DIMT.IT - michele

  • “Verso il nuovo regolamento europeo sulla privacy”: video, audio e materiali del convegno dell'Accademia Italiana del Codice di Internet

    Di seguito i video, gli audio e i materiali di “Governance di Internet ed efficienza delle regole: verso il nuovo regolamento europeo sulla privacy”, evento organizzato dall’Accademia Italiana del Codice di Internet nella giornata di giovedì 13 novembre 2014 presso la sala Spazio Europa, nel centro di Roma, alla vigilia dell’approvazione del nuovo Regolamento generale per la protezione dei dati personali, prevista nel prossimo Consiglio europeo del 4-5 dicembre.

    Leggi il report della giornata

    Ascolta l'audio integrale dei lavori

    Relazione Introduttiva

    Prof. Alberto Maria Gambino, Presidente Accademia Italiana del Codice di Internet

    Consulta il position paper dell'Accademia

    Keynote speech

    Prof. Stefano Rodotà, Presidente Commissione per i diritti e i doveri relativi ad Internet presso la Camera dei Deputati

    Parte 1 Parte 2

    Interventi

    Antonello Soro, Garante per la protezione dei dati personali

    Anna Masera, Responsabile della comunicazione presso la Camera dei Deputati

    On. Lorenza Bonaccorsi, Commissione Parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi 

    LEGGI l'intervento dell'On. Michele MetaPresidente della Commissione Trasporti, Poste e Comunicazioni presso la Camera dei Deputati

    Discussant

    Prof. Salvatore Sica, Università di Salerno e Accademia Italiana del Codice di Internet

    "La privacy: meno regole, più diritto"

    Prof. Giorgio Resta, Università di Bari e Accademia Italiana del Codice di Internet

    Cooperazione e competizione regolatoria nei rapporti EU-US: la Proposta di Regolamento alla luce del c.d. Datagate

    Prof.ssa Valeria Falce, Università Europea di Roma e Accademia Italiana del Codice di Internet

    One stop shop ed efficienza dell’azione di vigilanza"

    Consulta le slide della Prof.ssa Falce

    Prof. Oreste Pollicino, Università Bocconi e Accademia Italiana del Codice di Internet

    Interpretazione o manipolazione? Ovvero il senso della Corte di giustizia per la protezione dei dati personali nelle decisioni Google Spain e Digital Rights Ireland"

    26 novembre 2014
  • 2004-2014: cosa resta della legge n.40?

    di Michele Sesta, Professore ordinario di diritto civile nell’Università di Bologna [*] Per rispondere al quesito posto dal titolo della relazione occorre richiamare la situazione precedente all'entrata in vigore della legge numero 40 2004. Come tutti ricorderanno, l'ordinamento non prevedeva alcuna regolamentazione, tanto che si parlava a proposito delle tecniche di procreazione medicalmente assistita di vero e proprio far west, per indicare una situazione priva di leggi. In un simile contesto, la legge numero 40 si presentò quantomai restrittiva nel disciplinare la materia, nel dichiarato intento di limitare il ricorso alle tecniche che venne consentito solo in favore di coppie sterili qualora non vi fossero altri metodi terapeutici efficaci per rimuovere le cause di sterilità o infertilità. I limiti trovavano la loro giustificazione nella volontà del legislatore di assicurare i diritti di tutti i soggetti coinvolti nel procedimento procreativo, compreso il concepito, che venne per la prima volta espressamente elevato al rango di soggetto, in favore del quale furono espressamente dettate specifiche misure di tutela. Il legislatore statuì dunque che l'embrione, in quanto vita umana, meriti la tutela della propria dignità ancorché detta tutela in linea di principio non debba necessariamente assumere le forme riservate alla persona vivente. Da questo presupposto discendono e trovano giustificazione le singole disposizioni della legge, i limiti e i divieti, che sono volti a definire una sfera di intangibilità dell'embrione. La storia della legge è nota: è la storia dell'erosione progressivamente attuatasi in forza di interventi di varia natura e provenienza. In primo luogo occorre ricordare che la legge venne sottoposta a quesiti referendari. Ancorché poi i referendum non abbiano sortito effetti, è rilevante ricordare che la Corte costituzionale non ammise quello relativo alla completa abrogazione della legge stessa, mentre aveva invece ammesso quelli relativi all'abrogazione di norme ritenute dai proponenti particolarmente restrittive, quali il divieto di fecondazione eterologa e il divieto di diagnosi preimpianto, nonché le norme che limitano l'accesso alle tecniche ai soli casi di infertilità o sterilità. A ben vedere, già tale ammissione faceva presagire gli sviluppi futuri. Infatti nel corso del tempo molti di questi divieti sono caduti. Al riguardo occorre ricordare la problematica delle indagini preimpianto, che oggi si ritengono ammesse e che sono state consentire in giurisprudenza anche con riferimento a coppie non sterili. Deve ancora ricordarsi l'intervento della corte costituzionale del 2009, che dichiarò l'illegittimità dell'articolo 14 comma due della legge 40 limitatamente alle parole riferite alla necessità di un unico e contemporaneo impianto di embrioni, comunque non superiore a tre. Come noto questa sentenza ha di molto attenuato anche il divieto di crioconservazione degli embrioni. Ma il vero colpo alla legge è stato dato dalla recente sentenza della Corte costituzionale che ha abrogato il divieto di fecondazione eterologa. In assenza della motivazione, si possono fare solo congetture: quello che è chiaro è che la Corte non ha ritenuto evidentemente meritevole di copertura costituzionale la ratio sottostante il divieto, che a mio parere era stato posto legittimamente dal legislatore. Occorre, infatti, ricordare che la peculiarità della fecondazione eterologa è quella di dar vita ad una scissione tra identità sociale e identità biologica del nato, il quale acquisisce il medesimo status che competerebbe ad un figlio concepito naturalmente e vede così negato il proprio legame con colui che lo ha generato. Sotto altro riguardo, occorre considerare che il cosiddetto donatore non assume alcun legame con il figlio ed anche questo poteva ritenersi in contrasto con gli obblighi genitoriali previsti incondizionatamente dalla costituzione. Allo stato, quindi, della legge 40 residuano operanti i seguenti profili: a) la soggettività dell'embrione, quale motivo di fondo della legge e quale dato normativo acquisito al sistema; b) il divieto di accesso alle tecniche da parte di persone non sterili, di coppie dello stesso sesso, nonché di fecondazione della donna single; c) il divieto della fecondazione post mortem; d) il divieto della maternità surrogata; e) tutti gli altri divieti previsti dagli artt. 12,13 e 14 della legge, ovviamente nei limiti in cui non confliggano con i successivi interventi. La recente sentenza della Corte sembra porre questioni relative allo status del nato, che, invero, a me paiono in gran parte già risolte dalla normativa in vigore. [*] L'intervento è parte degli Atti del Convegno "Quale diritto per i figli dell’eterologa?" che ha avuto luogo nel pomeriggio di martedì 3 giugno 2014 presso la Sala della Regina della Camera dei Deputati. 10 giugno 2014
  • Autovelox, ora i Comuni devono adeguarsi

