DIMT.IT - musica

  • Agcom: "In un anno di regolamento pervenute 209 istanze". FIMI: "Inibiti oltre 5 milioni di link a brani musicali. Offerta legale aumenta del 23%"

    "In questo primo anno di attività sono pervenute in tutto 209 istanze, di cui 207 hanno riguardato le procedure relative ai siti internet e le restanti 2 ai servizi di media audiovisivi". L'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni traccia un bilancio delle attività collegate al regolamento per la tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica entrato in vigore il 31 marzo 2014. L'occasione è stata la quinta riunione del Comitato per lo sviluppo e la tutela dell’offerta legale di opere digitali, il cui obiettivo "è stato fin da subito quello di promuovere la cultura della legalità e di arginare il fenomeno della pirateria, tenendo ben presente i criteri di proporzionalità, gradualità ed efficacia dell’azione amministrativa". L’Autorità fa sapere di aver avviato 134 procedimenti, di cui il 57% è stato istruito con rito ordinario e il 43% con rito abbreviato che prevede la conclusione entro 12 giorni lavorativi. Il 42% delle istanze sono state relative ad opere audiovisive, il 23% ad opere fotografiche, il 14% ad opere sonore e il 12% ad opere editoriali. Un minor numero di segnalazioni è stato ricevuto per le opere letterarie, i software, e i videogiochi. Il 55% dei procedimenti conclusi è stato definito a seguito della rimozione spontanea dei contenuti, dato considerato  "incoraggiante" perché "testimonia un effetto positivo del regolamento in termini di aumentata percezione della legalità". Il 35% dei procedimenti, tutti riguardanti violazioni gravi, si è invece concluso con un ordine di inibizione dell’accesso mediante blocco del DNS. "Gli ordini adottati - spiega l'Agcom - hanno consentito di impedire l’accesso a siti che mettevano a disposizione milioni di opere digitali diffuse illecitamente relative ai principali successi musicali, a film di recente uscita e a serie televisive attualmente presenti nei cataloghi on-demand o nei palinsesti degli operatori". Nei restanti casi la Commissione per i servizi e i prodotti ha disposto l’archiviazione del procedimento per insussistenza della violazione ovvero perché non ha ritenuto proporzionata alla violazione accertata la misura dell’inibizione dell’accesso ad interi siti. "In questo primo anno - prosegue l’Autorità - abbiamo potuto avvalerci del prezioso contributo del Comitato, che ha costituito innanzitutto un luogo ideale di confronto con tutti gli stakeholder con l’importante risultato di aver consentito un miglioramento delle procedure adottate a tutela del diritto d’autore e un costante monitoraggio dell’azione amministrativa. Risultati significativi sono stati inoltre raggiunti in termini di mappatura dell’offerta legale di contenuti digitali, di cui si è potuta accertare l’aumentata quantità e qualità per gli utenti". Musica digitale - "In questi dodici mesi, al solo livello musicale, sono state bloccate 15 piattaforme illegali a livello globale, con oltre 5 milioni di link a brani musicali posti a disposizione del pubblico tramite download o streaming", sottolinea in una nota la Federazione industria musicale italiana di Confindustria (FIMI). "L'azione di Agcom - prosegue FIMI - si affianca agli importanti risultati ottenuti anche sul piano penale con azioni promosse dalla Guardia di Finanza e dalla magistratura, basta citare ad esempio la recente operazione Italian Black Out che ha permesso la chiusura di un network pirata legato all'esistenza di un insieme di server gestiti in Olanda e finalizzato alla diffusione illegale di contenuti tutelati da diritto d'autore. L'attività dell'Authority, inoltre, è andata di pari passo con la crescita dell'offerta legale online in Italia che è aumentata del 23% nel 2014". Dati FIMI   Un'offerta legale passa ormai in maniera sempre più massiccia dallo streaming, in un panorama che ha da poche ore un nuovo protagonista che arriva da oltre-oceano: Tidal. Il nuovo servizio annovera tra i suoi proprietari star del calibro di Jay Z, Madonna e Beyoncé e sembra punti a fare concorrenza ai soggetti che già affollano il nuovo mercato offrendo royalty maggiori agli artisti che popoleranno la piattaforma. Il tutto in attesa che, prevedibilmente a giugno, Apple presenti il prodotto sviluppato a seguito della miliardaria acquisizione di Beats Music, garantendo anche a Cupertino il passaggio dall'era di iTunes caratterizzata da download a quella del flusso di note.
    Agcom: i numeri del Regolamento sulla tutela del diritto d’autore online “Il regolamento AGCom in materia di tutela del diritto d’autore a valle delle ordinanze del Tar Lazio, Sez. I, nn. 10016 e 10020 del 2014″, l’intervento del Prof. Alberto Gambino Musica digitale: negli Usa lo streaming sorpassa i Cd. Ma non i download Musica digitale, lo streaming è il motore di un mercato che continua a crescere Discografia digitale, in Italia lo streaming sorpassa il download. FIMI: “Trend positivo, crescita del 7%”
    1 aprile 2015
  • Concerti, gli incassi aumentano del 6%. Ma Assomusica: "Per tradurre in utili occorre rivedere alcune norme"

