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  • "Chiudete la Baia dei Pirati in Islanda"

    La richiesta di un gruppo di associazioni antipirateria nei confronti degli Isp dell'isola: impedire l'accesso alla piattaforma di torrent che ha piantato le tende tra i geyser alla fine dell'aprile scorso. La stessa misura richiesta per il locale Deildu.net Schermata 2013-10-08 a 09.11.31L'inseguimento dei pirati tra i mari dei torrent non risparmia le gelide acque che circondano l'Islanda. Un gruppo di associazioni che riunisce i titolari di diritto dell'isola, tra le quali le principali sono la Stef e la Smais, hanno infatti presentato un'ingiunzione che ha lo scopo di costringere i provider locali a bloccare gli accessi a The Pirate Bay. A dieci anni esatti dalla sua fondazione in Svezia (anniversario festeggiato con il lancio di un browser basato su Tor), la Baia dei Pirati è stata oggetto di attenzioni di questo tipo ormai in tutti i paesi d'Europa; l'anno in corso ha visto gli admin del sito spostare più volte il dominio della piattaforma per sfuggire all'antipirateria: ad aprile il trasferimento aveva come base la Groenlandia, anche se bastarono 48 ore all'organo di registrazione dei domini dell'isola per annunciare il congelamento dei Dns associati alla Baia. In pochi giorni vedevano così la luce i nuovi riferimenti islandesi e caraibici. Uno scenario che non piace affatto all'antipirateria che lavora tra i geyser, i cui rappresentanti hanno richiesto il blocco anche per un'altra piattaforma, la locale Deildu.net, un sito al 152esimo posto tra i più visitati nell'isola. Ancora più in alto è la Baia dei Pirati, che si piazza in 52esima posizione di questa classifica. Le associazioni, in un comunicato stampa, assicurano di aver seguito anche altre strade prima di arrivare a questa richiesta estrema, compresa la diffusione di campagne per la sensibilizzazione all'utilizzo di alternative legali per la fruizione di contenuti audiovisivi. Tuttavia, si legge nel documento, le associazioni si dicono certe che il blocco della piattaforma trovi "forti fondamenta nella legislazione dell'Unione Europea". Scettico invece sulla reale utilità della misura è il deputato Hrafn Gunnarsson, il quale nota come la disponibilità di decine di siti di file sharing e torrent alternativi renda il blocco delle due piattaforme poco incisivo. 8 ottobre 2013
  • A lezione di Copyright negli asili della California

    I rappresentanti dei detentori di diritti e cinque provider a stelle e strisce impegnati nella messa a punto di corsi rivolti ai bambini. In parallelo al regime dei “Six strikes” in capo agli Isp  “Bambini, quella 'c' con il cerchietto intorno stampata sui libri che avete in mano significa 'copyright'”. Potrebbe iniziare così la prima delle lezioni sul diritto d'autore che il Center for Copyright Information si appresta a tenere negli asili della California. Il CCI è un organismo che coordina le attività antipirateria dei maggiori rappresentanti dei detentori di diritti a stelle e strisce, in particolare la Recording Industry Association of America (RIAA) e la Motion Picture Association of America (MPAA). "Abbiamo sviluppato un nuovo programma di studi del copyright che è in fase di sperimentazione nel corso di questo anno accademico in California", ha spiegato il direttore esecutivo Jill Lesser durante un'audizione presso la sottocommissione Giustizia della Congresso americano. La Lesser ha parlato di una serie di strategie che serviranno al CCI per allargare il suo raggio d'azione oltre il regime degli alert inviati in sei diversi step ai responsabili di presunte infrazioni del copyright dagli Isp e la cui efficacia, vista la recente introduzione, è ancora difficile da valutare. E così, prendendo anche spunto dalla difficoltà con la quale spesso l'utente medio si rapporta con la disciplina del copyright, arriva questo programma rivolto ai cittadini più piccoli; grazie alla collaborazione della California School Libraries Association e di iKeepSafe, è stato messo a punto il kit “Essere un creatore”.Schermata 2013-09-19 a 12.09.45 Il programma, tuttavia, sconta già lo scetticismo della Electronic Frontier Foundation (EFF): "Sulla base di quanto abbiamo visto finora – dichiarano rappresentanti della EFF - potrà fare ben poco per aiutare i ragazzi a capire l'equilibrio del copyright". Tornando al “Six strikes”, invece, il nuovo regime ha iniziato il suo percorso nel luglio del 2011, quando RIAA ed MPAA hanno stretto  l'accordo con i principali ISP statunitensi per far sì che gli utenti sorpresi a scaricare file illegalmente venissero avvertiti con avvisi che iniziano con un ammonimento, proseguono con notifiche “educative” (come la promozione di strade legali per l'acquisizione di materiale) ed in caso di recidività arrivano al rallentamento del traffico, al blocco di contenuti e alla disattivazione del numero di un abbonato. Insomma, il “three strikes” che riporta la memoria alla francese Hadopi diventava un six strikes gestito dai privati, anche se in principio non erano previste disconnessioni (tale pratica rischierebbe di far uscire i provider dall'ombrello protettivo riservato agli intermediari dal DMCA), ma solo la messa a punto di “ostacoli” nella vita virtuale degli utenti. Ovviamente, polemiche e proteste non sono mancate  e di sicuro non mancheranno. È nell'aprile 2012 che è entrato in scena  il Center for Copyright Information per la gestione dell'implementazione di questo sistema antipirateria. Tra il gennaio e il febbraio 2013 Verizon era pronto  a fare il primo passo. Qualche settimana fa, tuttavia, il cambio di scenario è stato imposto dall'AT&T, che si è detta disponibile a disconnettere gli utenti che arriveranno al sesto “strike”.