    di Michele Contartese La Corte Costituzionale con la sentenza 113/2015 depositata lo scorso 18 giugno 2015 (Presidente Criscuolo, Relatore Carosi) ha dichiarato l’incostituzionalità dell’art. 45, comma 6, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), nella parte “in cui non prevede che tutte le apparecchiature impiegate nell’accertamento delle violazioni dei limiti di velocità siano sottoposte a verifiche periodiche di funzionalità e di taratura”. Tale pronuncia interviene dopo l’affermazione di un, oramai, consolidato orientamento della Corte di Cassazione che soleva distinguere gli autovelox mobili in dotazione alle pattuglie delle forze di Polizia da quelli posizionati sulle strade che funzionano, invece, autonomamente, prevedendo solo a carico di quest’ultimi l’obbligo di verifiche periodiche. Tale orientamento trovava le proprie basi nei principi fissati dal Ministero delle Infrastrutture nel 2005 (a integrazione del Decreto ministeriale del 29 ottobre 1997) che escludeva la necessità di verifiche periodiche per gli strumenti «impiegati sotto il controllo costante degli operatori di polizia stradale». La Corte di Costituzionale ha superato tale orientamento ritenendo, invece, che qualsiasi strumento di misura, “specie se elettronico, è soggetto a variazioni delle sue caratteristiche e quindi a variazioni dei valori misurati dovute ad invecchiamento delle proprie componenti e ad eventi quali urti, vibrazioni, shock meccanici e termici, variazioni della tensione di alimentazione”. Pertanto, a causa dell’obsolescenza e del deterioramento che possono subire gli elementi elettronici che costituiscono l’autovelox, potrebbe essere pregiudicata non “solo l’affidabilità delle apparecchiature, ma anche la fede pubblica che si ripone in un settore di significativa rilevanza sociale, quale quello della sicurezza stradale”. La Corte Costituzionale, a tal fine, nella propria pronuncia ricorda che l’art. 142, comma 6, del D.lgs. n. 285 del 1992 dispone che «Per la determinazione dell’osservanza dei limiti di velocità sono considerate fonti di prova le risultanze di apparecchiature debitamente omologate, […] nonché le registrazioni del cronotachigrafo e i documenti relativi ai percorsi autostradali, come precisato dal regolamento». Dunque, tutti gli apparecchi utilizzati per rilevare l’eventuale superamento dei limiti di velocità debbono essere periodicamente verificati, in modo tale da garantire la sicurezza dei cittadini ma anche l’affidamento dei cittadini medesimi nelle Istituzioni chiamate a garantire la sicurezza stradale. Si può, quindi, pacificamente concludere che, alla luce della sopra richiamata sentenza, gli automobilisti potranno ottenere, previo ricorso, l’annullamento del verbale per eccesso di velocità emesso da un autovelox non sottoposto a controlli periodici. Sarà opportuno, dunque, che i Comuni e gli altri soggetti che vorranno utilizzare gli autovelox provvedano ad un controllo periodico degli stessi, in modo che al momento del rilevarsi di violazioni, i verbali erogati riportino l’attestazione della data dell’ultima taratura degli apparecchi utilizzati. Solo così, potranno evitare facili contestazioni da parte degli automobilisti, che troverebbero sicuro accoglimento dinanzi ai Giudici di Pace o dinanzi ai Prefetti. 23 giugno 2015
  • Codice dell’ordinamento giudiziario

  • Copyright e Web: due mondi paralleli? Antonio Nicita, Fabio Macaluso e Michele Boldrin a Radio Radicale

