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  • "Cybersecurity e tutela dei cittadini", i video del convegno dell'11 febbraio in Corte di Cassazione

    Di seguito i video del convegno "Cybersecurity e tutela dei cittadini: strumenti normativi, modelli d’intervento e interessi in gioco", evento promosso dall’Accademia Italiana del Codice di Internet nella giornata di mercoledì 11 febbraio 2015 a Roma, presso l'Aula Giallombardo della Suprema Corte di Cassazione, in occasione del Safer Intenet Day.

    Il report dell'evento

    Il Position Paper dell'Accademia

    Relazione introduttiva

    Prof. Alberto Gambino Presidente dell’Accademia Italiana del Codice di Internet

    Quali strumenti normativi che garantiscano i diritti fondamentali?

    Min. Plen. Giovanni Brauzzi Vice Direttore Generale per gli Affari Politici e Direttore Centrale per la Sicurezza

    Avv. Giuseppe Busia Segretario generale del Garante per la protezione dei dati personali

    Ten. Col. Antonio Colella Presidenza del Consiglio dei Ministri - Ufficio del Consigliere Militare

    Corrado Giustozzi Membro del Permanent Stakeholders’ Group ENISA

    Alessandro Politi Direttore NATO Defense College Foundation

    Ing. Mario Terranova Area Sistemi e Tecnologie - AgID

    Quali modelli d’intervento efficaci per il contemperamento degli interessi in gioco?

    Prof. Francesco Saverio Romolo Université de Lausanne - Institut de Police Scientifique (IPS)

    Antonio Apruzzese Direttore del Servizio di Polizia Postale e delle Comunicazioni

    Anna Cataleta  H3G

    Roberto Fermani Telecom Italia

    Conclusioni

    Prof.ssa Giusella Finocchiaro Presidente del gruppo lavoro sul commercio elettronico della Commissione Onu per il diritto commerciale internazionale (Uncitral)

    24 febbraio 2015
  • "La lezione di Roma per l’Europa", il Prof. Umberto Roberto su Il Mattino

    Umberto Roberto Il Mattino novembre 2015"Esiste un’inquietante analogia tra quello che la nostra Europa sta vivendo, attonita e sofferente, e quanto il mondo romano – un impero immenso che si estendeva dalla Britannia, al Mediterraneo fino alla Mesopotamia – visse per alcuni secoli alle sue frontiere”. Così il Professor Umberto Roberto, docente di storia romana all'Università europea di Roma, in un commento pubblicato nell'edizione del 28 novembre 2015 de Il Mattino. "È importante fare una prima, istruttiva distinzione", scrive: "I Romani, che molto riflettevano su come conservare il loro equilibrio, non credevano che gli imperi cadessero a causa di frontiere poco sicure. Non era una questione di barriere o muri più o meno fortificati. Temevano, piuttosto, che la decadenza arrivasse inesorabile quando non vi fossero buoni governanti a gestire il potere; e questo valeva tanto per i vertici, l’imperatore e i suoi diretti collaboratori, quanto per i funzionari locali, soprattutto nelle province di frontiera. Fin dall’inizio dell’impero, Augusto, che sulla pace fondò la legittimazione della sua monarchia, assunse personalmente il controllo delle frontiere. Stabilì che vi andassero uomini di sua fiducia, che rispondevano direttamente a lui delle loro azioni. Il buon governo, dunque, affidato a funzionari capaci era la prima efficace risposta a ogni problema che insorgesse ai più remoti angoli dell’impero. D’altra parte, immaginare le frontiere dell’impero romano con la visione otto-novecentesca dei confini nazionali è un errore storico da evitare. Le frontiere romane non erano baluardi invalicabili, e l’impero non era un mondo chiuso, impermeabile a ogni interferenza esterna". "I Romani - prosegue il Prof. Roberto - sentivano che il loro dominio dovesse abbracciare tutto il mondo abitato. Erano i signori dell’ecumene: per questo integravano i popoli vinti nel loro impero; per questo non potevano concepire il loro spazio come chiuso. In questa logica del confine la pace alle frontiere era garantita solo attraverso una cura costante dei rapporti con i popoli ancora al di fuori dell’impero. Occorreva attuare scelte politiche per vigilare costantemente sulla pace: occorreva parlare con le genti esterne, individuare mediatori, cercare per quanto possibile di evitare l’intervento militare. Certo, quando poi si passava alle armi, i Romani erano spietati e di una crudeltà senza pari. Ma anche questo faceva parte delle loro strategie di controllo della frontiera. Ed anzi, perfino nelle sue ore più drammatiche, l’impero romano offre una lezione molto istruttiva alla nostra attenzione. Per una serie di sfavorevoli circostanze, a metà del III secolo dopo Cristo lo stato millenario di Roma entrò in crisi profonda. La precarietà delle frontiere fu uno dei segni più drammatici dell’emergenza. Per lunghi anni Germania, Gallia, Siria furono sconvolte dalle incursioni violente di popoli esterni. Si arrivò sull’orlo del baratro. Poi, Roma trovò il modo di reagire al suo interno, attraverso una successione felice di imperatori-soldati che seppero dare una massiccia risposta militare. L’ultimo di questi imperatori, Diocleziano, fu il più grande. Celebrò il suo magnifico trionfo a Roma nel 303: con tanto sudore – queste sono le sue parole – era riuscito a restituire la pace all’impero. Ed in effetti, le frontiere dell’impero sembrarono di nuovo consolidate attraverso un imponente e serrato controllo militare. Ma non durò a lungo. A distanza di qualche decennio, si innescò la grande crisi del V secolo d.C., fatale per la sopravvivenza di un impero che si sentiva senza fine. Nell’arco di pochi anni masse imponenti di popolazioni che vivevano oltre le frontiere di Roma si misero in marcia verso lo spazio mediterraneo. Li muoveva la guerra, la fame, il terrore dell’annientamento. La vicenda dei Goti è emblematica. In fuga dagli Unni attraversarono il Danubio e vennero nell’impero da profughi. Fu tentata un’accoglienza con le risorse dell’epoca; ma i funzionari locali gestirono male l’emergenza umanitaria. I Goti si ribellarono e i Romani subirono ad Adrianopoli nel 378 una delle loro più gravi sconfitte. Anche l’imperatore, Valente, cadde sul campo. Fu allora, nell’emergenza più drammatica, che il nuovo principe, Teodosio, scelse la via della diplomazia e del dialogo. I barbari vengono insediati nei territori romani, purché li difendessero. Teodosio diviene amico dei Goti, coopta nobili e ufficiali nell’esercito e alla sua corte, favorisce matrimoni tra famiglie dei due popoli. Ma alla sua morte, nel 395, l’equilibrio salta di nuovo. I Goti si rimettono in marcia, questa volta all’interno dell’impero, e per quaranta lunghi anni seminano terrore e devastazione nei Balcani, in Italia, a Roma, che viene saccheggiata da Alarico nel 410. A loro si uniscono altri Germani che per scampare agli Unni avevano attraversato il Reno ghiacciato alla fine del 406. La scelta del governo romano d’Occidente di opporsi con le armi a queste ondate migratorie fu miope e inutile. Alla fine prevalse nuovamente la diplomazia, ma era troppo tardi. Iniziarono a formarsi i primi regni romano-barbarici, sulla carta alleati dei Romani, in realtà autonomi e indipendenti. Nel volgere di pochi decenni, nel 476 l’impero d’Occidente terminò per sempre. Dalla crisi di V secolo si salvò, invece, l’impero d’Oriente; e di nuovo la lezione di Roma può esserci di aiuto. A Constantinopoli vi furono ministri illuminati e capaci che seppero modulare l’uso moderato della forza con una attenta diplomazia, che passava anche attraverso la conoscenza e il dialogo con i popoli alle precarie frontiere del mondo romano". "Montesquieu - ricorda concludendo il Prof. Roberto - ripeteva spesso di amare la grandezza dei Romani ed esortava a studiare le loro imprese, perché i Romani nel bene e nel male sono sempre superiori. Gli Europei sono eredi di questa grande esperienza culturale e politica. Ma bisogna comprendere bene, e non superficialmente, la storia: perfino i Romani, nonostante la loro straordinaria potenza e la loro organizzazione, nulla poterono contro masse di disperati, in fuga dalla guerra, affamati, disposti a fatiche incredibili per garantire salvezza, cibo, futuro ai loro figli". 1 dicembre 2015
  • "Patrimonio culturale digitale. Tra conoscenza e valorizzazione", a Roma il 2 luglio

    In un convegno promosso dall'Accademia Italiana del Codice di Internet si approfondiranno, con l'aiuto di giuristi, esponenti delle istituzioni e delle associazioni, le problematiche e i quesiti aperti sul tema della gestione di documenti e informazioni nel settore pubblico L’esigenza della massima divulgazione della conoscenza e della migliore valorizzazione del patrimonio materiale e digitale di proprietà pubblica comporta l’individuazione di un sistema di licenze d’uso che assicuri il bilanciamento tra i principi di riutilizzo dei dati pubblici e la disciplina in materia di diritto d’autore e di tutela dei dati personali. Questi temi saranno al centro del convegno "Patrimonio culturale digitale: tra conoscenza e valorizzazione", previsto a Roma il 2 luglio 2015. L'evento, che sarà ospitato presso Palazzo Sant'Andrea (Via del Quirinale, 30), è promosso dall'Accademia Italiana del Codice di Internetnell'ambito del Progetto Scientifico PRIN “Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione come strumento di abbattimento delle barriere economiche, sociali e culturali”. Il quadro normativo europeo nel quale si inseriscono i lavori si compone della direttiva 2003/98/CE in materia di Public Sector Information (PSI), recentemente modificata dalla direttiva 2013/37/UE, che ne estende gli ambiti alle risorse digitali di Archivi, Biblioteche e Musei, in corso di recepimento da parte del nostro ordinamento e, in ambito nazionale, del Codice dell’Amministrazione Digitale (D.Lgs 82/2005), come modificato dall’articolo 9 del decreto legge n. 179/2012, cd. Decreto Crescita 2.0, convertito con legge n. 221/2012, che ha sancito il principio dell’Open Data by default. Locandina 2 luglio 2015 Dopo l'apertura affidata a Marina Giannetto (Sovrintendente dell’Archivio storico della Presidenza della Repubblica), l'introduzione di Alberto M. Gambino (Presidente dell’Accademia e Ordinario di Diritto privato nell'Università Europea di Roma) e le relazioni di Gustavo Ghidini (Università degli Studi di Milano, Università LUISS Guido Carli), Giuseppe Piperata (Associato di Diritto amministrativo presso l'IUAV di Venezia) e Antonia Pasqua Recchia (Segretario Generale presso il Ministero dei Beni e della Attività culturali e del Turismo). Le conclusioni saranno curate da Angelo Rughetti, Sottosegretario per la Semplificazione e Pubblica Amministrazione. Sarà così la volta di una tavola rotonda moderata dal giornalista de Il Sole 24 Ore Antonello Cherchi e animata dagli interventi di Valentina Grippo (Accademia Italiana del Codice di Internet), Roberta Guizzi (Servizio Giuridico dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni), Andrea Marcucci (Commissione Istruzione pubblica, beni culturali del Senato), Flavia Piccoli Nardelli (Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati), Marco Pierani (Altroconsumo), Riccardo Pozzo (Dipartimento Scienze Umane e Sociali, Patrimonio Culturale del Consiglio Nazionale delle Ricerche), Eugenio Prosperetti (Tavolo Permanente per l’Innovazione e l’Agenda Digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri), Roberto Rampi (Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati) e Ferdinando Tozzi (Comitato consultivo Permanente per il Diritto d’Autore). A concludere Silvia Costa, presidente della Commissione Cultura dell'Unione Europea. È stato richiesto l’accredito per la formazione continua degli Avvocati e dei Commercialisti.

    La partecipazione è libera fino ad esaurimento posti.

