DIMT.IT - sentenza

  • "Wikimedia è un hosting provider", la sentenza del Tribunale di Roma

    Wikimedia Foundation "può  essere qualificata, secondo quanto indicato dalla normativa di origine comunitaria, quale hosting provider nella gestione dell’enciclopedia online Wikipedia, da cui consegue, secondo i principi generali sanciti dalla predetta normativa, una generale esenzione di responsabilità del gestore, il quale si limita ad offrire ospitalità sui propri server ad informazioni fornite dal pubblico degli utenti". È quanto si legge nella sentenza del 10 luglio scorso della Prima sezione civile del Tribunale di Roma. Il giudice monocratico Damiana Colla ha dovuto pronunciarsi su una querela presentata dal Movimento Italiano Genitori (Moige) con una richiesta di risarcimento danni per diffamazione. In sostanza, la Onlus lamentava la presenza di "informazioni inesatte" sulla pagina ad essa dedicata, nella quale figuravano anche passaggi dai quali emergeva nel complesso un’immagine negativa dell'associazione. Il Moige, si legge nella sentenza, "ha infine evidenziato di avere invano inoltrato alla convenuta richieste scritte e diffide, nonchè tentato di effettuare, sia prima che dopo l’instaurazione del giudizio, la procedura di modifica della pagina in contestazione secondo quanto previsto dal sito stesso dell’enciclopedia, il tutto senza l’esito auspicato ed il conseguente blocco dell’account degli utenti che avevano proceduto in tal senso per conto del Moige". Per il Tribunale "occorre premettere che la convenuta, in quanto soggetto stabilito al di fuori dello spazio economico europeo (società avente sede in California), non risulta direttamente soggetta alle disposizioni del decreto legislativo n. 70/2003, espressamente riservate, ai sensi dell’art. 2 lett. c), ai soli servizi prestati da soggetti stabiliti in paesi UE, sebbene tali disposizioni – costituendo un sistema organico di norme volte a disciplinare nel nostro ordinamento i rapporti conseguenti alla libera circolazione dei servizi della società dell’informazione – possano essere considerate quali principi regolatori della materia al fine di valutare se la condotta della parte convenuta, pur esaminata sotto il profilo della normativa interna, possa o meno configurare un illecito diffamatorio". Wikimedia, qualificata come hosting provider, è dunque chiamata a rispondere degli illeciti commessi sulle pagine dell'enciclopedia "solo qualora, non appena a conoscenza di tali fatti su espressa comunicazione delle autorità competenti, non si attivi per rimuovere le informazioni illecite o per disabilitarne l’accesso, come previsto dall’art. 17, terzo comma, d.lgs. n. 70/2003, secondo il quale il provider è civilmente responsabile del contenuto di tali servizi nel caso in cui, richiesto dall’autorità giudiziaria o amministrativa avente funzioni di vigilanza, non ha agito prontamente per impedire l’accesso a detto contenuto, in tal modo risultando il provider sollevato, secondo la normativa europea, dall’obbligo di controllo". "Estremamente chiara, oltre che confermata dalla documentazione allegata - prosegue la sentenza - risulta infatti la descrizione delle modalità operative di Wikipedia, enciclopedia online dal contenuto aperto, effettuata dalla convenuta in comparsa di risposta, laddove è fatto riferimento ai cinque pilastri che ne costituiscono le caratteristiche fondamentali (è un’enciclopedia, ha un punto di vista neutrale, è libera nel contenuto e modificabile da chiunque, si ispira ad un codice di condotta), al manuale di stile per una corretta redazione delle voci enciclopediche, al Disclaimer Generale circa l’impossibilità di garantire la validità delle informazioni pubblicate in quanto inserite dagli utenti senza alcun controllo redazionale preventivo o verifica successiva dell’eventuale illiceità dei contenuti immessi, i quali peraltro rimangono responsabili dell’effettuata pubblicazione, nonché alla possibilità di cancellare e/o modificare le voci inappropriate (dai contenuti illegali o inutili), anche questo su richiesta degli utenti e con apposita procedura agli stessi rimessa. A fronte di ciò, è evidente che l’hosting provider si pone in posizione neutra rispetto al contenuto delle informazioni inserite dagli utenti (a differenza di quanto avviene per il content provider, per il quale difetta nella menzionata normativa europea la predetta esenzione di responsabilità proprio in considerazione del fatto che il destinatario del servizio agisce sotto l’autorità o il controllo del prestatore). Né la neutralità dell’hosting provider viene meno per il fatto che la società convenuta, ove informata del potenziale contenuto illecito di alcuni dei contenuti riversati nello spazio offerto agli utenti, possa attivarsi per disporne la cancellazione, atteso che tale attività - di carattere demolitivo e non costruttivo rispetto ai contenuti dell’enciclopedia – è svolta all’unico fine di non incorrere a sua volta in responsabilità e non di incidere sulle voci enciclopediche pubblicate, attività che rimane demandata esclusivamente agli utenti, al di fuori di ogni controllo preventivo e/o successivo". "In altri termini, la neutralità è legata all’aspetto della formazione/modifica delle voci enciclopediche e prescinde dall’eventuale incidenza postuma del provider a fini demolitivi, neutralità che, ai fini che qui interessano, rende superfluo l’esame degli specifici contenuti asseritamente diffamatori dedotti dall’ente odierno attore, comunque trattandosi di contenuti immessi e modificati dagli utenti senza alcun ruolo attivo da parte della convenuta, contenuti peraltro al momento della decisione profondamente diversi, per effetto delle numerose modifiche apportate nelle more del giudizio alla voce enciclopedica Moige, rispetto a quelli visibili sulla predetta pagina all’epoca della notifica dell’atto introduttivo". La Corte esclude così la possibilità di applicare alla fattispecie in esame l’art. 11 della legge n. 47/48 in tema di reati commessi col mezzo della stampa così come non si può inquadrare la posizione dell'hosting provider nella "fattispecie della responsabilità per attività pericolosa (art. 2050 c.c.), avendo la convenuta evidenziato l’esistenza di una pagina web del sito indicata come Disclaimer generale in cui la stessa provvede a fornire una serie di informazioni preventive tra le quali chiarisce di non poter garantire in alcun modo la validità delle informazioni pubblicate, con una chiara presa di distanze dalla verità dei fatti riportati nelle singole voci". Viene dunque meno anche "la configurabilità della responsabilità della convenuta a titolo di concorso nella diffamazione, oltre che l’esistenza dell’elemento soggettivo dell’illecito diffamatorio". Ancora, sotto il profilo della condotta omissiva, "non è rinvenibile alcun obbligo in capo alla società convenuta di garantire che non vengano commessi illeciti lesivi dell’altrui reputazione in quanto l’hosting provider offre un servizio basato proprio sulla libertà degli utenti di compilare le voci dell’enciclopedia: è proprio questa libertà che esclude l’obbligo di garanzia di verità e validità e che trova il suo bilanciamento nella possibilità lasciata a chiunque di modificarne i contenuti e di chiederne la cancellazione. Del resto, nemmeno la proprietà dei server e la titolarità del dominio wikipedia.org rappresentano elementi idonei a modificare la natura dell’attività in concreto svolta dalla convenuta, la quale risulta del tutto estranea all’organizzazione e alla selezione dei contenuti pubblicati, avverso i quali l’odierna attrice muove le sue censure nell’odierno giudizio". Infine, osserva la Corte, "conformemente allo spirito della libera enciclopedia, la pagina della medesima dedicata al Moige ed oggetto di contestazione è stata ripetutamente modificata dall’epoca dell’introduzione del giudizio sino all’attualità, per come evidenziato da entrambe le parti anche in sede di precisazione delle conclusioni e di scritti conclusivi". In particolare, quanto all’attribuzione al Moige di alcuni dei contenuti oggetto della causa e riferiti ad un corso di educazione sessuale, "risulta soppresso il riferimento all’ente, ripetutamente sostituito dal riferimento al docente che ha tenuto il corso, essendo pertanto venuto meno il collegamento non gradito a parte attrice". Circostanza che dunque conferma "l’idoneità del sistema ideato dalla convenuta di auto correggersi tramite le modifiche apportate dagli utenti, non potendosi in tale sede escludere che si tratti di modifiche apportate, quale utente, proprio dalla stessa attrice, la quale peraltro ha evidenziato di aver effettuato senza successo numerosi tentativi al fine di modificare il contenuto della pagina di Wikipedia ad essa relativa. A tale ultimo riguardo, non pare al giudicante che siano meritevoli di rilievo le censure di parte attrice relative all’impossibilità di apportare, quale utente, le modifiche desiderate alla voce enciclopedica Moige, atteso che – pur non essendo contestato il fatto, circostanza che ha reso condivisibilmente superflua la prova testimoniale – le possibilità di modifica e di cancellazione sono previste da Wikipedia, ma occorre seguire le procedure ivi analiticamente descritte, nulla evincendosi dagli atti circa la correttezza delle modalità seguite a tal fine da parte attrice nelle volte in cui questa ha fallito". "Del resto - conclude la Corte - per come condivisibilmente evidenziato dalla convenuta nella comparsa di risposta, il sistema Wiki espressamente prevede il blocco dell’account degli utenti che hanno cercato ripetutamente di modificare voci esistenti senza il supporto di fonti attendibili o di motivazioni verificabili o in contrasto con le regole redazionali, ciò al fine di tutela del servizio e della sua integrità".
    Intermediary liability. The “Achilles’ heel” of the current legislation: the courts. A comparative analysis with the U.S, focusing on copyright infringement
    20 luglio 2015
  • Assoluzione definitiva nel caso Google-Vividown per il motore di ricerca, breve commento alla sentenza