    La musica dal vivo in Italia sembra godere di ottima salute. Stando agli ultimi dati diffusi da Assomusica, associazione di categoria dei principali organizzatori di concerti, nel 2014 gli incassi sono cresciuti del 6%, con un aumento degli spettatori di 5 punti percentuali. Lo scorso anno si è dunque chiuso "a tutto volume": se si considerano i soli concerti a pagamento, in Italia sono stati organizzati 3.664 spettacoli, per una crescita del 25,9% sul 2013. Gli incassi sono saliti del 6,2%, portandosi a quota 221,3 milioni, trainati da un “popolo” di 6,1 milioni di spettatori (+5,1%). Il grosso del mercato sta a Nordovest, dove si registrano incassi da 95,6 milioni. Se poi ai dati degli spettacoli a pagamento si sommano gli incassi provenienti da altri tipi di manifestazione (come feste di piazza ed eventi pubblici, promossi da istituzioni o privati) il giro d'affari delle 120 aziende di settore arriva intorno ai 400 milioni. "Il momento è positivo – commenta Vincenzo Spera, presidente di Assomusica – e ci sono tutte le premesse perché il 2015 ci regali ancora una crescita stimabile tra i tre e i quattro punti percentuali". La differenza la fanno i grandi nomi nazionali e internazionali, soprattutto quando si esibiscono negli stadi "e quest'anno – continua Spera – possiamo già contare su un carnet di appuntamenti importanti, con il ritorno di Vasco Rossi, Jovanotti e Ligabue sul versante italiano, ma anche pezzi da novanta come U2, Madonna, AC/DC, Bob Dylan ed Elton John". Spera però invita a fare attenzione all'interpretazione dei dati: "Fatturati in crescita non coincidono sempre con più utili per chi fa questo mestiere, un po' perché le produzioni internazionali diventano sempre più costose, un po' perché scontiamo una legislazione arcaica che, per paradosso, penalizza chi fa business con la cultura. Per capirci: il settore, intorno al quale tra diretti e indotto gravitano 400mila addetti, si autosostiene. Non c'è accesso al Fondo Unico per lo Spettacolo (FUS), le sponsorizzazioni riguardano solo i grandi festival, mentre i contributi degli enti pubblici, tra prima e dopo la spending review, sono calati del 75%". Assomusica denuncia in merito quelli che considera "assurdi normativi: la legge di riferimento è la 800 del 1967, alba dello show business come lo conosciamo. Ecco allora che, se organizzi un concerto di musica elettronica, versi un 22% di Iva, un 16% di imposta sugli intrattenimenti e un 10% di diritto d'autore, per un carico complessivo del 48%. Come fosse una serata in discoteca. Per un concerto tradizionale versi invece 10% di Iva e 10% di diritto d'autore". "Ma oggi – spiega Roberto De Luca, presidente di Live Nation Italia che con 100 milioni di fatturato è azienda leader del settore – certi steccati sono saltati: non puoi dire che i Coldplay meritano una tassazione agevolata e i Daft Punk no, solo perché fanno musica elettronica. In questo modo terremo lontano dall'Italia una segmento importante del mercato". Da qui la sfida delle imprese italiane che, da qualche mese a questa parte, si sono lanciate in pressing sul ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, chiedendo una revisione delle leggi di riferimento. "Il settore – continua De Luca – merita maggiore considerazione". E al tempo stesso, secondo Mimmo D'Alessandro di D'Alessandro e Galli, player da 32 milioni di fatturato e un portafoglio artisti che spazia da Paul McCartney ai Rolling Stones, "meno burocrazia. È una follia il fatto che montare un palco in Italia equivalga ad aprire un cantiere. Anche a Lucca, dove da decenni organizziamo il Summer Festival e certi meccanismi dovrebbero essere automatici". Secondo Claudio Trotta di Barley Arts, storico impresario il cui nome qui da noi è sinonimo di Bruce Springsteen, "c'è ancora difficoltà a comprendere che la musica dal vivo genera economia. Eppure non dovrebbe essere così difficile. Facciamo lavorare treni, alberghi, ristoranti".
    Musica digitale, lo streaming è il motore di un mercato che continua a crescere
    24 aprile 2015
  • FIMI: "Mercato discografico in crescita del 5% nei primi nove mesi del 2014. Digitale è 45% dei ricavi complessivi"

    Secondo i recenti dati forniti da Deloitte per FIMI (Federazione Industria Musicale Italianadi Confindustria), il mercato discografico nei primi 9 mesi del 2014 è cresciuto del 5%, come di consueto trainato dal segmento digitale che ormai rappresenta circa il 45% dei ricavi complessivi delle case discografiche. Si tratta del quarto trimestre consecutivo con segnali positivi per il settore. Il digitale, fortemente trascinato dai ricavi connessi ai servizi streaming cresce del 20%, in particolare i servizi in abbonamento quali, ad esempio TIMmusic, Spotify, Google Play Deezer sono saliti del 109% mentre i servizi supportati dalla pubblicità, come YouTube e Vevo sono cresciuti del 78%. In calo del 19% invece il download, così come pure scendono, anche se di poco, le vendite del supporto fisico: meno 4%. Il trend di crescita del vinile prosegue la recente traiettoria in controtendenza con il comparto del fisico e, pur rappresentando solo una piccola nicchia sull'intero mercato, registra un +66%. fimiottobre2014   B1MVhYpIgAA9mD1 31 ottobre 2014
  • FIMI: "Nelle classifiche ufficiali della musica conteggiato anche lo streaming audio"

