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  • Antipirateria, copyright alert anche nel Regno Unito

    Creative Content Uk. È questo il nome scelto dal governo del Regno Unito per la partnership varata pochi giorni fa tra Internet Service Provider d'oltre Manica e industria dell'intrattenimento. L'iniziativa mira sostanzialmente a combattere la pirateria online puntando sulla sensibilizzazione all'uso legale con due modalità; la prima è una "campagna multimediale" che nella primavera del 2015 vedrà tutti gli attori in gioco, con un co-finanziamento del governo di 3,5 milioni di sterline, impegnati a "creare un più ampio apprezzamento nei confronti del valore e dei benefici che derivano dai contenuti d'intrattenimento e dal copyright". La seconda è invece basata su copyright alert in base ai quali gli abbonati ai provider britannici riceveranno un avviso quando tramite il loro account verranno messe in atto violazioni di diritto d'autore. Le missive saranno accompagnate dall'indicazione di spazi nei quali fruire di materiale legale. Un'iniziativa che ricalca dunque quella messa in atto negli Stati Uniti con il Copyright Alert System (CAS), il sistema introdotto nel luglio 2011 dal Center for Copyright Information (CCI) e ribattezzato six strikes, con riferimento al three strikes francese che, governato dalla commissione HADOPI, in terra transalpina non ha avuto fortuna nella parte relativa alle disconnessioni coatte per i pirati e che in queste ore mira invece a riabilitarsi proprio fornendo numeri sulla presunta efficacia delle lettere in chiave di sensibilizzazione all'uso legale e all'abbandono delle piattaforme sulle quale circola materiale in violazione delle norme sul diritto d'autore. Tornando in terra d'Albione, soci fondatori di Creative Content Uk sono Motion Picture Association (MPA), BPI (British Music Industry registrato) e le quattro principali fornitori di servizi Internet BT, Sky Broadband, TalkTalk e Virgin Media. Il programma diventa così un altro pezzo della strategia antipirateria che nel Regno Unito avanza parallelamente alla discussione sull’approvazione del Digital Ecnomy Act (Dea), una riforma della disciplina sulla tutela dei diritti d'autore il cui cammino è iniziato con l’approvazione della cura Mandelson nell’aprile del 2010 ma che da allora è rimasta impantanata. Negli ultimi mesi sono invece più volte finite sotto i riflettori le azioni della London Police Intellectual Property Crime Unit (Pipcu), cellula istituita all’interno del corpo di polizia di Londra alla fine del 2012 e diventata operativa all’inizio del settembre scorso. A poche settimane dall'avvio delle sue attività, gli agenti della Pipcu, dopo aver inviato degli avvertimenti ai titolari di siti sospettati di ospitare contenuti in violazione di copyright, e di fronte al mancato adeguamento al contenuto delle comunicazioni, avevano anche provveduto a contattare direttamente i registrar. A seguito della pioggia di sospensioni dei domini, tuttavia, dal rifiuto arrivato dal registar canadese EasyDNS, i cui vertici hanno risposto alla missiva invitando la polizia del Regno unito a servirsi di un mandato giudiziario prima di inviare determinate richieste, è scaturito un ricorso e una bocciatura per le stesse richieste da parte del National Aribtration Forum. Un plauso al più generale lavoro svolto dalla Unit di Londra è arrivato invece lo scorso aprile da Mike Weatherley, deputato conservatore nominato nel settembre 2013 advisor sulla proprietà intellettuale del premier David Cameron; in quella sede Weatherley tracciava la linea delle azioni antipirateria incentrate sul follow the money. LEGGIAntipirateria, l’appello della polizia di Londra agli inserzionisti: “Non finanziate certi siti”. Intanto crescono le violazioni da mobile” “Pirateria in Uk, l’advisor di Cameron: “Il bastone nei confronti degli Internet Service Provider che agevolano l’illegalità” "Usa, giudice ordina a Comcast di consegnare ai detentori di diritti le informazioni sugli avvisi antipirateria inviati ad un utente. Continua il braccio di ferro sulle identità degli abbonati" Immagine in home page: Yogiblog.com 21 luglio 2014
  • Data retention in UK, tutto da rifare