    Per il professore e neoeletto commissario Agcom Nicita "non bisogna dare alcuni diritti come ben definiti fin dall'inizio e proteggerli online esattamente come si faceva prima. Ma l'effetto della pirateria massiva esiste e va studiato anche quello". L'avvocato Macaluso: "Occorre ampliare il granaio del pubblico dominio e ridurre i tempi del diritto d'autore" . Il professor Boldrin: "Noi non dobbiamo preoccuparci di come possa sopravvivere l'industria che ruota intorno a tecnologie superate, anche l'industria delle candele è fallita con l'invenzione della lampadina" [caption id="attachment_3884" align="alignright" width="300"]Ascolta in podcast la puntata dell'8 dicembre Ascolta in podcast la puntata dell'8 dicembre[/caption] Un tema caldo come quello del rapporto tra Copyright e nuove tecnologie e un gruppo di ospiti di alto profilo: la ricetta per un dibattito di spessore. Come quello andato in onda nella puntata di domenica 8 dicembre di “Presi per il Web”, trasmissione di Radio Radicale che ha avuto ai propri microfoni Antonio Nicita, docente di politiche microeconomiche e regolazione dei mercati della Sapienza e neoeletto commissario dell'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM), Fabio Macaluso, avvocato autore di “E Mozart finì in una fossa comune. Vizi e virtù del Copyright” [LEGGI la segnalazione editoriale di Dimt] e Michele Boldrin, Professore alla Washington University di Saint Louis, coordinatore nazionale di Fare per Fermare il Declino e co-autore del volume "Abolire la proprietà intellettuale". Con la conduzione di Marco PerducaMarco Scialdone e Fulvio Sarzana e la collaborazione di Marco Ciaffone e Sara Sbaffi, la puntata ha così puntato il faro sui più intricati nodi in materia di creatività e circolazione delle opere dell'ingegno e loro relativa tutela su nuovi media. La differenza di vedute si costruisce su uno sfondo comune, quello che vede la digitalizzazione dell'informazione e della comunicazione aver alterato per sempre il modo in cui le persone creano, distribuiscono, usano e accedono alle informazioni e ai contenuti, con l’emersione di culture partecipative esplose nelle piattaforme di disintermediazione per la distribuzione di contenuti e spesso per la loro generazione e "rigenerazione", con una speculare innovazione delle occasioni di produzione culturale. Tutte dinamiche che portano a chiedersi: quali sono i confini di una regolazione che vuole da un lato preservare la giusta ricompensa per chi crea anche in quest'epoca digitale ma deve evitare di porsi come un freno per la circolazione dei contenuti dell'industria dell'intrattenimento e della cultura in senso lato? DIRITTI - "Il diritto d'autore - ha esordito Macaluso - gioca il suo ruolo da più di un secolo, dalla firma della Convenzione di Berna arrivata sotto la spinta romantica di autori come Emile Zola, e da allora ha dovuto seguire l'evoluzione tecnologica. Già all'epoca della nascita di radio e televisione si è parlato rivoluzione della comunicazione e del suo impatto sulla società e quindi sul diritto, ma in questo senso mi preme sottolineare che i fenomeni della prima ora di quei media sono stati in un certo senso assorbiti da un mercato che ha visto nascere e imporsi grandi player. Proprio come sta accadendo in rete, dove poche industrie, penso a Google ed Apple , controllano gran parte di ciò che accade su quel mezzo". "Il diritto d'autore - ha proseguito l'avvocato - in Italia regolato da una legge nata nel 1941 e modificata da infinite 'toppe' e commi a volte incomprensibili, è qualcosa col quale dovremo tuttavia sempre convivere, e ha delle declinazioni che gli permettono di adattarsi alla nuova realtà. Ad esempio, occorre uscire da un regime incondizionato del copyright che fa si che la tutela sia troppo estesa, quando bisogna invece allargare il granaio del pubblico dominio per permettere le operazioni oggi naturali sulla rete come la copia e il mashup. E anche la durata attuale del diritto d'autore appare eccessiva". "La pirateria - ha chiosato Macaluso - contribuisce all'allargamento della fruizione di contenuti digitali, ma bisogna capire se questo contribuisce al processo democratico. E in fondo, l'aumento dei tempi di fruizione di contenuti frivoli non è una buona notizia. In questo senso la pirateria, nell'ottica di una sempre più massiccia offerta di contenuti, non è un'azione sovversiva di utilizzo della rete ma contribuisce al processo di uniformazione culturale che appiattisce il dialogo all'interno della comunità o peggio ancora sottrae agli stessi membri della comunità energie e capacità critica che fanno avanzare i sistemi di democrazia liberale". Dopo di lui Nicita, che ha disegnato un più ampio riferimento alla disciplina della concorrenza: "Non avendo ancora accesso al lavoro svolto in Agcom - ha detto facendo riferimento al regolamento antipirateria che l'Authority si appresta ad approvare - non mi occuperò in maniera diretta del provvedimento. Sul resto, si pone un problema centrale per i diritti di proprietà tout court, in merito ai quali l'approccio sta segnando un'evoluzione. Ovviamente i diritti di proprietà sui beni intangibili offrono il problema dell'accesso, ma questo riguarda i diritti di proprietà in sé e, da un punto di vista economico, la relazione fra diritti e mercato, che è il rapporto sul quale è nata e cresciuta l'antitrust". "Un tema interessante  - ha continuato Nicita - è che i beni immateriali negli ultimi vent'anni hanno portato a guardare i diritti non solo sul fronte della tutela e del relativo enforcement ma come problema di accesso e dei suoi confini. In questo senso il dibattito antritrust anche a livello europeo è stato risolto varie volte guardando alla relazione che si instaura tra l'esercizio di un diritto di proprietà intellettuale, ovviamente protetto nella sua sfera esclusiva del diritto da una configurazione di monopolio, e la posizione che lo stesso occupa sul mercato". "La Commissione europea - ha spiegato - dal canto suo ha indicato la possibilità che certi diritti che definiscono un dato uso e un dato mercato possono essere input per la creazione di nuovi prodotti su altri mercati. Il trade off, l'alternativa inconciliabile tra la quale decidere per la creazione di un processo di evoluzione del benessere sociale è proprio quella tra la tutela del diritto individuale tout court e quella che è la tutela dei consumatori nell'ambito dei processi innovativi. Io credo che per guardare all'evoluzione dei prodotti immateriali sia questo l'approccio che deve guidarci, e quindi non dare per acquisito un diritto ma in qualche modo capire come quel diritto si adegua all'evoluzione dei mercati e individuare ogni volta la soluzione che massimizza quel trade off". DISTRIBUZONE - Nicita ha poi chiosato: "La tecnologia non ha permesso solo un accesso libero ma ha frammentato gli usi e i diritti relativi agli usi dei beni immateriali in modo tale da riuscire anche a vietare l'accesso, a reindirizzarlo o a ritardarlo. In questo senso a volte una protezione legale molto forte unita alla capacità di un esercizio tecnologico altrettanto intrusivo rischia di portare a overprotection e inefficienza. E in termini generali prima della messa a punto di policies di enforcement occorre effettuare un'analisi e una survey di impatto economico dei fenomeni, una corretta definizione di quella che chiamiamo pirateria e di quella varietà di strumenti e usi intermedi dispersi sui vari mezzi, oltre che l'elaborazione di una teoria della deterrenza". L'intervento di Michele Boldrin nell'ultima parte della trasmissione ha spostato il focus sull'industria dell'intrattenimento, con un punto di vista radicale: "La disciplina del diritto d'autore servirebbe a massimizzare la quantità di un dato bene che i consumatori possono ricevere legalmente e a prezzi corrispondenti ai costi. Quando cambia la tecnologia devono cambiare dunque inevitabilmente anche i sistemi di distribuzione e produzione, e questo è il punto di fondo che i difensori del copyright vecchia maniera perdono di vista, perché l'attuale regime di copyright crea pochissimo incentivo alla creazione di nuovo materiale". "Il continuo estendersi dei termini del copyright - ha proseguito Boldrin - porta ad esempio benefici solo a poche case discografiche e cinematografiche, non certo agli artisti o ai consumatori. Il secondo punto importante è che la tecnologia digitale permette una distribuzione molto più economica e allarga il mercato. E se qualcuno nell'industria lamenta la perdita di introiti non può diventare un problema per la comunità, perché anche l'industria delle candele è fallita quando è stata inventata la lampadina elettrica. Non c'è ragione che una tecnologia superata sopravviva per sempre". Sul tema Macaluso ha parlato di una sistema dove "il nuovi soggetti dell'online hanno una posizione di forza nei confronti dei soggetti dell'industria precedente ma allo stesso tempo ne hanno bisogno. Come per Amazon, che necessita del lavoro degli editori pur divorandoli e ha la possibilità di imporre loro un prezzo di copertina comunque alto. In questo senso i nuovi tengono in vita i vecchi in un rapporto di reciproca dipendenza". In chiusura, Nicita: "Non dobbiamo pensare che tutto ciò che è protetto da copyright o potrà esserlo va trattato allo stesso modo. La questione del mondo di Internet è complessa e non mi sento certo di avere la soluzione in tasca. Non mi sembra tuttavia che la risposta possa essere acquisire dei diritti come ben definiti fin dall'inizio e da proteggere semplicemente online esattamente come si faceva prima. È vero che c'è anche un tema sulla distribuzione da affrontare, perché l'effetto della pirateria massiva esiste e va studiato". LEGGI "Revisione del Copyright UE, al via la consultazione pubblica. Il Commissario Barnier: “Dobbiamo metterci al passo coi tempi" Foto in home page: Chrisoncars.com 9 dicembre 2013
  • Giustizia Digitale: Processo civile telematico tra prospettive taumaturgiche e paura di fallimento

