dimensione dell'esistenza di ciascuno di noi, una dimensione immateriale, che non è alternativa alla dimensione materiale in cui siamo abituati a vivere: è una dimensione nella quale abbiamo relazioni sociali ed economiche. La Carta dei diritti in Internet è un passo per cercare di contribuire alla consapevolezza digitale delle istituzioni, una riflessione che parte dall’Italia e che dall’Italia stiamo cercando di allargare ad altri Paesi. Il mio auspicio è che si possa istituire una commissione parlamentare permanente, che sia esperta, dedicata all’argomento, che abbia dei funzionari specializzati, in modo tale da avere una memoria storica competente, e anche delle opportune relazioni con organismi analoghi di altri Paesi".

    "Il parere del Governo alla mozione è convintamente favorevole", ha affermato in Aula Antonello Giacomelli, sottosegretario allo Sviluppo economico con delega alle telecomunicazioni: "Nelle sue premesse che negli impegni, il documento disegna una linea sulla quale Governo e Parlamento possono trovare una traccia di lavoro comune, in un terreno sul quale non esiste un precedente e occorre dunque farsi carico della fatica e della responsabilità di trovare una risposta difficile a questioni nuove".

    I diritti di cui parla la Dichiarazione sono quelli alla neutralità della rete, al libero accesso, alla riservatezza dei dati, all'abolizione di ogni divario digitale e all'educazione ad un uso consapevole di Internet. "Con questa Dichiarazione e con la mozione oggi approvata - si legge in una nota di Montecitorio - il Parlamento italiano vuole fornire un contributo concreto in sede nazionale e internazionale per la diffusione di una vera e propria Carta dei diritti delle persone nell'età digitale".

    Questo passaggio avviene alla vigilia dell'Internet Governance Forum, il vertice annuale mondiale sui temi di Internet che quest'anno si terrà in Brasile, a Joao Pessoa, dal 9 al 13 novembre, e dove la stessa Dichiarazione verrà presentata alla comunità internazionale.

    Il percorso - La Carta ha iniziato il suo iter nel luglio 2014, quando la presidenza della Camera ha promosso la costituzione di una Commissione di studio per l’elaborazione di principi in tema di diritti e doveri relativi ad Internet presieduta dal Prof. Stefano Rodotà. A farne parte sono stati chiamati deputati attivi sui temi dell’innovazione tecnologica e dei diritti fondamentali, studiosi ed esperti, operatori del settore e rappresentanti di associazioni, prima volta in Italia per un’esperienza istituzionale di questo tipo, che nasceva anche in coincidenza con episodi e altre iniziative analoghe assunte in questo ambito negli ultimi anni a livello internazionale. Tra queste, l’approvazione in Brasile della legge cosiddetta “Marco civil” nell’aprile 2014, diverse sentenze della Corte di giustizia dell’Unione europea in materia di tutela dei dati personali (tra cui quelle su data retention e diritto all’oblio, alle quali si è recentemente aggiunta quella sul safe harbour), la raccomandazione del Consiglio d’Europa del 16 aprile 2014 sulla protezione dei diritti umani su Internet e la sentenza della Corte Suprema Usa del 25 giugno 2014 sulla privacy relativa ai telefoni cellulari. Pietre miliari che si aggiungono alle molte iniziative provenienti dalla società civile che in questi ultimi anni si sono mosse nella direzione della elaborazione di specifici principi per il governo della rete. L’8 ottobre 2014 la Commissione ha così varato una prima bozza di Dichiarazione dei diritti in Internet, i cui contenuti sono stati sottoposti all’attenzione dei partecipanti alla riunione dei Parlamenti dei Paesi membri dell’Unione europea e del Parlamento europeo sui diritti fondamentali che si è tenuta presso la Camera il 13 e il 14 ottobre 2014 nel corso del Semestre di presidenza dell’Unione europea. Il testo è stato poi sottoposto a una consultazione pubblica (dal 27 ottobre 2014 al 31 marzo 2015) per assicurare la partecipazione più larga possibile all’individuazione dei principi in esso contenuti. All’esito della consultazione pubblica e di un ciclo di audizioni di associazioni, esperti e soggetti istituzionali, i principi sono stati rielaborati e trasfusi nel testo definitivo.
    Diritti in Internet, dichiarazione congiunta Italia-Francia: “La rete è un bene comune” “Verso un Internet Bill of Rights”, a cura di Marco Bassini e Oreste Pollicino Internet Governance, il Prof. Gambino: “Il Governo dia attuazione all’art. 14 del Bill of Rights” Costituzionalizzazione del diritto di accesso ad Internet, l’Accademia in audizione al Senato: “Primo fondamentale passo” Parlamento europeo approva abolizione roaming e norme su Net neutrality Net neutrality, dal Mise le riflessioni del gruppo di esperti sull’Open Internet Order Safe Harbour, Jourová: “Accordo di principio con gli Stati Uniti”
    3 novembre 2015
  • La Cina libera Twitter a Shanghai

    Il governo di Pechino ha deciso di permettere nella "Free Trade Zone" l'accesso ai social network bloccati nel Paese dal 2009: "Così gli stranieri si sentiranno a casa". La misura tende ad attirare nuovi investimenti esteri shangaiUna piccola porta nella Grande muraglia di fuoco digitale si apre a Shanghai. Stando a quanto riportato dal quotidiano South China Morning Post, infatti, dal 29 settembre verrà concesso nella "Free Trade Zone" dell'area di Shangai  l'accesso a Facebook e Twitter, bloccati nel Paese asiatico dalla metà del 2009 a seguito delle proteste scatenatesi nello Xinjiang, oltre alle pagine online del New York Times, reso inaccessibile da circa un anno per aver denunciato le fortune accumulate dall'ex premier Wen Jiabao. I principali fornitori di connessioni cinesi, China Mobile, China Unicom e China Telecom, sarebbero già stati informati del nuovo corso. La misura sarebbe una "prova generale" per aprire a nuovi investimenti esteri e "far sentire gli stranieri come fossero a casa propria, o comunque rendere palese quanto speciale sia la Ftz di Shanghai rispetto al resto della Cina", come dichiarato da una fonte anonima del governo al South China Morning Post. Internet nel Paese è sotto controllo praticamente da prima che diventasse una realtà globale: già nel 1994 le autorità cinesi mettevano a punto la Regulations of the People’s Republic of China for the Safety Protection of Computer Information Systems, dando avvio ad un percorso che avrebbe portato in breve tempo a rendere illegali nel cyberspazio del Paese (così come nello spazio reale) la diffusione di qualunque tipo di contenuto foriero di problemi per lo status quo sociale, politico ed economico. Il filtraggio della Grande muraglia digitale si serve, innanzitutto, di tutti i sistemi tecnologici di censura esistenti (dalle "liste nere" consegnate agli Isp fino alla deep packet inspection, passando per i blocchi imposti alle Virtual Private Network che permettono di aggirare i filtri); in secondo luogo, di una legislazione rigida e costituita da divieti talmente vaghi da risultare utilizzabili arbitrariamente e nei più svariati contesti; infine, per non ostacolare quello che viene comunque riconosciuto come settore di sviluppo economico fondamentale, si popola l'ecosistema della "socialità" in rete con piattaforme autoctone, come quella di microblogging Sina Weibo o il Facebook in mandarino Kaixinwang, letteralmente "La rete della felicità".
  • La Giustizia Digitale nella previsione del governo

    di Michele Gorga [*]

    La strategia per la crescita digitale 2014-2020, nella programmazione del governo, riserva un posto importante alla giustizia digitale e alla piena informatizzazione del processo civile e del processo penale con lo scopo di migliorare l’organizzazione dei servizi di cancelleria e avere risparmi di spesa e maggiore trasparenza per i cittadini. Il completamento dell’informatizzazione del Processo civile telematico fino al Giudice di Pace è di quello Penale è l’obiettivo finale della strategia governativa in tema di giustizia digitale.   

    Nel campo dell’esecuzione della pena si accarezza l’idea della diffusione delle postazioni video, rispetto alla quale soluzione non regge la critica di mancanza di “contatto”, che già non vi è, ma che offrirebbe una più elevata possibilità di interazione tra parenti e detenuti via Web e una migliore gestione dei colloqui di questo tipo, che delocalizzata rispetto agli istituti di pena, garantirebbe non solo una riduzione dei costi complessivi per le famiglie ma anche per l’amministrazione della giustizia oltre che a una maggiore sicurezza a costi minori.   

    L’Agenzia per l’Italia Digitale e il Dipartimento della Funzione Pubblica hanno sostenuto e finanziato il Piano straordinario per la digitalizzazione della Giustizia e coordinata l’attività mentre le recenti accelerazioni fatte in materia dal governo, con la previsione del deposito telematico obbligatorio degli atti e delle comunicazioni di cancelleria tramite Pec, hanno di molto avvicinato il servizio-giustizia agli operatori e ai cittadini con notevoli risparmi di spesa derivante dalla riduzione del cartaceo.

    Gli avvocati, tramite il deposito telematico hanno sperimentato, salva l’onerosità della modalità, da regolamentare, del deposito della copia di cortesia, la drastica riduzione dei tempi di attesa per i depositi presso le Corti e i Tribunali e ciò su tutto il territorio nazionale con conseguente eliminazione delle distanze geografiche e territoriali e ridotto al minimo i disagi e i costi delle trasferte.

    La trasparenza informativa assicurata dal processo telematico, tramite il portale dei servizi nazionali di giustizia, da la possibilità per chiunque di consultare on line lo stato delle cause in forma anonima. Inoltre per le parti, i difensori, gli ausiliari e i consulenti nominati dal giudice, grazie al solo utilizzo del dispositivo di autenticazione, si può consultare il contenuto del fascicolo telematico e i provvedimenti del giudice nonché gli atti depositati dalle parti.

