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  • "Bilancio e valutazione d'azienda", venerdì 7 novembre il VI Workshop del Corso

    Avrà luogo il prossimo 7 novembre, a Roma, "Bilancio e valutazione d'azienda", VI Workshop del Corso avanzato di Alta Formazione “Corporate governance e parità di genere. Prima applicazione e prospettive”. bilancioevalutazioneazienda
  • "Patrimonio culturale digitale. Tra conoscenza e valorizzazione", report, audio e video del convegno del 2 luglio

    Nel corso dell'evento promosso dall'Accademia Italiana del Codice di Internet sono state approfondite, con la partecipazione di esponenti delle istituzioni e giuristi, opportunità e criticità della Direttiva  2013/37/UE, all’esame del Parlamento, sul libero accesso e il riutilizzo dei dati in possesso di Pubblica Amministrazione, biblioteche, musei e archivi. "È nostra intenzione costituire un Osservatorio che abbia come compito il monitoraggio della  digitalizzazione del patrimonio informativo e culturale in possesso della Pubblica Amministrazione”. Così il Prof. Alberto Gambino, presidente dell'Accademia Italiana del Codice di Internet ,nel corso del convegno “Patrimonio Culturale Digitale: tra conoscenza e valorizzazione”, evento che ha avuto luogo nella mattina del 2 luglio, a Roma, con la partecipazione di giuristi, esponenti delle istituzioni pubbliche, membri del governo e del parlamento.

    Guarda i video del convegno

    "Sarà un Osservatorio aperto - ha spiegato Gambino - che naturalmente dialogherà con chi già istituzionalmente si occupa della materia, e che non sarà composto solo di giuristi ma punterà a riunire tutti i saperi umanistici per rappresentare un intreccio di competenze orientate a verificare che davvero questa stella polare dell'open access, ma anche del non detrimento delle risorse delle nostre amministrazioni, possa trovare una realizzazione bilanciata” [audio]. Prima sessione Al centro dei lavori proprio la ricerca di un giusto punto di equilibrio tra l’obiettivo della massima diffusione e delle possibilità di riutilizzo dei dati pubblici e la tutela del patrimonio culturale di musei, biblioteche, archivi in possesso di amministrazioni e istituzioni pubbliche. Opera delicata ma che ha il carattere della massima urgenza, quella che attende il legislatore, chiamato a recepire la direttiva 2013/37/UE (la scadenza per la sua adozione è il prossimo 18 luglio e la discussione è al momento ferma in Commissione Affari Esteri e Comunitari del Senato) che, nel quadro della iniziative dell’Agenda digitale europea, impone agli enti pubblici di rendere fruibili tutte le informazioni in loro possesso e il loro reimpiego a fini commerciali o non commerciali. Una vera rivoluzione, che richiede una riflessione imprescindibile da parte del legislatore anche in considerazione della farraginosità di un sistema normativo stratificatosi nel corso degli anni e della specificità dell’Italia, titolare del patrimonio culturale più diffuso in Europa.