    di Michele Gorga La distanza tra paese reale e paese legale sembra di colpo pareggiare, ritrovandosi nel comune grido emergenziale di tutti i capi degli uffici giudiziari della Repubblica. Uno dei temi trattati, in tutte le relazioni in sede di apertura dell’anno giudiziario, è stato quello relativo al PCT al centro di tutte le riflessioni che ne hanno fatto emerge aspetti sconfortanti. Si è preso atto che vi sono ancora troppi segmenti della riforma non attuati e se dal 1 gennaio è divenuto vincolante nei Tribunali il deposito delle memorie endoprocessuali queste sono state limitate ai soli fascicoli nuovi. Per il giudizio di appello la consolle del magistrato non è ancora sviluppata e la carenza mette in pericolo il rispetto della scadenza fissata a metà del 2015. Dappertutto si segnalano carenze di personale e di progressivo decadimento dei servizi. Più che incertezze, poi, vi è la certezza dell’ inadeguatezza della rete Giustizia già oggi con i carichi attuali e non si ha alcuna fiducia sulla sua solidità nel momento in cui, con l’attuazione del PCT la stessa sarà chiamata a sopportare carichi maggiori di quelli attuali. Già oggi, poi, abbiamo risposte che sono inversamente proporzionale tra la domanda dello strumento informatico e la risposta del calo delle prestazioni dello stesso. È esperienza quotidiana per gli avvocati tentare l’accesso ai servizi ed essere rifiutati senza alcuna informazione e troppo spesso le operazioni telematiche degli avvocati si interrompano durante la loro esecuzione, costringendo a ripetere le procedure con notevole dispendio di tempo e di forza lavoro. La stessa cosa accade alle Cancellerie, mentre i provvedimenti dei giudici spesso spariscono dal sistema, con enormi incertezze e dispendio di tempo e risorse. La stessa utilità dello strumento scema di fronte alle numerose interrogazioni che occorre fare e che ne evidenziano l’inadeguatezza infrastrutturale, in relazione alla normativa procedurale. Nella corsa torrenziale verso l’avvio del PCT , la politica e l’amministrazione, non hanno tenuto conto di quanto da anni è stato segnalato dai giuristi informatici – non essendo il processo telematico solo figlio dell’ultimo governo – che tecnicamente realizzare il PCT significa, anche, costruire e aggiornare banche dati interoperabili, registrare digitalmente la documentazione, gestire in forma telematica gli scambi informativi tra gli attori del sistema attraverso la PEC e la firma digitale, sostituire il fascicolo cartaceo con il fascicolo elettronico. Su tutto questo poi la necessità di avere dotazioni hardware e software diffuse in tutte le sedi giudiziarie e la costruzione di modelli di relazioni interne ed esterne coerenti con la progressiva realizzazione del PCT; una complessiva riprogettazione delle unità operative interne all’organizzazione stessa, di ridefinire una serie di indicatori capaci di ausiliare la struttura magistratuale e amministrativa nel governo delle risorse, innescando momenti costanti di revisione organizzativa e professionale di tutti gli attori sociali del processo. Innovare nella giustizia non significa, infatti, digitalizzare, così come troppi pensano, l'esistente ma semplificare la procedura del processo attuale perché l’uso della telematica ha senso solo se si prende atto che la ragione della sua essenza sta nella ripetizione, in pochi decimi di secondi di innumerevoli operazioni complesse, ma dinnanzi ad una complessa procedura ridonante, come l’attuale, che si avvita su se stessa il risultato telematico non potrà non essere che quello dell’avvitamento su se stesso.
    Processo telematico, Panzani (Pres. Corte d’Appello di Roma): “Troppo poco si è fatto per garantire la completa attuazione” Processo Civile Telematico: l’indicazione degli atti depositabili Processo Civile Telematico, entrano in vigore i nuovi obblighi di deposito. L’analisi della norma e i grafici che ne riassumono le principali novità
    27 gennaio 2015 Immagine in home page via consiglionazionaleforense.it
  • Intervista a Michele Mezza (Rai): "Il libro non è più un prodotto finito, ma un forum polifonico. Il servizio pubblico garantisca il diritto del cittadino a produrre informazione. E i tg locali diventino navigatori dei territori"