    Finalmente è stato poi finanziato l’anello debole dell’ufficio del processo, ossia quello dei giovani tirocinantianche se non si comprende la ratio sostanziale rimborso delle spese per 350 mensili per i tirocinanti presso i Tribunali, le Procura o le Corti ma solo sulla base della posizione reddituale familiare. È come se nella Pa lo stipendio fosse agganciato alla situazione reddituale della famiglia del lavoratore: più hai e meno prendi o nulla prendi sul lavoro se il tuo Isee sfonda i bassi parametri, di poco più di 20mila euro di reddito della famiglia previsti nel decreto Ministeriale. Previsione illogica così come ingiusta è la bassa retribuzione prevista per i Giudici Ausiliari di Corte di Appello dove all’alta qualità del lavoro richiesto non corrisponde altrettanta giusta previsione retributiva.

    Un colpo di reni per il Pct, invece pare che debba venire, dato che è già stato sperimentato da tempo nel processo penale, con l’introduzione del sistema delle videoconferenze per sentire testimoni e parti a distanza. Sullo stesso versante vanno segnalate anche le previste collaborazioni con gli Enti Locali con gli “sportelli di prossimità”, presso i quali potranno essere fornite agli utenti e a tutti i cittadini - anche grazie all’utilizzo delle tecnologie e delle banche dati del Ministero della giustizia - informazioni sul rilascio dei certificati.

    Inoltre è stato previsto un ulteriore ambito di intervento che riguarda entrambi i settori ossia sia quello civile che quello penale con la previsione dell’uso di strumenti di Big Data Analytics - ossia strumenti che permettono la gestione di grandi quantità di dati di natura diversa provenienti da fonti diverse -, nonché dei Social Mining che nelle previsioni dovrebbero essere utilizzati non solo per valutazioni di tipo proiettivo, ma anche al fine di elaborare le statistiche di supporto all’attività giudiziaria con lo scopo, cioè, di scoprire gli schemi e i modelli di comportamento umano per interpretarne i fenomeni sociali che dovranno supportare l’attività investigativa e giudiziaria nazionale ed europea.

    Infine si segnala il tavolo di monitoraggio dei piani operativi di sviluppo congiunto tra AgID ed il Ministero della Giustizia il quale pubblica periodicamente il Gantt generale delle iniziative in corso e della relativa tempistica attuativa da considerare  valido strumento in sede governativa come work in progress per l’attuazione, in sede di giustizia, della digitalizzazione dei processi e delle attività giurisdizionali.   

    [*] Avvocato, consulente giuridico presso Agenzia per l’Italia Digitale 10 settembre 2015
  • La riflessione scientifica di Piero Alberto Capotosti sulla forma di governo - Roma, 19 marzo 2015

  • Minibond e nuovi strumenti di debito a supporto alla crescita delle PMI: profili regolatori e analisi del mercato