  • Assoluzione definitiva nel caso Google-Vividown per il motore di ricerca, breve commento alla sentenza

    di Michele Castello I giudici hanno effettuato una ricostruzione dettagliata del quadro normativo interno di riferimento, analizzando gli articoli di interesse non solo del Codice Privacy (d.lgs. 196/2003) ma anche del d.lgs. 70/2003 relativo alle disposizioni sul commercio elettronico enucleando i seguenti concetti fondamentali:
    • non sussiste, in capo ad un Internet Service Provider, anche qualora lo stesso sia qualificabile come hosting provider, un obbligo di sorveglianza dei dati immessi da terzi sul sito da lui gestito; né sussiste in capo allo stesso alcun obbligo sanzionato penalmente di informare il soggetto che ha immesso i dati (uploader) dell'esistenza e della necessità di fare applicazione delle norme contenute nel Codice della Privacy;
    • è necessario specificare i limiti di interazione tra i concetti di “trattamento” e di “titolare del trattamento”: mentre il primo è un concetto ampio, comprensivo di ogni operazione che abbia ad oggetto dati personali indipendentemente dai mezzi e dalle tecniche utilizzati, il concetto di "titolare" è, invece, assai più specifico, perché si incentra sull'esistenza di un potere decisionale in ordine alle finalità, alle modalità del trattamento di dati personali e agli strumenti utilizzati;
    • pertanto, Google è pienamente definibile come Internet Hosting Provider e, come affermato anche nella Sentenza della Corte di Giustizia europea nella causa /12, tale soggetto è riconducibile alla categoria dei titolari del trattamento di dati solo laddove incida direttamente sulla struttura degli indici di ricerca, ad esempio favorendo o rendendo più difficile il reperimento di un determinato sito;
    • nel caso di specie, quindi, il titolare del trattamento dei dati caricati sul sito Google Video è l’utente (uploader) che li ha caricati, in quanto l'essere titolare del trattamento deriva dal fatto concreto che un soggetto abbia scelto di trattare dati personali per propri fini; con la conseguenza che la persona che può essere chiamata a rispondere delle violazioni delle norme sulla protezione dei dati è il titolare del trattamento e non, invece, il mero hosting provider;
    Con il deposito odierno, quindi, i giudici della terza sezione penale della Corte di Cassazione hanno reso noti i motivi della conferma della sentenza della Corte di Appello di Milano che il 21 dicembre 2012 aveva assolto i tre manager di Google Italy dall’accusa di trattamento illecito di dati, punita dall’art. 167 Codice Privacy. Queste in sintesi le motivazioni dell’assoluzione dei tre (ex) manager di Google Italy, accusati di essere penalmente responsabili per aver violato la privacy di un minorenne disabile maltrattato in un video caricato sul servizio di hosting Google Video nell’estate del 2006. Tali conclusioni, secondo la Cassazione non sono obiettabili alla luce del dato, posto a fondamento di uno dei motivi di ricorso del PG, che l'art. 1, comma 2, lettera b) del d.lgs. n. 70 del 2003 prevede espressamente che non rientrano nel campo di applicazione della normativa sul commercio elettronico le questioni relative al diritto alla riservatezza, con riguardo al trattamento dei dati personali nel settore delle telecomunicazioni. Invero, secondo la Suprema Corte, tale clausola ha la sola funzione di chiarire che la tutela dei dati personali è disciplinata da un corpus normativo diverso da quello sul commercio elettronico; corpus normativo che rimane applicabile in ambito telematico anche in seguito all'emanazione della normativa sul commercio elettronico. Infine, ritenendo tali argomentazioni sufficienti per la conferma dell’assoluzione disposta con la sentenza impugnata, i giudici di legittimità lasciano poco spazio alle considerazioni in merito all’elemento soggettivo del reato, limitandosi ad evidenziare come il dolo del reato di cui all’art. 167 Codice Privacy non sia ravvisabile laddove, come nel caso di specie, oltre ad esservi la mancanza di un obbligo generale di sorveglianza, non sia individuabile la conoscenza, in capo al provider Google, deldato sensibile contenuto nel video caricato dagli utenti. 5 febbraio 2014
  • Baia dei Pirati, un altro strike: dalla Corte Suprema belga l'ordine di oscurare tutti i proxy

    Nessun utente belga deve poter accedere accedere a The Pirate Bay tramite uno dei proxy disseminati sulla rete dal collettivo di "pirati". È questo il senso della sentenza con la quale la Corte Suprema belga ha inferto un nuovo colpo alla Baia dei Pirati, piattaforma svedese utilizzata per la condivisione di file tramite magnet linktorrent, divenuta negli anni l'incubo di ogni organizzazione antipirateria. Come riferisce TorrentFreak, l'Alta Corte del Belgio è intervenuta nell'annoso scontro che già nel 2011 aveva visto una corte d'appello di Anversa imporre ai due provider locali Belgacom e Telnet di bloccare ogni accesso ad 11 domini riconducibili a The Pirate Bay. Veniva così ribaltata la sentenza di primo grado ma non si placava lo scontro tra gli Isp locali Belgacom e Telnet e la Belgian Anti-Piracy Foundation (BAF), quest'ultima autrice della denuncia che aveva scatenato il contenzioso. Come risposta, i gestori del sito Newbiz2 annunciavanoun aggiornamento del proprio client per includere link relativi alla Baia, con un sistema che permetteva l'aggiramento del blocco dei DNS imposto ai provider sopra nominati dal giudice belga. Solo uno degli espedienti che in poco tempo avrebbero iniziato a caratterizzare le reazioni alle mosse politiche e alle sentenze sfavorevoli alla Baia in giro per l'Europa; come nel recente caso del walzer dei domini nel Vecchio Continente. Durante l'anno in corso infatti gli admin del sito hanno più volte spostato il DNS della piattaforma per sfuggire all’antipirateria: ad aprile il trasferimento ha avuto come base la Groenlandia, anche se sono bastate 48 ore all’organo di registrazione dei domini dell’isola per annunciare il congelamento dei domini associati alla Baia. In pochi giorni vedevano così la luce i nuovi riferimenti islandesi e caraibici. Anche in quel caso, non poche in loco le reazioni inviperite. E poi il progetto di mettere in piedi un Isp proprio e il più recente lancio di un browser marchiato "Baia dei Pirati" e basato sul sistema che permette la navigazione in anonimo Tor, una specie di festeggiamento per i dieci anni di esistenza del brand.
    Nel giugno 2013 The Pirate Bay ha fatto invece “litigare” la Irish Recorded Music Association (Irma) e il provider svizzero Ucp, che aveva rifiutato le richieste di inibizione dei collegamenti alla Baia avanzate dall'associazione antipirateria. Un test per il “Sopa d'Irlanda”, che pochi giorni dopo riceveva il sigillo della High Court di Dublino: i giudici imponevano infatti a tutti gli Isp del Paese un immediato filtraggio dei canali d'accesso alla Baia. Tornando alla decisione della Corte Suprema belga, da notare come si faccia riferimento ad un blocco non solo degli attuali domini collegabili alle attività della Baia, ma anche a quelli "futuri"; un'eventualità che sembra assegnare ai provider un ruolo attivo nella ricerca di nuovi proxy riferiti al download illegale di file: "Non vogliamo diventare i poliziotti del Web", è il commento del portavoce di Belgacom Jan Margot. 22 novembre 2013
  • Il "Facebook russo" bloccato in Italia. La Procura di Roma ordina il blackout per vKontakte