    di Marco Ciaffone [*] Un radicale cambio di prospettiva che porta assetti consolidati nei decenni a dover scendere a patti con le nuove logiche di consumo dei prodotti dell'industria culturale e un servizio pubblico radiotelevisivo rimasto troppo indietro su tutti i fronti aperti dalla rivoluzione digitale. Michele Mezza, giornalista Rai, saggista e docente universitario, descrive un sistema che, già profondamente mutato dal dilagare delle nuove tecnologie, è chiamato a giocare una partita che ne investe ogni aspetto fondamentale. Già inviato del Giornale radio in Urss e in Cina, Mezza nel 1993 ha collaborato al piano di unificazione del Gr e nel 1998 ha elaborato il progetto di RaiNews 24. Il giornalista sarà ospite, il prossimo mercoledì 7 maggio, presso l'Università Europea di Roma nel corso di Sociologia del Professor Paolo Sorbi. Lei si definisce "autore cross-mediale", ci spiega in che termini declina questa espressione? La cross medialità è l'utilizzo di un linguaggio adattato a media e piattaforme diverse. Un discorso centrale nel mondo che viviamo perché la vera partita della comunicazione si gioca sulla capacità di adattare lo stesso contenuto a modelli di fruizione sempre più diversificati. E non è un mero discorso di riversamento in formati diversi, perché è la stessa struttura semantica di ciò che si produce a cambiare, perché il contenitore condiziona e in parte determina il contenuto. I media stanno finendo per interferire e ridefinire la nostra stessa struttura antropologica, perché non c'è quasi più attività umana che non implichi una negoziazione con un software, che non va subito in maniera passiva ed è esso stesso in continuo adattamento al contesto sociale in cui viene utilizzato. Ecco, il nodo centrale è proprio la gestione di questa negoziazione, con la consapevolezza che prima ancora e più della tecnologia esistono una serie di relazioni umane che determinano la formattazione della tecnologia stessa. Nel suo libro "Avevamo la Luna. L'Italia del miracolo sfiorato, vista cinquant'anni dopo" è presente una ricca serie di qr code che permettono di "interagire" col libro e fruire di materiale multimediale. Un esempio di come la convivenza tra carta e digitale passi da un dialogo tra i supporti più che da una sostituzione tra gli stessi. Ma è modello destinato a lunga vita o è comunque un buon modo, ma solo quello, di gestire quella che appare una inevitabile integrale transizione al digitale, ai suoi linguaggi, al suo essere ormai paradigma dominante? In questo libro la carta diventa una piattaforma multimediale grazie all'adozione di codici a barre di secondo livello. Sul discorso della prospettiva, stiamo parlando di una materia precaria e instabile, e parlare guardando il futuro nella palla di vetro sarebbe un esercizio puramente retorico. Possiamo però affermare che in questa fase la convivenza interattiva dei due formati è un modo per prolungare l'agonia della carta, che si propone così anch'essa come supporto di materiale comunque digitale e multimediale. Bisogna fare tuttavia attenzione a non ridurre tutto ad un mero discorso tecnologico, in quanto questione che va affrontata con profondità storica e sociologica: la carta è figlia di un linguaggio iconico, la stessa lettura è un'esperienza relativamente recente nella nostra specie, ma soprattutto è una parentesi che si sta chiudendo. Ci sono fior di sociologi che sostengono che noi non siamo fatti per leggere, ma per usare le immagini per comunicare. Ecco, con le tecnologie digitali stiamo recuperando questo istinto prevalente, così come i social network sono il recupero di un modello di socialità che è stato distrutta dal fordismo. La rete ha recuperato elementi connaturati nell'uomo, non ne ha imposti di nuovi. Un discorso che investe in pieno anche il giornalismo... Credo che il giornalismo sia la lente di ingrandimento di questo processo. Anche in questo settore vediamo una fase iniziale caratterizzata da uno scambio di comunicazione che avveniva in termini comunitari; le forme con le quali il giornalismo ha mosso i primi passi nel Cinquecento e nel Seicento erano mutuate dal passa parola. Poi c'è stata la fase fordista del giornalismo, che ha ricalcato il modello industriale, con redazioni costruite nello stile della fabbrica. Oggi si sta tornando ad una orizzontalizzazione del processo produttivo, mentre dall'altra parte sta avvenendo un fenomeno di rottura con il giornalismo tout court, che sta assumendo sempre più i tratti di un'attività relazionale. Intendo dire che si producono sempre più informazioni tramite le attività relazionali di base, più che per una professione specializzata. Tornando allo specifico dell'editoria libraria, dal self publishing alle nuove forme di tutela dei diritti d'autore la vera questione aperta resta sempre quella della monetizzazione dei contenuti che vengono prodotti e diffusi online, quali sono i principali nodi da sciogliere in questo senso? Ripeto, quello in gioco è un processo antropologico, in merito al quale io penso che il trend sia quello di una sempre maggiore riduzione dell'attività di un'editoria industriale, cioè di un sistema che produce e organizza il modo di distribuire il sapere su un format come il libro di carta. Sta morendo l'idea stessa di un libro come prodotto finito, figlio di una filiera fatta di passaggi preordinati e sempre uguali con un output definito; con mille gradualità sta finendo il modello di un prodotto con la parola fine, per entrare in un ragionamento polifonico di un libro come forum, ed è naturale conseguenza il fatto che il diritto d'autore come l'abbiamo conosciuto stia arrivando al capolinea. La cultura del remix sta giustamente uccidendo il copyright tradizionale. Anche qui ci sono mille graduazioni e una guerra infinita che deve però fare i conti con una crescente richiesta di partecipazione alla produzione ma, soprattutto, di riuso, modifica ed evoluzione di ciò che è stato prodotto altrove. In un articolo di pochi giorni fa pubblicato su Key4Biz lei è stato particolarmente duro nei confronti delle iniziative messe in campo dalla Rai, che "giocherebbe nel suo giardino interno". Cosa vuole dire? Il sevizio pubblico sconta una serie di drammatiche distrazioni ed errori epocali che affondano le radici in un tempo ormai lontano. Si sono persi troppi treni e quindi la vera partita. Il servizio pubblico non interpreta in termini propulsivi l'opportunità che deriva dalla spinta alla produzione sociale dell'informazione. Nel momento in cui la produzione diviene un processo di collaborazione tra la redazione e i suoi utenti, è proprio il servizio pubblico che dovrebbe cogliere per primo questa opportunità: in questa fase storica essere servizio pubblico non è più garantire il diritto ad essere informati, ma garantire il diritto a poter produrre e fare informazione. È quest'ultimo il bisogno fondamentale che emerge dalla società di oggi. L'altro punto è il dato tecnologico: il servizio pubblico non dovrebbe consumare tecnologia altrui, perché la scelta di un algoritmo è strettamente legata alla cultura che voglio adottare e agli obiettivi che voglio perseguire. Se delego a qualcuno la tecnologia gli sto delegando il framework entro il quale va utilizzata, il modo in cui devo organizzare il lavoro e quindi la partita è persa in partenza. Qual è la vera priorità per il servizio pubblico per trainare l'offerta culturale nell'era digitale e non ritrovarsi ad agire a rimorchio di altri? Cambiare il modello delle redazioni locali. Viviamo in un'epoca nella quale l'informazione intesa come notizia nuda e cruda viene data perfino dai frigoriferi. Le redazioni locali, e penso alle grandi strutture regionali, hanno invece l'opportunità di interpretare un nuovo modello sfruttando la loro presenza sul territorio per diventare incubatori multimediali e perseguire un obiettivo preciso: produrre "navigatori" piuttosto che telegiornali. Fornire cioè al cittadino sistemi di orientamento e di informazioni sul territorio, sui suoi temi industriali, enogastronomici, formativi, culturali. Creare insomma sistemi di relazione più che volumi di informazioni ridondanti e perciò inutili. [*] Questo intervento è inserito in “Occhio di riguardo: la comunicazione tra tecnologia, mercato e diritto”, rubrica affidata a Gianfrancesco Rizzuti, docente di Relazioni Pubbliche Economiche e Finanziarie all’Università Europea di Roma, con la collaborazione, tra gli altri, di Marco Ciaffone. La rubrica tratterà di temi economici, giuridici e tecnologici, prendendo spunto dall’attualità o da pubblicazioni, ma sempre con un occhio (di riguardo) alla comunicazione. 5 maggio 2014
  • L’informatica giudiziaria amministrativa: la resistenza della cultura del cartaceo

