DIMT.IT - legge

  • "Gli eredi hanno diritto di accedere al patrimonio digitale dei defunti", approvata una nuova legge nel Delaware

    Gli eredi di una persona defunta devono poter accedere ad account, dati e device dei loro cari scomparsi. O, almeno, in Delaware. Il governatore dello stato americano Jack Markell ha infatti firmato il “Fiduciary Access to Digital Assets and Digital Accounts Act”, una norma con la quale si punta a rimuovere gli ostacoli che sempre più spesso i familiari di persone decedute (o divenute incapaci di amministrare autonomamente i propri beni) hanno nel gestire il patrimonio digitale di queste ultime. Intervenendo sul quadro normativo in materia di procure e tutele fiduciarie, la legge proposta dal repubblicano Darryl Scott stabilisce che un fiduciario ha gli stessi diritti di accesso e gestione di beni e account digitali di chi ha originariamente stipulato accordi con i fornitori di servizi. Il percorso della norma nasce dall'impossibilità riscontrata da un conoscente di Scott di accedere alla casella email della moglie defunta, nonostante lo avesse nominato esecutore testamentario anche in relazione a quell'account dal quale passavano importanti comunicazioni di carattere finanziario; il provider di posta elettronica aveva invece optato per la cancellazione dell'account e di tutta la corrispondenza in esso archiviata. Con la nuova legge, tutto ciò che è archiviato in cloud, tutti gli account social, tutte le licenze d'uso di contenuti digitali entrano nel novero dei beni tutelati dalle leggi di successione. "Alla luce del fatto che conduciamo la maggior parte delle nostre vite professionali e personali online, dobbiamo cambiare le nostre leggi per renderle più coerenti con i bisogni delle persone che vivono nel 21esimo secolo", ha chiosato il governatore Markell. L'attualità del tema, a fronte del sempre crescente volume di dati che produciamo utilizzando servizi online e, soprattutto, del valore economico che spesso queste attività rivestono per gli utenti, appare lampante non solo in Delaware o negli Stati Uniti, aprendo in Paesi come l'Italia ulteriori punti critici (soprattutto qualora non ci ci esprima chiaramente in un testamento) dovuti al fatto che i dati dei defunti sono conservati su server di proprietà di aziende straniere. Da Password Box a If I Die sono poi diversi i servizi online che offrono agli utenti la possibilità di scegliere con chi condividere le proprie password e i propri beni digitali una volta passati a miglior vita. Ora i grandi player del Web, da Facebook a Google passando per Yahoo e Twitter, sembrano essere chiamati a rettificare le loro condizioni d'uso rispetto alle attuali legate ad una logica di estinzione degli account con il decesso dei titolari originari.

    LEGGI "Questioni di eredità digitale"

    Su un versante contiguo in materia di eredità digitali, molto clamore suscitò nel 2012 la notizia che l’attore americano Bruce Willis avesse deciso di fare causa alla Apple dopo aver scoperto di non poter lasciare in eredità il suo tesoro musicale, notizia rivelatasi poi falsa, ma non per questo non verosimile, visto che l’impossibilità di tale pratica è reale e quello che ci sembra un acquisto è più simile ad un noleggio. Dibattito che tocca da vicino, anche se con tutt'altre implicazioni di carattere economico e contrattuale, anche quello sulla possibilità di cedere contenuti digitali usati a terzi. 19 agosto 2014
  • "La disciplina sull'equilibrio di genere a due anni dall'introduzione", video e materiali dal Convegno presso la Presidenza del consiglio

    Ha preso il via nella mattinata di mercoledì, presso la Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Corso Avanzato di Alta Formazione in "Corporate governance e parità di genere. Proposte e soluzioni". L'occasione è stata il convegno "La disciplina sull’equilibrio di genere a due anni dall’introduzione: numeri, bilanci e prospettive". 11giugno2014PresConsAi lavori, aperti dal Capo del Dipartimento per le Pari Opportunità, Ermenegilda Siniscalchi, e introdotti dal Coordinatore scientifico del corso dell'Università Europea di Roma, la Prof.ssa Valeria Falce, hanno preso parte Graziella Gavezotti (Presidente Edenred), Maria Patrizia Grieco (Presidente Enel), Gabriella Muscolo (Commissario Autorità Antitrust), Marco Patuano (Amministratore Delegato Telecom Italia), Antonio Patuelli (Presidente ABI), Carla Rabitti Bedogni (Presidente APF), Barbara Salabè (Presidente e AD Warner Bros. Entertainment Italia) e Paola Schwizer (Presidente Nedcommunity). L'evento è stato coordinato dal Direttore generale dell’Ufficio Interventi in materia di parità e pari opportunità, Monica Parrella. Le conclusioni sono state affidate al Prof. Alberto M. Gambino, Coordinatore nazionale PRIN. Obiettivo del Corso di Alta formazione è di dare nuovo impulso alla corporate governance italiana, ragionando sui primi risultati conseguiti attraverso la legge sull’equilibrio di genere. Qui sotto le presentazioni e i dati illustrati durante i lavori, oltre al programma completo del Corso. 12 giugno 2014
  • Antiterrorismo, il Garante privacy: "Seria preoccupazione per gli emendamenti". Quintarelli (Sc): "Svista rilevante nel provvedimento". Il Prof. Gambino: "Necessità repressione reati non frustri diritti fondamentali" - Update: stralciato l'emendamento su software per acquisizioni dati da remoto. Soro: "Apprezzabili i cambiamenti"

    "Suscitano seria preoccupazione alcuni emendamenti al decreto-legge antiterrorismo approvati in Commissione, che alterano il necessario equilibrio tra privacy e sicurezza". Non usa mezzi termini Antonello Soro, presidente dell'Autorità garante per la protezione dei dati personali, nell'esprimere le sue perplessità sulle ultime tappe del percorso parlamentare del decreto legge n. 7/2015. "In particolare - spiega il Garante - l'emendamento che porta a 2 anni il termine di conservazione dei dati di traffico telematico e delle chiamate senza risposta (ora di un anno e, rispettivamente, di un mese) va nel senso esattamente opposto a quello indicato dalla Corte di giustizia l'8 aprile scorso. La sentenza ha infatti annullato la direttiva sulla data retention in ragione della natura indiscriminata della misura (applicabile a ciascun cittadino, senza distinzione tra i vari reati e le varie tipologie di comunicazioni tracciate). In quella sede, la Corte ha ribadito la centralità del principio di stretta proporzionalità tra privacy e sicurezza; proporzionalità che esige un'adeguata differenziazione in base al tipo di reato, alle esigenze investigative, al tipo di dato e di mezzo di comunicazione utilizzato. Queste, dunque, come abbiamo già sottolineato in sede di audizione, in Commissione, sul decreto, le indicazioni ineludibili per riformare la disciplina interna attuativa di quella direttiva; non quelle, di segno opposto, proposte all'Aula dalla Commissione". Soro si sofferma poi su un altro punto a suo dire critico, quello riguardante "l'emendamento che ammette le intercettazioni preventive, disposte dall'autorità di pubblica sicurezza nei confronti di meri sospettati, per i reati genericamente commessi on-line o comunque con strumenti informatici. Anche in tal caso l'equilibrio tra protezione dati ed esigenze investigative sembra sbilanciato verso queste ultime, che probabilmente non vengono neppure realmente garantite da strumenti investigativi privi della necessaria selettività". Sul tema delle intercettazioni di strumenti informatici è intervenuto nelle scorse ore anche il deputato di Scelta Civica Stefano Quintarelli, che sul suo blog parla di "svista rilevante nel provvedimento che modifica il codice di procedura penale così: All’articolo 266-bis, comma 1, del codice di procedura penale, dopo le parole: «è consentita l’intercettazione del flusso di comunicazioni relativo a sistemi informatici o telematici ovvero intercorrente tra più sistemi», sono aggiunte le seguenti: anche attraverso l’impiego di strumenti o di programmi informatici per l’acquisizione da remoto delle comunicazioni e dei dati presenti in un sistema informatico. Con questo emendamento - afferma Quintarelli - l’Italia diventa, per quanto a me noto, il primo paese europeo che rende esplicitamente ed in via generalizzata legale e autorizzato la remote computer searches e l’utilizzo di captatori occulti da parte dello Stato. Il fatto grave è che questo non lo fa in relazione a specifici reati di matrice terroristica (come fa pensare il provvedimento), ma per tutti i reati commessi mediante l’impiego di tecnologie informatiche o telematiche (art.266 bis). "Con questo - chiosa infine Quintarelli - non dico che i captatori siano sempre da vietare, ma il loro utilizzo deve esser regolato in modo se possibile ancora più stringente di quello delle intercettazioni: pena la violazione di principi costituzionali oggi più che mai fondamentali (artt.13/15 Cost)". Update - Il Prof. Alberto Gambino, presidente dell'Accademia Italiana del Codice di Internet e direttore scientifico di Dimt, ha dichiarato a Repubblica.it che "la prospettiva di affidare allo Stato l'acquisizione dei dati stessi ai fini della repressione dei reati che possono essere perpetrati attraverso mezzi tecnologici non può frustrare i diritti fondamentali della persona umana e pertanto deve essere affidato alla magistratura il compito di valutare caso per caso l'opportunità di limitare le libertà individuali". "Con riferimento al decreto n. 7/2015 e ad alcuni emendamenti approvati in Commissione - spiega il Prof. Gambino - occorre riaffermare la necessità di raggiungere quell’equo contemperamento che risulta essere non solo imprescindibile ma molto delicato, avuto riguardo al rango degli interessi in gioco: tutti di livello costituzionale, ognuno tutelato da diverse fonti nazionali e sovranazionali. In particolare si rileva quale criticità il profilo della conservazione dei dati di traffico telematico. Se infatti, da un lato, si pone la prospettiva di affidare allo Stato l'acquisizione dei dati stessi ai fini della repressione dei reati (non solo quelli legati al terrorismo ma a tutto quel complesso di condotte criminose che possano essere perpetrate attraverso mezzi tecnologici), dall'altra, si affida agli operatori un compito che appare problematico se confrontato con il recente orientamento della Corte di Giustizia Europea (nella cosiddetta sentenza Data Retention dell'8 aprile 2014), tanto da non potersi escludere la possibilità che venga aperta nei confronti dell'Italia una procedura d'infrazione da parte della Commissione Europea. Si condivide piuttosto l'opportunità di individuare degli strumenti, anche tecnologici, che permettano di assicurare la repressione dei reati senza frustrare i diritti fondamentali della persona umana affidando alla magistratura il compito di valutare caso per caso l'opportunità di limitare le libertà individuali, così come del resto era emerso nel corso del recente convegno organizzato dall’Accademia svoltosi in Cassazione a febbraio". Update 26 marzo 2015 - Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha chiesto e ottenuto lo stralcio dell'emendamento segnalato da Quintarelli. "Meritano apprezzamento le modifiche apportate questa mattina, in Commissione, al decreto anti-terrorismo", è il commento del Garante privacy Antonello Soro. "Lo stralcio della norma sulle intercettazioni da remoto consentirà un supplemento di riflessione, quanto mai necessario quando sono in gioco libertà e diritti fondamentali. E bene anche le correzioni apportate alla norma che estendeva a regime, in misura eccessiva e non selettiva rispetto al tipo di reato, i tempi di conservazione dei dati di traffico.  Dimostra, infine, di cogliere alcuni dei nostri rilievi, la limitazione delle nuove ipotesi di ammissibilità delle intercettazioni preventive ai soli reati di terrorismo, per evitare un'estensione eccessiva e probabilmente neppure utile di strumenti investigativi così invasivi".
    Cybersecurity e antiterrorismo: la tutela dei cittadini oltre gli strumenti normativi. Report e video del convegno dell'11 febbraio 2015 in Cassazione 11-450x150
    Il testo integrale del decreto legge n. 7/2015 25 marzo 2015
  • Brevi osservazioni sulle ultime iniziative legislative in materia di applicazione del diritto d'autore alle opere del disegno industriale

