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  • "Italia digitale", la rivoluzione nelle parole dei protagonisti dell'incontro al Campidoglio

    di Fabrizio Ventriglia L’innovazione tecnologica ha rivoluzionato l’esecuzione delle prestazioni richieste dalla moderna società – sia nell’ambito delle attività negoziali tra privati, che nei rapporti con la Pubblica Amministrazione – agevolando la circolazione e la condivisione di informazioni, nonché dematerializzando e automatizzando titoli, documenti e processi. Nonostante sia facilmente percepibile il positivo effetto sortito dalla digitalizzazione sulla società e sull’economia, la misurazione concreta del suo impatto è un’operazione tutt’altro che semplice. Ed è proprio da tali premesse che la Young Professionals in Foreign Policy - Rome ha dedicato lo scorso 27 marzo un apposito incontro – dal titolo “Italia Digitale: Creatività, Crescita, Conoscenza” – per analizzare, insieme a giuristi, avvocati, docenti universitari e blogger, lo stato di diritto e di politica della rivoluzione socio-economica più importante della storia dell’umanità: il digitale. Il diritto d’autore nelle reti di comunicazione elettronica. Verso il Copyright 2.0? L’Italia digitale è anzitutto creativa: come illustrato dall’Avv. Marco Scialdone, Dottorando di ricerca in “Categorie giuridiche e tecnologia” all’Università Europea di Roma e redattore di Dimt – all’interno della Rete, l’utente recepisce le diverse forme di produzione culturali – quale un film, un videogame o un fumetto – per poi apporre il suo spirito creativo e critico interagendo con esse, manipolando e riutilizzando quelle stesse produzioni, generando così i “Contenuti generati dagli utenti” come i machinima, gli Anime Music Video e le fan fiction. LEGGI "Il nuovo ruolo degli utenti nella generazione di contenuti creativi" L’utente rappresenta dunque un ibrido tra la figura del mero consumer – che non si limita a fruire passivamente le opere dell’ingegno esistenti, ma le rielabora – e quella dell’ambizioso producer – condividendo, attraverso il canale della Rete, il contenuto da lui prodotto non tanto per un ritorno economico, ma per dare sfoggio della sua creatività ed alimentare la c.d. “economia della conoscenza” – divenendo così un prosumer. Tuttavia, il fenomeno degli UGC è inevitabile terreno di scontro con l’attuale disciplina autoriale. Da ultima, si rammenta la delibera 680/13/CONS mediante la quale l’Autorità per le Garanzie delle Comunicazioni, come spiegato dal Prof. Maurizio Mensi, docente di “Diritto dell’informazione e della comunicazione” presso l’Università LUISS Guido Carli, ha varato la nuova disciplina in materia di diritto d’autore online. In estrema sintesi, ciascun interessato può richiedere ed ottenere dall’AgCom la rimozione di un contenuto, lesivo delle proprie privative intellettuali ed industriali, pubblicato in Rete, attraverso un procedimento di notice and take down: in caso di mancato adeguamento spontaneo alla segnalazione da parte dell’utente trasgressore, l’AgCom potrà ordinare, rivolgendosi all’Internet Service Provider, la cancellazione coatta di quello specifico elemento ovvero l’inibizione alla Rete dell’uploader del contenuto. Un provvedimento in merito al quale ha esposto una posizione decisamente contraria l’Avvocato Fulvio Sarzana di S. Ippolito, esperto in Diritto dell’Informatica e delle Telecomunicazioni e blogger per “Il Fatto Quotidiano”, il quale ha spiegato anche i motivi che hanno portato ai ricorsi che saranno presentati nei Tribunali Amministrativi Regionali finalizzati a valutare un siffatto regolamento alla luce della Costituzione, dei principi dell’Ordinamento europeo e dei diritti fondamentali dell’uomo.  L’Agenda Digitale italiana: Pubblica amministrazione digitale, banda larga, ehealth, open data e startup. Finalmente la svolta digitale? L’Italia Digitale è anche e soprattutto Crescita, individuale e dell’intero Paese. Europa 2020 è una delle strategie elaborate dalla Commissione europea finalizzata allo sfruttamento del potenziale delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione per favorire l’innovazione, la crescita economica e il progresso. Lo strumento utilizzato per raggiungere un risultato così ambizioso prende il nome di Agenda Digitale, che è possibile definire come quell'insieme di norme che vogliono portare il Paese nel medio-lungo periodo verso le nuove tecnologie e l'innovazione, attraverso la realizzazione di un mercato digitale unico; la promozione all’accesso ad Internet e l’aumento del tasso di alfabetizzazione digitale. Ciascuno Stato dell’Unione si è impegnato a recepirla nel proprio ordinamento, introducendo al tempo diversi principi, tra i quali l’identità digitale; l’Amministrazione digitale; la Sanità digitale; la banda larga; la fatturazione elettronica e la Giustizia digitale. L’avv. Ernesto Belisario – docente e Direttore dell’Osservatorio per l’Open Government - ha analizzato la situazione italiana: il nostro Paese, infatti, ha avviato l’attuazione dell’Agenda Digitale con ben due anni di ritardo, con il c.d. Decreto Crescita 2.0. durante il Governo Monti, per poi apporre dei correttivi con il Decreto del Fare con il Governo Letta.: soltanto 11, dei 51 previsti, sono i provvedimenti attuativi dell’Agenda Digitale europea. Per ovviare ad un simile ritardo, l’Italia ha deciso di concentrarsi su tre priorità ossia la fattura elettronica, l’anagrafe nazionale e l’identità digitale. Ma tutto ciò non è sufficiente. Per far sì che nel 2020 – naturale scadenza fissata dall’Europa – l’Italia porti dalla carta al Digitale l’Agenda è necessario, da una parte, trovare i fondi necessari per concretizzarla; dall’altra, superare tutte quelle resistenze dei burocrati i quali, all’interno della Pubblica Amministrazione, continuano a rallentare l’attuazione delle norme. L’uomo dimentica. Ma Internet soffrirà di amnesia? Il diritto all’oblio tra l’informazione, la cronaca e la critica La Conoscenza è l’ultimo potenziale dell’Italia Digitale: una conoscenza che è stata elevata alla 2.0 attraverso gli strumenti messi a disposizione dalle Reti di comunicazione elettronica: grazie ai blog, ai social network ed ai webzine, Internet consente a ciascun utente della Rete di partecipare alla elaborazione e alla successiva diffusione delle informazioni, così da utilizzarle quale fondamento per sviluppare interessanti spunti di riflessione. Tuttavia, la diffusione degli strumenti di raccolta, conservazione, elaborazione ed utilizzazione dei dati personali all’interno della Rete, espongono il cittadino digitale ad una lesione dei suoi diritti, in particolare a quello della sua riservatezza. Nel contesto così delineato, Marco Perduca, già Senatore della Repubblica Italiana ed attuale Vice Presidente del Partito Radicale Nonviolento transpartito transnazionale, ha valutato l’affermazione del cosiddetto diritto all’oblio, ossia quel diritto a che nessuno riproponga nel presente un episodio che riguarda la nostra vita passata e che ciascuno di noi vorrebbe, per le ragioni più diverse, rimanesse semplicemente affidato alla storia. Una siffatta tutela, però, si scontra con quella libertà, costituzionalmente garantita, d’informazione e dunque della diffusione delle notizie aventi pubblica rilevanza. Si è fatto riferimento ad un emblematico e recente intervento dalla Suprema Corte, la quale ha statuito che ciascun interessato può richiedere ed ottenere la cancellazione di tutte le informazioni attinenti le proprie vicende personali dagli archivi giornalistici, nel caso in cui l’interesse pubblico alla diffusione delle medesime sia scemato ovvero non sia mai venuto ad esistenza, salvo che il suddetto interessato non abbia all’uopo acconsentito espressamente. Un siffatto diritto, però, trova il suo limite nel diritto di cronaca soltanto quando sussista un interesse effettivo ed attuale alla diffusione delle vicende personali trascorse dell’interessato ossia che quanto accaduto di recente trovi un collegamento diretto con quelle stesse vicende, rinnovandone l’attualità. In estrema sintesi, dunque, il diritto all’oblio sussisterebbe nei casi in cui, bilanciando gli interessi della collettività ad essere informati con quelli del singolo a non essere leso nella propria identità personale, prevalgano la necessità, la non eccedenza, la proporzionalità e la pertinenza dell’informazione. Il suddetto tema ha, pertanto, importanti risvolti giuridici ma anche sociologici. E’ bene però precisare che il diritto all’oblio si scontra con quello che viene definito un “diritto alla storia” ossia quello di raccontare. In effetti, l’attuale momento storico dovrà essere raccontato anche alle future generazioni: è perciò necessario preservare ogni attimo della nostra esistenza in quanto influente nel panorama storico in modo tale che sarà così agevole poter ripercorrere la nostra storia, con tutte le sue accezioni, sia positive che negative. Si dovrà dunque trovare un punto di contemperamento tra il diritto del singolo, classificato come diritto alla privacy o all'identità personale, il diritto della collettività che è diritto all'informazione in senso generico – nella misura in cui si tratti di informazione rilevante – e, infine, il diritto alla storia in senso più specifico. Considerazioni conclusive: l’Italia è pronta al digitale? Le riflessioni, percezioni, suggestioni ed impressioni esternate dagli ospiti presenti sull’Italia Digitale sono state le vere protagoniste dell’incontro: la digitalizzazione è una forza trasformatrice per tutti i settori, eppure le riforme destinate a promuovere un siffatto fenomeno sono state attuate soltanto parzialmente o comunque non sono state implementate in maniera ottimale. Dinanzi ad una siffatta situazione, non si possono che riporre i propri auspici e speranze nelle mani di una regia competente ed indipendente, che finalmente scopra e valorizzi l’informatizzazione nelle se variabili culturali ed economiche: soltanto in questo modo sarà finalmente possibile sfruttare la tecnologia, creare efficienza, stimolare la competizione ed alimentare l’innovazione in Italia. Non solo quella Digitale. 4 aprile 2014
  • "Open access e scienza aperta: stato dell'arte e strategie per il futuro" - Trento

  • "Open access e scienza aperta: stato dell'arte e strategie per il futuro" - Trento, 20 ottobre 2014

  • "Patrimonio culturale digitale. Tra conoscenza e valorizzazione", a Roma il 2 luglio

    In un convegno promosso dall'Accademia Italiana del Codice di Internet si approfondiranno, con l'aiuto di giuristi, esponenti delle istituzioni e delle associazioni, le problematiche e i quesiti aperti sul tema della gestione di documenti e informazioni nel settore pubblico L’esigenza della massima divulgazione della conoscenza e della migliore valorizzazione del patrimonio materiale e digitale di proprietà pubblica comporta l’individuazione di un sistema di licenze d’uso che assicuri il bilanciamento tra i principi di riutilizzo dei dati pubblici e la disciplina in materia di diritto d’autore e di tutela dei dati personali. Questi temi saranno al centro del convegno "Patrimonio culturale digitale: tra conoscenza e valorizzazione", previsto a Roma il 2 luglio 2015. L'evento, che sarà ospitato presso Palazzo Sant'Andrea (Via del Quirinale, 30), è promosso dall'Accademia Italiana del Codice di Internetnell'ambito del Progetto Scientifico PRIN “Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione come strumento di abbattimento delle barriere economiche, sociali e culturali”. Il quadro normativo europeo nel quale si inseriscono i lavori si compone della direttiva 2003/98/CE in materia di Public Sector Information (PSI), recentemente modificata dalla direttiva 2013/37/UE, che ne estende gli ambiti alle risorse digitali di Archivi, Biblioteche e Musei, in corso di recepimento da parte del nostro ordinamento e, in ambito nazionale, del Codice dell’Amministrazione Digitale (D.Lgs 82/2005), come modificato dall’articolo 9 del decreto legge n. 179/2012, cd. Decreto Crescita 2.0, convertito con legge n. 221/2012, che ha sancito il principio dell’Open Data by default. Locandina 2 luglio 2015 Dopo l'apertura affidata a Marina Giannetto (Sovrintendente dell’Archivio storico della Presidenza della Repubblica), l'introduzione di Alberto M. Gambino (Presidente dell’Accademia e Ordinario di Diritto privato nell'Università Europea di Roma) e le relazioni di Gustavo Ghidini (Università degli Studi di Milano, Università LUISS Guido Carli), Giuseppe Piperata (Associato di Diritto amministrativo presso l'IUAV di Venezia) e Antonia Pasqua Recchia (Segretario Generale presso il Ministero dei Beni e della Attività culturali e del Turismo). Le conclusioni saranno curate da Angelo Rughetti, Sottosegretario per la Semplificazione e Pubblica Amministrazione. Sarà così la volta di una tavola rotonda moderata dal giornalista de Il Sole 24 Ore Antonello Cherchi e animata dagli interventi di Valentina Grippo (Accademia Italiana del Codice di Internet), Roberta Guizzi (Servizio Giuridico dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni), Andrea Marcucci (Commissione Istruzione pubblica, beni culturali del Senato), Flavia Piccoli Nardelli (Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati), Marco Pierani (Altroconsumo), Riccardo Pozzo (Dipartimento Scienze Umane e Sociali, Patrimonio Culturale del Consiglio Nazionale delle Ricerche), Eugenio Prosperetti (Tavolo Permanente per l’Innovazione e l’Agenda Digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri), Roberto Rampi (Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati) e Ferdinando Tozzi (Comitato consultivo Permanente per il Diritto d’Autore). A concludere Silvia Costa, presidente della Commissione Cultura dell'Unione Europea. È stato richiesto l’accredito per la formazione continua degli Avvocati e dei Commercialisti.

    La partecipazione è libera fino ad esaurimento posti.

    È necessario accreditarsi entro e non oltre il 25 giugno 2015 inviando una email con nome, cognome, luogo e data di nascita all'indirizzo di posta elettronica Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

  • "Patrimonio culturale digitale. Tra conoscenza e valorizzazione", report, audio e video del convegno del 2 luglio

    Nel corso dell'evento promosso dall'Accademia Italiana del Codice di Internet sono state approfondite, con la partecipazione di esponenti delle istituzioni e giuristi, opportunità e criticità della Direttiva  2013/37/UE, all’esame del Parlamento, sul libero accesso e il riutilizzo dei dati in possesso di Pubblica Amministrazione, biblioteche, musei e archivi. "È nostra intenzione costituire un Osservatorio che abbia come compito il monitoraggio della  digitalizzazione del patrimonio informativo e culturale in possesso della Pubblica Amministrazione”. Così il Prof. Alberto Gambino, presidente dell'Accademia Italiana del Codice di Internet ,nel corso del convegno “Patrimonio Culturale Digitale: tra conoscenza e valorizzazione”, evento che ha avuto luogo nella mattina del 2 luglio, a Roma, con la partecipazione di giuristi, esponenti delle istituzioni pubbliche, membri del governo e del parlamento.