    di Andrea Nuzzi Abstract Considering 2008’s crisis and the vacuum of fiscal policies by European Community, the European banking system is going through a very critical period. The numerous interventions by the ECB, which was able to mix an accommodative monetary policy that flooded the financial markets with liquidity and a wise use of "announcement effect" related to quantitative easing programs, had the effect of preserving the financial system. However, these measures did not have remarkable effects on the real economy. In this context of "liquidity trap" á la Keynes, the transmission belt between monetary policy, credit channel and real economy is still jammed: since 2011 in the EU, credit to the private channel decreased. Moreover, some of the major EU economies started a dangerous deflationary spiral. In this scenario, the development of the new regulatory framework for banking system and an approach to prudential supervision of banks worsened the overall situation and created the conditions for credit deleveraging. Given this context, the regulatory innovations, which introduced new debt tools to support the growth of Italian SMEs’ (i.e. minibond) represent a very important opportunity. In fact, even if these measures are not able to mind the gap in terms of stock of loans, they can provide a concrete alternative for the funding issue of the SMEs’. A causa della crisi del 2008 e alla luce di un vuoto complessivo delle politiche fiscali comunitarie, il sistema bancario comunitario sta vivendo un momento estremamente delicato. I numerosi interventi da parte della BCE, in grado di miscelare una politica monetaria accomodante che ha inondato i mercati finanziari di liquidità e un sapiente utilizzo di “effetti annuncio” in relazione a programmi di quantitative easing hanno avuto l’effetto di preservare il sistema finanziario ma, tuttavia, non si sono ancora scaricati sul canale dell’economia reale. In tale contesto di “trappola di liquidità” á la Keynes, la cinghia di trasmissione tra politica monetaria, canale del credito ed economia reale è ancora inceppata: il settore del credito ai privati è da oltre due anni in contrazione nell’area Euro e alcune delle principali economie comunitarie hanno intrapreso una pericolosa spirale deflazionistica. A tale scenario macro complessivo, si sono associate l’evoluzione di un contesto regolamentare ed un approccio alla vigilanza prudenziale che spingono banche e intermediari finanziari verso una progressiva disintermediazione (deleveraging) e il peggioramento della qualità del credito dovuto al deterioramento dello scenario economico. Alla luce di tale contesto, le innovazioni normativo-regolamentari che hanno visto l’introduzione di strumenti di debito a supporto della crescita delle imprese italiane come i minibond costituiscono un aspetto di grande interesse nel panorama finanziario italiano che, seppur non in grado di colmare la riduzione dello stock di prestiti alle imprese, possono fornire un’importante opportunità in termini di predisposizione di un canale alternativo di approvvigionamento finanziario. Sommario: 1. Introduzione. - 2. Il contesto macro di riferimento: il rapporto tra banche e imprese nel sistema italiano. - 3. Gli strumenti alternativi di debito nel quadro complessivo di interventi a supporto delle imprese. - 4. Le evidenze del mercato: alcune valutazioni quantitative dei primi due anni di vita. - 5. Considerazioni conclusive: alcune direzioni di sviluppo. 1. Introduzione. A circa sei anni dal 15 settembre del 2008, giorno in cui Lehman Brothers, una delle cinque principali banche d’affari del pianeta, annunciò al mondo l’intenzione di avvalersi della protezione di cui al Chapter 11, prevista per le imprese in caso di bancarotta, il sistema finanziario mondiale versa ancora in una situazione complicata. Come noto, in quel giorno fu sancita la più grande bancarotta della storia degli Stati Uniti, con debiti bancari complessivi per oltre 600 miliardi di dollari e obbligazionari maggiori di 150 miliardi. A partire da quell’evento, tutto è cambiato. Nel 2009, per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale, il tasso di crescita dell’economia globale è stato negativo. I Governi hanno messo in piedi i più massicci interventi di salvataggio della storia dell’economia. Varie banche sono state nazionalizzate. Oggi, a distanza di 6 anni da quell’evento, l’economia mondiale non ha ancora imboccato pienamente la via d’uscita. Se infatti i Paesi emergenti hanno ripreso a crescere a ritmi sostenuti e gli Stati Uniti hanno faticosamente intrapreso un nuovo sentiero di moderata crescita – seppur “drogato” da interventi pubblici senza precedenti e caratterizzato da una capacità di generare nuovi posti di lavoro inferiore alle attese – l’Unione Europea si trova ancor oggi in una situazione di eccezionale difficoltà e, nei mesi passati, alcuni Paesi periferici hanno rischiato di uscire dall’area Euro. In estrema sintesi, il fallimento di una banca d’affari americana ha indotto indirettamente la crisi dei debiti sovrani dei Paesi europei. In questo scenario e anche alla luce di un vuoto complessivo delle politiche fiscali comunitarie, neutralizzate dall’applicazione rigida dell’approccio austerity-based, i sistemi bancari comunitario ed italiano hanno attraversato e stanno ancora vivendo un momento estremamente delicato. I numerosi interventi da parte della Banca Centrale Europea, in grado di miscelare una politica monetaria accomodante che ha inondato i mercati finanziari di liquidità – i.e., il combinato disposto dell’abbassamento dei tassi di interesse e l’adozione di misure eccezionali quali il “piano di rifinanziamento a lungo termine” (LTRO: Longer-Term Refinancing Operations) che ha permesso di iniettare circa 1.020 miliardi di Euro di liquidità nel sistema [1] e le più recenti “operazioni mirate di rifinanziamento a più lungo termine (TLTRO, Targeted Longer-Term Refinancing Operations) – e un sapiente utilizzo di “effetti annuncio” in relazione a programmi di quantitative easing hanno avuto certamente l’effetto di preservare il sistema finanziario ma, tuttavia, tali misure non si sono ancora scaricati sul canale dell’economia reale. In tale contesto di “trappola di liquidità” á la Keynes, la cinghia di trasmissione tra politica monetaria, canale del credito ed economia reale è ancora inceppata: il settore del credito ai privati è da oltre due anni in contrazione nell’area Euro e alcune delle principali economie comunitarie hanno intrapreso una pericolosa spirale deflazionistica. A tale scenario macro complessivo, si associano, da un lato, l’evoluzione di un contesto regolamentare – Basilea 2 e Basilea 3 – ed un approccio alla vigilanza prudenziale che spingono banche e intermediari finanziari verso una progressiva disintermediazione (deleveraging) [2] e una limitazione della concessione del credito al canale privato (in primis, imprese) e, dall’altro, il progressivo peggioramento della qualità del credito dovuto al deterioramento dello scenario economico che, nel caso del sistema italiano, si è tradotto in un incremento delle sofferenze fino ad oltre 170 miliardi di Euro (11,9% dei finanziamenti bancari). La conseguente situazione di restrizione creditizia al canale privato rende sempre più necessario un ripensamento complessivo degli strumenti di supporto alle imprese e, con essi, del ruolo degli intermediari finanziari. Date queste premesse, le recenti innovazioni normativo-regolamentari che hanno visto l’introduzione di strumenti di debito a supporto della crescita delle imprese italiane, quali minibond e cambiali finanziarie, costituiscono un aspetto di grande interesse nel panorama finanziario italiano che merita un approfondimento specifico. A distanza di circa due anni dal primo provvedimento normativo sul tema, appare opportuno tracciare un primo bilancio sull’efficacia dello strumento e, su tale base, identificare potenziali aree di miglioramento. Per conseguire tale obiettivo, il presente contributo è strutturato come segue: nel primo paragrafo verrà analizzato il contesto italiano che, come noto, si caratterizza per un forte banco-centrismo; nel secondo paragrafo, sarà approfondito il razionale di carattere economico dei recenti interventi normativo-regolamentari e saranno analizzate le principali novità; il terzo paragrafo sintetizza le principali evidenze di mercato desumibili dai primi due anni di operazioni di emissione; nel quarto e conclusivo paragrafo, saranno evidenziate le aree di potenziale miglioramento per incrementare l’efficacia dello strumento soffermando l’attenzione su possibili interventi sia regolamentari che di policy potenzialmente attuabili. 2. Il contesto macro di riferimento: il rapporto tra banche e imprese nel sistema italiano. Il rapporto tra banche e imprese costituisce un elemento di rilevante differenza tra l’Italia e gli altri Paesi avanzati. Il “banco-centrismo” del sistema italiano è considerabile infatti una peculiarità unica. Qualche “fatto stilizzato” consente di comprendere la portata del fenomeno in oggetto. La quota dei debiti bancari sul totale dei debiti finanziari delle imprese italiane è nettamente più elevata rispetto a quella riscontrabile negli altri principali Paesi industrializzati. Come evidenziato dall’analisi dei dati di Banca d’Italia [3], il dato italiano si attesta al 66,5% mentre negli altri sistemi, questo è pari a:
    • UE: media area Euro 50,0%; Spagna 51,5%; Germania 52,7%; Francia 37,0%;
    • Extra-UE: UK 28,5% e USA 29,8%.
      Il modello banco-centrico sta entrando in crisi per l’effetto di alcuni fattori di scenario economico e regolamentare. Quota di debiti Infatti, da un lato, il contesto macroeconomico e finanziario ha portato la redditività media sui mezzi propri delle banche italiane a valori prossimi allo zero o negativi. roe 2013 Tale effetto è la risultante della combinazione di ricavi in contrazione (-14% tra il 2006 ed il 2012), costi in lieve aumento (+1,6%), costo del rischio in forte crescita fino ad assorbire oltre il 30% dei ricavi. In sintesi, il principale indicatore di efficienza delle banche (Cost/ Income ratio) – pur manifestando dei segnali di calo – si attesta ancora a livelli difficilmente sostenibili nel medio-lungo periodo. Cost-income 2013 Tali livelli di redditività sui mezzi propri, oltre che sostanzialmente inferiori al costo del capitale, hanno limitato fortemente le capacità di crescita degli impieghi attraverso “autofinanziamento” (ovvero attraverso la redditività della gestione). In altre parole, anche a causa della difficile congiuntura, gli Istituti bancari nazionali non sono più in grado di generare sufficienti profitti per stimolare una crescita “endogena” del proprio business. Dall’altro lato, il nuovo contesto regolamentare sviluppato dal Comitato di Basilea e il recente approccio alla vigilanza prudenziale – stress testing, asset quality review, etc. – hanno spinto le banche verso un percorso caratterizzato dalla necessità di mantenere livelli di patrimonializzazione molto più elevati, limitare la leva finanziaria e rafforzare la propria posizione di liquidità. Le stime dell’EBA (European Banking Autority) [4] su dati al 31 dicembre 2012 quantificano, una volta che Basilea 3 sarà entrata a regime, un fabbisogno di capitale vicino ai 100 miliardi di euro per il sistema bancario europeo, un fabbisogno di liquidità superiore ai 220 miliardi ed un gap di fonti di finanziamento stabili vicino ai 960 miliardi. Accanto a tali dinamiche, si riscontra un progressivo deterioramento della qualità del credito soprattutto per ciò che riguarda il canale delle imprese. In particolare, il rapporto tra crediti non performing e importo totale dei prestiti alle imprese è quasi triplicato tra il 2009 e il 2013. Npl ratio In termini di valore assoluto, l’ammontare complessivo delle rate non pagate ha superato il valore di 170 miliardi di Euro in crescita del 23% nell’ultimo anno (32,1 miliardi di Euro) [5]. La porzione più ampia di prestiti che non vengono rimborsati regolarmente agli istituti di credito è costituita da quella facenti capo alle imprese con 121 miliardi di Euro. Nel corso dell’ultimo quadriennio, il totale delle sofferenze a livello di sistema Italia è più che raddoppiato (il dato del 2010 era pari a 77,8 miliardi di Euro). Totale delle sofferenze nel sistema bancario italiano Tale contesto ha contribuito ad avviare una reazione “prociclica” sulle capacità di rilancio delle imprese italiane essendosi innestato su una situazione già complessa per le stesse. Come noto, le aziende nazionali, oltre a caratterizzarsi per maggiore leverage e inferiore patrimonializzazione rispetto a quelle estere, hanno visto con la crisi ridursi significativamente margini industriali, capacità di autofinanziamento e sostenibilità del debito. In particolare, sotto il profilo della leva finanziaria, il dato delle imprese italiane si attesta al 48,0% contro il 41,5% dell’area Euro, il 47,3% di quelle spagnole, il 42,0% delle tedesche e il 34,1% delle francesi. Nel Regno Unito il valore è pari a 41,6% mentre negli USA si attesta a 34,4%. Dal punto di vista della patrimonializzazione, la consistenza di azioni e altre partecipazioni sul totale delle passività delle imprese italiane è pari al 41,3% contro il 49,6% dell’area Euro, il 45,2% di Spagna, il 44,0% di Germania, il 56,5% di Francia, il 55,5% del Regno Unito e il 55,0% degli USA [6]. Leverage e patrimonializzazione In termini di margini industriali, dall’inizio della crisi, le PMI italiane hanno sofferto una rilevante contrazione dei margini, e di conseguenze della loro capacità di finanziamento e servizio del debito; ad esempio, tra il 2007 ed il 2011 l’Ebitda margin medio delle PMI italiane è sceso di oltre il 15% dal 8,8% al 7,5%, portando oltre il 30% delle azienda ad un rapporto Debt/Ebitda>5. Tali difficoltà sono aggravavate dal ritardo del sistema italiano sotto il profilo dell’equity evidenziate dallo scarso spessore dei mercati azionari e dalla limitata penetrazione degli investimenti in private equity e venture capital. Dal punto di vista degli investimenti in private equity, la percentuale sul PIL in Italia è pari allo 0,07%. Il dato è inferiore a quelli tedesco (0,19%), spagnolo (0,23%), francese (0,30%) e britannico (1,12%). La situazione sul venture capital è simile poiché la percentuale sul PIL in Italia si attesta a valori trascurabili (< 0,01%), mentre negli altri sistemi è pari a 0,02% (Spagna), 0,03% (Germania) 0,04% (Francia) e 0,05% Regno Unito [7]. Investimenti in PE e VC L’effetto combinato di fattori quali la dipendenza dal canale bancario del sistema imprenditoriale italiano, la crisi di redditività delle banche unita all’evoluzione regolatoria delineata che limita fortemente le capacità di erogazione alle imprese, la scarsa disponibilità nel contesto italiano di strumenti evoluti ed alternativi di supporto finanziario ha innescato un circolo vizioso macroeconomico che si traduce in termini concreti nell’acuirsi di fenomeni recessivi e di peggioramento della qualità del credito. Dal punto di vista della stabilità del sistema bancario, ciò implica uno shortage complessivo di capitale che potrebbe minare alla base le potenzialità di rilancio dell’economia italiana. In uno scenario di questo tipo, la principale via d’uscita passa per un ripensamento complessivo di dimensione e assetto del credito bancario. In particolare, appare necessario avviare azioni finalizzate al recupero di efficienza, nell’obbligato contesto di deleveraging del credito bancario (il calo complessivo dei finanziamenti alle imprese è stato pari a oltre 65 miliardi di Euro nell’ultimo quadriennio), ed intraprendere un percorso che prevede l’utilizzo di forme evolute di sostegno finanziario alle imprese [8]. Deleveraging del credito bancario In questa prospettiva, le opportunità offerte dalle recenti innovazioni normative contenute nei due Decreti Legge Sviluppo, nel Decreto Legge Destinazione Italia e nel Decreto Crescita che hanno predisposto la cornice normativa per l’utilizzo di strumenti di debito alternativi al credito a supporto delle PMI – in primis, minibond e cambiali finanziarie – rappresentano un elemento di indubbio interesse e novità nel panorama creditizio italiano. 3. Gli strumenti alternativi di debito nel quadro complessivo di interventi a supporto delle imprese. La restrizione dell’accesso al credito che ha caratterizzato gli ultimi anni e l’innescarsi del circolo vizioso sopra descritto hanno reso necessari una serie di interventi da parte del policy maker italiano che, volendo sintetizzare radicalmente, sembra aver seguito una duplice direttrice di marcia: da un lato, sono state adottate misure definibili “emergenziali” finalizzate a iniettare liquidità nel sistema, “fluidificare” il canale del credito e limitare le restrizioni all’accesso al credito; dall’altro lato, sono state sviluppate alcune iniziative di respiro più ampio ispirate a creare basi per avviare un percorso di crescita sostenibile nel medio-lungo termine. Senza la pretesa di fornire un elenco esaustivo delle misure adottate, è opportuno ricordare sul fronte “emergenziale”:
    • i vari interventi adottati per ampliare la dotazione del Fondo Centrale di Garanzia di cui alla legge 662/1996 [9] e per allargarne il respiro operativo mediante, ad esempio, l’innalzamento della percentuale di garanzia e controgaranzia fino all’80% e dell’importo massimo garantito a 2,5 milioni di Euro, l’estensione della garanzia ai fondi comuni di investimento mobiliari chiusi per sostenere il capitale di rischio, la possibilità di utilizzare la garanzia per operazioni di portafoglio “tranched cover”;
    • le quattro versioni del plafond PMI di Cassa Depositi e Prestiti [10], grazie al quale, è stata fornita provvista finanziaria a condizioni competitive di mercato alle banche che erogano prestiti alle PMI per impieghi focalizzati su investimenti a medio-lungo termine e supporto al circolante e per i ritardi dei pagamenti della Pubblica Amministrazione;
    • le misure di “iniezione indiretta” di liquidità nel sistema delle PMI derivanti dalle iniziative di moratoria del credito coordinate dal Ministero dell’economia e delle finanze (c.d. “Accordi per il credito”) [11] che hanno permesso complessivamente di sospendere 380.000 mutui a PMI e di apportare liquidità per 20 miliardi di Euro prevalentemente grazie a operazioni di sospensione e allungamento dei finanziamenti;
    • gli interventi finalizzati allo smaltimento dei debiti pregressi della Pubblica Amministrazione mediante il meccanismo della certificazione che ha visto la luce – sotto il profilo operativo – nei due decreti del Ministero dell’Economia e delle Finanze del 22 maggio 2012 pubblicati nella Gazzetta Ufficiale del 21 giugno 2012, n. 143. Gli stessi hanno dato piena operatività al combinato disposto dell’art. 9 del D.L. n. 185/2008 (facoltà, per Regioni ed enti locali, di certificare i caratteri di certezza, liquidità ed esigibilità dei crediti), dell’art. 13 della legge n. 183/ 2011 (obbligo di certificazione entro 60 gg. dalla ricezione dell’istanza) e dell’art. 12 del D.L. n. 16/2012 (estensione dell’istituto della certificazione ad amministrazioni statali). Di recente, sono state approvate ulteriori disposizioni normative finalizzate a mettere a disposizione sufficienti risorse per coprire il backlog di debiti della PA [12].
      Sotto il profilo della predisposizione delle migliori condizioni per sostenere lo sviluppo in un’ottica di medio-lungo termine, sono state introdotte alcune importanti innovazioni sia sul fronte dell’equity e della patrimonializzazione che su quello degli strumenti alternativi di debito. In ambito di equity/ patrimonializzazione, gli interventi principali sono stati quelli relativi alla costituzione e al lancio del Fondo Italiano di Investimento per le PMI e il Fondo Strategico Italiano per le grandi aziende, gli incentivi agli investimenti sul venture capital [13] e la possibilità concessa alle imprese di dedurre dal reddito netto una percentuale degli utili reinvestiti per interventi di patrimonializzazione (c.d. ACE: aiuto alla crescita economica) [14]. Il razionale di tali interventi risiede, come noto, nella già citata ridotta penetrazione strutturale degli investimenti in private equity e venture capital in Italia (dovuta anche ad aspetti culturali). Volendo semplificare, l’interesse del policy maker per il capitale di rischio è ascrivibile fondamentalmente a due ordini di ragioni: da un lato, contribuire a risolvere un fallimento del mercato e, dall’altro, porre le basi per stimolare il rilancio della crescita economica. Sul primo fronte, è noto come il contesto di riferimento caratterizzante gli investimenti in capitale di rischio costituisca un caso tipico di fallimento del mercato. Nel mercato del capitale di rischio si riscontrano infatti rilevanti distorsioni nell’allocazione delle risorse imputabili principalmente a due ragioni. Da un lato, si rileva informazione imperfetta e asimmetrica tra investitore e impresa target; dall’altro, si riscontra la presenza di costi di transazione proporzionalmente molto alti rispetto all’entità di investimento tipica delle aziende (in Italia generalmente Piccole e Medie Imprese). In questo contesto, gli investimenti nell’equity sono scarsamente attrattivi per gli investitori i quali, percependo una rischiosità intrinseca elevata dell’operazione non giustificata ex ante da rendimenti altrettanto rilevanti, rinunceranno ad apportare le proprie risorse su questa classe di asset. L’esito di questa situazione è l’insufficienza di capitale di rischio nel mercato (definito per la prima volta dal rapporto Macmillan del 1931 “equity gap” [15]) e, date queste premesse, l’obiettivo dell’intervento pubblico è quello di limitare il gap creando condizioni favorevoli all’apporto di capitali o – se tale opzione risulta praticabile – apportando direttamente gli stessi. Tale gap si è ampliato a causa della recessione poiché si è riscontrato un calo addizionale della disponibilità di capitali da parte degli investitori, una riduzione drastica dell’attrazione di capitali stranieri e uno spostamento verso investimenti meno rischiosi e caratterizzati da dimensioni più ridotte (minore propensione al rischio degli investitori). Sul fronte del debito, l’idea di base dei principali interventi è stata quella di annullare la disparità di trattamento tra grandi imprese quotate e PMI nell’ambito delle operazioni di emissione obbligazionaria. Sotto il profilo della strumentazione, le principali novità sono rappresentate dalle obbligazioni subordinate partecipative [16] e dai cosiddetti [17] minibond. Sotto il profilo delle obbligazioni subordinate, l’innovazione si traduce nella possibilità per le società non quotate di procedere all’emissione di titoli obbligazionari prevedenti clausole di partecipazione agli utili di impresa e di subordinazione. La durata minima di tali strumenti è stata fissata in trentasei mesi. In termini di qualificazione oggettiva, tali titoli sono considerabili nell’ambito delle forme di equity-debito “ibride” non dando luogo a diritti partecipativi. L’analogia con uno strumento “equity” deriva dal fatto che una parte della remunerazione del bond holder dipende dal risultato economico dell’impresa emittente. Quanto ai minibond, focus del presente contributo, i principali interventi sono stati concentrati nell’articolo 32 (Strumenti di finanziamento alle imprese) del D.L n. 83/2012 [18], nell’articolo 36 (Misure in materia di confidi, strumenti di finanziamento e reti d'impresa) del D.L. n. 179/ 2014 [19] e nell’articolo 12 (Misure per favorire il credito alle PMI) del D.L. n. 145/2014 [20]. I principali razionali economici di tali misure sono identificabili, come noto, nel consentire alle società non quotate di fruire delle medesime agevolazioni fiscali concesse alle società quotate, di permettere alle PMI – come da definizione comunitaria [21] – di poter raccogliere capitali accedendo direttamente al mercato degli investitori qualificati e professionali e di rimuovere i limiti legali di cui al primo comma dell’art. 2412 del codice civile [22] in base ai quali le società non quotate potevano emettere obbligazioni per un ammontare non superiore al doppio della somma di capitale sociale, riserva legale e riserve disponibili. Quanto ai vantaggi fiscali introdotti, il combinato disposto delle normative sopra richiamate ha concesso, lato emittente, la possibilità di dedurre pienamente nel limite del 30% del Reddito operativo lordo annuo spese di emissione e interessi passivi e, lato investitore, l’esenzione della ritenuta fiscale del 20% ex art. 26 DPR 600/73 per titoli negoziati in mercati regolamentati. Come noto, l’effetto combinato dei limiti quantitativi imposti