    È necessario accreditarsi entro e non oltre il 25 giugno 2015 inviando una email con nome, cognome, luogo e data di nascita all'indirizzo di posta elettronica Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

  • “Risanamento d'impresa”, video e materiali del quinto workshop del Corso avanzato di Alta Formazione “Corporate governance e parità di genere”

    IMG_0855Ha avuto luogo nel pomeriggio di venerdì "Risanamento d'impresa", il quinto workshop del Corso avanzato di Alta Formazione "Corporate governance e parità di genere. Prima applicazione e prospettive". Le relazioni, ad un tavolo presieduto e moderato dalla Prof.ssa Valeria Falce dell'Università Europea di Roma, Coordinatore scientifico del Corso, sono state introdotte dall'Ing. Roberto Grappelli, Presidente di ATAC. Protagonisti degli interventi l'Avv. Gabriella Covino, socio di Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners, e il Prof. Alberto Dello Strologo, docente di Economia Aziendale e di Crisi e risanamento di imprese presso l'Università Europea, oltre che consulente tecnico del Tribunale di Roma. A seguire, la testimonianza dell'Avv. Benedetta Navarra, Amministratore Indipendente di A.S. Roma e Membro del Collegio Sindacale di Equitalia e Poste Italiane. Qui sotto le slide mostrate durante i lavori dell'incontro di oggi. I materiali dei precedenti incontri sono disponibili a questo link, il programma completo nel pdf in fondo alla pagina. 17 ottobre 2014
  • Agenda Digitale: quello che si vede, quello che serve alla Pa e l'equivoco sulla WebTax

    La governance e le priorità già indicate dal nuovo Governo di Matteo Renzi insieme ai nodi che andrebbero sciolti per traghettare la Pubblica Amministrazione italiana in una nuova era. L'analisi su Radio Radicale con Federica Meta, giornalista del Corriere delle Comunicazioni, Roberto Scano, presidente di IWA Italia, e Andrea Lisi, presidente di Anorc [caption id="attachment_5318" align="alignright" width="300"]Ascolta il podcast della puntata del 2 marzo 2014 Ascolta il podcast della puntata del 2 marzo 2014[/caption] Alla fine ha scelto se stesso. Il presidente del Consiglio dei ministri Matteo Renzi ha licenziato una squadra di viceministri e sottosegretari tra i quali non figura alcuna specifica delega per l'Agenda Digitale, con il vertice dell'Esecutivo che dovrebbe quindi accentrare la governance delle politiche sull'innovazione e un più canonico incarico di sottosegretario alle Telecomunicazioni e frequenze affidato all'ex vicesindaco di Prato Antonello Giacomelli, che prende così il posto di Antonio Catricalà al Mise.
    Uno scenario che apre sostanzialmente a due letture. La prima, meno probabile, è che la mancanza di una delega specifica per l'Agenda sottintenda una scarsa attenzione per queste tematiche da parte del presidente del Consiglio; la seconda, più probabile, è invece che proprio alla luce della centralità che le politiche sul digitale rivestono per il futuro Matteo Renzi abbia deciso di occuparsene in prima persona, magari circondandosi di esperti della materia.
    Questo secondo punto di vista sembra trasparire anche dalle parole di chi alla vigilia delle nomine era stato indicato come probabile incaricato alle issues dell'Agenda, il deputato democratico Paolo Coppola: "È noto quanto il premier tenga a questi temi, quindi mi aspetto che settimana prossima ci dica in che modo voglia tenerli sotto l'attenzione del Governo. Andiamo avanti, senza arrenderci", ha dichiarato a caldo Coppola.
    L'analisi e la ricognizione di ciò che già si intravede e dei nodi che dovranno quanto prima essere sciolti dal nuovo Esecutivo è andata in onda nella puntata del 2 marzo di “Presi per il Web“, trasmissione di Radio Radicale condotta da Marco PerducaMarco Scialdone e Fulvio Sarzana con la collaborazione di Marco Ciaffone Sara Sbaffi. Ospiti dell'appuntamento Federica Meta, giornalista del Corriere delle Comunicazioni, Roberto Scano, presidente della International Webmaster Aassociation (IWA) Italia, e Andrea Lisi, presidente dell'Associazione Nazionale per Operatori e Responsabili della Conservazione Digitale (Anorc). "Renzi sull'Agenda Digitale si gioca un po' la faccia - ha esordito Meta - era già una parta corposa del suo piano presentato alle primarie e l'idea è proseguire in parte sulla strada tracciata dal Governo Letta sotto due punti di vista. Il primo è quello della governance, e dunque mantenere il controllo dei progetti digitali sotto il cappello di Palazzo Chigi; il secondo è iniziare quel percorso sui tre progetti chiave di identità digitale, fatturazione elettronica e anagrafe digitale. A questo Renzi ha intenzione di aggiungere un respiro più politico,  trasformare quella che è una lista di cose da fare in un'idea di Paese, tanto che il dossier sulle politiche digitali è stato affidato al suo uomo di fiducia Graziano Delrio". "Inoltre - ha proseguito Meta - c'è da parte del nuovo presidente del consiglio una grande attenzione alle startup, tanto che la sua prima uscita pubblica sia andato a visitare una startup veneta. Per facilitare la loro diffusione intende lanciare un grande piano industriale che porti ad una revisione della fiscalità per creare un ambiente più favorevole alle nuove imprese". Intanto il consiglio dei ministri dello scorso venerdì ha preso già un'importante decisione stabilendo l'abolizione della WebTax, la norma voluta dal deputato del Partito Democratico Francesco Boccia e la cui attuazione è stata rinviata poco prima della caduta del Governo Letta, salvo poi rischiare di diventare operativa già da sabato. La scorsa settimana, infatti, la mancata approvazione del decreto Salva Roma ha messo in pericolo l'emendamento che, appunto, posticipava l'entrata in vigore di una norma che avrebbe imposto agli operatori dell'online advertising di fornirsi di partita Iva italiana. LEGGI "Webtax, il dibattito si infiamma a ridosso del passaggio in Senato" Matteo Renzi su Twitter ha rimandato la discussione sulle misure in materia di tassazione degli operatori online ad un contesto di normazione europeo. E lo ha fatto rispondendo ad un cinguettio di Scano.   Ma nelle scorse ore l'abrogazione è stata messa in dubbio in quanto nella delega fiscale ci sarebbero gli strumenti che obbligherebbero il Governo alla reintroduzione di una norma simile. "Non è così - ha affermato il presidente di IWA Italia - l'articolo 9 della delega fiscale dice esclusivamente che bisognerà prevedere un qualcosa sulla tassazione di tutte le attività transnazionali, e dunque non solo dell'online, a seguito anche di decisioni in sede europea e tenendo conto di esperienze internazionali. Un ampio respiro sia in termini di tempo che geografici". "Certo - ha chiosato Scano - aspetto a vedere effettivamente il testo del decreto per capire se è stata abrogata tutta la WebTax o solo il comma 33, il cosidetto 'comma Boccia'" . Il dibattito ha virato verso la dematerializzazione dei processi della Pubblica Amministrazione con l'intervento di Lisi: "Sembrerebbe la volta buona, perché dal 6 giugno sarà impossibile non fatturare elettronicamente verso la Pa. Quello che mi rende perplesso nei confronti di questo progetto è che se l'infrastruttura sarà pronta per quella data, potrebbe non esserlo il processo di alfabetizzazione dei professionisti, dei fornitori e dell'apparato umano della Pa. Soprattutto perché occorre contezza di quello che realmente significa fatturare verso la Pa, che non è solo produrre un documento fiscale, ma produrre un documento che deve essere conservato con tutte le caratteristiche e gli accorgimenti che gli permettano di garantire loro valore legale". "Importante il discorso sui datacenter - ha continuato Lisi - che a sentire Agostino Ragosa, commissario dell'Agenzia per l'Italia Digitale, avrebbero dovuto essere centralizzati e messi in rete. Un discorso che come tanti altri è stato cavalcato in termini di principi e normative generali, ma non abbiamo norme tecniche che garantiscano una reale traduzione nella realtà di questi buoni propositi. Parliamo da anni di tematiche che non hanno mai trovato questa traduzione normativa". "Se vogliamo fare l'Agenda Digitale, anche solo nella sua versione più semplificata, il tema sul piatto è lo switch off della Pubblica Amministrazione - ha chiosato Meta - è questo il presupposto per poi attuare tutte le altre misure". "Rendiamoci conto - ha affermato Scano - che anche gran parte del mondo industriale non è alfabetizzato al digitale. Se non creiamo la necessità all'imprenditore di innovare il suo rapporto con la Pa non si va da nessuna parte. Occorre introdurre una vera e propria cultura del digitale che permetta ai privati di non vivere la digitalizzazione delle procedure come una imposizione, ma percepirla come un bisogno a apprezzarne i vantaggi". LEGGI "La staffetta Letta-Renzi: cosa resterà dell'Agenda Digitale?" Immagine in home page: agendadigitale.eu 3 marzo 2014
  • Anno IV - Numero 2 - Aprile/Giugno 2014

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    Con contributi di:

    Anna Argentati, Roberto Carmina, Ilaria Garaci, Andrea Napolitano, Gilberto Nava, Eleonora Sbarbaro

    Sommario

    Cultura, industria e proprietà intellettuale

    La nozione autonoma di diritto dell’Unione Europea di “opera parodistica” ed il “giusto equilibrio” nell’applicazione della relativa eccezione al diritto d’autore secondo la sentenza della Corte di Giustizia del 3 settembre 2014, causa C-201/13 di Eleonora Sbarbaro

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    Mercato, concorrenza e regolazione

    Le ricadute sulla disciplina dei rapporti di lavoro del discrimen attività sportiva professionistica-dilettantistica di Roberto Carmina

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    Pratiche commerciali e tutela dei consumatori

    Contrattazione a distanza e nuovi diritti dei consumatori: quale ruolo per il public enforcement? di Anna Argentati

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    La tutela amministrativa dei consumatori alla luce del d.lgs. n. 21/2014 di Gilberto Nava

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    Diritti della persona e responsabilità in rete

    Compensation for damages in the event of death, in the Italian Legal System di Ilaria Garaci

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    La responsabilità del direttore di testata giornalistica on-line: orientamenti giurisprudenziali e prospettive di riforma di Andrea Napolitano

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  • Consumatori digitali e sicurezza: presentata a Montecitorio la campagna Google-Altroconsumo

    Ha avuto luogo nel pomeriggio di martedì presso la Camera dei Deputati "Il consumatore digitale tra innovazione, informazione e sicurezza", evento organizzato da Google e Altroconsumo in collaborazione con l'Intergruppo parlamentare Innovazione. L'associazione dei consumatori e la compagnia di Mountain View hanno lanciato pochi giorni fa l'iniziativa "Vivi Internet, al sicuro", progetto orientato ad avvicinare al web gli italiani che non hanno ancora familiarità con il mondo online. Obiettivo che si punta a perseguire tramite una serie di consigli e strumenti su come navigare in sicurezza (anche per i minori) aumentando così il tasso di fiducia del cittadino e del consumatore nei confronti delle piattaforme digitali.

    "Il digital divide culturale - ha affermato il deputato Pd Paolo Coppola, aprendo il panel moderato da Anna Masera - è quello che in Italia è più difficile da recuperare, più di quanto non lo sia quello infrastrutturale".

    Concetto ribadito dal deputato di Scelta Civica Stefano Quintarelli: "La possibilità di connettersi nel nostro Paese è ormai diffusissima e anche a livello economico gli abbonamenti costano molto meno rispetto ad esempio agli Stati Uniti. Eppure sono ancora relativamente pochi quelli che si connettono. Io credo che una parte di questo deriva dal fatto che la generazione prima della mia non parlava inglese, la lingua franca delle tecnologie. Dobbiamo superare resistenze culturali e paure radicate, come quella di utilizzare la carta di credito online, strumento che arranca ancora rispetto alle prepagate facendo dell'Italia un unicum. Il rischio maggiore nell'uso di Internet è non usarlo. Un'opera di divulgazione che serve ad aumentare il livello di fiducia è dunque meritoria, e sarebbe bello se anche le istituzioni seguissero l'esempio".

    Per Sergio Boccadutri, Coordinatore dell'Area Innovazione Pd, quella messa a punto da Google e Altroconsumo è "una guida molto utile perché traduce in un linguaggio semplice la cultura della sicurezza. Come quando entriamo in macchina e ci mettiamo ormai con naturalezza la cintura, quando entriamo in rete bisogna sapere che nel momento stesso in cui cerchiamo informazioni diventiamo noi stessi informazione per qualcuno, e quindi dobbiamo sapere come fornire solo le informazioni che vogliamo entrino in possesso di terzi. Ci sono cose di default che in merito bisogna fare e che, invece, spesso e volentieri dimentichiamo".