    Guarda i video del convegno

    "Sarà un Osservatorio aperto - ha spiegato Gambino - che naturalmente dialogherà con chi già istituzionalmente si occupa della materia, e che non sarà composto solo di giuristi ma punterà a riunire tutti i saperi umanistici per rappresentare un intreccio di competenze orientate a verificare che davvero questa stella polare dell'open access, ma anche del non detrimento delle risorse delle nostre amministrazioni, possa trovare una realizzazione bilanciata” [audio]. Prima sessione Al centro dei lavori proprio la ricerca di un giusto punto di equilibrio tra l’obiettivo della massima diffusione e delle possibilità di riutilizzo dei dati pubblici e la tutela del patrimonio culturale di musei, biblioteche, archivi in possesso di amministrazioni e istituzioni pubbliche. Opera delicata ma che ha il carattere della massima urgenza, quella che attende il legislatore, chiamato a recepire la direttiva 2013/37/UE (la scadenza per la sua adozione è il prossimo 18 luglio e la discussione è al momento ferma in Commissione Affari Esteri e Comunitari del Senato) che, nel quadro della iniziative dell’Agenda digitale europea, impone agli enti pubblici di rendere fruibili tutte le informazioni in loro possesso e il loro reimpiego a fini commerciali o non commerciali. Una vera rivoluzione, che richiede una riflessione imprescindibile da parte del legislatore anche in considerazione della farraginosità di un sistema normativo stratificatosi nel corso degli anni e della specificità dell’Italia, titolare del patrimonio culturale più diffuso in Europa.

    Leggi il position paper dell'Accademia Italiana del Codice di Internet

    CoppolaUna riflessione che si intreccia con le molte proposte che si stanno susseguendo in materia di Open Data e di trasparenza delle informazioni delle quali è titolare la PA. Ultima in ordine di tempo quella oggetto dell’inserimento nel Ddl di riforma della Pubblica Amministrazione di un emendamento in materia di Freedom of Information Act a firma degli onorevoli del Pd Anna Ascani e Paolo Coppola; quest'ultimo è intervenuto durante i lavori sottolineando il valore dell'opera di disclosure che si va componendo nel panorama legislativo nazionale e comunitario. Far sì che il recepimento della direttiva e il rafforzamento degli obblighi in capo agli enti pubblici in materia di accesso alle informazioni, anche attraverso licenze che ne consentano il riutilizzo a fini commerciali da parte di privati, non pregiudichino la tutela del patrimonio culturale, complice uno sfruttamento indiscriminato dei dati a scapito del valore del bene pubblico, della sua integrità e conoscenza, è stato il filo conduttore di gran parte degli interventi. Dopo l’apertura affidata a Marina Giannetto (Sovrintendente dell’Archivio storico della Presidenza della Repubblica) [audio] le relazioni di Giuseppe Piperata (Associato di Diritto amministrativo presso l’IUAV di Venezia) [audio], Riccardo Pozzo(Dipartimento Scienze Umane e Sociali, Patrimonio Culturale del Consiglio Nazionale delle Ricerche) [audio] e Gustavo Ghidini (Università degli Studi di Milano, Università LUISS Guido Carli) [audio], il quale ha lanciato la proposta di un “doppio binario” per il riuso del patrimonio culturale digitale: accesso libero e gratuito per ricercatori e studiosi; a fronte di un ritorno economico per la PA nei casi di reimpiego a fini commerciali. “In relazione al tipo di accesso per fini editoriali o commerciali – secondo Ghidini  – dovrebbe essere ammesso un compenso in linea con i principi della disciplina autoriale, ponendo in capo all'amministrazione concedente un obbligo di reinvestimento dei ricavi nello sviluppo e nel potenziamento dell'architettura impiegata per la pubblicazione dei dati. Un obbligo che dovrebbe estendersi ai proventi delle operazioni derivate di marketing culturale connesse eventualmente all'uso commerciale dei dati”. È stata così la volta di una tavola rotonda moderata dal giornalista de Il Sole 24 Ore Antonello Cherchi e animata dagli interventi di Valentina Grippo, fellow dell'Accademia [audio], Roberta Guizzi del Servizio Giuridico dell’Agcom [audio], Flavia Piccoli Nardelli, membro della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati [audio], Marco Pierani di Altroconsumo [audio],Eugenio Prosperetti, membro del Tavolo Permanente per l’Innovazione e l’Agenda Digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri [audio], eFerdinando Tozzi, componente del Comitato consultivo Permanente per il Diritto d’Autore [audio]. In chiusura l'intervento di Antonia Pasqua Recchia, Segretario Generale presso il Ministero dei Beni e della Attività culturali e del Turismo [audio]: “Siamo consapevoli della grande responsabilità con la quale dobbiamo affrontare il tema. Da parecchio tempo il ministero si è posto in una posizione di particolare apertura, sia per la presenza di banche dati di archivi e biblioteche sia per la digitalizzazione di opere d'arte, e con licenze d'uso Creative Commons. Vanno però differenziati vari aspetti: la completa accessibilità non deve sempre essere sovrapposta e confusa con la gratuità del dato, perché i dati di qualità costano sotto molti punti di vista. Un altro tema è poi quello della tutela dell'integrità delle opere quando c'è riproduzione, aspetto anche più importante del ritorno economico in senso stretto. Ma di sicuro non dobbiamo temere la pirateria sul patrimonio culturale, perché per quanto servano delle regole bisogna partire dal presupposto che maggiore circolazione significa arricchimento diffuso”. Le conclusioni sono state affidate a Silvia Costa, Presidente della Commissione Cultura al Parlamento Europeo [audio], la quale ha auspicato che “l'Osservatorio lanciato dal Professor Gambino possa espandersi su scala continentale; sarebbe molto importante che cominciassimo, anche grazie all'Accademia, ad avere nuovi luoghi di confronto”. [gallery type="slideshow" ids="18479,18480,18489"]

     

    2 luglio 2015

  • "SoldiPubblici" e trasparenza, Riccardo Luna: "Spero arrivi presto un FOIA. Tra pochi giorni online le spese dei ministeri"

    "L'istituzione della figura del Digital Champion da parte della scorsa Commissione Europea ha avuto come presupposto che il digital divide è in primo luogo culturale, ci sono cioè troppi cittadini che non conoscono la rete e non ne afferrano ancora le opportunità. Solo in Italia ci sono 22 milioni di persone non hanno mai utilizzato Internet". Così il Digital Champion italiano Riccardo Luna intervenendo nella puntata dell'11 gennaio 2015 di “Presi per il Web“, trasmissione di Radio Radicale condotta da Marco PerducaMarco Scialdone e Fulvio Sarzana con la collaborazione di Marco Ciaffone e Sara Sbaffi. Ospite dell'appuntamento anche il giornalista de L'Espresso Alessandro Gilioli. [caption id="attachment_5318" align="alignright" width="300"]Ascolta il podcast della puntata di domenica 11 gennaio 2015 Ascolta il podcast della puntata di domenica 11 gennaio 2015[/caption] "È sulla base di questa impostazione - ha così spiegato Luna - che ho deciso di declinare il mio ruolo in maniera orizzontale e lanciare l'iniziativa di un Digital Champion per ogni comune italiano perché penso che le sfide da affrontare siano così tante e grandi che una persona da sola, e con una carica che ha zero euro di budget, zero staff e zero stipendio, non possa affrontarle in maniera adeguata. Al momento abbiamo 1200 champions e l'obiettivo è arrivare, appunto, a 8054. Ognuno di loro è un mio referente sul territorio e la selezione si basa su un rapporto di fiducia, lo stesso che lega me al presidente del Consiglio del quale sono, tecnicamente, un consigliere. Da qui nasce anche l'idea di costituire l'associazione dei champions, un organismo che non è certo obbligatorio per ognuno di essi ma che permette di creare una figura giuridica che ci apre le porte dell'autofinanziamento; tra i soci fondatori figura Telecom Italia, che ha deciso di mettere sul piatto 250mila euro da investire in progetti di cultura digitale. Il tema del conflitto di interessi a mio avviso decade nel momento in cui noi assicuriamo che ogni centesimo che ci arriva sarà investito in questi stessi progetti e non sarà trattenuto nulla per noi. La prima iniziativa in tal senso la presenteremo a Milano il 21 gennaio e sarà un helpdesk a disposizione dei cittadini sulle questioni digitali. Chiunque pensa possa essere d'aiuto in questo percorso non ha che da presentarci la sua candidatura, ci servono persone disposte a mettere il loro tempo a servizio di obiettivi che, non lo nascondo, sono molto impegnativi; io stesso non credo ricoprirò questo ruolo fino al 2018". Trasparenza - Gilioli ha sottolineato come manchi ancora in Italia, "nonostante le chiare promesse del governo in questo senso, un Freedom of Information Act che permetta a chiunque di accedere ai dati della Pubblica Amministrazione senza che, come accade ora, debba avere un interesse in causa. Quando i dati sono concessi in maniera isolata il loro valore è minimo. Bisogna avere invece il diritto di accesso a tutti i dati, in una dinamica che inciderebbe in maniera importante sulla lotta alla corruzione e su delle pratiche distorte di selezione di alcuni ruoli all'interno delle amministrazioni". A questo Luna ha replicato che "ho detto e scritto in tutte le sedi e a più riprese, anche rivolgendomi direttamente a Matteo Renzi, che considero quello del FOIA un passaggio essenziale, cosa che ho ribadito anche al lancio del portale Soldi Pubblici". Si è così entrati nel merito della piattaforma presentata a ridosso delle festività natalizie con l'obiettivo di promuovere e migliorare l’accesso e la comprensione dei cittadini sui dati della spesa della Pa; tramite la stringa di ricerca dell'home page è infatti possibile, al motto di "quanto, chi, cosa", conoscere l'ammontare dei pagamenti effettuati su determinate voci di spesa delle Regioni, delle Aziende Sanitarie, delle Province e dei Comuni. Lo strumento pesca tra i dati collezionati da SIOPE, il Sistema Informativo delle Operazioni degli Enti Pubblici frutto di una collaborazione tra Banca d’Italia e Ragioneria Generale dello Stato che aggrega i pagamenti giornalieri delle diverse PA. Nonostante la precisazione sulla necessità di ulteriori interventi volti a migliorare una piattaforma attualmente in fase beta non sono mancate diverse e puntali critiche ad un progetto che, secondo alcuni addetti ai lavori, sarebbe ancora molto lontano da una piattaforma che possa definirsi rivoluzionaria. "Io credo che quella realizzata non sia per nulla un'operazione banale - ha precisato Luna - perché per la prima volta abbiamo una trasparenza fortissima delle spese degli enti locali e, tra qualche giorno, avremo anche quella dei ministeri. I dati sono ora scaricabili integralmente in tutti i formati e c'è già chi li sta rielaborando creando contenuti di alto valore nell'ottica della comprensione delle spese dei Comuni. Dal 31 marzo, quando la fatturazione elettronica per la Pa locale diventerà obbligatoria, noi avremo il dettaglio delle spese di ogni ente fino alle singole penne". 12 gennaio 2015
  • Attivismo online: "Datemi un like e salverò il mondo". L'analisi di un fenomeno che invade la rete ogni giorno