    di Monica Senor (via MediaLaws) Il 17 luglio 2014, a soli tre mesi della sentenza della Corte europea di Giustizia che dichiarava l’invalidità della Direttiva sulla data retention, nel Regno Unito veniva emanato il DRIPA (Data Retention and Investigatory Powers Act 2014), il quale prevede, alla sezione 1, che il Segretario di Stato possa, mediante una “retention notice” chiedere ad un fornitore pubblico di telecomunicazioni di conservare i dati di “relevant communications” qualora il Segretario stesso ritenga la richiesta necessaria e proporzionata al perseguimento di una o più tra le finalità di cui ai punti da a) a h) dell’articolo 22 (2) del RIPA (Regulation of  Investigatory Powers Act 2000). Detta sezione, titolata “Obtaining and disclosing communications data” prevede che i metadati di comunicazione possano essere ottenuti se necessari: a)     per interessi di sicurezza nazionale; b)    al fine di prevenire o individuare reati o di prevenire disordini; c)     per fini di benessere economico del Regno Unito; d)    per interessi di sicurezza pubblica; e)     per fini di protezione della salute pubblica; f)     al fine di valutare o riscuotere una tassa, un’imposta, o altra imposizione, contributo o tassa da versare ad un dipartimento governativo; g)     al fine di prevenire, in caso di emergenza, morte o lesioni o danni alla salute fisica o mentale di una persona; h)    per qualsiasi scopo specificato in un ordine del Segretario di Stato. Il DRIPA, ha modificato la lettera c) aggiungendo la clausola “nella misura in cui tali interessi sono rilevanti anche per gli interessi della sicurezza nazionale”. Lo scorso 17 luglio la High Court of Justice si è pronunciata sul ricorso proposto da Mr Brice e Mr Lewis, unitamente a due parlamentari inglesi, Mr Davis (conservatore) e Mr Watson (laburista), col supporto delle associazioni civili Open Rights Group e Privacy International, dichiarando la sezione 1 del DRIPA incompatibile col diritto comunitario, in particolare con gli articoli 7 e 8 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea in quanto:
    1. non prevede regole chiare e precise affinché l’accesso e l’utilizzo dei metadati sulle comunicazioni, conservati seguito a un “retention notice”, siano strettamente limitati allo scopo di prevenire e perseguire gravi e specificamente predeterminati reati o istruire  procedimenti penali relativi a tali reati;
    2. l’accesso ai dati non è sottoposto all’esame preliminare di un tribunale o di un organo amministrativo indipendente, la cui decisione limiti l’accesso e l’utilizzo dei dati a quanto strettamente necessario per il conseguimento dello scopo perseguito.
      L’ordine di disapplicazione del DRIPA è stato sospeso fino al 31 marzo 2016 per dare tempo al Parlamento di intervenire legislativamente sulle norme dichiarate illegittime e ferma restando la facoltà per il Segretario di Stato, convenuto in giudizio, di proporre appello. Le conclusioni a cui addiviene l’High Court vengono argomentate ripercorrendo passo a passo la legislazione europea e nazionale in materia di data protection e data retention, nonché la giurisprudenza della CEDU e della ECJ, con particolare attenzione alla sentenza Digital Rights Ireland, che ha dichiarato l’invalidità della Direttiva Frattini. Dei vari passaggi, mi soffermo solo su alcuni, su cui mi pare possa essere interessante fare qualche considerazione. La possibilità di impugnare una legge innanzi ad una Corte Al punto 4 della sentenza, l’High Court precisa un concetto che a noi giuristi di civil law pare quasi incredibile, ovverosia che gli atti del Parlamento del Regno Unito non sono impugnabili davanti ad un giudice. Nel caso di specie, tuttavia, la High Court si è ritenuta competente a decidere in quanto il giudizio di compatibilità del DRIPA è stato chiesto in relazione non al diritto interno, bensì al diritto comunitario. Sotto questo profilo il ricorso è stato considerato ammissibile in quanto, sottolinea la Corte, le decisioni della Corte di Giustizia sono vincolanti sia per i legislatori che per i tribunali di tutti gli Stati membri e la Carta dei diritti fondamentali è immediatamente applicabile ai sensi dell’art.6(1) del Trattato dell’Unione europea che riconosce ai diritti, alle libertà ed ai principi espressi nella Carta lo stesso valore legale dei Trattati. In un momento storico in cui l’idea politica di Unione europea viene fortemente messa in discussione, la constatazione che si stia progressivamente formando un diritto comunitario capace ed in grado di derogare a fondamentali principi di diritto interno costruendone di nuovi, è un solido tassello che conforta la speranza che l’Europa unita possa funzionare. La differenza tra retention e accesso Al punto 70, la Corte mette a fuoco una questione delicatissima, da pochissimi sino ad oggi rilevata: la differenza tra conservazione ed accesso. Secondo la Corte inglese, l’ECJ nella sentenza Digital Rights Ireland non ha stabilito che i fornitori di servizi di accesso sono tenuti a conservare esclusivamente i metadati di comunicazione relativi a persone sospettate o coinvolte nella