    Leggi il position paper dell'Accademia Italiana del Codice di Internet

    CoppolaUna riflessione che si intreccia con le molte proposte che si stanno susseguendo in materia di Open Data e di trasparenza delle informazioni delle quali è titolare la PA. Ultima in ordine di tempo quella oggetto dell’inserimento nel Ddl di riforma della Pubblica Amministrazione di un emendamento in materia di Freedom of Information Act a firma degli onorevoli del Pd Anna Ascani e Paolo Coppola; quest'ultimo è intervenuto durante i lavori sottolineando il valore dell'opera di disclosure che si va componendo nel panorama legislativo nazionale e comunitario. Far sì che il recepimento della direttiva e il rafforzamento degli obblighi in capo agli enti pubblici in materia di accesso alle informazioni, anche attraverso licenze che ne consentano il riutilizzo a fini commerciali da parte di privati, non pregiudichino la tutela del patrimonio culturale, complice uno sfruttamento indiscriminato dei dati a scapito del valore del bene pubblico, della sua integrità e conoscenza, è stato il filo conduttore di gran parte degli interventi. Dopo l’apertura affidata a Marina Giannetto (Sovrintendente dell’Archivio storico della Presidenza della Repubblica) [audio] le relazioni di Giuseppe Piperata (Associato di Diritto amministrativo presso l’IUAV di Venezia) [audio], Riccardo Pozzo(Dipartimento Scienze Umane e Sociali, Patrimonio Culturale del Consiglio Nazionale delle Ricerche) [audio] e Gustavo Ghidini (Università degli Studi di Milano, Università LUISS Guido Carli) [audio], il quale ha lanciato la proposta di un “doppio binario” per il riuso del patrimonio culturale digitale: accesso libero e gratuito per ricercatori e studiosi; a fronte di un ritorno economico per la PA nei casi di reimpiego a fini commerciali. “In relazione al tipo di accesso per fini editoriali o commerciali – secondo Ghidini  – dovrebbe essere ammesso un compenso in linea con i principi della disciplina autoriale, ponendo in capo all'amministrazione concedente un obbligo di reinvestimento dei ricavi nello sviluppo e nel potenziamento dell'architettura impiegata per la pubblicazione dei dati. Un obbligo che dovrebbe estendersi ai proventi delle operazioni derivate di marketing culturale connesse eventualmente all'uso commerciale dei dati”. È stata così la volta di una tavola rotonda moderata dal giornalista de Il Sole 24 Ore Antonello Cherchi e animata dagli interventi di Valentina Grippo, fellow dell'Accademia [audio], Roberta Guizzi del Servizio Giuridico dell’Agcom [audio], Flavia Piccoli Nardelli, membro della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati [audio], Marco Pierani di Altroconsumo [audio],Eugenio Prosperetti, membro del Tavolo Permanente per l’Innovazione e l’Agenda Digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri [audio], eFerdinando Tozzi, componente del Comitato consultivo Permanente per il Diritto d’Autore [audio]. In chiusura l'intervento di Antonia Pasqua Recchia, Segretario Generale presso il Ministero dei Beni e della Attività culturali e del Turismo [audio]: “Siamo consapevoli della grande responsabilità con la quale dobbiamo affrontare il tema. Da parecchio tempo il ministero si è posto in una posizione di particolare apertura, sia per la presenza di banche dati di archivi e biblioteche sia per la digitalizzazione di opere d'arte, e con licenze d'uso Creative Commons. Vanno però differenziati vari aspetti: la completa accessibilità non deve sempre essere sovrapposta e confusa con la gratuità del dato, perché i dati di qualità costano sotto molti punti di vista. Un altro tema è poi quello della tutela dell'integrità delle opere quando c'è riproduzione, aspetto anche più importante del ritorno economico in senso stretto. Ma di sicuro non dobbiamo temere la pirateria sul patrimonio culturale, perché per quanto servano delle regole bisogna partire dal presupposto che maggiore circolazione significa arricchimento diffuso”. Le conclusioni sono state affidate a Silvia Costa, Presidente della Commissione Cultura al Parlamento Europeo [audio], la quale ha auspicato che “l'Osservatorio lanciato dal Professor Gambino possa espandersi su scala continentale; sarebbe molto importante che cominciassimo, anche grazie all'Accademia, ad avere nuovi luoghi di confronto”. [gallery type="slideshow" ids="18479,18480,18489"]

     

    2 luglio 2015

  • “Bilancio e valutazione d'azienda“, materiali del sesto workshop del Corso avanzato di Alta Formazione “Corporate governance e parità di genere”