    Ospiti su Radio Radicale Salvatore Barbera (ChangeItalia), Riccardo Magi (Consigliere comunale a Roma), Flavia Marzano (Wister) e il fondatore del movimento "Indivanados" [caption id="attachment_5318" align="alignright" width="300"]Ascolta il podcast della puntata del 16 marzo 2014 Ascolta il podcast della puntata del 16 marzo 2014[/caption] Riceviamo ogni giorno email nelle quali veniamo invitati a firmare una petizione online per salvare, impedire, fermare. Vediamo gli stessi appelli circolare su ogni social network, spesso accompagnati da un enorme numero di like e commenti carichi di indignazione e chiamate alle armi digitali. Ma quanto queste dinamiche nate in rete finiscono per avere concrete ricadute sui fenomeni che mettono nel mirino a mezzo di raccolta firme e mobilitazioni mediate dalle nuove tecnologie? È la domanda al centro della puntata del 16 marzo di “Presi per il Web“, trasmissione di Radio Radicale condotta da Marco PerducaMarco Scialdone e Fulvio Sarzana con la collaborazione di Marco Ciaffone e Sara Sbaffi. Ospiti dell'appuntamento Salvatore Barbera, responsabile della sezione italiana della piattaforma di petizioni online Change.org, Riccardo Magi, Consigliere comunale radicale a Roma, Flavia Marzano, presidente di Stati Generali dell’Innovazione, membro dell’Innovation Advisory Group di EXPO2015, docente alla Sapienza di Laboratorio di Tecnologie per la Comunicazione Digitale e ideatrice di Women for Intelligent and Smart TERritories (Wister) e Gabriel Ektorp, portavoce del movimento degli Indivanados, i "rivoluzionari del divano che armati di telecomandi, tastiere e smartphone lottano a video aperto contro caste e poteri forti". Magi ha esordito illustrando un progetto di partecipazione civica mediato dalla rete sperimentato al suo ingresso in Campidoglio: "Open Campidoglio è una piattaforma presentata nel dicembre scorso e che si compone di quattro sezioni. La prima, 'Campidoglio senza filtri', è dedicata alla pubblicazione di documenti inediti dell'amministrazione capitolina che io ottengo attraverso l'accesso agli atti e che rendo fruibili da tutti i cittadini. Una seconda sezione è dedicata alla partecipazione dei romani, quella del 'Consigliere partecipativo', che rende possibile l'invio di interrogazioni al sindaco: le proposte che ci arrivano vengono esaminate e poi inserite in una fase di raccolta firme; quelle che raggiungo le duecento firme, quota che è necessaria anche per le interrogazioni popolari promosse offline, vengono depositate da me. C'è poi 'Roma si muove', aggregatore dei blog che si occupano di Roma, e infine la sezione per lo scambio di informazioni anche in forma anonima. L'idea nasce dall'idea di dare vita ad uno strumento di aggregazione e scambio di informazioni. Il vero problema è il blocco che spesso si instaura offline: è quando si riversano dentro le istituzioni i risultati delle iniziative che arrivano le frenate, con gli organismi pubblici che spesso finiscono per non rispettare le loro stesse regole". Finiscono così sotto la lente una serie di tematiche spesso intrecciate ma mai completamente coincidenti tra loro; c'è la issue della trasparenza della Pubblica Amministrazione, quella della partecipazione attiva dei cittadini al processo democratico di elaborazione delle proposte normative e, infine, il fenomeno dell'attivismo che nasce, e spesso muore, con i click. È forse quest'ultimo l'aspetto attorno al quale sono concentrate le maggiori critiche, fondate sia su basi statistiche, sia su quelle sociologiche. Sul primo fronte, pochi giorni fa su IlFoglio compariva un articolo dal titolo esplicito: "Su Facebook tutti leoni, in realtà tutti in poltrona"; il riferimento è uno studio appena pubblicato sulla rivista "Sociological Science" nel quale si analizza in dettaglio una delle campagne più popolari su Facebook, intitolata "Save Darfur", alla quale hanno aderito 1 milione e 200 mila persone su Facebook nei 989 giorni che vanno dal maggio 2007 (quando il gruppo fu fondato) al gennaio 2010 (il momento in cui la ricerca si ferma), per donazioni complessive di 90.776 dollari. Numeri enormi ai quali, tuttavia, fanno da contraltare quelli di chi si è attivato realmente per la causa: il 72% di quanti hanno fatto click sulla causa, per esempio, non ha convinto neanche uno solo dei suoi amici o conoscenti a fare lo stesso, il 99,76% dei membri del gruppo non ha mai donato un euro o un dollaro e il 94% di quanti hanno donato, lo ha fatto soltanto una volta. "Se poi dal calcolo - prosegue l'articolo su IlFoglio - si escludono i pochissimi 'iperattivisti' (come per esempio quel membro di 'Save Darfur' che ne ha convinti da solo altri 1.196 ad aderire o quel donatore che ha dato 2.500 dollari), viene da chiedersi cosa davvero abbiano fatto per la causa del Darfur un milione e passa di appartenenti al celebre social network. Risposta: poco o nulla". Più ottimista la visione del fenomeno proposta da Giovanna Cosenza su IlFattoQuotidiano. Resta poi aperta la spinosa questione della reale utilità delle piattaforme di interazione sociale online al "progresso" delle comunità piuttosto che il loro essere bacino di lauti ricavi per chi ne è proprietario. In un convegno alla Camera dei Deputati venerdì scorso, ad esempio, Stefano Rodotà ha spiegato che "le reti sociali nascono dall'idea di cercare il modo migliore per sfruttare economicamente l'iperconnessione di milioni di persone che generano altrettanti milioni di dati. Bisogna discutere sulle pre-condizoni della democrazia sul web a fronte della rapidità dell'innovazione tecnologica. Il controllo dei poteri sociali da parte dei big del web è una discussione aperta e non va dimenticato il concetto di diritti dei nuovi popoli del web". Un pensiero a cui si aggiungono le critiche di chi, come il sociologo e giornalista bielorusso Evgenij Morozov e il giornalista italiano Fabio Chiusi, critica fortemente le letture che indicano nella rete uno strumento democratizzante a priori, quelle che lo stesso Morozov in un libro dal titolo "To save everything click here" reputa figlie di un Internet centrismo. È dunque un fronte ampio e articolato quello col quale deve confrontarsi chi, come Change.org o l'altra principale piattaforma di petizioni online Avaaz, ha come cuore della propria attività proprio l'aggregazione delle persone intorno ad una causa e al proprio sostegno tramite attivismo online. "La mobilitazione online - ha spiegato Barbera - coinvolge ormai nel mondo centinaia di milioni di persone, che ogni giorno ricevono email e quando lo ritengono opportuno si attivano nelle modalità che conoscono. La paura che le persone utilizzando i siti Internet e il Web finiscano la propria attività politica solo sulla rete è un problema serissimo, che va affrontato e che anche noi addetti ai lavori percepiamo come urgente. Bisogna tuttavia evitare letture semplicistiche dei fenomeni, e la questione va posta in maniera molto diversa: non è che chi si attiva online e chi si attiva offline sono persone diverse. Parliamo di un fenomeno che, in un contesto storico in cui, come negli anni '90, le persone hanno fatto meno attività politica, riscopre grazie ad una tecnologia un modo di mobilitarsi. Bisogna certo evitare di credere che per vincere una battaglia basti mettere un like o firmare una petizione online". "Non è che le petizioni siano nate oggi con la rete - ha chiosato Barbera - ma oggi c'è un modo più immediato, facile, ampio e gratuito per partecipare. I numeri dicono che le iniziative che vanno a bersaglio sono una parte molto piccola rispetto a quelle totali? Certo, ma fa parte della logica dei grandi numeri della rete. Pensiamo a Youtube: quante delle decine di migliaia di video che sono sulla piattaforma hanno le caratteristiche per diventare virali e ottenere milioni di visualizzazioni? Molto pochi in proporzione. Sulla rete c'è di tutto, e questa varietà, questa libertà, sui grandi numeri, permette di far uscire anche qualcosa di importante. Anche il solo porre nel dibattito pubblico una questione della quale non si sarebbe parlato significa contribuire al cambiamento in positivo". "Occorre infine capire - ha concluso Barbera - la differenza tra le campagne, perché quando le tematiche toccano le vite di chi si attiva online c'è una bella differenza rispetto a campagne come 'Save Darfur'. Dobbiamo concentrarci su chi sono le persone che partecipano a queste mobilitazioni, e anche il dato demografico su Change.org ci parla di un'età media molto alta, un dato che ci porta a ragionare su quali sono le fasce di popolazione che in Italia sono realmente interessate all'attivismo politico, un passaggio che fa il paio con la presa di coscienza che, comunque la si veda, oggi una campagna di mobilitazione non è pensabile senza l'utilizzo dei nuovi mezzi di comunicazione, che devono affiancarsi e non sostituirsi alle tradizionali forme della politica". Dopo Barbera è stato Ektorp, il cui nickname fa il verso a quello di un mobilificio svedese, a spiegare la filosofia che anima il movimento del quale è portavoce: "Indivanados nasce come una provocazione e dalla sensazione che tutta l'indignazione che viene manifestata ogni giorno in rete finisca per non produrre nulla. Ci siamo chiesti perché e come cambiare gli output. I primi esperimenti che abbiamo messo in atto sono partiti dall'importazione nella politica del tweet storm, al quale tuttavia ha fatto seguito un coordinamento telefonico tra gli attivisti e i soggetti protagonisti delle battaglie, in un percorso terminato con la messa a punto di report della mobilitazione da inviare a politici e amministratori. Nel caso di un'associazione romana siamo arrivati a far andare il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti nella loro sede a prendere un impegno in merito alla situazione di difficoltà nella quale erano piombati. In fondo stiamo trasportando in rete una cosa antica, cioè chiedere alle persone di aggregarsi intorno ad una causa, una passione, un'iniziativa che sta a cuore a tutti". "L'attivismo online e quello offline di certo non si escludono - è stata la chiosa di Magi - ma il primo rafforza il secondo". "Bisogna essere ottimisti - ha affermato Marzano - di sicuro l'attivismo online è un fenomeno positivo, non è la panacea di tutti i mali della società, ma è una delle facce del prisma della comunicazione tra cittadino e Pubblica Amministrazione, ed è uno strumento che i politici non possono più ignorare facendo finta che non esista". "La maggior parte delle persone - ha concluso Ektorp - non ha tempo di fare militanza politica tradizionale, ma ha a disposizione una quantità di tempo limitata che tuttavia, grazie alle nuove tecnologie, può essere messa a sistema con quella di altre persone. I luminari che criticano questo tipo di partecipazione troppo spesso non danno una soluzione al loro affermare che 'la rete non basta', si limitano a destrutturare; la nostra risposta è rendere il Web 3.0 mettendoci dentro le persone".
    Immagine in home page: Forbes.com
    17 marzo 2014
  • Call for Proposal "OpenEd15: The Impact of Open" - Vancouver BC, November 18-20, 2015

    The Call for Proposals is open, submit before April 17

    Open Educational Resources (OER) provide a massive, high quality open content infrastructure on top of which innovative people and organizations are building a new generation of educational models. Methodologically rigorous research is demonstrating that these OER-based models can be extremely effective in reducing the cost of education and improving student learning. Now that this foundation of content, practices, and research has been firmly established, the field is turning increasingly towards broadening the impact of this work. Conference Themes Keynote addresses and concurrent sessions at OpenEd15 will address the following themes: models supporting the broad adoption and use of open educational resources in formal education understanding the role of students in advocating for and supporting OER adoption and use understanding the role of faculty in advocating for and supporting OER adoption and use understanding the role of libraries in advocating for and supporting OER adoption and use connecting open educational resources to competency based education, prior learning assessment, and alternative pathways to credentials based on OER measuring the impact of openness on the cost of education and student success metrics promoting and evaluating institutional and governmental open policies and strategies designing and using open pedagogies that leverage the 5R permissions of OER democratizing the credentialing process with open badges and other alternative credentials exploring non-profit and for-profit sustainability models for OER and openness in education supporting social learning with OER the role of openness in shaping the future of education improving the quality of research in open education innovating at the bleeding edge of openness strengthening the synergies between open education and parallel work in the open data, open access, open science, and open source software movements [caption id="attachment_14882" align="aligncenter" width="650"]Go to Openedconference.org Go to Openedconference.org[/caption]
  • Chi vuole trasformare la Trasparenza in un bluff?

    Da un lato valanghe di dati inutilizzabili o poco rilevanti; dall'altro un numero crescente di cittadini che chiede di avere accesso ad informazioni e dataset sulla spesa pubblica. Le contraddizioni e le potenzialità del percorso verso la "casa di vetro" delle istituzioni nell'ultima puntata di Presi per il Web [caption id="attachment_2525" align="alignright" width="314"]Ascolta il podcast della puntata di domenica 3 novembre 2013 Ascolta il podcast della puntata di domenica 3 novembre 2013[/caption] Su una cosa non ci sono dubbi: la Trasparenza va di moda. Ad ogni livello istituzionale viene inserita nei programmi elettorali quasi sempre con un'accezione "anti-casta" che mira dritto alla rabbia che una sempre più larga fetta dell'elettorato nutre nei confronti di compensi e privilegi che spettano a chi ricopre determinate cariche istituzionali. Ma quante di quelle buone intenzioni di trasformare i palazzi del potere in "case di vetro" vanno a bersaglio e quante invece si risolvono in tanto, inutile rumore? Ma soprattutto: qual è la Trasparenza che serve davvero e quella che invece risulta fine e se stessa sfociando addirittura nel "voyeurismo"? Quesiti che hanno animato il dibattito della puntata di domenica 3 novembre di “Presi per il Web”, trasmissione di Radio Radicale condotta da Marco Perduca, Marco Scialdone e Fulvio Sarzana con la collaborazione di Marco Ciaffone. Con il titolo provocatorio "Il grande bluff della Trasparenza" l'appuntamento ha avuto ospite in studio Alberto Stornelli, informatico sui generis responsabile della comunicazione della no profit Agorà Digitale e impegnato nella messa a punto della seconda fase del portale di civic application L'Era della Trasparenza, il cui obiettivo è creare una piattaforma che punta ad aggregare e rendere da un lato comprensibili e dall'altro interattivi i dati sulle spese della pubblica amministrazione. La leva normativa è in alcune disposizioni contenute nel Decreto Trasparenza del febbraio scorso, nel quale si impone a tutte le Pa italiane la pubblicazione delle voci di spesa superiori ai mille euro in formato Open Data. "La trasparenza - ha chiosato Stornelli - è un'attivazione di pratiche di partecipazione popolare, non ha senso pubblicare dati se non sono visibili da molti occhi che possono esprimere un parere sugli stessi". Importante appare l'esperienza di Opencoesione, sito governativo tramite il quale sono stati messi online tutti i dati relativi alla gestione dei fondi del Piano di Coesione 2007-2013. Si parla di cifre che sfiorano i 70 miliardi di euro di contributi pubblici e in merito ai quali cittadini e giornalisti hanno potuto approfondire il percorso intrapreso dai fondi. Come ha fatto, ad esempio, Alessio Neri per Terrearse.it in merito a Reggio Calabria. Un esempio che pone la domanda: cosa può fare un cittadino in questi casi? "Sarebbe bello - ha affermato Stornelli - che a quei dati si aggiungesse la possibilità di aggregare una comunità che chieda alle autorità conto di quanto i dati stessi illustrano". Il primo intervento telefonico è quello di Paolo Coppola, deputato del Partito Democratico e già assessore all'Innovazione ed eGovernment del Comune di Udine. Il capoluogo friulano, nel 2009, fu il primo Comune italiano a pubblicare i bilanci in Open Data: "In Italia c'è ancora molto da fare - ha affermato - ma purtroppo nel nostro Paese c'è una scarsa cultura delle tecnologie e dell'accountability e l'abitudine a prendere decisioni non dopo uno studio sui dati ma sulla base di intuizioni. Bisogna tuttavia andare nella giusta direzione senza farsi scoraggiare; innanzitutto bisogna far applicare le leggi già in vigore, che al momento sembrano ignorate, andando verso un vero Freedom of Information Act italiano. E poi bisogna diffondere la cultura della trasparenza". Dopo di lui Claudio Velardi, che nel suo lungo passato politico annovera ruoli di dirigenza nel Partito Comunista Italiano e più recentemente, dal febbraio 2008 al giugno 2009, l'assessorato al Turismo e ai Beni culturali della Regione Campania. Velardi nei giorni scorsi, a seguito della decisione della Giunta per le elezioni del Senato in merito al voto sulla decadenza di Silvio Berlusconi, aveva rilasciato alcune dure dichiarazioni nelle quali ha affermato: "La trasparenza porta a una nuova forma di fascismo, moderno e diverso". Un punto di vista che ha sollevato una serie di polemiche ed è stato contestato da chi, viceversa, vede nella "trasparenza assoluta dei rappresentanti l’unica speranza per chi crede nella democrazia rappresentativa", come ha scritto il giornalista de L'Espresso Alessandro Gilioli. "La trasparenza non regolamentata - ha rilanciato Velardi - porta a distorsioni gravissime. Noi abbiamo istituti della democrazia rappresentativa, se la vogliamo superare ne possiamo parlare, ma bisogna fare sì che le nuove pratiche abbiano una più forte griglia di normazione; viceversa, richiamare una sorta di trasparenza assoluta di tutto fa scivolare verso un autoritarismo di fatto". Il giurista Francesco Minazzi, che per i Quaderni di Diritto Mercato Tecnologia ha pubblicato insieme a Morena Ragone un saggio dal titolo "La dicotomia tra Trasparenza e Dati Aperti", ha spiegato: "I Dati aperti sono un insieme molto ampio di utilizzi che ricomprende la Trasparenza ma non coincide né si esaurisce in essa. Occorre evidenziare che gli Open Data mirano più al riutilizzo economico per lo sviluppo di servizi tramite gli stessi piuttosto che a generare trasparenza". Foto: Cafwd.org
  • Come ti cambio la vacanza: viaggio tra i progetti dell'Open Campus di Cagliari

    di Marco Ciaffone

    IMG_5259È al termine del viale che attraversa un ampio parco puntellato di ulivi e sculture di Pinuccio Sciola che si aprono le porte degli stabilimenti di Tiscali, in un colpo d'occhio che mescola la natura marina di Cagliari a pezzi di "antiquariato tecnologico" appesi alle pareti. È qui che due anni fa l'azienda ha inaugurato l'Open Campus,uno spazio di coworking nel quale operano progetti e startup che parlano con un inconfondibile accento sardo e al contempo guardano ben oltre i confini dell'isola.