    "Con la classifica Top of The Music by FIMI/GfK dei singoli di questa settimana, per la prima volta i dati dello streaming audio di tutte le piattaforme attive in Italia vengono integrati con i dati del download, riflettendo così un canale di accesso alla musica sempre più popolare nel nostro Paese tra i consumatori di musica". Ad annunciarlo è la Federazione Industria Musicale Italiana (FIMI), che conferma la vera esplosione dell’utilizzo da parte dei consumatori di piattaforme di streaming come Deezer, Google Play, Juke, Napster, Play.me, Rdio, Spotify, TIMmusic e Xbox Live nel nostro Paese. L’andamento dello streaming è cresciuto anche nel primo semestre del 2014 del 134% arrivando a rappresentare il 45% del segmento digitale. Secondo GfK Retail and Technology ogni settimana in Italia sono oltre 16 milioni gli stream free e 4 milioni quelli premium. “La nuova classifica - dichiara Enzo Mazza, CEO di FIMI - è un ulteriore segnale dell’innovazione in corso nel mercato digitale e riflette l’immensa popolarità che lo streaming sta avendo tra i consumatori di musica italiani. Allo stesso tempo, come federazione, integreremo i dati di questo segmento per l’assegnazione delle certificazioni dei singoli oro e platino”. GfK Retail and Technology, che provvede ad elaborare la classifica integrando download e streaming, utilizza così, come avviene in tutti i Paesi dove le classifiche integrano i due segmenti, un fattore di conversione di 100 stream per 1 download per rendere compatibili i due modelli di business. Tutti gli stream, free o a pagamento, sono conteggiati a patto che abbiano una durata superiore ai 30 secondi. Il fattore di conversione, inoltre, sarà rivisto su base quadrimestrale data l’evoluzione spinta del mercato discografico (uno dei settori che trainano la rivoluzione digitale di contenuti). Non è attualmente prevista l’integrazione dei dati dello streaming nella classifica degli album. “La nuova classifica che integra i dati di download e streaming è un grande traguardo per chi opera nei servizi di musica in streaming. Un riconoscimento importante, guadagnato grazie all'investimento in nuovi modelli di business per il mercato della musica digitale, che segue il crescente interesse ottenuto da parte degli appassionati di musica in tutto il mondo, ora finalmente anche in Italia", è il commento di Laura Mirabella, Country Manager di Deezer per l’Italia. "I dati degli ascolti su Spotify e altri servizi di streaming sono sempre più utilizzati dai media e dai professionisti del settore quali indicatori del successo di un brano", dichiara Veronica Diquattro, responsabile del mercato italiano di Spotify. "Le classifiche FIMI - prosegue - rispecchiano da sempre i gusti musicali degli italiani. Poiché lo streaming rappresenta ora anche nel nostro paese una fetta rilevante nel consumo di musica, l'integrazione di questi dati consentirà di riflettere meglio la popolarità di una canzone". “Trovo corretto introdurre lo streaming all'interno della classifica perché rappresenta una modalità di fruizione molto diffusa per un numero sempre maggiore di consumatori. Mi riferisco in particolare ai giovani, cui TIMmusic principalmente si rivolge, che attraverso lo streaming soddisfano il loro desiderio di musica illimitata e in mobilità”, dichiara Giuseppe Mosca Responsabile Musica di Telecom Italia. LEGGI Discografia digitale, in Italia lo streaming sorpassa il download. FIMI: “Trend positivo, crescita del 7%”  Nuove tendenze nel mercato della musica digitale: meno download e più streaming easelly_visual_mastrolilli-1024x793 12 settembre 2014
  • I diritti degli artisti interpreti e dei produttori e le società di colletting - Genova, 16 maggio 2014

      diritti_artisti_societ_collecting_quattrone Nell'ambito della Fiera Internazionale della Musica gli Avv. Maria Francesca Quattrone e Andrea D'Amico promuovono il Seminario Legale-Pratico "I diritti degli artisti interpreti e dei produttori e le società di colletting". Il seminario si propone di illustrare agli artisti interpreti esecutori ed ai produttori quali sono i diritti loro spettanti ai sensi della normativa vigente sul diritto d'autore, i diritti cd. secondari, la copia privata, ecc., e spiegare come funziona oggi la raccolta anche alla luce della recente liberalizzazione del settore della raccolta (collecting). Obiettivo è rendere consapevoli gli aventi diritto dei compensi loro spettanti exlege e di come recuperarli. Per maggiori informazioni è possibile visitare il sito ufficiale dell'evento.
  • La musica si mostra - Napoli, 30 novembre 2015

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  • Le armi "stampate" restano illegali, la messa al bando rinnovata dal Congresso Usa. Ma solo per quelle di plastica

    Le armi di plastica realizzate tramite le stampanti 3D restano illegali sul suolo americano. Il Congresso degli Stati Uniti ha infatti rinnovato i divieti previsti all'interno dello US Undetectable Firearms Act, nel quale si prevede l'illiceità della creazione di vere e proprie armi che risultano invisibili ai metal detector degli aeroporti e agli scanner a raggi X. Stando a quanto riportato dalla Associated Press è stato così rinnovato per i prossimi dieci anni un veto che era in scadenza. La misura è stata firmata in remoto dal presidente Barack Obama tramite l'Autopen. Intanto c'è chi pensa ad un bando integrale delle armi stampate in 3D, come la città di Philadelphia, dove è in discussione una proposta di legge che vieterebbe la fabbricazione in casa di pistole e fucili a meno che non si abbia una licenza per la manifattura bellica in linea con le norme federali. Ancor prima, l'iniziativa di Stato e città di New York. Non le sole pistole in plastica, infatti, sembrano riproducibili dai nuovi strumenti, come già dimostrato dall'azienda Solid Concepts. Uno scenario di sicuro poco immaginabile nel 1988, anno in cui l'allora presidente Ronald Reagan emanò il divieto alla circolazione della armi non rilevabili. MUSICA IN TRE DIMENSIONI - Sicuramente più pacifico l'utilizzo delle stampanti 3D messo a punto dal designer Lukazs Karluk, che ha pensato bene di non limitare l'esperienza musicale al solo ascolto ma di traghettarla verso una visione in tre dimensioni. Il risultato è una scultura di augmented reality come quella mostrata nel video qui sotto. LEGGI "Stampanti in 3D: quale futuro per i quadri d'autore?" di Federico Mastrolilli Foto in home page: Blitzquotidiano.it 10 dicembre 2013
  • Le società di gestione collettiva devono consentire l'uso delle Creative Commons: approvata la proposta di direttiva UE