    di Michele Gorga È stato pubblicato in Gazzetta ufficiale n.138 del 5 giugno 2015, e sarà vigente dal 20 luglio p.v., il decreto che contiene le norme emanate dal Presidente del Consiglio di Stato sulle dimensioni del ricorso e degli altri atti difensivi da presentare, da parte degli avvocati, nei giudizi dinanzi alla magistratura amministrativa. In sintesi prevede il decreto come dovranno essere, e in che forma e dimensione, i ricorsi e gli altri atti difensivi nei giudizi amministrativi stabilendo che ogni atto deve essere non superiore a 30 pagine, redatte su foglio A4, mediante carattere del tipo corrente (ad es. Times New Roman, Courier, Arial o simili), di dimensioni di almeno 12 pt nel testo e 10 pt nelle note a piè di pagina, con un'interlinea di 1,5 e margini orizzontali e verticali di almeno cm. 2,5 (in alto, in basso, a sinistra e a destra della pagina). Le domande di misure cautelari, proposte successivamente al ricorso, dovranno, invece, essere contenute in 10 pagine. Si prevede poi un’autorizzazione specifica per atti non superiori a 50 pagine per le controversie su questioni tecniche giuridiche o di fatto particolarmente complesse ove gli interessi sostanziali siano di particolare rilevanza economica, e di 15 pagine per le repliche. All’art. 7 poi è dettata la disciplina e la tipologia dell’atto secondo lo schema dell’atto cartaceo. Orbene mentre da un lato si decantano i progressi del processo civile amministrativo, dall’altro si strutturano gli atti, con provvedimenti presi ai massimi livelli, avendo in mente quelli di carta e la problematica del documento informatico viene in essere solo laddove si prevede la conversione di questo in formato del tipo di carattere; interlinea e dimensioni, se diversi da quelli previsti, prescrivendo che la conversione deve, comunque, mantenersi nei limiti di pagine previste per ogni tipologia di atto. Solo in questo modo pare quindi che vi sia contezza, nella previsione, anche del formato informatico dell’atto. Ma è solo una pura illusione perché ciò che è stato previsto contrasta con la possibilità della conversione del documento in PDF nativo, il solo che può essere accettato dal sistema con la firma digitale che da certezza di paternità dell’atto e della sua genuinità. Ennesima prova, e non se ne sentiva la necessità, che mentre da un lato le Agenzie preposte all’innovazione lanciano Spid è i pagamenti elettronici, che consentiranno l’accesso ai servizi della PA e alla giustizia digitale, dall’altro il deficit di cultura digitale da vita a questi provvedimenti volti solo a dimostrare di quanto sarebbe utile l’introduzione, nell’amministrazione giudiziaria, della figura del manager per la transizione alla giustizia digitale.
    Processo telematico: se le criticità sono “scosse di assestamento” Processo Telematico, Panzani (Pres. Corte d'Appello di Roma):“Troppo poco si è fatto per garantire la piena attuazione" Giustizia Digitale: Processo civile telematico tra prospettive taumaturgiche e paura di fallimento Processo civile telematico, il Cnf scrive al ministro Orlando:“Troppi formalismi, servono correttivi normativi” Processo Civile Telematico: l’indicazione degli atti depositabili Processo Civile Telematico, entrano in vigore i nuovi obblighi di deposito. L’analisi della norma e i grafici che ne riassumono le principali novità
    12 giugno 2015
  • La Giustizia Digitale nella previsione del governo

    di Michele Gorga [*]

    La strategia per la crescita digitale 2014-2020, nella programmazione del governo, riserva un posto importante alla giustizia digitale e alla piena informatizzazione del processo civile e del processo penale con lo scopo di migliorare l’organizzazione dei servizi di cancelleria e avere risparmi di spesa e maggiore trasparenza per i cittadini. Il completamento dell’informatizzazione del Processo civile telematico fino al Giudice di Pace è di quello Penale è l’obiettivo finale della strategia governativa in tema di giustizia digitale.   

    Nel campo dell’esecuzione della pena si accarezza l’idea della diffusione delle postazioni video, rispetto alla quale soluzione non regge la critica di mancanza di “contatto”, che già non vi è, ma che offrirebbe una più elevata possibilità di interazione tra parenti e detenuti via Web e una migliore gestione dei colloqui di questo tipo, che delocalizzata rispetto agli istituti di pena, garantirebbe non solo una riduzione dei costi complessivi per le famiglie ma anche per l’amministrazione della giustizia oltre che a una maggiore sicurezza a costi minori.   

    L’Agenzia per l’Italia Digitale e il Dipartimento della Funzione Pubblica hanno sostenuto e finanziato il Piano straordinario per la digitalizzazione della Giustizia e coordinata l’attività mentre le recenti accelerazioni fatte in materia dal governo, con la previsione del deposito telematico obbligatorio degli atti e delle comunicazioni di cancelleria tramite Pec, hanno di molto avvicinato il servizio-giustizia agli operatori e ai cittadini con notevoli risparmi di spesa derivante dalla riduzione del cartaceo.

    Gli avvocati, tramite il deposito telematico hanno sperimentato, salva l’onerosità della modalità, da regolamentare, del deposito della copia di cortesia, la drastica riduzione dei tempi di attesa per i depositi presso le Corti e i Tribunali e ciò su tutto il territorio nazionale con conseguente eliminazione delle distanze geografiche e territoriali e ridotto al minimo i disagi e i costi delle trasferte.

    La trasparenza informativa assicurata dal processo telematico, tramite il portale dei servizi nazionali di giustizia, da la possibilità per chiunque di consultare on line lo stato delle cause in forma anonima. Inoltre per le parti, i difensori, gli ausiliari e i consulenti nominati dal giudice, grazie al solo utilizzo del dispositivo di autenticazione, si può consultare il contenuto del fascicolo telematico e i provvedimenti del giudice nonché gli atti depositati dalle parti.

    Finalmente è stato poi finanziato l’anello debole dell’ufficio del processo, ossia quello dei giovani tirocinantianche se non si comprende la ratio sostanziale rimborso delle spese per 350 mensili per i tirocinanti presso i Tribunali, le Procura o le Corti ma solo sulla base della posizione reddituale familiare. È come se nella Pa lo stipendio fosse agganciato alla situazione reddituale della famiglia del lavoratore: più hai e meno prendi o nulla prendi sul lavoro se il tuo Isee sfonda i bassi parametri, di poco più di 20mila euro di reddito della famiglia previsti nel decreto Ministeriale. Previsione illogica così come ingiusta è la bassa retribuzione prevista per i Giudici Ausiliari di Corte di Appello dove all’alta qualità del lavoro richiesto non corrisponde altrettanta giusta previsione retributiva.

    Un colpo di reni per il Pct, invece pare che debba venire, dato che è già stato sperimentato da tempo nel processo penale, con l’introduzione del sistema delle videoconferenze per sentire testimoni e parti a distanza. Sullo stesso versante vanno segnalate anche le previste collaborazioni con gli Enti Locali con gli “sportelli di prossimità”, presso i quali potranno essere fornite agli utenti e a tutti i cittadini - anche grazie all’utilizzo delle tecnologie e delle banche dati del Ministero della giustizia - informazioni sul rilascio dei certificati.