    "La nostra missione - afferma Alice Soru, coordinatrice dello spazio - è promuovere sul territorio lo spirito e la cultura d’impresa e l’innovazione, sostenendo la nascita e accelerando lo sviluppo di startup legate al mondo del digitale, dei new media e della comunicazione".

    Open Campus - Memorie

    Il primo incontro tra scrivanie popolate di dispositivi e citazioni d'autore come quelle firmate da Steve Jobs e affiancate da uno storico Macintosh del 1984, è con Francesca Mereu dell'Arduino User Group di Cagliari, collettivo che si incontra mensilmente nella struttura per condividere esperienze e mettere a punto progetti basati sulla celebre scheda elettronica. "Uno dei progetti più grandi è stata la creazione di un drone, mentre nel campo del wearable abbiamo messo a punto una giacca che si illumina con le frecce della bicicletta. Esperienze che saranno potenziate nel fab labche sorgerà presto in città, proprio nel centro della Marina".

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    Il filo rosso che lega molti dei progetti in fieri nella struttura è la promozione turistica dei territori, in un mix di piattaforme per la condivisione in salsa social delle proprie esperienze e nuove frontiere della sharing economy. "Facciamo in sostanza quello che fa BlaBlaCar, ma con le navi. Insomma, siamo un blablaboat”, racconta con ironia Maria Antonietta Melis di Naustrip,una piattaforma che che permette ad amanti del mare e proprietari di barche di condividere un'uscita. Icapitani naustrip sono possessori di imbarcazioni provvisti di patente nautica, e condividono le loro esperienze ospitando a bordo persone con la loro stessa passione. Scontando, naturalmente, lo sfavore degli operatori tradizionali in una dinamica già vista "su strada".

    IMG_5266E mentre Gente in Viaggio mette in palio premi per chi racconta le proprie esperienze turistiche, Guide me Right permette di contattare un local friend ed avere una guida autoctona quando si visita una nuova città: "Una delle difficoltà maggiori è stata far capire che i nostri non sono tour guidati, ma servizi di inclusione sociale - afferma Luca Sini - perché il nostro portale applica in tutto e per tutto le regole della sharing economy".

    La condivisione delle esperienze di viaggio è alla base anche del social commerce Wayonara, che, come spiegaCarlo Oppo, punta ad inserire i contenuti immessi online in un social wall che apre alla possibilità di rivivere esperienze altrui con immediata prenotazione di mezzi di trasporto e servizi.

    E per quando siamo lontani da casa? A questo hanno pensato Antonio Solinase i ragazzi di Lifely ,i quali stanno sperimentando la connessione di oggetti e animali ad un social network. Il progetto pilota è quello di un vaso che, tramite sensori, "fa parlare" le piante, che inviano dei messaggi come "ho sete" o "sono al buio" al proprietario, con la possibilità di scambiare tali comunicazioni anche con altri vasi e con i loro proprietari. In un futuro gli animali, tramite collarismart, potranno comunicare la loro posizione o le loro necessità fisiche, sempre facendo passare i messaggi per la piattaforma social.

    La valorizzazione delle bellezze di un territorio spesso sconosciuto anche ai suoi abitanti passa invece per l'animazione grafica, almeno nelle intenzione di Daniele Pagella e dei suoi colleghi del Rendering studio, autori del cortometraggio in 3D "L'Alba delle Janas", che racconta la leggenda di queste figure tradizionali sarde.

    Le voci di molte delle ragazze e dei ragazzi che popolano l'Open Campus sono state proposte su Radio Radicale nella puntata del 2 agosto di Presi per il Web.

    3 agosto 2015

  • Diritto e Tecnologia, gli eventi segnalati da Dimt [Mappa]

    Vi segnaliamo gli eventi, i convegni e gli incontri di maggiore rilievo dei prossimi giorni in materia di diritto, mercato e nuove tecnologie. Il 7 novembre a Treviso il primo dei due appuntamenti organizzati dall'Università degli Studi di Padova; nell'ambito dei "Dialoghi sul contratto" prenderanno vita due seminari, "Profili e problemi della risoluzione del contratto" e, il 5 dicembre prossimo, "La tutela dei principi del diritto contrattuale nell'esperienza moderna". Quattro giorni dopo, all'ombra del Duomo di Milano, il giornalista del Corriere della Sera Massimo Sideri presenterà il suo lavoro "Tecnologismi. Posologia e precauzioni per l'uso dei social network". Lo stesso giorno nel capoluogo lombardo prenderà vita l'incontro di studio "Anonimato, diritti della persona e responsabilità in rete", evento organizzato dall'Università degli Studi di Milano, dall'Università degli Studi di Milano-Bicocca e dalla fondazione "Centro di iniziativa giuridica Piero Calamandrei" con la collaborazione di ACCMS Studio Legale. Il 12 novembre l'Università Europea di Roma ospiterà per tutta la giornata il ricco convegno dal titolo "Processo telematico 'Obbligatorio'. Le notificazioni telematiche degli atti giudiziari". Lo stesso giorno, al Palazzo Ducale di Camerino, la tavola rotonda "La rete, i cittadini e i diritti. Il diritto fondamentale alla protezione dei dati personali nel tempo di Prism". Il 13 novembre sarà la biblioteca del Senato "Giovanni Spadolini" il teatro di un Dibattito sul diritto d'autore che si svilupperà a partire dall'opera dell'avvocato Fabio Macaluso "E Mozart finì in una fossa comune" [LEGGI la recensione del volume]. Ricordiamo l'Open Day del 15 novembre all'università LUISS Guido Carli di Roma, in occasione del quale verranno presentati il Master Universitario di secondo livello in “Diritto della concorrenza e dell’innovazione” e il Corso di Perfezionamento in “Diritto e gestione della proprietà intellettuale, della concorrenza e delle comunicazioni”, entrambi svolti in collaborazione con l’Università Europea di Roma e con la Siae - Società Italiana Autori e Editori. Sempre il 15 novembre scade il termine per la presentazione della domanda di immatricolazione alla Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali dell’Università Europea di Roma. Qui sotto la mappa con gli appuntamenti delle prossime settimane, clicca sui puntatori per le informazioni.
  • Diritto e Tecnologia, gli eventi segnalati da Dimt [Mappa]

    Vi segnaliamo gli eventi, i convegni e gli incontri di maggiore rilievo dei prossimi giorni in materia di diritto, mercato e nuove tecnologie. L'11 novembre, all’ombra del Duomo di Milano, il giornalista del Corriere della Sera Massimo Sideri presenterà il suo lavoro “Tecnologismi. Posologia e precauzioni per l’uso dei social network“. Lo stesso giorno nel capoluogo lombardo prenderà vita l'incontro di studio "Anonimato, diritti della persona e responsabilità in rete", evento organizzato dall'Università degli Studi di Milano, dall'Università degli Studi di Milano-Bicocca e dalla fondazione "Centro di iniziativa giuridica Piero Calamandrei" con la collaborazione di ACCMS Studio Legale. A Roma invece il superamento del porcellum e i progetti di revisione della legge elettorale sarà al centro del primo incontro tra alcuni dei "saggi" nominati dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e dal Presidente del Consiglio Enrico Letta. L'occasione è "I have a dream", appuntamento organizzato dal “Laboratorio per la Polis. Rete di formazione culturale e politica, in collaborazione con Società Umanitaria sede di Roma, con i membri della Commissione per le Riforme Istituzionali Stefano Ceccanti (Università La Sapienza di Roma), Francesco Clementi (Università di Perugia) e Cesare Mirabelli (Presidente Emerito Corte Costituzionale – Università Europea di Roma). Il 12 novembre l'Università Europea di Roma ospiterà per tutta la giornata il ricco convegno dal titolo "Processo telematico 'Obbligatorio'. Le notificazioni telematiche degli atti giudiziari".

    convegno12unier1

    Lo stesso giorno, al Palazzo Ducale di Camerino, la tavola rotonda "La rete, i cittadini e i diritti. Il diritto fondamentale alla protezione dei dati personali nel tempo di Prism". Il 13 novembre sarà la biblioteca del Senato "Giovanni Spadolini" il teatro di un Dibattito sul diritto d'autore che si svilupperà a partire dall'opera dell'avvocato Fabio Macaluso "E Mozart finì in una fossa comune" [LEGGI la recensione del volume]. Il 15 novembre open day all'università LUISS Guido Carli di Roma, in occasione del quale verranno presentati il Master Universitario di secondo livello in “Diritto della concorrenza e dell’innovazione” e il Corso di Perfezionamento in “Diritto e gestione della proprietà intellettuale, della concorrenza e delle comunicazioni”, entrambi svolti in collaborazione con l’Università Europea di Roma e con la Siae - Società Italiana Autori e Editori. Lo stesso giorno scade il termine per la presentazione della domanda di immatricolazione alla Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali dell’Università Europea di Roma. Ancora il 15 novembre, ma stavolta presso l'Università Bocconi di Milano, avrà luogo la winter edition dell’e-privacy 2013 intitolata “Big Data 2.0. Accesso all’informazione e privacy tra open data e Datagate". Andrea Stazi, Ricercatore presso l’Università Europea di Roma, e Davide Mula, Dottore di ricerca in Diritto Privato nello stesso ateneo romano, parteciperanno con l'intervento "Le prospettive di tutela della privacy nello scenario tecnologico del cloud e dei big data". Qui sotto la mappa con gli appuntamenti delle prossime settimane, clicca sui puntatori per le informazioni.
  • Diritto e Tecnologia, gli eventi segnalati da Dimt [Mappa]

    Vi segnaliamo gli eventi e le date di maggiore rilievo dei prossimi giorni in materia di diritto, mercato e nuove tecnologie. Sarà l'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ad ospitare il 26 marzo "Proprietà intellettuale e antitrust: conflitto o sinergia?", convegno che avrà luogo in occasione dell’avvio della seconda edizione del Master di II livello in “Diritto della Concorrenza e dell’Innovazione” organizzato dall’Università LUISS Guido Carli e dall’Università Europea di Roma. L’evento sarà l’occasione per approfondire, con l’aiuto di autorevoli accademici ed esperti del settore, le dinamiche con le quali evolvono e si sovrappongono due aspetti centrali nell’economia dell’informazione. Locandina 26 marzo 2014 La stessa Università Europea di Roma aprirà le porte il giorno precedente: martedì 25 marzo sarà infatti Open Day. Giovedì 27 marzo presso il Campidoglio prenderà vita il convegno "L'Italia Digitale: creatività, crescita, conoscenza". Il 31 sarà invece a Montecitorio che si svolgerà il convegno "Internet e libertà d'espressione; c'è bisogno di nuove leggi?".   programma31marzo2014 Ancora il 31 marzo, a Taranto, ci sarà invece l'evento "La tecnologia al servizio del business: facciamo il punto sul digitale". Da segnalare la Call for Papers relativa alla spring edition di e-privacy 2014, che si terrà a Firenze in aprile e sarà incentrata sul tema “La privacy che verrà“, e la Call for Papers della Rivista Internazionale di Informatica Giuridica “Ciberspazio e Diritto” per l’anno 2014. È infine prevista per giovedì 10 aprile  la tavola rotonda "Web e legalità: il futuro del diritto d'autore". L’appuntamento è organizzato dall’Osservatorio Web e Legalità, con la collaborazione della LUISS, e sarà il primo di una serie di incontri aventi ad oggetto la tutela dei diritti lesi attraverso Internet. programma_10_aprile Qui sotto la mappa con gli appuntamenti delle prossime settimane, clicca sui puntatori per le informazioni. 22 marzo 2014
  • Gli "Sponsored data" per i content provider, una nuova strategia per il mobile di AT&T. Ma è polemica sul rispetto della net neutrality

    La compagnia americana introduce pacchetti di contenuti il cui costo in termini di traffico sarà addebitato ai fornitori. E c'è già chi punta il dito contro l'iniziativa ritenendola in conflitto con la disciplina della neutralità della rete "Da oggi per te sarà più facile godere di contenuti multimediali tramite wireless senza che ciò si traduca in un aggravio in bolletta. A pagare saranno direttamente i fornitori di contenuti". Così AT&T, compagnia di telecomunicazioni con base a San Antonio, Texas, annuncia una nuova promozione per il clienti del suo servizio di connessione in mobilità 4G. Lo "Sponsored data" offrirà ai siti la possibilità di proporli agli utenti, appunto, come fossero pubblicità, sia tramite Web browser che tramite app. Una dinamica che, secondo AT&T, potrà portare benefici alle industrie che gravitano intorno ad un ampio ventaglio di settori, dalla salute alla distribuzione di beni e servizi, dall'intrattenimento ai servizi finanziari, finendo per stimolare l'utilizzo di servizi e dispositivi in mobilità non ancora esplorati da una fetta di consumatori. "I clienti amano i contenuti forniti in mobilità - afferma Ralph de la Vega, presidente e CEO di AT&T Mobility - e a loro basterà guardare un'icona per capire che quei determinati contenuti sono offerti come parte del loro servizio mensile". Poi la precisazione: "Questi contenuti sponsorizzati godranno di velocità di trasmissione pari a quelli non sponsorizzati". Una chiosa non casuale, visto che all'entusiasmo con il quale la compagnia annuncia la sua nuova strategia commerciale si contrappone un già nutrito coro di allarmi per la compatibilità della stessa con le norme dell'Open Internet Order, emanato dalla Federal Communications Commission (FCC) nel 2010 e contenente la disciplina della neutralità della rete e non discriminazione dei servizi sul territorio statunitense. L'associazione a tutela dei consumatori Public Knowledge, ad esempio, critica da mesi la possibilità che "i fornitori di contenuti possano degradare l'offerta per la quale non pagano una tariffa a vantaggio dei contenuti onerosi". Secondo il vice-presidente delegato dell'organizzazione, Michael Weinberg, "il piano pone inoltre una pesante barriera davanti ai piccoli soggetti che sperano di poter entrare sul mercato e diventare qualcosa di grande". Di sicuro l'anno appena iniziato vedrà acuirsi il già acceso di battito sulla net neutrality a stelle e strisce. A rinfocolare la polemica, qualche settimana fa, è stato lo stesso neo-presidente della FCC, Tom Wheeler, il quale ha dichiarato che non avrebbe visto male l’imposizione di una tariffa da parte degli Internet service provider nei confronti di Netflix per la fornitura di una corsia preferenziale riservata agli utenti che volessero fruire con maggiore velocità e qualità dei contenuti audiovisivi messi a disposizione dalla piattaforma. Una presa di posizione che sembra contraddire lo stesso corpus normativo partorito negli anni dalla Commission. LEGGI "Il percorso della net neutrality negli Usa" LEGGI "AT&T brevetta un nuovo strumento per individuare i 'pirati'" LEGGI "Deutsche Telekom, il rispetto della neutralità e i drastici tagli al personale" 7 gennaio 2014
  • I video del futuro in formato open: "alleanza" per sette giganti tech