    Le società impegnate nella gestione dei diritti collettivi devono consentire l'utilizzo di licenze Creative Commons. È uno dei passaggi più importanti della proposta di direttiva europea approvata nelle scorse ore dalla commissione JURI (affari legali) e che punta a garantire una più agevole circolazione dei contenuti musicali in Europa e una maggiore trasparenza e affidabilità nelle pratiche di gestione dei diritti collettivi nel Vecchio Continente. Il progetto parte dalla consapevolezza che molte società di gestione europee non consentono ai loro membri di operare all'interno di un quadro di licenze alternative. Dopo i risultati del progetti pilota inaugurati dalla Creative Commons in Olanda, Daimarca, Svezia e Francia, sembra arrivato il momento del salto di qualità e l'estensione a mezzo direttiva di un tale quadro di riferimento a tutti i Paesi dell'Unione. In sede di passaggio in Parlamento al testo sulla gestione collettiva dei diritti continentale è stata così aggiunto il passaggio nel quale si impone alle società di gestione collettiva di autorizzare ai propri membri a "concedere licenze per gli usi non commerciali dei diritti, categorie di diritti o tipologie di lavoro e altre fattispecie a loro scelta" (Art.5 comma 2a). Sicuramente il miglior augurio di benvenuto che poteva essere tributato alle Creative Commons 4.0 appena rilasciate dalla omonima no profit, la quale plaude a questo importante passaggio istituzionale: "Tutto questo significa che una volta che la direttiva sarà stata adottata dal Parlamento, e in questo senso manca solo un voto che si pone sostanzialmente come una formalità, i membri di tutte le società di gestione collettive dei diritti del Continente avranno il diritto di concedere licenze per uso non commerciale per il loro lavoro, aprendo la strada all'utilizzo delle tre licenze Creative Commons che consentono questa eventualità. La nuova direttiva rafforzerà i diritti dei membri delle società di gestione collettiva, e tendiamo verso un futuro in cui i musicisti di tutta Europa possano godere di una maggiore flessibilità nel condividere le loro creazioni". 29 novembre 2013
  • Musica digitale: negli Usa lo streaming sorpassa i Cd. Ma non i download

    L'inarrestabile flusso dello streaming travolge i Cd anche negli Stati Uniti. A certificare un avvicendamento ormai ampiamente atteso nelle classifiche relative al consumo musicale sono i dati diffusi dalla associazione americana dell'industria discografica RIAA. I ricavi da servizi di streaming nel 2014 sono infatti cresciuti del 29% raggiungendo quota 1,867 miliardi dollari, e rappresentano il 27% delle entrate complessive del settore. Al contrario, il mercato dei prodotti fisici ha registrato un calo complessivo del 7,1%, 12,7% per i Cd, i quali hanno prodotti ricavi per "soli" 1,85 miliardi di dollari. Streaming   Streaming 2   L'avanzata dello streaming ha variato gli equilibri del mercato (con effetti benefici) anche in Italia, dove le prestazioni dei vari TIMmusic, Google Play, Spotify, Deezer, YouTube e Vevo hanno conquistato il 55% del mercato digitale già nel luglio scorso sorpassando in classifica i download. Non altrettanto negli Usa, dove la distanza tra streaming e download si riduce di anno in anno ma vede ancora primeggiare i volumi di ricavi prodotti dai secondi. Streaming and download   riaa Digital music revenues Musica digitale, lo streaming è il motore di un mercato che continua a crescere Discografia digitale, in Italia lo streaming sorpassa il download. FIMI: “Trend positivo, crescita del 7%” 27 marzo 2015
  • Nuove tendenze nel mercato della musica digitale: meno download e più streaming