    Il gemello russo di Facebook, VKontakte, non deve essere più raggiungibile dall'Italia. Dalla Procura di Roma sarebbe infatti partito un ordine di oscuramento verso gli Internet Service Provider nazionali contro il social network accusato di violazione  di copyright. Pochi i dettagli disponibili su un'operazione che sembra confermata dall'Osservatorio Censura. Aggiornata anche la voce italiana su Wikipedia con la notizia dell'avvenuto blocco. Al momento, tuttavia, il dominio vk.com risulta ancora raggiungibile.vkontakte Contestualmente sarebbe stato ordinato il blackout di altre piattaforme come movshare.net, nowdownload.ch, nowvideo.ch, rapidgator.net, topvideo.tv, upshared.com, usefile.com e videopremium.tv. Secondo la rivista di settore Tom's Hardware alla base dell'ordinanza ci sarebbe la diffusione illecita sulla piattaforma del film di Checco Zalone "Sole a catinelle", record di incassi nelle sale italiane. La rimozione di un contenuto illecito da una piattaforma, tuttavia, in questa specifica situazione pone importanti quesiti in quanto si accompagna all'oscuramento di un'intera piattaforma di social networking, con tutto ciò che questo comporta. Si potrebbe porre dunque un dubbio sulla proporzionalità di tale misura, lo stesso principio con il quale nel maggio scorso il Tribunale del Riesame di Roma aveva parzialmente accolto un ricorso presentato da un'altra delle piattaforme coinvolte in questa vicenda, Rapidgator, oscurata poche settimane prima su ordine di un Pubblico ministero. 19 novembre 2013
  • L’Internet Service Provider, tra neutralità e responsabilità. il caso “Google Autocomplete”

    di Fabrizio Ventriglia 1.    Introduzione La Rete rappresenta certamente un contenitore straordinario di informazioni, rese disponibili a chiunque ne abbia interesse in maniera semplice, immediata, intuitiva ed economica, se non addirittura gratuita. All’interno di un contesto così delineato, la circolazione dei dati risulta essere possibile mediante l’ausilio di unintermediario: l’Internet Service Provider. Tali intermediari, infatti, svolgono la funzione di erogare agli utenti specifici servizi di trasporto, memorizzazione temporanea e permanente delle informazioni trasmesse nella Rete, provvedendo al contempo a fornire agli utenti numerosi servizi telematici finalizzati al suddetto scopo, quali, a mero titolo di esempio, blog, email e motori di ricerca. Siffatti servizi, tuttavia, possono essere utilizzati anche per aggredire situazioni giuridiche protette altrui. Essendo un soggetto di diritto, il provider può essere personalmente responsabile per gli illeciti di Internet perfezionati con la propria condotta. Se tali illeciti, invece, dovessero essere posti in essere dagli internauti, si potrebbero perfezionare sia gli illeciti contro internet – i quali vengono realizzati a danno del mondo cibernetico e dei suoi utenti, mediante la propagazione di virus, worms, spyware ed hacking – che gli illeciti per mezzo di internet, al cui interno è possibile dunque ricomprendere quelle fattispecie di reato attinente alla lesione ai diritti della personalità – l’onore, la reputazione e la privacy in particolare – nonché la violazione dei diritti di Proprietà Intellettuale ed Industriale o comunque gli illeciti in materia di concorrenza. La possibilità da parte dei fruitori della Rete di poter celare la propria identità rendesovente difficile ’imputazione in capo a costoro della relativa responsabilità per le attività lesive – anche se colpose – dell’altrui sfera giuridica, compiute all’interno e per mezzo della Rete. Per tale motivo, è stato più volte considerato in sede giudiziaria che il soggetto più agevole da rintracciare sia proprio il provider. La responsabilità dell’Internet Service Provider è stata disciplinata dalla direttiva 2000/31/CE (c.d. direttiva e-commerce), recepita nel nostro Ordinamento con D.Lgs 70/2003, la cui applicazione in sede giurisprudenziale non è stata sempre uniforme:: se in alcuni contenziosi, difatti, si è posta  in luce il carattere della neutralità degli Intermediari in oggetto, in altri, invece, si è concluso in maniera diametralmente opposta, prevedendo una forma di responsabilità oggettiva di quest’ultimi in relazione a supposti illeciti compiuti mediante l’utilizzo dei servizi da loro offerti. Per ultimo, in ordine cronologico, si è espresso il Collegio della I sezione civile del Tribunale di Milano, conordinanza del 23 maggio scorso, nel procedimento cautelare instauratosi tra due Fondazioni ed il colosso  californiano Google inc. 2.    Google, Autocomplete e Ricerche Correlate. Suggerire equivale a diffamare? Google è noto agli utenti della Rete  soprattutto per il suo motore di ricerca: all’interno della casella presente nella home page l’utente digita alcune parole chiavi, le quali, una volta avviata la ricerca, gli consentiranno di essere a conoscenza di tutti quei siti Internet che rispecchieranno, per argomento trattato o contenuto, proprio le suddette parole chiavi prescelte dall’internauta. Con il tempo, Google ha raffinato i servizi offerti, così, il motore di ricerca si è arricchito di  due particolari strumenti: Autocomplete e Ricerche correlate. Il servizio Autocomplete opera direttamente all’interno della casella, posta nella home page di Google, in cui l’utente digita le parole chiave finalizzate ad avviare la ricerca. Già dalle prime lettere digitate dall’utente, e dunque ancor prima del completamento della parola chiave stessa, il sistema suggerisce una serie di parole chiave – tra quelle maggiormente oggetto di ricerca da tutta la comunità degli internauti – che possano completare i termini inseriti dall’internauta. Il completamento viene eseguito in maniera assolutamente automatica, mediante l’applicazione di algoritmi matematici. Ricerche correlate, invece, interviene nel momento immediatamente successivo alla ricerca avviata dall’utente, offrendo un elenco indicizzato di risultati riferiti ai risultati della ricerca. I servizi di Autocomplete e di ricerche correlate sono stati i protagonisti principali dell’ordinanza in commento. Precisamente, due Fondazioni resistenti si lamentavano dei suddetti servizi cibernetici targati Google in quanto, mediante la digitazione dei nomi di tali Fondazioni, figuravano automaticamente tra i risultati della ricerca alcune frasi lesive ed offensive della loro immagine. Così, si associavano ad esse parole quali setta o truffa sia alle due Fondazioni che al loro Fondatore. Sicchè, la richiesta delle Fondazioni era parsa consequenziale: obbligare Google alla rimozione dei termini indebitamente attribuiti alle stesse. Il Tribunale di Milano, nel corso delle due fasi del procedimento cautelare, ha assunto posizioni diametralmente opposte :per tale ragione, si ritiene interessante cercare di delineare di seguito i punti salienti del ragionamento operato, per poi tratte le dovute riflessioni. 3. L’ordinanza del giudice di prime cure. Al Giudice di prime cure era stato affidato un compito non propriamente facile, ossia quella di definire, in maniera obbiettiva, i servizi di Autocomplete e Ricerche correlate offerti da Google ed oggetto della controversia qui in commento. Pertanto, il Tribunale di Milano era ricorso a quel D.lgs 70/2003 sopra accennato, precisamente al suo articolo 15, rubricato “Responsabilità nell'attività di memorizzazione temporanea – caching”, il quale definisce, appunto, il caching provider come quel “servizio di memorizzazione temporanea fornite dagli stessi utenti”. Detta altrimenti, la finalità di detti strumenti è semplicemente quella di agevolare l’accesso alle informazioni fornite dal destinatario: in effetti, Autocomplete e Ricerche correlate consentono agli utenti di realizzare qualunque tipo di ricerca attraverso la digitazione di parole chiavi. Una volta avviata tale ricerca, il software di indicizzazione provvede al recupero e alla, appunto, indicizzazione delle pagine cibernetiche accessibili. Così, se Autocomplete si limita semplicemente a riprodurre i risultati delle ricerche più frequenti da parte degli internauti; Ricerche correlate provvede ad elencare i risultati delle pagine indicizzate ed accessibili dal research engine parendo dalle parole digitalizzate. Tali attività, è bene evidenziarlo, sono eseguite in maniera assolutamente automatica, neutrale ed oggettiva: Google, o chi per esso, non realizza alcuna azione che possa consistere in un’eventuale associazione volontaria ed attiva tra termini riportati. Insomma, una siffatta operazione è il frutto di algoritmi matematici. Da una simile deduzione, il Tribunale concludeva negando le richieste delle due Fondazioni. A Google, sottolineava il Tribunale di Milano, non era possibile attribuire alcuna responsabilità per i risultati prodotti da Autocomplete e Ricerche correlate. A ciò aggiungasi che il Tribunale, approfondendo ancora di più la questione, deduceva l’assenza di qualsivoglia obbligoin capo al colosso californiano di rimozione di materiale se non in forza di un provvedimento dell’Autorità Giudiziaria: a nulla valeva, dunque, una mera lettera di diffida da parte delle Fondazioni. Infine, il Giudice di prime curerilevava il difetto del carattere diffamatorio dei termini setta e plagio per come adoperati nel caso di specie, in quanto, pur non costituendo isolatamente ed obiettivamente un insulto o un’offesa, non componevano né un’affermazione (peraltro proveniente da Google), nè una frase di senso compiuto. 