    di Carlo La Rotonda e Federico Mastrolilli
    1. Il contesto normativo
    Lo spunto per le presenti riflessioni sul tema della protezione riconosciuta dal diritto d’autore alle opere del disegno industriale è rappresentato da alcune recentissime iniziative legislative di modifica del regime transitorio previsto dall’art. 239 del d.lgs. n. 30/2005, recante il Codice della Proprietà Industriale (CPI). Come noto, la direttiva n. 98/71/CE sulla tutela giuridica dei disegni e modelli (cd. Direttiva design), recepita nel nostro ordinamento con il decreto legislativo 95/2001, ha stabilito la cumulabilità della protezione accordata dal diritto d’autore con quella specifica derivante dalla registrazione dei disegni e modelli a beneficio delle opere dell’industrial design che presentano particolare pregio, ovvero, per usare la terminologia della legge italiana sul diritto d’autore, che presentano di per sé “carattere creativo e valore artistico” (art. 2, legge n. 633/41). Il decreto attuativo della Direttiva design è stato successivamente integrato da un regime transitorio (introdotto dal d.lgs. n. 164/2001 e confermato dall’art. 239 CPI) che, nella sua formulazione iniziale, prevedeva una moratoria decennale, a decorrere dal 19 aprile 2001 (data di entrata in vigore della normativa UE nel nostro Paese), della tutela riconosciuta dal diritto d’autore ai disegni e modelli che erano (in quanto mai registrati) o erano divenuti (a seguito della scadenza della registrazione) di pubblico dominio, nei confronti di coloro che avevano intrapreso la produzione o la commercializzazione di copie dei prodotti originali. La disciplina è stata successivamente modificata dal decreto legge n. 10/2007, che ha eliminato la moratoria decennale e quindi ha escluso qualsiasi protezione da diritto d’autore sui prodotti realizzati in conformità ai disegni o modelli che, anteriormente al 19 aprile 2001, non erano stati registrati oppure erano divenuti di pubblico dominio. In seguito, la legge n. 99/2009 (cd. Legge sviluppo) ha riformulato l'art. 239 CPI, ma senza variazioni sostanziali rispetto alla precedente previsione, fissando soltanto i limiti quantitativi e qualitativi del preuso alle attività dei produttori non originali avviate prima della data del 19 aprile 2001. Da ultimo, il decreto correttivo del Codice della Proprietà Industriale (d.lgs. n. 131/2010, art. 123) ha nuovamente – e, in apparenza, definitivamente - riformulato la norma transitoria, per adeguare la disciplina interna alla Direttiva design, dal momento che le modifiche del 2007 e del 2009 avevano eccessivamente ristretto l’ambito di applicazione del principio della cumulabilità delle tutele. In particolare, è stato reintrodotto un limitato regime transitorio, pari non più a dieci ma a cinque anni, in relazione alla possibilità di produrre e commercializzare opere realizzate in conformità a disegni o modelli di pubblico dominio. La disciplina vigente prevede dunque che la tutela di diritto d’autore per le opere del disegno industriale sia sospesa per un periodo di 5 anni a decorrere dal 19 aprile 2001 nei confronti di coloro che, prima di tale data, hanno prodotto o commercializzato copie dei disegni e modelli che a quell’epoca erano o erano diventati di pubblico dominio. Per effetto di questa moratoria, i terzi che, nei 12 mesi precedenti al 19 aprile 2001, hanno fabbricato o commercializzato copie dei prodotti dell’industrial design allora in pubblico dominio, non rispondono della violazione del diritto d'autore compiuta proseguendo questa attività dopo tale data, anche se limitatamente ai prodotti fabbricati o acquistati prima del 2001 e a quelli fabbricati nei cinque anni successivi (quindi, fino al 19 aprile 2006), e purché detta attività si sia mantenuta nei limiti anche quantitativi del preuso. In definitiva, il legislatore del 2010 ha ritenuto adeguato un periodo transitorio di cinque anni per consentire alle imprese che, prima del 2001, avevano avviato la produzione di copie di opere del design in pubblico dominio, di recuperare gli investimenti effettuati, di smaltire le scorte in magazzino e di riconvertire le loro produzioni senza incorrere nella violazione dell’altrui diritto d’autore.
      2. La prima questione: la modifica della durata del regime transitorio La prima riflessione sulla disciplina che tutela le opere del design attraverso il diritto d’autore prende le mosse da un emendamento inserito durante l’iter di conversione in legge del decreto legge cd. “proroga termini” (art. 22-bis del DL 216/2011), che, nel momento in cui viene pubblicato questo articolo, si trova in discussione in Parlamento (Atto Senato n. 3124). Tale disposizione mira a modificare ancora una volta la disciplina transitoria di cui all’art. 239 CPI, al fine di estendere fino a 15 anni la durata della sospensione dell’applicazione della tutela del diritto d’autore ai prodotti copia delle opere del disegno industriale. Al di là della tendenza del legislatore ad intervenire in maniera ripetuta ed imprevedibile sulla durata del regime transitorio (prima dieci, poi cinque, ora quindici anni), pregiudicando così le esigenze di certezza e di affidamento dei diversi soggetti interessati circa l’applicabilità del cumulo delle tutele, si vuole qui notare come la modifica contenuta nel decreto “proroga termini” non sembri affatto coerente con le indicazioni che arrivano dall’ordinamento comunitario. In particolare, la norma – qualora venisse approvata – si porrebbe in aperto contrasto con i principi affermati dalla Corte di Giustizia UE proprio nell’ambito di un procedimento diretto ad accertare la compatibilità dell’art. 239 CPI con la Direttiva design (sentenza 27 gennaio 2011, procedimento C-189/2009, Flos vs Semeraro, cd. caso “Flos”). In tale occasione, la Corte ha ritenuto illegittima una normativa nazionale che escluda dalla protezione del diritto d’autore, completamente o anche per un periodo sostanziale di tempo, i disegni e i modelli divenuti di pubblico dominio prima della sua entrata in vigore. Nello specifico, i giudici comunitari hanno considerato eccessivamente estesa proprio la moratoria decennale prevista dall’art. 239 CPI nella formulazione precedente all’intervento correttivo del 2010, in quanto un periodo così lungo avrebbe ridotto in maniera sostanziale la tutela dei creatori delle opere e dei loro aventi causa, senza essere giustificata dall’esigenza di salvaguardare gli interessi economici dei produttori in buona fede. Il ragionamento della Corte è stato motivato dalla necessità di garantire un corretto bilanciamento tra gli interessi dei titolari dei diritti d’autore, da un lato, e i diritti acquisiti e l’affidamento dei terzi in buona fede, dall’altro. In altri termini, la sentenza ha tenuto conto, per un verso, dell’esigenza di salvaguardare gli atti di sfruttamento dei disegni e modelli (fabbricazione e commercializzazione di prodotti-copia) avviati prima della rinascita della protezione del diritto d’autore sull’industrial design, stabilendo che le eventuali misure di tutela previste dal diritto d’autore non potessero riguardare le attività definitivamente compiute in vigenza della normativa precedente. Questo principio è stato  contemperato con la tutela dei titolari del diritto d’autore sui disegni e modelli caduti in pubblico dominio, al fine di evitare che la previsione di un regime di inopponibilità a vantaggio dei terzi avesse l’effetto di escludere o rinviare per un periodo sostanziale di tempo il beneficio della protezione riconosciuta dal diritto d’autore, di fatto pregiudicandola. La Corte di Giustizia non ha, quindi, escluso a priori la possibilità che la normativa di uno Stato membro preveda un regime transitorio di sospensione della protezione del diritto d’autore in favore dei terzi, ma ha condizionato tale possibilità al fatto che la misura sia limitata, sul piano soggettivo, ai terzi in buona fede e, sul piano oggettivo, al periodo di tempo strettamente necessario a garantire lo sfruttamento dei prodotti-copia da parte dei terzi, in modo da salvaguardare i loro interessi economici. Sulla base di queste premesse, come anticipato, la sentenza “Flos” ha ritenuto sproporzionata sul piano oggettivo della durata la norma transitoria contenuta nell’art. 239 CPI. Tale orientamento è stato confermato anche da una successiva decisione della Corte di Giustizia (ordinanza 9 settembre 2011, procedimento C-198/10, nel caso “Cassina vs Alivar”). Risulta pertanto con tutta evidenza che anche il proposto innalzamento fino a quindici anni del regime di sospensione della tutela d’autore per le opere del disegno industriale sarebbe - a maggior ragione - contrario al diritto UE. Ed infatti, esso rinvierebbe per un ulteriore periodo sostanziale di tempo l’applicazione della tutela del diritto d’autore, sottraendo ben quindici anni dalla durata della protezione di un’opera (durata che copre la vita dell’autore fino a 70 anni dopo la sua morte), senza che tale sacrificio sia compensato dalla necessità per i terzi in buona fede di beneficiare di un lasso di tempo così ampio per cessare progressivamente l’attività fondata sull’uso anteriore dei prodotti-copia e, quindi, di smaltire le scorte in magazzino. Peraltro, la proposta di modifica che qui si commenta, che autorizzerebbe ex lege la produzione e la commercializzazione fino al 19 aprile 2016 di copie di opere dei maestri del design in pubblico dominio, legittimando quindi una vera e propria pratica di free riding da parte di alcuni produttori a svantaggio di altri, appare poco comprensibile anche sotto il profilo della politica industriale di un Paese riconosciuto nel mondo per le capacità artistiche dei suoi designer e la qualità e bellezza dei suoi prodotti. Essa rischia, infatti, di danneggiare ingiustamente e per un periodo di tempo eccessivo quelle eccellenze italiane del settore del design, che hanno investito nella creatività e nello sviluppo di opere innovative, apprezzate sul mercato sotto l’insegna del made in Italy originale.
    3. La seconda questione: la modifica dell’oggetto della protezione
    La seconda riflessione prende invece spunto dalle proposte di modifica dell’art. 239 CPI che, con riferimento al diverso aspetto dell’oggetto della protezione riconosciuta dal diritto d’autore, sono state presentate nel corso dell’iter di approvazione del disegno di legge comunitaria 2011 (AC n. 4623, approvato dalla Camera dei Deputati il 2 febbraio 2012 e trasmesso al Senato). Il riferimento è a due emendamenti di contenuto sostanzialmente identico, che mirano a limitare l’applicazione della disciplina di sospensione transitoria della tutela del diritto d’autore alle sole opere del disegno industriale che prima dell’aprile 2001 erano state registrate come disegni e modelli. L’effetto sarebbe quindi quello di escludere tout court la protezione di diritto d’autore per tutte quelle opere di design che, alla data del 19 aprile 2001, erano in pubblico dominio per non essere mai state registrate come disegni e modelli industriali. Anche queste proposte di modifica, che peraltro riprendono sostanzialmente il contenuto di una norma inserita nel cd. Decreto sviluppo dello scorso maggio (DL 70/2011, art. 8, co. 10) e successivamente soppressa durante la fase di conversione in legge, appaiono ictu oculi incompatibili con i principi fondamentali in materia di diritto d’autore. In particolare, l’insieme di facoltà patrimoniali e personali che compongono il diritto d’autore sorge nel momento stesso in cui l’opera viene ad esistenza, senza che il riconoscimento della tutela possa essere condizionato da vincoli di forma, quale ad esempio una precedente registrazione. A livello internazionale, questo principio viene affermato già nella Convenzione di Berna per la protezione delle opere letterarie ed artistiche del 1886 (ratificata dall’Italia con L. n. 399/1978), che prevede espressamente che il godimento e l’esercizio dei diritti spettanti agli autori non sono subordinati ad alcuna formalità (art. 5). Coerentemente, il Codice civile italiano individua nella creazione dell’opera il titolo originario e giustificativo dell’acquisto del diritto d’autore (art. 2576 c.c., cfr. anche l’art. 6 della L. n. 633/41), stabilendo in questo modo una rilevante differenza rispetto allo statuto dei diritti di privativa industriale (brevetti, marchi, modelli e disegni). Il legislatore nazionale può, quindi, subordinare la tutela del diritto d’autore per i disegni e modelli unicamente a requisiti di carattere contenutistico, nel rispetto delle indicazioni del legislatore comunitario, che affida agli Stati membri il potere di determinare l’estensione della protezione e le condizioni alle quali essa è concessa, compreso il grado di originalità che il disegno o modello deve possedere (art. 17 della Direttiva n. 98/71). È in tal senso che la legge sul diritto d’autore richiede le condizioni del valore artistico e del carattere creativo ai fini dell’applicazione del diritto d’autore alle opere del disegno industriale. Se dunque è pacifico che il diritto d’autore sorge con la creazione dell’opera, deve conseguentemente riconoscersi tale protezione anche alle opere del design dotate di “carattere creativo e valore artistico”, create e pubblicate anteriormente al 19 aprile 2001, le quali si trovavano a quell’epoca in dominio pubblico per non essere mai state oggetto di registrazione (in questo senso, tra gli altri, si è autorevolmente espresso anche SENA, Design, in Riv. Dir. Ind., 2/2011, p. 48). Ne deriva un vizio insanabile nelle proposte di modifica dell’art. 239 CPI qui prese in considerazione, le quali – come si è visto – escluderebbero dalla tutela le opere del disegno industriale per le quali, anteriormente al 19 aprile 2001, non era stato depositato un disegno o modello ornamentale ai sensi della normativa a quel tempo in vigore (RD n. 1411/1940). La modifica, peraltro, non tiene conto del fatto che questa scelta era in passato obbligata, in quanto la registrazione come disegno o modello avrebbe precluso l’applicazione della tutela del diritto d’autore alle opere del design a causa del divieto, all’epoca previsto, di cumulare le due forme di protezione. Gli autori delle opere in questione, pertanto, per poter beneficiare della tutela accordata dal diritto d’autore, dovevano rinunciare alla protezione brevettuale, o viceversa. La legge sul diritto d’autore, dal canto suo, riconosceva tale protezione a condizione che il valore artistico delle opere del design fosse separabile dal carattere industriale del prodotto al quale erano associate (art. 2, n. 4, cd. criterio della scindibilità). Questo criterio era stato interpretato in maniera molto restrittiva dagli esperti del settore, con la conseguenza che molte opere del design (specie quelle tridimensionali) finivano per essere escluse in automatico dalla tutela del diritto d’autore e cadevano, quindi, in pubblico dominio. Tale situazione penalizzante per il design era stata superata solo con il recepimento della Direttiva comunitaria. In tale occasione, il legislatore italiano aveva eliminato il divieto di cumulo tra i due tipi di tutela e modificato le norme sul diritto d’autore, cancellando il requisito della “scindibilità” e determinando la rinascita del diritto d’autore anche su quelle opere dotate di carattere creativo e valore artistico, ma precedentemente cadute in pubblico dominio. L’illegittimità di una modifica normativa che escluda dalla tutela del diritto d’autore le opere del design mai registrate come disegni e modelli, oltre che dalle considerazioni precedenti, può desumersi anche dall’esame svolto sul punto dalla già citata sentenza della Corte di Giustizia UE nel caso “Flos”. La Corte, in particolare, ha affermato che “non si può escludere che la protezione del diritto d’autore per le opere che possano costituire disegni o modelli non registrati possa risultare da altre direttive in materia di diritto d’autore e, in particolare, dalla Direttiva 2001/29, se ricorrono le condizioni per la sua applicazione, il che deve essere verificato dal giudice del rinvio” (paragrafo 34). Nel caso dell’Italia, è la legge sul diritto d’autore a concedere la protezione del diritto d’autore a tutte le opere del disegno industriale che presentino carattere creativo e valore artistico, a prescindere, quindi, dalla loro registrazione ai sensi della disciplina specifica dei disegni e modelli. Né, come già chiarito, la normativa italiana avrebbe potuto disporre altrimenti, dal momento che la richiamata Convenzione di Berna e le direttive comunitarie sul diritto d’autore vietano di condizionare tale tutela a formalità costitutive e, quindi, a registrazione. È significativo sottolineare come le pronunce giurisprudenziali italiane successive alla sentenza “Flos” abbiano rafforzato in maniera inequivoca il concetto da essa stabilito (in particolare nel paragrafo 34), confermando come la normativa comunitaria non possa essere in alcun modo interpretata nel senso di escludere dalla tutela del diritto d’autore le opere del design che non sono mai state registrate come disegni e modelli. Il riferimento è alle due ordinanze del 2011, rispettivamente del 7 luglio e del 10 ottobre, con cui le Sezioni specializzate in materia di proprietà industriale e intellettuale del Tribunale di Milano e del Tribunale di Firenze hanno riconosciuto la piena tutela ai sensi del diritto d’autore, fin dalla loro creazione, di alcuni oggetti “classici” di arredamento del noto designer Le Corbusier, benché queste opere non fossero mai state registrate come disegni e modelli prima del 19 aprile 2011. In particolare, i due provvedimenti hanno ribadito che, in conformità ai principi tradizionali che regolano la materia a partire dalla Convenzione di Berna, la tutela del diritto d’autore non può essere subordinata ad alcun onere di preventiva registrazione dell’opera, trovando il suo unico titolo costitutivo nell’atto di creazione dell’opera stessa. I giudici nazionali hanno altresì evidenziato come una differenziazione di trattamento fondata sul solo presupposto dell’esistenza o meno di una precedente registrazione probabilmente non sarebbe stata esente da possibili censure di incostituzionalità per violazione dei principi di eguaglianza e di ragionevolezza.
     
    4. Considerazioni conclusive
    Volendo provare a trarre una conclusione dalle brevi osservazioni che precedono, può affermarsi che, a dispetto delle proposte di modifica continuamente avanzate in sede legislativa, l’attuale normativa italiana in materia di tutela del disegno industriale attraverso il diritto d’autore appare pienamente in linea con i principi contenuti nelle convenzioni internazionali e nelle direttive europee, nonché con l’interpretazione delle norme comunitarie fornita dalla Corte di Giustizia UE. In particolare, nonostante l’ipertrofia propositiva del legislatore italiano, non sembra richiedere alcun adeguamento normativo l’art. 239 CPI, che, in seguito all’intervento correttivo del 2010, ha risolto in anticipo le problematiche legate alla durata e all’oggetto della tutela, poi evidenziate dalla sentenza “Flos”. Al contrario, qualsiasi modifica dell’art. 239 CPI diretta a ridurre l’ambito di applicazione del diritto d’autore alle opere del design, sia estendendo il periodo di sospensione della tutela oltre quello attuale di cinque anni, sia escludendo tout court la tutela prevista dal diritto d’autore per alcune opere del design, quali quelle mai registrate come disegni e modelli prima del 2001, oltre che poco funzionale alla protezione della creatività e dell’innovazione di tante piccole e medie imprese italiane, avrebbe il probabile effetto di porsi in contrasto con la normativa UE, così come interpretata dalla Corte di Giustizia, e rischierebbe, pertanto, di esporre l’Italia ad una sicura procedura di infrazione.
  • DDL diffamazione, i nodi tra la rettifica e il diritto all'oblio

    Il disegno di legge in materia di diffamazione approvato dal Senato la scorsa settimana e in attesa di passaggio definitivo alla Camera ha sollevato un'ondata di polemiche per via delle disposizioni in materia di rettifica e deindicizzazione di contenuti che coinvolgerebbero le testate online. I nodi del ddl sono stati al centro anche del dibattito della puntata del 2 novembre di “Presi per il Web“, trasmissione di Radio Radicale condotta da Marco Perduca, Marco Scialdone e Fulvio Sarzana con la collaborazione di Marco Ciaffone e Sara Sbaffi. [caption id="attachment_5318" align="alignright" width="300"]Ascolta il podcast della puntata di domenica 2 novembre 2014 Ascolta il podcast della puntata di domenica 2 novembre 2014[/caption] Ospiti dell'appuntamento Arianna Ciccone, co-fondatrice e direttrice dell'International Journalism Festival e fondatrice del blog collettivo Valigia Blu, e Marco Orofino, ricercatore confermato di Diritto costituzionale presso il Dipartimento di Studi Internazionali, Giuridici e Storico‐Politici dell’Università degli Studi di Milano. "Sono molte le criticità - ha esordito Ciccone - innanzitutto perché è stato inserito una sorta di diritto all'oblio rifacendosi alla recente sentenza della Corte di Giustizia Europea che è ancora dibattuta e sta creando problemi. È poi una forzatura inserire questo principio in una legge sulla diffamazione, senza contare che stiamo parlando di una legge del 1948 che viene estesa al web. Sul tema tema rettifica bisogna poi notare come sia in sostanza l'interessato a decidere se c'è la diffamazione o meno, non c'è intervento del giudice, e se non viene pubblicata una rettifica senza repliche c'è la possibilità che l'interessato si rivolga alla giustizia ordinaria, che non verifica se c'è diffamazione o no ma ordina la rettifica. Si introduce un arbitrio dal mio punto di vista inaccettabile.  In ultimo, il combinato disposto tra deindicizzazione e rettifica rischia di creare una situazione paradossale nella quale il cittadino che fa una ricerca online può trovarsi di fronte la rettifica ma non l'articolo originale". "Giungo a conclusioni simili a quelle di Arianna - ha commentato Orofino - soprattutto per quanto riguarda l'articolo 3 sulla deindicizzazione, mentre ho punti di vista in parte diversi per quanto riguarda altre parti del disegno di legge. In particolare mi riferisco alle disposizioni sulla pena detentiva nei reati di diffamazione e ingiuria: averla cancellata è sicuramente un aspetto positivo. È vero tuttavia che le multe restano particolarmente alte, non tanto per le diffamazioni a mezzo stampa per le quali una volta pubblicata la rettifica scatta la non punibilità, ma per i casi in cui non c'è la possibilità di rettifica e quindi per tutte quelle pubblicazioni online che non rientrano nell'attuale nozione di stampa; quest'ultima è ormai molto vecchia e di sicuro andrebbe aggiornata per essere maggiormente calzante allo sviluppo tecnologico". "Ma tornando all'articolo 3 - ha chiosato Orofino - bisogna evitare di fare confusione: la norma in questione, così come la stessa sentenza della Corte di Giustizia Europea, non stabilisce il diritto all'oblio, ma il diritto alla deindicizzazione, con il contenuto che permane nel sito fonte ma non viene più trovato dai motori di ricerca. Il diritto all'oblio è collegato invece alla cancellazione. Devo dire in ogni caso che è incomprensibile come il legislatore voglia collegare due fattispecie così diverse, e mentre la deindiccazione può essere rimessa ad un rapporto tra privati, questo non è possibile per la diffamazione, per la quale deve intervenire l'autorità pubblica". LEGGI “La libertà di espressione tra costituzione e carte europee dei diritti”, pubblicazione di Marco Orofino 3 novembre 2014
  • Decreto Legge 6 dicembre 2011, n. 201 "Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici"

    Il presente documento è inserito nel Focus "Regolazione dei Trasporti" (sottosezione di "Mercato, Concorrenza e Regolazione") a cura di Giovanni Nuzzi.
  • Divieto sperimentazione su embrioni, il Prof. Contaldi: "Dalla Corte di Strasburgo parole chiare. Prevedibile stessa posizione dalla Consulta"

    "Dispiace sinceramente per le dolorose vicende umane dalle quali è scaturito il caso giudiziario, ma al contempo non si può nascondere la sensazione che questo procedimento sia stato utilizzato come tentativo di scardinare l'ordinamento italiano sulla questione". Così il Professor Gianluca Contaldi, Ordinario di Diritto Internazionale presso l'Università di Macerata e docente presso l'Università Europea di Roma, commenta la sentenza con la quale la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha ritenuto che il divieto di utilizzare gli embrioni per la ricerca scientifica, contenuto nella legge 40/2004, non viola i diritti umani. "Una sentenza con la quale mi trovo perfettamente d'accordo sotto tutti i punti di vista, anche considerando che la posizione dell'Italia - spiega il Prof. Contaldi - non è per nulla isolata. Sono diversi gli ordinamenti che prevedono simili divieti e la stessa Germania, Paese di innegabile tradizione liberale, impone fortissime restrizioni a certi tipi di sperimentazione. Ancora, la Corte di Giustizia dell'Unione Europea, nella Sentenza Brüstle del 2011, ha escluso la brevettabilità di invenzioni che implicano la distruzione degli embrioni; una decisione che si pone sulla scia di un movimento internazionale che propende in maniera sempre più evidente verso la tutela degli stessi embrioni, e non il contrario. Va poi tenuto in conto che non si può pretendere che in un territorio estremamente sensibile, connotato da profonde convinzioni etiche oltre che religiose, sia una corte internazionale a prendere una posizione estremamente radicale". "Più nel merito della vicenda - prosegue Contaldi - è stato riconosciuto che non essendoci un nucleo familiare non era pertinente la violazione del diritto alla vita familiare, che non lo era neanche quello alla vita privata in quanto lo Stato gode di un ampio margine di apprezzamento nell'imporre certe restrizioni e che, infine, non è possibile leggere la questione con le lenti del diritto alla proprietà privata; in caso contrario saremmo di fronte ad una equiparazione dell'embrione ad un bene patrimoniale". Intanto la Corte Costituzionale italiana è chiamata a pronunciarsi a breve su un caso simile: "Mi aspetto che anche la Consulta si pronunci per la compatibilità del divieto di sperimentazione con la Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo. Tra i due casi c'è una differenza, e cioè in quello in attesa di giudizio entrambi i genitori sono d'accordo alla donazione. Ma è una differenza irrilevante, perché nella sentenza di Strasburgo la mancata certezza che il compagno defunto della Parrillo potesse essere d'accordo con la donazione è un di più, non è il cuore centrale della decisione, che resta la mancanza di accordo comunitario sulla questione e la conseguente libertà di manovra degli Stati membri". 31 agosto 2015
  • Fecondazione eterologa e limiti giuridici delle direttive interregionali "paranormative", intervista al Prof. Alberto Gambino