prevenzione, nell’accertamento e nel perseguimento di reati gravi, quanto piuttosto che un regime generale di conservazione è illegale a meno che non sia accompagnato da un regime di accesso che fornisca garanzie sufficientemente rigorose per la tutela dei diritti dei cittadini di cui agli articoli 7 e 8 della Carta. Si tratta di un passaggio logico molto importante sotto il profilo dell’effettività della tutela dei cittadini europei. Infatti, se la protezione fosse declinata attraverso il divieto di conservazione dei metadati di traffico telefonico e telematico ad eccezione dei dati concernenti i cd. “serious crimes”, la tutela sarebbe, in concreto, inesistente in quanto materialmente le operazioni di retention sarebbero impraticabili data l’impossibilità di conoscere a monte chi commetterà i gravi reati. Distinguere la conservazione dei dati dall’accesso agli stessi consente, invece, di garantire ai cittadini un adeguato ed effettivo livello di protezione dall’ingerenza dello Stato nella loro vita privata. Parallelamente alla retention, infatti, secondo la Corte il potere di intrusione da parte dello Stato deve essere debitamente controllato mediante autorizzazioni all’accesso ai dati conservati dai fornitori rilasciate dall’Autorità giudiziaria o da organi amministrativi indipendenti. Seguendo la stessa pragmatica impostazione, la Corte, ai punti 94 e 95, spiega che il fatto che l’accesso e l’uso dei dati debba essere rigorosamente limitato allo scopo di prevenire e perseguire “precisely defined serious offences” non significa che l’accesso debba essere limitato ai dati di persone sospettate di aver commesso tali reati gravi atteso che, in alcuni casi, i dati di una persona del tutto innocente potrebbero contribuire alla individuazione di forme gravi di criminalità commesse da altri. La retention in sé interferisce con i diritti di cui agli articoli 7 e 8 della Carta Nonostante o, forse, proprio in virtù dell’assunto di cui al punto precedente, la Corte, al punto 84, specifica che la retention generalizzata finalizzata ad un potenziale futuro accesso costituisce di per sé un’interferenza con i diritti di cui agli articoli 7 e 8 della Carta e all’art. 8 della CEDU, a prescindere dal successivo, eventuale accesso ed utilizzo dei dati. A tal proposito, la Corte richiama espressamente il punto 29 della sentenza Digital Rights Ireland ed il punto 56 della sentenza Liberty v UK, in cui la Corte dei Diritti dell’Uomo ha osservato che telefono, fax e comunicazioni di posta elettronica sono ricompresi nelle nozioni di vita privata e corrispondenza di cui all’art.8 della CEDU e che l’esistenza di una legislazione che consente il monitoraggio segreto delle comunicazioni rappresenta una minaccia di sorveglianza generalizzata che mina la libertà di comunicazione tra gli utenti dei servizi di telecomunicazione ed implica di per sé una interferenza con l’esercizio dei diritti di cui all’art.8, indipendentemente dalle misure effettivamente adottate. Sono parole che colpiscono. Specie se le leggiamo nel contesto dello scandalo nostrano di Hacking Team, su cui vige l’assoluto silenzio in ordine ai casi, ai tempi ed ai modi di utilizzo (verosimilmente illecito) da parte dell’AISE e della Polizia giudiziaria del malware Remote Control System Galileo della società milanese. Del resto, parimenti sotto silenzio è passato l’art.4 bis del decreto antiterrorismo n.7/2015, introdotto con la legge di conversione n.43/2015, che ha disposto, in deroga all’art.132 del codice privacy e con buona pace della sentenza Digital Rights Ireland, un allungamento dei tempi di conservazione dei dati di traffico telefonico, telematico e delle chiamate senza risposta fino al 31 dicembre 2016. Davvero un colpo al cuore rispetto alla sensibilità mostrata dagli altri paesi dell’Unione europea in materia di data retention, come ben illustrato dall’australiana Leanne O’Donnell nel suo report sullo stato della data retention in Europa dopo la sentenza Digital Rights Ireland. Sebbene schematicamente, ricordiamo dunque che:
    • Austria, Germania, Bulgaria, Romania, Cipro, Slovenia, Repubblica Ceca ed ora anche il Regno Unito, hanno dichiarato incostituzionali le rispettive leggi di recepimento della Direttiva 2006/24/CE;
    • Danimarca, Paesi Bassi e Slovacchia hanno sospeso la retention dei metadati di traffico (la Slovacchia ha anche disposto la cancellazione dei dati precedentemente raccolti);
    • Finlandia, Spagna e Lussemburgo stanno revisionando la normativa interna per adeguarla ai principi affermati dalla ECJ;
    • Belgio, Polonia, Svezia, Ungheria, Irlanda e Svizzera hanno le rispettive leggi di recepimento under challenge.