4. Il contenuto dell’ordinanza del riesame. La responsabilità dell’Internet Service Provider (a sua insaputa). Ritorno alle origini Avverso l’ordinanza del Giudice di prime cure, i ricorrenti spiegavano reclamo ritenendo che fosse stata applicata in modo non corretto la disciplina di cui al D.lgs 70/2003 e che, nel cosa di specie, Google non potesse essere qualificato come “caching provider” e, in  quanto tale, beneficiare delle esenzioni di responsabilità per lo stesso previste. Ancora una volta il Tribunale di Milano, questa volta in composizione collegiale, si trovava a valutare i servizi di Autocomplete e Ricerche correlate. Per il collegio del riesamei servizi offerti da Google, nonostante visualizzino dati, immessi dagli internauti e così presenti nelle pagine cibernetiche, suggeriscono all’utente dei risultati mediante l’utilizzo di una loro “logica”. il Tribunale non mette in dubbio che la procedura di cui sopra si compia in maniera del tutto automatica, ma evidenzia che sia comunque ideata da Google nonché influenzata dalle sue scelte imprenditoriali e tecniche, anche se per una finalità non diretta ed essenziale al funzionamento del motore di ricerca. Questo ragionamento ha portato il collegio a ritenere che, nel caso di specie, Google sia un Internet Service Provider non passivo – come in precedenza ritenuto – bensì attivo, proprio perché compie un’azione, prestabilita dalla società californiana, di aggregamento di parole, di dati, di suggerimenti e di correlazioni a quella specifica ricerca avviata dal fruitore. Così ragionando si preclude l’applicazione delle esenzioni di responsabilità garantite dal D.lgs 70/2003, nei suoi articoli 15 e 16, e troveranno applicazione le disposizioni codicistiche  in materia di responsabilità aquiliana. Una volta ritenuto offensivo e lesivo della reputazione l’accostamento, mediante la funzione di Autocomplete, della parola setta alle Fondazioni ricorrenti (con “setta” si indica un “raggruppamento di persone attorno a personalità carismatiche o comunque unite da un credo – ideologico, religioso o politico – professato in modo radicale e intransigente e travolta in contrapposazione esplicita alla comunità e all’ideologia dominante. Nel senso più dispregiativo il termine sta per gruppo fazioso e intollerante”), giacché in contrasto con le finalità filantropiche dalle stesse perseguite, i Giudici del riesame hanno così dedottoche la responsabilità del Provider debba essere a questi attribuita laddove rimanga inerte di fronte alle segnalazioni di siffatte  aggregazioni Il Tribunale, pertanto, peratanto accoglieva il reclamo promosso dalle Fondazioni e ordinava a Google la rimozione dell’Associazione tra il nome delle Fondazioni ed il termine setta. 5. Internet Service Provider: intermediario, suggeritore e diffamatore? Spunti di riflessione. La conclusione del procedimento oggetto della presente analisi solleva ancora una volta quelle criticità, oramai divenute tipiche, relativamente alle pronunce giurisprudenziale nostrane in materia di responsabilità del provider. Leggendo il provvedimento pubblicato lo scorso maggio, infatti, il Tribunale in nessun punto ha espressamente definito l’elemento soggettivo. Non si comprende, pertanto, se il colosso californiano della Silicon Valley abbia agito con dolo ovvero con colpa. I Giudici di Milano hanno dunque optato per la non applicabilità dell’art. 15 del D.lgs 70/2003 che prevede – lo si ripete – che “nella prestazione di un servizio della società dell’informazione consistente nel trasmettere, su una rete di comunicazione, informazioni fornite da un destinatario del servizio, il prestatore non è responsabile della memorizzazione automatica, intermedia e temporanea di tali informazioni effettuata al solo scopo di rendere più efficace il successivo inoltro ad altri destinatari a loro richiesta”. Al contrario, il Tribunale ha deciso di attribuire a Google un ruolo “attivo” nello svolgimento delle sue funzioni di ISP: il rimprovero mosso a Google sarebbe quello di non aver effettuato alcun preventivo controllo delle stringhe digitate dagli utenti. A parere di chi scrive, una siffatta conclusione non è esente da critiche: le stringhe di ricerca così realizzate dai singoli utenti mediante l’utilizzo del motore di ricerca offerto da Google altro non sarebbero che delle informazioni trasmesse dagli stessi e destinati ad essere memorizzate, in maniera automatica, dal provider, quest’ultimo il quale non potrebbe – e dovrebbe –  affatto modificarli, altrimenti comportando la sussistenza di una sua responsabilità. Una sua attività sarebbe stata, invece, pretesa soltanto a fronte di una richiesta da parte dell’Autorità Giudiziaria. Scarica il testo dell' ordinanza del Tribunale di_Milano del_23_maggio 2013
  • La responsabilità dell'Internet Service Provider alla luce delle conclusioni dell'avvocato generale dell'Ue nella causa C-314/12

    di Serena Totino Un importante passo in avanti è stato fatto sul tema del regime giuridico della responsabilità dell’Internet Service Provider (ISP) con la pubblicazione delle conclusioni dell’avvocato generale Pedro Cruz Villalòn nella causa C-314/12 (UPC Telekabel Wien GmbH contro Constantin Film Verleih GmbH e Wega Filmproduktionsgesellshaft GmbH). Quello espresso dall’avvocato Villalòn è un parere sulla questione giuridica avente contenuto anticipatorio della sentenza, il cui orientamento non è tuttavia vincolante per la Corte di Giustizia delle Comunità Europee. Il parere tuttavia da l’idea delle questioni e degli argomenti in gioco nel caso discusso davanti alla Corte. Numerosi sono i nuovi spunti forniti al dibattito sulla natura e sui limiti della responsabilità dall’ISP, intermediario necessario per la pubblicazione di contenuti protetti dal diritto d’autore in rete. I presupposti delle conclusioni in oggetto si ritrovano nella causa C-557/07 (LSG-Gesellschaft zur Wahrnehmung von leistungsschutzrechten contro Tele2 Telecommunication GmbH) proposta dinanzi alla Corte di Giustizia Europea dall’Oberster Gerichtshof ― Austria per la definizione del ruolo di intermediario dell’ISP e degli obblighi di comunicazione nei confronti dei privati nascenti in capo allo stesso, nella quale si è affermato il principio in base al quale l’ISP, quale fornitore di accesso che si limita a procurare agli utenti l’accesso a Internet, senza proporre altri servizi, deve essere considerato un "intermediario" ai sensi dell’art. 8, n. 3, della direttiva 2001/29/CE. Conferma di tale inquadramento si è avuta nella causa C-70/10 (Scarlet Extended contro SABAM), instaurata dalla Corte d’Appello di Bruxelles nella quale la Corte di Giustizia Europea afferma che i titolari dei diritti di proprietà intellettuale possono chiedere un provvedimento inibitorio nei confronti degli intermediari, tra i quali ricomprende i fornitori di accesso, che contribuisca sia a porre fine alle violazioni già poste in essere sia a prevenirne di nuove, seppur entro i limiti del generale esonero dall’obbligo di sorveglianza generalizzato sui contenuti veicolati. Nonostante le diverse pronunce della Corte Europea sul tema della responsabilità del provider, il dibattito rimane ancora aperto, seppur incentrato su un nuovo interrogativo: può il provider dell’utente che effettua l’accesso ai contenuti pubblicati in assenza dell’autorizzazione del titolare dei diritti