    Inoltre è stato previsto un ulteriore ambito di intervento che riguarda entrambi i settori ossia sia quello civile che quello penale con la previsione dell’uso di strumenti di Big Data Analytics - ossia strumenti che permettono la gestione di grandi quantità di dati di natura diversa provenienti da fonti diverse -, nonché dei Social Mining che nelle previsioni dovrebbero essere utilizzati non solo per valutazioni di tipo proiettivo, ma anche al fine di elaborare le statistiche di supporto all’attività giudiziaria con lo scopo, cioè, di scoprire gli schemi e i modelli di comportamento umano per interpretarne i fenomeni sociali che dovranno supportare l’attività investigativa e giudiziaria nazionale ed europea.

    Infine si segnala il tavolo di monitoraggio dei piani operativi di sviluppo congiunto tra AgID ed il Ministero della Giustizia il quale pubblica periodicamente il Gantt generale delle iniziative in corso e della relativa tempistica attuativa da considerare  valido strumento in sede governativa come work in progress per l’attuazione, in sede di giustizia, della digitalizzazione dei processi e delle attività giurisdizionali.   

    [*] Avvocato, consulente giuridico presso Agenzia per l’Italia Digitale 10 settembre 2015
  • Le competenze digitali entrano nei programmi scolastici Ministeriali. Da definire il ruolo di AgID e del docente coordinatore

    di Michele Gorga[*] La recente riforma della scuola varata dal Parlamento, tra le altre novità, introduce la previsione dell’insegnamento di una nuova disciplina scolastica curriculare: quella delle “competenze digitali”. Si prevede, infatti, che a decorrere dal prossimo anno scolastico 2015/2016 le istituzioni scolastiche saranno tenute a promuovere all'interno dei piani triennali dell'offerta formativa (POF), ossia all’interno del piano dell'identità culturale e progettuale curricolare ed extracurricolare della scuola, azioni coerenti con le finalità e gli strumenti previsti nel Piano nazionale per la scuola digitale. In capo al Ministero della Pubblica istruzione le nuove norme pongono il compito di sviluppare le competenze digitali degli studenti e di rendere la tecnologia digitale strumento didattico di costruzione delle competenze in generale. Il Piano nazionale inoltre dovrà essere in sinergia con la programmazione europea e regionale e coerente con il Progetto strategico nazionale per la banda ultralarga. II Piano nazionale per la scuola digitale persegue, infatti, obiettivi di realizzazione di attività volte allo sviluppo delle competenze digitali anche attraverso la collaborazione con le università, le associazioni, gli organismi del terzo settore e le imprese, nonché il potenziamento degli strumenti didattici necessari a migliorare la formazione e i processi di innovazione delle istituzioni scolastiche. Sono state previste, poi, dalle nuove norme, tutta una serie di strumenti organizzativi e tecnologici volti a favorire la governance, la trasparenza e la condivisione dei dati tra dirigenti, docenti e studenti e tra scuola e Ministero. Ampio risalto la normativa riserva alla formazione dei docenti per l'innovazione didattica e per lo sviluppo della cultura digitale per l'insegnamento, l'apprendimento e la formazione delle competenze lavorative, cognitive e sociali degli studenti, nonché per la formazione del personale amministrativo della scuola. Si prevede, inoltre, il potenziamento delle infrastrutture di rete e della connettività nelle scuole, la valorizzazione dell’esperienze e una rete nazionale di centri di ricerca e di formazione, mentre i testi didattici dovranno essere in formato digitale e sarà incentivata la produzione e la diffusione di opere e materiali per la didattica, prodotti autonomamente dalle singole scuole. Nasce anche la nuova figura del docente coordinatore delle competenze digitali che ciascuna istituzione scolastica è tenuta ad individuare, nell'ambito dell'organico, e a cui sarà affidato il coordinamento delle attività delle competenze digitali; non va tuttavia confuso con l’insegnante tecnico-pratico che “affianca”, come precisa la normativa, il docente coordinatore. Per favorire lo sviluppo della didattica le scuole dovranno, anche attraverso i poli tecnico-professionali, dotarsi di laboratori territoriali da aprire alla partecipazione di cofinanziatori che potranno essere gli enti pubblici locali, le camere di commercio, le Università, le associazioni, le fondazioni, gli enti di formazione professionale, le imprese private. Per raggiungere gli obiettivi di orientamento della didattica e della formazione ai settori strategici del Made in Italy, sulla base alla vocazione produttiva, culturale e sociale dei territori di riferimento, nonché per garantire la fruibilità dei servizi propedeutici al collocamento al lavoro e alla riqualificazione dei giovani non occupati, la novella prevede la possibilità che le scuole siano aperte al territorio e utilizzate come spazio anche al di fuori dell'orario scolastico e quindi quale luogo dove poter sviluppare le competenze digitali con la Coalizione Nazionale delle competenze digitali promossa dall’Agenzia per l’Italia Digitale. Quest’ultima supporta e integra sia i progetti nazionali che quelli territoriali; correlandoli alle iniziative dell’Agenda Digitale italiana, favorisce, inoltre, lo scambio delle esperienze formative e il riutilizzo delle buone prassi. Alla coalizione, promossa dalla stessa AgID, partecipano soggetti pubblici e privati di rilevanza nazionale attivi nell’area delle competenze digitali con lo scopo di promuoverne e valorizzarne i progetti anche in partnership e per l’utilizzo della piattaforma della Coalizione per diffondere, in modo capillare, le abilità di base nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e l’uso del computer, azione in linea con quanto previsto dal pilastro 6 dell’Agenda Digitale Europea, che si è posto l’obiettivo di realizzare la cittadinanza e l’inclusione digitale in coerenza con le competenze che la legge 13 luglio 2015, n. 107 assegna alla nuova scuola Italiana. [*] Avvocato, consulente giuridico presso Agenzia per l'Italia Digitale 27 luglio 2015
  • Petrucci (Corecom Lazio): "Sulle Tv locali una tempesta perfetta. Ma la rete è una fertile frontiera"