    Ha avuto luogo nel pomeriggio di venerdì 7 novembre “Bilancio e valutazione d'azienda“, il sesto workshop del Corso avanzato di Alta Formazione “Corporate governance e parità di genere. Prima applicazione e prospettive“. Le relazioni, ad un tavolo presieduto e moderato dalla Prof.ssa Valeria Falce dell’Università Europea di Roma, Coordinatore scientifico del Corso, sono state introdotte dalla Dott.ssa Barbara Salabè, Presidente e AD di Warner Bros. Entertainment Italia, e hanno avuto come protagonisti l Avv. Francesco Gianni (Socio Fondatore, Gianni Origoni Grippo Cappelli & Partners) e il Prof. Marco Fazzini (Ordinario di Economia Aziendale, Università Europea di Roma). In chiusura, la testimonianza della Dott.ssa Marina Rubini, Amministratore Indipendente in Finmeccanica e Banca Monte dei Paschi di Siena. Di seguito le slide mostrate durante i lavori dell’incontro. I materiali dei precedenti incontri sono disponibili a questo link, il programma completo nel pdf in fondo alla pagina. 10 novembre 2014
  • Marchi, de-linking, società in house e market cooperation: online i nuovi Quaderni di Dimt

    È online il quarto numero del IV Anno di attività dei Quaderni di Diritto Mercato Tecnologia, raccolta trimestrale della nostra Rivista Scientifica. Copertina-Quaderni-Diritto-Mercato-Tecnologia22Il fascicolo si apre con il contributo di Martina Ferraro "La capacità distintiva del marchio e l’utilizzo di parole straniere diventate di uso comune nel linguaggio della rete", nel quale sono contenute riflessioni che muovono da una sentenza con la quale il Tribunale di Firenze è intervenuto su un contenzioso tra due società in merito all'utilizzo di un segno distintivo. Segue "A game-theory perspective on market cooperation", lavoro con il quale Emanuela Delbufalo e Marina Monsurrò propongono un modello matematico in materia di cooperazione tra imprese. "La sentenza Google e la questione delle esternalità dei trattamenti di dati personali" è il contributo con il quale Lorella Bianchi e Giuseppe D’Acquisto, muovendo dalle conclusioni della Corte di Giustizia dell'Unione Europea nella sentenza Google Spain, e con riferimento all'ordine con il quale vengono presentati i risultati di una determinata ricerca, "esplorano la possibilità di consentire alla persona di intervenire in maniera da mitigare l’effetto delle esternalità indotte dal motore di ricerca, offrendo una possibilità ulteriore rispetto a quella di de-linking prevista dalla sentenza, e proponendo il possibile esercizio, nei confronti del trattamento effettuato dal motore di ricerca, di un particolare configurarsi del diritto di rettifica, nei modi e nelle forme che la normativa in materia di protezione dei dati personali e la tecnologia già oggi possono consentire". In chiusura Mario Palma con "Note in tema di giurisdizione della Corte dei Conti in materia di responsabilità per danno erariale degli amministratori delle società in house (nota a margine della sentenza n. 7177 del 26 marzo 2014 delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione)". 10 aprile 2015
  • Sulla pretesa incostituzionalità dell’art. 6, terzo comma, della Legge n. 40 del 2004

    di Carlo Casini e Marina Casini

    La Corte Costituzionale è stata nuovamente chiamata dal Tribunale di Firenze (ordinanza n. 166 del 7 dicembre 2012) [1] a valutare la disposizione del 3° comma dell’art. 6 della Legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita (PMA) [2] nella parte in cui si stabilisce che la richiesta di procedere alla PMA “può essere revocata fino al momento della fecondazione dell’ovulo”.