    Da un'intervista rilasciata dal Professor Alberto Gambino, ordinario di Diritto Privato presso l'Università Europea di Roma, al quotidiano online IlSussidiario.net il 6 settembre: Professor Gambino, "le Regioni semplicemente applicano una sentenza della Corte costituzionale che cancella il divieto di ricorso all'eterologa per la fecondazione assistita". Lo ha detto Nichi Vendola. Intanto occorre sottolineare che le sentenze della Corte costituzionale non sono testi “da applicare”, ma decisioni che eliminano dalle leggi le parti ritenute incostituzionali. E’ le legge, senza più la parte censurata, che dunque deve essere applicata. Le Regioni, perciò, devono applicare la legge 40 sulla fecondazione artificiale, come modificata dalla Corte; ma l’attuale legge 40 nulla dice in ordine al tema della fecondazione cosiddetta eterologa, cioè con un donatore esterno alla coppia. Infatti la Consulta si è limitata ad espungere il divieto, mentre non ha potuto dettare una disciplina specifica, che è invece compito del legislatore. Probabilmente il governatore Nichi Vendola intendeva dire che le Regioni possono “organizzare” le prestazioni sanitarie relative all’eterologa avendo la Corte eliminato il divieto, ma il punto è proprio questo: in che modo? E assegnando quali garanzie ai donatori? E quali diritti alla coppia ricevente e soprattutto a chi nasce? Sono questi i contenuti cruciali su cui né la Corte costituzionale, né l’attuale legge 40 danno risposte. Ma scusi, allora di che natura è l'accordo cercato e ottenuto dalle Regioni? E’ un espediente per limitare i danni che conseguiranno al sicuro contenzioso che si ingenererà in assenza di regole nazionali sull’eterologa. Bisognerà però vedere se i giudici si accontenteranno di accordi tra Regioni, che non hanno alcun valore normativo. Ritengo che, in assenza di un intervento legislativo del Parlamento, rimarrà l’incertezza che i contenuti di questi accordi tra le Regioni siano effettivamente rispettati dai magistrati che saranno chiamati ad affrontare la casistica, i quali sono tenuti al rispetto e all’applicazione della legge e non certo di direttive interregionali. "Il ministro della Sanità adesso recepisca il testo delle Regioni con un regolamento, possibilità prevista dalla stessa legge 40. Non c'è obbligo del Parlamento a intervenire ma opportunità sì per una discussione pienamente democratica ed eventuali aperture anche ai single e non solo alle coppie". Lo ha detto Donata Lenzi del Pd. È una posizione che rivela tutte le difficoltà del caso. Il Parlamento non è obbligato ad intervenire, ma se non lo fa, nella materia vigerà il caos, potendoci essere decisioni giurisprudenziali differenti sui temi delicatissimi dell’anonimato dei donatori, dei contenuti da inserire nelle dichiarazioni del cosiddetto “consenso informato”, dei diritti di chi nasce, delle prerogative dei donatori e delle coppie che accedono a queste tecniche. Solo in parte questi temi possono essere ovviati dalle linee guida ministeriali, poiché ci sono in ballo anche diritti soggettivi che possono essere disciplinati esclusivamente da una legge parlamentare. Quanto al tema dell’apertura ai single è un modo per rilanciare un dibattito che esula però da quanto strettamente necessario per dare attuazione alla fecondazione eterologa con il rischio di provocare un ulteriore rallentamento dei lavori parlamentari anziché un’accelerazione come da più parti richiesto. Allora, in poche parole, l'accordo voluto ed elaborato dalle Regioni è solo un "pour parler"? Cosa si dovrebbe fare per lei adesso? Si può "tornare indietro"? Ripeto, è uno strumento che, in attesa di una completa disciplina nazionale sull’eterologa, offre alcuni criteri e direttive che la magistratura però non sarà tenuta a rispettare. Questo è il punto cruciale, sul quale si è fatta molta confusione facendo intendere che questo documento possa surrogarsi all’assenza di una legge. Così non è. Occorre invece incardinare il tema in Parlamento e, per scongiurare tempi lunghi e discussioni infinite, il Governo Renzi può farsi parte attiva per definire il perimetro di quanto strettamente necessario per offrire un quadro certo e sicuro sulle tecniche di fecondazione eterologa. In questo va dato atto che il Ministro della Salute è particolarmente fattivo. Sembra allora che la decisione delle Regioni sia eminentemente politica. Come la spiega? E’ dettata dalla pressione dei centri privati che fanno intendere che loro stanno per partire anche senza una legge dello Stato e, in qualche modo, le Regioni cercano di porre alcuni paletti per dare maggiore certezza ai diritti dei soggetti coinvolti nell’eterologa. Ma certamente i tecnici degli uffici legislativi di ciascuna Regione - generalmente assai preparati - conoscono perfettamente i limiti di questa operazione. Cosa ne pensa nel merito, di quelle linee guida? − e, in particolare, del requisito riguardante le caratteristiche fenotipiche? Essendo, come detto, un documento privo di valenza normativa, non mi vorrei pronunciare nel merito. Sottolineo però che ci sono alcune criticità che saranno certamente disattese dalla magistratura ordinaria che si imbatterà nelle vicende dell’eterologa, come ad esempio l’anonimato dei donatori, che non può essere assoluto, come ormai è acclarato in tutta la giurisprudenza e legislazione europea; o come il tema legato ai test sulle patologie dei donatori. In sede civile è praticamente certo che ci saranno, in assenza di una legge, infiniti casi di richieste di risarcimento danni. Quanto alle caratteristiche fenotipiche, come il colore della pelle dei donatori, è l’esempio eclatante che non è materia da Regioni perché coinvolge scelte delicatissime che riguardano ethos, democrazia e diritti inviolabili. Mi lasci dire inoltre che su questo tema proprio alcuni tra i giuristi più “progressisti” fanno cortocircuito, sostenendo che, per motivi di presenza pubblica, le coppie e i relativi donatori dovrebbero avere lo stesso colore della pelle. 8 settembre 2014  
  • Il diritto all’oblio è legge in Russia

    di Marco Bellezza (via MediaLaws)

    Mentre nell’Unione Europea si continua a discutere del “diritto all’oblio” e delle sue ricadute potenzialmente dirompenti nei rapporti tra gli operatori della rete, in Russia a metà luglio è stata approvata dalla Duma e promulgata dal presidente Putin una legge che garantisce ai cittadini russi il diritto di chiedere la rimozione dai motori di ricerca di link a informazioni riguardanti la persona che sono da essa ritenute irrilevanti o inadeguate.

    La legge, in alcune delle sue parti chiaramente ispirata alla sentenza Google Spain, nondimeno è stata aspramente criticata perché diversamente dalla decisione della Corte di Giustizia introduce la possibilità anche per le figure di rilevanza pubblica di rivolgersi ai motori di ricerca per chiedere la rimozione dei contenuti, spostando pericolosamente l’ago della bilancia a favore del diritto alla riservatezza a discapito della libertà di informazione.

    Per chiedere la rimozione è necessario inoltrare la richiesta al motore di ricerca, il quale ha 10 giorni per riscontrare e dare eventualmente seguito alla stessa. I motori di ricerca non possono tuttavia eliminare contenuti che potenzialmente potrebbero consistere in elementi costitutivi di un reato per cui non è ancora spirato il termine di prescrizione. Quest’ultima previsione, tuttavia, soffre di un vizio genetico, in quanto attribuisce al motore di ricerca il potere, e la responsabilità, di decidere se e quando un contenuto è illecito o meno, senza tuttavia predisporre dei criteri per guidarlo in questa valutazione. In aggiunta, la legge è stata sottoposta a ulteriori critiche in quanto non fissa nemmeno i criteri per addivenire ad una determinazione di quando un contenuto sia irrilevante o inadeguato.

    La legge entrerà in vigore il 1 gennaio 2016, ma per il momento non contiene sanzioni per l’inottemperanza alla richiesta di cancellazione, anche è in fase di discussione una proposta di legge che apporterebbe modifiche al Codice degli Illeciti Amministrativi, fissando la sanzione per il mancato seguito alla iniziale richiesta del cittadino a 100.000 Rubli (circa 1.300 Euro) e per il mancato rispetto di un ordine di un tribunale a 3.000.000 Rubli (circa 40.000 Euro).

    Nonostante l’indiscutibile portata innovativa di questo provvedimento, stante le numerose criticità dello stesso, è ragionevole pensare che soprattutto nella fase applicativa il dibattito sullo stesso e nello specifico sui suoi effetti su Internet e sugli utenti resterà aperto.

    Diritto all’oblio, 50 i ricorsi definiti dal Garante privacy su 25mila richieste arrivate a Google

    18 novembre 2015
  • Il disegno di legge S. 1119-B: verso una auspicabile e definitiva equiparazione tra stampa cartacea e stampa on line?

    di Andrea Napolitano

    Abstract

    The aim  of this work is to analyze the news of the draft law S.1119 B still to be approved in  Parliament. It modifies the discipline concerning the defamation through the press, going towards an equality between newspapers and online newspapers.

    Il presente lavoro si prefissa l’obiettivo di analizzare le novità contenute nel  D.D.L S. 1119-B, in corso di approvazione definitiva in Parlamento, di modifica della disciplina in materia di diffamazione con il mezzo della stampa con la previsione di una sostanziale equiparazione tra stampa cartacea e quella on line.

    Sommario: 1. Premessa. 2. Le prospettive di riforma della Legge sulla stampa.  3. Le (auspicate) modifiche apportate dalla riforma alle norme del codice penale in materia di responsabilità del direttore responsabile e alle disposizioni  a tutela dell’onore e della reputazione.  4. Le (possibili) innovazioni apportate dalla riforma ai codici civile, di procedura civile e procedura penale. 5. Conclusioni.

    1. Premessa.

    La libertà di  espressione del proprio pensiero e quella di informazione sono state oggetto, nel tempo, di particolare attenzione da parte della dottrina e  della giurisprudenza, soprattutto in considerazione dell’inarrestabile evoluzione tecnologica che ha influenzato, in maniera “determinante”, i modi attraverso i quali la collettività si informa quotidianamente [1].

    Ne è derivato che, le norme di riferimento in materia, contenute  nella  legge n°47 del 1948 e pensate solo ed esclusivamente per la stampa cartacea, risultino ormai di difficile, o comunque controversa, applicazione ai nuovi mezzi di informazione diversi dalla stessa.

    In particolare, come è noto, dottrina e giurisprudenza si sono interrogate sulla possibile equiparazione tra le testate giornalistiche cartacee e quelle on line, queste ultime regolamentate, ad oggi, solo con riferimento ad alcuni aspetti [2].

    Al fine di sopperire a questa evidente vacatiolegislativa, in Parlamento è in fase di approvazione un disegno di legge, mediante il quale il legislatore intende rivedere, alla  luce delle nuove tecnologie utilizzate nel settore, la nozione di informazione professionale, predisponendo modifiche significative alle disposizioni della legge del ’48,  del codice penale [3], nonché, ad alcune disposizioni dei codici civile, di procedura civile e  di procedura penale. La cautela sui tempi di approvazione del d.d.l. è d’obbligo anche perché non si tratta del primo progetto di legge presentato in Parlamento al fine di disciplinare tale materia e questo stesso d.d.l., presentato alla Camera dei Deputati il 13 maggio 2013, sta registrando un iter di approvazione alquanto travagliato, considerata la ripetuta “navetta” alla quale è stato assoggettato in questi due anni [4].

    Da un esame del disegno di legge nel suo complesso emerge abbastanza chiaramente come le intenzioni del legislatore siano indirizzate, in modo particolare, non solo alla eliminazione della pena detentiva per i reati di diffamazione ed ingiuria, ma soprattutto verso l’auspicato adeguamento della complessiva normativa in materia di libertà di stampa in considerazione delle tecnologie, diffuse ormai anche nel settore dell’informazione professionale, che hanno reso inadeguate ed obsolete le disposizioni vigenti rispetto alle esigenze di tutela attuali.

    2. Le prospettive di riforma della Legge sulla Stampa.

    Come si è appena avuto modo di ricordare, la mancata equiparazione della c.d. stampa on linea quella cartacea è tema fortemente dibattuto dalla dottrina e dalla giurisprudenza, tanto da considerare vera e propria vacatiolegislativa la circostanza che alcune attività svolte dalle testate giornalistiche telematiche non risultino essere disciplinate da nessuna norma.

    L’articolo 1 del disegno di legge in esame sembra voler colmare questa lacuna estendendo esplicitamente le disposizioni previste per la stampa cartacea anche “alle testate giornalistiche on line registrate ai sensi dell’articolo 5, limitatamente ai contenuti prodotti, pubblicati, trasmessi o messi in rete dalle stesse redazioni, nonché alle testate giornalistiche radiotelevisive”.

    Il riferimento ai meri contenuti prodotti e pubblicati dalla redazione risulta essere di estrema rilevanza. In questo modo, infatti, il legislatore esclude l’applicazione delle norme sulla stampa anche ai materiali immessi dagli utenti in sede di  commenti a notizie o in altri spazi telematici, che rientrano ad oggi nella più generale previsione del Decreto Legislativo n° 70 del 2003 [5].

    Inoltre, e coerentemente con questa scelta, la  differenza tra i contenuti redazionali e quelli inseriti dagli utenti riguarda anche altri due aspetti, sempre oggetto di attenzione del legislatore, quali la responsabilità del direttore responsabile e la rettifica [6].

    L’articolo 1 comma  2 lettera a) del disegno di legge, prevede infatti l’estensione dell’istituto della rettifica, previsto già per il quotidiano, il periodico e l’agenzia di stampa [7], anche alle testate giornalistiche telematiche registrate [8].

    Da questa categoria restano però escluse le trasmissioni radiofoniche o radiotelevisive per le quali il rinvio è alla normativa prevista dal c.d. Testo Unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici [9].

    Altro elemento di innovazione, prettamente formale, è quello riconducibile all’obbligo di pubblicare la rettifica secondo un’indicazione standard per tutti i mezzi di informazione, cartacei o telematici.

    La stessa, infatti, dovrà racchiudere gli estremi della notizia oggetto della richiesta, il titolo, la data di pubblicazione, l’autore dell’articolo, ed inoltre non potrà contenere commenti,  risposte e dare nuova visibilità alla notizia che doveva essere smentita o corretta.

    Al direttore viene inoltre attribuita la facoltà, già prevista dal legislatore, di non pubblicare dichiarazioni o rettifiche richieste nei casi in cui le stesse non possano essere divulgate vista la loro rilevanza penale. A quest’ultima viene aggiunta, nel d.d.l., un’altra ipotesi di diniego, ossia quando le stesse dichiarazioni e rettifiche siano “ inequivocabilmente” false.

    Alla lettera e) dello stesso articolo 1 comma 2, il legislatore ha inteso disciplinare la rettifica per la stampa non periodica prevedendo, per l’autore dello scritto o per il direttore e vice direttore responsabile, l’obbligo di pubblicare non oltre quindici giorni dalle ricezione della richiesta, in caso di ristampa o nuova diffusione ed anche in formato telematico, dichiarazioni o rettifiche di soggetti che si ritengono lesi della loro reputazione o del loro onore. La stessa disposizione prevede inoltre che nel caso in cui non sia possibile la ristampa o una nuova diffusione dello stampato o la pubblicazione sul sito internet, la rettifica deve essere pubblicata, non oltre quindici giorni dalla ricezione della richiesta, sulla edizione telematica di un quotidiano a diffusione nazionale.

    Inoltre, come è noto, in caso di mancata rettifica il soggetto che si ritiene leso può chiedere l’intervento del giudice, exart 700 c.p.c., che, una volta accolta la richiesta, può obbligare la pubblicazione della rettifica, irrogando al tempo stesso sanzioni di carattere amministrativo.

    Il d.d.l. estende tale facoltà anche allo stesso autore dell’offesa nel caso in cui  il direttore responsabile di un giornale cartaceo, di una testata telematica registrata o di un’emittente radiofonica o televisiva, non pubblichi la rettifica disponendo, inoltre, l’obbligo per il giudice di accogliere la richiesta “quando è stato falsamente attribuito un fatto determinato che costituisce reato”.

    Dall’analisi di queste future disposizioni in materia di rettifica può ritenersi come le stesse vadano nella direzione di una rafforzata tutela dei soggetti lesi nella loro dignità.

    Non si può tuttavia non sottolineare come tale proposito venga contraddetto da altre disposizioni previste nello stesso testo. E’ il caso ad esempio, della  nuova formulazione dell’articolo 13 della Legge sulla stampa, secondo cui l’autore  dell’offesa, il direttore della testata giornalistica cartacea e di quella on lineregistrata nonché quello di testate radiofoniche o televisive, ipotesi prevista dalla Camera nell’ultima votazione, sono immuni da responsabilità qualora pubblichino, secondo quanto previsto in precedenza o in maniera spontanea, dichiarazioni o rettifiche [10]. Nello stesso comma 4 del “nuovo” articolo 13 è prevista la non punibilità dell’autore dell’offesa nel caso in cui lo stesso abbia richiesto espressamente la pubblicazione della smentita o della rettifica proposta dalla parte offesa e questa sia stata rifiutata.