      Italia non pervenuta.
    Striking a Balance among Security, Privacy and Competition. The Data Retention and Investigatory Powers Act 2014 (DRIP) 
    22 luglio 2015
  • Data retention, nel Regno Unito il primo sì alla nuova legge

    Il cammino del Data Retention and Investigatory Powers Bill, la nuova legge sulla conservazione dei dati in terra britannica, sta bruciando le tappe. Il testo ha infatti ricevuto poche ore fa l'approvazione, a larga maggioranza, della camera bassa del Parlamento d'oltre Manica, la House of Commons, e attende ora il passaggio in quella dei Lords, in un cammino spedito quanto foriero di preoccupazioni e polemiche. La legge mira sostanzialmente, come affermato dal premier David Cameron, a rimediare con una "norma d'emergenza" al vulnus normativo apertosi dopo la sentenza con la quale la Corte di Giustizia dell'Unione Europea nell'aprile scorso ha invalidato la Direttiva sulla Data retention nel Vecchio Continente. Si stabilisce così un obbligo di conservazione dei dati per 12 mesi in capo alle telco (a fronte dei 24 previsti nell'originaria norma comunitaria) e la loro messa a disposizione dell'intelligence locale. Per il Ministro degli Interni Theresa May si tratta di un'iniziativa senza la quale "si corre il rischio che gli assassini non vengano catturati, che i complotti terroristici passino inosservati, che i pedofili rimangano impuniti". Una serie di preoccupazioni che non mettono tuttavia la legge al riparo da pesanti dissensi; non ultime, le dure critiche nel metodo e nel merito arrivate da Edward Snowden, il whistleblower le cui rivelazioni sono alla base dello scandalo Datagate sulla sorveglianza massiccia e pervasiva operata dalla National Security Agency (Nsa) statunitense. Snowden, in una intervista rilasciata al Guardian, ha definito la nuova iniziativa britannica "molto simile" a quella che nel 2007 vide protagonista l'amministrazione Bush per l'introduzione del Protect America Act, un provvedimento d'emergenza sulla cooperazione tra agenzie di intelligence e operatori di telecomunicazioni. "I richiami a presunti pericoli ai quali è esposta la popolazione in mancanza di una nuova legge - ha affermato - sono gli stessi agitati negli Stati Uniti allora. La fretta con la quale si stanno approvando i provvedimenti nel Regno Unito sarebbe giustificabile solo nel caso in cui fossimo nel pieno di una guerra mondiale, sotto le bombe e con le navi nemiche in agguato". 16 luglio 2014
  • Music Inc, un'app contro la pirateria. L'iniziativa dell'industria musicale britannica

    Se la lotta alla pirateria a mezzo di mera repressione ha dimostrato i suoi limiti, appare necessaria da una lato una sempre maggiore apertura verso i nuovi dispositivi e tecnologie e, dall'altro, uno sforzo importante verso la sensibilizzazione dei consumatori all'uso legale. È la valutazione che sembra essere alla base dell'ultima iniziativa nata dalla collaborazione tra la Music e l'Intellectual Property Office britannico, che hanno da poche ore lanciato Music Inc., un'app per iOS e Android che punta ad insegnare agli utenti le dinamiche del funzionamento del business musicale tramite un semplice espediente di gamification che fa vestire all'utente stesso i panni di un manager che deve costruire la sua carriera partendo dai giovani artisti senza grosso seguito. IMG_9182E così l'app, che durante l'apertura al posto del classico "loading" mostra un ironico "composing", concede al giocatore un primo ristretto budget e la scelta delle band o dei solisti da "scritturare" mettendo in diretta corrispondenza il loro costo con il numero di fan che li supporta. Dopo il passaggio nella sala di incisione, il disco è pronto per essere lanciato sul mercato. Ma con quali modalità? È qui che il giocatore/manager si trova a fare i conti con le dinamiche del mercato musicale diviso tra i supporti fisici e i loro mercati conosciuti ma in continua discesa e le piattaforme di downloading e streaming che garantiscono un più ampio pubblico potenziale ma ritorni economici, almeno nell'immediato, molto più bassi. Tuttavia, può capitare che il singolo del proprio artista venga scelto come jinlge di una pubblicità o che i primi concerti vadano