essere considerato quale intermediario i cui servizi sono utilizzati da terzi per violare un diritto d'autore o diritti connessi sensi dell’art. 8, par. 3, della Direttiva 2001/29? La risposta sembra essere affermativa, in quanto, pur in assenza di un rapporto contrattuale diretto tra il provider dell’utente ed il soggetto che viola il diritto d’autore, appare innegabile che i servizi offerti dal provider del soggetto che accede ad un contenuto illegalmente pubblicato siano utilizzati per porre in essere la violazione. L’art. 8, n. 3, della direttiva 2001/29/CE, infatti, stabilisce che: “Gli Stati membri si assicurano che i titolari dei diritti possano chiedere un provvedimento inibitorio nei confronti degliintermediari i cui servizi siano utilizzati da terzi per violare un diritto d'autore o diritti connessi”. Tale norma non fa alcun riferimento al vincolo contrattuale sottostante al rapporto di intermediazione ma solo all’utilizzo che un terzo può fare dei servizi offerti per violare il diritto d’autore. Tale utilizzo si realizzerebbe, secondo l’avvocato generale, attraverso la messa a disposizione del contenuto, che assume rilevanza solo grazie alla possibilità di accesso degli utenti. Da ciò si ricava che i servizi offerti dal fornitore di accesso dell’utente vengono necessariamente utilizzati dall’autore della violazione per portala a compimento, seppur in mancanza di un rapporto contrattuale diretto del soggetto che ha immesso i contenuti in rete con quel determinato ISP. La questione appare però più complessa e viene affrontata nella terza questione pregiudiziale rimessa alla Corte Europea, avente ad oggetto il c.d. divieto di risultato. Il giudice di rinvio chiede alla Corte se il divieto generale di accesso a un determinato sito Internet sul quale sono pubblicati prevalentemente contenuti in violazione delle norme sulla tutela del diritto d’autore sia compatibile con il diritto dell’Unione Europea ed in particolare con i principi fondamentali dell’ordinamento sovranazionale. Tale questione apparentemente di carattere generale ha un importante risvolto processuale, poiché il fornitore di accesso, al quale non siano state imposte misure specifiche di intervento, potrebbe evitare sanzioni semplicemente fornendo la prova di aver adottato tutte le misure ragionevoli per evitare l’accesso al sito segnalato. Secondo l’avvocato Villalòn, è necessario indicare all’ISP le concrete misure da adottare per impedire l’accesso ai contenuti illegali al fine di soddisfare i requisiti indicati dall’art. 8, n. 3, della direttiva 2001/29/CE e spetta alla normativa nazionale definire i requisiti dei provvedimenti da adottare sempre entro i limiti imposti dalle direttive 2001/29 e 2004/48, dai diritti fondamentali di cui all’art. 51, par. 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e dall’art. 6 TUE. Il rispetto di tali principi è richiesto al fine di contemperare la tutela dei diritti dell’ISP (in particolare, la libertà di impresa e la libertà di espressione e di informazione) con il diritto della proprietà intellettuale ed in mancanza di una specificazione delle misure da adottare tale equilibrio non può dirsi raggiunto, in quanto ove l’ISP opti per una misura meno incisiva a favore della libertà di informazione, potrebbe essere soggetto a sanzioni durante la procedura esecutiva e nel caso in cui adotti una misura più severa si esporrebbe al dissenso dei propri clienti. Accertata la necessità di definire le misure concrete di blocco a cui il provider deve ricorrere, si pone un ulteriore interrogativo: la prescrizione di misure concrete di blocco in capo all’ISP soddisfa il suddetto bilanciamento di interessi contrapposti? La risposta potrebbe essere “forse”. Spetta, secondo l’avvocato Villalòn, ai giudici nazionali operare tale bilanciamento disponendo l’adozione di una misura necessaria ed adeguata per il conseguimento dell’obiettivo, tenendo presente l’assunto in base al quale “una concreta misura di blocco non è, in linea di principio, sproporzionata, per il solo fatto che comporti un impiego di mezzi non trascurabile e che possa essere aggirata senza particolari conoscenze tecniche” (punto V-3). È evidente sul punto, il cambiamento di rotta rispetto alla già citata sentenza Scarlet Extended contro Sabam, nella quale la Corte afferma che l’ingiunzione ad un provider volta a predisporre un sistema di filtraggio per il controllo dei dati complesso, costoso, permanente e unicamente a sue spese rappresenta sempre ed in ogni caso una grave violazione della libertà d’impresa del provider. Concludendo, si osserva come non mancano all’interno del documento osservazioni di carattere generale su temi chiave della responsabilità dell’ISP, quali il generale obbligo di non sorveglianza dei provider di sui all’art. 15 della direttiva 2000/21/CE e la parallela ricomprensione del diritto di accesso all’interno del più generale principio della libertà di espressione e di informazione. Già nella formulazione dei quesiti rimessi alla Corte, infatti, il ricorrente sottolinea che l’adozione di misure di blocco rimane subordinata alla notifica da parte del titolare dei diritti d’autore della presunta violazione, così sottolineando che il provider non è tenuto ad un generale obbligo di analisi dei contenuti, ma che può intervenire solo in presenza di una segnalazione del titolare dei diritti (punto 12). Infine, proprio in tema di bilanciamento di interessi e di necessità ed adeguatezza delle misure di blocco, l’avvocato generale fa un breve cenno alla Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) emessa il 18 dicembre 2012 nella causa Yildirim contro Turchia, instaurata da un cittadino turco a seguito del blocco di Google Sites, a causa dell’accusa di aver pubblicato materiale offensivo contro Atatürk, primo Presidente della Repubblica turca. In questa pronuncia, la CEDU afferma che l’accesso ad Internet è ricompreso nella libertà fondamentale di espressione e di informazione, garantita dall’art. 10 CEDU. Le conclusioni dell’avvocato generale sembrano affermare, pertanto, il principio in base al quale in materia di enforcementdel diritto di autore non è possibile vietare in modo generale ad un provider l’accesso ad un determinato sito Internet, ma occorre un attento bilanciamento degli interessi contrapposti da parte dei giudici nazionali, i quali dovranno individuare caso per caso il provvedimento inibitorio più idoneo al contemperamento dei diritti sorgenti in capo alle parti in causa ed, in particolare, tra la libertà di impresa degli operatori economici (art. 16 Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea), la libertà d’espressione e di informazione (art. 11 Carta) e la tutela dei diritti di proprietà intellettuale. Foto in home page: Ansa.it 9 dicembre 2013
  • Net Neutrality, in Europa un utente su quattro si imbatte in blocchi imposti dai provider

    ueblockitIl 24% degli utenti Internet europei afferma che il proprio fornitore di connessione avrebbe loro impedito di accedere a certi contenuti multimediali online. A rivelarlo è un sondaggio condotto dall'Eurobarometro su 28mila cittadini del Vecchio continente e i cui risultati sono riassunti in un memo della Commissione Europea. Nello specifico:
    • Il 41% dei problemi riguarda l'accesso ai video su un dispositivo mobile e il 37 % da una connessione fissa (a causa di limitazioni di velocità o blocco dei contenuti );
    • Il 23 % attiene all'ascolto di musica su dispositivi mobili;
    • Il 23 % si riferisce al caricamento di contenuti su Facebook, blog o forum in mobilità;
    • Il 19 % degli utenti sperimenta problemi con i giochi online da connessione fissa;
    • Nel 9 % dei casi si verificano problemi con telefonate veicolate dalla rete.
      Il sondaggio ha mostrato anche che:
    • Il 60% dei clienti non conosce la velocità della propria connessione;
    • Di quelli che conoscono la velocità , il 26 % dice di non ottenere una velocità che corrisponde ai termini del contratto;
    • Il 40 % di tutti gli intervistati ha sperimentato un indebolimento della connessione ad Internet.