    Come è stato sottolineato, tali ipotesi paiono configurarsi come “ rettifiche a regola d’arte” ritenute causa di non punibilità per i responsabili della diffamazione, non sanzionabili in sede penale ma solo in ambito civilistico con la richiesta di risarcimento del danno [11].

    Infine per sottolineare un’ulteriore modifica effettuata alla legge sulla stampa, si ricorda  la previsione normativa inserita nella nuova formulazione dell’ articolo 21 della stessa legge, secondo la quale per le ipotesi di diffamazione telematica la competenza sarà del giudice del luogo di residenza della persona offesa.

    3. Le (auspicate) modifiche apportate dalla riforma alle norme del codice penale in materia di responsabilità del direttore responsabile e alle disposizioni a tutela dell’onore e della reputazione.

    La già analizzata distinzione tra i contenuti inseriti dalla redazione e quelli immessi dagli utenti è, come ricordato in precedenza, di particolare rilevanza anche in riferimento alla modifica dell’articolo 57 del codice penale con il quale viene disciplinata la responsabilità del direttore di un giornale.

    Il legislatore sembra essere orientato verso un adeguamento della norma alle esigenze attuali, in considerazione dei nuovi strumenti con cui possono essere compiuti i reati ed, al tempo stesso, ad un rafforzamento del nesso di causalità tra i doveri di vigilanza del direttore ed i delitti commessi, elementi costitutivi e fondamentali per l’ipotesi di responsabilità per omesso controllo addebitabile al direttore ed al suo vice.

    Come è noto, mentre il testo attuale dell’art 57 c.p. si riferisce solo ed esclusivamente alla stampa periodica, la “ nuova” formulazione va a modificare la rubrica del codice, aggiungendo alla stampa sia le testate radiotelevisive sia “altri mezzi di diffusione”  [12].

    L’articolo 2 comma 1 del disegno di legge prevede, infatti, che  “il direttore o il vice direttore responsabile del quotidiano, del periodico o della testata giornalistica on line registrata ai sensi dell’articolo 5 della legge 8 febbraio 1948 n.47, limitatamente ai contenuti prodotti, pubblicati, trasmessi o messi in rete dalle stesse redazioni, risponde con il mezzo della stampa della diffusione radiotelevisiva o con altri mezzi di diffusione se il delitto è conseguenza della violazione dei doveri di vigilanza sul contenuto della pubblicazione”.

    Sembra quindi immutata la riduzione della pena del direttore nella misura di un terzo, non potendosi applicare la pena accessoria dell’interdizione dalla professione di giornalista, mentre può essere considerata come elemento di importante novità  la facoltà attribuita al direttore ed al suo vice di poter delegare, con atto scritto avente data certa, le funzioni di vigilanza e di controllo ad uno o più giornalisti qualificati allo svolgimento delle stesse [13].

    Il punto centrale della riforma con riferimento alla responsabilità del direttore si ricava tuttavia, come ricordato in precedenza, dalla nuova formulazione dell’articolo 13 della legge sulla stampa dalla quale emerge la voluntas legislativa tesa alla eliminazione  della pena detentiva ed alla sostituzione di quest’ultima con  una multa, connessa alla pena accessoria della pubblicazione della sentenza, irrogata nell’ipotesi di diffamazione in cui l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato falso, la cui diffusione sia avvenuta con la consapevolezza della sua falsità.

    Nella stessa direzione si indirizza lo stesso legislatore con il 2°comma dell’articolo 2 dello stesso d.d.l., teso a modificare le norme previste dal codice penale in materia di diffamazione ed ingiuria [14].

    Si tratta dell’orientamento auspicato in alcune decisioni della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che ha ritenuto illegittima la possibile irrogazione della pena detentiva ritenuta lesiva della libertà di cronaca [15].

    Al tempo stesso, può sottolinearsi che il nostro Parlamento ha esteso la cancellazione della pena detentiva anche per attività non riconducibili all’esercizio di attività informative volta ad eliminare incertezze tra azioni illecite commesse nell’esercizio del diritto di cronaca e quelle che risultano essere diretta conseguenza del diritto di manifestazione del pensiero. Infatti alla libertà di stampa è associabile la sola ipotesi della diffamazione, mentre l’ingiuria, per le caratteristiche stesse della fattispecie, va ricondotta a forme di comunicazione interpersonale, rientranti essenzialmente nella tutela costituzionale dell’art. 15 e non dell’art. 21 Cost. Anche per questo è stato rilevato come questa scelta del legislatore potrebbe causare un rilevante indebolimento della tutela dei cittadini, vittime  di offese ricevute non solo tramite il mezzo della stampa, ma soprattutto attraverso la rete, ad esempio tramite i social network[16].

    4. Le (possibili) innovazioni apportate dalla riforma ai codici civile, di procedura civile e procedura penale.

    Come già ricordato il disegno di legge prevede anche modifiche al codice civile, di procedura civile e di procedura penale[17].

    In modo particolare, al fine di definire un equilibrio tra offensore e offeso,  con l’articolo 3 il legislatore ha previsto la possibilità di condannare il querelante al pagamento delle spese e dei danni cagionati in caso di sentenza di non luogo a procedere perché il fatto non sussiste o l’imputato non lo ha commesso [18].

    L’articolo 4 del disegno di legge si occupa invece di riformulare la disposizione dell’articolo 200 c.p.p. estendendo la disciplina del segreto professionale anche ai giornalisti pubblicisti iscritti al rispettivo albo. Si tratta di una innovazione di particolare rilevanza, anche in considerazione dei profondi cambiamenti intervenuti nella composizione delle redazioni dei giornali.

    In riferimento alle modifiche apportate al codice di procedura civile, si ricorda come l’articolo 5 del d.d.l. intende riformare l’ articolo 96 del c.p.c., introducendo un’ipotesi di responsabilità aggravata a carico del promotore di un’azione risarcitoria per diffamazione, rivelatasi poi temeraria, commessa con il mezzo della stampa, delle testate giornalistiche on line, e di quelle radiotelevisive.

    Con riferimento a questo aspetto, si ricorda inoltre che la Camera, ripristinando la disposizione già approvata in prima lettura, ha considerato, in caso di querela temeraria, la facoltà per il giudice di irrogare al querelante una sanzione pecuniaria da 1.000 a 10.000 euro da versare alla cassa delle ammende [19].

    Al riguardo il legislatore, ha previsto che in tutti i casi di diffamazione commessa con tutti i mezzi di comunicazione, il giudice nella fase di  definizione della somma, definita in maniera equitativa a carico della parte soccombente, deve tener conto della “consistenza” della domanda risarcitoria.

    La riforma si conclude infine con il “ nuovo” articolo 6 del disegno di legge, inserito nel corso dell’ ultimo esame da parte della Camera dei Deputati, con il quale si intende modificare l’articolo 2751 bis c.c. riconoscendo la qualifica di “privilegio generale sui mobili al credito del direttore responsabile o dell’autore della pubblicazione”, nei confronti del proprietario o dell’editore, nei casi in cui lo stesso responsabile della testata o l’autore abbiano risarcito il danno in conseguenza di una condanna per diffamazione, esclusi i casi in cui venga accertata la natura dolosa della condotta dell’autore dell’articolo o del direttore [20].

    5. Conclusioni.

    Il d.d.l. in esame, nonostante i molteplici contenuti positivi, deve essere ritenuto solo l’inizio di un più ampio aggiornamento normativo di una materia così delicata quale la libertà di stampa e delle disposizioni penali aventi ad oggetto i limiti della libertà di espressione [21].

    In maniera positiva può considerarsi la riforma dell’istituto della rettifica prevista anche per la stampa on line,con la quale potrebbe colmarsi un importante vuoto normativo presente nel nostro ordinamento in virtù del quale possono sorgere situazione di evidente disparità tra la stampa cartacea e quella on line[22].

    L’aspetto ritenuto di straordinaria importanza appare essere però l’equiparazione della stampa on line alle altre forme di informazione professionale ed il conseguente riconoscimento alla stessa della giusta rilevanza anche in ambito giuridico, in considerazione dell’utilizzo sempre maggiore di tale strumento da parte della collettività.

    Si tratta di una scelta importante anche il linea con la CEDU [23] volta ad equiparare le due forme di stampa.

    Al riguardo appare tuttavia opportuno sottolineare che il legislatore avrebbe potuto decidere di attenzionare la disciplina prevista per la stampa in modo da deregolamentare l’intero settore dell’informazione professionale, come da talune parti era stato proposto. Ha invece fatto la scelta opposta poiché essa appare come l’unica in grado di porre in essere un reale bilanciamento tra libertà di informazione e tutela dei diritti individuali.

    Inoltre, se confermata la netta e specifica distinzione tra informazione professionale e non, slegandola dallo strumento utilizzato e collegandola alla finalità informativa, verrebbe confermata l’eccezionale attualità dell’articolo 21 della nostra Carta Costituzionale. Esso infatti prevede già la doppia e diversa classificazione della manifestazione del pensiero e della relativa regolamentazione: la prima volta a tutelare la libertà di chiunque di manifestare il proprio pensiero, l’altra ad hoc prevista per l’informazione professionale, circoscritta alla carta stampata e oggi, rectius domani (se il ddl verrà finalmente approvato), allargata a tutti gli altri mezzi di diffusione [24].

    Note

    [1] Sul punto, come è noto, autorevole dottrina ha avuto modo di analizzare i molteplici aspetti e le problematiche di tale disciplina. Senza nessuna ambizione di completezza si ricordano, tra i tanti:  G. Cuomo, Libertà di stampa e impresa giornalistica nell’ordinamento costituzionale, Jovene, 1956; S. Fois , Principi costituzionali e libertà di manifestazione del pensiero, Milano, 1957; P. Barile, Le libertà nella Costituzione, Padova, 1966, 181 ss. A. Loidice, Contributo allo studio della libertà di informazione, Milano, 1967; ID, Informazione ( diritto alla) in Enc. Die, XXI, Milano, 1971; C. Chiola, L’informazione nella Costituzione, Padova, 1973; C. Mortati, La libertà di stampa in regime democratico, in Raccolta di scritti, vol III, Milano, 1973; N. Lipari, Libertà di informare o diritto ad essere informati ?, in Dir. radiodiff., 1978; A. Baldassare, Libertà di stampa e diritto all’informazione nelle democrazie contemporanee, in Politica del Diritto, 1986.L. Paladin, Libertà di pensiero e libertà di informazione: le problematiche attuali, in Quad. cost., 1987;  P. Costanzo, Le nuove forme di comunicazione in rete: Internet, in Interlex, 26 giugno 1987;  ID, Informazione nel diritto costituzionale, in Digesto disc. Pubbl., VIII, 1993; M. Luciani, La libertà di informazione nella giurisprudenza costituzionale italiana, in Politica del Diritto, 1989, 605 ss; P. Costanzo, Aspetti evolutivi del regime giuridico di internet, in Il diritto dell’informazione e dell’informatica, 1996; ID: Libertà di manifestazione del pensiero e “pubblicazione” in Internet, in Il diritto dell’informazione e dell’informatica, 1997; G. Corasaniti, Diritto dell’informazione, Padova, 1999; P. Costanzo  Stampa (Libertà di), in Digesto disc. Pubbl., XIV, 1999; ID: voce Internet,in  Digesto delle discipline pubblicistiche,Torino, 2000; ID: Profili costituzionali di Internet, in E. Tosi ( a cura di), I problemi giuridici di Internet,Milano, 2003;  P. Costanzo  Stampa (Libertà di), in Digesto disc. Pubbl., XIV, 1999; AA.VV. Percorsi di diritto dell’informazione, Torino, 2006; A.Pace, M Manetti, Art. 21. La libertà di manifestazione del pensiero, in Commentario della Costituzione,G. Branca e A. Pizzorusso,( a cura di), Bologna, 2006; A. Papa, Espressione e diffusione del pensiero in Internet,Torino, 2009;  R. Zaccaria, Diritto dell’informazione e della comunicazione, Padova, 2010, P. Caretti, Diritto dell’informazione e della comunicazione, Bologna, 2011, 22. S. Sica- V. Zeno Zencovich, Manuale di diritto dell’informazione e della comunicazione, Padova, 2012. Resta una lettura fondamentale: P. Barile, Libertà di manifestazione del pensiero,Milano, 1975.

    [2] Il riferimento è senza dubbio alla legge 7 marzo 2001 n°62, (Nuove norme sull’editoria e sui prodotti editoriali e modifiche alla legge 5 agosto 1981, n°416)emanata in seguito decisioni giurisprudenziali, che in mancanza di una norma, nell’andare a dirimere controversie, avevano, seppur in maniera embrionale, dato il via all’ingresso di quei siti che svolgevano attività di stampo giornalistico nella categoria dell’informazione professionale.

    Infatti, il legislatore allargò la categoria del c.d. prodotto editoriale anche ai contenuti su supporti telematici, ed estese, non senza creare polemiche, alla disciplina dello stesso alcune norme previste in materia di stampa, nello specifico l’articolo 2 della legge 47/1948, con il quale venivano definite le indicazioni obbligatorie che si dovevano trovare sugli stampati, nonché l’art. 5 che obbligava i giornali alla registrazione presso le cancellerie dei tribunali di competenza.

    Proprio quest’ultima disposizione, fu oggetto di particolari critiche da parte della dottrina e degli operatori del settore, che ritennero tale obbligo esteso anche per le testate telematiche, una limitazione della libertà di manifestazione del pensiero.

    Come è noto, per sopperire a tali critiche, lo stesso legislatore  con il  successivo Decreto Legislativo 70/2003, stabilì la sussistenza dell’obbligo della registrazione per le sole realtà editoriali che intendevano avvalersi delle provvidenze previste dalla legge 7 marzo 2001 n. 62.

    Nell’analisi della normativa del 2001, inoltre, autorevole dottrina ha avuto modo di sottolineare la mera natura economica dell’intervento, definito quale “ mero strumento di concessione di provvidenze o agevolazioni pubbliche alle testate on  line”. Cfr. sul punto  V. Zeno- Zencovich, I prodotti editoriali elettronici nella l. 7 marzo 2001 n. 62 ed il preteso obbligo di registrazione,in Riv. Inform,2001, 166.Cfr., inoltre, sul punto, A. Papa, Espressione e diffusione del pensiero in internet,Torino, 2009,  A. Papa, La disciplina di stampa alla prova delle nuove tecnologie, in Riv. inform., 2011, 3, 477 ss.

    [3] Il riferimento è alle norme riconducibili ai c.d. delitti contro l’onore e alla responsabilità del direttore di una testata giornalistica.

    [4] Il Disegno di Legge S. 1119 B recante “ Modifiche alla legge 8 febbraio 1948 n. 47 al codice penale, al codice di procedura penale, al codice di procedura civile e al codice civile in materia di diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di diffusione, di ingiuria e di condanna del querelante, nonché di segreto professionale” è stato approvato dalla Camera dei Deputati il 17 ottobre 2013, approvato con modifiche dal Senato della Repubblica il 29 ottobre 2014, nuovamente riapprovato dalla Camere dei Deputati il 24 giugno 2015, trasmesso  da parte del Presidente della stessa assemblea alla Presidenza del Senato il 25 giugno 2015, è stato assegnato alla 2° Commissione Permanete Giustizia in sede referente il 3 luglio 2015 ed è dal 9 settembre 2015 in corso di esame da parte della stessa Commissione. Per un primo commento a questo disegno di legge si consenta il richiamo a A. Napolitano, La responsabilità del direttore di testata giornalisticaon line: orientamenti giurisprudenziali e prospettive di riforma,in www.dimt,2, 2014, 5 ss.

    [5] Decreto Legislativo 9 aprile 2003, n°70, Attuazione della direttiva 2000/31/CE relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell'informazione nel mercato interno, con particolare riferimento al commercio elettronico

    [6] Come è noto, l’istituto della rettifica è stato disciplinato in maniera diversa in  riferimento alla stampa e alla radiotelevisione.

    L’articolo 8 della legge sulla stampa impone al direttore responsabile del giornale la pubblicazione delle rettifiche entro e non oltre i due giorni dal ricevimento della richiesta, in maniera gratuita sul periodico o nell’agenzia di stampa, dando la stessa rilevanza della notizia a cui la rettifica di riferisce. In materia di radiotelevisione, invece, l’articolo 10 della legge 6 agosto 1990, n° 223, ( Disciplina del sistema radiotelevisivo pubblico e privato)equiparando la figura del direttore di telegiornali e giornali radio a quella dei direttori responsabili delle testate giornalistiche cartacee, stabilisce che vengano applicate le medesime norme previste in materia di stampa, obbligando, quindi, lo stesso, alla pubblicazione della rettifica entro e non oltre il secondo giorno dalla ricezione della stessa, durante la fascia oraria della trasmissione dove è stata diffusa la notizia lesiva. Per quanto riguarda invece le testate telematiche, ad oggi, l’unico obbligo previsto per i siti on line,è quello definito, da una decisione del 24 gennaio 2013 del Garante della Privacy,  con la quale è stabilita la predisposizione, in riferimento all’archivio storico on line,di un sistema idoneo a segnalare possibili sviluppi delle notizie pubblicate. Ne deriva che il conseguente obbligo di aggiornamento dell’archivio storico del sito svolgerebbe la stessa finalità prevista per la rettifica.

    [7] A tal proposito, quindi, particolare attenzione viene attribuita alla necessità di evidenziare l’applicabilità delle nuove disposizioni alle sole testate telematiche registrate e ai contenuti prodotti, pubblicati, trasmessi e messi in rete dalle stesse redazioni, escludendo, anche in questo caso,  i materiali caricati dagli utenti in caso di commenti alle notizie caricate dalla stessa redazione.

    [8] Per queste il legislatore ha previsto con la lettera b) del suddetto articolo 1 comma 2 l’obbligo di pubblicare la rettifica entro e non oltre due giorni “ con la stessa metodologia, visibilità e modalità di accesso al sito internet, nonché con le stesse caratteristiche grafiche della notizia cui si riferiscano, nonché all’inizio dell’articolo contenente la notizia cui si riferiscono, senza modificarne la URL e in modo da rendere evidente l’avvenuta modifica”.