    di Michele Castello I giudici hanno effettuato una ricostruzione dettagliata del quadro normativo interno di riferimento, analizzando gli articoli di interesse non solo del Codice Privacy (d.lgs. 196/2003) ma anche del d.lgs. 70/2003 relativo alle disposizioni sul commercio elettronico enucleando i seguenti concetti fondamentali:
    • non sussiste, in capo ad un Internet Service Provider, anche qualora lo stesso sia qualificabile come hosting provider, un obbligo di sorveglianza dei dati immessi da terzi sul sito da lui gestito; né sussiste in capo allo stesso alcun obbligo sanzionato penalmente di informare il soggetto che ha immesso i dati (uploader) dell'esistenza e della necessità di fare applicazione delle norme contenute nel Codice della Privacy;
    • è necessario specificare i limiti di interazione tra i concetti di “trattamento” e di “titolare del trattamento”: mentre il primo è un concetto ampio, comprensivo di ogni operazione che abbia ad oggetto dati personali indipendentemente dai mezzi e dalle tecniche utilizzati, il concetto di "titolare" è, invece, assai più specifico, perché si incentra sull'esistenza di un potere decisionale in ordine alle finalità, alle modalità del trattamento di dati personali e agli strumenti utilizzati;
    • pertanto, Google è pienamente definibile come Internet Hosting Provider e, come affermato anche nella Sentenza della Corte di Giustizia europea nella causa /12, tale soggetto è riconducibile alla categoria dei titolari del trattamento di dati solo laddove incida direttamente sulla struttura degli indici di ricerca, ad esempio favorendo o rendendo più difficile il reperimento di un determinato sito;
    • nel caso di specie, quindi, il titolare del trattamento dei dati caricati sul sito Google Video è l’utente (uploader) che li ha caricati, in quanto l'essere titolare del trattamento deriva dal fatto concreto che un soggetto abbia scelto di trattare dati personali per propri fini; con la conseguenza che la persona che può essere chiamata a rispondere delle violazioni delle norme sulla protezione dei dati è il titolare del trattamento e non, invece, il mero hosting provider;
    Con il deposito odierno, quindi, i giudici della terza sezione penale della Corte di Cassazione hanno reso noti i motivi della conferma della sentenza della Corte di Appello di Milano che il 21 dicembre 2012 aveva assolto i tre manager di Google Italy dall’accusa di trattamento illecito di dati, punita dall’art. 167 Codice Privacy. Queste in sintesi le motivazioni dell’assoluzione dei tre (ex) manager di Google Italy, accusati di essere penalmente responsabili per aver violato la privacy di un minorenne disabile maltrattato in un video caricato sul servizio di hosting Google Video nell’estate del 2006. Tali conclusioni, secondo la Cassazione non sono obiettabili alla luce del dato, posto a fondamento di uno dei motivi di ricorso del PG, che l'art. 1, comma 2, lettera b) del d.lgs. n. 70 del 2003 prevede espressamente che non rientrano nel campo di applicazione della normativa sul commercio elettronico le questioni relative al diritto alla riservatezza, con riguardo al trattamento dei dati personali nel settore delle telecomunicazioni. Invero, secondo la Suprema Corte, tale clausola ha la sola funzione di chiarire che la tutela dei dati personali è disciplinata da un corpus normativo diverso da quello sul commercio elettronico; corpus normativo che rimane applicabile in ambito telematico anche in seguito all'emanazione della normativa sul commercio elettronico. Infine, ritenendo tali argomentazioni sufficienti per la conferma dell’assoluzione disposta con la sentenza impugnata, i giudici di legittimità lasciano poco spazio alle considerazioni in merito all’elemento soggettivo del reato, limitandosi ad evidenziare come il dolo del reato di cui all’art. 167 Codice Privacy non sia ravvisabile laddove, come nel caso di specie, oltre ad esservi la mancanza di un obbligo generale di sorveglianza, non sia individuabile la conoscenza, in capo al provider Google, deldato sensibile contenuto nel video caricato dagli utenti. 5 febbraio 2014
  • Autovelox, ora i Comuni devono adeguarsi