      Uno studio che porta il vicepresidente della Commissione Neelie Kroes a dichiarare che "quando si acquista un abbonamento Internet si dovrebbe ottenere l'accesso a tutti i contenuti, e si dovrebbe farlo alla velocità per la quale si è pagato. Questo è ciò che dovrebbe essere un Internet aperto al quale tutti gli europei dovrebbero avere accesso"; il tutto a poche ore dallo slittamento del voto sul suo "pacchetto" per il mercato unico digitale, che tra gli altri affronta anche il nodo della neutralità della rete in Europa. "Il mio obiettivo - ha ribadito in merito Kroes - è quello di tutelare i consumatori garantendo un Internet aperto in tutta Europa e dando loro nuovi diritti e la trasparenza per quanto riguarda la loro connessione. Il mio scopo è anche quello di proteggere l'innovazione , in modo che chiunque possa innovare su Internet finendo per promuovere una maggiore concorrenza e possibilità di scelta a beneficio dei consumatori". LEGGI "Net Neutrality: Internet a più velocità?" LEGGI “Net Neutrality, niente ricorso per l’FCC. Un nuovo regolamento dovrà sciogliere il nodo intorno ai 'common carriers' ” LEGGI “Gli 'Sponsored data' per i content provider, una nuova strategia per il mobile di AT&T. Ma è polemica sul rispetto della Net Neutrality ” 28 febbraio 2014
  • Net Neutrality, niente ricorso per l'FCC. Un nuovo regolamento dovrà sciogliere il nodo intorno ai "common carriers"

    La Federal Communications Commission (FCC) non presenterà un ulteriore appello per la sentenza che, nel gennaio scorso ha visto la Corte d'Appello del District of Columbia bocciare le norme in materia di neutralità della rete contenute nell'Open Internet Order. Ad annunciarlo è il numero uno della Commission Tom Wheeler. "Nella sentenza che vedeva la FCC contrapposta a Verizon - si legge in una dichiarazione - la Corte ci ha invitato ad agire per preservare un Internet libero e aperto. Ho intenzione di accettare l'invito e proporre norme in grado di impedire il blocco improprio e la discriminazione del traffico Internet, garantendo una vera trasparenza nel modo in cui gli Internet Service Provider gestiscono il traffico e un rafforzamento della concorrenza". Dunque, la decisione di lasciare le aule di tribunale è solo l'anticamera della messa a punto di un nuovo regolamento che potrebbe avere come cardine fondamentale la valutazione "caso per caso" ma che di sicuro dovrà sciogliere il nodo attorno alla classificazione dei servizi di connettività come common carriers o telecommunication services. LEGGI "Net or not Neutrality?" [caption id="attachment_3821" align="alignright" width="100"]Tom Wheeler Tom Wheeler[/caption] "La Corte - ha affermato Wheeler - ha stabilito che la FCC ha l'autorità legale per emanare norme esecutive in materia, come stabilito dalla sezione 706 del Telecommunications Act del 1996. Se agli innovatori non viene data la possibilità di sfruttare a pieno la potenza di Internet il rischio è di frustrare le loro potenzialità. Gli obiettivi del prossimo regolamento saranno quelli di garantire la trasparenza di chi fornisce un servizio, l'impedimento di qualunque tipo di blocco, la soddisfazione di tutti i principi di non discriminazione, perché Internet è e deve rimanere il più grande motore di libera espressione, innovazione e opportunità di crescita economica che il mondo abbia mai conosciuto". Lo stesso Wheeler, tuttavia, qualche settimana prima della sentenza si era detto favorevole all'imposizione di una tariffa, da parte degli Isp, nei confronti di servizi come Netflix. "Sono un convinto sostenitore del mercato - aveva dichiarato - Penso che ci stiamo preparando a vedere un mercato a due facce dove Netflix potrebbe dire: ‘Bene, io pago per fare in modo che il mio abbonato possa ricevere la migliore trasmissione di questo film’ ". Esternazioni alle quali fecero seguito pesanti critiche di organismi come Public Knowledge PV, che per bocca di Michael Weinberg parlava di “endorsement contro la neutralità della rete che vorrebbe lasciare agli Isp il potere di scegliere i vincitori e i vinti dell’online”. Vedremo quale dei due aspetti prevarrà nel nuovo regolamento che la Commission si prepara a mettere a punto. IL PERCORSO - È un cammino accidentato quello che negli ultimi undici anni si è sviluppato intorno alla neutralità della rete negli Stati Uniti. Nel 2002 il Cable Modem Order emanato dall’FCC sanciva l’uscita della banda larga dal novero dei servizi di telecomunicazione regolamentati dalla Commission classificandola genericamente come un “information service”. Tra anni dopo la conferma della norma da parte della Corte Suprema. Nell’aprile del 2010 il quadro veniva rafforzato dalla corte federale del distretto di Columbia, che con una decisione unanime dei tre giudici emetteva una sentenza secondo la quale l’FCC avrebbe abusato dei propri poteri quando nel 2008 aveva multato Comcast Corporation per aver deliberatamente rallentato il traffico Internet di alcuni consumatori che utilizzavano un programma di condivisione per scaricare file molto pesanti. Intanto venivano intentate diverse class action nei confronti di provider come RCN, con sede in Virginia, accusato di aver filtrato i contenuti del P2P senza avvertire gli utenti stessi; a RCN veniva così vietato il filtraggio del file sharing, ma solo per 18 mesi, termine oltre il quale avrebbe avuto la sola incombenza di dare comunicazione agli utenti sui diritti di gestione della banda che il provider riservava a se stesso. Altro dato rilevante è la tendenza che prendeva piede a stringere accordi extra-giudiziali. A metà del 2010 Comcast veniva invece condannato al pagamento dell’irrisoria somma di 16 dollari (spalmabili su due anni) per ogni utente potenzialmente vittima dei rallentamenti del file sharing, che aveva cioè sottoscritto un contratto col provider tra il primo di aprile 2006 e il 31 dicembre 2008. Per intenderci, i 16 milioni di dollari che il provider ha dovuto sborsare rappresentavano lo 0,07% dei ricavi incassati nei 30 mesi di riferimento. shutterstock_115021705-650x245Un momento importante è stato, nel 2009, la nomina da parte di Barack Obama a capo dell’FCC di Julius Genachowski, favorevole all’impostazione di una rete libera e aperta e propenso a far rientrare la banda larga nella regolamentazione dei tradizionali servizi di telecomunicazione. Più che ribaltare il Cable Modem Order, Ganachowski spinse la Rete sotto le regole che avevano fino ad allora gestito i network telefonici, riconoscendo la componente di trasmissione dei servizi d’accesso al broadband come un più tradizionale servizio di telecomunicazione. Un anno dopo vedeva la luce l’Open Internet Order sopra menzionato. A chi giudicava e giudica superato l’approccio di una rete neutrale, soprattutto nel mondo del mobile, e ai provider e fornitori di contenuti che avevano intavolato accordi continuava a contrapporsi la visione di Genachowski e degli operatori spaventati dal riscio di essere relegati in una Internet di “serie B”. Nel settembre 2011 la FCC ribadiva le sue regole sulle neutralità in un documento in cui si parla di trasparenza su tutta la filiera, impossibilità di blocchi e divieto assoluto di irragionevoli discriminazioni tra i contenuti che passano sulle reti dei provider. Poche settimane dopo, la sentenza che è entrata a gamba tesa nello scenario della Net Neutrality a stelle e strisce. LEGGI "Gli "Sponsored data" per i content provider, una nuova strategia per il mobile di AT&T. Ma è polemica sul rispetto della Net Neutrality" LEGGI "AT&T brevetta un nuovo strumento per individuare i 'pirati' " Foto in home page: Politico.com 20 febbraio 2014
  • Pirateria in Uk, l'advisor di Cameron: "Il bastone nei confronti degli Internet Service Provider che agevolano l'illegalità"

    Mike Weatherley, deputato tory diventato consigliere del premier in materia di tutela della proprietà intellettuale nel settembre scorso, entra a gamba tesa in un dibattito orientato alla riforma della disciplina del diritto d'autore nel Regno Unito: "Anche l'industria creativa deve fare la sua parte, diventare più flessibile e scrollarsi di dosso i vecchi dogmi. L’industria musicale, ad esempio, ha perso anni dicendo ‘no’ al posto di ‘come?’ " "Se in materia di lotta alla pirateria non dovessero funzionare né l'educazione né l'approccio della 'carota', bisognerà usare il 'bastone'. Il governo sarà chiamato ad intervenire posizionando i necessari meccanismi di controllo al loro posto, il che include anche ritenere gli Internet Service Provider responsabili se facilitano consapevolmente le pratiche di download illegale e non prendono provvedimenti per fermare queste forme di pirateria". Così Mike Weatherley, il deputato conservatore nominato nel settembre scorso advisor sulla proprietà intellettuale del premier David Cameron, in un articolo pubblicato sulla rivista della World Intellectual Property Organization. Weatherley, 56 anni, già vice presidente della Motion picture licensing company, non usa mezze misure nel tentativo di rispondere a due domande:
    "Qual è il giusto approccio nella tutela della proprietà intellettuale e come dovrebbero essere applicati certi diritti? C'è bisogno del coinvolgimento del governo, dei player dell'industria o una miscela di entrambi?".