    di Federico Mastrolilli In un recente articolo pubblicato sul Financial Times (“Music chiefs put faith in stream power”, 18/19 gennaio 2014) si dà notizia che nell’anno appena trascorso le vendite di canzoni in formato digitale (download) hanno registrato un calo pari al 6% nel mercato statunitense. È la prima volta che un anno si chiude con il segno negativo da quando, nel 2003, la Apple inaugurò la piattaforma di vendita iTunes store. Al contrario, sono in crescita – pur essendo ancora molto inferiori rispetto a quelli generati dai download - i ricavi dei servizi on line, come lo svedese Spotify o il francese Deezer (a cui a breve si aggiungerà l’americano Beats Music), che, previo accordo con i titolari dei diritti (d’autore e connessi), mettono a disposizione degli utenti intere librerie musicali in streaming. Questi servizi si mantengono – a fatica - economicamente utilizzando modelli di business che si fondano sul pagamento di un abbonamento mensile cosiddetto premium (in media intorno ai 10 euro), che l’utente è incentivato a sottoscrivere dopo una fase di accesso gratuito in minima parte compensato dalla presenza di inserti pubblicitari. Attualmente, gli abbonati a pagamento di un servizio come Spotify sono circa un quarto degli abbonati “gratuiti” dello stesso servizio (6 milioni contro 24 milioni); un dato comunque incoraggiante se si pensa che, nel settore dell’editoria digitale (giornali, riviste), gli abbonati premium rappresentano una percentuale molto più bassa dei lettori totali. Fermo restando che i download rappresentano ancora la spina dorsale del mercato della musica digitale (basti pensare che l’ultimo album di Beyoncé, pubblicato solo in formato digitale sulla piattaforma iTunes, ha venduto quasi un milione di copie già nei primi tre giorni), questo mutamento – almeno in prospettiva – delle abitudini dei consumatori (dal download allo streaming) consente di svolgere alcune brevi riflessioni. La prima attiene al tema della pirateria digitale, la seconda alla salvaguardia delle prerogative morali degli autori, la terza al pluralismo culturale. Sotto il primo profilo, la svolta culturale del passaggio dall’acquisto di un singolo album o brano (ammesso che si tratti di acquisto e non di mera licenza d’uso) all’abbonamento a un prezzo forfettario a un servizio in streaming riflette il graduale allontanamento del mercato della musica digitale dai modelli distributivi tradizionali che, negli ultimi quindici anni, sono stati devastati dalla pirateria. L’ascolto della musica non è più dipendente dalla proprietà di un supporto, seppur virtuale, come poteva essere il file mp3 (erede, quale corpus mechanicum, del vinile, della cassetta e del cd), ma si basa sull’accesso a un’ampia collezione di contenuti immateriali ospitati in uno spazio altrui ma fruibili sui propri device (computer, smartphone, lettore mp3, etc.). Rinunciando a copiare i meccanismi del commercio dei prodotti fisici, si cercano di prevenire anche le ormai collaudate contromosse dei “pirati”: se il pagamento del servizio viene effettuato in via preventiva e forfettaria, il titolare dei diritti ha già ottenuto la rendita auspicata, potendosi disinteressare delle successive utilizzazioni illegittime delle opere (laddove tecnologicamente possibili). Nel mercato non circolano più beni singolarmente individuati e suscettibili di riproduzione illecita, ma licenze di accesso a librerie musicali che consentono la mera fruizione delle opere. In questo modo, l’offerta legale di contenuti musicali su Internet diventa finalmente innovativa, perché non si limita più a importare gli schemi tradizionali di stampo proprietario nel contesto digitale, ma consente agli utenti di ottenere un’utilità – l’accesso illimitato a una libreria di opere in continua espansione - che non sarebbe loro accessibile nel mondo off line; un’utilità, quindi, per cui gli utenti sono disposti a riconoscere un compenso. Sembra, in altri termini, che il mercato musicale stia compiendo un deciso passo in avanti in chiave post-moderna, coerentemente con la logica dematerializzata dell’economia dei servizi (e non più dei beni) tipica del tardo capitalismo attuale. Il problema di questo modello, semmai, è quello di abituare nuovamente gli utenti a pagare per un servizio che, negli anni di incertezza - per non dire di assenza - dell’industria musicale su Internet (non a caso, gli anni d’oro della pirateria), è stato usufruito in maniera gratuita (oltre che illegale). Diventa allora determinante, ma è un lavoro che spetta agli economisti della cultura (come il collega di redazione Mattia de’ Grassi, che al tema ha dedicato varie pubblicazioni), trovare – per citare il titolo di una fortunata trasmissione degli anni Ottanta – il “prezzo giusto” dell’accesso a questi servizi in abbonamento, laddove l’aggettivo giusto rappresenta il compromesso tra quanto un utente è disposto a pagare (sapendo che l’alternativa è la gratuità) e quanto è necessario per rendere sostenibile – a livello professionale e non amatoriale - l’attività degli attori dell’industria musicale (e quindi per remunerare degnamente, tra gli altri, compositori, artisti e produttori di fonogrammi). Il raddoppiamento degli abbonati ai servizi di streaming a pagamento registrato negli ultimi due anni sembra dimostrare che si è sulla buona strada, anche se, come si legge nel citato articolo del Financial Times, questo boom di sottoscrizioni non consente (ancora) di compensare i minori ricavi derivanti dalla diminuzione dei download. Ed infatti, una canzone diffusa un milione di volte in streaming sulla piattaforma Spotify genera circa 7 mila dollari di ricavi per i titolari dei diritti, l’equivalente di appena 12 mila download. Tuttavia, volendo vedere il lato positivo, e richiamando le tesi esposte in più libri da Lawrence Lessig, i profitti generati dai servizi in streaming, per quanto notevolmente inferiori ai ricavi derivanti dal modello proprietario di download, sono comunque maggiori del nulla che si ottiene dalla pirateria. In altri termini, è questa un’occasione, anche dal punto di vista sociologico e demografico, per riportare nell’alveo del consumo legale una vasta fetta di fruitori di contenuti musicali, compensando nel medio-lungo termine i modesti profitti di questi primi anni. Sotto il secondo profilo, questa modalità di fruizione della musica pare più rispettosa del diritto morale degli autori all’integrità delle proprie opere, laddove per opere si intendono gli album e non solo i singoli brani. Il possibile contrasto tra tale facoltà contrattualmente irrinunciabile e la frantumazione degli album nei suoi singoli elementi costitutivi, reso prassi dalla possibilità di acquistare (scaricare) solamente uno o più brani e di ascoltarli in modalità casuale, era stato portato all’attenzione dei giuristi dai Pink Floyd. Nel 2010, il gruppo britannico aveva richiesto a una corte inglese e ottenuto che fosse inibita alla propria casa discografica la vendita in formato digitale dei singoli brani dei propri album - dei singoli brani, cioè, slegati dagli album di appartenenza (considerati dei veri e propri concept album). Le librerie musicali in streaming salvaguardano l’integrità degli album e, quindi, la contestualizzazione dei singoli brani voluta dagli autori, fermo restando che gli utenti possono comunque decidere di ascoltare – in modo del tutto identico a quanto avviene nel mondo off line – i singoli brani che preferiscono, così come possono creare delle playlist (quelle che nel linguaggio off line si chiamano compilation o mixtape) mettendo in sequenza brani di autori e album diversi. Sotto il terzo profilo, infine, l’accesso a un catalogo di brani assemblato da altri consente agli utenti di entrare in contatto con opere e autori inizialmente sconosciuti, aumentando gli scambi culturali all’interno della società. Nella logica del download è implicito che i nomi più forti, anche a livello di marketing, siano quelli più distribuiti (venduti), a esclusione degli altri; nella logica dello streaming, al contrario, il maggior ascolto dei nomi più forti non esclude l’accesso ai nomi meno noti, i quali sono inclusi nel pacchetto cui accede l’utente. Al riguardo, alcuni servizi, come iTunes Radio, Last.fm o l’italiana Stereomood (progetto finanziato dalla Regione Lazio e ospitato da EnLabs, incubatore della Luiss), accentuano questo aspetto di esplorazione del catalogo, proponendo agli utenti (non la possibilità di scegliere la singola canzone che vogliono ascoltare, ma) una sequenza casuale di brani sul modello radiofonico basata su un algoritmo che risponde alle richieste dell’utente (che può indicare un autore, un genere, un brano o anche solo un umore da cui partire). I modelli di distribuzione di opere musicali in streaming, mediante l’accesso a una libreria realizzata di concerto con i titolari dei diritti ovvero l’offerta di un servizio random di tipo radiofonico, possono contribuire a salvaguardare, se non proprio a enfatizzare, il valore fondamentale del pluralismo e della diversità dell’offerta culturale, aprendo all’utente le porte di tanta musica (in particolare: indipendente) che un sistema basato sulla compravendita di singole opere fortemente pubblicizzate dall’industria rischia di tenere chiuse. La condizione affinché ciò accada, come segnala de’ Grassi, è che questi modelli siano sostenibili anche per i distributori di contenuti indipendenti (come Last.fm o Stereomood, o come Mubi nel caso delle opere cinematografiche). Se invece il mercato si concentrerà su pochissimi grandi distributori di contenuti, legati a doppio filo con le major (le poche che sono rimaste) o addirittura nella duplice veste di produttori-distributori, con la conseguenza di tagliare fuori chiunque non si adegui al modello di business (che si estende anche alla lingua, al formato, ai contenuti delle opere e così via) da essi imposto, si correranno gli stessi rischi di impoverimento, omogeneizzazione e censura dell’offerta culturale congeniti nei modelli distributivi attualmente dominanti. [caption id="attachment_5029" align="aligncenter" width="794"]Powered by easel.ly Powered by easel.ly[/caption] 22 gennaio 2014
  • Stati generali della nuova musica - Roma, 27 marzo 2015