    di Michele Contartese La Corte Costituzionale con la sentenza 113/2015 depositata lo scorso 18 giugno 2015 (Presidente Criscuolo, Relatore Carosi) ha dichiarato l’incostituzionalità dell’art. 45, comma 6, del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), nella parte “in cui non prevede che tutte le apparecchiature impiegate nell’accertamento delle violazioni dei limiti di velocità siano sottoposte a verifiche periodiche di funzionalità e di taratura”. Tale pronuncia interviene dopo l’affermazione di un, oramai, consolidato orientamento della Corte di Cassazione che soleva distinguere gli autovelox mobili in dotazione alle pattuglie delle forze di Polizia da quelli posizionati sulle strade che funzionano, invece, autonomamente, prevedendo solo a carico di quest’ultimi l’obbligo di verifiche periodiche. Tale orientamento trovava le proprie basi nei principi fissati dal Ministero delle Infrastrutture nel 2005 (a integrazione del Decreto ministeriale del 29 ottobre 1997) che escludeva la necessità di verifiche periodiche per gli strumenti «impiegati sotto il controllo costante degli operatori di polizia stradale». La Corte di Costituzionale ha superato tale orientamento ritenendo, invece, che qualsiasi strumento di misura, “specie se elettronico, è soggetto a variazioni delle sue caratteristiche e quindi a variazioni dei valori misurati dovute ad invecchiamento delle proprie componenti e ad eventi quali urti, vibrazioni, shock meccanici e termici, variazioni della tensione di alimentazione”. Pertanto, a causa dell’obsolescenza e del deterioramento che possono subire gli elementi elettronici che costituiscono l’autovelox, potrebbe essere pregiudicata non “solo l’affidabilità delle apparecchiature, ma anche la fede pubblica che si ripone in un settore di significativa rilevanza sociale, quale quello della sicurezza stradale”. La Corte Costituzionale, a tal fine, nella propria pronuncia ricorda che l’art. 142, comma 6, del D.lgs. n. 285 del 1992 dispone che «Per la determinazione dell’osservanza dei limiti di velocità sono considerate fonti di prova le risultanze di apparecchiature debitamente omologate, […] nonché le registrazioni del cronotachigrafo e i documenti relativi ai percorsi autostradali, come precisato dal regolamento». Dunque, tutti gli apparecchi utilizzati per rilevare l’eventuale superamento dei limiti di velocità debbono essere periodicamente verificati, in modo tale da garantire la sicurezza dei cittadini ma anche l’affidamento dei cittadini medesimi nelle Istituzioni chiamate a garantire la sicurezza stradale. Si può, quindi, pacificamente concludere che, alla luce della sopra richiamata sentenza, gli automobilisti potranno ottenere, previo ricorso, l’annullamento del verbale per eccesso di velocità emesso da un autovelox non sottoposto a controlli periodici. Sarà opportuno, dunque, che i Comuni e gli altri soggetti che vorranno utilizzare gli autovelox provvedano ad un controllo periodico degli stessi, in modo che al momento del rilevarsi di violazioni, i verbali erogati riportino l’attestazione della data dell’ultima taratura degli apparecchi utilizzati. Solo così, potranno evitare facili contestazioni da parte degli automobilisti, che troverebbero sicuro accoglimento dinanzi ai Giudici di Pace o dinanzi ai Prefetti. 23 giugno 2015
  • Azione revocatoria e presenza di ipoteche sull’immobile trasferito: sussiste il pregiudizio per il creditore chirografario?

    Cass. civile III sezione, n. 16793, del 13 agosto 2015 di Monica La Pietra Con la pronuncia n. 16793 del 13 agosto 2015, la Terza Sezione della Cassazione afferma che la presenza di ipoteche sull’immobile trasferito non esclude di per sé il requisito del pregiudizio per il creditore chirografario e l’interesse di questi a proporre l’azione revocatoria. La Suprema Corte innanzitutto ribadisce che, come la giurisprudenza di legittimità ha più volte affermato [1], l’esenzione da revocatoria dell’atto di adempimento di un debito scaduto ex art. 2901 terzo comma c.c.:
    • trova ragione nella natura di atto dovuto della prestazione del debitore in mora e, di conseguenza, nell’assenza della consapevolezza e volontarietà dell’atto di disposizione patrimoniale, richiesta in linea generale quale elemento soggettivo o psicologico della revoca;
    • non è impedita dalla disparità di trattamento che l’atto può determinare, atteso che l’azione revocatoria ordinaria, a differenza di quella fallimentare, non si pone l’obiettivo di tutelare la par condicio creditorum;
    • sebbene normativamente prevista soltanto per l’atto di adempimento in sé, va estesa anche all’ipotesi di alienazione di un bene eseguita per reperire la provvista necessaria a soddisfare i creditori, a condizione che tale alienazione rappresenti il solo mezzo per tacitare questi ultimi e si ponga in rapporto di strumentalità necessaria con l’atto di adempimento;
    • opera, ferma restando anche in questo caso la necessità di un rapporto strumentale, anche quando la somma realizzata con l’atto di alienazione sia maggiore di quella impiegata nel pagamento dei debiti. In questo caso la revoca potrà eventualmente colpire solo gli atti con i quali il debitore abbia disposto della somma residua.
      Ciò premesso, la Corte esamina il motivo di ricorso avente ad oggetto la violazione dell’art. 2901 c.c. per l’esistenza di iscrizioni ipotecarie sul compendio immobiliare oggetto del giudizio, che secondo i ricorrenti avrebbero comunque impedito al creditore chirografario attore, in caso di esecuzione sul bene, di rivalersi sul ricavato della vendita e soddisfare le proprie ragioni creditorie. Sul punto la Suprema Corte afferma che la presenza di ipoteche al momento della vendita non esclude di per sé il requisito del pregiudizio per il creditore chirografario e, quindi, la revocabilità dell’atto di trasferimento. Ciò in quanto «l’azione revocatoria opera a tutela dell’effettività della responsabilità patrimoniale del debitore ex art. 2740 cc, ma non produce, per ciò solo, effetti recuperatori o restitutori del bene dismesso al patrimonio del medesimo, sì che se ne debba necessariamente esigere la libertà e capienza». L’inefficacia dell’atto di disposizione, derivante dal vittorioso esperimento dell’azione, comporta infatti esclusivamente l’assoggettamento del bene al diritto del creditore revocante di promuovere nei confronti del terzo acquirente l’azione esecutiva o conservativa. L’esito di tale azione eventuale e differita, anche se proposta da un creditore chirografario, non può essere considerato, al momento della pronuncia di revoca, necessariamente compromesso dalla presenza di iscrizioni ipotecarie sul bene, poiché queste ultime possono subire vicende modificative o estintive. Pertanto, non può escludersi a priori la possibilità del soddisfacimento, anche soltanto parziale, del creditore revocante e l’utilità pratica dell’azione da questi proposta. Tale conclusione vale a maggior ragione in considerazione dell’arco temporale potenzialmente intercorrente tra l’atto revocato e la proposizione dell’azione espropriativa da parte del creditore revocante; arco temporale che può essere anche molto ampio, nell’ipotesi in cui il credito tutelato ex art. 2901 c.c. debba ancora giungere ad accertamento definitivo e compiuta esigibilità. I giudici di legittimità, infine, precisano che tale principio non si pone in contrasto con quanto affermato dalla Corte di Cassazione nel 2009 con la pronuncia n. 13435. Nel caso di specie, la Suprema Corte aveva confermato la sentenza di merito di rigetto della domanda per mancanza del presupposto del danno, sul rilievo che l’immobile oggetto di revocatoria era gravato da due ipoteche, sicché il creditore chirografario, ove anche la vendita non avesse avuto luogo, difficilmente avrebbe potuto ottenere su quel bene la soddisfazione del proprio credito. Per la sentenza del 2015 quest’ultima decisione non si esprime però in termini assoluti, ma meramente relativi, in quanto evidenzia la necessità di considerare la fattispecie concreta oggetto di giudizio. Per la citata pronuncia, infatti, «a norma dell’art. 2901, comma 1, c.c., il presupposto dell’azione revocatoria costituito dal pregiudizio alle ragioni del creditore si riferisce anche al pericolo di danno, la cui valutazione è rimessa alla concreta valutazione del giudice; ne consegue che, ove oggetto dell’azione revocatoria sia un atto di compravendita di un bene già ipotecato, se ad agire è un creditore chirografario, il pregiudizio deve essere specificamente valutato – nella sua certezza ed effettività – con riguardo al potenziale conflitto tra il creditore chirografario e il creditore garantito da ipoteca, e quindi in relazione alla concreta possibilità di soddisfazione del primo con riguardo all’entità della garanzia reale del secondo» [2]. Note [1] Cass. n. 13435 del 20.07.2004, in Giust. civ. Mass., 2004, 7-8; Cass. n. 16756 del 21.07.2006, in Giust. civ. Mass., 2006, 7-8; Cass. n. 11051 del 13.05.2009, in Banca borsa tit. cred., 2010, 2, II, 137 (s.m.), con nota di Bertino; Cass. n. 14557 del 22.06.2009, in Giust. civ. Mass., 2009, 6, 957; Cass. n. 14420 del 7.06.2013, in Giustizia Civile Massimario, 2013. [2] Cass. n. 16464 del 15.07.2009, in Vita not., 2009, 3, 1456. 31 agosto 2015
  • Birra Duff lecita solo in tv: migliaia di bottiglie sequestrate ad una società italiana