bene, e allora le entrate iniziato a mostrare incoraggianti frecce verdi; il problema è quando le tracce finiscono su qualche frequentato portale di file sharing. IMG_9186È in quel caso che i grafici delle vendite iniziano a mostrare in poco tempo percentuali a due cifre alla voce "download pirata". L'app a questo punto lascia che il manager precipiti in una spirale di azioni antipirateria che non danno risultati dal punto di vista delle rendite, soprattutto per quello che riguarda le azioni legali. La fine del percorso lascia con l'amaro in bocca per non essere riusciti a trovare una soluzione al problema della pirateria dopo il lancio del nostro prodotto sui canali digitali, ed è questo forse il più grande difetto di un'iniziativa che ha comunque il pregio di cercare di portare un consumatore medio alla scoperta (per quanto superficiale) di ciò che c'è dietro un prodotto dell'industria musicale. LEGGI "AT&T brevetta un nuovo strumento per individuare i 'pirati'" LEGGI "Facebook, gli "indicatori sociali" contro i contenuti pirata" 6 febbraio 2014
  • Private copy sì, ma a pagamento: la decisione dell’Alta Corte UK riaccende il dibattito sulla fair compensation

    di Concetta Pecora (via MediaLaws) Non accenna a placarsi il fuoco della polemica sulla riforma della normativa anglosassone in materia di copyright, anche adesso che la tanto dibattuta private copying exception è diventata realtà. Lo scorso 27 gennaio 2015 la High Court Inglese ha accolto l’istanza, presentata dalla BASCA (British Academy of Songwriters, Composers and Authors), unitamente alla Musicians’ Union, sindacato dei musicisti anglosassoni, e all’associazione UK Music, per l’ottenimento dell’autorizzazione a richiedere la judicial review della neonata normativa sulla eccezione per copia privata. L’Alta Corte ha difatti riconosciuto la contrarietà dell’attuale disciplina – connotata dall’assenza della previsione di una fair compensation a favore dei titolari dei diritti – al dettato della direttiva 2001/29/CE (c.d. direttiva InfoSoc), autorizzando le associazioni istanti a chiedere la revisione della decisione governativa di escludere un meccanismo di equo compenso. In attesa del responso – l’udienza per la judicial review è prevista per il mese di maggio 2015 – è utile fare un passo indietro, al fine di comprendere a pieno i termini del dibattito. Il 29 luglio 2014 il Governo anglosassone ha finalmente abbattuto l’antico baluardo del divieto di copia privata, introducendo una norma ad hoc che, consentendo di derogare all’esclusività del diritto di riproduzione, legittima l’effettuazione di copie, a fini non commerciali, dei contenuti protetti. Alla base dell’intervento riformatore, l’esigenza – da più partiavvertita– di procedere a un ammodernamento della disciplinasul copyright in grado di colmare il gap esistente tra dato normativo e prassi; uno scollamento, divenuto ormai lampante, tra divieto legislativo – quello di eseguire copie private dei contenuti protetti – e comportamento delle parti. Più precisamente, nel vigore della precedente disciplina, qualsiasi attività di riproduzione di materiali protetti, anche se confinata nella sfera domestica, richiedeva la preventiva autorizzazione da parte del titolare dei diritti –c.d. copyright owner - ; ne discendeva l’illiceità di qualsivoglia operazione di copia dei contenuti, ivi comprese attività routinarie quali quella di back up di dati e di space shifting. Un’ illiceità – preme evidenziare – che nella maggior parte dei casi risultava ignorata dagli utenti – i quali agivano nella convinzione di operare within the law – e tollerata dai titolari dei diritti, i quali solo in rarissimi casi si attivavano a fronte di attività costituenti “reasonable acts of private copying”. La nuova section 28 B, realizzando un ormai indilazionabile allineamento della disciplina anglosassone a quella degli altri Paesi Europei, ha finalmente introdotto una eccezione per copia privata in grado di spogliare del connotato della illiceità attività ormai saldamente radicate nel comportamento degli users e da sempre percepite come lecite e innocue. A ben vedere, si tratta di una eccezione formulata con estrema cautela, in un’ottica di