    Marco Pierani, responsabile delle relazioni Esterne di Altroconsumo, ha esordito spiegando che "abbiamo un terzo della popolazione che non ha mai avuto accesso ad Internet, un dato che ci pone al fondo della classifica europea. Abbiamo voluto dunque approcciare questo problema e abbiamo trovato un comune sentire con Google. È evidente che anche le istituzioni devono aiutare, il nostro è un primo stimolo. Il nome della campagna è anche un imperativo categorico che dobbiamo darci, perché quello della paura in merito alla sicurezza del mondo online è senza dubbio il primo step da superare per quel terzo di popolazione che non ha ancora mai avuto contatti con il Web. Ma il consumatore, superato questo ostacolo, diventa più forte su Internet". "La campagna - ha spiegato Enrico Bellini, Public Policy Senior Analyst di Google - è sicuramente importante, ma uno dei punti fondamentali per noi è far sì che essa possa essere uno stimolo alla discussione sul tema, perché non è un'azienda né un'associazione che può da sola risolvere alcuni problemi, ognuno deve fare la sua parte nelle relative competenze e ruoli. Il denominatore comune con Altroconsumo è il focus sull'utente-consumatore. Una delle massime che guida il lavoro dei nostri ingegneri è concentrati sull'utente e tutto il resto verrà da sé. Un concetto che si ritrova appieno in questa iniziativa. Abbiamo infatti indagato su quali fossero le cause che tengono lontani dal Web milioni di italiani, e a parte degli ovvi riscontri sull'età, il blocco più forte per chi non ha ancora mai usato Internet è risultato essere il bisogno di sicurezza". Ad introdurre la tavola rotonda che è seguita un contributo di Roberto Viola, Direttore Generale della DG Connect-Commissione Europea: "È sempre più accentuata la permeabilità tra mondo offline e online; il tema della protezione del cittadino non è dunque più un tema settoriale, ma trasversale a ogni ambito delle nostre vite, e di riflesso della politica. L'Italia è stata all'avanguardia in questi anni nella protezione del consumatore digitale, anche grazie all'azione delle Authorites in tema di conciliazione e risoluzione delle controversie". foto 2"Nel 2000 - ha esordito Guido Scorza, Presidente dell'Istituto per le Politiche dell’Innovazione - mi ponevo in un libro la domanda se il quadro normativo fosse adeguato a proteggere quello che chiamavamo cyber-consumatore; la risposta che mi davo era no. Quindici anni dopo mi trovo tutto sommato d'accordo con quello che scrivevo all'epoca. Al netto dei principi fondamentali, in realtà le regole non tutelano per davvero il consumatore online, pensiamo ai tanti flag e firme che mettiamo su condizioni generali che in fondo si leggono poco, o affatto". Mario Staderini, Direttore per la tutela dei consumatori in Agcom, ha affermato che "l'Autorità essendo il regolatore contribuisce a costruire il campo da gioco dove consumatore e imprese fanno la loro partita. E lo fa con due obiettivi: favorire la concorrenza promuovendo l'innovazione tecnologica e avendo ben presente l'interesse del consumatore, dalla libertà della scelta di consumo all'accesso alla giustizia fino alla difesa delle categorie deboli e alla sicurezza. Oggi questo ruolo si svolge su due fronti: in primis la necessità di ridurre il tempo tra il momento in cui l'innovazione tecnologica emerge al momento in cui il consumatore può avervi accesso, e incidono sulla dilatazione di questo tempo la tendenza delle imprese a conservare posizioni di rendita e l'alfabetizzazione dei cittadini; in secondo luogo, la sfida per l'istituzione è creata dalla necessità di cambiare paradigma".

    "Questo opuscolo ci colpisce, è essenziale e completo nella sua essenzialità", ha chiosato Giovanni Calabrò, Direttore Generale per la tutela del consumatore in Agcm: "Al di là di tutte le visioni ottimistiche che cerchiamo di dare nei convegni, il tema di come conquistare la fiducia del consumatore nell'ambiente digitale è critico e centrale; il consumatore può avere e aver avuto la sensazione che l'azione delle Autorità non è sempre efficace e sufficiente, un timore dal quale nascono le iniziative partite dall'Europa sul versante dell'educazione e della divulgazione. Non basta intervenire sul caso rilevante e sulla patologia, serve anche un altro tipo di sforzo da parte nostra".

    Per Luigi Montuori, Direttore del dipartimento comunicazioni e reti telematiche del Garante Privacy, "nell'epoca dei Big Data bisogna chiedersi se l'impalcatura della normativa dia una vera e propria tutela ai consumatori. Noi siamo nati con una legge del 1995 nella quale i punti fondamentali sono sempre stati informativa e consenso: oggi ci chiediamo se bastano davvero. Sono senza dubbio importanti, ma in un momento nel quale spesso i nostri dati vengono raccolti anche a nostra insaputa non si rischia che le lunghe e prolisse informative diventino poco efficaci? E anche il consenso, potrei averlo dato dieci anni fa per un servizio che oggi dispone di strumenti di trattamento dei dati molto diversi da quelli originari. Occorrono dunque nuovi strumenti, e l'attività del Garante negli ultimi tre anni è andata proprio in questa direzione sfruttando anche possibilità offerte dalla Direttiva europea in materia".

    Luca Bolognini, presidente dell'Istituto italiano privacy e valorizzazione dei dati, ha chiuso affermando che "il subconscio digitale si compone di trattamenti di dati che avvengono all'insaputa dell'utente e di nuovi dati che si creano sulla base del trattamento dei primi. Dunque, non solo c'è chi raccoglie e gestisce miei dati senza che io lo sappia, ma su di me stanno nascendo nuovi dati che io non conosco. Ha molto senso abilitare i consumatori digitali all'autodifesa e, perché no, anche all'unione. In questo senso stiamo lavorando a meccanismi di crowdprivacy, con un sistema di allerta collettiva sulle minacce che si verificano online".

    Di seguito la registrazione del convegno trasmesso in streaming dalla WebTv di Montecitorio. 20 ottobre 2015
  • L'odio sul Web non ha radici digitali: caffè del Seicento e Radio "parolaccia" prima dei social network. Natale (portavoce Boldrini): "È indispensabile un'autoregolamentazione online"

    Su Radio Radicale l'analisi di un fenomeno sempre più attuale. Roberto Natale, ex presidente Fnsi: "Chi gestisce uno spazio dovrebbe tenerlo pulito". E se per Paolo Vigevano "Nelle telefonate che ci arrivavano nei primi anni Novanta c'erano i segni di ciò che stava maturando nella nostra società", il giornalista Alessandro Longo parla di "una parte della politica che cerca di limitare le potenzialità emergenti del Web" [caption id="attachment_5318" align="alignright" width="300"]Ascolta il podcast della puntata del 9 febbraio 2014 Ascolta il podcast della puntata del 9 febbraio 2014[/caption] Insulti, minacce e barbarie verbali, raccolti sotto un onnicomprensivo termine "odio", corrono sui social network. Ma la differenza la fanno il mezzo o le persone che lo "popolano"? Sembra convergere sulla seconda opzione l'analisi basata sugli esempi presentati nella puntata del 9 febbraio di "Presi per il Web", trasmissione di Radio Radicale condotta da Marco PerducaMarco Scialdone e Fulvio Sarzana con la collaborazione di Marco Ciaffone e Sara Sbaffi. Ospiti della trasmissione Roberto Natale, portavoce della presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini e già presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Alessandro Longo, giornalista specializzato in nuove tecnologie che collabora, tra gli altri, con Repubblica, IlSole24Ore e Corriere delle Comunicazioni, e Paolo Vigevano, ex editore di "Radio Parolaccia", l'esperimento che la stessa Radio Radicale condusse a cavallo degli anni '90 permettendo a chiunque di intervenire telefonicamente a microfoni aperti e senza filtri sulle proprie frequenze. Ovviamente, a tenere banco è la cronaca che nelle ultime settimane ha visto rincorrersi da un lato le provocazioni lanciate dal Movimento 5 Stelle a mezzo blog e social network verso Boldrini, dall'altro le reazioni della stessa presidente della Camera fino all'annuncio arrivato da Alessandra Moretti del Partito Democratico in merito ad una proposta di legge sull'hate speech online che sarà presentata a breve. LEGGI "La rete ha bisogno di leggi speciali?" Appare curioso come l'aspro dibattito degli ultimi giorni trovi dei veri e propri precedenti riferiti ad altre epoche storiche e quindi ad altri mezzi di comunicazione. Un dato lampante se si rilegge un'intervista pubblicata su La Stampa il 19 novembre del 1993, nella quale Marco Pannella, rispondendo alle domande di Pierluigi Battista proprio in merito a "Radio Parolaccia", i cui eccessi avevano causato polemiche e sanzioni per l'emittente, affermava: "Nessun sociologo si prende la briga di studiare quello che c'è in quel gorgo di voci. La trasmissione fa venire fuori gli angoli torbidi e bui della nostra esistenza". Pannella coniava poi il termine "anonimia", quel fenomeno per il quale chi telefonava anziché sfruttare l'occasione di esporre un proprio "biglietto da visita"  sceglieva di partecipare a quel "numero infinito di fotocopie" nelle quali si usavano sempre le stesse 40-50 parole e dove variavano solo gli accenti. Ancor più eloquente in merito alle radici "sociali" e non tecnologiche di questo fenomeno è l'episodio storico riportato qualche giorno fa alla memoria da Mario Tedeschini Lalli; un proclama del re d'Inghilterra che nel 1675 decretava la chiusura dei caffè in quanto luoghi in cui si “inventavano e si propagavano notizie false, maliziose e scandalose, diffamatorie per governo di Sua Maesta e di disturbo della pace e della quiete del Regno”. Tutto ovviamente derivato dai fogli politici che circolavano all'interno di quei luoghi di incontro e dalle accese discussioni che da essi derivavano. "Avete letto o udito recentemente ragionamenti simili in occasioni simili?" chiede con ironia Tedeschini Lalli nel suo post prima di chiosare: "È evidente che, anche nell’Inghilterra del ‘600, chiudere un luogo di socializzazione perché lì 'si perde tempo' e 'si mormora' non serviva a niente e comunque non era possibile". "Quando iniziammo a ritrasmettere le telefonate che ci arrivavano - ha raccontato Vigevano - si è aperto uno spaccato del Paese che neanche immaginavamo. Iniziarono ad incrociarsi tra loro le tifoserie calcistiche con gli odi razziali, le discriminazioni territoriali e il terreno sul quale cominciava ad esistere la Lega Nord, in un mix di idee e insulti. Il tutto iniziò ad invadere le prime pagine dei giornali e molti invocarono la chiusura della Radio, fino ad un mandato di interruzione delle trasmissioni e il sequestro delle bobine, Ci ritrovammo con la polizia in radio, insomma. E per me ci fu anche l'inizio di un procedimento per vilipendio al Capo dello Stato, provvedimento bloccato dalla mancata autorizzazione a procedere del Parlamento. Ma dal nostro punto di vista ci trovavamo davanti a graffiti grazie ai quali avremmo potuto prevedere tutto quello che stava per succedere all'interno della società italiana". "Di sicuro - ha proseguito Vigevano - nell'ultima settimana abbiamo assistito a degli eccessi in rete, dove si perde il tradizionale concetto di responsabilità e ci si ritrova in una dinamica più da piazza, ma è anche vero che non si è mai visto un presidente della Camera rispondere con un insulto ad altri insulti. Nella piazza bisogna prendere contromisure diverse, e soprattutto introdurre contenuti di qualità per permettere alla moneta buona di scacciare quella cattiva". "Non ho capito quali sarebbero gli insulti pronunciati dalla Boldrini - ha risposto Natale - c'è da un lato chi ha scritto oscenità, minacce ed evocato stupri, dall'altro la presidente che ha risposto con un'espressione che alla luce di quanto era scritto su quei commenti era pertinente. Nessuno tuttavia sta parlando di mettere la polizia sul Web, c'è un problema di crescita e anche la vicenda che coinvolge la Boldrini non deve essere interpretata come vicenda personale ma come occasione per fare tutti insieme un passo avanti. In fondo, sono gli stessi temi contenuti nella lettera della Moretti, perché nel 90% dei casi troviamo critiche rivolte da uomini alle donne che fanno politica con modalità e toni che, quando ci si rivolge invece ad altri uomini, sono sempre meno incivili". "Ripeto - ha continuato Natale - nessuno pensa a vincolare la libertà d'espressione sulla rete, ma proprio per conservare la straordinaria occasione di libertà che ci regala, bisogna domandarsi se chi gestisce un blog, soprattutto un blog politico, non debba sentirsi responsabilizzato a mantenere il suo spazio pulito. Sono stupito che sul blog di Grillo a distanza di giorni continuano ad essere presenti espressioni irriferibili, benché come è ovvio e giusto il blog dica che sulla pagina non sono ammessi contenuti insultanti. Non devono esserci bavagli, ma occorre capire insieme come fare tutti un passo in avanti verso una maggiore civiltà. È su questo che occorre lavorare tutti insieme". "Negli ultimi anni c'è stato un crescendo di reazioni da parte della politica verso ciò che considerava libertà eccessiva del Web - è l'opinione di Longo - e questo perché la platea di chi può fare politica in senso lato è cresciuta e fa paura a molti. Vediamo quindi una contrapposizione di forze, con da un lato il Web che assume un ruolo politico sempre più forte e dall'altro la reazione di alcuni giudici e politici che puntano a tarpare le ali a questo fenomeno. Internet viene usato dai nostri politici in modo un po' vecchiotto anche se il trend di crescita è indubbio, ma quello che non sta succedendo è la crescita della consapevolezza da parte di tutti che è necessario utilizzare in modo consapevole lo strumento per interagire con la politica ed essere politica. C'è poi una parte del giornalismo che sta dando più attenzione agli eccessi che avvengono sul Web piuttosto che ad altro distorcendo un fenomeno più ampio". "È di sicuro un vizio del nostro giornalismo - ha asserito Natale - considerare non ciò che è più interessante, ma ciò che è più eclatante, ciò che genera l'effetto curva dello stadio, e in questo senso ci si ritrova spesso a concentrarci su ciò che accade tra i commenti in calce ai post. Ma a differenza di quando nei commenti degli utenti si riversano le oscenità nell'ultimo episodio era il blog stesso a porre una domanda che ha scatenato le reazioni. Ma ribadisco: cerchiamo di cogliere questa occasione per crescere a livello culturale, un'autoregolamentazione è indispensabile". Immagine in home page: Clasf.it 10 febbraio 2014
  • Le ricadute sulla disciplina dei rapporti di lavoro del discrimen attività sportiva professionistica-dilettantistica