    di Alessio Baldi Non importa essere appassionati di birra per conoscere la mitica - o per dirlo in altri termini, “notoria” - birra “Duff”. La sola menzione riporta il pensiero dei più alla sit-com animata statunitense forse più conosciuta di tutti i tempi: I Simpson. Un richiamo alla birra Duffè presente in quasi ogni puntata. Alcuni episodi sono interamente dedicati ad essa e la caratterizzazione di molti personaggi ruota attorno a questo segno: dal protagonista principale, Homer Simpson, fino al a Duffman -l'uomo Duff, personaggio secondario, vero e proprio testimonial nel cartone animato della medesima bevanda. Dalla finzione alla realtà il passo è stato però brevissimo per coloro che hanno ben pensato di depositare il marchio Duff per le più svariate classi merceologiche (la maggior parte si sono interessati a farlo per abbigliamento e bevande). L'esempio italiano è uno tra i più significativi. Si pensi che le registrazioni risalgono addirittura all'anno 2000, ed alcune proprio per la classe 32 (dunque per birra e altri preparati o bevande). A livello Comunitario, in alcuni casi si è addirittura visto aziende produttrici di birra distinguersi con denominazioni sociali volte a richiamare il marchio. Che ciò sia stato fatto per sfruttarne la notorietà o meno, in questa sede può essere solo ipotizzato. Ciò che risulta certo è invece che in tempi relativamente recenti - gennaio del 2010 - tedesca Duff Beer UG si sia opposta alla registrazione del medesimo marchio “Duff”da parte della Duff beverage GmbH, contestandone il rischio di confusione. A fronte di questo panorama si pone poi un ulteriore e principale soggetto, perfettamente in stile con quanto si dice “tra i due litiganti il terzo gode”. Volontariamente o meno, infatti, le aziende teutoniche appena richiamate, prima di procedere alle loro richieste di registrazioni, non hanno fatto i conti con la 20th Century Fox, legittima titolare della privativa in questione, a livello comunitario quantomeno dal 1999. In particolare e alla luce di questa anteriorità, la Duff beer UG, il 12 dicembre 2011, si è vista rifiutare la domanda di registrazione del marchio da parte dell'UAMI (Ufficio per l'Armonizzazione nel Mercato Interno – procedimento R 0456/2011-4). A ciò la società tedesca ha reagito senza darsi per vinta, contestando l'assenza di un reale commercio, quantomeno sul territorio europeo, di una birra riproducente il segno distintivo “Duff”, salvo quello condotto dalla medesima. Almeno parzialmente a favore di detta linea “difensiva”, per quel che giuridicamente può significare,  lo stesso creatore dei Simpson, Matt Groening, ha in passato affermato di ritenersi contrario alla produzione di una bevanda alcoolica denominata Duff, proprio per non incoraggiare i ragazzi, più in generale i giovani – essendo il principale pubblico di riferimento della sit-comanimata - a bere. Sulla base di queste deduzioni e dunque del fatto che non avrebbe alcun senso logico-giuridico la registrazione di un marchio – sotto la classe 32 – relativamente ad una birra di pura fantasia, la Duff beer UG ha fatto ricorso al Tribunale Europeo per chiedere l'annullamento del richiamato provvedimento sfavorevole del 12 dicembre 2011 dell'UAMI (cfr. Causa T-87/12). Ricorso che non ha comunque sortito gli effetti sperati, piuttosto ha consolidato la posizione di forza sul marchio “Duff”, della 20th Century Fox. Dimostrazione di ciò si è avuta molto recentemente. E questi ultimi fatti hanno riguardato proprio attività imprenditoriali del nostro “bel paese”. È di pochi giorni fa, infatti, la notizia che anche l'Autorità giudiziaria italiana ha seguito l'argomento “Duff”. Sotto un piano diverso però, quello penale e non sotto il profilo civilistico/amministrativo sopra rammentato. Il PM Raffaele Guariniello è stato informato dal Nucleo della Polizia Tributaria di Verona, della notizia che venivano commercializzate in Italia birre riproducenti un marchio molto simile al più noto “Duff”. È stato così disposto il sequestro di migliaia di lattine e bottiglie di birra importate (dalla Germania pare!) da parte di una società italiana. La società nostrana è perciò attualmente indagata per la “vendita di prodotti industriali con segni mendaci”. Più esattamente, per aver posto in circolazione bevande con nomi, marchi o altri segni distintivi capaci di indurre in inganno il compratore sull'origine, provenienza o qualità del prodotto;  reato di cui all'art. 517 c.p.. Da ciò è lecito dedurre che il PM non ha dunque ravvisato gli estremi per l'applicazione della fattispecie – trattandosi di mera importazione, quantomeno - di cui all'articolo 474 c.p., diretta a punire “chiunque introduce [o detiene per la vendita, pone in vendita o mette altrimenti in circolazione] nel territorio dello Stato, al fine di trarne profitto, prodotti industriali con marchi o altri segni distintivi, nazionali o esteri, contraffatti o alterati”. Ciò, soprattutto alla luce di quanto espresso proprio dallo stesso articolo 517 c.p. e cioè che un soggetto è punibile per aver commesso detto reato solo “se il fatto non è preveduto come reato da altra disposizione di legge”. 13 novembre 2013
  • Bitcoin, niente IVA per il cambio. La sentenza della Corte di Giustizia