minimizzazione del potenziale pregiudizio per i copyright owners e di accorto – o forse poco coraggioso? – bilanciamento tra le istanze degli utenti e quelle dei titolari dei contenuti. In primis, la nuova private copy exception circoscrive la possibilità di effettuare copie ad uso privato delle opere protette ai soli contenuti posseduti “on a permanent basis”,con esclusione dunque dei materiali noleggiati, presi in prestito o di cui gli utenti fruiscano via streaming. E’ inoltre tassativamente vietato il trasferimento permanente delle copie realizzate a soggetti terzi, anche all’interno del nucleo familiare, il che consente di ridurre in misura significativa il pregiudizio per gli autori legato ai lost incomesdelle vendite. Permane, infine, la facoltà per i titolari dei diritti di utilizzare misure tecnologiche di protezione (TPM), quale strumento di monitoraggio e controllo della effettuazione di copie da parte degli utenti. Una “narrow exception”, com’è stata da subito definita , i cui rigidi limiti applicativi incontrano il loro contrappeso nella mancata previsione di un sistema di levy, in totale discordanza con quanto previsto dalle normative interne degli altri Paesi dell’Unione, la cui disciplina sulla copia privata risulta imperniata sul meccanismo della fair compensation. Invero, il Governo anglosassone, sin dai primi vagiti della riforma del CDPA, si è mostrato tassativamente contrario alla previsione di un meccanismo di equo compenso per copia privata, evidenziando come la formulazione di una privatecopying exception così cauta nel preservare gli interessi dei rightholders rendesse del tutto superflua e ingiustificata l’imposizione di un levy system. Secondo quanto ampiamente argomentato dall’esecutivo britannico, se è vero che la ratio della fair compensationrisiede nella esigenza di indennizzare il titolare del copyrightper il pregiudizio derivantegli dalla compressione del diritto esclusivo di riproduzione delle opere protette, deve allora ritenersi che tale necessità di remunerazione non sussista laddove tale sacrificio sia di entità così insignificante da non incidere in misura effettiva sui diritti del titolare. Una logica di pesi e contrappesi, quella su cui si fonda la private copying exception che, sebbene ineccepibilmente coerente nel calibrare gli interessi delle parti, ha incontrato l’agguerrita opposizione delle associazioni di categoria degli autori, i quali invocano il proprio diritto alla percezione di un equo compenso, alla pari dei colleghi europei. Più precisamente, l’argomento invocato dai copyright ownersa sostegno della propria pretesa di introdurre un levy system analogo a quello previsto dagli altri Stati dell’Unione, attiene all’asserita difformità della neo-approvata private copying exception rispetto al disposto dell’art. 5, n.2 (b) della direttiva 2001/29/CE, il quale subordina la facoltà per gli Stati Membri di introdurre deroghe alla esclusività del diritto di riproduzione alla corresponsione di una fair compensation a favore dei titolari dei diritti. Una tesi, questa appena esposta, giudicata convincente dall’Alta Corte, che ha ritenuto fondate le obiezioni sollevate dalle associazioni di categoria, le quali hanno rilevato come la lettera dell’art. 5 sia univoca nel condizionare l’introduzione della eccezione per copia privata alla contestuale previsione di una remunerazione a favore dei rightholders. Qualcosa però non convince. Difatti, un siffatto approccio interpretativo, fondato sull’assunto dell’assoluta inscindibilità tra diritto di copia privata e corresponsione dell’equo compenso, parrebbe confliggere con il dettato del considerando n. 35 della direttiva InfoSoc, in forza del quale è esclusa la sussistenza di un obbligo di remunerazione del titolare dei diritti qualora il danno potenzialmente derivantegli dalla eccezione alla esclusività del diritto di copia sia minimo. Invero, nel caso di specie, l’estrema cautela con cui è stata concepita e costruita l’eccezione per copia privata prevista dalla section 28B potrebbe ragionevolmente legittimare l’applicazione della clausola contenuta al considerando 35, atteso che i vincoli ai quali è assoggettato il diritto di riproduzione privata