    Intergruppo parlamentare per la musica e Meeting delle etichette indipendenti

    Venerdì 27 marzo 2015

    ore 10

    Senato della Repubblica

    Sala Convegni - Istituto "Santa Maria in Aquiro"

    Piazza Capranica 72, Roma

    Un confronto sui report scaturito dagli 11 Tavoli della Musica di Roma con oltre 200 voci, un'esperienza mai realizzata prima nel settore della musica, per nuovi punti a beneficio del settore musicale del futuro. Interventi degli 11 Coordinatori dei Tavoli della Musica, tenutisi a Roma in occasione di Roma Caput Indie per i 20 anni del MEI, e gli Interventi dei partecipanti ai Tavoli degli Stati Generali della Musica e dei presenti in Sala. Ore 11.45: Conclusioni della Senatrice Elena Ferrara e dei Colleghi Parlamentari dell'Intergruppo Parlamentare per la Musica Coordinano l'incontro: Giordano Sangiorgi con Tiziana Barillà e Carlo Testini In collaborazione con Aia, Arci, AudioCoop, ExitWell, Left, Rete dei Festival Obbligo per gli uomini di giacca e cravatta. L'accesso alla sala sarà consentito fino alla capienza massima. Le iscrizioni per la presenza si devono far pervenire a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. e via telefono ai contatti 0546.23452 - 0546.646012/349.4461825 fino al giorno prima indicando nome, cognome, ruolo e rappresentanza.
  • Streaming killed the radio star? - Roma

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    Musica digitale: negli Usa lo streaming sorpassa i Cd. Ma non i download Musica digitale, lo streaming è il motore di un mercato che continua a crescere Discografia digitale, in Italia lo streaming sorpassa il download. FIMI: “Trend positivo, crescita del 7%”
       