    di Roberto Carmina Abstract Il lavoro prende in considerazione criticamente le ricadute sulla disciplina lavoristica della qualificazione federale dell'attività sportiva quale professionistica o dilettantistica. The paper considers critically the impact on the labor law of the Federal qualification of sport as a professional or amateur.  Sommario: 1. Il quadro normativo nazionale - 2. L’approccio comunitario - 3. Il criterio sostanziale - 4. Ulteriori considerazioni critiche 1. Il quadro normativo nazionale La legge n. 91/1981 stabilisce che sono professionisti gli atleti, gli allenatori e i dirigenti che svolgono l'attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità e attribuisce la qualificazione dell'attività sportiva, quale professionistica o dilettantistica, ad una scelta discrezionale delle Federazioni che, a nostro modo di vedere, sfocia nell'arbitrio. Infatti, di fronte a un’attività sportiva connotata dai requisiti richiesti per l’esercizio di un’attività professionistica e in particolare da una remunerazione comunque denominata (nella realtà fattuale, in ambito dilettantistico, sono presenti varie forme di monetizzazione per gli atleti e i tecnici) e dalla continuità delle prestazioni, appare incongruo che essa possa essere definita, come nella pratica spesso avviene (si pensi ex multis al basket femminile), attività dilettantistica. In questo modo si configura un diverso trattamento giuridico tra enti che svolgono attività sportiva con le medesime caratteristiche ma con diversa qualificazione federale. Infatti, si esonerano illegittimamente gli enti sportivi dilettantistici dall'obbligo di stipulare contratti di lavoro subordinato con gli atleti e quindi li si dispensa dai conseguenti stringenti doveri civilistici e tributari, consentendo, altresì, l'utilizzo di elastiche e atipiche forme di monetizzazione e elusivi rimborsi spese che in realtà celano veri e propri compensi per l'attività sportiva svolta. Inoltre, l’art. 61, commi 1° e 3°, del d.lgs. n. 276 del 2003, così come modificato dalla lettera a) del comma 1° e dal comma 25° dell'art. 23 della legge n. 92 del 2012, intitolato “attuazione delle deleghe in materia di occupazione e mercato del lavoro di cui alla legge 14 febbraio 2003 n. 30” stabilisce che gli enti sportivi dilettantistici affiliati alle Federazioni sportive nazionali, alle Discipline sportive associate e agli Enti di promozione sportiva riconosciuti dal CONI sono esonerati dal ricorso al contratto di lavoro a progetto per le collaborazioni anche coordinate, continuative e personali [1]. Per non tacere che talune disposizioni regolamentari sportive dispongono, ancor più radicalmente, un divieto per gli enti sportivi dilettantistici di concludere qualsiasi tipo di accordo economico con i loro atleti [2], favorendo in tal modo la corresponsione di retribuzioni in nero. Per la dottrina risulta evidente “il contrasto, probabilmente insuperabile, della disciplina federale con i principi generali del diritto del lavoro in quanto in una Repubblica fondata sul lavoro (art. 1 della Costituzione) non si può tollerare che un'associazione privata (la Federazione) vieti la conclusione di contratti di lavoro” sulla base di un'anacronistica concezione di olimpismo che non corrisponde più alla realtà, visto che, allo stato dei fatti, lo spirito di olimpismo non è violato in caso di retribuzione degli atleti [3]. Inoltre, ormai gli enti sportivi dilettantistici possono usufruire anche della forma di società di capitali (seppure senza scopo di lucro). 2. L’approccio comunitario In ambito europeo lo sport è definitivamente ricompreso tra le materie di competenza dell’Unione Europea, in virtù del fatto che l’articolo 165 del trattato di Lisbona sul Funzionamento dell'Unione Europea ha conferito all'U.E. il mandato di incentivare, sostenere ed integrare le iniziative degli Stati membri in ambito di politica dello sport [4]. Tuttavia, già in precedenza, l’Unione Europea si era occupata della materia sportiva e degli enti sportivi. Per la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ai fini dell’applicazione del diritto comunitario non rileva la distinzione tra attività sportive professionistiche e dilettantistiche, quanto piuttosto la natura economica o meno dell’attività svolta. Inoltre la giurisprudenza comunitaria chiarisce che, ai fini della qualificazione di un’atleta quale professionista, è sufficiente che questi percepisca una retribuzione periodica a fronte di un obbligo di effettuare una prestazione sportiva in forma subordinata costituente la sua attività principale [5]. Dunque, per l’ordinamento comunitario valgono criteri obiettivi e non mere enunciazioni formali [6]. Pertanto anche l’ente dilettantistico di cui l’atleta fa parte verrà considerato in ambito comunitario quale impresa (e non ente no profit), con conseguente applicazione della normativa in materia. Per la Commissione Europea qualsiasi partecipazione agli scambi economici attraverso l’offerta di beni e servizi costituisce un’impresa, indipendentemente dalla volontà di profitto [7]. Infatti la ricerca del profitto, caratterizzante la nozione codicistica, è estranea alla nozione comunitaria, in base alla quale è considerata impresa qualunque entità che eserciti un’attività economica, indipendentemente dalla sua natura giuridica e dalle modalità di finanziamento [8]. Nella giurisprudenza comunitaria si prevede un divieto di abuso di posizioni dominanti (che consiste in una situazione di potere economico tale da consentire all’impresa, anche di fatto, di influenzare in modo considerevole l’andamento del mercato relativo a determinati servizi) che limitano la competizione fra gli operatori e ostacolano la libertà di offerta, giacché costituiscono delle imprese, anche di fatto, in grado di proteggersi dalla pressione della concorrenza [9]. Questi stessi principi si sarebbero dovuti applicare in ambito sportivo nonostante la specificità di tale materia. In ogni caso la sua peculiarità non può giustificare una deroga così evidente ai principi fondamentali comunitari. Di conseguenza non dovrebbe essere ammissibile una differenziazione di trattamento tra gli enti professionistici e quelli dilettantistici, laddove questi ultimi svolgano sostanzialmente un’attività economica. 3. Il criterio sostanziale La giurisprudenza nazionale espressamente statuisce: “la distinzione (peraltro assai sfuggente nell'agonismo del nostro tempo) tra professionismo e dilettantismo nella prestazione sportiva, si mostra, pertanto, priva di ogni rilievo, non comprendendosi per quale via potrebbe mai legittimarsi una discriminazione” e afferma che l'art. 16 del D.lgs. n. 242/1999 [10] obbliga le Federazioni a garantire “la partecipazione all'attività sportiva da parte di chiunque in condizioni di parità”. Inoltre la stessa giurisprudenza nega che la natura privatistica delle Federazioni possa giustificare l'applicazione di principi contrari all'ordine pubblico, che comportino una discriminazione, e che costituiscono il limite dell'attività negoziale [11]. Anche una parte della normativa nazionale non sembra dare peso al discrimen attività professionistica/dilettantistica, laddove l'art. 22, comma 5° bis, della legge n. 189/2002, stabilisce che il requisito necessario per ottenere il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di lavoro di carattere sportivo, consiste nello svolgimento di “un’attività sportiva a titolo professionistico o comunque retribuita” [12]. La disposizione in esame costituisce un espresso riconoscimento del dilettantismo retribuito e dell'equiparazione di questo al professionismo. In materia tributaria, invece, la normativa nazionale attribuisce delle agevolazioni fiscali alle società e associazioni sportive dilettantistiche [13]. Tuttavia, per quel che concerne gli enti sportivi dilettantistici (e più in generale gli enti non commerciali), il criterio formalistico di attribuzione delle agevolazione fiscali è stato rovesciato dalla giurisprudenza in un criterio sostanziale che si fonda su una valutazione case by case da parte del giudice riguardo alla sussistenza dei requisiti previsti dalla legge, secondo il quale le esenzioni d’imposta a favore delle associazioni non lucrative dipendono non dalla veste giuridica assunta dall'associazione, ma dall'effettivo esercizio di un’attività senza fine di lucro [14]. Infatti, nel caso in cui la determinazione della natura non commerciale dell’attività svolta da un ente dipendesse dalle mere enunciazioni contenute nello statuto, questo diverrebbe arbitro incondizionato della tassabilità del proprio reddito, il che la legge non può ammettere, indipendentemente dalla reale natura delle mansioni poste in essere [15]. Seguendo tale approccio sostanzialistico la giurisprudenza ha iniziato anche ad aprirsi verso una linea di pensiero ancor meno formale e svincolata dall'appartenenza di un ente alle Federazioni, alle discipline associate o agli enti di promozione sportiva, ammettendo le agevolazioni fiscali anche per quelle società e associazioni sportive dilettantistiche che non fanno parte del sistema C.O.N.I. [16]. 4. Ulteriori considerazioni critiche Un ulteriore punctum dolens della disciplina tributaria degli enti sportivi dilettantistici consiste nella specifica qualificazione quali redditi diversi da quelli derivanti da attività di lavoro autonomo o subordinato, e quindi esenti dai contributi previdenziali, dei compensi erogati agli atleti, tecnici e figure assimilate, anche nell’ipotesi in cui siano particolarmente cospicui e nell'ambito dello svolgimento di un'attività concretamente imprenditoriale. Infatti, alla lettera m), del comma 1°, dell’art. 67 del T.U.I.R. si prevede che rientrano, tra l'altro, in tale categoria “le indennità di trasferta, i rimborsi forfettari di spesa, i premi e i compensi erogati ai direttori artistici ed ai collaboratori tecnici per prestazioni di natura non professionale da parte di cori, bande musicali e filodrammatiche che perseguono finalità dilettantistiche, e quelli erogati nell'esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche dal CONI, dalle Federazioni sportive nazionali, dall'Unione Nazionale per l'Incremento delle Razze Equine (UNIRE), dagli enti di promozione sportiva e da qualunque organismo, comunque denominato, che persegua finalità sportive dilettantistiche e che da essi sia riconosciuto. Tale disposizione si applica anche ai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa di carattere amministrativo-gestionale di natura non professionale resi in favore di società e associazioni sportive dilettantistiche”. A ciò di deve aggiungere che l’art. 69, comma 2°, del TUIR prevede un limite, pari ad euro 7.500.00, nel periodo d’imposta, al di sotto del quale ogni somma corrisposta da associazioni e società sportive dilettantistiche all’atleta dilettante a titolo di compenso sportivo di cui all'art. 67, comma 1°, lettera m) viene esclusa da qualsivoglia forma d’imposizione [17]. Il semplice superamento di tale soglia determina l’applicazione dell’imposizione salvo che non si tratti di rimborsi di spese documentate relative al vitto, all'alloggio, al viaggio e al trasporto sostenute in occasione di prestazioni effettuate fuori dal territorio comunale [18]. Pertanto, visto che i redditi diversi comportano l'esenzione da contributi previdenziali, realizzano un'illecita discriminazione nei confronti degli atleti, tecnici e figure assimilate che svolgono attività sportiva dilettantistica. Una possibile parziale soluzione, a vantaggio di chi svolge funzioni didattiche sportive, consiste nel ritenere che, nel caso in cui l'attività sia per la maggioranza posta in essere a favore di persone la cui attività fisica non è finalizzata alla partecipazione a manifestazioni sportive dilettantistiche, si possa considerare, secondo il criterio della prevalenza, sussistente un preciso obbligo contributivo a carico degli enti sportivi dilettantistici in quanto l'esenzione competerebbe solo per quelle attività direttamente riconducibili a manifestazioni sportive dilettantistiche. Tuttavia, tale soluzione, come evidenziato dalla giurisprudenza di legittimità [19], si scontra con quanto disposto dalla legge, 27 febbraio 2009, n. 14, all’art. 35, comma 5°, che ha precisato la portata dell'espressione “nell'esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche” contenuta nel citato art. 67 T.U.I.R., chiarendo che nella nozione di esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche “sono ricomprese la formazione, la didattica, la preparazione e l'assistenza all'attività sportiva dilettantistica” che si svolgano nel contesto di un rapporto associativo che lega l'istruttore al sodalizio sportivo dilettantistico. Pertanto, da quanto sopra evidenziato, si evince l’arbitrarietà della qualificazione federale dell'attività sportiva quale professionistica o dilettantistica. La soluzione da noi propugnata consiste in un approccio case by case che tenga conto della continuità dell'attività prestata, dell'onerosità di essa e dell'imprenditorialità o meno dell'attività posta in essere dall'ente. Oltretutto, la determinazione della qualificazione come dilettantistica o professionistica dell’attività sportiva, effettuata dalle Federazioni su direttiva del C.O.N.I, non è soggetta, allo stato dei fatti, ad alcun tipo di impugnazione. Tuttavia, sarebbe opportuno ammettere l’impugnabilità di tali scelte federali visto che si tratterebbe di un potere che viene esercitato su direttiva del C.O.N.I, in quanto esercizio di una potestà pubblicistica delegata, come si può desumere dall'art. 2, della legge n. 91/1981, ed espressione di discrezionalità amministrativa nell'applicazione di norme con finalità di interesse pubblico a cui corrispondono, a nostro modo di vedere, interessi legittimi, analogamente a quanto avviene per l'ammissione di un ente a un campionato o per l'affiliazione di esso a una Federazione. Ulteriormente, come già accennato, la qualificazione federale della natura dell’attività sportiva è un requisito essenziale per l’utilizzazione delle disposizioni sul lavoro sportivo e per l’applicazione della normativa sul lavoro subordinato o autonomo (a secondo dei casi). Conseguentemente, tale decisione federale andrebbe a incidere sul diritto al lavoro e quindi su un diritto fondamentale del cittadino previsto dall’art. 1 della Costituzione e garantito dal Trattato U.E, precludendone l’esercizio, per cui sarebbe illogico e antigiuridico impedirne l’impugnabilità. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea sul punto chiarisce espressamente che “l’esistenza di un rimedio giurisdizionale contro un provvedimento con cui un’autorità nazionale neghi il godimento di questo diritto (n.d.r. il diritto al libero accesso al lavoro) è essenziale per garantire al singolo la tutela effettiva del suo diritto” [20]. La dottrina precisa che il principio enunciato dalla Corte sembra applicabile anche (e a maggior ragione) nel caso in cui il provvedimento lesivo dei diritti del lavoratore non promani dall’autorità nazionale ma da un ente privato, quale ad esempio la F.I.G.C. [21]. Note: [1] Per approfondire la questione si veda M. PERSIANI, Considerazioni sulla nuova disciplina delle collaborazioni non subordinate, in Rivista Italiana di Diritto del Lavoro, 2013, 826 s.s. [2] A titolo esemplificativo, nel settore calcistico, l'articolo 29 delle N.O.I.F. (Norme Organizzative Interne Federali), stabilisce: “1. Sono qualificati non professionisti i calciatori tesserati, compresi quelli di sesso femminile, che svolgono attività sportiva per società associate nella L.N.D, che giocano a Calcio a Cinque e che svolgono attività ricreativa. 1.bis Ai calciatori non professionisti, al fine di permettere, anche avuto riguardo alle disposizioni FIFA, lo svolgimento di attività tanto di calcio a undici, tanto di calcio a cinque, è consentita la variazione di attività nei limiti e con le modalità fissate dall'art.118 delle N.O.I.F. 2. Per tutti i calciatori non professionisti è esclusa ogni forma di lavoro, sia autonomo che subordinato. 3. I rimborsi forfettari di spesa, le indennità di trasferta e le voci premiali, ovvero le somme lorde annuali secondo il disposto del successivo art. 94 ter, possono essere erogati esclusivamente ai calciatori tesserati per società partecipanti ai Campionati Nazionali della L.N.D., nel rispetto della legislazione fiscale vigente ed avuto anche riguardo a quanto previsto dal C.I.O. e dalla F.I.F.A”; ai sensi dell'art. 94 ter, delle NOIF “1. Per i calciatori/calciatrici tesserati con società partecipanti ai Campionati Nazionali della Lega Dilettanti è esclusa, come per tutti i calciatori/calciatrici non professionisti, ogni forma di lavoro autonomo o subordinato. 2. Gli stessi devono tuttavia sottoscrivere, su apposito modulo accordi economici annuali – fatta eccezione per quanto disposto al successivo punto 7 – relativi alle loro prestazioni sportive concernenti la determinazione della indennità di trasferta, i rimborsi forfettari di spese e le voci premiali come previste dalle norme che seguono. Tali accordi potranno anche prevedere, in via alternativa e non concorrente, l’erogazione di una somma lorda annuale, da corrispondersi in dieci rate mensili di uguale importo, nel rispetto della legislazione fiscale vigente. Gli accordi dovranno essere depositati, entro e non oltre il 15° giorno successivo alla loro sottoscrizione, presso il Comitato e le Divisioni di competenza, a cura della società e con contestuale comunicazione al calciatore; qualora la società non vi provveda, il deposito può essere effettuato dal calciatore entro il 25° giorno successivo alla data di sottoscrizione dell’accordo. Gli accordi predetti cessano di avere efficacia in caso di trasferimento del calciatore, sia a titolo definitivo che temporaneo, nel corso della stagione sportiva”; l'art. 39, 2° comma del Regolamento della Lega Nazionale Dilettanti F.I.G.C, sancisce: “sono vietati e nulli ad ogni effetto e comportano la segnalazione delle parti contraenti alla Procura Federale per i provvedimenti di competenza, gli accordi e le convenzioni scritte e verbali di carattere economico fra società e calciatori/calciatrici non professionisti e giovani dilettanti, nonché quelli che siano, comunque, in contrasto con le disposizioni federali e quelle delle presenti norme”. [3] E. INDRACCOLO, Rapporti e tutele nel dilettantismo sportivo, Edizioni Scientifiche Italiane, 2008, 119. [4] L’articolo 165 del Trattato di Lisbona sul Funzionamento dell'Unione europea recita: “l’Unione contribuisce alla promozione dei profili europei dello sport, tenendo conto delle sue specificità, delle sue strutture fondate sul volontariato e della sua funzione sociale ed educativa. L'azione dell'Unione è intesa: (…) a sviluppare la dimensione europea dello sport, promuovendo l'equità e l'apertura nelle competizioni sportive e la cooperazione tra gli organismi responsabili dello sport e proteggendo l'integrità fisica e morale degli sportivi, in particolare dei più giovani. L'Unione e gli Stati membri favoriscono la cooperazione con i paesi terzi e le organizzazioni internazionali competenti in materia di istruzione e di sport, in particolare con il Consiglio d'Europa”, consultabile in http://eur-lex.europa.eu. [5] Corte di Giustizia dell’Unione Europea, 8 Maggio 2003, C-438/00, Oberlandesgericht Hamm c. Maros Kolpak, in Guida al Diritto, 2003, 111 s.s. [6] Corte di Giustizia dell’Unione Europea, 11 Aprile 2000, procedimenti riuniti C-51/96 e C-191/97, Christelle Deliege c. Ligue Francophone de Judo et disciplines associess ASBL e a, consultabile in http://eur-lex.europa.eu. [7] Commissione CEE, 24 Ottobre 1992, 92/521/CEE, consultabile in http://eur-lex.europa.eu. [8] B. AGOSTINIS, L’abuso di posizione dominante in ambito sportivoin Diritto Comunitario dello sport, J. TOGNON (a cura di), Giappichelli, 2009, 188 s.s. [9] Corte di Giustizia dell’Unione Europea, 23 Aprile 1991, C-41/90, Klaus Hofner and Fritz Elser c. Macroton Gmb H ECR, consultabile in http://eur-lex.europa.eu. [10] Ex art. 16 del D.lgs. n. 242/1999 “le federazioni sportive nazionali sono rette da norme statutarie e regolamentari sulla base del principio di democrazia interna, del principio di partecipazione all'attività sportiva da parte di chiunque in condizioni di parità e in armonia con l'ordinamento sportivo nazionale ed internazionale”, consultabile in www.camera.it. [11] Tribunale di Pescara, Ordinanza 18 Ottobre 2001, in commento di J. TOGNON, La libera circolazione nel diritto comunitario: il settore sportivo, in Rivista amministrativa della Repubblica Italiana, 2002, 655 s.s. [12] Ai sensi dell’art. 22, comma 5° bis, della legge n. 189/2002 “con decreto del Ministro per i beni e le attività culturali, su proposta del Comitato olimpico nazionale italiano (C.O.N.I.), sentiti i Ministri dell’interno e del lavoro e delle politiche sociali, è determinato il limite massimo annuale d’ingresso degli sportivi stranieri che svolgono attività sportiva a titolo professionistico o comunque retribuita, da ripartire tra le federazioni sportive nazionali. Tale ripartizione è effettuata dal C.O.N.I. con delibera da sottoporre all’approvazione del Ministro vigilante. Con la stessa delibera sono stabiliti i criteri generali di assegnazione e di tesseramento per ogni stagione agonistica anche al fine di assicurare la tutela dei vivai giovanili”, consultabile in www.camera.it. [13] Si vedano la legge n. 398/1991 e gli artt. 143, 148, 149 del T.U.I.R. [14] Cfr. Corte di Cassazione, Sezione Tributaria, 20 Febbraio 2013, n. 4152, consultabile on line in www.iusexplorer.it; Corte di Cassazione, 11 Dicembre 2012, n. 22578, in Giustizia Civile Mass, 2012, 1398; Corte di Cassazione, 12 Maggio 2010, n. 11456, in Giustizia Civile Mass, 2010, 728. Si veda anche Corte di Cassazione, 20 febbraio 2013, n. 4147, consultabile on line in www.grandiclienti.ilsole24ore.com, secondo la quale deve prevalere la sostanza sulla forma dell'attività svolta dall'ente sportivo dilettantistico. Inoltre in quest’ultima sentenza si afferma anche che un improprio criterio formalistico permane tuttora per le società professionistiche, per le quali si esclude l'applicazione delle agevolazioni fiscali senza tuttora procedere ad una valutazione concreta dell'attività posta in essere. [15] In questo senso Corte di Cassazione, Sezione I, 4 Ottobre 1991, n. 10409, in Rivista di Diritto Tributario, 1992, 373 s.s. [16] Cfr. Corte di Cassazione, 13 Novembre 2003, n. 17119, consultabile on line in www.DeJureGiuffrè.it. [17] Rientrano tra i rimborsi delle spese di viaggio sostenute dal soggetto interessato per raggiungere il luogo di esercizio dell’attività mediante un proprio mezzo di trasporto, di cui all’art. 69, comma 2°, del TUIR, anche le indennità chilometriche. Dette indennità chilometriche, in base alla norma da ultimo richiamata, non concorrono a formare il reddito se le spese sono documentate e sostenute in occasioni di prestazioni effettuate fuori dal territorio comunale. Diversamente, se le prestazioni sono effettuate all’interno del territorio comunale o, comunque, se le spese non sono documentate, le indennità chilometriche non concorrono alla formazione del reddito fino alla franchigia di euro 7.500,00 da calcolare considerando anche le indennità, i rimborsi forfetari, i premi e i compensi percepiti. In ogni caso le indennità chilometriche, per rientrare tra le spese documentate, non possono essere forfetarie, ma devono essere necessariamente quantificate. Cfr. Risoluzione Agenzia delle Entrate, 11 Aprile 2014, n.38/E, consultabile on line in www.agenziaentrate.gov.it. Inoltre, si deve distinguere fra una prestazione resa in regime di collaborazione coordinata e continuativa, che dovrà essere sempre iscritta sul Libro Unico del Lavoro, e l'esecuzione di mansioni o servizi di carattere istituzionale che caratterizza i soci delle associazioni sportive dilettantistiche, iscritte nelle rispettive federazioni, con compenso annuo fino a 7.500,00, non soggetta ad obblighi di registrazione. Cfr. Nota del Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali, 5 Dicembre 2008, n.104537, consultabile on line in www.DeJureGiuffrè.it. [18] Il semplice superamento di tale soglia di 7.500.00 euro determina l’applicazione dell’imposizione salvo che non si tratti di rimborsi di spese documentate relative al vitto, all'alloggio, al viaggio e al trasporto sostenute in occasione di prestazioni effettuate fuori dal territorio comunale. Inoltre, l’attuale normativa prevede, al superamento del limite suddetto, in alcuni casi un’imposizione fiscale a titolo d’imposta, mentre, in altri, un’imposizione a titolo d’acconto. Infatti, sulla parte imponibile non superiore ad euro 20.658,28 sarà applicabile una ritenuta a titolo d’imposta. Al contrario, qualora la suddetta quota sia superiore al valore da ultimo citato scatterà la ritenuta a titolo d’acconto. La prima delle ritenute citate dovrà essere applicata nella misura fissata per il primo scaglione di reddito e maggiorata delle addizionali di compartecipazione I.R.P.E.F. In quest’ultimo caso, tuttavia, la parte dei redditi assoggettata a ritenuta a titolo d’imposta, avendo già integralmente scontato la relativa imposizione, concorrerà ai soli fini determinativi delle aliquote da applicare al Modello UNICO dell’anno in corso. La ritenuta a titolo d’acconto, poi, sarà applicata nella medesima misura proporzionale. Inoltre, lo sportivo dilettante, assoggettato ad imposizione secondo le prescrizioni della normativa tributaria interna, dovrà adempiere, oltre che agli obblighi di versamento e corretta liquidazione del tributo, anche ad ogni ulteriore obbligo dichiarativo e formale prevista attualmente nel Testo Unico. [19] Corte di Cassazione, Sezione III, 26 Febbraio 2014, n. 31840, consultabile on line in www.iusexplorer.it. [20] Corte di Giustizia dell’Unione Europea, 14 Luglio 1976, C-13/76, Donà c. Mantero, in Foro Italiano, 1976, 361 s.s. [21] E. INDRACCOLO, Rapporti e tutele nel dilettantismo sportivo, Edizioni Scientifiche Italiane, 2008, 31 s.s. 7 novembre 2014
  • Le ricadute sulla disciplina dei rapporti di lavoro del discrimen attività sportiva professionistica-dilettantistica