agli emittenti non quotati, della forte penalizzazione fiscale derivante dal precedente regime e della rilevante quota di diffusione della PMI nel tessuto imprenditoriale italiano è stato quello di uno scarsissimo accesso al mercato delle emissioni obbligazionarie da parte delle imprese nazionali. Come dimostrato dall’analisi dei dati storici, il mercato dei corporate bonds in Italia è stato caratterizzato da limitatissimi livelli di spessore, ampiezza e liquidità. Come conseguenza indiretta di tali fattori, le imprese si sono approvvigionate unicamente dal canale bancario andando a “rafforzare” il “banco-centrismo” italiano. Ricorso ai finanziamenti In termini più ampi, le novità introdotte hanno contribuito a lanciare un nuovo mercato dei corporate bond in Italia e a predisporre i requisiti per un percorso di crescita, anche culturale, del tessuto imprenditoriale italiano. Evidenza di questo secondo elemento si desume, inter alia, nel prerequisito imposto per la quotazione sui mercati regolamentati dei titoli emessi dalle PMI consistente nella necessità di avere il bilancio certificato da revisore contabile o società di revisione iscritta nel registro dei revisori [23]. Ponendo tale pre-requisito, si delinea implicitamente un percorso di avvicinamento da parte delle PMI verso i mercati regolamentati e, coerentemente a ciò, si evidenzia la necessità di offrire piena trasparenza dei numeri delle aziende al mercato. Dal punto di vista degli investitori che sottoscrivono gli strumenti, l’elemento della piena trasparenza è infatti del tutto essenziale per poter “prezzare” in modo opportuno il rischio emittente. Tale necessità si ritiene ancor più importante in un contesto di mercato di assoluta novità in cui non c’è ancora familiarità a valutare il rischio PMI da parte degli investitori qualificati. È nella medesima prospettiva che, sotto impulso del policy maker, è stato creato un mercato regolamentato ad hoc per tale tipologia di strumenti finanziari alternativi: l’approccio del legislatore è stato quello, nella prima fase di start-up del mercato, di vincolare la fruizione dei benefici fiscali introdotti dal Decreto Sviluppo, alla quotazione dello strumento su un mercato regolamentato o all'ammissione alla negoziazione su un sistema multilaterale di negoziazione. È in questa ottica che è stato lanciato da Borsa Italiana, nell’ambito del sistema multilaterale di negoziazione ExtraMot, un nuovo segmento – ExtraMot PRO [24] – espressamente dedicato agli investitori professionali interessati a sottoscrivere, inter alia, obbligazioni e altri titoli di debito e gli strumenti partecipativi. Anche in tale contesto, il dettato normativo è stato ispirato a una rilevante semplificazione in merito ai requisiti informativi necessari per l’ammissione al mercato. Rispetto ai normali mercati regolamentati, è infatti possibile essere ammessi alla negoziazione presentando un “documento di ammissione semplificato” che si caratterizza per maggiore snellezza rispetto a un prospetto redatto conformemente al Regolamento 809/2004. Sotto il profilo della trasparenza informativa, è poi necessario che l’emittente abbia depositato i bilanci degli ultimi due esercizi e rispettato il criterio della revisione contabile rispetto all’ultimo bilancio. Volendo sintetizzare i tratti distintivi dei principali interventi normativi fin qui adottati, si può notare come il legislatore abbia tentato di intervenire su tutti gli elementi caratterizzanti la “filiera verticale” del mercato. Si è infatti preoccupato di predisporre condizioni di stimolo all’emissione per le imprese rimuovendo i disallineamenti esistenti tra grandi imprese quotate e PMI, ha incentivato il coinvolgimento degli investitori mediante interventi sulla leva fiscale e l’ampliamento della platea degli stessi [25], ha infine contribuito a creare una piattaforma ad hoc per gli strumenti alternativi che, in futuro, potrà essere utilizzata anche come strumento per stimolare lo sviluppo del mercato secondario. Alla valutazione degli effetti concreti sul mercato di tali interventi è dedicato il seguente paragrafo. 4. Le evidenze del mercato: alcune valutazioni quantitative dei primi due anni di vita. In questi primi due anni di vita [26], sono stati ammessi alla quotazione titoli per un ammontare totale di debito pari a 4,122 miliardi di Euro. In termini numerici, sono stati quotati 80 titoli di debito. Le società che si sono affacciate complessivamente sul mercato sono state 62. La dimensione media delle operazioni è stata pari a 50,269 milioni di Euro. Considerando i trend più significativi degli anni 2013-2014, le evidenze riscontrate sono così sintetizzabili:
    • 2013: 33 operazioni per un totale emesso pari a 2,880 miliardi di Euro e size media di 82,31 milioni di Euro;
    • 2014: 47 operazioni per un totale emesso pari a 1,241 miliardi di Euro e ticket medio dell’emissione di 26,4 milioni di Euro.
      I dati sopra richiamati testimoniano un’importante evidenza empirica: nella prima fase di mercato, le imprese di minori dimensioni si sono dimostrate meno preparate a cogliere le importanti opportunità offerte dalle innovazioni normative. Conseguentemente le dimensioni delle operazioni di emissione sono state estremamente rilevanti. Totale emissioni bond Alcuni dati numerici contribuiscono a confermare tali evidenze:
    • 2013: le prime 10 operazioni per dimensione complessiva hanno cubato 2,559 miliardi di Euro con dimensione media di 255,9 milioni di Euro e dimensione massima di 424 milioni di Euro [27];
    • 2014: le prime 10 operazioni per dimensione complessiva hanno cubato 945,7 milioni di Euro con dimensione media di 94,5 milioni di Euro e dimensione massima di 284,65 milioni di Euro [28].
      In termini dimensionali:
    • l’azienda di più ampie dimensioni che ha perfezionato un’emissione ha un Valore della Produzione pari a 787,5 milioni di Euro (Matunecoop SpA che ha emesso 425 milioni di Euro in due tranches). Il valore della produzione medio delle più grandi 10 società emittenti è pari a 348,2 milioni di Euro;
    • ad eccezione di alcune aziende “outlier”, la società emittente di più ridotte dimensioni ha un valore della produzione pari a 1,5 milioni di Euro (JSH Group che ha emesso titoli per 1,8 milioni di Euro). Il valore della produzione medio delle più piccole 10 società emittenti è pari a 5,0 milioni di Euro.
      Ponendo come criterio di definizione della Piccola e Media Impresa i 50 milioni di Euro di valore della produzione, sono state 36 le aziende emittenti (con dimensione media pari a 20,2 milioni di Euro di valore di produzione) che si sono affacciate a questo mercato per un totale emesso di 306,3 milioni di Euro (i.e., dimensione media pari a 8,5 milioni di Euro). Nei fatti – e questo è il tema di maggior criticità di questa prima fase di sviluppo del mercato – le PMI, vero target dell’impianto normativo predisposto nell’ultimo triennio, hanno emesso titoli per un ammontare pari al 7,4% dell’ammontare totale. Limitando l’analisi alle emissioni di “dimensione media e piccola” – definite come tutte quelle inferiori ai 50 milioni di Euro totali – si riscontra come queste siano state pari a 65; in termini comparativi, le emissioni medio-piccole sono state pari all’81,2%. Totale emissione minibond 2 In termini complessivi, le emissioni inferiori ai 50 milioni di Euro cubano circa 640 milioni di Euro (15,6% del totale minibond emessi) mentre quelle superiori a 50 milioni di Euro sviluppano un importo pari a 3,48 miliardi di Euro. Focus sulle emissioni di minibond Passando all’analisi della struttura delle operazioni, un’indicazione molto forte data dal mercato è la presenza di un consistente appetito per piani di rimborso di tipo bullet. In particolare, tale struttura è stata scelta in 55 casi su 80 (68,75% delle emissioni). I piani di rimborso amortizing sono stati selezionati in 25 occasioni (31,25%). L’ammontare delle emissioni bullet è stato pari a 3,86 miliardi di Euro (dimensione media 70,2 milioni di Euro) mentre il totale emesso con strutture amortizing ammonta a 256,8 milioni di Euro (dimensione media 10,2 milioni di Euro). L’implicazione di tale evidenza è che le imprese di dimensioni più rilevanti – in genere più disciplinate nelle attività di pianificazione e gestione della funzione finanza – appaiono in grado di gestire più agevolmente strutture con piani di ammortamento sbilanciati verso la scadenza. Struttura dei piani di rimborso delle emissioni In termini di struttura di tasso, la preferenza degli emittenti è largamente per il tasso fisso. Tale opzione è stata scelta dagli emittenti in 71 casi (88,75%) su 80 per un totale emesso di 3,457 miliardi di Euro e dimensione media delle operazioni pari a 48,7 milioni di Euro. Solo in 9 casi, l’emittente ha scelto una struttura di tasso variabile (11,25% in termini assoluti) per un totale emesso di 664,7 milioni di Euro e dimensione media delle operazioni pari a 73,8 milioni di Euro. Seppur scarsamente significativo in considerazione delle differenti durate delle operazioni di emissioni, il tasso medio [29] delle operazioni di emissione a tasso fisso è stato pari al 6,39%. Focalizzando l’attenzione sulle emissioni a tasso fisso:
    • in 15 casi, il tasso è stato inferiore/uguale alla soglia del 5% (254,3 milioni di Euro);
    • in 18 casi (423,7 milioni di Euro) compreso tra 5 (escluso) e 6% (incluso);
    • in 13 casi (413,0 milioni di Euro) tra 6 (escluso) e 7% (incluso);
    • in 18 casi (1,734 miliardi di Euro) tra 7 (escluso) e 8% (incluso);
    • nei restanti 7 casi il tasso è stato superiore all’8% (632,2 milioni di Euro).
      Il tasso medio [30] delle emissioni a tasso fisso del 2014 è stato pari al 5,82% in netto calo rispetto al 7,13% del 2013. Ciò anche in virtù delle differenti condizioni di macrocontesto finanziario che si sono create nell’ultimo anno grazie ai già citati massivi interventi della BCE. La durata (nominale) delle operazioni è stata mediamente pari a 6,6 anni. In 13 casi, gli emittenti hanno quotato titoli di durata inferiore/uguale ai 3 anni per un ammontare complessivo di 47 milioni di Euro (size media 3,6 milioni di Euro); in 31 casi, la durata è stata compresa tra 3 e 5 anni per un totale di 1,298 miliardi di Euro (size media 41,9 milioni di Euro); mentre, nei restanti 36 casi la durata è stata superiore ai 5 anni con debito outstanding totale di 2,776 miliardi Euro (size media 77,1 milioni di euro). L’evidenza che emerge dall’analisi delle durate nominali delle operazioni di emissione è che al crescere dell’importo, si assiste a un incremento della durata nominale del titolo. Focus sulla durata delle emissioni 5. Considerazioni conclusive: alcune direzioni di sviluppo. Volendo trarre alcune conclusioni dall’analisi empirica del data set raccolto dall’avvio della piattaforma ExtraMot Pro fino al 30 settembre 2014, queste sono così sintetizzabili:
    • lo strumento dei minibond, originariamente pensato per lanciare un mercato dei corporate bond per le PMI è stato in realtà utilizzato maggiormente – soprattutto nei primi mesi di vita – da imprese di dimensione medio-grande in virtù della loro maggiore capacità di pianificazione finanziaria;
    • con il passare dei mesi, la platea delle imprese emittenti si sta gradualmente allargando ad imprese di piccola e media dimensione anche in virtù del maggior grado di informazione che si è diffuso sul mercato;
    • in termini assoluti, il taglio tipico delle operazioni di emissione è inferiore ai 15 milioni di Euro;
    • in termini strutturali, le aziende propendono per emissioni a tasso fisso e gli investitori manifestano un certo appetito per piani di rimborso di tipo bullet;
    • le emissioni obbligazionarie sono tipicamente di medio-lunga durata e i tassi – sia grazie a considerazioni di contesto generale che in virtù della minore diffidenza degli investitori – sembrano aver imboccato un trend decrescente.
      Proseguendo nella strada già ben delineata del legislatore e anche nella prospettiva di attirare un numero maggiore di emittenti e investitori (anche stranieri) nel mercato, alcune misure correttive potrebbero rivelarsi di estrema utilità. In particolare, sembrano due i principali bottleneck da rimuovere per una piena maturazione del mercato: da un lato, l’ulteriore percorso di limitazione delle barriere all’entrata per le PMI; dall’altro, l’adozione di strumenti di incentivo all’investimento per gli investitori istituzionali. Per quanto riguarda il primo aspetto, è piuttosto evidente come il pre-requisito soggettivo costituito dall’obbligo di certificazione del bilancio da revisore contabile o società di revisione iscritta nel registro dei revisori possa “tagliare” gran parte delle PMI. Queste infatti, o per motivi culturali o per ragioni di natura economica, potrebbero correre il rischio di interpretare la revisione come una “spesa improduttiva”. Una misura determinante in quest’ottica potrebbe essere costituita dalla copertura delle spese sostenute dalle imprese per la certificazione (idealmente in ottica pluriennale sia per il primo anno che per gli anni successivi di monitoraggio). In ordine al secondo aspetto, nei primi mesi di sviluppo del mercato, si poteva riscontrare una limitata fiducia per lo strumento da parte degli investitori qualificati. Questi apparivano restii ad allocare parte dei propri portafogli su tali titoli anche alla luce del fatto che non era ancora disponibile un track record consolidato sugli stessi. A livello più ampio, la combinazione di “rischio-Paese” e rischio associato alle PMI ha nei fatti inibito anche gli investitori internazionali ad affacciarsi sul mercato. La scarsa propensione a entrare da parte degli investitori ha avuto anche una certa influenza sul pricing delle emissioni. In ottica sistemica, al fine di limitare gli effetti negativi di tale scenario, gli investitori richiedono tipicamente alcuni interventi nella prospettiva di veder mitigato il rischio delle operazioni. Nello specifico, le misure che sembrano maggiormente percorribili sembrano essere l’ottenimento di garanzie (pubbliche e a prima richiesta) su parte delle emissioni obbligazionarie – l’intervento ridurrebbe il rischio per gli investitori, rendendo gli strumenti più appetibili e semplici da collocare – e la copertura delle spese sostenute dagli investitori per il coinvolgimento delle Agenzie di rating nella valutazione indipendente delle operazioni. Una notazione a tale proposito appare necessaria: in considerazione della presenza di Agenzie di rating che valutano in modo indipendente l’emittente, i supplier tipici di strumenti garanzia pubblica presenti nel mercato creditizio dovrebbero essere estremamente interessati a tale tipo di operatività. Ciò in virtù del fatto che – rispetto a una normale operazione creditizia – nell’ambito dell’emissione di minibond esiste appunto un doppio canale valutativo: quello dell’originator (tipicamente una banca) e quello dell’Agenzia di rating. Note [*] Il presente contributo è stato preventivamente sottoposto a referaggio anonimo affidato ad un componente del Comitato di Referee secondo il Regolamento adottato da questa Rivista. [1] Nelle due aste di dicembre 2011 e febbraio 2012 sono stati rispettivamente erogati 489,2 miliardi di Euro a 523 banche e 529,5 miliardi di Euro a 800 banche. [2] Cfr. Banca d’Italia (2014): tra giugno 2013 e giugno 2014 i finanziamenti a imprese e famiglie sono calati di 20 miliardi di (da 1.446,4 a 1.426,08 miliardi di Euro). [3] Banca d’Italia, 2013, Relazione annuale, Roma. [4] EBA, 2012, Final report on the implementation of Capital Plans following the EBA’s 2011 Recommendation on the creation of temporary capital buffers to restore market confidence, disponibile al sito: http://www.eba.europa.eu/documents/10180/15956/ Finalreportrecapitalisation exercise .pdf/87602d3f-ec8 d-4788-9aa8-fae0f28f4c23 [5] Banca d’Italia, 2014, Supplementi al Bollettino Statistico - Indicatori monetari e finanziari n. 51, Roma. [6] Banca d’Italia, 2013, Relazione annuale, Roma. [7] Elaborazioni su dati tratti da European Venture Capital Association, 2013, 2012 Pan-European Private Equity and Venture Capital Activity, disponibile al sito: http://www.evca.eu/media/ 12067/2012_Pan-European_PEVC_Activity.pdf. [8] Banca d’Italia, 2014, Supplementi al Bollettino Statistico - Indicatori monetari e finanziari n. 51, Roma. [9] Come noto, il meccanismo di rimozione delle restrizioni all’accesso al credito previsto dal Fondo centrale di garanzia si basa sul fatto che, per la porzione di finanziamenti assistiti dalla garanzia pubblica, la ponderazione ai fini del calcolo dell’RWA (risk weighted assets) è pari a zero. Ciò poiché la garanzia dello Stato che opera in caso di inadempimento dell’impresa finanziata è di ultima istanza. In sostanza, sugli importi garantiti vige il meccanismo della ponderazione zero che permette agli Intermediari di ridurre l'importo degli accantonamenti a bilancio necessari a fronte delle erogazioni creditizie. [10] 8 miliardi di Euro per la prima Convenzione ABI-CDP firmata il 28 maggio 2009, 8 miliardi per la seconda datata 17 febbraio 2010, 1 miliardo per la terza del 17 dicembre 2010 (c.d. “Plafond 10 anni”), 10 miliardi di Euro per la quarta firmata il 1° marzo 2012 di cui 8 per investimenti e circolante e 2 per i crediti verso la Pubblica Amministrazione e, da ultimo, 5 miliardi di Euro nell’ambito della quinta (5 agosto 2014) per investimenti ed esigenze di circolante delle piccole e medie imprese (4 miliardi), per i bisogni delle reti di imprese (500 milioni) e per il supporto all’export (500 milioni). [11] In dettaglio, il riferimento è agli accordi firmati da ABI e rappresentanti delle Associazioni di categoria e rinnovati in varie occasioni: 3 agosto 2009, 16 febbraio 2011, 28 febbraio 2012 e, da ultimo, 1° luglio 2013. [12] In particolare, D.L. n. 35/2013 (che ha messo a disposizione 40 miliardi di Euro per il biennio 2013-2014), D.L. n. 102/2013 (7,2 miliardi di euro per il 2013), Legge di Stabilità 2014 (0,5 miliardi) e nel D.L. n. 66/2014 (9,3 miliardi). [13] Fondi per il Venture capital (FVG) di cui all'articolo 31 del D.L. n. 98/2011 come applicato dal Decreto del Ministero dell’economia e delle finanze del 21 dicembre 2012, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 28 febbraio 2013. [14] Articolo 1, comma 3, del D.L. n. 201/2011, convertito con legge n. 214/2011- [15] Committee on Finance and Industry Report, 1931, Macmillan Report, H.M.S.O., Londra. [16] Ai sensi dei commi 19 e 20 dell’articolo 32 del Decreto Sviluppo (D.L. n. 83/2012), 19. le obbligazioni e i titoli similari emessi da società non emittenti strumenti finanziari rappresentativi del capitale quotati in mercati regolamentati o in sistemi multilaterali di negoziazione, diverse dalle banche e dalle micro-imprese, come definite dalla raccomandazione 2003/361/CE della Commissione, del 6 maggio 2003, possono prevedere clausole di partecipazione agli utili d'impresa e di subordinazione, purché con scadenza iniziale uguale o superiore a trentasei mesi. 20. La clausola di subordinazione definisce i termini di postergazione del portatore del titolo ai diritti degli altri creditori della società e ad eccezione dei sottoscrittori del solo capitale sociale. Alle società emittenti titoli subordinati si applicano le norme di cui all'articolo 2435 del codice civile. Le emissioni di obbligazioni subordinate rientrano tra le emissioni obbligazionarie e ne rispettano i limiti massimi fissati dalla legge”. [17] La definizione minibond è estremamente imprecisa e si utilizzerà unicamente per esigenze di sintesi. [18] C.d. Decreto Sviluppo, convertito dalla Legge n. 134 del 7 agosto 2012. [19] C.d. Decreto Crescita, convertito dalla Legge n. 221 del 17 dicembre 2012. [20] C.d. Decreto Destinazione Italia, che ha modificato la Legge n. 130/ 1999. [21] Cfr. Raccomandazione 2003/361/CE della Commissione europea del 6 maggio 2003 come recepita dal Decreto del Ministero delle Attività Produttive del 18 aprile 2005, pubblicato sulla GU n. 238 del 12 ottobre 2005. In base alla Raccomandazione, si definisce micro-impresa, l’impresa con meno di 10 dipendenti e fatturato o totale di bilancio annuale inferiore ai 2 milioni di euro, piccola impresa, quella con meno di 50 dipendenti e fatturato o totale del bilancio annuale non superiore ai 10 milioni di euro e media impresa, quella con meno di 250 dipendenti e fatturato inferiore a 50 milioni di euro o totale di bilancio annuale inferiore a 43 milioni di euro. [22] Art. 2412, commi I e II (Limiti all'emissione): 1. La società può emettere obbligazioni al portatore o nominative per somma complessivamente non eccedente il doppio del capitale sociale, della riserva legale e delle riserve disponibili risultanti dall'ultimo bilancio approvato. I sindaci attestano il rispetto del suddetto limite. 2. Il limite di cui al primo comma può essere superato se le obbligazioni emesse in eccedenza sono destinate alla sottoscrizione da parte di investitori professionali soggetti a vigilanza prudenziale a norma delle leggi speciali. In caso di successiva circolazione delle obbligazioni, chi le trasferisce risponde della solvenza della società nei confronti degli acquirenti che non siano investitori professionali. [23] Cfr. comma 2, punto b. dell’articolo 32 del D.L n. 83/2012: “l'ultimo bilancio dell'emittente sia assoggettato a revisione contabile da parte di un revisore legale o di una società di revisione legale iscritti nel Registro dei revisori legali e delle società di revisione”. [24] La partenza ufficiale del segmento è datata 11 febbraio 2013. [25] Il riferimento è alle previsioni normative del Decreto Legge “Destinazione Italia” (D.L. n. 145/2013) che hanno incluso nel perimetro degli investitori le imprese di assicurazione (gli investimenti in minibond sono compatibili con le disposizioni in materia di copertura delle Riserve Tecniche delle Assicurazioni) ei Fondi di Investimento riservati a investitori qualificati dedicati alla sottoscrizione di obbligazioni emesse da PMI. [26] In realtà, l’orizzonte temporale è ristretto da marzo 2013 (data della prima emissione quotata su ExtraMot PRO) al 30 settembre 2014 (data a cui è stata chiusa l’analisi dell’evidenza empirica di questo contributo). [27] L’operazione in questione è quella conclusa da Matutencoop ad agosto 2013 che, complessivamente, ha emesso 425 milioni di Euro in due tranches. [28] L’operazione in questione è quella conclusa da CMC a luglio 2014 che, complessivamente, ha emesso 300 milioni di Euro in due tranches. [29] Media aritmetica non ponderata per il ticket delle emissioni. [30] Media aritmetica non ponderata per il ticket delle emissioni. Riferimenti bibliografici Banca d’Italia, Relazione annuale, 2013, Roma Banca d’Italia, Supplemento al Bollettino Statistico n. 43, 2014, Roma Banca d’Italia, Supplementi al Bollettino Statistico - Indicatori monetari e finanziari n. 51, 2014, Roma A., Bompani, E., Catelani, Project Bond & Commercial Paper, obbligazioni garantite, subordinate, partecipative e cambiali finanziarie alla ricerca di investitori qualificati, Franco Angeli, 2012, Milano Committee on Finance and Industry Report, Macmillan Report, H.M.S.O., 1931, Londra Commissione europea, Il finanziamento a lungo termine dell’economia europea, Libro Verde, 2013, Bruxelles A., De Socio, V., Nigro, Does corporate taxation affect cross-country firm leverage?, Banca d'Italia, Temi di discussione n. 889, 2012, Roma De Socio A., 2010, La situazione economico-finanziaria delle imprese italiane nel confronto internazionale, Banca d’Italia, Questioni di economia e finanza n. 66, Roma EBA, Final report on the implementation of Capital Plans following the EBA’s 2011 Recommendation on the creation of temporary capital buffers to restore market confidence, 2012, disponibile al sito: http://www.eba.europa.eu/ documents/10180/15956/Final reportrecapitalisation exercise.pdf/87602d3f-ec8 d-4788-9aa8-fae0f28f4c23 European venture capital association, 2012 Pan-European Private Equity and Venture Capital Activity, 2013, disponibile al sito: http://www.evca.eu/media/12067/2012_PanEuropean_PEVC_Activity.pdf M., Gabbrielli, D., D’Affronto, R., Bellina, P., Chiappa, Dal Decreto Sviluppo al Decreto Destinazione Italia con i minibond per il rilancio delle PMI Italiane, 2014, disponibile al sito: http://www.andaf.it /public/documenti/Articolo%20-%20Mini %20bond.pdf G., Schirone, Finanziamento della crescita e mini-bond: il problema e una possibile (parziale) soluzione, 2014, disponibile al sito: http://www.prometeiaadvisor.it/it-it/informazione/newsletter-an teo/archivio-download/2014/n-75-gennaio-2014/osservatorio-prometeia.aspx?idC=65852&LN=it-IT 29 dicembre 2014
  • Piano nazionale delle frequenze: conto alla rovescia per la gara sulla Banda L