    "Sviluppare tecnologie, formati multimediali e dispositivi di codifica e decodifica di nuova generazione nel pubblico interesse". È ambizioso l'obiettivo della Alliance for Open Media, soggetto appena fondato da nomi di primo piano dello scenario tecnologico globale: da Microsoft a Google, da Netflix a Cisco, da AmazonIntel fino a Mozilla. logo4"I nuovi standard open per i video in ultra HD accresceranno l'esperienza degli utenti del web anche sul mobile", si legge in una nota del gruppo: "È obiettivo di questa no profit quello di fornire una infrastruttura aziendale e legale a soggetti impegnati nello sviluppo e nella messa in opera di standard e codici sorgente da distribuire in formato open source". Sotto l'ombrello di un progetto targato Joint Development Foundation verranno dunque messi a punto format per contenuti web incentrati su interoperabilità, openess, scalabilità e adattabilità ai nuovi dispositivi e connessioni, adattabilità a contesti commerciali così come a quelli non lucrativi (come gli user generated content), ottimizzazione per lo streaming e per un impatto ridotto sugli hardware. "Le aspettative dei clienti in tema di trasmissione video continuano a crescere - afferma Gabe Frost,  executive director di Aom - e per soddisfarle è necessario l'impegno coordinato dell'intero ecosistema. L'impegno dell'Alliance nasce proprio da qui, con la messa a sistema delle migliori competenza in tema di distribuzione video per garantire lo sviluppo di soluzioni open, royalty free e interoperabili per il consumo di prossima generazione".
    Video e musica online, Eurobarometro: “Importante l’accesso transfrontaliero per chi sottoscrive abbonamenti”
    Per un progetto che guarda al futuro ce n'è intanto uno che chiude la porta al passato, e nello specifico a Flash: da 48 ore Google Chrome non mostra più l'autoplay dei contenuti pubblicitari in questo formato e incoraggia la conversione all'HTML 5, proseguendo un percorso iniziato nel marzo scorso. Come si legge in un post sulla pagina G+ di AdWords, la migrazione verso l'HTML 5, che ha da tempo coinvolto Youtube, dilaga nel browser di Mountain View per motivi legati alla velocità di caricamento, che incide sull'esperienza di utilizzo oltre che sulle batterie dei dispositivi; ma è chiaro che nell'abbandono dello standard di Adobe possono aver pesato anche i rischi in materia di sicurezza emersi in maniera clamorosa nella vicenda che ha di recente coinvolto Hacking Team. La decisione finale sulla possibilità di mostrare i contenuti, tuttavia, anche a fronte dell'ancora massiccio utilizzo di Flash da parte degli inserzionisti, è rimessa agli utenti finali. 3 settembre 2015
  • Istat, il censimento è sulla nuova piattaforma open data

    Sono i dati del 15° Censimento generale della popolazione e delle abitazioni ad essere stati scelti dall'Istat per testare la sua nuova piattaforma datiopen.istat.it, sulla quale da poche ore i dataset sono ospitati e disponibili in formato Linked open data. La pubblicazione di dati in formato Lod, oltre che aderire alle direttive per la valorizzazione del patrimonio informativo pubblico pubblicate dall'Agenzia per l'Italia Digitale, punta a rispondere alle esigenze sempre più vaste espresse dalle comunità di utilizzatori di disporre di dati standardizzati e interoperabili su scala nazionale. "I Lod- spiega l'Istituto - consentono infatti di navigare dati in formato open sulla base di tecnologie e standard del web semantico. Sono accessibili dagli utenti attraverso interfacce grafiche e possono essere direttamente interrogati da applicazioni esterne in modo indipendente dalle tecnologie adottate. Elemento centrale della pubblicazione dei dati in questo formato è costituito dalle ontologie, cioè rappresentazioni formali, condivise ed esplicite di una concettualizzazione del dominio di interesse". La nuova piattaforma dell'Istat, che si definisce sperimentale già nella home page, è costituita da un ambiente di navigazione e interrogazione relativo sia alle basi territoriali sia alle variabili censuarie disaggregate a livello di sezioni di censimento, località abitate, aree di censimento e aree sub-comunali. Vengono rese disponibili informazioni sulla popolazione residente in Italia al 9 ottobre 2011 - classificata per sesso, età, stato civile, cittadinanza, grado di istruzione, condizione professionale e spostamenti pendolari per motivi di studio o lavoro - sulle famiglie, le abitazioni e gli edifici. Sono a disposizione anche file pre-confezionati in formato csv. Il sistema consente interrogazioni attraverso il linguaggio standard Sparql, e navigazioni guidate, attraverso interfacce grafiche tramite le quali è possibile predisporre automaticamente interrogazioni sui dati ed esportare i risultati nei formati standard più diffusi. I dati relativi alle sezioni di censimento dell'intero territorio nazionale restano disponibili complessivamente anche nel tradizionale formato testuale sulla pagina "Basi territoriali e variabili censuarie" del sito principale. 19 maggio 2015
  • L’Open Access tra Repository e Editoria: policies, copyright, valutazione - Firenze, 21 ottobre 2015

    Open access Firenze 21 ottobre 2015
  • La dicotomia tra trasparenza e dati aperti

    di M. Morena Ragone e Francesco Minazzi Abstract Il paradigma dei dati aperti si sta diffondendo velocemente attraverso gli Stati Europei e ogni ordinamento si trova a fronteggiare nuove questioni giuridiche: infatti, tale argomento, sebbene già noto nell’Unione Europea sin dal 2003, ha acquistato nuova linfa nel 2009, grazie all’amministrazione Obama. Uno dei problemi emergenti riguarda il rapporto tra i dati aperti e la trasparenza: all’interno delle comunità open data si discute se essi siano destinati principalmente a perseguire finalità di trasparenza o meno. Il presente lavoro si propone di ricercare una risposta, analizzando l’attuale legislazione Internazionale, Europea e Italiana in merito. Open data paradigm is spreading really fast across European States and every jurisdiction has to face new legal issues: indeed, this topic, even though already known in EU since 2003, gained his new life in 2009, thanks to Obama governance. An emerging question concerns relationship between open data and transparency: among open data communities it is discussed whether they are meant to mainly pursue transparency purposes or not. This work aims to search for an answer, analysing current International, European and Italian legislation about both concepts. Sommario
    1. Introduzione
    2. Nozioni
    3. Trasparenza e dati aperti nell’ordinamento italiano
    4. Trasparenza e dati aperti nel mondo
    5. La disciplina del Decreto ”Trasparenza”
    6. Conclusioni

    1. Introduzione

    All’interno della comunità italiana dedita allo studio, sviluppo ed evangelizzazione sul fenomeno inerente i dati aperti [1], si è recentemente avviata una discussione [2] in ordine alla loro natura, ossia sul fatto se essi siano espressione della trasparenza amministrativa [3], ovvero si contraddistinguano per altre caratteristiche prevalentemente economiche [4]. Il quadro, già complesso di per sé, appare offuscato anche dagli oscillamenti e dalle inaccortezze del nostro Legislatore, che ha alimentato la confusione in atto: da ultimo, con l’adozione del c.d. “Decreto Trasparenza” (decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33), il cui testo - a partire dal titolo scelto “Riordino della disciplina riguardante gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni” - dà origine ad ulteriori e facili fraintendimenti, miscelando nel medesimo corpo normativo concetti diversi, ancorché coordinati, quali obblighi di pubblicazione, trasparenza, dati aperti.

    2.Nozioni

    Per provare a fare chiarezza, è opportuno ripartire dalle definizioni di trasparenza e di dato aperto. In particolare, quest’ultimo va analizzato nella definizione convenzionalmente accolta a livello internazionale: è noto, infatti, che il fenomeno inerente gli open data ha ricevuto notevole impulso in virtù delle iniziative intraprese dal Governo statunitense, sebbene l’ordinamento comunitario disciplinasse il riutilizzo dei dati pubblici sin dal 2003. Tuttavia, va analizzato, soprattutto, alla stregua della definizione accolta nella normativa italiana, in modo da poter affrontare compiutamente il rapporto che si instaura tra questo nuovo paradigma e l’istituto della trasparenza amministrativa, come regolata dall’ordinamento italiano.

    2.1 Trasparenza e dati aperti nell’ordinamento italiano

    In Italia si parla di trasparenza a partire dalla legge 7 agosto 1990, n. 241 [5], il cui articolo 1, dedicato ai “Principi generali dell’attività amministrativa”, prevede al primo comma che “l'attività amministrativa persegue i fini determinati dalla legge ed è retta da criteri di economicità, di efficacia, di imparzialità, di pubblicità e di trasparenza secondo le modalità previste dalla presente legge e dalle altre disposizioni che disciplinano singoli procedimenti, nonché dai principi dell'ordinamento comunitario”. La trasparenza, quindi, quale principio del’attività amministrativa [6], deve essere perseguita secondo le modalità previste dalla legge e dall’ordinamento nel suo complesso. Una definizione di trasparenza è stata, tuttavia, introdotta nell’ordinamento italiano solo con l’articolo 4 della legge 4 marzo 2009, n. 15 [7], che, nel disporre la delega finalizzata, tra l’altro, a “modificare ed integrare la disciplina del sistema di valutazione delle strutture e dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche, al fine di assicurare elevati standard qualitativi ed economici dell'intero procedimento di produzione del servizio reso all'utenza tramite la valorizzazione del risultato ottenuto dalle singole strutture”, disciplina la trasparenza come “livello essenziale delle prestazioni erogate dalle pubbliche amministrazioni a norma dell’articolo 117, comma 2, lettera m) della Costituzione”. Ne introduce, di conseguenza, la definizione, qualificandola come “accessibilità totale, anche attraverso lo strumento della pubblicazione sui siti internet delle pubbliche amministrazioni, delle informazioni concernenti ogni aspetto dell'organizzazione delle pubbliche amministrazioni, degli indicatori relativi agli andamenti gestionali e all'utilizzo delle risorse per il perseguimento delle funzioni istituzionali, dei risultati dell'attività di misurazione e valutazione svolta in proposito dagli organi competenti, allo scopo di favorire forme diffuse di controllo del rispetto dei principi di buon andamento e imparzialità”; statuizioni, poi, puntualmente riprese dal decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150. Da notare che le finalità della delega che hanno portato alla definizione sono specificamente incentrate sulla valutazione di dipendenti e strutture della PA: la trasparenza, quindi, viene ancorata alle finalità di controllo sul rispetto dei principi che sorreggono l’agire pubblico, come menzionato espressamente dal comma 1 dall’articolo 11 del decreto. La definizione prima evidenziata porta ad escludere una prima confusione, quella per cui parlare di open data equivalga a parlare di dati pubblici. La normativa italiana ha recentemente [8] introdotto una definizione di dati aperti all’articolo 68, comma 3, del Codice dell’Amministrazione Digitale (decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82), dove si stabilisce che: Agli effetti del presente decreto legislativo si intende per: a) formato dei dati di tipo aperto, un formato di dati reso pubblico, documentato esaustivamente e neutro rispetto agli strumenti tecnologici necessari per la fruizione dei dati stessi; b) dati di tipo aperto, i dati che presentano le seguenti caratteristiche:
    1. sono disponibili secondo i termini di una licenza che ne permetta l'utilizzo da parte di chiunque, anche per finalità commerciali, in formato disaggregato;
    2. sono accessibili attraverso le tecnologie dell'informazione e della comunicazione, ivi comprese le reti telematiche pubbliche e private, in formati aperti ai sensi della lettera a), sono adatti all'utilizzo automatico da parte di programmi per elaboratori e sono provvisti dei relativi metadati;
    3. sono resi disponibili gratuitamente attraverso le tecnologie dell'informazione e della comunicazione, ivi comprese le reti telematiche pubbliche e private, oppure sono resi disponibili ai costi marginali sostenuti per la loro riproduzione e divulgazione”.
    E’ evidente come tra le caratteristiche evidenziate risieda l’importante distinzione tra “formati di dati di tipo aperto” e “dati di tipo aperto”. I primi poggiano sulla natura tecnologica del loro modo espressivo, che dev’essere pubblico nelle specifiche, documentato e tecnologicamente neutro; i secondi, invece, si caratterizzano per l’esistenza di tre diversi requisiti (giuridico, tecnologico, ed economico [9]): la soggezione ad una licenza permissiva di riutilizzo [10], la processabilità automatica da parte degli elaboratori, la loro metadatazione e la tendenziale fruibilità a titolo gratuito [11]. Proprio partendo da queste definizioni, oltre che dai differenti ambiti applicativi che si andranno a precisare, si segna il discrimine tra trasparenza e open data.: all’indomani della pubblicazione del Decreto Legislativo 14 marzo 2013, n. 33, infatti, con sono mancati i primi commenti che hanno già evidenziato la confusione in essere tra i due concetti, segnalandone la diversità di natura e disciplina [12].