    di Roberto Carmina Abstract Il lavoro prende in considerazione criticamente le ricadute sulla disciplina lavoristica della qualificazione federale dell'attività sportiva quale professionistica o dilettantistica. The paper considers critically the impact on the labor law of the Federal qualification of sport as a professional or amateur.  Sommario: 1. Il quadro normativo nazionale - 2. L’approccio comunitario - 3. Il criterio sostanziale - 4. Ulteriori considerazioni critiche 1. Il quadro normativo nazionale La legge n. 91/1981 stabilisce che sono professionisti gli atleti, gli allenatori e i dirigenti che svolgono l'attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità e attribuisce la qualificazione dell'attività sportiva, quale professionistica o dilettantistica, ad una scelta discrezionale delle Federazioni che, a nostro modo di vedere, sfocia nell'arbitrio. Infatti, di fronte a un’attività sportiva connotata dai requisiti richiesti per l’esercizio di un’attività professionistica e in particolare da una remunerazione comunque denominata (nella realtà fattuale, in ambito dilettantistico, sono presenti varie forme di monetizzazione per gli atleti e i tecnici) e dalla continuità delle prestazioni, appare incongruo che essa possa essere definita, come nella pratica spesso avviene (si pensi ex multis al basket femminile), attività dilettantistica. In questo modo si configura un diverso trattamento giuridico tra enti che svolgono attività sportiva con le medesime caratteristiche ma con diversa qualificazione federale. Infatti, si esonerano illegittimamente gli enti sportivi dilettantistici dall'obbligo di stipulare contratti di lavoro subordinato con gli atleti e quindi li si dispensa dai conseguenti stringenti doveri civilistici e tributari, consentendo, altresì, l'utilizzo di elastiche e atipiche forme di monetizzazione e elusivi rimborsi spese che in realtà celano veri e propri compensi per l'attività sportiva svolta. Inoltre, l’art. 61, commi 1° e 3°, del d.lgs. n. 276 del 2003, così come modificato dalla lettera a) del comma 1° e dal comma 25° dell'art. 23 della legge n. 92 del 2012, intitolato “attuazione delle deleghe in materia di occupazione e mercato del lavoro di cui alla legge 14 febbraio 2003 n. 30” stabilisce che gli enti sportivi dilettantistici affiliati alle Federazioni sportive nazionali, alle Discipline sportive associate e agli Enti di promozione sportiva riconosciuti dal CONI sono esonerati dal ricorso al contratto di lavoro a progetto per le collaborazioni anche coordinate, continuative e personali [1]. Per non tacere che talune disposizioni regolamentari sportive dispongono, ancor più radicalmente, un divieto per gli enti sportivi dilettantistici di concludere qualsiasi tipo di accordo economico con i loro atleti [2], favorendo in tal modo la corresponsione di retribuzioni in nero. Per la dottrina risulta evidente “il contrasto, probabilmente insuperabile, della disciplina federale con i principi generali del diritto del lavoro in quanto in una Repubblica fondata sul lavoro (art. 1 della Costituzione) non si può tollerare che un'associazione privata (la Federazione) vieti la conclusione di contratti di lavoro” sulla base di un'anacronistica concezione di olimpismo che non corrisponde più alla realtà, visto che, allo stato dei fatti, lo spirito di olimpismo non è violato in caso di retribuzione degli atleti [3]. Inoltre, ormai gli enti sportivi dilettantistici possono usufruire anche della forma di società di capitali (seppure senza scopo di lucro). 2. L’approccio comunitario In ambito europeo lo sport è definitivamente ricompreso tra le materie di competenza dell’Unione Europea, in virtù del fatto che l’articolo 165 del trattato di Lisbona sul Funzionamento dell'Unione Europea ha conferito all'U.E. il mandato di incentivare, sostenere ed integrare le iniziative degli Stati membri in ambito di politica dello sport [4]. Tuttavia, già in precedenza, l’Unione Europea si era occupata della materia sportiva e degli enti sportivi. Per la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ai fini dell’applicazione del diritto comunitario non rileva la distinzione tra attività sportive professionistiche e dilettantistiche, quanto piuttosto la natura economica o meno dell’attività svolta. Inoltre la giurisprudenza comunitaria chiarisce che, ai fini della qualificazione di un’atleta quale professionista, è sufficiente che questi percepisca una retribuzione periodica a fronte di un obbligo di effettuare una prestazione sportiva in forma subordinata costituente la sua attività principale [5]. Dunque, per l’ordinamento comunitario valgono criteri obiettivi e non mere enunciazioni formali [6]. Pertanto anche l’ente dilettantistico di cui l’atleta fa parte verrà considerato in ambito comunitario quale impresa (e non ente no profit), con conseguente applicazione della normativa in materia. Per la Commissione Europea qualsiasi partecipazione agli scambi economici attraverso l’offerta di beni e servizi costituisce un’impresa, indipendentemente dalla volontà di profitto [7]. Infatti la ricerca del profitto, caratterizzante la nozione codicistica, è estranea alla nozione comunitaria, in base alla quale è considerata impresa qualunque entità che eserciti un’attività economica, indipendentemente dalla sua natura giuridica e dalle modalità di finanziamento [8]. Nella giurisprudenza comunitaria si prevede un divieto di abuso di posizioni dominanti (che consiste in una situazione di potere economico tale da consentire all’impresa, anche di fatto, di influenzare in modo considerevole l’andamento del mercato relativo a determinati servizi) che limitano la competizione fra gli operatori e ostacolano la libertà di offerta, giacché costituiscono delle imprese, anche di fatto, in grado di proteggersi dalla pressione della concorrenza [9]. Questi stessi principi si sarebbero dovuti applicare in ambito sportivo nonostante la specificità di tale materia. In ogni caso la sua peculiarità non può giustificare una deroga così evidente ai principi fondamentali comunitari. Di conseguenza non dovrebbe essere ammissibile una differenziazione di trattamento tra gli enti professionistici e quelli dilettantistici, laddove questi ultimi svolgano sostanzialmente un’attività economica. 3. Il criterio sostanziale La giurisprudenza nazionale espressamente statuisce: “la distinzione (peraltro assai sfuggente nell'agonismo del nostro tempo) tra professionismo e dilettantismo nella prestazione sportiva, si mostra, pertanto, priva di ogni rilievo, non comprendendosi per quale via potrebbe mai legittimarsi una discriminazione” e afferma che l'art. 16 del D.lgs. n. 242/1999 [10] obbliga le Federazioni a garantire “la partecipazione all'attività sportiva da parte di chiunque in condizioni di parità”. Inoltre la stessa giurisprudenza nega che la natura privatistica delle Federazioni possa giustificare l'applicazione di principi contrari all'ordine pubblico, che comportino una discriminazione, e che costituiscono il limite dell'attività negoziale [11]. Anche una parte della normativa nazionale non sembra dare peso al discrimen attività professionistica/dilettantistica, laddove l'art. 22, comma 5° bis, della legge n. 189/2002, stabilisce che il requisito necessario per ottenere il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di lavoro di carattere sportivo, consiste nello svolgimento di “un’attività sportiva a titolo professionistico o comunque retribuita” [12]. La disposizione in esame costituisce un espresso riconoscimento del dilettantismo retribuito e dell'equiparazione di questo al professionismo. In materia tributaria, invece, la normativa nazionale attribuisce delle agevolazioni fiscali alle società e associazioni sportive dilettantistiche [13]. Tuttavia, per quel che concerne gli enti sportivi dilettantistici (e più in generale gli enti non commerciali), il criterio formalistico di attribuzione delle agevolazione fiscali è stato rovesciato dalla giurisprudenza in un criterio sostanziale che si fonda su una valutazione case by case da parte del giudice riguardo alla sussistenza dei requisiti previsti dalla legge, secondo il quale le esenzioni d’imposta a favore delle associazioni non lucrative dipendono non dalla veste giuridica assunta dall'associazione, ma dall'effettivo esercizio di un’attività senza fine di lucro [14]. Infatti, nel caso in cui la determinazione della natura non commerciale dell’attività svolta da un ente dipendesse dalle mere enunciazioni contenute nello statuto, questo diverrebbe arbitro incondizionato della tassabilità del proprio reddito, il che la legge non può ammettere, indipendentemente dalla reale natura delle mansioni poste in essere [15]. Seguendo tale approccio sostanzialistico la giurisprudenza ha iniziato anche ad aprirsi verso una linea di pensiero ancor meno formale e svincolata dall'appartenenza di un ente alle Federazioni, alle discipline associate o agli enti di promozione sportiva, ammettendo le agevolazioni fiscali anche per quelle società e associazioni sportive dilettantistiche che non fanno parte del sistema C.O.N.I. [16]. 4. Ulteriori considerazioni critiche Un ulteriore punctum dolens della disciplina tributaria degli enti sportivi dilettantistici consiste nella specifica qualificazione quali redditi diversi da quelli derivanti da attività di lavoro autonomo o subordinato, e quindi esenti dai contributi previdenziali, dei compensi erogati agli atleti, tecnici e figure assimilate, anche nell’ipotesi in cui siano particolarmente cospicui e nell'ambito dello svolgimento di un'attività concretamente imprenditoriale. Infatti, alla lettera m), del comma 1°, dell’art. 67 del T.U.I.R. si prevede che rientrano, tra l'altro, in tale categoria “le indennità di trasferta, i rimborsi forfettari di spesa, i premi e i compensi erogati ai direttori artistici ed ai collaboratori tecnici per prestazioni di natura non professionale da parte di cori, bande musicali e filodrammatiche che perseguono finalità dilettantistiche, e quelli erogati nell'esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche dal CONI, dalle Federazioni sportive nazionali, dall'Unione Nazionale per l'Incremento delle Razze Equine (UNIRE), dagli enti di promozione sportiva e da qualunque organismo, comunque denominato, che persegua finalità sportive dilettantistiche e che da essi sia riconosciuto. Tale disposizione si applica anche ai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa di carattere amministrativo-gestionale di natura non professionale resi in favore di società e associazioni sportive dilettantistiche”. A ciò di deve aggiungere che l’art. 69, comma 2°, del TUIR prevede un limite, pari ad euro 7.500.00, nel periodo d’imposta, al di sotto del quale ogni somma corrisposta da associazioni e società sportive dilettantistiche all’atleta dilettante a titolo di compenso sportivo di cui all'art. 67, comma 1°, lettera m) viene esclusa da qualsivoglia forma d’imposizione [17]. Il semplice superamento di tale soglia determina l’applicazione dell’imposizione salvo che non si tratti di rimborsi di spese documentate relative al vitto, all'alloggio, al viaggio e al trasporto sostenute in occasione di prestazioni effettuate fuori dal territorio comunale [18]. Pertanto, visto che i redditi diversi comportano l'esenzione da contributi previdenziali, realizzano un'illecita discriminazione nei confronti degli atleti, tecnici e figure assimilate che svolgono attività sportiva dilettantistica. Una possibile parziale soluzione, a vantaggio di chi svolge funzioni didattiche sportive, consiste nel ritenere che, nel caso in cui l'attività sia per la maggioranza posta in essere a favore di persone la cui attività fisica non è finalizzata alla partecipazione a manifestazioni sportive dilettantistiche, si possa considerare, secondo il criterio della prevalenza, sussistente un preciso obbligo contributivo a carico degli enti sportivi dilettantistici in quanto l'esenzione competerebbe solo per quelle attività direttamente riconducibili a manifestazioni sportive dilettantistiche. Tuttavia, tale soluzione, come evidenziato dalla giurisprudenza di legittimità [19], si scontra con quanto disposto dalla legge, 27 febbraio 2009, n. 14, all’art. 35, comma 5°, che ha precisato la portata dell'espressione “nell'esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche” contenuta nel citato art. 67 T.U.I.R., chiarendo che nella nozione di esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche “sono ricomprese la formazione, la didattica, la preparazione e l'assistenza all'attività sportiva dilettantistica” che si svolgano nel contesto di un rapporto associativo che lega l'istruttore al sodalizio sportivo dilettantistico. Pertanto, da quanto sopra evidenziato, si evince l’arbitrarietà della qualificazione federale dell'attività sportiva quale professionistica o dilettantistica. La soluzione da noi propugnata consiste in un approccio case by case che tenga conto della continuità dell'attività prestata, dell'onerosità di essa e dell'imprenditorialità o meno dell'attività posta in essere dall'ente. Oltretutto, la determinazione della qualificazione come dilettantistica o professionistica dell’attività sportiva, effettuata dalle Federazioni su direttiva del C.O.N.I, non è soggetta, allo stato dei fatti, ad alcun tipo di impugnazione. Tuttavia, sarebbe opportuno ammettere l’impugnabilità di tali scelte federali visto che si tratterebbe di un potere che viene esercitato su direttiva del C.O.N.I, in quanto esercizio di una potestà pubblicistica delegata, come si può desumere dall'art. 2, della legge n. 91/1981, ed espressione di discrezionalità amministrativa nell'applicazione di norme con finalità di interesse pubblico a cui corrispondono, a nostro modo di vedere, interessi legittimi, analogamente a quanto avviene per l'ammissione di un ente a un campionato o per l'affiliazione di esso a una Federazione. Ulteriormente, come già accennato, la qualificazione federale della natura dell’attività sportiva è un requisito essenziale per l’utilizzazione delle disposizioni sul lavoro sportivo e per l’applicazione della normativa sul lavoro subordinato o autonomo (a secondo dei casi). Conseguentemente, tale decisione federale andrebbe a incidere sul diritto al lavoro e quindi su un diritto fondamentale del cittadino previsto dall’art. 1 della Costituzione e garantito dal Trattato U.E, precludendone l’esercizio, per cui sarebbe illogico e antigiuridico impedirne l’impugnabilità. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea sul punto chiarisce espressamente che “l’esistenza di un rimedio giurisdizionale contro un provvedimento con cui un’autorità nazionale neghi il godimento di questo diritto (n.d.r. il diritto al libero accesso al lavoro) è essenziale per garantire al singolo la tutela effettiva del suo diritto” [20]. La dottrina precisa che il principio enunciato dalla Corte sembra applicabile anche (e a maggior ragione) nel caso in cui il provvedimento lesivo dei diritti del lavoratore non promani dall’autorità nazionale ma da un ente privato, quale ad esempio la F.I.G.C. [21]. Note: [*] Il presente contributo è stato preventivamente sottoposto a referaggio anonimo affidato ad un componente del Comitato di Referee secondo il Regolamento adottato da questa Rivista. [1] Per approfondire la questione si veda M. PERSIANI, Considerazioni sulla nuova disciplina delle collaborazioni non subordinate, in Rivista Italiana di Diritto del Lavoro, 2013, 826 s.s. [2] A titolo esemplificativo, nel settore calcistico, l'articolo 29 delle N.O.I.F. (Norme Organizzative Interne Federali), stabilisce: “1. Sono qualificati non professionisti i calciatori tesserati, compresi quelli di sesso femminile, che svolgono attività sportiva per società associate nella L.N.D, che giocano a Calcio a Cinque e che svolgono attività ricreativa. 1.bis Ai calciatori non professionisti, al fine di permettere, anche avuto riguardo alle disposizioni FIFA, lo svolgimento di attività tanto di calcio a undici, tanto di calcio a cinque, è consentita la variazione di attività nei limiti e con le modalità fissate dall'art.118 delle N.O.I.F. 2. Per tutti i calciatori non professionisti è esclusa ogni forma di lavoro, sia autonomo che subordinato. 3. I rimborsi forfettari di spesa, le indennità di trasferta e le voci premiali, ovvero le somme lorde annuali secondo il disposto del successivo art. 94 ter, possono essere erogati esclusivamente ai calciatori tesserati per società partecipanti ai Campionati Nazionali della L.N.D., nel rispetto della legislazione fiscale vigente ed avuto anche riguardo a quanto previsto dal C.I.O. e dalla F.I.F.A”; ai sensi dell'art. 94 ter, delle NOIF “1. Per i calciatori/calciatrici tesserati con società partecipanti ai Campionati Nazionali della Lega Dilettanti è esclusa, come per tutti i calciatori/calciatrici non professionisti, ogni forma di lavoro autonomo o subordinato. 2. Gli stessi devono tuttavia sottoscrivere, su apposito modulo accordi economici annuali – fatta eccezione per quanto disposto al successivo punto 7 – relativi alle loro prestazioni sportive concernenti la determinazione della indennità di trasferta, i rimborsi forfettari di spese e le voci premiali come previste dalle norme che seguono. Tali accordi potranno anche prevedere, in via alternativa e non concorrente, l’erogazione di una somma lorda annuale, da corrispondersi in dieci rate mensili di uguale importo, nel rispetto della legislazione fiscale vigente. Gli accordi dovranno essere depositati, entro e non oltre il 15° giorno successivo alla loro sottoscrizione, presso il Comitato e le Divisioni di competenza, a cura della società e con contestuale comunicazione al calciatore; qualora la società non vi provveda, il deposito può essere effettuato dal calciatore entro il 25° giorno successivo alla data di sottoscrizione dell’accordo. Gli accordi predetti cessano di avere efficacia in caso di trasferimento del calciatore, sia a titolo definitivo che temporaneo, nel corso della stagione sportiva”; l'art. 39, 2° comma del Regolamento della Lega Nazionale Dilettanti F.I.G.C, sancisce: “sono vietati e nulli ad ogni effetto e comportano la segnalazione delle parti contraenti alla Procura Federale per i provvedimenti di competenza, gli accordi e le convenzioni scritte e verbali di carattere economico fra società e calciatori/calciatrici non professionisti e giovani dilettanti, nonché quelli che siano, comunque, in contrasto con le disposizioni federali e quelle delle presenti norme”. [3] E. INDRACCOLO, Rapporti e tutele nel dilettantismo sportivo, Edizioni Scientifiche Italiane, 2008, 119. [4] L’articolo 165 del Trattato di Lisbona sul Funzionamento dell'Unione europea recita: “l’Unione contribuisce alla promozione dei profili europei dello sport, tenendo conto delle sue specificità, delle sue strutture fondate sul volontariato e della sua funzione sociale ed educativa. L'azione dell'Unione è intesa: (…) a sviluppare la dimensione europea dello sport, promuovendo l'equità e l'apertura nelle competizioni sportive e la cooperazione tra gli organismi responsabili dello sport e proteggendo l'integrità fisica e morale degli sportivi, in particolare dei più giovani. L'Unione e gli Stati membri favoriscono la cooperazione con i paesi terzi e le organizzazioni internazionali competenti in materia di istruzione e di sport, in particolare con il Consiglio d'Europa”, consultabile in http://eur-lex.europa.eu. [5] Corte di Giustizia dell’Unione Europea, 8 Maggio 2003, C-438/00, Oberlandesgericht Hamm c. Maros Kolpak, in Guida al Diritto, 2003, 111 s.s. [6] Corte di Giustizia dell’Unione Europea, 11 Aprile 2000, procedimenti riuniti C-51/96 e C-191/97, Christelle Deliege c. Ligue Francophone de Judo et disciplines associess ASBL e a, consultabile in http://eur-lex.europa.eu. [7] Commissione CEE, 24 Ottobre 1992, 92/521/CEE, consultabile in http://eur-lex.europa.eu. [8] B. AGOSTINIS, L’abuso di posizione dominante in ambito sportivoin Diritto Comunitario dello sport, J. TOGNON (a cura di), Giappichelli, 2009, 188 s.s. [9] Corte di Giustizia dell’Unione Europea, 23 Aprile 1991, C-41/90, Klaus Hofner and Fritz Elser c. Macroton Gmb H ECR, consultabile in http://eur-lex.europa.eu. [10] Ex art. 16 del D.lgs. n. 242/1999 “le federazioni sportive nazionali sono rette da norme statutarie e regolamentari sulla base del principio di democrazia interna, del principio di partecipazione all'attività sportiva da parte di chiunque in condizioni di parità e in armonia con l'ordinamento sportivo nazionale ed internazionale”, consultabile in www.camera.it. [11] Tribunale di Pescara, Ordinanza 18 Ottobre 2001, in commento di J. TOGNON, La libera circolazione nel diritto comunitario: il settore sportivo, in Rivista amministrativa della Repubblica Italiana, 2002, 655 s.s. [12] Ai sensi dell’art. 22, comma 5° bis, della legge n. 189/2002 “con decreto del Ministro per i beni e le attività culturali, su proposta del Comitato olimpico nazionale italiano (C.O.N.I.), sentiti i Ministri dell’interno e del lavoro e delle politiche sociali, è determinato il limite massimo annuale d’ingresso degli sportivi stranieri che svolgono attività sportiva a titolo professionistico o comunque retribuita, da ripartire tra le federazioni sportive nazionali. Tale ripartizione è effettuata dal C.O.N.I. con delibera da sottoporre all’approvazione del Ministro vigilante. Con la stessa delibera sono stabiliti i criteri generali di assegnazione e di tesseramento per ogni stagione agonistica anche al fine di assicurare la tutela dei vivai giovanili”, consultabile in www.camera.it. [13] Si vedano la legge n. 398/1991 e gli artt. 143, 148, 149 del T.U.I.R. [14] Cfr. Corte di Cassazione, Sezione Tributaria, 20 Febbraio 2013, n. 4152, consultabile on line in www.iusexplorer.it; Corte di Cassazione, 11 Dicembre 2012, n. 22578, in Giustizia Civile Mass, 2012, 1398; Corte di Cassazione, 12 Maggio 2010, n. 11456, in Giustizia Civile Mass, 2010, 728. Si veda anche Corte di Cassazione, 20 febbraio 2013, n. 4147, consultabile on line in www.grandiclienti.ilsole24ore.com, secondo la quale deve prevalere la sostanza sulla forma dell'attività svolta dall'ente sportivo dilettantistico. Inoltre in quest’ultima sentenza si afferma anche che un improprio criterio formalistico permane tuttora per le società professionistiche, per le quali si esclude l'applicazione delle agevolazioni fiscali senza tuttora procedere ad una valutazione concreta dell'attività posta in essere. [15] In questo senso Corte di Cassazione, Sezione I, 4 Ottobre 1991, n. 10409, in Rivista di Diritto Tributario, 1992, 373 s.s. [16] Cfr. Corte di Cassazione, 13 Novembre 2003, n. 17119, consultabile on line in www.DeJureGiuffrè.it. [17] Rientrano tra i rimborsi delle spese di viaggio sostenute dal soggetto interessato per raggiungere il luogo di esercizio dell’attività mediante un proprio mezzo di trasporto, di cui all’art. 69, comma 2°, del TUIR, anche le indennità chilometriche. Dette indennità chilometriche, in base alla norma da ultimo richiamata, non concorrono a formare il reddito se le spese sono documentate e sostenute in occasioni di prestazioni effettuate fuori dal territorio comunale. Diversamente, se le prestazioni sono effettuate all’interno del territorio comunale o, comunque, se le spese non sono documentate, le indennità chilometriche non concorrono alla formazione del reddito fino alla franchigia di euro 7.500,00 da calcolare considerando anche le indennità, i rimborsi forfetari, i premi e i compensi percepiti. In ogni caso le indennità chilometriche, per rientrare tra le spese documentate, non possono essere forfetarie, ma devono essere necessariamente quantificate. Cfr. Risoluzione Agenzia delle Entrate, 11 Aprile 2014, n.38/E, consultabile on line in www.agenziaentrate.gov.it. Inoltre, si deve distinguere fra una prestazione resa in regime di collaborazione coordinata e continuativa, che dovrà essere sempre iscritta sul Libro Unico del Lavoro, e l'esecuzione di mansioni o servizi di carattere istituzionale che caratterizza i soci delle associazioni sportive dilettantistiche, iscritte nelle rispettive federazioni, con compenso annuo fino a 7.500,00, non soggetta ad obblighi di registrazione. Cfr. Nota del Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali, 5 Dicembre 2008, n.104537, consultabile on line in www.DeJureGiuffrè.it. [18] Il semplice superamento di tale soglia di 7.500.00 euro determina l’applicazione dell’imposizione salvo che non si tratti di rimborsi di spese documentate relative al vitto, all'alloggio, al viaggio e al trasporto sostenute in occasione di prestazioni effettuate fuori dal territorio comunale. Inoltre, l’attuale normativa prevede, al superamento del limite suddetto, in alcuni casi un’imposizione fiscale a titolo d’imposta, mentre, in altri, un’imposizione a titolo d’acconto. Infatti, sulla parte imponibile non superiore ad euro 20.658,28 sarà applicabile una ritenuta a titolo d’imposta. Al contrario, qualora la suddetta quota sia superiore al valore da ultimo citato scatterà la ritenuta a titolo d’acconto. La prima delle ritenute citate dovrà essere applicata nella misura fissata per il primo scaglione di reddito e maggiorata delle addizionali di compartecipazione I.R.P.E.F. In quest’ultimo caso, tuttavia, la parte dei redditi assoggettata a ritenuta a titolo d’imposta, avendo già integralmente scontato la relativa imposizione, concorrerà ai soli fini determinativi delle aliquote da applicare al Modello UNICO dell’anno in corso. La ritenuta a titolo d’acconto, poi, sarà applicata nella medesima misura proporzionale. Inoltre, lo sportivo dilettante, assoggettato ad imposizione secondo le prescrizioni della normativa tributaria interna, dovrà adempiere, oltre che agli obblighi di versamento e corretta liquidazione del tributo, anche ad ogni ulteriore obbligo dichiarativo e formale prevista attualmente nel Testo Unico. [19] Corte di Cassazione, Sezione III, 26 Febbraio 2014, n. 31840, consultabile on line in www.iusexplorer.it. [20] Corte di Giustizia dell’Unione Europea, 14 Luglio 1976, C-13/76, Donà c. Mantero, in Foro Italiano, 1976, 361 s.s. [21] E. INDRACCOLO, Rapporti e tutele nel dilettantismo sportivo, Edizioni Scientifiche Italiane, 2008, 31 s.s. 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  • Parodia e diritto d'autore, tutela dei consumatori e responsabilità dei direttori di testate Web: online i nuovi Quaderni di Dimt