    La questione non è nuova. Essa era già stata dichiarata inammissibile dalla stessa Corte nella sentenza n. 151 del 2009 che aveva annullato l’obbligo di trasferire in utero tutti gli embrioni generati in provetta, salva l’eccezione di un impedimento (“forza maggiore”) “dovuto allo stato di salute della donna non prevedibile al momento della fecondazione” [3] (art. 14/2). Il Tribunale di Firenze l’ha è ripresentata insieme alla richiesta di annullamento del divieto di sperimentazione distruttiva su embrioni contenuto nell’art. 13 commi 1 e 2 della medesima Legge 40/2004. Abbiamo sottoposto ad esame critico questa parte dell’ordinanza fiorentina in un saggio dal titolo “Lo statuto dell’embrione umano: riflessioni dopo la sentenza costituzionale n. 229 del 2015”, in corso di stampa nel n. 1 del 2016 della rivista “Il diritto della famiglia e delle persone”.

    Ci pare ora opportuno completare la riflessione applicando anche alla discussione sull’art. 6 comma 3 l’orientamento emergente dalla suddetta sentenza 229/2015 [4]. In essa si scrive chiaramente che l’embrione non è una cosa. È una affermazione coerente con l’altra recentissima decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo che nella causa “Parrillo c. Italia” del 27 agosto 2015 [5] ha stabilito che l’embrione non può essere oggetto di proprietà. Se non né una cosa, non è un oggetto; se non è un oggetto, non può essere che un soggetto. In effetti è quanto si legge nella sentenza 229/2015, sia pure con l’annotazione che il bilanciamento del diritto alla vita dell’embrione con altri beni, anche essi costituzionalmente protetti, può condurre ad un affievolimento della “soggettività” (rectius: della tutela) dell’embrione. In ogni caso, anche in questa logica, la qualità di soggetto non viene meno. Va ricordato che la indicazione della sentenza 229/2015 è coerente con i pareri ripetutamente formulati dal Comitato nazionale di bioetica (22 giugno 1996 su “Identità e statuto dell’embrione umano” [6]; 11 aprile 2003 su “Ricerche utilizzanti embrioni umani e cellule staminali” [7]; 15 luglio 2005 su “Considerazioni bioetiche in merito al c.d. Ootide” [8]; 18 novembre 2005 su “Adozione per la nascita di embrioni crioconservati e residuali derivanti da procreazione medicalmente assistita (PMA)” [9]; 16 dicembre 2005 su “Aiuto alle donne in gravidanza e depressione post-partum” [10]) e con la precedente sentenza costituzionale n. 27 del 18 febbraio 1975 in tema di aborto [11], specialmente secondo la interpretazione precisata nella successiva decisione della Consulta n. 35 del 10 febbraio 1997 [12].

    Si comprende allora la ratio del 3° comma dell’art. 6 Legge 40/2004. È una ratio che resiste solidamente alle cesure formulate dal Tribunale di Firenze. Essa parte dall’affermazione che l’embrione è un semplice “materiale genetico” (cioè sostanzialmente una “cosa”) e su questa base sostiene che l’art. 13/3 della Legge 40/2004 viola il diritto fondamentale di autodeterminazione della donna e il principio del necessario consenso informato che condiziona la liceità di ogni intervento terapeutico e che deve non solo precedere, ma anche sussistere, in ogni fase dell’intero percorso sanitario.

    Ma se il concepito non è una cosa (cioè non è un oggetto), ma un soggetto (evidentemente umano), devono essere messi in campo altri valori costituzionali, il primo dei quali è il dovere di mantenimento dei figli (art. 30 Cost.), che non può cedere totalmente neppure nella disciplina dell’aborto volontario alla sola autodeterminazione della donna, tanto è vero che, anche nei primi 3 mesi di gestazione, la liceità della IVG suppone l’esistenza di un pericolo per la salute (art. 4 L. 194/1978[13]) ed esige quindi un bilanciamento nel quale rientrano anche i tentativi di evitare l’aborto con strumenti di vario genere: attesa dei sette giorni, intervento dei consultori, colloquio dissuasivo anche del medico, altri interventi affidati alla discrezionalità delle istituzioni, collaborazione del volontariato: artt. 1-2-5 (sul punto si veda in particolare, la sentenza costituzionale 35/1997). Sullo sfondo vi è la particolare irripetibile condizione della gravidanza con le indicazioni che il legislatore ha ritenuto di dover considerare (il rischio di aborto clandestino, impossibilità di proteggere il figlio senza la collaborazione della madre).