risultano così stringenti da neutralizzare quasi del tutto il pregiudizio dei rightholders. Com’ è agevole intuire, la chiave di volta per sciogliere il nodo sulla sussistenza o meno di un dovere di fair compensation è rappresentata dalla corretta interpretazione della nozione di “minimal harm” di cui all’ultima parte del considerando 35, nonché nel coordinamento tra la disposizione richiamata e l’art. 5. Spetterà ai giudici stabilire se la deroga introdotta nel luglio del 2014 ricada nella ipotesi contemplata dal considerando o, al contrario, importi una compressione dei diritti di sfruttamento dei copyright owners meritevole di remunerazione, ai sensi dell’art. 5, n.2 (lett.b). In quest’ultimo caso, sarebbe tutto il sistema a vacillare. Se è vero, difatti, che l’eccezione per copia privata è stata così rigidamente formulata dal Governo inglese con l’intento – dichiarato – di bypassare l’obbligo di fair compensation, un siffatto rigore resterebbe evidentemente ingiustificato ove si procedesse alla introduzione di un levy system comune agli altri Paesi dell’Unione. A pagarne le spese, ancora una volta, sarebbe la libera circolazione delle creazioni intellettuali e la loro utilizzazione da parte degli utenti, i quali, oltre a sopportare la maggiorazione dei prezzi di vendita dei dispositivi e supporti di registrazione, derivante dalla imposizione dell’equo compenso, si troverebbero con in mano un diritto “monco”, il cui contenuto era stato così rigorosamente calibrato proprio a fronte della mancata previsione di un equo compenso a favore dei rightholders. Non resta che attendere l’udienza di maggio per conoscere il verdetto, con la speranza che a soccombere non sia il buonsenso. Consulta Osservatorio di Diritto comparato 19 febbraio 2015
  • Proprietà Intellettuale, l'advisor di Cameron: "Rifinanziare l'Unità speciale della London Police. E puntare sul Follow the Money"

    Mike Weatherley, il deputato conservatore nominato nel settembre scorso advisor sulla proprietà intellettuale del premier inglese David Cameron, sembra essere particolarmente fiero del lavoro svolto dagli agenti della del Police Intellectual Property Crime Unit (Pipcu), cellula istituita all’interno del corpo di polizia di Londra alla fine del 2012 e diventata operativa circa sette mesi fa. Il compito dell’unità, finanziata con 2,5 milioni di sterline per due anni, è proprio quello di reprimere le violazioni di proprietà intellettuale a mezzo Internet; Weatherley ha richiesto al primo ministro e al titolare degli Interni Theresa May di rinnovare e strutturare in maniera permanente i finanziamenti verso la PIPCU, "impegnata in una serie interessanti progetti volti ad arginare la circolazione di contenuti illeciti". La Unit si è già distinta nei mesi scorsi per inedite azioni antipirateria; dopo aver inviato degli avvertimenti ai titolari di siti sospettati di ospitare contenuti in violazione di copyright in terra Britannica, e di fronte al mancato adeguamento al contenuto delle comunicazioni, gli agenti hanno provveduto a contattare direttamente i registrar. Dopo la pioggia di sospensioni dei domini, tuttavia, dal rifiuto arrivato dall'ISP canadese EasyDNS, i cui vertici hanno risposto alla missiva invitando la polizia del Regno unito a servirsi di un mandato giudiziario prima di inviare determinate richieste, è scaturito un ricorso e una bocciatura per le stesse richieste da parte del National Aribtration Forum. Ma l'approccio indicato da Weatherley per i prossimi mesi di lavoro della PIPCU ha una direzione in particolare: "Follow the Money". È di poche settimane fa l'appello che gli stessi agenti hanno lanciato nei confronti degli inserzionisti dell'online a non finanziare i siti sospettati di ospitare e favorire la circolazione illecita di materiale protetto da diritto d'autore. Il tutto facendo riferimento ad una Infringing Website List (IWL). "Se solo riuscissimo a togliere queste risorse a determinati siti - afferma Weatherley - potremmo ridurre la circolazione dei contenuti illeciti del 95%". LEGGI "Pirateria in Uk, l'advisor di Cameron: "Il bastone nei confronti degli Internet Service Provider che agevolano l'illegalità" "Ho avuto interessanti confronti