  • Streaming killed the radio star? - Roma, 24 aprile 2015

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    Musica digitale: negli Usa lo streaming sorpassa i Cd. Ma non i download Musica digitale, lo streaming è il motore di un mercato che continua a crescere Discografia digitale, in Italia lo streaming sorpassa il download. FIMI: “Trend positivo, crescita del 7%”
       
  • Sull’interpretazione §203 USC, 17, un pericoloso equivoco per gli editori musicali italiani

    di Maria Letizia Bixio Ancora sommessi i pareri degli esperti e silente la voce della stampa in merito alla forte preoccupazione dimostrata dagli editori musicali italiani in merito ai minacciosi Avvisi relativi alla scadenza anticipata dei propri diritti di edizione negli Stati Uniti. La categoria sembrerebbe, infatti, esser colpita ai sensi e per gli effetti del titolo 17 dell’United State Code, paragrafo n. 203 secondo cui, per le opere i cui diritti furono trasferiti dopo il 1 gennaio 1978, gli effetti della cessione terminerebbero dopo soli trentacinque anni dal giorno dell’avvenuto trasferimento. L’esercizio di tale diritto di “recupero”, alla lettera della disposizione è esercitabile per i 5 anni successivi alla scadenza del trentacinquesimo dopo l’avvenuta cessione. In tutta evidenza la ratio della norma mira a favorire la facoltà per gli autori di ri-negoziare nel corso della propria vita, i diritti editoriali in precedenza ceduti, andando così, non solo a ridurre di quindici anni la normale durata dei diritti di edizione, ma soprattutto a travolgere la validità di quei contratti stipulati nel tempo dagli editori, la cui efficacia sarebbe dovuta protrarsi per i canonici cinquant’anni. A benvedere la complessità dell’efficacia di suddetta norma rispetto ai rapporti contrattuali stipulati, nonché regolamentati dalle leggi interne dei Paesi europei, necessita una breve disamina. Preliminarmente occorre chiarire a quali soggetti spettino i diritti sulle opere dell’ingegno ai sensi della legge americana sul Copyright. L’ U.S.C. §201, stabilisce che i diritti sull’opera protetta spettano in primo luogo all'autore o agli autori del lavoro, se l’opera è collettiva. Tuttavia, negli Stati Uniti esiste una categoria di opere che non trova esatta corrispondenza nel nostro ordinamento, i cosiddetti: Works Made for Hire, lavori che possono definirsi “realizzati su commissione” e non, come viene erroneamente suggerito, “realizzati per il noleggio”. Il verbo inglese to hire, trova il duplice significato di “noleggiare” e di “assumere”, “dare lavoro” e “prendere a servizio”. I criteri di identificazione di lavori considerati "work made for hire" sono individuati dallo United States Copyright Act of 1976  che li definisce come a work prepared by an employee within the scope of his or her employment; or a work specially ordered or commissioned for use as a contribution to a collective work, as a part of a motion picture or other audiovisual work, as a translation, as a supplementary work, as a compilation, as an instructional text, as a test, as answer material for a test, or as an atlas, if the parties expressly agree in a written instrument signed by them that the work shall be considered a work made for hire. La legge americana, al §101, (cfr. il testo inglese sopra riportato), definisce come Work made for Hire, non solo le opere realizzate in vigenza di un contratto di lavoro subordinato o di commissione, ma richiama espressamente i contributi realizzati per le opere collettive e i contributi che compongono le opere filmiche (soggetto, sceneggiatura, colonna sonora originale). Analogamente anche nell’ordinamento italiano il legislatore ha, in determinate circostanze, affievolito la piena potestà dell’autore sulla propria opera, ad esempio attribuendo al produttore dell’opera cinematografica la titolarità dei diritti di utilizzazione economica sull’opera filmica e analogamente all’editore, dei diritti sull’opera letteraria o musicale da lui prodotta. La disposizione di cui al §201 dell’U.S.C., rubricata Ownership of copyright, alla lettera b), regolamenta i Works Made for Hire,stabilendo che per tali categorie di opere l’autore è il Committente, unico soggetto cui spetta la gestione di tutti i diritti sull’opera; tali disposizioni appaiono affini al combinato disposto dell’art 2590 c.c. e dell’art. 12 bisdella l. 633/1941 sulla protezione del diritto d’autore, che attribuisce al datore di lavoro i diritti di utilizzazione economica su alcune categorie di opere (programmi per elaboratori e banche dati), se create dal lavoratore dipendente nell’esercizio delle proprie mansioni. (Si vedano anche la disciplina di cui all’art. 12 ter per le opere del disegno industriale, l’art. 88 l.d.a. sul committente di opera fotografica e l’art. 11 l.d.a. circa le opere create dalle amministrazioni dello Stato). Stando dunque alla lettera del §203 dell’U.S.C., relativo alla cessazione dei trasferimenti e delle licenze concesse dagli autori sulle proprie opere -disposizione richiamata a fondamento degli Avvisi di scadenza dei diritti di edizione degli editori italiani negli Stati Uniti per talune opere del proprio repertorio- è da subito premesso che sono esclusi dall’applicazione delle condizioni di cessazione dei diritti, di cui al titolo in rubrica, i Works Made for Hire. Il § 203, stabilisce, infatti, che l’autore di un’opera (dunque purché non si tratti di opera “su commissione”/made for Hire) che abbia ceduto i propri diritti dopo il 1 gennaio 1978, possa riprendersi i diritti ceduti o licenziati a terzi, solo negli Stati Uniti, decorso il trentacinquesimo anno dal momento del trasferimento degli stessi. Tuttavia i diritti di edizione di gran parte degli editori italiani cui è stata notificata la prossima scadenza degli stessi, sono relativi ad opere musicali da loro realizzate, che furono quindi “commissionate” appositamente per determinate opere filmiche. In tal senso sembra sussistere un pericoloso equivoco nell’interpretazione della disposizione americana, che sembrerebbe inapplicabile verso gli editori italiani, laddove la revocatoria trentacinquennale è inoperante per quei diritti su opere realizzate e commisisonate come parti per un film sui quali vige la deroga relativa ai Works Made for Hire. Gli autori delle colonne sonore che oggi ritengono di potersi avvalere delle disposizioni di cui al § 203 U.S.C., al fine di riappropriarsi negli Stati Uniti dei diritti di edizione allora ceduti, nella maggior parte dei casi sono autori che si erano impegnati contrattualmente per la composizione apposita di musiche originali di commento a film (il virgolettato cita la lettera generale della tipologia di contratti firmati negli anni ‘78-’80 per la realizzazione di colonne sonore da film). Le colonne sonore realizzate dagli editori italiani, di norma, sono state anche finanziate e registrate dagli stessi e possono definirsi a tutti gli effetti opere “su commissione”, realizzate come “as a part in a motion picture”, pertanto rientranti ex paragrafo 101 U.S.C. e dunque nelle cd. Made for Hire americane, sui quali, in tutta evidenza, essendo riconosciuto come autore il solo soggetto committente, è da escludere che il compositore possa vantare alcun diritto per ipotesi di futura ri-negoziazione, non potendo pretendere nulla su lavori per i quali la legge americana non lo riconosce nemmeno autore. E’ noto, inoltre che in costanza di contratti tra editori e autori di colonne sonore per opere filmiche, vi è la chiara sottoscrizione, da parte degli autori, ad impegnarsi alla creazione di un’opera originale; seppur libera l’attività creativa che ne deriva, ben marcato resta l’obbligo di consegna al “committente”, quale condizione per il perfezionamento del contratto in essere. I contratti di edizione, secondo consolidata dottrina e giurisprudenza, sono finalizzati alla cessione in proprietà all’editore di tutti i diritti di utilizzazione dell’opera senza limiti temporali o spaziali, poiché l’editore assume l’iniziativa e la responsabilità della prima fissazione. Il ruolo dell’editore non è dunque, limitato alla mera pubblicazione e utilizzazione dell’opera, ma è quello di gestire i diritti d’autore per lo sfruttamento e la divulgazione dell’opera nell’interesse congiunto proprio e dell’autore. Non è un caso che nel sistema internazionale, quando si tratta di opere realizzate su commissione, la legge applicabile alle obbligazioni contrattuali è quella indicata dall’art. 6 della Convenzione di Roma, secondo cui la determinazione di quali diritti spettino al committente deve essere fatta solo secondo la legge del Paese ove si è costituito il rapporto (trattandosi di editori italiani, quindi, la legge italiana). Alla luce delle considerazioni sovraesposte è importante far presto chiarezza nell’interpretazione della norma americana, che rischia di comprimere, non di poco, la sfera dei diritti degli editori musicali nazionali, ad oggi e nei prossimi mesi  sempre più esposti alla ricezione degli Avvisi di scadenza del termine di cui al §203 dell’U.S.C (il termine trentacinquennale è iniziato il 1 gennaio 2013, ma si computerà via via per tutte le cessioni stipulate dopo il 1 gennaio 1978).
  • Video e musica online, Eurobarometro: "Importante l'accesso transfrontaliero per chi sottoscrive abbonamenti"