    Questa ultima previsione risulta essere di particolare importanza poiché lega in maniera inscindibile le rettifiche e le dichiarazioni con l’articolo o l’immagine incriminate, con la conseguenza che l’utente sarà in grado di conoscere non solo il contenuto inizialmente pubblicato ma anche la successiva rettifica.

    Nello stesso, modo inoltre è stato previsto che se la testata telematica fornisca agli utenti un servizio personalizzato, “le dichiarazioni e le rettifiche devono essere inviata agli utenti che hanno avuto accesso alla notizia cui si riferiscono”.

    [9] Si tratta del  Decreto Legislativo 31 luglio 2005, n. 177(Testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici)

    Nello specifico, l’articolo 32 quinquiesdello stesso, ai commi 2 e 3 statuisce il diritto per chiunque  si  ritenga  leso nei suoi interessi morali, quali in particolare  l'onore  e  la  reputazione, o materiali da trasmissioni contrarie a verità a chiedere al fornitore di servizi di media  audiovisivi  lineari,  incluse  la concessionaria del servizio pubblico  generale  radiotelevisivo, all'emittente radiofonica ovvero alle persone  da  loro delegate al controllo della trasmissione, che sia  trasmessa  apposita  rettifica,  purché questa ultima non abbia contenuto che possa dar luogo a responsabilità penali. La  rettifica deve essere effettuata entro quarantotto ore dalla data di ricezione della relativa richiesta, in fascia oraria e con il rilievo corrispondenti  a  quelli della trasmissione che ha dato origine alla lesione  degli  interessi.

    [10] Come si è avuto di ricordare in precedenza, nella nuova disposizione dell’articolo 13  sono, inoltre, riunite diverse fattispecie sanzionatorie inerenti alla diffamazione a mezzo stampa, per le quali viene eliminata la pena detentiva sostituita da una multa da 5.000 a 10.000 euro, l’applicazione della pena accessoria della pubblicazione della sentenza ed, in casi di recidiva, l’interdizione della professione di giornalista per un periodo che va da un mese a sei mesi. In merito alla recidiva, la Camera dei Deputati, nell’ultima votazione ha statuito che la pena accessoria dell’interdizione dalla professione debba applicarsi alle ipotesi disciplinate dall’art 99 comma 1 del codice penale e non come previsto dal Senato per la recidiva reiterata disposta dal quarto comma della stessa norma codicistica.

    Sarà lo stesso giudice che attraverso la sentenza di condanna disporrà la trasmissione degli atti al competente ordine professionale competente ad irrogare la sanzione disciplinare.

    [11] Cfr. C. Melzi D’eril- G.E.Vigevani, Nella nuova diffamazione un arsenale pericoloso,in Il Sole 24 Ore, 31 ottobre 2014,41. In riferimento all’azione di risarcimento del danno, bisogna inoltre ricordare come il legislatore abbia introdotto al comma 3 dell’articolo 1 del Disegno di Legge, l’articolo 11 bis nella legge sulla stampa relativo proprio al risarcimento del danno, evidenziando come l’azione civile si prescriva in due anni ed individuando dei parametri di cui il giudice deve tener conto nella quantificazione del danno derivante da diffamazione quali la diffusione quantitativa e la rilevanza, nazionale o locale, del mezzo di comunicazione usato per compiere il reato, la gravità dell’offesa e l’effetto riparatorio della pubblicazione o della diffusione della rettifica. Questa nuova disposizione sostituisce l’abrogato articolo 12 della Legge sulla Stampa in virtù del quale per la persona offesa poteva chiedere oltre al risarcimento del danno anche una somma a titolo di riparazione, determinata in relazione alla gravità dell’offesa e alla diffusione dello stampato.

    [12] Si ricorda come la responsabilità del direttore di un giornale on line è stata oggetto di interventi legislativi, risultati inidonei alla risoluzione dei dubbi riscontrati dalla dottrina e  dalla giurisprudenza e delle lacuna legislativa in materia. Il riferimento è alla c.d. legge Mammì e alla già citata legge 62/2001, con le quali furono previste specifiche ipotesi di responsabilità per il direttore di una testata telematica riferite ai soli fini della registrazione. Tra le innumerevoli decisioni che si sono interessate al problema si ricordino: Ufficio Indagini Preliminari Milano, 11 dicembre 2008, in Foro ambrosiano,2008, 401; Trib. Firenze, 13 febbraio 2009, in Dir. informatica,2009, 6; Cass. 16 luglio 2010 n. 35511, in Resp. civ e prev.,2011, 1, 82; Cass. 28 ottobre 2011, n. 44126, in Resp. civ e prev.,2012, 2, 647.

    [13] Tale possibilità sarebbe però collegata alle dimensioni organizzative e alla diffusione della testata giornalistica, radiofonica o televisiva o della testata telematica registrata ai sensi dell’articolo 5 della già citata legge sulla stampa.  Bisogna inoltre ricordare, come la Camera dei Deputati, nel modificare il testo del d.d.l., il 24 giugno 2015, ha ritenuto opportuno sopprimere la disposizione secondo la quale il direttore o il vice direttore del quotidiano, del periodico o della testata giornalistica radiofonica o televisione o della testata giornalistica on line, avrebbero risposto in prima persona dei delitti commessi con il mezzo della stampa, di strumenti radiotelevisivi o di altra diffusione nei casi di scritti anonimi.

    [14] Si tratta, nello specifico degli articoli 594, 595 c.p. per i quali viene esclusa l’irrogazione della pena detentiva che mantengono al tempo stesso la natura giuridica di delitto, a dispetto di parte della dottrina che ne auspicava la depenalizzazione. La nuova formulazione dell’ articolo 594 c.p. stabilisce per la c.d. ingiuria semplice la pena detentiva fino a sei mesi o il pagamento di una multa di 516 euro, raddoppiata nei c.d. casi di ingiuria specifica, riscontrabile in un’ affermazione offensiva avente ad oggetto l’attribuzione di un fatto specifico proferita in presenza di più persone. Nello stesso modo, il “ nuovo” articolo 595 c.p. prevede l’irrogazione della pena detentiva fino ad un anno o il pagamento di una multa fino a 1032 euro per la c.d. diffamazione semplice, fino a due anni, o una multa fino a 2065 euro, in caso di diffamazione specifica ed in casi particolari, come ad esempio la diffusione delle offese tramite il mezzo della stampa, la reclusione da sei mesi a tre anni o una multa non inferiore a 516 euro. All’ultimo comma della medesima norma viene stabilito un aumento di pena nel caso in cui l’offesa venga rivolta a “ corpo politico, amministrativo o giudiziario o ad una sua rappresentanza o ad un’Autorità costituita in collegio”.Dall’analisi delle norme appena esaminate risulta chiara  la volontà legislativa di aggiornare queste disposizioni alle nuove tecnologie. Il legislatore ha previsto, inoltre, l’applicazione di tali disposizioni anche alle “ comunicazioni telematiche” ritenute strumenti idonei ad arrecare un’offesa dell’onore di una persona, ipotesi già riconosciuta dalla giurisprudenza di legittimità che in alcune decisioni aveva statuito, seppur in maniera ufficiosa, l’inserimento delle “ comunicazioni telematiche” nella fattispecie penale. In riferimento, al “ nuovo” articolo 595 c.p.  si sottolinea  l’aggravamento della pena prevista per i casi di diffamazione compiuti con il mezzo della stampa o attraverso altri mezzi idonei a diffondere i contenuti diffamatori in pubblico, anche a quella realizzata utilizzando dispositivi telematici.

    A tal fine bisogna però evidenziare come il legislatore non abbia tenuto conto della rilevante differenza tra l’offesa pubblicata su un sito internet e quella divulgata attraverso i c.d. social network che per le loro caratteristiche  possono essere al tempo stesso strumenti sia di diffusione del pensiero e di informazione che di comunicazione interindividuale, ritenendo come aggravata indistintamente, l’offesa cagionata attraverso il mezzo telematico.

    Infine, dallo studio della normativa in esame si evince come le norme analizzate del codice penale concedano al giudice la facoltà di scegliere tra la sanzione detentiva e quella pecuniaria. Si tratta di una facoltà non prevista dall’attuale  articolo 13 della legge sulla stampa, in virtù del quale la diffamazione a mezzo stampa consistente nell’attribuzione di un fatto specifico viene sanzionata con  la reclusione( da uno a sei anni) e la pena pecuniaria ( non inferiore a 256 euro) che non risultano essere  alternative ma devono essere obbligatoriamente irrogate entrambe dal giudice.

    Per concludere il discorso sulle modifiche al codice penale, si evidenzia come, al fine di  bilanciare la cancellazione della pena detentiva, il legislatore ha, per questo motivo, previsto un rilevante innalzamento delle sanzioni pecuniarie.

    Nello specifico, nel caso di diffamazione commessa con il mezzo della stampa si applica la pena della multa da 5.000 a 10.000 euro, aumentata fino a 50.000 euro se l’offesa si basa sull’attribuzione di un fatto determinato la cui diffusione è avvenuta nonostante la consapevolezza della sua falsità; per l’ingiuria semplice la sanzione è elevata fino a 5.000 euro, per la diffamazione semplice è prevista una multa fino a 10.000, 15.000 se si tratti di diffamazione specifica.

    [15] Tra le tante, si ricorda la sentenza Belpietro v. Italy,del 24 settembre 2013 con la quale la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, accolse il ricorso presentato dal giornalista italiano condannato a quattro mesi di reclusione per diffamazione aggravata ( pena che il giornalista non sconterà mai visto il beneficio della sospensione della pena) per non aver controllato un articolo, ritenuto in seguito diffamatorio, pubblicato sul quotidiano di cui lo stesso era direttore.

    I giudici di Strasburgo, nell’accogliere il ricorso, evidenziarono come la legislazione italiana, nel prevedere l’irrogazione della pena detentiva per i giornalisti, non rispettasse il limite di proporzionalità imposto dall’art. 10 della CEDU, idoneo a limitare la libertà di espressione.

    Gli stessi giudici, nel motivare tale decisione evidenziarono come la libertà di cronaca dovesse essere intesa quale nucleo fondamentale della libertà di espressione, sanzionando in maniera rigida la scelta dell’Italia di prevedere pene detentive, pecuniarie eccessivamente alte  ed amministrative nei confronti dei giornalisti, idonee a creare il c.d. chilling effect nei confronti degli stessi giornalisti e delle imprese editoriali. Sul punto, bisogna però ricordare anche il c.d. caso Sallusti, concluso con il D.P.R. 20 dicembre 2012 grazie al quale l’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in virtù dei poteri conferiti dalla Costituzione, commutò in pena pecuniaria la  condanna per diffamazione aggravata inflitta al giornalista Alessandro Sallusti, condannato anche esso per omesso controllo. Cfr. sul punto M. Orofino, Il Disegno di Legge S. 1119: alla ricerca di un nuovo bilanciamento tra la libertà di espressione ed il diritto all’onore ed alla reputazione,in Astrid Rassegna,17, 2014.

    [16] M. Orofino, Il Disegno di Legge S. 1119: alla ricerca di un nuovo bilanciamento tra la libertà di espressione ed il diritto all’onore ed alla reputazione, cit.

    [17] Anche se non è presente nell’ultima versione del testo votato dalla Camera, si ritiene opportuno menzionare l’ “ex” articolo 3 del disegno di legge in esame,  composto da tre commi con i quali si intendevano disciplinare due temi di straordinaria rilevanza quali la rimozione dei contenuti dai siti internet e la c.d. deindicizzazione dei contenuti da parte dei motori di ricerca, divenuto di strettissima attualità in seguito alla sentenza della Corte di Giustizia del 13 maggio 2014, la  c.d. Sentenza Google. Si trattava di una disposizione inserita nel testo licenziato dalla Commissione Giustizia del Senato e  votata dallo stesso ramo del Parlamento il 29 ottobre 2014 che era stata da subito oggetto di importanti critiche da parte della dottrina in merito alla difficile comprensione della stessa da parte degli operatori del diritto e per la non chiarissima definizione.

    Il primo comma della norma statuiva,  che “ Fermo restando il diritto di ottenere la rettifica o l’aggiornamento delle informazioni contenute nell’articolo ritenuto lesivo dei propri diritti, l’interessato può chiedere l’eliminazione dai siti internet e dai motori di ricerca, dei contenuti diffamatori o dei dati personali trattati in violazione di disposizioni di legge”.Forti perplessità erano state mosse in merito alla natura giuridica dell’istituto disciplinato che non poteva essere ricondotto né a quello della rettifica né all’aggiornamento delle informazioni inserite in un articolo on line, previsto dalla sentenza numero 5525 del 2012 della Corte di Cassazione (Cfr. Cass.  5 aprile  2012, n. 5525, in Guida al diritto,2013, 5, 44). Al tempo stesso il legislatore aveva fatto coincidere due attività tra di loro completamente diverse quali, appunto, la cancellazione di un contenuto da un sito internet, e la sua deindicizzazione dal motore di ricerca. Ciò avrebbe comportato la permanenza sul webdella notizia che non veniva di fatto eliminata, ma soltanto deindicizzata dai motori di ricerca e quindi essere visibile attraverso il collegamento diretto al sito su cui la stessa è caricata.

    I due istituti, inoltre non potevano neanche essere sovrapposti da un punto di vista normativo, in virtù del fatto che la cancellazione ha ad oggetto i tradizionali diritti garantiti dalla Costituzione, quali la libertà di manifestazione del pensiero, il diritto di essere informarti e di informarsi, il c.d. diritto all’oblio e il diritto alla memoria.

    Sempre al primo comma, ulteriori incertezze sono state riscontrate in riferimento ai soggetti legittimati a richiedere la cancellazione e/o deindicizzazione, in virtù del fatto che, utilizzando il termine “ interessato”  si sarebbe potuto creare una difficoltà ad interpretare tale disposizione, poiché  lo stesso assume un significato ben preciso e determinato in materia di protezione dei dati personali, ma senza dubbio più ampio e meno definito quando l’indagine si allarga al di fuori del settore normativa della c.d. tutela della privacy.

    Per quanto concerne il secondo comma  dello stesso articolo, era previsto che “l’interessato, in caso di rifiuto o di omessa cancellazione dei dati, ai sensi dell’articolo 14 del Decreto Legislativo 9 aprile 2003 n. 70, può chiedere al giudice di ordinare la rimozione, dai siti internet e dai motori di ricerca, delle immagini e dei dati ovvero di inibirne l’ulteriore diffusione”.Da subito era stato sottolineato che l’utilizzo del termine “immagini”avrebbe potuto, anche in questo caso, generare confusione interpretativa visto che, così strutturata, la norma avrebbe limitato la richiesta di cancellazione alle sole immagini, escludendo, quindi tutti gli altri contenuti immessi in rete avente natura diffamatoria.

    In secondo luogo, il riferimento alla norma richiamata, che regola le ipotesi di responsabilità del prestatore di un servizio della c.d. società dell’informazione avente ad oggetto la trasmissione, su una rete di comunicazioni, informazioni o nella fornitura di un accesso alla rete di comunicazione, la c.d. mere conduit,risulta quanto meno illogica in virtù del fatto che i siti internet ed i motori di ricerca non rientrano certamente nella categoria appena citata, ma in quella dei fornitori di contenuti o di  servizi. Il richiamo a questa disposizione poteva essere giustificato solo ed esclusivamente nei casi in cui la domanda presentata dalla parte offesa  avrebbe avuto ad oggetto la richiesta di “inibire l’ulteriore diffusione” del contenuto diffamatorio e non certo nella cancellazione o deindicizzazione dello stesso da un sito o da un motore di ricerca.

    Infine, con il terzo comma il legislatore aveva concesso la facoltà di trasmettere i diritti dell’interessato agli eredi o al convivente dello stesso ( senza però precisare a che tipo di convivenza fare riferimento, se alle sole convivenze more uxorio,o comprendere anche quelle tra persone dello stesso sesso), il che avrebbe tutelato l’onore e la reputazione di un soggetto anche in seguito alla sua morte.

    Sul punto cfr. M. Orofino, Il Disegno di Legge S. 1119: alla ricerca di un nuovo bilanciamento tra la libertà di espressione ed il diritto all’onore ed alla reputazione,cit.

    Al fine di evitare difficoltà nell’interpretazione della stessa da parte di dottrina e giurisprudenza, la Camera dei Deputati, nel testo votato il 24 giugno 2015, ha ritenuto opportuno sopprimere tale norma, decidendo, si spera per poco, di non disciplinare una materia che dovrebbe essere analizzata, vista anche la grande rilevanza in ambito europeo, in maniera condivisa e dovrebbe essere regolate da norme certe e lineari, attribuendo alla materia tutta l’attenzione necessaria vista anche la delicatezza degli interessi da tutelare.

    [18] Tale ipotesi è espressamente prevista grazi alla nuova formulazione dell’ articolo 427 dello stesso codice di procedura penale modificato con l’aggiunta di un comma, il 3 bis.

    [19] Il testo approvato dal Senato faceva, invece, espresso riferimento alla c.d. temerarietà della querela e della condanna al pagamento di una somma determinata in via equitativa.

    [20] Tale ipotesi è disciplinata in maniera esplicita dal comma 5 quaterdella suddetta disposizione. Questa disposizione, posta a tutela delle garanzie del giornalista che adempiendo l’obbligo di risarcire il danno rispetto all’eventuale fallimento dell’editore, deve recuperare dallo stesso, in quanto obbligati in solido parte di quanto versato, è stata inserita in seguito all’episodio capitato al direttore di un giornale che aveva dovuto appunto risarcire l’intera somma stabilita dal giudice singolarmente il danno in seguito al fallimento dell’editore del proprio giornale.

    [21] M. Orofino, Il Disegno di Legge S. 1119: alla ricerca di un nuovo bilanciamento tra la libertà di espressione ed il diritto all’onore ed alla reputazione,cit.

    [22] Anche se la riforma ha l’innegabile pregio di “ modernizzare” la materia, il legislatore, anche in questo caso, ha deciso di non disciplinare fino in fondo l’utilizzo di altri mezzi telematici di comunicazione, quali ad esempio blog o forum.