    È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il nuovo Piano nazionale delle frequenze, in sostanza il piano regolatore sull’uso dello spettro in Italia, approvato con decreto ministeriale del 27 maggio 2015. "Scopo del Pnrf - spiega il ministero dello Sviluppo Economico - è quello di pianificare le attribuzioni delle bande di frequenze ai servizi di radiocomunicazione, definire la politica a breve e medio termine sull’uso dello spettro e stabilire per ciascun servizio radio, nell'ambito delle singole bande, l'autorità governativa preposta alla gestione delle frequenze. Il Piano recepisce nella legislazione nazionale il Regolamento delle radiocomunicazioni e gli atti finali delle Conferenze mondiali delle radiocomunicazioni (WRC), l’ultima delle quali si è tenuta a Ginevra nel 2012. Esso inoltre recepisce i provvedimenti obbligatori approvati dall'Unione Europea ed i provvedimenti della Conferenza europea delle poste e telecomunicazioni, se ritenuti necessari in quanto questi vengono implementati su base volontaria". Nel nuovo Piano la banda 1452-1492 Mhz, cosiddetta banda L, è stata attribuita con statuto primario al servizio mobile (con l’esclusione del mobile aeronautico), ed è stata recepita la decisione Cept ECC/DEC/(13)03 che suddivide la banda in 8 blocchi da 5 Mhz da utilizzarsi per applicazioni del tipo Supplemental Down Link (SDL), ossia per il solo collegamento in discesa tra stazione base e mobile a supporto delle reti mobili cellulari. Entro il 30 ottobre 2015 sarà conclusa la gara con assegnazione della banda L agli operatori mobili anche in attuazione della decisione della Commissione Ue adottata lo scorso 8 maggio, in linea con l’obiettivo di raggiungere 1200 Mhz di spettro disponibile per la banda larga mobile nel 2015. La banda 2300-2400 Mhz, poi, è stata attribuita al servizio mobile ed è stata aggiunta in tabella una nota che identifica tale banda per applicazioni Imt in accordo al regolamento delle radiocomunicazioni. Anche in questo caso la Commissione Europea intende adottare, entro il 2016, un provvedimento vincolante per l’uso di tale banda per sistemi mobili pubblici. In Italia la banda 2300-2400 Mhz è utilizzata essenzialmente per collegamenti fissi a bassa capacità ad uso privato. Infine, il nuovo Piano recepisce la decisione della Commissione Europea 2014/276/UE che modifica la decisione 2008/411/CE ed armonizza le condizioni tecniche d’uso delle bande di frequenze 3.400-3.600 Mhz e 3.600-3.800 Mhz per sistemi terrestri in grado di fornire servizi di comunicazioni elettroniche. La nuova decisione stabilisce i requisiti tecnici, basati su blocchi da 5 MHz, per l’utilizzazione della banda 3400-3800 Mhz per collegamenti di backhauling e per femtocelle nelle zone ad alta densità di traffico. Sempre in tema di frequenze, all'inizio di giugno dal Mise era arrivato il decreto sulla rottamazione di quelle assegnate alle Tv locali con contestuale avvio del percorso verso le nuove graduatorie per i fornitori di contenuti.
    Spettro radio UE, il “rapporto Lamy”: “Banda 700 mhz sia destinata a wireless broadband dal 2020″
    25 giugno 2015
  • Poste, il governo blocca la consegna a giorni alterni