    Intervista al presidente del Comitato regionale per le comunicazioni: "Gli imprenditori che operano sui territori hanno subito conseguenze negative dal passaggio al digitale terrestre, al quale si somma la forte riduzione delle entrate pubblicitarie e il calo dei finanziamenti. La sfida più grande è fare informazione su piattaforme multimediali". E sulle controversie tra utenti e operatori telefonici: "In netto aumento anche perché i nostri sono strumenti di risoluzione gratuiti, semplici e rapidi" di Marco Ciaffone "La transizione al digitale terrestre ha imposto agli operatori televisivi locali grandi costi ma ha dato loro anche nuove opportunità di offerta. Il problema è che i primi si sono palesati con tutto il loro peso, mentre le opportunità non si sono tradotte in fonte di ricavi, aggravando la situazione derivante dallo stato di crisi economica generale". Così il Presidente del Co.Re.Com del Lazio Michele Petrucci riassume lo scenario che si è sviluppato nel mercato delle emittenti territoriali a seguito dello switch off che ha spento le trasmissioni analogiche. Un quadro che è analizzato e descritto nei dati del rapporto "I servizi media audiovisivi nel Lazio: l’impatto del digitale in ambito locale e le prospettive future", indagine realizzata da ItMedia Consulting e che sarà presentata il prossimo 25 novembre, a Roma. PetrucciPresidente Petrucci, nel rapporto si parla dell'introduzione del digitale terrestre come di "acceleratore di crisi" per l'emittenza locale, con pesanti crolli di ricavi e conseguente riduzione dell'occupazione nel settore, oltre che di un elemento che ha provocato un radicale cambio di atteggiamento nei confronti dell'emittenza locale; quali sono stati i fattori più incisivi nel determinare questo impatto negativo? Al netto di una crisi che accomuna tutti i comparti, gli oneri richiesti alle imprese si sono rivelati più alti e incisivi delle opportunità. Nel frattempo, si è assistito ad una profonda trasformazione del mercato dell'informazione locale, il vero core business per le Tv locali, che non possono certo competere con i grandi gruppi per quanto riguarda contenuti di alta qualità e per certi settori dell'intrattenimento; l'esplosione della rete, con le sue caratteristiche di conversazione e le possibilità offerte all'approfondimento, ha eroso infatti una larga fetta di pubblico a chi si rivolgeva ai territori, aprendo spazi che sono entrati in diretta concorrenza con le attività principali delle Tv locali. Dinamiche che hanno causato un incisivo calo delle entrate pubblicitarie, mentre anche i finanziamenti pubblici, a seguito della spending review, sono nettamente calati. Insomma, quella che si è abbattuta sulle emittenti locali è stata una tempesta perfetta. La buona notizia è che Internet può ora contribuire a ridare respiro agli imprenditori. In che modo la rete e le tecnologie digitali possono restituire alle imprese ciò che il digitale terrestre prima e la stessa realtà connessa poi hanno tolto loro? Innanzitutto occorre riscoprire e fortificare il legame con il territorio, sperimentando ma tenendo sempre presente che la killer app resta l'informazione in ottica di servizio alla comunità. Per la ricerca di un nuovo modello di business, bisogna uscire dall'idea che si possa restare ancorati ad un mezzo, che sia la tv, la radio, il supporto cartaceo o la stessa rete. Fenomeni come la social tv e il second screen insegnano quanto dinamica e fluida è la realtà nella quale ci muoviamo, un ambiente multidevice che impone la trasformazione delle emittenti in piattaforme multimediali fortemente orientate ai contenuti. Un passaggio che spesso si scontra con una scarsa cultura del rinnovamento, oltre che con la dimensione di aziende che spesso sono, di fatto, a gestione familiare, e con la legittima volontà di molti imprenditori di valorizzare e difendere i propri asset piuttosto che scommettere su una prospettiva che vedranno realizzata solo nel medio o lungo periodo. Ma sono sicuro che nel Lazio esistono decine di imprenditori che possono vincere questa scommessa. Cosa deve fare il comparto pubblico per incentivarli? Di sicuro, se ragioniamo in termini di servizi multimediali per l'audiovisivo, stiamo ragionando della centralità dell'infrastruttura digitale. Aggredire il mercato a breve non dipenderà più dallo stare o meno sull'autostrada dove circolano i contenuti, perché viaggiarvi sopra sarà scontato. In questo senso sono benvenuti i piani messi in campo dall'amministrazione regionale per lo sviluppo delle reti; da parte nostra, stiamo contribuendo ai lavori sulla nuova legge regionale di sistema in cui si prevedono importanti investimenti pubblici a patto che gli imprenditori scommettano per primi: non più finanziamenti a pioggia, dunque, ma fondi collegati a piani credibili. Sullo sfondo non c'è solo un discorso economico, perché preservare la ricchezza del panorama delle emittenti locali significa tutelare il pluralismo delle voci sul territorio. Passando alla telefonia. Più 31%: è il dato riferito alle controversie tra utenti e operatori di telefonia fissa e mobile nel primo semestre del 2014 rispetto allo scorso anno, cosa ci dice questo dato? Senza dubbio la liberalizzazione e la competizione crescente hanno generato un aumento di complessità nei contratti e negli accordi, e questo non poteva non tradursi in un aumento di conflittualità. C'è poi da considerare la serie di conseguenze generate dalla crisi, che ha provocato anche un aumento delle rivendicazioni degli operatori nei confronti di clienti, soprattutto nell'ambito business, che vedono purtroppo fallire le proprie imprese e diventano insolventi. Ma il dato va letto anche in una chiave positiva. In questo senso, mi sia concesso dire che i Co.Re.Com sono una best practice di come un organismo locale rappresenti lo strumento di prossimità di un'Autorità di garanzia indipendente nazionale; nell'ambito dei nostri compiti, mettiamo a disposizione degli utenti strumenti di risoluzione delle controversie che si rivelano molto più semplici rispetto a quanto non accada con le procedure che coinvolgono la giustizia ordinaria. Un utente che vuole far valere i suoi diritti ha infatti la possibilità di rivolgersi a noi in maniera gratuita per aprire un tentativo di conciliazione che non supera i 45 giorni. Se, come accade nel 20% dei casi, il tentativo non va a buon fine, il cittadino può rivolgersi di nuovo a noi in alternativa al tribunale per la definizione della controversia, con tempi di emissione della decisione che non superano i dodici mesi. Va da sé che il 90% delle persone sceglie questa strada e che siano sempre di più i cittadini che decidono di rivolgersi a noi. La nostra funzione deflattiva nei confronti dei procedimenti dinanzi alla giustizia ordinaria è quindi centrale, così come sono importanti i risultati che ottengono i cittadini, ai quali lo scorso anno, sul territorio nazionale, sono stati restituiti 25 milioni di euro. Valori in linea con quelli che stanno maturando nel 2014, e sono stime al ribasso, perché non comprendono gli accordi raggiunti con l'operatore che non si risolvono in indennizzi economici". Questo contenuto è inserito in “Occhio di riguardo: la comunicazione tra tecnologia, mercato e diritto”, rubrica a cura di Gianfrancesco Rizzuti, docente di Relazioni Pubbliche Economiche e Finanziarie all’Università Europea di Roma. La rubrica tratta di temi economici, giuridici e tecnologici, prendendo spunto dall’attualità o da pubblicazioni, ma sempre con un occhio (di riguardo) alla comunicazione. 20 novembre 2014