    [23] In merito, non può non ricordarsi come le Corti Europee abbiano dato fortissima rilevanza alla rilevante pervasità del reato di diffamazione, dando per scontata l’equiparazione tra stampa cartacea e quella on line.

    A tal proposito, si ricorda, una importante decisione della Corte di Giustizia, con la quale fu concessa la facoltà alla vittima di diffamazione di esercitare la richiesta di risarcimento sia ai giudici dello Stato in cui è stabilito l’editore della pubblicazione diffamatoria, sia in quelli in cui il contenuto diffamatorio è stato diffuso. C-161/10, in www.curia.europa.eu.

    Si ricordi, infine la decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nella sentenza Delfi vs Estonia del 10 ottobre 2013, che confermando quanto previsto dalla Corte Estone che aveva condannato i responsabili di un sito per dei commenti anonimi e diffamatori ad un articolo pubblicato sullo stesso, aveva ritenuto tale sanzione una giustificata e  proporzionata restrizione del diritto di libertà di espressione vista la particolare offensività  dei commenti postati,  dai quali, addirittura gli stessi proprietari ne avevano tratto un beneficio commerciale, acquisendone di fatto la “ paternità” poiché non avevano previsto nessun controllo preventivo attraverso una registrazione degli utenti stessi. Per questo ultimo motivo nelle motivazioni della sentenza, i giudici di Strasburgo, sottolinearono come, anche in seguito alla condanna emessa dai giudici estoni,  non vi fosse stata alcuna lesione dell’art. 10 CEDU, norma che tutela la libertà di espressione del proprio pensiero e che prevede una limitazione della stessa da parte di organi dello Stato idonea alla tutela  della reputazione di soggetti, quando la stessa sia proporzionata all’offesa. L’approvazione di questo atto normativo potrebbe essere inoltre, strumento di attuazione dell’obbligo previsto nel preambolo del capo II della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea inerente al dovere, per ogni Stato, di “ rafforzare la tutela dei diritti fondamentali, alla luce dell’evoluzione della società, del progresso sociale e degli sviluppi scientifici e tecnologici.

    [24] Cfr. sul punto G. Cuomo, Libertà di stampa e impresa giornalistica nell’ordinamento costituzionale, cit; S. Fois , Principi costituzionali e libertà di manifestazione del pensiero, cit ; P. Barile, Le libertà nella Costituzione, Cedam, cit.; C. Chiola,L’informazione nella Costituzione, cit ; A. Pace- M. Manetti, Rapporti civili .Libertà di manifestazione del proprio pensiero, cit. A. Papa, La disciplina di stampa alla prova delle nuove tecnologie,cit, 477 ss.

    23 dicembre 2015

  • Il PCT dopo la legge 132/15 - Pordenone, 23 settembre 2015

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  • L'Nsa rischia di cessare le attività? La legge in discussione al Congresso e la battaglia in tribunale alle porte

    La raccolta massiva dei metadati telefonici è "l'unica strada a nostra disposizione per collegare tra loro i puntini" in chiave antiterrorismo. Così solo poche ore fa il generale Keith Alexander, numero uno della National Security Agency statunitense, ha difeso il programma di sorveglianza che dopo le rivelazioni di Edward Snowden è finito al centro di uno scandalo internazionale di inedite proporzioni. Ad ascoltarlo i senatori del Congresso che hanno in realtà tutta l'intenzione di tagliare le unghie della Nsa e mettere una parola fine ai rastrellamenti di dati. Viaggia infatti verso il voto in aula una legge soprannominata USA Freedom Act, che ha come sponsor princpale Patrick Lehay, presidente della Commissione Giustizia del Senato: "Cediamo un sacco di privacy in questo Paese - ha affermato Lehay - e francamente mi preoccupo di darne troppa". La legge si pone come obiettivo la riforma delle autorità del Governo con l'obiettivo di restringere i loro poteri in materia di tracciamento e sorveglianza, con un argine all'utilizzo della Section 215 del Patrioct Act. Come riferisce ArsTechinca, se il teso dovesse essere approvato nella sua forma attuale si aprirebbe una guerra in tribunale. In un passaggio, infatti, si afferma che la raccolta di dati potrà essere autorizzata solo se "pertinente" al lavoro dell'intelligence all'estero. Una formulazione vaga e foriera di sicure interpretazioni di senso opposto. E alla fine potrebbe essere un giudice a riabilitare le più controverse pratiche dell'Nsa, come affermato dal Vice Procuratore generale del Dipartimento di Giustizia James Cole. Intanto il Datagate espande la sua zona d'ombra; le ultime rivelazioni di Snowden parlano dell'utilizzo operato dalla Nsa dei cookie finiti nei dispositivi degli utenti di Google, mentre un colosso delle telecomunicazioni a stelle strisce, l'AT&T, rischia grosso per aver venduto alla CIA registrazione telefoniche dei propri abbonati. L'intelligence avrebbe pagato più di 10 milioni di euro l'anno per avere accesso alle comunicazioni internazionali transitate sulle reti della telco. Ora un gruppo di associazioni dei consumatori, capitanate da Public Knowledge, ha presentato una petizione alla Federal Communications Commission nella quale si chiede che AT&T venga sanzionata per aver fatto ceduto dati relativi agli utenti senza il loro esplicito consenso. Una mossa che contribuisce a dare l'idea di un accerchiamento operato a tutti i livelli del sistema statunitense nei confronti di organismi che le rivelazioni di Snowden hanno dipinto come poteri fuori controllo. Immagine in home page: Mashable.com 12 dicembre 2013
  • L'odio sul Web non ha radici digitali: caffè del Seicento e Radio "parolaccia" prima dei social network. Natale (portavoce Boldrini): "È indispensabile un'autoregolamentazione online"

    Su Radio Radicale l'analisi di un fenomeno sempre più attuale. Roberto Natale, ex presidente Fnsi: "Chi gestisce uno spazio dovrebbe tenerlo pulito". E se per Paolo Vigevano "Nelle telefonate che ci arrivavano nei primi anni Novanta c'erano i segni di ciò che stava maturando nella nostra società", il giornalista Alessandro Longo parla di "una parte della politica che cerca di limitare le potenzialità emergenti del Web" [caption id="attachment_5318" align="alignright" width="300"]Ascolta il podcast della puntata del 9 febbraio 2014 Ascolta il podcast della puntata del 9 febbraio 2014[/caption] Insulti, minacce e barbarie verbali, raccolti sotto un onnicomprensivo termine "odio", corrono sui social network. Ma la differenza la fanno il mezzo o le persone che lo "popolano"? Sembra convergere sulla seconda opzione l'analisi basata sugli esempi presentati nella puntata del 9 febbraio di "Presi per il Web", trasmissione di Radio Radicale condotta da Marco PerducaMarco Scialdone e Fulvio Sarzana con la collaborazione di Marco Ciaffone e Sara Sbaffi. Ospiti della trasmissione Roberto Natale, portavoce della presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini e già presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Alessandro Longo, giornalista specializzato in nuove tecnologie che collabora, tra gli altri, con Repubblica, IlSole24Ore e Corriere delle Comunicazioni, e Paolo Vigevano, ex editore di "Radio Parolaccia", l'esperimento che la stessa Radio Radicale condusse a cavallo degli anni '90 permettendo a chiunque di intervenire telefonicamente a microfoni aperti e senza filtri sulle proprie frequenze. Ovviamente, a tenere banco è la cronaca che nelle ultime settimane ha visto rincorrersi da un lato le provocazioni lanciate dal Movimento 5 Stelle a mezzo blog e social network verso Boldrini, dall'altro le reazioni della stessa presidente della Camera fino all'annuncio arrivato da Alessandra Moretti del Partito Democratico in merito ad una proposta di legge sull'hate speech online che sarà presentata a breve. LEGGI "La rete ha bisogno di leggi speciali?" Appare curioso come l'aspro dibattito degli ultimi giorni trovi dei veri e propri precedenti riferiti ad altre epoche storiche e quindi ad altri mezzi di comunicazione. Un dato lampante se si rilegge un'intervista pubblicata su La Stampa il 19 novembre del 1993, nella quale Marco Pannella, rispondendo alle domande di Pierluigi Battista proprio in merito a "Radio Parolaccia", i cui eccessi avevano causato polemiche e sanzioni per l'emittente, affermava: "Nessun sociologo si prende la briga di studiare quello che c'è in quel gorgo di voci. La trasmissione fa venire fuori gli angoli torbidi e bui della nostra esistenza". Pannella coniava poi il termine "anonimia", quel fenomeno per il quale chi telefonava anziché sfruttare l'occasione di esporre un proprio "biglietto da visita"  sceglieva di partecipare a quel "numero infinito di fotocopie" nelle quali si usavano sempre le stesse 40-50 parole e dove variavano solo gli accenti. Ancor più eloquente in merito alle radici "sociali" e non tecnologiche di questo fenomeno è l'episodio storico riportato qualche giorno fa alla memoria da Mario Tedeschini Lalli; un proclama del re d'Inghilterra che nel 1675 decretava la chiusura dei caffè in quanto luoghi in cui si “inventavano e si propagavano notizie false, maliziose e scandalose, diffamatorie per governo di Sua Maesta e di disturbo della pace e della quiete del Regno”. Tutto ovviamente derivato dai fogli politici che circolavano all'interno di quei luoghi di incontro e dalle accese discussioni che da essi derivavano. "Avete letto o udito recentemente ragionamenti simili in occasioni simili?" chiede con ironia Tedeschini Lalli nel suo post prima di chiosare: "È evidente che, anche nell’Inghilterra del ‘600, chiudere un luogo di socializzazione perché lì 'si perde tempo' e 'si mormora' non serviva a niente e comunque non era possibile". "Quando iniziammo a ritrasmettere le telefonate che ci arrivavano - ha raccontato Vigevano - si è aperto uno spaccato del Paese che neanche immaginavamo. Iniziarono ad incrociarsi tra loro le tifoserie calcistiche con gli odi razziali, le discriminazioni territoriali e il terreno sul quale cominciava ad esistere la Lega Nord, in un mix di idee e insulti. Il tutto iniziò ad invadere le prime pagine dei giornali e molti invocarono la chiusura della Radio, fino ad un mandato di interruzione delle trasmissioni e il sequestro delle bobine, Ci ritrovammo con la polizia in radio, insomma. E per me ci fu anche l'inizio di un procedimento per vilipendio al Capo dello Stato, provvedimento bloccato dalla mancata autorizzazione a procedere del Parlamento. Ma dal nostro punto di vista ci trovavamo davanti a graffiti grazie ai quali avremmo potuto prevedere tutto quello che stava per succedere all'interno della società italiana". "Di sicuro - ha proseguito Vigevano - nell'ultima settimana abbiamo assistito a degli eccessi in rete, dove si perde il tradizionale concetto di responsabilità e ci si ritrova in una dinamica più da piazza, ma è anche vero che non si è mai visto un presidente della Camera rispondere con un insulto ad altri insulti. Nella piazza bisogna prendere contromisure diverse, e soprattutto introdurre contenuti di qualità per permettere alla moneta buona di scacciare quella cattiva". "Non ho capito quali sarebbero gli insulti pronunciati dalla Boldrini - ha risposto Natale - c'è da un lato chi ha scritto oscenità, minacce ed evocato stupri, dall'altro la presidente che ha risposto con un'espressione che alla luce di quanto era scritto su quei commenti era pertinente. Nessuno tuttavia sta parlando di mettere la polizia sul Web, c'è un problema di crescita e anche la vicenda che coinvolge la Boldrini non deve essere interpretata come vicenda personale ma come occasione per fare tutti insieme un passo avanti. In fondo, sono gli stessi temi contenuti nella lettera della Moretti, perché nel 90% dei casi troviamo critiche rivolte da uomini alle donne che fanno politica con modalità e toni che, quando ci si rivolge invece ad altri uomini, sono sempre meno incivili". "Ripeto - ha continuato Natale - nessuno pensa a vincolare la libertà d'espressione sulla rete, ma proprio per conservare la straordinaria occasione di libertà che ci regala, bisogna domandarsi se chi gestisce un blog, soprattutto un blog politico, non debba sentirsi responsabilizzato a mantenere il suo spazio pulito. Sono stupito che sul blog di Grillo a distanza di giorni continuano ad essere presenti espressioni irriferibili, benché come è ovvio e giusto il blog dica che sulla pagina non sono ammessi contenuti insultanti. Non devono esserci bavagli, ma occorre capire insieme come fare tutti un passo in avanti verso una maggiore civiltà. È su questo che occorre lavorare tutti insieme". "Negli ultimi anni c'è stato un crescendo di reazioni da parte della politica verso ciò che considerava libertà eccessiva del Web - è l'opinione di Longo - e questo perché la platea di chi può fare politica in senso lato è cresciuta e fa paura a molti. Vediamo quindi una contrapposizione di forze, con da un lato il Web che assume un ruolo politico sempre più forte e dall'altro la reazione di alcuni giudici e politici che puntano a tarpare le ali a questo fenomeno. Internet viene usato dai nostri politici in modo un po' vecchiotto anche se il trend di crescita è indubbio, ma quello che non sta succedendo è la crescita della consapevolezza da parte di tutti che è necessario utilizzare in modo consapevole lo strumento per interagire con la politica ed essere politica. C'è poi una parte del giornalismo che sta dando più attenzione agli eccessi che avvengono sul Web piuttosto che ad altro distorcendo un fenomeno più ampio". "È di sicuro un vizio del nostro giornalismo - ha asserito Natale - considerare non ciò che è più interessante, ma ciò che è più eclatante, ciò che genera l'effetto curva dello stadio, e in questo senso ci si ritrova spesso a concentrarci su ciò che accade tra i commenti in calce ai post. Ma a differenza di quando nei commenti degli utenti si riversano le oscenità nell'ultimo episodio era il blog stesso a porre una domanda che ha scatenato le reazioni. Ma ribadisco: cerchiamo di cogliere questa occasione per crescere a livello culturale, un'autoregolamentazione è indispensabile". Immagine in home page: Clasf.it 10 febbraio 2014
  • La Digital Tax italiana: alcune brevi riflessioni

    di Alessio Persiani

    Il Governo ha recentemente annunciato di voler introdurre nel nostro ordinamento una digital tax, vale a dire un tributo specificamente indirizzato a colpire la ricchezza prodotta di quelle imprese operanti nel settore dell’economia digitale non residenti in Italia e che, tuttavia, esercitano un’attività economica nel mercato italiano mediante strumenti telematici.

    Si tratta di una proposta che si inserisce in un più ampio dibattito attualmente in corso a livello internazionale. Il riferimento è, in particolare, alle analisi ed agli studi che l’OCSE sta conducendo, laddove il tema della tassazione delle imprese dell’economia digitale costituisce uno dei punti qualificanti del più generale progetto di contrasto ai fenomeni di erosione della base imponibile a livello internazionale e di spostamento del reddito in giurisdizioni con regimi fiscali più favorevoli [1]. A quanto si apprende dalla stampa specializzata, il Governo, dopo aver inizialmente espresso l’intenzione di attendere i risultati delle analisi promosse a livello internazionale dall’OCSE, sembra ora voler procedere in via autonoma, introducendo nel nostro ordinamento misure tributarie ad hoc per le imprese dell’economia digitale.

    A quanto risulta, la disciplina della digital tax italiana – da inserirsi nel disegno di legge di stabilità 2016 in corso di predisposizione, con decorrenza applicativa a partire dall’anno 2017 – dovrebbe ispirarsi largamente ai contenuti della proposta di legge recentemente presentata presso la Camera dei Deputati dagli On.li Quintarelli e Sottanelli e recante “Norme in materia di contrasto all’elusione fiscale online”.

    Tale proposta si fonda sulla modifica della nozione di stabile organizzazione prevista dall’art. 162 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi (TUIR) [2]; stabile organizzazione costituente – ricordiamo – la forma minima di collegamento con il territorio dello Stato tale da giustificare l’assoggettamento ad imposizione dei redditi prodotti in Italia da soggetti non residenti. Ebbene, in base alla proposta Quintarelli-Sottanelli, una stabile organizzazione in Italia dovrebbe considerarsi in ogni caso sussistente (a prescindere, quindi, dall’integrazione dei requisiti propri della stabile organizzazione intesa in senso “tradizionale”) “qualora si realizzi una presenza continuativa di attività online riconducibili all’impresa non residente, per un periodo non inferiore a sei mesi, tale da generare nel medesimo periodo flussi di pagamenti a suo favore […] in misura complessivamente non inferiore a cinque milioni di Euro”.

    Inoltre, ed al fine di indurre il soggetto non residente a dichiarare sua sponte l’esistenza di una stabile organizzazione italiana, la proposta di legge in questione prevede l’applicazione di una ritenuta alla fonte del 25 per cento sui pagamenti a favore dell’impresa estera per beni e servizi acquisiti online, incaricando gli intermediari finanziari italiani di effettuare tale adempimento. Tale ritenuta – e qui traspare chiaramente l’intenzione di indurre i soggetti esteri a dichiarare l’esistenza della stabile organizzazione – non troverebbe applicazione in tutti i casi in questi abbiano in Italia una stabile organizzazione ai sensi dell’art. 162 TUIR.

    Non è questa la sede per analizzare a fondo i contenuti di tale proposta di legge, tenuto conto che essi potrebbero subire modifiche, anche rilevanti, in sede di recepimento nell’ambito della disciplina della digital tax. In ogni caso, non si possono non evidenziare taluni dubbi che la proposta Quintarelli-Sottanelli solleva; dubbi derivanti, in particolare, dal rapporto tra norme interne e norme di fonte internazionale contenute nelle convenzioni per la prevenzione delle doppie imposizioni stipulate dall’Italia con i diversi Paesi della comunità internazionale. Vale ricordare, infatti, che sulla scorta di un orientamento dottrinario e giurisprudenziale ormai consolidato, le norme recate dai trattati internazionali prevalgono su quelle interne con esse contrastanti in forza del principio di specialità. Ora, tenuto conto che la nozione di stabile organizzazione è contenuta – oltre che nel menzionato art. 162 TUIR – in tutte le convenzioni internazionali concluse dall’Italia con gli Stati esteri, una modifica unilaterale di tale nozione riferita unicamente alla norma interna, rischia di rivelarsi poco efficace, atteso che la più favorevole (per i contribuenti) nozione stabilita a livello internazionale prevarrebbe sul novellato art. 162 TUIR in forza del menzionato principio di specialità. In altri termini, la “nuova” e più ampia nozione di stabile organizzazione di cui all’art. 162 TUIR rischia di trovare applicazione in casi estremamente limitati, costituiti dai soli rapporti con imprese estere residenti in Stati che non hanno stipulato alcun trattato internazionale con l’Italia [3].