    Consegna della posta a giorni alterni: contrordine. Il piano introdotto da Poste italiane, e che da qui al febbraio 2017 avrebbe portato a ricevere la corrispondenza un giorno sì e uno no al 25% della popolazione, ha infatti subito uno stop a seguito di un intervento del Governo scaturito dalla richiesta da parte dei Deputati dell’Intergruppo parlamentare per lo Sviluppo della Montagna e di numerosi sindaci italiani e sulla scorta di proteste arrivare nei giorni scorsi dalla diverse organizzazioni e anche dai 190 giornali aderenti alla Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici). “Ci sono in gioco temi e diritti costituzionali”, aveva affermato pochi giorni fa il Prof. Alberto Gambino, Direttore del dipartimento di Scienze Umane dell’Università Europea di Roma e Direttore scientifico di Dimt, ospite di Tv200 insieme al Presidente di Fisc, Francesco Zanotti. “C'è una direttiva europea che impone a tutti gli Stati membri il servizio universale; inoltre, c’è il tema della concorrenza, perché siamo in presenza di un monopolista che non può impedire ad una fetta di popolazione l’approvvigionamento di un bene pubblico essenziale. L’esito della vicenda - aveva concluso Gambino - è dunque a mio avviso scontato e non è limitato ad una procedura di infrazione a livello comunitario". Una previsione confermata dai fatti delle ultime ore. In una nota Poste comunica inoltre di aver anche "avviato, nell'ambito del tavolo dell'Editoria convocato dalla presidenza del Consiglio e dal Mise, e in accordo con l' Agcom, una iniziativa per proseguire la consegna dei giornali, fino al 31 dicembre, anche nelle zone interessate. Tale iniziativa, a carattere commerciale non rientra nel perimetro del nuovo servizio universale postale". Il piano  potrebbe dunque scattare il prossimo anno, solo però a seguito di una verifica sui volumi reali di corrispondenza che dovrà essere effettuata dall’Agcom, con l’obiettivo di evitare disservizi e diminuzione della qualità. 3 ottobre 2015
  • Quale governo per l'Ue? - Roma, 4 dicembre 2015