    Inoltre, è assai discutibile che la PMA possa essere assimilata ad una vera e propria terapia: anche se nasce un figlio la sterilità resta e non è sanata; anche se una conturbante selezione embrionale può evitare la nascita di un figlio affetto dalle malattie potenzialmente ereditate dai genitori, la malattia resta.

    Ma, soprattutto, così come deve essere tenuta in considerazione la “particolare situazione della gravidanza”, parimenti deve essere considerata la “particolare situazione” in cui matura la decisione di accedere alle tecniche di PMA. Il dovere costituzionale di mantenere i figli sembra particolarmente intenso dal momento che il figlio è venuto ad esistenza per libera e meditata decisione ed è stato addirittura strenuamente cercato, in qualche caso “ad ogni costo”. Viene in mente il 3° comma dell’art. 47 della legge sull’adozione [14], secondo cui gli aspiranti adottanti possono revocare il loro consenso fino a che non è emanata la sentenza di adozione (“L’adozione produce i suoi effetti dalla data della sentenza che la pronuncia. Finché la sentenza non è emanata, tanto l'adottante quanto l'adottando possono revocare il loro consenso”). È logico: se voglio un figlio (generato naturalmente o artificialmente o ottenuto con l’adozione) finché il figlio non c’è opera in pienezza l’autodeterminazione, ma da quando il figlio compare quanto meno essa non è più l’unico valore da considerare. Bisogna poi riflettere sulla regola generale dell’art. 6/3: essa disciplina ogni forma di PMA (anche quella non in vitro) e riguarda entrambi i membri della coppia richiedente. Perciò, il marito o partner non può ritirarsi dal prestato consenso. Di conseguenza: 1) è legittimo il trasferimento dell’embrione voluto dalla donna, anche a fronte del dissenso del padre; 2) la qualifica del figlio come legittimo o naturale riconosciuto non può essere esclusa con tutti i connessi doveri genitoriali previsti dalle leggi.

    In sostanza, la ratio legis è evidente: con la fecondazione un nuovo essere umano inizia la sua esistenza. Esso è un soggetto titolare di diritti (art. 1), il primo dei quali è quello alla vita: non può dunque essere distrutto, né esposto a rischio di distruzione. Inoltre nascono in favore del nuovo essere umano obblighi soprattutto nei soggetti che lo hanno generato. Il dovere di “mantenerlo” è addirittura di rango costituzionale, sancito com’è dall’art. 30 Cost. (“E’ dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli anche se nati fuori del matrimonio”). In ordine alla PMA questo dovere è particolarmente intenso, dal momento che il figlio è venuto all’esistenza per libera e meditata decisione ed è stato anche strenuamente ricercato.

    Saggiamente la Legge 40/2004 prevede la irrevocabilità del consenso dopo la generazione dell’embrione, ma non prevede nessuna sanzione per il caso che la donna non voglia il trasferimento in utero. Nessuna coazione è possibile [15]. Di fatto il consenso della donna è necessario, ma la norma dell’art. 6/3 resta una guida all’azione, particolarmente importante. Il diritto conosce le norme qualificate “men che perfette”, quelle cioè che prescrivono un comportamento ma non lo sanzionano e non lo attuano in modo alternativo. Ma come è noto la funzione del diritto positivo è prima di tutto preventiva, vuole essere, appunto, una “guida all’azione”. La norma non è quindi inutile. L’esclusione della coercibilità non esclude la ragionevolezza e la legittimità costituzionale della norma che afferma e disciplina l’obbligo. Va di nuovo sottolineata la “particolare situazione” della PMA rispetto alla situazione che si configura nel caso dell’aborto volontario. Quest’ultimo si contraddistingue quasi sempre per il carattere indesiderato della gravidanza: il figlio non è stato programmato ed è dunque inatteso e non voluto. Di regola l’inizio della sua vita non è frutto di autodeterminazione. Invece, nel caso del figlio generato mediante le tecnologie riproduttive non si può certo affermare che l’eventuale gestazione è “indesiderata”. L’autodeterminazione si esprime senza ambiguità e decide di generare il figlio. Nel campo della PMA, la maggior parte delle cause incidenti sulla salute e che la Legge 194/1978 considera come indicazioni per l’eliminazione dell’embrione – cause familiari, sociali, economiche, circostanze in cui è avvenuto il concepimento – sono state già adeguatamente prese in considerazione dalla donna (e dalla coppia), e ritenute insussistenti o ininfluenti. La volubilità del giudizio è difficilmente razionalizzabile nella PMA.