    È online il secondo numero del IV Anno di attività dei Quaderni di Diritto Mercato Tecnologia, raccolta trimestrale della nostra Rivista Scientifica. Copertina-Quaderni-Diritto-Mercato-Tecnologia2Il fascicolo si apre con "La nozione autonoma di diritto dell’Unione Europea di 'opera parodistica' ed il 'giusto equilibrio' nell’applicazione della relativa eccezione al diritto d’autore secondo la sentenza della Corte di Giustizia del 3 settembre 2014, causa C-201/13", contributo a firma di Eleonora Sbarbaro. In esso, come suggerito dal titolo, si commenta la decisione con la quale la Corte individua, con riguardo all’opera parodistica, una nozione di diritto dell’Unione unitaria ed autonoma, fornendo altresì le indicazioni per l’applicazione concreta della relativa eccezione, contenuta nella direttiva 29/2001. "Secondo la Corte - si legge nell'abstract - l’applicazione dell’eccezione di parodia deve necessariamente rispettare un 'giusto equilibrio' tra gli interessi coinvolti, tutti garantiti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. La pronuncia, tuttavia, omette di riconoscere l’autonomo significato e valore 'artistico-espressivo' dell’opera parodistica e ne confina la rilevanza nella sfera dell’'eccezione' ai diritti d’autore e connessi, non avallandone una qualificazione in termini di 'libertà' o 'diritto pieno'". Sono invece "le ricadute sulla disciplina lavoristica della qualificazione federale dell’attività sportiva quale professionistica o dilettantistica" ad essere criticamente analizzate da Roberto Carmina nel suo lavoro. Subito dopo al centro della trattazione è la tutela dei consumatori con due contributi: il primo è "Contrattazione a distanza e nuovi diritti dei consumatori: quale ruolo per il public enforcement?", a firma di Anna Argentati; il secondo, di Gilberto Nava, è "Tutela amministrativa dei consumatori alla luce del d. lgs. n. 21/2014: prime riflessioni". LEGGI “I nuovi diritti dei consumatori alla prova della negoziazione assistita” "Delineare le principali questioni che riguardano il dibattito in Italia in merito alla risarcibilità dei danni conseguenti alla morte causata da una condotta illecita altrui" è invece l'obiettivo di Ilaria Garaci in "Compensation for damages in the event of death, in the Italian Legal System". "Nella prima parte dello scritto - recita l'abstract - si intende svolgere una breve disamina delle problematiche relative alla identificazione dei danni non patrimoniali subiti sia in prima persona dalla vittima primaria dell’illecito, ed eventualmente trasmissibili agli eredi, sia iure proprio dai congiunti. Nella seconda parte si considera analiticamente il dibattito che ruota in particolare intorno alla controversa figura del danno tanatologico, alla luce della recente sentenza della Corte di Cassazione (nota come sentenza “Scarano”) che, in contrasto con il consolidato orientamento giurisprudenziale, afferma il principio della risarcibilità del danno per la perdita istantanea della vita e la conseguente trasmissibilità in capo agli eredi del relativo diritto al risarcimento dei danni sofferti dal de cuius". "La responsabilità del direttore di testata giornalistica on-line: orientamenti giurisprudenziali e prospettive di riforma" è infine il contributo di Andrea Napolitano, un lavoro che "si prefissa l’obiettivo, partendo da un’analisi generale sul concetto di libertà di stampa in ambito nazionale ed europeo, di analizzare l’ipotesi particolare della responsabilità del direttore di un giornale on line. Si tratta di un argomento che si innesta nel difficile rapporto tra i mezzi di informazione tradizionali quale è la stampa cartacea e le nuove forme di comunicazione come appunto il giornale on line, oggetto di indagine approfondita da parte di di dottrina e giurisprudenza che hanno cercato negli anni di disciplinare la materia. L’ultima parte del contributo è stata inoltre incentrata sull’analisi del Progetto di Legge S1119 in discussione al Senato, con il quale si andrebbe a colmare un vuoto legislativo in tale ambito, rispondendo ad un’esigenza condivisa da tempo da parte di dottrina e giurisprudenza". Scarica il quaderno Anno IV – Numero 2 – Aprile/Giugno 2014 [pdf] 12 novembre 2014
  • Recepimento della Direttiva 2014/104/UE sul risarcimento del danno antitrust: i video del convegno