    Del pari, dubbi di coerenza con le previsioni di fonte internazionale solleva anche la disciplina di ritenuta alla fonte a titolo d’imposta (e, dunque, di imposizione definitiva in Italia) del 25% sui pagamenti effettuati a favore delle imprese estere per beni e servizi acquistati online. Qualora – come pare preferibile sulla scorta di diversi argomenti di carattere sistematico – il reddito del soggetto estero relativo a tali attività si qualifichi come reddito d’impresa, esso sarà tassabile in Italia solo in presenza di una stabile organizzazione, assente nel caso di specie [4]. Peraltro, anche ove si propenda per ricomprendere tale reddito tra quelli diversi sembra dubbia la conformità della disciplina di ritenuta alle previsioni convenzionali, tenuto conto che l’art. 21 del Modello OCSE – cui le convenzioni internazionali stipulate dall’Italia si conformano – attribuisce in tal caso la potestà impositiva al solo stato di residenza del percettore.

    Alla luce di ciò, qualora l’Italia intenda effettivamente assoggettare a tassazione la ricchezza prodotta dalle imprese dell’economia digitale mediante un ampliamento del presupposto territoriale dell’imposizione sui redditi (vale a dire, mediante un’estensione della nozione di stabile organizzazione) sarebbe opportuno procedervi nel contesto del progetto BEPS che l’OCSE sta portando avanti. Solo in tal modo, infatti, si potrebbe giungere alla contemporanea modifica di tutte le previsioni in tema di stabile organizzazione recate dai trattati conclusi dall’Italia [5] e, dunque, all’adozione di una misura realmente in grado di incidere sulla tassazione della ricchezza prodotta dalle imprese dell’economia digitale.

    [1] Il riferimento è al progetto “Base Erosion and Profit Shifting” (BEPS), come formalizzato nel documento OCSE “Addressing Base Erosion and Profit Shifting”, Parigi, 2013. Il primo punto di tale ampio progetto (“Addressing the Tax Challenges of the Digital Economy”) è costituito proprio dall’analisi dei caratteri peculiari delle imprese operanti nel settore dell’economia digitale e dall’individuazione degli strumenti tributari più idonei per assoggettare ad imposizione la ricchezza prodotta da tali imprese nei diversi Stati in cui esse operano.

    [2] Approvato con d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917.

    [3] () Come accennato nel testo si tratta di ipotesi residuali, circoscritte ai Paesi considerati dall’Italia come “paradisi fiscali” e con i quali l’Italia non intrattiene rapporti di tipo convenzionale. Nessuna delle imprese di maggiori dimensioni (cd. big players) dell’economia digitale (Google, Facebook, Apple, Amazon) rientrerebbe in tali ipotesi, atteso che esse sono tutte fiscalmente residenti in Stati che hanno stipulato con l’Italia una convenzione per la prevenzione delle doppie imposizioni (ad es. Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi).

    [4] () Come detto, la ritenuta è rivolta ad indurre i contribuenti a dichiarare l’esistenza di una stabile organizzazione in Italia e non trova applicazione qualora tale stabile. organizzazione italiana vi sia. Pertanto, e per definizione, l’applicazione della ritenuta postula l’assenza di una stabile organizzazione.

    [5] () La soluzione tecnica per giungere ad un tale risultato potrebbe essere costituita dalla conclusione di un trattato multilaterale tra tutti i Paesi dell’OCSE diretto a modificare le disposizioni in tema di stabile organizzazione contenute nei trattati bilaterali stipulati dai suddetti Paesi tra di loro.

    21 settembre 2015

  • La legge di stabilità: le politiche economiche possibili fra diritto costituzionale e diritto europeo - Roma, 17 marzo 2015

  • La Prima Sezione della Cassazione rinvia alle Sezioni Unite la decisione sulla possibilità di sequestrare pagine web di testate giornalistiche in caso di articoli diffamatori

    di Francesco Mazara Grimani(via MediaLaws) Con l’ordinanza n. 45053 del 30 ottobre 2014, la sezione I Penale della Corte di Cassazione ha rimesso alle Sezioni Unite una questione relativa alla possibilità di applicazione di un sequestro preventivo ex art. 321 c.p.p. da attuarsi mediante oscuramento di una pagina telematica di un sito internet di un noto quotidiano nazionale, in relazione ad un caso di diffamazione a mezzo stampa. Il Tribunale del Riesame di Monza, aveva infatti confermato il provvedimento cautelare emesso dal Gip, con riferimento ad una pagina telematica del quotidiano “Il Giornale”, mediante il quale era stato diffuso un articolo, oggetto poi di contestata diffamazione. Il provvedimento impugnato era stato eseguito mediante notifica all’amministratore del sito, che aveva conseguentemente oscurato la pagina web. Le questioni di diritto affrontate dalla Suprema Corte sono state quindi due. La prima era relativa alla stessa natura del sequestro preventivo: tale misura cautelare può infatti attuarsi mediante l’apprensione materiale della cosa pertinente al reato da parte della polizia giudiziaria, al fine di impedire che la disponibilità della res possa aggravare o protrarre le conseguenze giuridiche del reato; oppure ancora – come verificatosi nel caso di cui si tratta – l’attuazione della suddetta misura cautelare reale può concretizzarsi mediante l’imposizione all’indagato, ovvero a terzi, di un facere che, in questo caso, è consistito nel compimento, da parte del webmaster della testata telematica, di tutta una serie di operazioni tecnico-informatiche volte all’oscuramento della pagina web contenente l’articolo reputato diffamatorio. Con riferimento a tale questione, la Cassazione ha innanzitutto chiarito la possibilità di applicazione della misura di cui all’art. 321 c.p.p. nei confronti di pagine telematiche, come tra l’altro confermato da recentissima giurisprudenza. Dubbi sono però emersi con riferimento alla possibilità di imporre all’indagato e a terzi il compimento delle attività tecniche e materiali occorrenti per impedire agli utenti della rete l’accesso alla pagina web, oggetto di cautela. A parere dei Supremi Giudici, manca, nei riferimenti normativi della misura in esame (il sopracitato art. 321 c.p.p. nonché l’art. 104 disp. att. C.p.p.) la possibilità di conferire all’autorità giudiziaria il potere di ordinare al destinatario del provvedimento il compimento di determinate attività, che nel caso di specie si sono tradotte in tutte quelle tecniche di gestione del sito necessarie per l’oscuramento della pagina web oggetto di sequestro. La seconda questione – che ha poi determinato il rinvio alle Sezioni Unite – era invece relativa all’ammissibilità del sequestro preventivo della pagina web di una testata giornalistica registrata. I ricorrenti avevano infatti contestato la legittimità di un siffatto sequestro, invocando le garanzie della libertà di stampa di cui all’art. 21 commi II e III Cost., e contestando di conseguenza il consolidato orientamento giurisprudenziale di legittimità, favorevole all’ammissibilità della misura di cui all’art. 321 c.p.p. in relazione ai giornali editi e diffusi in rete. Secondo tale orientamento (confermato ad esempio anche dalla recente sentenza della Quinta Sezione della Suprema Corte, n. 10594/2014) non è possibile realizzare un’interpretazione estensiva, o analogica, delle garanzie poste dalla Costituzione e dalla legislazione ordinaria a presidio della stampa, strettamente intesa, anche ai giornali telematici, editi mediante tecnologia elettronica e diffusi attraverso la rete. L’argomento fondamentale a sostegno di tale tesi è costituito dalla “diversità ontologica e strutturale del mezzo” nonché della maggiore offensività della notizia diffamatoria “immessa in rete, che rimane fruibile a tempo indeterminato e per un numero indeterminato di fruitori”; tale caratteristica distingue quindi la stampa online da quella “tradizionale”, nel quale l’articolo avente caratteristiche diffamatorie “ha impatto minore e di durata limitata, atteso che la sua diffusione e la sua lesività si esauriscono in un breve spazio di tempo”. Tale orientamento non è stato però condiviso dal Collegio chiamato a pronunciarsi sul caso in esame. Il profilo della illimitata fruizione dell’articolo telematico, da un punto di vista spaziale e temporale, costituisce, a parere dei Supremi Giudici, soltanto un aspetto concorrente a determinare la lesività della condotta diffamatoria, essendo altrettanto rilevante l’effettiva capacità di diffusione del mezzo, nonché la sua influenza sull’opinione pubblica. Oltre a tale rilievo, viene formulata una decisa obiezione alla negazione della eadem ratio per le applicazione delle guarentigie della stampa anche nei confronti delle testate online. Il principio consolidato della maggiore offensività viene considerato recessivo, nel bilanciamento dei valori, rispetto alla salvaguardia della libertà di manifestazione del pensiero: secondo la Prima Sezione quindi, tale principio non è idoneo a contrastare la ricorrenza della eadem ratio ai fini dell’applicazione della libertà di manifestazione del pensiero, anche nei confronti del prodotto editoriale telematico. Dato quindi il contrasto giurisprudenziale che siffatto orientamento potrebbe creare nei confronti di quello consolidato dalla giurisprudenza di legittimità, la Corte ha rimesso la questione alle Sezioni Unite: le stesse dovranno quindi pronunciarsi sull’ammissibilità del sequestro preventivo, mediante oscuramento parziale di un sito web, e, in caso affermativo, sulla possibilità di realizzazione dell’oscuramento della pagina web di una testata giornalistica telematica e registrata. LEGGI DDL diffamazione, i nodi tra la rettifica e il diritto all’oblio 7 novembre 2014
  • La startup innovativa