    2.2 Trasparenza e dati aperti nel resto del mondo

    Secondo la definizione datane da Wikipedia [13], la trasparenza, come categoria generale, “implies openness, communication, and accountability. Transparency is operating in such a way that it is easy for others to see what actions are performed (implica apertura, comunicazione e responsabilità tracciabile [14]. Trasparenza è agire in modo tale da rendere facile per gli altri capire in che modo le azioni sono compiute)”. Quanto ai dati aperti, secondo la open definition [15] “A piece of data or content is open if anyone is free to use, reuse, and redistribute it — subject only, at most, to the requirement to attribute and/or share-alike (una porzione di dati o di contenuto è aperta se ognuno è libero di usarla, riusarla e distribuirla - soggetto, al massimo, al solo requisito di indicarne la provenienza e/o imporne la condivisione alle medesime condizioni)”. La stringa si riferisce ai “data”, senza distinzione alcuna: la precisazione rileva, poiché, in tal modo, non vi si ricomprendono solo i dati delle Pubbliche Amministrazioni (PSI [16] - Public sector information mutuabili in Open government data [17]), bensì anche quelli prodotti dalle communityo i dati corporate, quindi prodotti da “chiunque”, secondo quello che è generalmente conosciuto come “l’ecosistema dell’open data” [18]. Non a caso è stato usato il termine “chiunque”. La confusione tra i concetti, quindi, sembra principalmente una questione italiana: allargando lo sguardo alle esperienze internazionali, può notarsi come la distinzione appaia chiara e rilevante. L’amministrazione Obama, che dal 2009 - anno della Open Government Directive [19] - si è interessata dell’impulso economico prodotto dai dati aperti, ha rilasciato recentemente un Ordine Esecutivo [20], unitamente ad una Open Data Policy [21], concernenti la pubblicazione dei dati federali, che concorre ad indirizzare l’attività dell’interprete. Vi si legge, infatti, che i dati devono essere “facilmente reperibili per gli imprenditori, ricercatori e altri soggetti che possano usare quei files per generare nuovi prodotti e servizi, fare impresa e generare lavoro (easily available to entrepreneurs, researchers, and others who can use those files to generate new products and services, build businesses, and create jobs)”. Parallelamente, la normativa dell’Unione Europea entro cui si riversa la disciplina del riutilizzo dei dati (aperti) pubblici nell’ordinamento comunitario, ossia la Public Sector Information Directive 2003/98/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio, evidenzia la caratterizzazione economica della riutilizzazione delle informazioni, piuttosto che la finalità di trasparenza [22]. Non è un caso, d’altronde, posto che è nota l’origine e lo sviluppo dell’avventura comunitaria: l’Unione Europea - e la Comunità Europea prima di essa - pone al centro delle sue funzioni la realizzazione di un mercato unico, l’armonizzazione economica dei Paesi Membri ed il tendenziale coordinamento delle loro attività, onde abbattere le barriere che li separano. Scopo primario, dunque, è lo sviluppo di quel “volano economico” cui fa spesso riferimento anche la commissaria euroepa all’Agenda Digitale Neelie Kroes . Se ne trae conferma, infatti, nel Considerandon. 1 della Direttiva citata, ove si legge: “The Treaty provides for the establishment of an internal market and of a system ensuring that competition in the internal market is not distorted. Harmonisation of the rules and practices in the Member States relating to the exploitation of public sector information contributes to the achievement of these objectives (il Trattato provvede a stabilire un mercato interno ed un sistema che assicurino che la concorrenza nel mercato interno non sia distorta. L’armonizzazione di regole e prassi negli Stati Membri, in relazione all’ostensione delle informazioni del settore pubblico, contribuisce al raggiungimento di tali obiettivi)”. L’analisi dei Considerandoseguenti - di cui si consiglia lettura integrale - avvalora la tesi appena esposta: non si fa menzione alcuna del termine “trasparenza” in nessuna sezione della Direttiva. Stessa annotazione, con qualche precisazione, può farsi con riferimento alla revisione della Direttiva: nel messaggio [23] con cui la Kroes ha annunciato, il 13 giugno 2013, l’adozione della nuova Direttiva Europea sul riutilizzo dei dati pubblici, trasparenza ed open data sono rimasti distinti ed autonomi. Trasparenza che, invece, è sì menzionata nella nuova direttiva, ma con altra finalità, come precisato nel Considerando 4, che la incentra sul “ritorno di informazione” al fine di garantire la qualità delle stesse [24]. Ulteriore esperienza estera cui fare riferimento è rappresentata dal report “Implementing Transparency [25], stilato dal National Audit Officeinglese, il cui direttore ha precisato: “Opening up access to public information has the potential to improve accountability and support public service improvement and economic growth (aprire l’accesso all’informazione pubblica consente di accrescere l’accountability e sostenere l’incremento di servizi pubblici e la crescita economica)”. I due piani vengono tenuti ben distinti, riconoscendo la trasparenza, da una parte, quale motore della pubblicazione di dati aperti (rectius: di una parte di dati pubblici aperti), ma senza esaurirne il novero, ovvero senza asserire che i due elementi coincidano. Il ragionamento seguito appare semplice: se in un’ottica di trasparenza s’intende pubblicare spontaneamente ovvero prevedere l’obbligo di pubblicare determinati dati pubblici, al fine di favorire il controllo sociale diffuso, è opportuno ed efficiente cogliere l’occasione per pubblicare in formato aperto, onde favorire anche il riutilizzo e le potenzialità economiche di quei dati. Non è, tuttavia, vero il contrario: esistono dati pubblici che si adattano perfettamente alla funzionalità degli open data, ma che sono del tutto irrilevanti o addirittura “rumorosi” [26] nel contesto della trasparenza amministrativa. Questa distinzione, come abbiamo visto, è ben avvalorata dalla revisione della Direttiva PSI, laddove la “trasparenza dei dati aperti” diviene strumento per il miglioramento della qualità degli stessi, sempre in funzione del loro riutilizzo (cfr., ad esempio, il Considerando 4, laddove si precisa che la promozione della trasparenza e della responsabilizzazione e al ritorno di informazione fornito dai riutilizzatori e dagli utenti finali che permette all'ente pubblico in questione di migliorare la qualità dei dati che raccoglie”). Da ultimo, a ulteriore conferma della morfologia economica dei dati aperti, diversi elementi di valutazione offre l’Open Data Charter, adottata per iniziativa del governo britannico, alla presidenza del G8 per l'anno in corso, durante il Summit del 17 e 18 giugno in Irlanda: i dieci punti della Carta, infatti, ed i cinque principi enucleati sono incentrati su innovazione, nuovi mercati, business e lavoro, e la trasparenza - menzionata in funzione della correlata accountability - ne diviene puro, eventuale effetto collaterale [27].

    3. La disciplina del Decreto “Trasparenza”

    La Legge 6 dicembre 2012, n. 190 (c.d. Legge Anticorruzione) ha delegato il Governo ad adottare un regolamento teso a confluire in unico testo normativo i vigenti obblighi di pubblicazione e trasparenza [28]. L’Esecutivo ha attuato tale delega, emanando il decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33 recante il riordino della disciplina riguardante gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni [29]. L’articolo 1, comma 1, del decreto descrive la trasparenza in maniera parzialmente analoga alla definizione, suvvista, dell’articolo 11 del decreto legislativo n. 150/2009 - espressamente abrogato - designandola “come accessibilità totale delle informazioni concernenti l'organizzazione e l'attività delle pubbliche amministrazioni, allo scopo di favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull'utilizzo delle risorse pubbliche”. Il successivo comma 2 chiarisce che essa “concorre ad attuare il principio democratico e i principi costituzionali di eguaglianza, di imparzialità, buon andamento, responsabilità, efficacia ed efficienza nell'utilizzo di risorse pubbliche, integrità e lealtà nel servizio alla nazione”. Non si fa, pertanto, menzione alcuna - allo stesso modo del decreto n. 150 del 2009 - della finalità economica derivante dalla pubblicazione delle informazioni pubbliche, sottolineando, al contrario, la specifica finalità della trasparenza, ossia quella di agevolare il controllo sociale e incrementare l’efficienza dell’attività amministrativa. Soccorre in aiuto dell’interprete anche l’articolo 2, il quale definisce l’oggetto della normativa, statuendo che quest’ultima individua gli obblighi di trasparenza concernenti l’organizzazione e l’attività delle pubbliche amministrazioni e le modalità per la sua realizzazione. Ne discende che obiettivo del decreto non è quello di regolare organicamente la materia dei dati aperti in relazione alle informazioni del settore pubblico, le quale, infatti, trova la propria disciplina nel Codice dell’Amministrazione Digitale, soprattutto nell’ultima versione riformata ad opera del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179 e relativa legge di conversione. A riprova di ciò, due soli articoli del decreto trasparenza trattano di open data, precisamente l’articolo 3 - che garantisce il diritto al riutilizzo di tutti i documenti, dati e informazioni oggetto di pubblicazione obbligatoria - e l’articolo 7 - che funge da rinvio esterno al C.A.D. ed al decreto legislativo 24 gennaio 2006, n. 36, ossia il decreto di recepimento in Italia della direttiva europea sul riutilizzo delle informazioni pubbliche. L’articolo 7, in particolare, impone la pubblicazione in formato aperto ai sensi dell’articolo 68 del CAD di tutto ciò che è oggetto di pubblicazione obbligatoria - quindi non solo di quanto rientrante negli obblighi di pubblicazione contenuti nel decreto n. 33/2013 - sancendone la facoltà di riutilizzo, senza ulteriori obblighi se non quelli di citare la fonte e garantire l’integrità del dato. Quello che viene disposto, pertanto, è la semplice pubblicazione di atti “a pubblicazione obbligatoria” in “formato di dati di tipo aperto” e non certo l’identità tra i due concetti. La restante parte degli oltre cinquanta articoli che compongono il testo, infatti, concernono esclusivamente l’elencazione degli obblighi di pubblicazione, la vigilanza sul loro rispetto e le sanzioni in caso di inadempimento. Gli obblighi di pubblicazione, quindi, costituiscono, ad avviso di chi scrive, un ulteriore argomento a favore della distinzione che qui si sostiene: la pubblica amministrazione può, infatti, prevedere nel Programma triennale della trasparenza la diffusione di altri dati da essa raccolti, formati o detenuti, al di là degli obblighi di legge, evidenziandone, pertanto, la non perfetta sovrapponibilità [30]. La pubblicazione di tali dati non è obbligatoria per legge e resta, pertanto, nella scelta discrezionale dell’amministrazione, che decide di rafforzare, in tal modo, i principi di trasparenza, legalità ed integrità. Rendere disponibili tali dati, anche se non obbligatorio ex lege, costituendo un obbligo di cui la stessa amministrazione si grava con la pubblicazione del programma triennale, comporta che essi dovrebbero andare in formato aperto e con licenze aperte in apposito portale autonomo - metodo seguito da molti Enti Locali - ovvero all’interno della stessa sezione “Amministrazione Trasparente” del sito istituzionale , opzione questa prescelta, tra gli ultimi, dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali [31]. Ad ulteriore supporto e conferma della pienezza della logica economica che è dietro la teorizzazione dei dati aperti, si osserva che tale logica viene mostrata in tutta la sua evidenza dal principio dell’open data by default[32], positivamente introdotto dalla riforma dell’articolo 52 del CAD ad opera del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, norma potente e - ad avviso di chi scrive - tuttora ampiamente sottovalutata: dispone che tutti i dati che le PA abbiano esposto e pubblicato online - anche se non vi erano obbligatoriamente tenuti - possano essere “patrimonio informativo pubblico riutilizzabile”, se non espressamente e motivatamente licenziati in maniera più restrittiva. Un potenziale enorme, dunque, per chiunque - altre PA, cittadini, imprese - vorrà utilizzarlo. E per qualsiasi finalità. La disposizione funge da misura sanzionatoria indiretta, non afflittiva, applicabile a tutti i dati già pubblicati e a quelli pubblicandi in futuro: ove, infatti, l’Ente ometta - per negligenza o dimenticanza è irrilevante - di fornire i dati con licenza aperta, in assenza di motivazione giustificata [33], essi si considerano aperti ai sensi dell’articolo 68, comma 3, CAD, operandosi una sostituzione ex lege del regime giuridico cui sono sottoposti.

    4. Conclusioni

    A parere di chi scrive, le considerazioni effettuate manifestano, come evidenziato, una tendenziale confusione concettuale. Essa parrebbe generata principalmente da due ordini di fattori: da una parte, la tendenza ad una superfetazione interpretativa; dall’altra, la relativa giovinezza della materia, che indubbiamente intreccia temi conosciuti e questioni giuridiche nuove all’interno del nostro ordinamento. Sebbene alimentata dalle evidenziate inaccortezze redazionali e di interpolazione sistematica del nostro legislatore, la sovrapposizione tra i due concetti in esame può comunque escludersi: deve, invero, concludersi a favore di una netta dicotomia tra i profili della trasparenza amministrativa e quelli del riutilizzo delle informazioni pubbliche. Chiaramente, la già menzionata novità dell’argomento oggetto del presente saggio non può che introdurre un ragionato dibattito sulla corretta regolamentazione dei nuovi fenomeni relativi alla governance pubblica, dibattito che qui si è inteso solamente accennare ed avviare a più compiuta indagine.