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  • Riforma della Pa, approvate alla Camera le misure sulla "cittadinanza digitale". Che passa per il digital first

    La Camera dei Deputati ha approvato in seconda lettura il disegno di legge delega di riforma della Pubblica amministrazione presentato dal Governo; nel provvedimento, che torna ora all'esame del Senato, sono contenute anche alcune importanti misure in tema di "cittadinanza digitale". L'Esecutivo è infatti delegato ad adottare uno o più decreti legislativi sulle modalità di erogazione dei servizi ai cittadini, in modo da "assicurare la accessibilità on line alle informazioni e ai documenti in possesso delle amministrazioni pubbliche, ai pagamenti nei loro confronti, nonché all'erogazione dei servizi". Si introducono così anche nel nostro ordinamento i principi del Freedom of Information Act (FOIA) così come stabilito in un emendamento a firma dei deputati Pd Paolo Coppola e Anna Ascani.
    FOIA, Ascani: “Il diritto ad uno Stato trasparente non può ledere il diritto ad uno Stato sicuro”
    "L'esercizio della delega - si legge in una nota della Camera -  è subordinato al rispetto di una dettagliata serie di principi e criteri direttivi. Un primo gruppo introduce una serie di misure volte a favorire l'accesso dell'utenza ai servizi delle amministrazioni pubbliche in maniera digitale. In particolare, è prevista la definizione di un livello minimo delle prestazioni in materia di servizi on line delle amministrazioni pubbliche, la piena applicazione del principio innanzitutto digitale (cd. digital first, in base al quale il digitale è il canale principale per tutte le attività delle p.a.), il potenziamento della connettività a banda larga e ultralarga e dell'accesso alla rete internet presso gli uffici pubblici, la partecipazione con modalità telematiche ai processi decisionali pubblici, l'armonizzazione della disciplina del Sistema pubblico per la gestione dell'identità digitale (SPID) volto ad assicurare l'utilizzo del c.d. PIN unico, la promozione dell'elezione del domicilio digitale, la diffusione dell'informazione sugli strumenti di sostegno della maternità e della genitorialità, l'adeguamento alle norme europee in materia di identificazione elettronica e servizi fiduciari per le transazioni elettroniche; la diffusione dei pagamenti digitali".
    Spid, Samaritani (Agid): "In autunno le prime identità digitali"
    Un secondo gruppo attiene alla riforma dei processi decisionali interni alle pubbliche amministrazioni: "Essi dispongono, in particolare, la razionalizzazione dei meccanismi e delle strutture di governance della digitalizzazione, la semplificazione dei procedimenti di adozione delle regole tecniche, la ridefinizione delle competenze dell'ufficio dirigenziale generale unico istituito nelle pubbliche amministrazioni centrali con funzioni di coordinamento in materia di digitale, la digitalizzazione del processo di misuarazione e valutazione della performance". Un terzo gruppo di principi e criteri direttivi, infine, riguarda "la formulazione dei decreti delegati, prevedendo il coordinamento con la normativa vigente e l'indicazione espressa delle norme abrogate".
    Spid, pagamenti elettronici e informatizzazione del processo amministrativo: online il report sull’attuazione dell’agenda per la semplificazione
    18 luglio 2015
  • Riforma Rai, il testo del Ddl: cda di sette membri, entro un anno dalla legge il decreto per la revisione del canone. Palazzo Chigi: "Trasformare il servizio pubblico da broadcaster a media company"