    di Davide Borelli Casiere Recensione de Fregonara E., "La start up innovativa. Uno sguardo all’evoluzione del sistema societario e delle forme di finanziamento", Giuffrè, Milano, 2013, pp. 146. Sommario: 1. Introduzione - 2. La fattispecie - 3. Evoluzione del sistema societario - 4. (segue)... e delle forme di finanziamento - 5. Start up innovative in forma di s.r.l. - 6. Conclusioni. 1. Introduzione. L’opera monografica di Elena Fregonara offre al lettore un’attenta disamina delle novità legislative in ambito societario introdotte dal Legislatore con la nona sezione del d.l. n. 179/2012 recante Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese (cd. Decreto Crescita bis), rubricata – per l’appunto – Misure per la nascita e lo sviluppo di start-up innovative (artt. 25-32). L’A. ripercorre i tratti salienti della normativa, offrendo all’occorrenza importanti spunti di riflessione. Riserva, inoltre, gran parte dei propri sforzi ermeneutici all’analisi delle interazioni tra le fattispecie introdotte e le comuni disposizioni di diritto societario, nonché all’esame delle nuove forme di finanziamento delle start up innovative (cfr. crowdfunding). La dottrina giuridica italiana ha indirizzato gran parte dei propri sforzi scientifici allo studio della novella s.r.l. semplificata introdotta con il d.l. n. 1/2012 [1]. La Fregonara ha, pertanto, l’indubbio merito di affrontarne l’evoluzione [2], posto che l’introduzione della s.r.l. semplificata e della start up innovativa persegue il medesimo scopo, potendosi considerare la prima species della seconda. Nel Piano d’azione imprenditorialità 2020, la Commissione Europea ha sostenuto la centralità della cultura imprenditoriale quale «possente volano della crescita economica e della creazione di posti di lavoro» [3]. Indirizzo, tra l’altro, condiviso dal legislatore italiano che con il recente Decreto Crescita bis persegue l’obiettivo di «favorire la crescita sostenibile, lo sviluppo tecnologico, la nuova imprenditorialità, l’occupazione in particolare giovanile [...], intendendo contestualmente contribuire allo sviluppo di nuova cultura imprenditoriale, alla creazione di un contesto maggiormente favorevole all’innovazione così come a promuovere maggiore mobilità sociale» [4]. Con il d.l. n. 179/2012 ha ottenuto riconoscimento normativo la start up innovativa. Si tratta, tuttavia, solo di una delle tessere che compongono il mosaico normativo in materia di incentivo alla cultura imprenditoriale: perché questo è ictu oculi il fine ultimo perseguito dal legislatore europeo ed italiano. L’A. ha, infatti, il merito di fornire al lettore uno sguardo d’insieme (per quanto possibile) della materia non limitando la propria analisi ad un singola ed isolata fattispecie, ma piuttosto disvelando possibili legami con istituti affini. «Si assiste ad un fenomeno patologico, verrebbe da dire di “schizofrenia normativa” più che di “profonda agitazione” come scriveva Lorenzo Mossa» [5]: è così che l’A. descrive lo scenario normativo che il legislatore italiano concorre a delineare. La scelta del termine “concorrere” non è certo casuale: il fenomeno in esame ha, infatti, natura prettamente empirica. L’intervento normativo nasce proprio dall’analisi dalle best practice maturate oltreoceano. Il sottotitolo dell’opera monografica mostra chiaramente gli snodi dell’itinerario analitico percorso dall’A.: «uno sguardo all’evoluzione del sistema societario e delle forme di finanziamento». Il fenomeno in esame genera problematiche eterogenee: da un lato quelle tradizionali ed attinenti al diritto societario e fallimentare [6]; dall’altro quelle innovative e connesse alla disciplina del settore finanziario [7]. 2. La fattispecie. Il primo capitolo offre al lettore un sommario – seppur, per certi versi, particolareggiato – quadro del fenomeno start up dal punto di vista sia economico che giuridico. «Start up è il termine con cui si identifica, da circa un ventennio, una nuova iniziativa imprenditoriale e il periodo di avvio della stessa» [8]: nondimeno siffatta definizione appare lievemente riduttiva. La letteratura economica in materia, infatti, offre consistenti contributi utili alla più nitida definizione dei contorni della fattispecie [9]. Un’attenta analisi della genesi delle start up avrebbe (presumibilmente) fornito al lettore un quid pluris nella valutazione delle scelte politiche adottate dal legislatore italiano. Assolutamente degna di nota è l’analisi comparatistica offerta dall’A. delle principali politiche economiche sostenute da paesi terzi per incentivare lo sviluppo e la crescita di nuove imprese. Dalla comparazione è agevole notare come gli interventi normativi in materia possano esser suddivisi in due categorie omogenee: da un lato quella relativa al diritto societario e dunque alla semplificazione della costituzione e dell’avvio d’impresa; dall’altro quella attinente al sistema fiscale e le agevolazioni nell’accesso ad investimenti e finanziamenti. Sempre in questa prima parte dell’opera, Elena Fregonara fornisce al lettore un dettagliato quadro normativo della fattispecie discussa. Scorgendo il canovaccio realizzato dal legislatore italiano chiaramente si comprende il perché l’A. abbia in proposito parlato di schizofrenia normativa. Quattro interventi, prodotti in un limitato arco temporale hanno tracciato i labili confini normativi in materia: Decreto sulle Liberalizzazioni [10], Decreto Crescita [11], Decreto Crescita bis [12] e Decreto Lavoro [13]. Il capitolo termina poi con l’analisi sistematica dei requisiti che l’art. 25 del Decreto Crescita bis prescrive per l’ottenimento della qualifica di start up innovativa o di incubatore di start up innovative certificato. Analisi peraltro ripresa ed approfondita nel secondo capitolo [14] dedicato – appunto – al dato normativo, ossia ai requisiti, al meccanismo di riconoscimento ed alle agevolazioni (artt. 25 e ss. d.l. n. 179/2012). 3. Evoluzione del sistema societario. Il terzo capitolo dell’opera monografica è dedicato alle deroghe al diritto societario comune previste per le start up innovative dal Decreto Crescita bis (art. 26). A tal proposito la Fregonara offre al lettore una duplice distinzione: vi sono, infatti, deroghe al diritto societario previste per le sole start up innovative in forma di s.r.l. ed altre, viceversa, rivolte a tutte le start up innovative prescindendo dalla forma societaria adottata; vi sono, inoltre, deroghe che l’A. definisce «facoltative» [15] che riguardano le sole start up innovative in forma di s.r.l. ed altre, invece, direttamente applicabili indipendentemente dal tipo societario prescelto. Degne di nota sono le riflessioni di Elena Fregonara sulle deroghe previste dall’art. 26 del d.l. n. 179/2012 agli istituti della riduzione del capitale sociale per perdite ed al di sotto del limite legale. L’A. infatti, pur condividendone la ratio, ossia «consentire all’impresa start up innovativa di completare l’avvio e di rientrare fisiologicamente dalle perdite maturate nelle primissime fasi» [16], ritiene che le misure adottate producano un decremento di tutela proprio di quella categoria di soggetti che la normativa de quo mira ad attrarre, ovvero i finanziatori. A tal proposito l’A. propone di distinguere tra «una situazione temporanea di perdite fisiologiche [...] ed una invece caratterizzata da perdite strutturali» [17] in modo tale da applicare di volta in volta la regola che risulti maggiormente adeguata al caso concreto. Il riferimento operato dalla Fregonara ai «fallimenti onesti senza frode da parte dell’imprenditore» [18] – concetto peraltro assolutamente innovativo per l’ordinamento italiano – è a parer di chi scrive indubbiamente apprezzabile. Ebbene, l’A. ricollega tale concetto alla scelta normativa operata dal legislatore italiano di sottrarre le start up innovative alle procedure concorsuali ordinarie, assoggettandole, per converso, alle procedure previste dal secondo capo (rubricato Procedimenti di composizione della crisi da sovraindebitamento e di liquidazione del patrimonio) della l. n. 3/2012, recante Disposizioni in materia di usura, estorsione e crisi da sovraindebitamento [19]. Secondo l’A. in questo modo «si vuole indurre l’imprenditore a prendere atto il prima possibile del fallimento del programma, posto a base dell’iniziativa.Sitratta[...]diintervenire anticipatamente sul dissesto dell’impresa per consentire all’imprenditore l’immediato fresh start» [20]. Il Legislatore, mediante rinvio, ha pertanto introdotto tra le norme disciplinanti questo nuovo fenomeno societario, le procedure concorsuali originariamente elaborate per il solo insolvente civile [21]. La Fregonara accoglie positivamente la novità legislativa introdotta; come ella stessa sottolinea, infatti, il procedimento di liquidazione previsto dalla l. n. 3/2012 «sembra rappresentare per l’imprenditore una “morte dolce ed indolore” senza le serie complicazioni e conseguenze del fallimento [...]. Il sistema pare [...] costellato di deviazioni normative che, tuttavia, “centrano l’obiettivo” rendendo appetibile il ricorso allo strumento da parte dello startupper» [22]. 4. (segue)... e delle forme di finanziamento. Proseguendo con coerenza nell’analisi sistematica della nona sezione del d.l. n. 179/2012, l’A. consacra il quarto capitolo dell’opera al c.d. crowdfunding (art. 30), ossia ai «processi collaborativi di piccoli investitori non professionali che [...] si propongono di sostenere gli sforzi di persone ed organizzazioni dotate di un elevato potenziale creativo, ma prive dei fondi necessari alla realizzazione delle loro idee» [23]. Condivisibile è la riflessione di Elena Fregonara in merito all’effetto prodotto da tale strumento, ossia la democraticizzazione della finanza; effetto peraltro visibilmente ridotto da previsioni normative assolutamente inopportune. Infatti, l’art. 24, co. 2° del Reg. Consob 26.06.2013, n. 18592, dispone che «ai fini del perfezionamento dell'offerta sul portale, il gestore verifica che una quota almeno pari al 5% degli strumenti finanziari offerti sia stata sottoscritta da investitori professionali o da fondazioni bancarie o da incubatori di start up innovative previsto all'art. 25, co. 5° del d.l. n. 179/2012». Il rischio – sostiene l’A. – è che il crowdfunding si trasformi così in un business riservato alle banche, rientrando dunque a pieno titolo nei canali istituzionali di finanziamento. Un’attentaanalisi della disciplina del crowdfunding, corredata da spunti critici senz’altro apprezzabili, dà dunque corpo al quarto capitolo dell’opera monografica. L’A. riesce a fornire uno sguardo d’insieme di un istituto che presenta una regolamentazione non sempre chiara e non sempre di facile integrazione con la disciplina preesistente. Ad uno sforzo normativo pregevole, purtroppo corrisponde un’arretratezza strutturale del Paese Italia ai nuovi strumenti che la tecnologia offre. Senz’altro notevoli appaiono, infine, le considerazioni poste a margine del capitolo. Secondo l’A. le disposizioni di cui all’art. 30 del d.l. n. 179/2012 (e conseguente Reg. Consob) rappresentano, in ogni caso, un importante traguardo, «il primo grande passo per sostenere la “rivoluzione del crowdfunding” che si accompagna all’evoluzione sociale della rete e dei social media. Tuttavia, il quadro complessivo resta in itinere e tutt’altro che definito». 5. Start up innovativa in forma di s.r.l. L’ultimo capitolo della monografia di Elena Fregonara è dedicato alla start up innovativa in forma di s.r.l. La disomogenea normativa prodotta dal legislatore, infatti, pone delicati problemi di congiunzione con la comune disciplina di diritto societario. L’incertezza legislativa si riverbera negativamente non solo sull’interpretazione, ma soprattutto sull’applicazione della normativa de quo, penalizzando pertanto coloro che della stessa dovrebbero giovarsi, ossia i potenziali imprenditori. Secondo l’A. con le disposizioni disciplinanti la start up innovativa, «il Legislatore ha legittimato, in nome forse di superiori interessi di politica-economica, la possibilità per la s.r.l. di indossare, seppure temporaneamente, un abito che le concede di oltrepassare il confine rigidamente tracciato tra s.p.a. ed s.r.l.» [24]. Sempre in tal senso l’A. fa saggiamente proprie le parole del Dolmetta riferendosi alla “destrutturazione del tipo” [25], fedele riproduzione dell’attuale panorama normativo in tema di s.r.l. Dalla ricostruzione operata l’A. rileva come gli interventi normativi abbiano de facto prodotto una rarefazione della comune disciplina della s.r.l. [26]. Con riferimento alla facoltà accordata alle start up innovative in forma di s.r.l. di «creare categorie di quote fornite di diritti diversi e [...] liberamente determinare il contenuto delle varie categorie» [27] l’A. ravvisa un indizio utile alla definitiva esclusione della possibilità di creare categorie di quote nelle s.r.l. tradizionali: tale facoltà è introdotta da una norma dotata di natura eccezionale che, in quanto tale, potrà essere applicata esclusivamente nei casi dalla stessa previsti (ubi lex voluit dixit, ubi lex noluit tacuit). 6. Conclusioni. L’opera monografica ivi recensita ha fuor d’ogni dubbio il merito di indagare un fenomeno giuridico assolutamente “innovativo”, in una realtà forse ancora impreparata ad accogliere tanti e tali cambiamenti. Emerge dal presente studio un’assoluta incapacità del legislatore italiano a vivere il futuro, con coerenza. Stupisce, nondimeno, la quasi totale mancanza di riferimenti ad un particolare tipo di start up, l’impresa spin off [28], ed alle molteplici problematiche che la relazione tra le fattispecie potrebbe ingenerare. Assolutamente degno di nota, infine, è il metodo adottato da Elena Fregonara nell’analisi del fenomeno, attenta non solo all’aspetto teorico, ma anche (e soprattutto) ai risvolti operativi della disciplina, risultando, pertanto, obbligato punto di partenza per future riflessioni in materia. Note: [*] Il presente contributo è stato preventivamente sottoposto a referaggio anonimo affidato ad un componente del Comitato di Referee secondo il Regolamento adottato da questa Rivista. [1] Ex multis si v. ATTANASIO F., S.r.l. semplificata: verso il superamento della nozione di capitale sociale?, in Soc., 2012, pp. 894-902; BARTOLACELLI A., “Novissime” modifiche alla disciplina della s.r.l.s.: saggio minimo di diritto transitorio, in Il nuovo diritto delle società, fasc. 16, 2013, pp. 7 ss.; BAUDINO A., La nuova società a responsabilità limitata semplificata. Prime riflessioni e spunti operativi, in Il nuovo diritto delle società, 2012, fasc. 12, pp. 21 ss.; BUSANI A., BUSI C. A., La s.r.l. semplificata (s.r.l.s.) e a capitale ridotto (s.r.l.c.r.), in Soc., 2012, pp. 1305 ss.; CAGNASSO O., La s.r.l.: un tipo societario “senza qualità”?, in Il nuovo diritto delle società, 2013, fasc. 5, p. 7; CIAN M., S.r.l., s.r.l. semplificata, s.r.l. a capitale ridotto. Una nuova geometria del sistema o un sistema disarticolato?, in Riv. soc., 2012, n. 6, p. 1101; FERRI JR., Prime osservazioni in tema di società a responsabilità limitata semplificata e di società a responsabilità limitata a capitale ridotto, in notariato.it; RESCIGNO M., La società a responsabilità limitata a capitale ridotto e semplificata, in Le nuove leggi civili commentate, 2013, pp. 65 ss.; REVIGLIONO P., La società semplificata a responsabilità limitata, in BIONE M., GUIDOTTI R., PEDERZINI E. (a cura di), La nuova società a responsabilità limitata, in Trattato di diritto commerciale e di diritto pubblico dell’economia, diretto da GALGANO F., CEDAM, Padova, 2012, pp. 637 ss.; REVIGLIONO P., La società semplificata a responsabilità limitata: un “buco nero” nel sistema delle società di capitali, in Il nuovo diritto delle società, 2012, pp. 7 ss.; SPIOTTA M., S.r.l. unilaterale “semplificata” o a “capitale ridotto”: problemi e prospettive, in Il nuovo diritto delle società, 2012, fasc. 18, p. 54 ss. [2] Si segnalano, nondimeno, numerosi contributi anche in tema di crowdfunding. Tra gli altri si v. BOLLETTINARI A., Il crowdfunding: la raccolta del capitale tramite piattaforme on-line nella prassi e nella recente legislazione, in Il Nuovo Diritto delle Societa , 2013, n. 2, pp. 12 ss.; FERRARINI G., I costi dell’informazione societaria per le PMI: mercati alternativi, “crowdfunding” e mercati privati, in Analisi Giuridica dell’Economia, 2013, p. 217; LERRO A., Equity crowdfunding: il regolamento in Gazzetta Ufficiale, su altalex.it; PINTO M., L’equity based crowdfunding in Italia al di fuori delle fattispecie regolate dal “Decreto Crescita”, in Soc., 2013, n. 7, pp. 819-832. [3] Si v. il Piano d’azione imprenditorialità 2020, p. 3, in eur-lex.europa.eu. [4] Cfr. art. 25, co. 1°, d.l. 18.10.2012, n. 179 (c.d. Decreto Crescita bis) convertito con l. 17.12.2012, n. 221. [5] Il passo è tratto da FREGONARA E., op. cit., p. X. L’A. a sua volta riporta un concetto espresso in MOSSA L., Società a responsabilità limitata, in Trattato del nuovo diritto commerciale, III, CEDAM, Padova, 1953, pp. 85 e 86. [6] Il riferimento è alle società a responsabilità limitata, cui è in particolar modo destinata la disciplina prevista dall’art. 25 del Decreto Crescita bis. 7 Il d.l. n. 179/2012, e per delega la Consob con proprio Reg. 26.06.2013, n. 18592, disciplinano il c.d. crowdfunding, ovvero uno strumento volto ad incentivare il finanziamento delle start up innovative. [8] FREGONARA E., op. cit., p. 2. [9] Molti autori hanno proposto una definizione di start up: «con il termine start up ci si riferisce all’intervento ed al periodo di avvio di un’impresa che si lancia per la prima volta sul mercato, ma può anche collegarsi a quello di un’impresa già esistente che viene acquistata e che per questo richiede un vero e proprio avviamento» (FOGLIO A., Start up. La guida completa per chi vuole mettersi in proprio e creare da zero un’impresa di successo, FrancoAngeli, Milano, 2010, pp. 51-52); «a start up is an organization formed to search for a repeatable and scalable business model» (BLANK S., What’s a start up? First principles, 2010, in steveblank.com); «a start up is a company designed to grow fast. Being newly founded does not in itself make a company a start up. Nor is it necessary for a startup to work on technology, or take venture funding, or have some sort of “exit”. The only essential thing is growth. Everything else we associate with start up follows from growth» (GRAHAM P., Want to start a startup?, 2012, in paulgraham.com); «Start- up. Fase iniziale della vita dell’impresa. Normalmente dura un esercizio e raccoglie le attività di emergenza per raddrizzare il timone di un programma di investimento Viene seguita dalla fase di development (sviluppo)» (FAVA C. F., Start-up. Manuale per giovani imprenditori nell’era della globalizzazione, 3a ed., Egea, Milano, 2010, p. 313). [10] D.l. 24.01.2012, n. 1, convertito in l. 24.03.2012, n. 27 che disciplina la società a responsabilità limitata semplificata (art. 2463 bis c.c.). [11] D.l. 22.06.2012, n. 83, convertito in l. 07.08.2012, n. 134 il cui art. 44 disciplina la società a responsabilità limitata a capitale ridotto. [12] D.l. 18.09.2012, n. 179, convertito in l. 17.12.2012, n. 221 che ha regolamentato le start up innovative. [13] D.l. 28.06.2013, n. 76, convertito in l. 09.08.2013, n. 99 che è intervenuto sia sui precedenti decreti che sulla s.r.l. ordinaria. [14] FREGONARA E., op. cit., pp. 29-52. [15] FREGONARA E., op. cit., pp. 53-54. [16] Passo tratto dalla relazione introduttiva al d.l. n. 179/2012. [17] FREGONARA E., op. cit., p. 57. [18] Cfr. Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato Economico e Sociale europeo e al Comitato delle Regioni nell’ambito del Piano d’azione imprenditorialità 2020, in eur-lex.europa.eu. [19] Cfr. l. 27.01.2012, n. 3, come modificata dal d.l. n. 179/2012. [20] FREGONARA E., op. cit., p. 63. [21] Per porre rimedio alle situazioni di sovraindebitamento la l. n. 3/2012 appronta due distinti strumenti: da un lato, l’accordo di ristrutturazione dei debiti e di soddisfazione dei crediti, dall’altro, la liquidazione del patrimonio. [22] FREGONARA E., op. cit., pp. 69-70. [23] FREGONARA E., op. cit., p. 89. [24] FREGONARA E., op. cit., p. 135. [25] DOLMETTA A. A., Sul “tipo” S.r.l., in s.r.l. commentario, dedicato a PORTALE G. B., Giuffrè, Milano, 2011, p. 23. [26] L’articolato quadro normativo che emerge può essere schematicamente riassunto come segue: i. S.r.l. ordinaria; ii. S.r.l. ordinaria con capitale ridotto; iii. S.r.l. semplificata con statuto standard; iv. S.r.l. con statuto rielaborato; v. S.r.l. a capitale ridotto, riqualificate ex officio come semplificate; vi. Start up innovativa in forma di s.r.l., ordinaria o modificata (oltre i confini del tipo, ovvero con variazioni compatibili con il tipo); vii. S.r.l. ex start up innovativa. [27] Cfr. art. 26, co. 1° del d.l. n. 179/2012. [28] Per un’attenta disamina del fenomeno si v. BARONCELLI A., CHIESA V., PICCALUGA A., Dall’accademia all’impresa. Uno studio delle imprese spin-off della ricerca in Italia, in BARONCELLI A. (a cura di), Percorsi imprenditoriali generati dall’Università. Il fenomeno spin-off accademici, Clueb, Bologna, 2001, p. 52 ss.; nonché SPINOZZI M., Lo spin-off «da ricerca»: profili istituzionali e costituzionale dell’Università che si fa impresa, 2013, pp. 1-2, in www.ildirittodegliaffari.it. 23 marzo 2015
  • Le "rassegne stampa" telematiche nella recente legislazione spagnola e la sua (dubbia) compatibilità comunitaria

    di Vincenzo Zeno-Zencovich Per comprendere, e valutare, la decisione di Google di cessare, dal 16 dicembre, il servizio Google News relativamente ai giornali spagnoli è opportuno illustrare la natura del servizio che si presenta come risultato di una ricerca la quale si concentra sui risultati che vengono tratti dai siti dei mezzi di informazione tradizionali. In concreto accedendo al sito – ma anche venendo avvertiti della presenza di nuove notizie – l’utente si trova di fronte una “prima pagina” con le notizie di maggiore rilievo, e la possibilità di selezionare alcuni ambiti tematici (ad es. esteri, economia, sport). Quel che è importante osservare è che titoli, sommari e immagini che compaiono sulla pagina di Google sono quelli tratti dall’originale sito del quotidiano o dell’agenzia su cui sono pubblicati.

  • Legge di stabilità e stampa: Iva al 4% su copie online

    "All’articolo 1, comma 667, della legge 23 dicembre 2014, n. 190, la parola libri è sostituita dalle seguenti: giornali, notiziari quotidiani, dispacci delle agenzie di stampa, libri e periodici”. È questo il testo inserito nel disegno di Legge di Stabilità con il quale il Governo intende estendere ai quotidiani e ai periodici diffusi elettronicamente l'aliquota Iva al 4%. “Una misura importante, in grado di dare una spinta significativa alla modernizzazione di tutto il sistema editoriale”, commenta il Presidente della Federazione Italiana Editori Giornali, Maurizio Costa: “Sarà il lettore-consumatore il primo destinatario dell’agevolazione, che potrà usufruire di una tassazione ridotta sul proprio abbonamento digitale a giornali e servizi di informazione. Attendiamo, ovviamente, la conclusione dell’iter parlamentare della legge di stabilità e un testo definitivo”.
    eBook, Francia e Lussemburgo non possono applicare aliquota IVA ridotta, contrariamente a quanto vale per libri su carta. Gli editori: “Il valore di un libro non dipende dal suo formato”
    15 ottobre 2015
  • Legge elettorale, confronto tra saggi e cittadini: il dibattito con la Commissione per le Riforme Costituzionali

    Il superamento del porcellum visto dai giuristi Stefano Ceccanti, Francesco Clementi e Cesare Mirabelli, Presidente Emerito della Corte Costituzionale, lunedì 11 novembre alle 18.30 a Roma Lunedì prossimo scenderanno per la prima volta dallo scranno istituzionale per confrontarsi con i cittadini alcuni tra i "saggi" nominati dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e dal Presidente del Consiglio Enrico Letta. Al centro il tema della riforma della legge elettorale. L’occasione è "I have a dream", incontro organizzato dal "Laboratorio per la Polis. Rete di formazione culturale e politica", in collaborazione con Società Umanitaria sede di Roma, che avrà luogo nella capitale il prossimo 11 novembre 2013 alle ore 18.30 in via Ulisse Aldrovandi 16. Protagonisti del confronto saranno i membri della Commissione per le Riforme Istituzionali Stefano Ceccanti (Università La Sapienza di Roma), Francesco Clementi (Università di Perugia) e Cesare Mirabelli (Presidente Emerito Corte Costituzionale - Università Europea di Roma). Dal presidenzialismo al mattarellum, dalle sfumature del proporzionale ai modelli maggioritari passando per preferenze, bicameralismo, collegio uninominale, sistema alla tedesca, soglia di sbarramento; la serie di tematiche oggetto di una sempre più fitta serie di dichiarazioni e prese di posizioni politiche diviene stavolta l'oggetto di una trattazione accademica e orientata all'analisi di quello che sarebbe il reale impatto sull'assetto istituzionale e politico della scelta di una soluzione a scapito di un'altra. A moderare l'incontro sarà Maria Grazia Rodomonte (Laboratorio per la polis - Università La Sapienza di Roma).  

    Lunedì 11 novembre 2013

    ore 18:30

    
Via Ulisse Aldrovandi, 16 – 00197 Roma I HAVE A DREAM
 - La riforma della legge elettorale Stefano Ceccanti - Università La Sapienza di Roma Francesco Clementi - Università di Perugia Cesare Mirabelli - Presidente Emerito Corte Costituzionale - Università Europea di Roma Modera 
Maria Grazia Rodomonte - Laboratorio per la polis - Università La Sapienza di Roma Per informazioni e adesioni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. Foto: IlPost.it