    Note

    [*] Il presente contributo è stato preventivamente sottoposto a referaggio anonimo affidato ad un componente del Comitato di Referee secondo il Regolamento adottato da questa Rivista. [1] Per una prima disamina del tema inerente gli open data, cfr. le pubblicazioni contenute nella rivista Informatica e Diritto, Fasc. 1-2, ESI, Napoli, 2011. [2]Trattandosi di temi legati al mondo digitale, il dibattito si è manifestato principalmente in rete, tramite i diversi canali di interazione, quali social network, blog, forum, mailing list. Si confronti, in particolare, il topicdenominato “l'inutilità degli Open Data secondo Michele Vianello”, in Google Groups, Spaghetti Open Data, reperibile all’indirizzo: https://groups.google.com/forum/?hl=it&fromgroups=#!topic/spaghettiopendata/arey7LoIq28 [3] Giorgio Mancosu , Trasparenza amministrativa e open data: un binomio in fase di rodaggio, in Federalismi. Rivista di diritto pubblico italiano, comunitario e comparato, Roma, 2012. [4] Marco Fioretti, Open Data, Open Society. A research project about openess of public data in EU local administration, Pisa, 2010, pagg. 18 ss. [5] Per la precisione, la prima formulazione della legge ometteva il termine trasparenza, inserito successivamente dalla Legge 11 febbraio 2005, n. 15. Cfr. Filippo Patroni Griffi , La trasparenza della pubblica amministrazione tra accessibilità totale e riservatezza, in Federalismi. Rivista di diritto pubblico italiano, comunitario ed internazionale, Roma, 2013, pagg. 2 ss. [6]Sull’istituto della trasparenza amministrativa nell’ordinamento italiano, si veda Francesco Merloni (a cura di), La trasparenza amministrativa, Milano, 2008. [7] Filippo Patroni Griffi , op. cit., pagg. 4 ss. [8] Si veda Fernanda Faini, E-government: le novità introdotte dal decreto crescita 2.0, in Altalex. Quotidiano di informazione giuridica, 2013, consultabile all’indirizzo http://www.altalex.com/index.php?idnot=61233#_ftnref23 [9] Così la Relazione illustrativa al D. L. 18 ottobre 2012, n. 179, convertito con modificazioni dalla Legge 17 dicembre 2012, n. 221, la quale parla per l’esattezza di “dimensione” giuridica, tecnologica ed economica. [10] Sufficientemente permissiva da escludere o limitare l’applicazione del diritto d’autore e del diritto sui generis, che tutelano, rispettivamente, le opere dell’ingegno ed il creatore di banche dati. Si segnala che, secondo un orientamento interpretativo, l’articolo 102bis della Legge 22.4.1941, n. 633 sarebbe inapplicabile alle Pubbliche Amminstrazioni (Trib. Roma, Sez. IP, Ordinanza 5.6.2008, Edizioni Cierre srl c. Poste Italiane Spa). Sul diritto sui generis,nonché sulle problematiche inerenti l’informazione pubblica e il diritto d’autore, si veda, quale prima introduzione, Simone Aliprandi, Open licensing e banche dati, in Informatica e Diritto, 2011, pagg. 28 ss. [11] Va, peraltro, rilevato un’apprezzabile e moderno indirizzo giurisprudenziale secondo cui la subordinazione, da parte della PA pubblicante, del riutilizzo ad un corrispettivo per ogni atto di riutilizzo costituisce comportamento contrario al diritto dell’Unione Europea, specificamente alla stessa Direttiva 2003/98/CE, quale abuso di posizione dominante (Corte di Appello di Milano, Ordinanza 2.5.2005, Consit Italia Spa and Other Companies c. Agenzia del Territorio; Corte d’Appello di Torino, Ordinanza 8.6.2006, Soc. P. N. P. Italia c. Agenzia del Territorio). [12] Si veda, ad esempio, Ugo Volpato, Il “Decreto Trasparenza”, D. Lgs. 33/2013, e gli open data. Qualche riflessione, 2013, commento apparso sul portale dei dati aperti della Regione Veneto, consultabile all’indirizzo: http://dati.veneto.it/?q=content/il-decreto-trasparenza-dlgs-332013-e-gli-open-data-perch%C3%A9-sono-%E2%80%9Ccose%E2%80%9D-diverse-qualche [13] Voce “Transparecy (behavior)” contenuta nella versione inglese di Wikipedia, consultata il 13 maggio 2013, reperibile all’URL: http://en.wikipedia.org/wiki/Transparency_(behavior) [14] Accountabilityè concetto difficilmente traducibile in italiano, si è perciò optato per una traduzione libera, ma incompleta. Per una più corretta definizione, si rinvia alla voce enciclopedica Treccani, Dizionario di economia e finanza, 2012, secondo cui essa è “responsabilità incondizionata, formale o non, in capo a un soggetto o a un gruppo di soggetti (accountors), del risultato conseguito da un’organizzazione (privata o pubblica), sulla base delle proprie capacità, abilità ed etica. Tale responsabilità richiede giudizio e capacità decisionale, e si realizza nei confronti di uno o più portatori di interessi (account-holders o accountees) con conseguenze positive (premi) o negative (sanzioni), a seconda che i risultati desiderati siano raggiunti o disattesi. L’accento non è posto sulla responsabilità delle attività svolte per raggiungere un determinato risultato, ma sulla definizione specifica e trasparente dei risultati attesi che formano le aspettative, su cui la responsabilità stessa si basa e sarà valutata. La definizione degli obiettivi costituisce, dunque, un mezzo per assicurare l’accountability”. [15] Trattasi della definizione convenzionale più diffusa e maggiormente accettata, che è stata stilata dall’associazione internazionale Open Knowledge Foundation, reperibile all’indirizzo: http://opendefinition.org/ [16] Per approfondimenti e progetti di ricerca sull’informazione del settore pubblico, si veda il lavoro del Nexa center for internet & society del Politecnico di Torino, consultabili all’indirizzo: http://nexa.polito.it/psi [17] Con tale locuzione s’intendono i dati prodotti, raccolti o formati dalle pubbliche amministrazioni pubblicati e licenziati in formato aperto. Cfr. Francesca Di Donato, Lo Stato trasparente, Pisa, 2010, pagg. 38 ss. Per un utile approfondimento, si veda l’apposito portale creato dalla Open Knowledge Foundation, reperibile all’indirizzo: http://opengovernmentdata.org/ [18] Giorgio Mancosu, op. cit., pagg. 3 ss. [19] Come noto, si tratta di uno dei primissimi atti dell’amminstrazione Obama, teso ad ampliare la conoscibilità e il riuso dei dati federali, nonché la partecipazione dei cittadini alle decisioni del Governo Federale. Il testo è consultabile all’indirizzo:  http://www.whitehouse.gov/sites/default/files/omb/assets/memoranda_2010/m10-06.pdf [20] Esso costituisce un naturale approdo del processo di apertura avviato con la Direttiva sul Governo Aperto, resosi necessario, tuttavia, anche per le resistenze delle amministrazioni statunitensi al rilascio dei dati. Il testo è consultabile all’indirizzo: http://www.whitehouse.gov/the-press-office/2013/05/09/obama-administration-releases-historic-open-data-rules-enhance-governmen [21] Essa segue immediatamente l’Ordine Esecutivo, delineando le Linee Guida da seguire per la pubblicazione dei dati. Il testo è consultabile all’indirizzo: http://www.whitehouse.gov/sites/default/files/omb/memoranda/2013/m-13-13.pdf [22] L’assunto è comprovato dalle novità introdotte dalla Direttiva 2013/37/UE del Parlamento Europeo e del Consiglio (G.U.U.E. 27.6.2013 L 175/1), che ha modificato la Direttiva 2003/98/CE. [23] La comunicazione della Commissaria Europea può essere riscontrata sul blog della stessa Neelie Kroes, reperibile all’indirizzo http://blogs.ec.europa.eu/neelie-kroes/open-data-agreement/ [24] Secondo il Considerando 4 “Allowing re-use of documents held by a public sector body adds value for the re-users, for the end users and for society in general and in many cases for the public body itself, by promoting transparency and accountability and providing feedback from re-users and end users which allows the public sector body concerned to improve the quality of the information collected”. [25] Il NAOsvolge compiti di analisi della spesa pubblica per conto del Parlamento Inglese, al fine di aiutare i direttori dei servizi pubblici a migliorare le prestazioni, sul cui portale è reperibile il report citato all’indirizzo: http://www.nao.org.uk/report/implementing-transparency/ [26] Qui si richiama il concetto di “rumore” applicato in informatica, per il quale l’eccesso di informazioni reperibili tramite motori di ricerca impedisce di individuare l’elemento utile tra i troppi elementi censiti. Si consulti in proposito Agata C. Amato Mangiameli, Informatica giuridica, Torino, 2010, pag. 66, nota 16. [27] Nel testo, a pag. 1, si legge che “Open data can increase transparency about what government and business are doing”. [28] L’opera di riorganizzazione si è resa quantomai necessaria, sol che si ponga mente, ex multis, alle sovrapposizioni degli obblighi di pubblicazione contenuti in norme diverse, stratificatesi negli anni. Cfr. sul punto il Rapporto 2012 della Commissione indipendente per la valutazione, l’integrità e la trasparenza delle Pubbliche Amministrazioni “Per una semplificazione della trasparenza. Esiti della consultazione sugli obblighi di pubblicazione previsti in materia di trasparenza e integrità”, pagg. 11 ss. [29] Cfr., in prima istanza: Simone Aliprandi, Carlo Piana, Analisi delle policies di condivisione dei dati spaziali, in FreeGIS.net, 2013, pagg. 20 ss. [30] Se ne trae conferma dalla Delibera 4 luglio 2013, n. 50 della Commissione indipendente per la valutazione, l’integrità e la trasparenza delle Pubbliche Amministrazioni, la quale, ribadendo il contenuto della Delibera 5 gennaio 2012, n. 2, ha precisato che “la più recente accezione della trasparenza quale accessibilità totale implica che le amministrazioni si impegnino, nell’esercizio della propria discrezionalità e in relazione all’attività istituzionale espletata, a pubblicare sui propri siti istituzionali dati “ulteriori” oltre a quelli espressamente indicati e richiesti da specifiche norme di legge”. [31] Il Mibac è incorso, ad ogni modo, in qualche imprecisione sulle licenze, per esempio adottando, in alcuni casi, una licenza Creative Commons CC-by-nc che, escludendo il ritilizzo commerciale delle informazioni, non può essere classificata tra le licenze utilizzabili per i dati aperti. La relativa sezione sul sito del Mibac è consultabile all’indirizzo: http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/MenuPrincipale/Trasparenza/Open-Data/index.html [32] Ragone Morena M., L’open data: dal decreto “sviluppo” alla legge “anticorruzione”, passando per il “crescita 2.0”, in IGED, n. 4/12, pagg. 36 e ss. [33] Giustificata alla luce delle Linee Guida nazionali che l’Agenzia per l’Italia Digitale deve definire ed aggiornare annualmente, ai sensi dell’articolo 52, comma 7, del CAD. Scarica il quaderno Anno III - Numero 2 - Aprile/Giugno 2013 [pdf]
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  • Net Neutrality: Internet a più velocità?