    "Da oltre sessanta anni la Rai ha un compito: comunicare l’Italia. Deve tornare ad assolverlo in maniera decisa ed efficace". È così che il Governo annuncia il Ddl di riforma del servizio pubblico approvato dal Consiglio dei ministri il 27 marzo scorso. "La Rai - si legge in una nota di Palazzo Chigi - ha raccontato e costruito l’identità culturale e sociale del nostro Paese, ma con gli anni la morsa della burocrazia e dei partiti ha ridotto fortemente la sua capacità di competere, soprattutto a livello internazionale, indebolendo l’azienda. Oggi occorre riannodare i fili di quell’identità. La Rai non è una municipalizzata di provincia, la prima industria culturale italiana non può sottostare a procedure cavillose chilometriche o avere l’incubo della Corte dei Conti, senza peraltro che questo l’abbia salvata da vicende poco chiare e scandali. Creatività e professionalità italiane hanno le carte in regola per gareggiare con i grandi network a livello mondiale, per entrare nei mercati internazionali delle produzioni di eccellenza, per esportare all’estero le fiction che raccontano l’Italia, ma devono essere messe nelle condizioni di farlo". "Costruire il servizio pubblico del futuro significa porre le condizioni per una governance che accompagni la trasformazione della Rai da broadcaster a media company capace di essere presente e produrre contenuti per tutte le piattaforme, lineari e non lineari, con una particolare attenzione all’innovazione tecnologica. C’è inoltre la necessità di realizzare una piattaforma digitale che, con il completamento della digitalizzazione del prezioso archivio Rai, permetta una fruizione efficace, contribuendo ad azzerare il digital divide, valorizzando il passato audiovisivo come memoria collettiva e costituendo libraries di prodotti specifici per scuole e università. La Rai - prosegue il Governo - può e deve tornare ad essere il centro di eccellenza per la produzione di contenuti originali italiani. Serve un sistema nazionale di prodotti audiovisivi capace di promuovere la cultura italiana nel mercato internazionale, anche favorendo la crescita della produzione indipendente. Questo non solo è un obiettivo fondamentale in termini di mission strategica, ma lo è anche in termini di modello di business; la nuova Rai diventa lo strumento indispensabile per riconquistare il ruolo che spetta all’Italia nella produzione mondiale dell’audiovisivo, con la promozione della cultura italiana e del Made in Italy. Il servizio pubblico può acquisire un nuovo profilo internazionale anche attraverso la produzione di programmi in lingua inglese e la creazione di un canale culturale all’altezza dei migliori esempi europei". "Abbiamo di fronte un percorso articolato: rinnovo della governance, riforma del canone, Contratto di servizio, scadenza della Concessione ventennale. Governo e Parlamento non possono più perdere tempo, la sfida tecnologica, produttiva e culturale non aspetta i tempi della politica italiana". Cda - Il nuovo consiglio di amministrazione avrà 7 membri: "L'elezione - si legge nel testo del disegno di legge - avviene sulla base di una lista composta da 4 membri, eletti due dalla Camera dei deputati e due dal Senato della Repubblica con voto limitato, 2 membri di nomina governativa, designati dal Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell'economia e delle finanze e un membro designato dall'assemblea dei dipendenti di RAI Spa secondo modalità che garantiscano la trasparenza e rappresentatività della designazione stessa". La revoca dei componenti del cda "è deliberata dall'Assemblea ed acquista efficacia a seguito di valutazione favorevole della Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi". Un ampio ventaglio di poteri è assegnato all'amministratore delegato, il quale, "nominato dal consiglio di amministrazione su proposta dell'assemblea", "rimane in carica per tre anni dall'atto di nomina, salva la revoca delle deleghe in ogni momento da parte del consiglio di amministrazione, sentita l'assemblea". Canone - Al Governo è assegnato il compito di adottare, entro 12 mesi dalla data di entrata in vigore della legge, "uno o più decreti legislativi per la disciplina del finanziamento pubblico alla RAI s.p.a. sulla base dei seguenti principi e criteri direttivi: revisione della normativa vigente in materia di canone, tenendo conto della giurisprudenza delle corti superiori; efficientamento del sistema del finanziamento pubblico della RAI s.p.a. in considerazione del livello di morosità riscontrata, dell'incremento delle disdette, dell'analisi costi-benefici nel perseguimento di politiche finalizzate a perequazione sociale ed effettività della riscossione; indicazione espressa delle norme abrogate; armonizzazione del sistema di finanziamento al modello societario della RAI s.p.a". 4 aprile 2015
  • Sharing economy e trasporti: l'apertura dell'Autorità di regolazione

    "La domanda di mobilità, specie per le fasce di reddito basse e per i giovani, si orienta verso sistemi basati sulla flessibilità e sulla condivisione di risorse, tipici della sharing economy; ci proponiamo di far emergere questo mercato, affinché domanda e offerta di servizi possano incontrarsi in modo trasparente e nel rispetto delle regole applicabili alla attività economica d’impresa". È quanto si legge nella nota con la quale l'Autorità di regolazione dei trasporti annuncia di aver rivolto al Governo e al Parlamento un atto di segnalazione sui "profili di rilevanza economico-regolatoria dell’autotrasporto di persone non di linea". Dell’atto, che è accompagnato da proposte normative di modifica della legge 15 gennaio 1992 n. 21, l’Autorità auspica "che il legislatore tenga conto nel definire i suoi obiettivi di policy e la disciplina della materia di natura civilistica, fiscale ed attinente ai profili dell’ordine pubblico. Se le nostre proposte venissero accolte, occorrerebbe assicurare un adeguato raccordo con altri complessi normativi collegati". uberUna iniziativa che arriva a pochi giorni dalla sentenza con la quale il Tribunale di Milano ha disposto il blocco di Uber Pop. "La formulazione delle proposte - prosegue la nota - è stata preceduta da un’approfondita indagine sul recente diffuso utilizzo di tecnologie informatiche applicate in modo innovativo alla mobilità delle persone e sui suoi effetti sia sulla domanda e sui comportamenti degli utenti che sul fronte della offerta dei servizi di autotrasporto di persone non di linea". L’atto muove "dall’offerta di una pluralità di tipologie di servizi di autotrasporto di persone, oggi resa possibile dalla diffusione di tecnologie mobili competitive e dal cambiamento delle abitudini di consumo degli utenti da esse prodotto". Fra le proposte, l’Autorità segnala la necessità di dare un adeguato livello di regolazione alle "emergenti formule del trasporto non di linea diverse dai servizi di taxi ed Ncc basate su piattaforme tecnologiche che offrono servizi di intermediazione su richiesta e con finalità commerciale". A tal fine, essa propone di "introdurre obblighi specifici attinenti sia alle piattaforme, che ai requisiti del conducente, che alla qualità ed alla sicurezza del servizio". L’Autorità propone anche il mantenimento dell’attuale connotazione del taxi come servizio di trasporto pubblico non di linea, che assicura l’effettuazione della corsa a richiesta e la copertura del servizio nell’arco dell’intera giornata, nonché la possibilità per i taxi di praticare sconti, di costituirsi come impresa e in tal caso di poter cumulare più licenze, di ampliare l’utilizzo del servizio di taxi per servizi pubblici flessibili destinati a specifiche categorie di utenti o all’adduzione alle linee di trasporto pubblico in condizioni di domanda debole, nonché la possibilità per il tassista di acquisire servizi da fonti diverse, senza vincoli di esclusiva. Le proposte formulate dall’Autorità prevedono anche l’eliminazione dell’obbligo per il titolare della autorizzazione Ncc di fare rientro in rimessa dopo ogni singolo servizio e l’affidamento alle Regioni dell’individuazione dei bacini ottimali sovracomunali di gestione dei servizi di autotrasporto di persone non di linea, attualmente affidati ai singoli Comuni. 5 giugno 2015