    Dopo aver bollato come "inadeguati anche per l'era analogica" alcuni set di diritti riguardanti l'industria creativa e aver ricondotto alla necessità che il dibattito in materia abbia una dimensione europea, Weatherley punta il dito proprio verso i produttori e i distributori di contenuti: "Alla fine della giornata, l'industria creativa deve assumersi la responsabilità per la sua incapacità di tenere il passo con l'era digitale. La tecnologia metterà a disposizione sempre nuovi modi per accedere ai contenuti, e se i creatori non inizieranno ad abbracciare queste tecnologie lasceranno ai gruppi di interesse dei 'diritti aperti' il potere di dettare i tempi e le modalità del mercato. L'industria creativa è la sola responsabile del suo non evolvere abbastanza velocemente. L'industria musicale, ad esempio, ha perso anni dicendo 'no' al posto di 'come?' ". [caption id="attachment_4516" align="alignright" width="300"]Mike Weatherley Mike Weatherley[/caption] Un invito ad un adeguamento tecnologico al quale si affianca quello ad una maggiore presenza in termini di rappresentanza di interessi e "più aggressivo sostegno" ai diritti di proprietà intellettuale: "Nel 2010 - scrive -  al Worldwide Internet Governance Forum delle Nazioni Unite tenutosi a Vilnius, Lituania, è stato scioccante vedere come nessuno dell'industria o del governo fosse presente per sostenere la tutela dei diritti di proprietà intellettuale. Al contrario, i membri del Partito Pirata erano lì nel pieno delle forze per sostenere che tutti i contenuti dovrebbero essere rese disponibili gratuitamente". E ancora: "I titolari di diritti devono rendersi conto che il loro ruolo è fondamentale in questa partita; l'industria parla a se stessa con grande capacità ma non riesce a fare altrettanto all'esterno, finendo per perdere la guerra della propaganda". Agli esempi sui modelli di maggiore "flessibilità" che l'industria creativa "deve adottare per essere parte della soluzione", il consigliere di Cameron fa seguire i "tre fronti d'azione" per una riforma della disciplina del diritto d'autore nel Regno Unito volta a bilanciare tutele per chi produce e l'accesso ai contenuti: "Educazione, bastone e carota". "L'educazione è il primo passo fondamentale, occorre far capire al consumatore che non pagando i contenuti si incoraggia la produzione di beni di bassa qualità. La 'carota' consiste nel cambiamento di alcune pratiche dell'industria, alla quale si chiede uno sforzo volto a mettere a disposizione del pubblico una sempre maggiore quantità di offerta legale, abbandonando i vecchi dogmi e abbracciando nuove soluzioni come le licenze multi-formato per l'industria cinematografica domestica e piattaforme come Spotify e Bloom.fm. L'industria deve quindi assumere un ruolo guida e dare ai consumatori quello che vogliono in un mercato in rapida evoluzione, deve assicurarsi che la 'carota' sia attraente . E poi, se tutto il resto fallisce, dovrà intervenire un supporto legale da parte dei legislatori". La politica del 'bastone' è invece riassunta nelle intenzioni in materia di responsabilità degli Isp sopra menzionate, dopo le quali Weatherley chiosa: "Il settore creativo in tutti i paesi è un contributo significativo al PIL. Per prosperare la società ha bisogno di premiare chi crea". L'advisor di Cameron sembra quindi alzare l'asticella in vista di un 2014 che sarà molto probabilmente dominato dal dibattito che condurrà all'adozione del Digital Economy Act (Dea), la nuova legge antipirateria per il Regno Unito che tuttavia non vedrà la luce prima del 2015. Il cammino di questa iniziativa legislativa è iniziato con l’approvazione della “cura Mandelson” nell’aprile del 2010, ma al fianco di infuocate polemiche per le misure di takedwon previste nel testo sono arrivate nel tempo anche azioni legali come il ricorso presentato nel giugno 2011 dai provider British Telecom e TalkTalk, iniziativa respinta nel marzo dell’anno successivo. Nell’aprile 2012 l’entrata in vigore della legge slittava al 2014mentre venivano pubblicate le linee guida sulle quali sarebbe stato messo a punto il testo. Nel giugno 2013 un nuovo rinvio, con le tempistiche della nuova legge che appaiono chiare anche in dichiarazioni come quella rilasciata da Campbell Cowie dell'Ofcom nel maggio scorso in occasione del workshop organizzato dall'Agcom alla Camera dei deputati:
    "Dobbiamo avere la massima cautela su tutti i punti critici che riguardano il confine tra consumo ed infrazione. Esiste la necessità di valutare caso per caso per conoscere a fondo chi è che viola le regole e quale reale danno può arrecare all’industria. Questo per scongiurare decisione eccessive e talvolta inutili. È per questo che in Uk non avremo una nuova legge prima del 2015″.
    Nel frattempo, le autorità di polizia hanno creato "reparti speciali" come la Police Intellectual Property Crime Unit (Pipcu) operativa all'interno del corpo polizia di Londra e impegnata nella repressione dei reati di violazione del diritto d'autore online con pratiche che arrivano anche all'ordine di oscuramento dei domini avanzato direttamente ai registar. Foto: 2.bp.blogspot.com  28 dicembre 2013
  • Striking a Balance among Security, Privacy and Competition. The Data Retention and Investigatory Powers Act 2014 (DRIP)

    di Guido Noto La Diega Abstract: Following the ECJ decision that declared the Data Retention Directive invalid, the Data Retention and Investigatory Powers Act 2014 (DRIP) has been enacted. It is not undisputable whether the DRIP gives more powers to the intelligence services at the detriment of both citizens’ privacy and freedom of enterprise or whether it simply clarifies the nature and extent of obligations that can be imposed on telecommunications service providers based outside the UK under Part 1 of the Regulation of Investigatory Powers Act 2000 (RIPA).