    Per un europeo su tre che intende sottoscrivere un abbonamento per fruire di film, musica, libri o giochi online è rilevante la possibilità di poter accedere ai contenuti anche all'estero, una dinamica tanto più importante quanto più giovane è l'età degli utenti. È questa una delle principali indicazione che si ricava dal sondaggio Eurobarometro"Cross-border access to online content". Poter sfruttare il proprio abbonamento anche quando si viaggia in un altro Stato dell'Unione appare centrale per il 58% dei rispondenti nella fascia d'età 15-24 anni e per il 46% nella fascia 25-39. L'8% degli utenti europei che ha già un abbonamento di questo tipo ha provato ad effettuare l'accesso cross borders,percentuale che sale al 17% tra i giovani, ma il 56% di loro ha riscontrato problemi. "Questi dati - chiosa la Commissione europea in una nota - dimostrano che la potenziale domanda di contenuti legali al di fuori del proprio Paese d'origine è destinata a crescere in parallelo allo sviluppo del mercato. Un dato ancor più importante per quanto attiene i video, area nella quale le sottoscrizioni di abbonamenti sono cresciute del 147,5% nel solo 2013". Quella dei blocchi all'accesso transfrontaliero all'interno del Vecchio continente è una delle questioni sulle quali la Commissione è maggiormente impegnata nell'ambito del percorso che porterà al Digital Single Market; centrale, in questo senso, sarà la riforma del copyright "alla luce della rivoluzione digitale", passaggio che Bruxelles assicura "avverrà nei prossimi mesi". Tra le altre indicazioni fornite dal sondaggio anche un aggiornamento sull'utilizzo generale di Internet nei vari Paesi dell'Ue. Cross-border access to online content 2
    Satellite e cavo: al via la consultazione pubblica sulla revisione della direttiva UE
    28 agosto 2015