    Il cambio di valuta tradizionale in bitcoin e l'operazione contraria sono esenti da IVA. È quanto ha stabilito la Corte di Giustizia con una sentenza che arriva al termine di un caso originato in Svezia. Il cittadino svedese David Hedqvist intendeva infatti fornire servizi consistenti nel cambio di valute tradizionali in bitcoin e viceversa; prima di iniziare ad avviare tali operazioni tuttavia aveva richiesto un parere preliminare alla commissione tributaria svedese per sapere se doveva essere versata l’IVA all’acquisto e alla vendita di unità di bitcoin. Secondo la commissione esso è un mezzo di pagamento utilizzato in maniera corrispondente a mezzi legali di pagamento e dunque le operazioni che Hedqvist intendeva effettuare dovevano essere esenti da IVA. Lo Skatteverket, amministrazione finanziaria svedese, propose però ricorso contro la decisione della commissione tributaria dinanzi allo Högsta förvaltningsdomstolen (Corte suprema amministrativa della Svezia), sostenendo che le operazioni che Hedqvist intendeva effettuare non ricadevano nelle esenzioni previste dalla direttiva IVA. In tale contesto, lo Högsta förvaltningsdomstolen chiese alla Corte di giustizia di dirimere il contenzioso. È bene premettere che la direttiva IVA (2006/112/CE del Consiglio, del 28 novembre 2006, relativa al sistema comune d’imposta sul valore aggiunto) prevede che sono assoggettate a tale imposta le cessioni di beni e le prestazioni di servizi effettuate a titolo oneroso nel territorio di uno Stato membro da parte di un soggetto passivo all’IVA che agisce in quanto tale. Tuttavia, gli Stati membri devono esonerare, in particolare, le operazioni relative "a divise, banconote e monete con valore liberatorio". Nella sua sentenza, la Corte statuisce che "le operazioni di cambio di valute tradizionali contro la valuta virtuale bitcoin (e viceversa) costituiscono prestazioni di servizi effettuate a titolo oneroso ai sensi della direttiva, dato che esse consistono nel cambio di diversi mezzi di pagamento e che sussiste un nesso diretto fra il servizio prestato dal sig. Hedqvist e il corrispettivo ricevuto dallo stesso, vale a dire il margine costituito dalla differenza, da una parte, tra il prezzo al quale egli acquista le valute e, dall’altra, il prezzo cui le valute sono vendute ai clienti". La Corte afferma inoltre che "tali operazioni sono esenti dall’IVA in forza della disposizione riguardante le operazioni relative a divise, banconote e monete con valore liberatorio. Infatti, escludere operazioni come quelle programmate dal sig. Hedqvist dalla sfera di applicazione di tale disposizione priverebbe quest’ultima di parte dei suoi effetti, alla luce della finalità dell’esenzione, che consiste nell’ovviare alle difficoltà insorgenti nel contesto dell’imposizione delle operazioni finanziarie quanto alla determinazione della base imponibile e dell’importo dell’IVA detraibile".
    “Bitcoin: una sfida per policymakers e regolatori”, immersione nel mondo della criptovaluta. Con una possibile definizione giuridica
    22 ottobre 2015
  • Caso Oracle c. UsedSoft: le conclusioni dell'Avvocato Generale

    di Davide Mula
    Abstract: Article 4(2) of Directive 2009/24/EC of the European Parliament and of the Council of 23 April 2009 on the legal protection of computer programs must be interpreted as meaning that the right to distribute the copy of a computer program is exhausted if the rightholder, who allowed that copy to be downloaded from the internet to a data carrier, also granted, for consideration, a right to use that copy for an unlimited period of time.
     
    Abstract: L’art. 4, c. 2, della direttiva 2009/24/CE deve essere interpretato nel senso che il diritto di distribuzione della copia di un programma per elaboratore è esaurito qualora il titolare del diritto, che abbia autorizzato lo scaricamento («download») da Internet di tale copia su un supporto informatico, abbia parimenti ceduto a titolo oneroso il diritto di uso della copia medesima, per una durata illimitata.
     