  • Usa, giudice ordina a Comcast di consegnare ai detentori di diritti le informazioni sugli avvisi antipirateria inviati ad un utente. Continua il braccio di ferro sulle identità degli abbonati

    È un nuovo, rilevante episodio dell'ormai annosi braccio di ferro tra Internet Service Provider americani e detentori di diritti quello che scaturisce dalla sentenza con la quale un giudice dell'Indiana ha ordinato a Comcast di consegnare ai vertici di Malibu Media, una casa di produzione di contenuti a luci rosse, alcuni dati riferiti all'abbonata Kelley Tashiro. Stando a quanto riferisce TorrentFreak, al centro della contesa ci sono gli avvertimenti antipirateria che il provider avrebbe inviato a Tashiro nell'ambito del Copyright Alert System (CAS), il sistema di invio di missive nelle quali si notifica il rilevamento di infrazioni di copyright online. Introdotto nel luglio 2011 dal Center for Copyright Information (CCI), il CAS si compone di sei gradi di avvertimento ed è stato per questo quasi subito rinominato Six Strikes, con riferimento allo sfortunato three strikes francese sperimentato in passato dall'HADOPI; al termine dei sei steps, qualora l'utente fosse ulteriormente colto in fallo, potrebbero scattare delle misure di restrizione di banda o inibizione all'accesso a determinati contenuti. Curioso come proprio Comcast, nell'ottobre scorso, fosse tra gli Isp che sposavano la linea dura della disconnessione dalla rete dei pirati, misura a loro dire giù contemplata nella section 512 del Digital Millennium Copyright Act. Ma nel caso di Tashiro la posizione del provider è invece quella di garanzia nei confronti dei suoi abbonati; qualora davvero le informazioni sugli avvertimenti antipirateria inviati finissero nelle mani degli amministratori di Malibu Media, questi ultimi potrebbero avere un'arma decisiva in un procedimento giudiziario avviato proprio contro Tashiro (uno scontro del tutto simile a quello che nell'aprile 2013 aveva contrapposto a Malibu Media un altro Isp, Verizon). Un sistema nato con l'obiettivo di favorire un graduale abbandono delle pratiche illecite da parte degli "scariconi" finirebbe così per diventare, nei timori espressi dall'Isp, un database ad uso e consumo di soggetti che in passato hanno più volte dimostrato di essere alla costante caccia di ogni informazione utile sugli utenti della rete a stelle e strisce. Un atteggiamento che qualche mese fa aveva portato ad una levata di scudi da parte di Comcast, Verizon, At&t, Time Warner e Cox, protagonisti di un ricorso in appello contro l'ordinanza con la quale lo scorso anno era stato imposto loro di rivelare alla casa di produzione di contenuti pornografici Af Holdings le informazioni relative a 1.058 utenti sospettati di aver illegalmente fruito di un film protetto da copyright. Ma la stessa Comcast già nel giugno 2012 si era rifiutata di consegnare dati alla casa di produzione Perfect 10incassando il verdetto favorevole di un giudice di Chicago, la stessa posizione assunta da Verizon nel novembre precedente nonostante i vari subpoena, gli obblighi di un giudice in tal sensoIn diversi casi tra le obiezioni sollevate dai provider figuravano anche i dubbi sulla reale possibilità che gli stessi indirizzi IP possano corrispondere ad una persona fisica. Già nel maggio 2011 una corte dell'Illinois aveva stabilito che un indirizzo IP non basta ad identificare un colpevole. L'anno successivo a ribadirlo era un giudice di New York; poche settimane dopo un nuovo duro colpo dalla California e poi una nuova conferma in ottobre. La reiterata posizione espressa dagli Isp non ha certo fatto arretrare quelli che nel mondo anglosassone vengono spesso definiti copyright troll; alcuni di loro hanno pensato addirittura di brevettare il meccanismo di invio delle lettere con le richieste di risarcimento agli utenti, come richiesto nel dicembre 2012 allo United States Patent and Trademark Office dall'organizzazione antipirateria Digital Right Corps. Tornando al caso dei gironi nostri, ora non resta che attendere le reazioni di Comcast. Visti i precedenti, è difficile pensare che l'Isp rinunci al ricorso in appello. 2 luglio 2014
  • Verso un nuovo approccio alla responsabilità civile dell’Internet provider: l’hosting provider “attivo” (e sempre responsabile) non esiste

    di Valeria Falce e Francesco Vizzone La complessa tematica della responsabilità civile dell’Internet providersi arricchisce oggi di un nuovo tassello. E’ stata, infatti, appena pubblicata la sentenza con la quale la Corte di Appello di Milano, ampiamente riformando la pronuncia di primo grado, ha rigettato la domanda con cui Reti Televisive Italiane (RTI) chiedeva, da un lato, che venisse inibita a Yahoo! ogni pubblicazione non autorizzata di contenuti tutelati dalle norme sul diritto d’autore e sui quali RTI vantava diritti di sfruttamento economico, e dall’altro, di ottenere il ristoro dei danni patiti per effetto dell’illecita condivisione degli stessi sulla piattaforma di video sharingnel noto provider. RTI aveva invocato la responsabilità del provider per violazione dei propri diritti di utilizzazione economica di diversi programmi televisivi, dei suoi diritti di proprietà industriale oltreché per atti di concorrenza sleale ex art. 2598 c.c. A sostegno delle proprie ragioni, RTI aveva dedotto l’inapplicabilità della limitazione di responsabilità di cui possono beneficiare gli intermediari delle reti di comunicazione elettronica ex D.Lgs. 70/2003, in quanto, a suo dire, Yahoo! non avrebbe tempestivamente rimosso dalla propria piattaforma di video sharing i contenuti sui quali RTI vantava diritti di sfruttamento esclusivi e ciò nonostante una diffida con la quale l’intermediario era stato reso edotto dell’illecito perpetrato dai suoi utenti attraverso la piattaforma de qua. RTI inoltre, nel corso del giudizio, aveva esteso la propria domanda ad ogni contenuto, anche futuro, relativo agli stessi programmi che fosse stato eventualmente pubblicato sulla medesima piattaforma. Infine la società attrice aveva sollecitato una CTU tesa ad accertare “gli esatti confini” dell’attività d’impresa svolta dal provider nel fornire servizi pubblicitari collegati ai contenuti illecitamente pubblicati, con ciò chiedendo di conoscere i meccanismi sottesi al modello di business utilizzato, anche al fine di verificare la consapevolezza dell’intermediario in ordine alle attività svolte dagli utenti. La vicenda era già salita agli onori della cronaca nel 2011 quando il Tribunale di Milano aveva accolto la domanda di RTI e, soprattutto, aveva motivato la propria decisione sulla base di una “valutazione in concreto” del ruolo effettivamente svolto dall’hosting provideral fine di poterne dichiarare l’eventuale responsabilità nella diffusione di contenuti protetti dal diritto d’autore e caricati dagli utenti dei propri servizi. La Corte d’Appello non ha condiviso questa via interpretativa, ne’ ha aderito alla linea tracciata dal Tribunale meneghino secondo cui l’imputabilità al provider di condotte illecite dipenderebbe dal suo essere un hosting provider “passivo” o “attivo”, sussistendo una posizione “attiva”, fonte di responsabilità del provider, solo laddove questi profitti dei contenuti illeciti caricati da terzi ad esempio attraverso i ricavi della pubblicità on-line collegata ai video pubblicati. Insomma, la Corte ha escluso la responsabilità di Yahoo! sulla base di un articolato iter argomentativo che poggia sulla disamina innanzitutto dei diritti fondamentali coinvolti – quali il diritto d’autore, il diritto all’informazione e alla libera espressione e il diritto all’esercizio dell’attività d’impresa – e  dunque sul principio del corretto bilanciamento degli interessi in gioco sulla base. Su tali basi, la Corte di Appello di Milano, nel rigettare le domande proposte e citando numerose pronunce della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, ha affermato che “la nozione dihosting provider attivo risulti oggi sicuramente fuorviante e sicuramente da evitare concettualmente in quanto mal si addice ai servizi di ospitalità in rete” con ciò evidenziando inoltre come la vigente normativa in materia impedisca non solo che vi sia un generale obbligo di sorveglianza dei contenuti caricati on-line ma che possa imporsi al provider, anche a posteriori, un filtraggio dei contenuti che comporti per l’intermediario uno sforzo economico irragionevole e non proporzionato al fine da raggiungere attesa la considerevole difficoltà tecnica di individuare tutti i caricamenti illeciti legati ad esempio ad una determinata serie televisiva. A tale riguardo la Corte si preoccupa altresì di tacciare l’iniziale diffida inviata da RTI a Yahoo! come troppo generica e senza la precisa indicazione degli URL dei contenuti da rimuovere, con ciò fornendo un’indicazione del quantum di informazione che il titolare dei diritti di sfruttamento economico deve offrire per poter legittimamente pretendere un obbligo di facere in capo al provider affinché questi intervenga per porre fine alla illecita diffusione. La Corte, in conclusione, sottolinea la necessità che a guidare gli ambiti e i limiti della responsabilità del provider contribuiscano in maniera decisiva i principi della proporzionalità e del bilanciamento e con altrettanta forza ribadisce i rischi dell’applicazione del modello del one size fits all.
    26 gennaio 2015