    Italia, Unione Europea e Stati Uniti, la necessità di mettere ordine in un dibattito che oltreoceano ha subito una svolta dopo la recente sentenza che ha bocciato l'Open Internet Order spingendo la Federal Communications Commission a varare un nuovo regolamento, e che nel Vecchio Continente si appresta a diventare sempre più attuale alla luce del "pacchetto Kroes". Le posizioni in campo e le divergenze su Radio Radicale nell'ultima puntata di "Presi per il Web" con il magistrato ed ex commissario Agcom Nicola D'Angelo, il deputato di Scelta Civica Stefano Quintarelli, il direttore di Key4Biz Raffaele Barberio e l'esperto di regolamentazione e policy europee nei settori di Internet e delle telecomunicazioni Innocenzo Genna [caption id="attachment_5318" align="alignright" width="300"]Ascolta il podcast della puntata del 23 febbraio 2014 Ascolta il podcast della puntata del 23 febbraio 2014[/caption] Non possono esistere discriminazioni tra i contenuti che viaggiano all'interno di una rete di computer. È questo il cardine fondamentale del concetto di neutralità della rete, tematica che in apparenza sembra solo materia informatica ma che presenta al contrario importanti risvolti economici, giuridici e sociali. Quali? Quelli al centro della puntata del 23 febbraio di “Presi per il Web“, trasmissione di Radio Radicale condotta da Marco PerducaMarco Scialdone e Fulvio Sarzana con la collaborazione di Marco Ciaffone Sara Sbaffi. Ospiti dell'appuntamento il magistrato ed ex commissario Agcom Nicola D'Angelo, il deputato di Scelta Civica Stefano Quintarelli, il direttore di Key4Biz Raffaele Barberio e l'esperto di regolamentazione e policy europee nei settori di Internet e delle telecomunicazioni Innocenzo Genna. La differenza di vedute sulla materia è netta tra gli operatori di telecomunicazione e gli Over The Top, con i primi che rivendicano da anni una giusta remunerazione per la quantità di dati scambiati, e monetizzati, attraverso i servizi dei colossi della rete. Un'impostazione non sempre supportata dai dati, come quelli diffusi lo scorso anno da Idate  in merito al mercato delle telecomunicazioni, che parlavano, per il 2012, di un'incidenza del 3% degli OTT sui ricavi complessivi dell'intero comparto; tuttavia, sono sempre più forti le pressioni sui governi nazionali e sugli organismi di governance sovranazionale affinché l'impostazione delle rete neutrale subisca radicali modifiche. Ma anche gli studiosi della materia si posizionano su punti di vista diversi. Come ricorda Augusto Preta, nel suo saggio “Network neutrality. Teoria economica e ruolo della regolamentazione: il modello USA”, l’espressione Network Neutrality si è sviluppata negli Stati Uniti nel corso degli ultimi dieci anni con riferimento ad una serie di comportamenti che potevano essere considerati anticompetitivi ed implica che tutti i pacchetti trasmessi su Protocollo IP1 debbano essere trattati allo stesso modo. Il dibattito sulla Network Neutrality, riferisce lo studioso, è frutto della preoccupazione che uno o più operatori di rete possano scientemente porre in essere comportamenti discriminatori relativamente a pacchetti IP associati a specifici servizi, applicazioni, origini, destinazioni o apparecchi. Al contrario occorrerebbe, secondo tale visione, imporre condizioni di trattamento uniformi e non discriminatorie, tali che nessun flusso di dati possa essere degradato e ancor meno bloccato. Tutti i pacchetti dovrebbero viaggiare secondo un’ipotetica medesima velocità: la loro trasmissione non dovrebbe essere artificialmente facilitata od ostacolata dagli operatori di telecomunicazione, potendo essere influenzata solo da circostanze oggettive legate alla banda disponibile in un dato momento e in un certo punto della rete, punto di vista che, come accennato, sconta feroci obiezioni. In Italia il dibattito sulla neutralità della rete non è mai seriamente decollato, nonostante nella scorsa legislatura fosse arrivata anche una proposta di legge dei sentarori del Pd Vincenzo Vita e Luigi Vimercati, nella quale si puntava a garantire che “la gestione del traffico da parte dell’operatore deve essere assolutamente rispettosa dei diritti individuali degli utenti, ovvero non deve discriminare tra utenti sulla base del contenuto del traffico né degli interlocutori coinvolti nella comunicazione né delle applicazioni o servizi utilizzati”. “La neutralità della rete è un tabù che ostacola la creazione dell'Ngn (Next generation networking), è giusto che i fornitori di contenuti più pesanti paghino di più la banda”, era invece il punto di vista espresso nell'ottobre 2010 dall'allora presidente dell'Antitrust Antonio Catricalà, negli ultimi anni  reduce da esperienze di Governo con Monti prima e Letta poi. Più sfumati, ma sulla stessa falsariga,  i punti di vista espressi a più riprese dall'ex presidente di Telecom Franco Bernabè  e dall'amministratore delegato della compagnia Marco Patuano. "Premetto - ha affermato Quintarelli - che io non ho una visione radicale della neutralità; essendomi occupato di reti so che in determinate situazioni di crisi, vuoi per congestione vuoi per attacchi esterni, una gestione del traffico è necessaria. Ma occorre che questa gestione sia, appunto, un'eccezione, non un sistematico e scientifico metodo col quale qualcuno, a monte della filiera, decide cosa transita e cosa no, magari escludendo nuovi player dalla competizione. Perché questo è il rischio più grande che si corre. Prendiamo come esempio Whatsapp; il servizio toglie traffico agli sms, pensate non ci sia nessuno che avrebbe interesse a bloccarlo costringendo ad annosi procedimenti giudiziari che ucciderebbero il servizio? Sono dell'opinione che sia giusto che siano gli utenti a decidere cosa acquistare e cosa avere in forma prioritaria all'interno di un contesto dove ogni contenuto abbia le stesse possibilità di raggiungerlo e dove non si rischi di ricevere un'offerta ridotta con decisione unilaterale. Senza contare che gli unici metodi di gestione del traffico efficienti implicano un'analisi dei pacchetti, con tutte le implicazioni che comporta sulla riservatezza delle comunicazioni". "Questo non significa - ha precisato Quintarelli - che ci siano da un lato i buoni e dall'altro i cattivi, tutt'altro. Esistono anche casi di discriminazioni al contrario. Basti pensare a tutto quello che possono fare gli Ott con i nostri dati e che invece è vietato agli operatori di telecomunicazioni. Oppure pensiamo alla mancanza di neutralità nei motori di ricerca". Punti di vista contestati da Barberio: "Il dibattito sulla neutralità della rete non c'entra nulla con la libertà d'espressione. Pensiamo davvero che chi chiede di regolare il traffico dati voglia limitare la libertà d'espressione? Partiamo dal presupposto che il termine discriminazione rispetto alla tematica è fuori luogo, non è che ci sia qualcuno che vuole chiudere la porta a qualcun altro. La questione della net neutrality non è affare privato tra telco e Ott, perché sono in ballo cose molto più rilevanti, come i processi di modernizzazione dei Paesi verso sistemi digitali e l'affermazione a pieno titolo di economie digitali nazionali, questioni che attengono l'intera catena del valore". "Gli Ott e le telco - ha proseguito Barberio - sono entrambi operatori di un mercato e creano valore in un sistema paese, e questo basta da solo a far capire quanto il problema non possa essere quello di uno scontro a due. Infine, è importante capire cosa voglia dire gestire il traffico. Quando c'è un intasamento di rete ha priorità Raffaele Barberio che vuole vedere 'Via col vento?' o l'invio di un'ecografia in alta definizione da Aosta a Roma? È la mancanza di regolazione che potrebbe creare danni all'utente, non il contrario". Capitolo Europa Nel maggio 2012 l'Olanda diventava  la prima nazione europea a tutelare esplicitamente la net neutrality per legge e la seconda nazione al mondo dato che il Cile si era già dotato di una norma in materia nel luglio 2010. Nel gennaio 2013 anche la Slovenia sposava l'approccio della neutralità per legge. In Francia lo scorso anno è stato caratterizzato dalla battaglia tra Google il locale Isp “Free”, impegnato nel filtraggio delle pubblicità che apparivano sugli spazi online, sempre con l'argomento che gli “over the top” della Rete, BigG in primis, fossero colpevoli di utilizzare una smisurata quantità di banda senza pagare un costo aggiuntivo ai fornitori di connessione. Tesi che non sembrava trovare terreno fertile soprattutto in chi, come l'allora ministro dell’Economia digitale francese Fleur Pellerin, dichiarava che queste pratiche di filtraggio vadano riviste proprio perché poco compatibili con la net neutrality. Dopo pochi giorni dalla vicenda di Free, finiva sotto la lente l’attività dell'Isp Orange. Naturalmente, coinvolto era ancora BigG, che sembrava dover pagare per far transitare traffico sull’Isp “arancione”. A confermarlo era proprio il Ceo della compagnia di telecomunicazioni, Stephane Richard, che parlava di semplice “bilanciamento” tra i servizi offerti dal provider e l’enorme volume di dati generato dal search engine e dai suoi servizi. Esattamente la tesi preferita da chi non vede l’ora di scardinare l’attuale architettura di Internet, che sulla net neutrality si fonda dalle origini. E così, a marzo arrivava un report del Consiglio nazionale per il digitale nel quale si affermava con certezza: serve rinforzare le tutele alla net neutrality garantite dal quadro legale allora vigente. Posizione ribadita a stretto giro dal Senato d'oltralpe. In Germania, nel maggio 2013, la Deutsche Telekom disegnava la riduzione di velocità per gli utenti “colpevoli” di generare maggiore traffico sulle proprie reti, peraltro escludendo da questa dinamica i suoi servizi video. Un'impostazione che appare confliggere in maniera netta con la neutralità della rete (oltre che con il mercato) e che veniva bocciata in autunno da un tribunale tedesco. Ma la vera partita si gioca sul “pacchetto Kroes”. Il 17 novembre 2011 il Parlamento Europeo adottava una risoluzione nella quale si stabilivano concetti come questi: "Il carattere aperto di Internet ha rappresentato un incentivo determinante per la competitività, la crescita economica, lo sviluppo sociale e l'innovazione, portando a livelli di sviluppo straordinari per quanto riguarda le applicazioni, i contenuti e i servizi online, e ha in tal modo dato un contributo fondamentale alla crescita dell'offerta e della domanda di contenuti e servizi [ed ha] impresso un'accelerazione fondamentale alla libera circolazione di conoscenze, idee e informazioni, anche nei paesi in cui l'accesso a mezzi di comunicazione indipendenti è limitato”. Dunque, una ferma presa di posizione a favore della neutralità della Rete e contro tutte le pratiche di network management. A dicembre Parlamento e Consiglio si schieravano dalla parte del VoIP , mentre il gruppo di regolatori del Berec proponeva agli ISP continentali un “questionario sulla neutrality”, e a maggio diffondeva i dati di uno studio sulle restrizioni delle connessioni nel continente. A luglio 2012 partiva una consultazione pubblica sulla net neutrality. Nel gennaio 2013, tuttavia, il commissario Kroes apriva ad offerte “tiered” da parte degli operatori, cioè alla possibilità che le telco offrissero agli utenti la possibilità di pagare diverse tariffe per diversificati utilizzi di banda. E se nel gennaio 2013 le telco del Vecchio Continente annunciavano grandi progetti per una rete unica su scala europea, a settembre era proprio la Kroes a vedere il suo pacchetto sul mercato unico delle telecomunicazioni approvato dai commissari dell'Ue . Un passo importante che apriva subito i dubbi degli addetti ai lavori sui rischi ai quali veniva esposta la neutralità della rete in Europa. Addetti ai lavori come Quintarelli, che nella consultazione pubblica, insieme al collettivo NNSquad Italia, aveva suggerito: “Nelle reti in cui il segmento di accesso è dedicato ed in assenza di carenze strutturali di risorse, l’utente, sul suo segmento di accesso alla rete, ha il diritto di stabilire liberamente, senza costrizioni o forzature, ed essendo adeguatamente informato, quali servizi a valore aggiunto o politiche di gestione del traffico acquistare incrementalmente rispetto all’accesso base ad internet (best effort)”. Dopo l'approvazione del pacchetto, Quintarelli afferma che la difesa della net neutrality annunciata è diversa rispetto a quella messa nero su bianco all'articolo 19, che "prevede esplicitamente l'obbligo per gli operatori monopolisti di predisporre una offerta non neutrale". "Quello che ci premeva sottolineare alle autorità europee - precisa - è che la neutralità della rete è una importante forma di prevenzione di abuso di posizione dominante e quindi di procedure antitrust. Garantisce il mercato e i suoi operatori prima ancora che i diritti degli utenti". "Nella revisione delle direttive quadro sulle comunicazioni elettroniche - è intervenuto D'Angelo - si dice che il diritto alla neutralità è tale per il cittadino europeo e va garantito tramite il best effort. Dunque, c'è un principio nel sistema". A rimettere ordine sulle tempistiche dei provvedimenti è Genna: "Attualmente abbiamo un processo legislativo in corso iniziato con la proposta del settembre scorso del commissario Kroes, a ore la pronuncia della commissione Industria sul tema, una decisione che verrà ratificata dalla plenaria del Parlamento ad aprile. Infine, la conferma ufficiale del Consiglio Europeo, che si pronuncerà durante la presidenza italiana nella seconda metà dell'anno. Avremo dunque una regolazione europea della Net Neutrality entro la fine dell'anno". "Nel merito della proposta - ha continuato Genna - possiamo dire che con le modifiche del Parlamento c'è una situazione un po' ibrida. Parlamento e Commissione sono d'accordo nell'evitare eventuali manovre di disturbo che le telco possono attuare nei confronti dei servizi, ma resta aperto il tema della discriminazione tariffaria, cioè se gli operatori telecom possono tariffare diversamente gli utenti o gli operatori Internet a seconda dei servizi che scorrono nella rete; sarebbe come se l'autostrada facesse pagare diversamente il pedaggio non sulla base della dimensione dell'auto, ma del modello. Una dinamica che accade già adesso in alcuni casi, e su questo tema purtroppo la riforma del Parlamento appare abbastanza lasca". Le novità in Usa Il fragore più grande in materia di neutralità della rete è suscitato dalle vicende statunitensi, dove la questione è matura da anni e il quadro è radicalmente cambiato solo poche settimane fa quando  la Corte d’Appello del District of Columbia ha bocciato le norme in materia di neutralità della rete contenute nell’Open Internet Order messo a punto nel 2010 dalla Federal Communications Commission allora presieduta dal fedelissmo di Barack Obama Julius Genachowski. È un cammino accidentato quello che negli ultimi undici anni si è sviluppato intorno alla neutralità della rete negli Stati Uniti. Nel 2002 il Cable Modem Order emanato dall’FCC sanciva l’uscita della banda larga dal novero dei servizi di telecomunicazione regolamentati dalla Commission classificandola genericamente come un “information service”. Tra anni dopo la conferma della norma da parte della Corte Suprema. Nell’aprile del 2010 il quadro veniva rafforzato dalla corte federale del distretto di Columbia, che con una decisione unanime dei tre giudici emetteva una sentenza secondo la quale l’FCC avrebbe abusato dei propri poteri quando nel 2008 aveva multato Comcast Corporation per aver deliberatamente rallentato il traffico Internet di alcuni consumatori che utilizzavano un programma di condivisione per scaricare file molto pesanti. Altro dato rilevante è la tendenza che prendeva piede a stringere accordi extra-giudiziali. A metà del 2010 Comcast veniva invece condannato al pagamento dell’irrisoria somma di 16 dollari (spalmabili su due anni) per ogni utente potenzialmente vittima dei rallentamenti del file sharing, che aveva cioè sottoscritto un contratto col provider tra il primo di aprile 2006 e il 31 dicembre 2008. Per intenderci, i 16 milioni di dollari che il provider ha dovuto sborsare rappresentavano lo 0,07% dei ricavi incassati nei 30 mesi di riferimento. Un momento importante è stato, nel 2009, appunto la nomina da parte di Barack Obama a capo dell’FCC di Julius Genachowski, favorevole all’impostazione di una rete libera e aperta e propenso a far rientrare la banda larga nella regolamentazione dei tradizionali servizi di telecomunicazione. Più che ribaltare il Cable Modem Order, Ganachowski spinse la Rete sotto le regole che avevano fino ad allora gestito i network telefonici, riconoscendo la componente di trasmissione dei servizi d’accesso al broadband come un più tradizionale servizio di telecomunicazione. Un anno dopo vedeva la luce l’Open Internet Order sopra menzionato. A chi giudicava e giudica superato l’approccio di una rete neutrale, soprattutto nel mondo del mobile, e ai provider e fornitori di contenuti che avevano intavolato accordi continuava a contrapporsi la visione di Genachowski e degli operatori spaventati dal riscio di essere relegati in una Internet di “serie B”. Nel settembre 2011 la FCC ribadiva le sue regole sulle neutralità in un documento in cui si parla di trasparenza su tutta la filiera, impossibilità di blocchi e divieto assoluto di irragionevoli discriminazioni tra i contenuti che passano sulle reti dei provider. Poche settimane dopo, la sentenza che è entrata a gamba tesa nello scenario della Net Neutrality a stelle e strisce. È di pochi giorni fa la notizia che la Federal Communications Commission (FCC) non presenterà un ulteriore appello dopo la sentenza sfavorevole. Ad annunciarlo è il nuovo numero uno della Commission Tom Wheeler, che rilancia con la notizia di un nuovo regolamento all'orizzonte che potrebbe avere come cardine fondamentale la valutazione “caso per caso” ma che di sicuro dovrà sciogliere il nodo attorno alla classificazione dei servizi di connettività come common carriers o telecommunication services. “Nella sentenza che vedeva la FCC contrapposta a Verizon – si legge in una dichiarazione  – la Corte ci ha invitato ad agire per preservare un Internet libero e aperto. Ho intenzione di accettare l’invito e proporre norme in grado di impedire il blocco improprio e la discriminazione del traffico Internet, garantendo una vera trasparenza nel modo in cui gli Internet Service Provider gestiscono il traffico e un rafforzamento della concorrenza”. Lo stesso Wheeler, tuttavia, qualche settimana prima della sentenza si era detto favorevole all’imposizione di una tariffa, da parte degli Isp, nei confronti di servizi come Netflix. “Sono un convinto sostenitore del mercato – aveva dichiarato – Penso che ci stiamo preparando a vedere un mercato a due facce dove Netflix potrebbe dire: ‘Bene, io pago per fare in modo che il mio abbonato possa ricevere la migliore trasmissione di questo film’ ”. Esternazioni alle quali fecero seguito pesanti critiche di organismi come Public Knowledge PV, che per bocca di Michael Weinberg parlava di “endorsement contro la neutralità della rete che vorrebbe lasciare agli Isp il potere di scegliere i vincitori e i vinti dell’online”. Vedremo quale dei due aspetti prevarrà nel nuovo regolamento che la Commission si prepara a mettere a punto, mentre si sollevano le preoccupazioni anche in virtù della parallela concentrazione del mercato della distribuzione dei contenuti online e si rivela sempre più attuale lo scenario in cui fornitori di contenuti che sono anche Isp potrebbero essere tentati di discriminare i servizi di distribuzione concorrenti. Non da meno, accordi come quello stretto da poche ore tra Comcast e Netflix. "Una premessa fondamentale - ha chiosato ieri D'Angelo - è non limitarsi ad analizzare le questioni relative alla neutralità  solo all'interno del cattivo rapporto tra telco ed Over the Top. Capisco che il problema dell'equilibrio delle revenues sia centrale e tocchi tanti interessi, ma concentrarsi solo su essi significa mettere in secondo piano i consumatori utenti e i loro diritti. E attenzione, stiamo spesso parlando di diritti fondamentali. O anche solo economici, perché se un operatore come Netflix dovrà pagare una tariffa è scontato che si rifarà di un tale aggravio sull'utente finale". Immagine in home page: Webnews.it LEGGINet Neutrality, niente ricorso per l’FCC. Un nuovo regolamento dovrà sciogliere il nodo intorno ai 'common carriers' ” LEGGIGli 'Sponsored data' per i content provider, una nuova strategia per il mobile di AT&T. Ma è polemica sul rispetto della Net NeutralityLEGGIAT&T brevetta un nuovo strumento per individuare i ‘pirati’ ” LEGGIL’integrazione europea delle telecoms: le ragioni della Commissione e quelle di AGCOM” di Innocenzo Genna 24 febbraio 2014