    La digitalizzazione delle opere e la creazione di supporti per la loro fruizione dotati di una memoria autonoma ha permesso che le opere dell’ingegno potessero essere vendute a prescindere dal loro supporto. In tal caso, oggetto della cessione è la proprietà non più del cd o del libro, ma del file recante il bene digitalizzato.
    Il naturale passaggio derivante dalla digitalizzazione delle opere dell’ingegno ha fatto emergere, tuttavia, non poche problematiche in ordine alla transizione dagli schemi e usi tradizionali che venivano fatti delle opere prima e dopo l’avvento della tecnologia informatica e telematica. A titolo esemplificativo, si consideri come sia venuta meno la tradizionale e consolidata pratica del prestito del libro e del cd, posto che l’istituto del prestito presuppone che il soggetto proprietario si privi del bene per concederne temporaneamente il godimento ad un'altra persona, mentre con le opere digitali il trasferimento di un file da una parte all’altra non implica che una delle due debba rinunciare al godimento dell’opera stessa, entrambe ben potranno, infatti, fruire del contenuto digitale [1].
    Se alcune prassi sono necessariamente venute meno, altre hanno sollevato evidenti problemi giuridici. Questo è il caso del mercato dell’usato delle opere digitali, normalmente diffuso in ambiente analogico, ma che ha sollevato diversi dubbi in ambito digitale.
    La questione è legata alla dottrina del first sale [2] che, se applicata ai beni digitali, solleva problematiche in ragione della loro capacità di essere copiate senza degradazione e successivamente rivendute.
    Questa dottrina è stata riconosciuta per la prima dalla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America nel 1908 nel caso Bobbs-Merrill Co. v. Straus [3] e codificata nel Copyright Act del 1976, §109. I fautori di tale orientamento riconoscono al soggetto che ha legittimamente acquisito la proprietà di un contenuto digitale [4] il potere di trasferire tale diritto, a titolo gratuito o oneroso, senza il permesso dell'autore.
    Negli Stati Uniti dottrina e giurisprudenza non hanno posto in dubbio che la tesi del first sale potesse essere estesa anche alle opere digitali, anche se quest’ultima, di recente, nel noto caso Vernor vs. Autodesk [5], ha distinto tra diritto di proprietà sull’opera dell’ingegno, che legittima il titolare a cedere a terzi il file dell’opera, dalla licenza d’uso, tipicamente impiegata per i software, che, invece, non sarebbe titolo che legittimerebbe il soggetto licenziato a rivendere la licenza, per uno schema analogo al divieto di sublocazione, salva diversa previsione contrattuale [6].
    Nell’ordinamento comunitario tale dottrina trova il proprio fondamento positivo nel principio dell'esaurimento del diritto di distribuzione, in base al quale l'acquirente può legittimamente regalare o vendere un prodotto protetto da proprietà intellettuale [7].
    Ad esempio nella Direttiva 2009/24/CE, art. 4, c. 1 [8], viene sancito che “La prima vendita della copia di un programma nella Comunità da parte del titolare del diritto o con il suo consenso esaurisce il diritto di distribuzione della copia all'interno della Comunità, ad eccezione del diritto di controllare l'ulteriore locazione del programma o di una copia dello stesso.”.
    Il tema è tornato al centro del dibattito  in seguito allo sviluppo di siti web dedicati alla vendita di licenze d’uso di software che hanno saputo raccogliere e attirare l’attenzione degli utenti, soprattutto per programmi le cui licenze hanno un costo molto rilevante [9].
    Così, lo scorso marzo 2011 la Corte Federale Tedesca (BGH), nel noto caso Oracle c. UsedSoft, ha sospeso il procedimento per rinvio alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea (Causa C‑128/11) per tre questioni pregiudiziali:
    1) Se colui il quale possa invocare un esaurimento del diritto di distribuzione della copia di un programma per elaboratore sia un “legittimo acquirente” ai sensi dell’articolo 5, paragrafo 1, della direttiva 2009/24 (…);
    2) In caso di soluzione affermativa della prima questione, se il diritto di distribuzione della copia di un programma per elaboratore si esaurisca, ai sensi dell’articolo 4, paragrafo 2, (...) della direttiva 2009/24 (…), qualora l’acquirente abbia realizzato la copia su un supporto informatico per mezzo di “download” (scaricamento) del programma da Internet con l’autorizzazione del titolare del diritto.
    3) In caso di soluzione affermativa anche della seconda questione, se anche colui il quale abbia acquisito una licenza di software “usata”, possa invocare, ai fini della possibilità di realizzare una copia del programma, in qualità di “legittimo acquirente” ai sensi dell’articolo 5, paragrafo 1, e dell’articolo 4, paragrafo 2, primo periodo, della direttiva 2009/24 (…), un esaurimento del diritto di distribuzione della copia del programma per elaboratore realizzata, con l’autorizzazione del titolare del diritto, dal primo acquirente su un supporto informatico per mezzo di “download” (scaricamento) del programma da Internet, qualora il primo acquirente abbia cancellato la sua copia del programma ovvero non la utilizzi più.
    Nell’attesa della pronuncia della Corte di Giustizia il 24 aprile 2012 sono state presentate le conclusioni dell’Avvocato Generale il quale ha concluso la sua lunga analisi, sulla quale si tornerà a breve per una più approfondita disamina, sancendo che “l’art. 4, c. 2, della direttiva 2009/24/CE deve essere interpretato nel senso che il diritto di distribuzione della copia di un programma per elaboratore è esaurito qualora il titolare del diritto, che abbia autorizzato lo scaricamento («download») da Internet di tale copia su un supporto informatico, abbia parimenti ceduto a titolo oneroso il diritto di uso della copia medesima, per una durata illimitata. Costituisce, infatti, una vendita, ai sensi di tale disposizione, qualsiasi messa a disposizione nell’Unione, sotto qualsivoglia forma e con qualsivoglia mezzo, di una copia di un programma per elaboratore ai fini della sua utilizzazione per un periodo illimitato e dietro versamento di un prezzo forfettari”.
    Quanto al terzo quesito posto dalla corte tedesca, invece, l’avvocato generale ha ritenuto che debba escludersi che anche all’acquirente del programma “usato” spetti il diritto di effettuare una copia di riserva dello stesso.
    __________
    Note
    [1] Sul punto si veda in particolare D. Mula, E. Bonadio “The Court of Madrid Confirms YouTube is a Hosting Provider Exempted from Copyright Liability”, in Journal of Intellectual Property Law and Practice, 2010, in commento alla sentenza della Corte di Madrid del 20 settembre 2010, nel caso Telecinco v YouTube.
    [2] R. A. Reese, The First Sale Doctrine in the Era of Digital Networks, in University of Texas Law, Public Law Research Paper, 2003, 4.
    [3] Bobbs-Merrill Co. v. Straus, 210 U.S. 339 (1908).
    [4] Per contenuto digitale ci si intende riferire ai “dati prodotti e forniti in formato digitale, quali programmi informatici, applicazioni, giochi, musica, video o testi, indipendentemente dal fatto che l’accesso a tali dati avvenga tramite download, streaming, supporto materiale o tramite qualsiasi altro mezzo”; considerando 19, direttiva 2011/83/UE.
    [5] United State of Court of Appeals for the Ninth Circuit, caso Vernor v. Autodesk, 10 settembre 2010. Sul punto si rinvia a Robert W. Gomulkiewicz, Enforcement of Open Source Software Licenses: The MDY Trio's Inconvenient Complications, in Yale Journal of Law & Technology, 2011, p. 118 ss.
    [6] Sulla distinzione tra proprietà e licenza d’uso in seno alla cd. first sale doctrine ed un’analisi dell’evoluzione del dibattito si veda anche Robert W. Gomulkiewicz, The License Is the Product: Comments on the Promise of Article 2B for Software and Information Licensing, in Berkeley Technology Law Journal, 1998, p. 891 ss.; Anne Layne-Farrar, An Economic Defense of Flexibility in IPR Licensing: Contracting Around “First Sale” in Multilevel Production Settings, in Santa Clara Law Review, 2011, p. 1149 ss.; Raymond T. Nimmer, Copyright First Sale and the Over-Riding Role of Contract, in Santa Clara Law Review, 201, p. 1311 ss..
    [7] Sulle prime posizioni assunte dalla dottrina sul dibattito si rinvia a Giampietro Bozzola, Nuovi spunti in materia di software: l'esaurimento del diritto dell’autore alla luce della Direttiva Comunitaria sulla tutela dei programmi per elaboratori, in Rivista di diritto industriale, 1991, p. 230 ss. Per un’analisi delle posizioni più recenti si veda Anna Genovese, Software e rifiuto di vendita di esemplari, in AIDA, 2004,  p. 347 ss.
    [8] Direttiva 2009/24/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 23 aprile 2009 relativa alla tutela giuridica dei programmi per elaboratore.
    [9] Anche il settore della musica non è estraneo al fenomeno, come dimostra il portale ReDigi.com attraverso il quale è possibile vendere canzoni “usate” delle quali viene verificata, almeno così afferma il gestore del servizio, la legittima titolarità della canzone attraverso i metadati contenuti nei file. La RIAA, collecting society statunitense, ha peraltro recentemente contestato, solo informalmente per il momento, il fenomeno nella sua totalità, nonché l’uso delle immagini impiegate nella copertina dei dischi, delle quali i proprietari delle singole canzoni non sono titolari, e il diritto a far ascoltare un anteprima dei brani per 30 sec.
  • Class action, SS. UU. Cassazione: "La competenza è del giudice ordinario"

    In tema di class action come previste dal codice del consumo la competenza spetta al giudice ordinario. È quanto affermano in sostanza le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione rigettando il ricorso della Trenord, società che opera nel settore del trasporto ferroviario e destinataria di un esposto dell'associazione dei consumatori Altroconsumo. "L'utente di un servizio pubblico - si legge nella sentenza - non è sottratto alla normativa di carattere generale riguardante la tutela del consumatore, ed ha conseguentemente diritto di rivolgersi al giudice ordinario volta che il rapporto giuridico non si instaura, indistintamente, tra gli utenti del servizio pubblico e l'ente erogatore, ma tra gli stessi utenti e il soggetto privato che si assume inadempiente in relazione al corrispondente contratto di trasporto pubblico nella sua fase attuativa".

    I nuovi diritti dei consumatori

    5 ottobre 2015
  • Conservazione dei dati nel Registro delle imprese: la Cassazione si rivolge alla Corte di Giustizia

    di Lorenzo Delli Priscoli Con ordinanza interlocutoria n. 15096 del 17 luglio 2015, la Cassazione ha proposto alla Corte di giustizia due questioni pregiudiziali ex art 267 TFUE, sospendendo il relativo giudizio. Le questioni involgono il trattamento dei dati personali che possono essere custoditi solo per il tempo necessario al conseguimento delle finalità per le quali sono stati acquisiti e successivamente trattati, secondo quanto previsto dall’art. 6, lett. e), della direttiva 46/95/CE attuata con d.lgs. n. 196/2003. Ci si chiede se tale disciplina debba prevalere sul sistema di pubblicità commerciale istituito con il registro delle imprese, pure di derivazione comunitaria, che prevede anche per le persone fisiche la conservazione dei dati rilevanti senza limiti di tempo e se, dunque, anche tali dati non debbano essere disponibili per un periodo di tempo limitato e in favore di destinatari determinati. Scopo della pubblicità commerciale è infatti quello di rendere noto oppure opponibile un certo fatto giuridico, al fine della sicurezza del mercato. Sulla premessa che solo il nucleo essenziale di ogni diritto fondamentale è insopprimibile, che anche gli interessi del mercato hanno una rilevanza tale da poter determinare una limitazione dei diritti fondamentali, il problema sottoposto alla Corte di Giustizia dalla Corte di Cassazione è dunque quello di come operare il corretto bilanciamento tra trasparenza dei traffici commerciali e il diritto fondamentale alla riservatezza e alla protezione dei dati personali. 21 luglio 2015
  • Copie analogiche di documenti informatici: no all’esasperato formalismo (CGA, SEZ. GIURISDIZIONALE - sentenza 16 dicembre 2013, n. 940)