    La questione del consenso informato è fuori luogo. Abbiamo visto che di fatto per il trasferimento dell’embrione in utero – in quanto non coercibile – occorre il consenso della donna. Naturalmente – come era già previsto nel testo originario della Legge 40/2004 – alcune cause oggettive di forza maggiore possono impedire il trasferimento in utero degli embrioni generati.

    La sentenza costituzionale 151/2009 ha ampliato questa possibilità annullando il limite massimo di tre embrioni generabili nell’unità di un ciclo e l’obbligo del loro immediato trasferimento. Si noti, tuttavia, che la Consulta, pur intervenendo sul 3° comma dell’art. 14, non ha annullato il principio, ivi scritto, di un dovere di trasferimento, manifestato dalle parole “da realizzare non appena possibile”, principio coerente con l’irrevocabilità del consenso una volta avvenuto il concepimento, fissato nel 3° comma dell’art. 6. Tanto più significativa è – dunque – la infondatezza del dubbio di costituzionalità che la sentenza 151/2009 aveva già dichiarato inammissibile. Si aggiunga che nella sentenza ora citata la preoccupazione di salvaguardare la vita dell’embrione, nonostante l’allentamento dei limiti originariamente stabiliti dalla Legge 40/2004, emerge dalla consapevole e motivata conservazione del principio secondo cui le tecniche di produzione non devono creare un numero di embrioni superiore a quello strettamente necessario.

    Sembra, dunque, che la questione di costituzionalità debba essere considerata infondata.

    Va osservato anche che le sentenze costituzionali 96/2015 [16] e 229/2015 hanno già tolto dalla legge l’obbligo – che abbiamo visto essere sostanzialmente una semplice “guida all’azione” – di trasferire gli embrioni ritenuti “malati” mediante accertamenti genetici. Ma si tratta di una eccezione alle regole generali, motivata da ragioni sanitarie, che non fa venire meno la irrevocabilità del consenso dopo la formazione dell’embrione non giudicato “malato”. E, ancora una volta, va constatata, nonostante tutto, nella decisione 96/2015, la preoccupazione per la vita del concepito mediante l’auspicio di un intervento legislativo idoneo a garantire rigorosamente la serietà e la gravità dei rischi per la salute del figlio mediante “la individuazione delle patologie che possono giustificare il ricorso alla PMA delle coppie fertili e delle procedure di accertamento ed una opportuna previsione di forme di autorizzazione e di controllo delle strutture abilitate ad effettuarle”, alla stregua del “criterio normativo di gravità”.

    In ogni caso per i nove embrioni crioconservati che le parti attrici vorrebbero sottoporre a sperimentazione distruttiva, non esiste più il problema della irrevocabilità del consenso al trasferimento in utero per effetto delle sentenze 96/2015 e 229/2015. Dunque la questione è irrilevante e come tale appare inammissibile qualora non dovesse essere ritenuta – come sembra giusto – infondata.

    Note

    [1]Tribunale di Firenze, Ordinanza 7 dicembre 2012, n. 166, in Gazzetta Ufficiale, 17 luglio 2013, Prima serie speciale n. 29, pp. 65-76.