con i colleghi europei - spiega - e ne sono uscito con una convinzione: la Gran Bretagna deve essere il leader della lotta alla pirateria nel Continente". L’advisor di Cameron punta insomma sulle forze di polizia nel bel mezzo del dibattito che condurrà all’adozione del Digital Economy Act (Dea), la nuova legge sul diritto d'autore per il Regno Unito che tuttavia non vedrà la luce prima del 2015. Il cammino di questa iniziativa legislativa è iniziato con l’approvazione della “cura Mandelson” nell’aprile del 2010, ma al fianco di infuocate polemiche per le misure di takedwon previste nel testo sono arrivate nel tempo anche azioni legali come il ricorso presentato nel giugno 2011 dai provider British Telecom eTalkTalk, iniziativa respinta nel marzo dell’anno successivo. Nell’aprile 2012 l’entrata in vigore della legge slittava al 2014mentre venivano pubblicate le linee guida sulle quali sarebbe stato messo a punto il testo. Nel giugno 2013 un nuovo, decisivo rinvio. Ciò che si muove è sul fronte dell'introduzione della disciplina della copia privata. L'attenzione di Weatherley, tuttavia, è anche in merito alla sensibilizzazione ed educazione al rispetto della Proprietà Intellettuale: "Con l'aiuto dell'Intellectual Property Office abbiamo messo a punto una task force che ha l'obiettivo di partecipare ad almeno 100 forum l'anno sulla materia". Il tutto prima di aver etichettato Google come "parte della soluzione". LEGGI "Antipirateria, l'appello della polizia di Londra agli inserzionisti: "Non finanziate certi siti". Intanto crescono le violazioni da mobile" Immagine in home page: 2.bp.blogspot.com 15 aprile 2014
  • Striking a Balance among Security, Privacy and Competition. The Data Retention and Investigatory Powers Act 2014 (DRIP)

    di Guido Noto La Diega Abstract: Following the ECJ decision that declared the Data Retention Directive invalid, the Data Retention and Investigatory Powers Act 2014 (DRIP) has been enacted. It is not undisputable whether the DRIP gives more powers to the intelligence services at the detriment of both citizens’ privacy and freedom of enterprise or whether it simply clarifies the nature and extent of obligations that can be imposed on telecommunications service providers based outside the UK under Part 1 of the Regulation of Investigatory Powers Act 2000 (RIPA).

  • UK, sulla proprietà intellettuale Cameron ha un nuovo consigliere

    Il premier inglese ha affidato a Mike Weatherley, deputato tory e già vice presidente della Motion picture licensing company, il compito di affiancare il governo nella lotta alla pirateria La squadra antipirateria del Regno Unito ha un nuovo membro. Il premier David Cameron ha infatti nominato Mike Weatherley come suo consigliere sulla proprietà intellettuale, con il chiaro intento di proteggere le “industrie creative” dai danni che derivano dalla condivisione illecita di materiale protetto da copyright. Weatherley, 56 anni, parlamentare conservatore e già vice presidente della Motion picture licensing company, dovrà quindi contribuire a rispondere alle richieste che arrivano sempre più pressanti verso il governo dalle major dell'intrattenimento, che sicuramente non apprezzano i numerosi rinvii  che hanno riguardato l'adozione del Dgital Economy Act (Dea), la nuova legge antipirateria per il Regno Unito che non vedrà la luce prima di un paio d'anni. Tempistiche indicate anche da Campbell Cowie dell'Ofcom, il quale nel maggio scorso, in occasione del workshop organizzato dall'Agcom alla Camera dei deputati, dichiarava:
    Dobbiamo avere la massima cautela su tutti i punti critici che riguardano il confine tra consumo ed infrazione. Esiste la necessità di valutare caso per caso per conoscere a fondo chi è che viola le regole e quale reale danno può arrecare all’industria. Questo per scongiurare decisione eccessive e talvolta inutili. È per questo che in Uk non avremo una nuova legge prima del 2015″.
    Nel frattempo, l'enforcement viene affidato al ruolo di “ponte” tra industria e Parlamento che lo stesso Weatherley ha dichiarato di voler interpretare seguendo un “approccio a tre dimensioni: educazione, bastone e carota”. Foto: newsfrombrighton.co.uk  13 settembre 2013