    di Marco Scialdone Con sentenza n. 940/2013, il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana si è occupato del valore delle copie su supporto analogico di documenti informatici nell’ambito di una procedura di gara. Giova premettere che l’articolo 23, D.lgs 82/2005 (c.d Codice dell’Amministrazione Digitale, in breve CAD) così dispone:
    "1.Le  copie su supporto analogico di documento informatico, anche sottoscritto con firma elettronica avanzata, qualificata o digitale, hanno la stessa efficacia  probatoria dell'originale da cui sono tratte  se la loro conformità all'originale  in  tutte le sue componenti è attestata da un pubblico ufficiale a ciò autorizzato.  2.Le  copie e gli estratti su supporto analogico del documento informatico,  conformi alle vigenti regole tecniche, hanno la stessa efficacia  probatoria dell'originale se la loro conformità non è espressamente disconosciuta.  Resta fermo, ove previsto l'obbligo di conservazione dell'originale informatico".
    Secondo la tesi della Società appellante, in una procedura di gara l’onere di disconoscimento delle copie e degli estratti di documenti informatici su supporto analogico di cui al secondo comma della disposizione citata non dovrebbe essere riconosciuto alla stazione appaltante poiché “le stazioni appaltanti non potrebbero mai reperire e fornire in sede di gara la probatio diabolica a supporto dell’eventuale disconoscimento delle dette copie”. Al contrario, secondo l’appellante, il secondo comma dell’art. 23 CAD potrebbe trovare applicazione unicamente nel caso di un rapporto processuale. Tale tesi non è stata ritenuta condivisibile dal Collegio giudicante il quale, al contrario, ha operato un’esegesi della norma atta a valorizzarne le finalità di semplificazione. Del resto, chiarisce il Collegio:
    “nulla induce o autorizza a ritenere che – fuori dal processo – l’amministrazione (nonché ogni altro soggetto pubblico o privato) sia obbligato a pretendere che, per tutte le copie su supporto analogico di documento informatico, la loro conformità all’originale in tutte le sue componenti sia attestata da un pubblico ufficiale a ciò autorizzato: un siffatto obbligo di autentica, del resto, contrasterebbe con ogni prassi in materia di ordinario utilizzo delle copie semplici, nonché con evidenti esigenze di non aggravamento dei procedimenti in ogni caso in cui ciò non appaia necessario”.
    Peraltro il disconoscimento, laddove sorgano dubbi sulla conformità della copia documentale al suo originale, non comporta particolari oneri istruttori per l’amministrazione, gravando sulla parte che sostiene la conformità all’originale di fornire la relativa prova, mediante la produzione di una copia, in questo caso si conforme, in luogo di quella semplice inizialmente allegata. Vi è, dunque, da parte del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana nella sentenza in commento il rigetto di ogni esasperato formalismo nel rapporto tra originali e copie dei documenti (cartacei o informatici) che non sia in grado di incidere sul contenuto della documentazione prodotta. Immagine in home page: Gestionedocumentale.info 19 dicembre 2013
  • Copyright, l'indirizzo IP non basta a incriminare il titolare dell'abbonamento per le violazioni

    Un giudice distrettuale di Washington, nell'ambito di un procedimento per violazione massiva di diritto d'autore, ha ritenuto insufficiente l'indicazione dell'indirizzo IP dal quale sarebbero state messe in atto le infrazioni per ritenere responsabile delle stesse il titolare dell'abbonamento. Una decisione destinata ad avere ripercussioni sulle migliaia di procedimenti simili in corso negli Stati Uniti; quasi sempre, infatti, i detentori di copyright danneggiati dalle infrazioni richiedono ad un giudice di poter accedere, tramite l'Internet Service Provder di riferimento, ai dati del titolare di abbonamento associato all'indirizzo IP da loro rintracciato. Lo stesso titolare viene poi convocato dal giudice. Come riferisce TorrentFreak, tuttavia, il giudice Robert Lasnik, intervenendo nella contesa tra i produttori del film Elf-man e centinaia di utenti accusati di averne condiviso tramite BitTorrent una copia privata, ha stabilito che "i querelanti hanno dimostrato solo che gli accusati sono i titolari dell'abbonamento, ma non ci sono prove sul fatto che essi abbiano potuto vigilare affinché nessuno utilizzasse quella connessione per mettere in atto violazione. Identificare semplicemente il titolare dell'abbonamento ci dice davvero poco su chi ha realmente scaricato le copie illecite del film" (in fondo il testo della sentenza). Un principio non nuovo, in realtà, negli Stati Uniti; già nel maggio 2011 era stato un tribunale dell'Illinois a sentenziare in tal senso. L’anno successivo a ribadirlo era un giudice di New York; poche settimane dopo un nuovo duro colpo dalla California e poi una nuova conferma in ottobre. Ipv4_addressSentenze che hanno anche contribuito a gettare diverse ombre sulle pratiche di invio di lettere da parte dei titolari di copyright nei confronti di chi, proprio sulla base dell'indirizzo IP, è accusato di aver violato il diritto d'autore (lettere quasi sempre accompagnate da una richiesta di risarcimento stragiudiziale). Una dinamica che negli ultimi mesi ha visto una levata di scudi da parte degli ISP americani; nell'ottobre scorso, ad esempio, Comcast, Verizon, At&t, Time Warner e Coxhanno presentato ricorso in appello contro l’ordinanza che nel 2012 aveva loro imposto di rivelare alla casa di produzione di contenuti a luci rosse Af Holdings le informazioni relative a 1.058 utenti sospettati di aver illegalmente fruito di un film protetto da copyright. Tornando al principio che l'IP non basta ad identificare uno specifico utente, anche nel Regno Unito, nell'aprile del 2011, un  giudice stabiliva che 27 imputati per violazione di copyright non potevano essere condannati perché non era provato che avessero perpetrato in prima persona le infrazioni oggetto del procedimento. Una dinamica molto simile è quella emersa nelle ultime settimane in Germania: da un lato l'antipirateria impegnata a inviare lettere agli abbonati; dall'altra la Corte Suprema che opta per la non responsabilità del titolare di un abbonamento nel caso in cui un altro membro della famiglia utilizzi la connessione per accedere o scambiare contenuti protetti da diritto d'autore. Il dilemma su quale grado di sicurezza un abbonato debba garantire nei confronti del suo account resta comunque aperto su un fronte diverso ma contiguo, quello delle reti WiFi. Anche qui diverse sentenze in giro per il mondo propendono per la non responsabilizzazione del titolare di abbonamento. In Finlandia, nel maggio 2012, una donna veniva assolta dall'accusa di facilitazione all'infrazione di copyright per aver messo a disposizione di amici la sua connessione senza fili. Nel settembre dello stesso anno era una corte federale della California a stabilire un simile principio nel caso in cui un terzo abusi di una rete WiFi non protetta. Diverso il reato ma identica la conclusione a cui giungeva, un mese più tardi, il tribunale di Roma. LEGGI "Video in streaming e diritto d'autore: l'antipirateria tedesca chiede un risarcimento agli utenti di RedTube" LEGGI "Gli Isp americani ai produttori: 'Non vi daremo i dati dei nostri utenti' " LEGGI: "AT&T brevetta un nuovo strumento per individuare i "pirati' " Immagine: Wikimedia.org 23 gennaio 2014 via Scribd
  • Danno da perdita della vita: la pronuncia delle Sezioni Unite