    Di seguito i video degli interventi al convegno "Verso il recepimento della Direttiva 2014/104/UE sul risarcimento del danno antitrust", organizzato nell’ambito della III Edizione del Master in Diritto della concorrenza e dell’innovazione da Università Europea di Roma e LUISS Guido Carli, con il patrocinio dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.

    Giovanni Pitruzzella Presidente Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato Prof. Alberto Gambino Direttore del Dipartimento di Scienze Umane dell’Università Europea di Roma Prof. Gustavo Olivieri Direttore del Master in Diritto della concorrenza e dell’innovazione Unier-LUISS Prof. Richard Whish Emeritus Professor, QC (Hon) Prof. Josef Drexl Direttore Max Planck Institute for Innovation and Competition Roberto Chieppa Segretario Generale Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato Prof. Bruno Sassani Università di Roma “Tor Vergata” Prof. Alberto Heimler Scuola Nazionale dell’Amministrazione Andrea Pezzoli Direttore Generale Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato Marcella Panucci Direttore Generale Confindustria Prof.ssa Valeria Falce Università Europea di Roma Luisa Crisigiovanni Segretario Generale di Altroconsumo Prof. Gustavo Ghidini LUISS Guido Carli  

    28 settembre 2015

  • Sboom: sappiamo ancora sostenere il cambiamento? - Roma, 7 ottobre 2015

    7 ottobre 2015
  • Scambio di denaro via smartphone, terapia del dolore e sharing economy: “Start up” a Montecitorio

    Una rete di stanze dotate di tecnologie innovative sparse sul territorio nazionale e combinate all'alta formazione per i medici e alla telemedicina per curare i pazienti che soffrono di dolore cronico. È la mission della Giovanni Leonardis Welfare, una start up abruzzese che insieme ad altre nuove imprese ha dato vita a "Start Up! Tra old economy e telecomunicazioni", evento che ha avuto luogo nella mattina di lunedì presso la sala Aldo Moro della Camera dei Deputati con la partecipazione di Tiffany Norwood. fotoImprenditrice seriale, Norwood è una pioniera della radio digitale satellitare e di tecnologie come l'Mpeg; ha da poco fondato Tribetan, piattaforma di intelligenza collaborativa della quale è attualmente CEO. All'evento, moderato dal Professor Fabio Pompei, Presidente della commissione Innovazione Tecnologica Roma XII, ha partecipato l'assessore alle Attività produttive di Roma Marta Leonori, i deputati del Pd Sergio Boccadutri e Matteo Mauri e la consigliera capitolina Ilaria Piccolo. A seguire, un intervento del Professor Alberto Gambino, Direttore del Dipartimento di Scienze umane dell'Università Europea di Roma, Presidente dell'Accademia Italiana del Codice di Internet e Direttore Scientifico di Dimt. L'universo start up è stato rappresentanto, oltre che da Stefania Mancini della Leonardis, da Oliver Page, CEO di Scooterino, piattaforma che permette di condividere passaggi in motorino, Roberto Macina, CEO di Qurami, app con la quale si evita di perdere tempo durante le code, Dario Brignone di Satispay, strumento che abilita pagamenti e scambi di denaro tramite dispositivi mobili, Laura Mirabellamanaging director di uFirst, app per saltare la fila in aeroporto, e Fabrizio Cialdeadi Atooma, azienda con basi sia a Roma che a San Francisco e che fornisce un assistente personali per smartphone. CSPg4bDW0AAhVRB
    Startup innovative in crescita. È la Lombardia la regione dove sono più numerose
    26 ottobre 2015