    [2]Legge 19 febbraio 2004, n. 40. Norme in materia di procreazione medicalmente assistita, in Gazzetta Ufficiale, 24 febbraio 2004, n. 45.

    [3]Corte Costituzionale, Sentenza 1° aprile-8 maggio 2009, n. 151, in Gazzetta Ufficiale, 13 maggio 2009, n. 19.

    [4]Id., Sentenza n.229 del 21 ottobre – 11 novembre 2015, in Gazzetta Ufficiale, 18 novembre 2015, Prima serie speciale n. 46, pp. 9-12 (http://www.iss.it/binary/rpma/cont/sentenza_CC_229_2015.pdf).

    [5]European Court of Human Rights – Grand Chamber, Case of Parrillo v. Italy (Application no. 46470/11) (http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato565751.pdf ).

    [6]Comitato Nazionale per la Bioetica, Identità e statuto dell’embrione umano,22 giugno 1996, in Medicina e Morale, 1997, 2, pp. 328 – 349.

    [7]Id., Parere su Ricerche utilizzanti embrioni umani e cellule staminali, 11 aprile 2003, in Medicina e Morale, 2003, 4, pp. 725 – 726.

    [8]Id., Considerazioni bioetiche in merito al c.d. “ootide”, 15 luglio 2005 (http://presidenza.governo.it/bioetica/testi/Ootide.pdf).

    [9]Id., Adozione per la nascita degli embrioni crioconservati e residuali derivanti da procreazione medicalmente assistita (PMA), 18 novembre 2005 (http://presidenza.governo.it/bioetica/testi/APN.pdf).

    [10]Id., Aiuto alle donne in gravidanza e depressione post-partum,16 dicembre 2005 (http://presidenza.governo.it/bioetica/testi/aiuto_donne_gravidanza.pdf).

    [11]Corte Costituzionale, Sentenza n. 27 del 18 febbraio 1975, in Giurisprudenza Costituzionale, 1975, I, pp. 117 – 120.

    [12]Id., Sentenza 30 gennaio-10 febbraio 1997, n. 35, in Giurisprudenza costituzionale, 1997, I, pp. 281-293.

    [13]Legge 22 maggio 1978, n. 194, Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza, in Gazzetta Ufficiale, 22 maggio 1978, n. 140.

    [14]Legge 4 maggio 1983, n. 184, Diritto del minore ad una famiglia come modificata dalla Legge 28 marzo 2001, n. 14 (in Gazzetta Ufficiale, Gazzetta Ufficiale, 26 aprile 2001, n. 96).

    [15]Certamente, di fronte al persistente rifiuto della donna, non è possibile (né sarebbe opportuno) il ricorso al trasferimento forzoso assolutamente non previsto dalla legge, né dalle norme sul trattamento sanitario obbligatorio. L’art. 13 della Costituzione vieta qualsiasi restrizione della libertà personale che non sia disposta dall’autorità giudiziaria e l’art. 32 Cost., al comma 2, stabilisce che “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento se non per disposizione di legge”. Conseguentemente la Legge n. 833 del 23 dicembre 1978 sul servizio sanitario nazionale afferma, all’art. 33, che “gli accertamenti e i trattamenti sanitari sono di norma volontari ”. Tra le eccezioni vi è quella della Legge n. 180 del 13 maggio 1978 sulla riforma nell’assistenza psichiatrica, nella quale, peraltro all’art. 1 è ribadito il principio che “gli accertamenti e i trattamenti sanitari sono volontari ”. Dunque è certo che l’embrione non può essere trasferito coattivamente nelle vie genitali della donna che in extremis lo rifiutasse.

    [16]Corte Costituzionale, Ordinanza n. 96 del 14 maggio-5 giugno 2015, in Gazzetta Ufficiale, 10 giugno 2015, n. 23.

    19 febbraio 2016