    Cass. SS.UU. 22.07.2015 n. 15350 di Monica La Pietra 1. Danno da perdita della vita e danno catastrofale. Le sezioni unite si pronunciano sulla risarcibilità iure hereditatis del danno da perdita della vita, immediatamente conseguente alle lesioni derivanti da un fatto illecito[1]. La Corte precisa, innanzitutto, che esulano dal tema oggetto della rimessione le questioni relative al risarcimento dei danni derivanti dalla morte che segua alle lesioni dopo un apprezzabile lasso di tempo. Viene, infatti, sottolineata l’assenza di un contrasto nella giurisprudenza della Corte[2] sul diritto iure hereditatis al risarcimento dei danni che si verificano nel periodo che va dal momento in cui sono provocate le lesioni a quello della morte conseguente alle lesioni stesse, diritto che si acquisisce al patrimonio del danneggiato e quindi è suscettibile di trasmissione agli eredi. Con riferimento a tali fattispecie si registra , negli orientamenti giurisprudenziali, una distinzione che riguarda la qualificazione ai fini della liquidazione del danno da risarcire, che da alcune pronunce è indicato come "danno biologico terminale"[3] e da altre viene classificato come danno "catastrofale", con riferimento alla sofferenza provata dalla vittima nella cosciente attesa della morte seguita dopo apprezzabile lasso di tempo dalle lesioni. Il danno "catastrofale", inoltre, per alcune decisioni, ha natura di danno morale soggettivo [4] e per altre, di danno biologico psichico [5]. Per le Sezioni Unite, tuttavia, tali incertezze non creano differenze rilevanti sul piano concreto della liquidazione dei danni, in quanto anche in caso di utilizzazione delle tabelle di liquidazione del danno biologico psichico dovrà procedersi alla massima personalizzazione per adeguare il risarcimento alle peculiarità del caso concreto, con risultati sostanzialmente non lontani da quelli raggiungibili con l'utilizzazione del criterio equitativo puro utilizzato per la liquidazione del danno morale. 2. Il contrasto giurisprudenziale sulla risarcibilità del danno da perdita della vita. Con riferimento al caso di morte immediata o che segua entro brevissimo lasso di tempo alle lesioni si è venuto a creare, invece, un contrasto consapevole tra il costante orientamento della giurisprudenza di legittimità, che ritiene non possa essere invocato un diritto al risarcimento del danno iure hereditatis e la sentenza n. 1361 del 2014. L’orientamento risalente è racchiuso in una pronuncia della Cassazione a sezioni unite del 1925, secondo cui «se è alla lesione che si rapportano i danni, questi entrano e possono logicamente entrare nel patrimonio del lesionato solo in quanto e fin quando il medesimo sia in vita. Questo spentosi, cessa anche la capacità di acquistare, che presuppone appunto e necessariamente l'esistenza di un subbietto di diritto»[6]. Tale soluzione interpretativa si è poi mantenuta costante nella giurisprudenza della Suprema Corte [7] e ha trovato autorevole conferma nella sentenza della Corte costituzionale n. 372 del 1994 [8] e nella più recente sentenza delle sezioni unite n. 26972 del 2008[9]. Solo nel 2014 con la sentenza n. 1361[10] la terza sezione della Corte di Cassazione ha mutato orientamento, affermando che il danno da perdita della vita, diverso dal danno alla salute, come pure dal danno biologico terminale e dal danno morale terminale, cd. catastrofale o catastrofico, rileva ex se, nella sua oggettività di perdita del bene principale dell’uomo, a prescindere dalla consapevolezza che il danno ne abbia. Secondo la pronuncia citata, il risarcimento del danno non patrimoniale da perdita della vita, bene supremo dell’individuo e oggetto di un diritto assoluto e inviolabile, va garantito dall’ordinamento in via primaria anche sul piano della tutela civile. Esso rileva a prescindere dalla consapevolezza che il danneggiato ne abbia avuto, dovendo ricevere ristoro anche in caso di morte cd. immediata o istantanea, senza che assumano rilievo né la persistenza in vita della vittima per un apprezzabile lasso di tempo, né l’intensità della sofferenza dalla stessa subita per la cosciente e lucida percezione dell’ineluttabilità della propria fine. Per la Cassazione del 2014, il danno da perdita della vita viene acquisito dalla vittima immediatamente al momento della lesione mortale e, quindi, anteriormente al decesso e ha funzione compensativa, così che il relativo credito è trasmissibile iure hereditatis. 3. Le sezioni unite confermano l’orientamento tradizionale.  Le sezioni unite, chiamate a comporre il contrasto, non seguono l’interpretazione della terza sezione e aderiscono all’orientamento tradizionale, ritenendo non vi siano ragioni convincenti che ne giustifichino il superamento. Per la Corte, la sentenza n. 1361 del 2014 non contiene argomentazioni decisive per superare l'orientamento tradizionale, né le contiene la sentenza n. 15760 del 2006[11] che, con affermazione avente natura di obiter dictum, ha auspicato che sia riconosciuto quale momento costitutivo del credito risarcitorio quello della lesione, indipendentemente dall'intervallo di tempo con l'evento morte causalmente collegato alla lesione stessa, in conformità con orientamenti dottrinari italiani ed europei. Secondo il Supremo Collegio, nel caso di morte cagionata da atto illecito il danno è rappresentato dalla perdita del bene giuridico "vita", che costituisce bene autonomo, fruibile solo in natura da parte del titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente[12]. Netta è la distinzione tra i due beni, perché la morte non rappresenta la massima offesa possibile del diverso bene "salute". Inoltre, poiché una perdita, per rappresentare un danno risarcibile, deve essere rapportata a un soggetto che sia legittimato a far valere il credito risarcitorio, nel caso di morte verificatasi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, l'irrisarcibilità deriva dalla assenza di un soggetto al quale, nel momento in cui si verifica, sia collegabile la perdita stessa e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito[13]. L'argomento, ricorda la Corte, è definito dalla dottrina "epicureo", in quanto riecheggia le affermazioni di Epicuro contenute nella Lettera sulla felicità a Meneceo («Quindi il più temibile dei mali, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c'è la morte, quando c'è la morte non ci siamo più noi. La morte quindi è nulla, per i vivi come per i morti: perché per i vivi essa non c'è ancora, mentre per quanto riguarda i morti, sono essi stessi a non esserci»), compare già nella sentenza delle sezioni unite n. 3475 del 1925 ed è condiviso dalla sentenza della Corte costituzionale n. 372 del 1994 e dalla costante giurisprudenza successiva della Corte di Cassazione. Per la sentenza in commento risulta priva di pregio anche l’obiezione secondo cui la negazione di un credito risarcitorio della vittima trasmissibile agli eredi per la perdita della vita, seguita immediatamente o a brevissima distanza di tempo dalle lesioni subite, si porrebbe in contrasto con il comune sentire sociale. Ed invero, secondo il Supremo Collegio, la circostanza che la vita sia un bene meritevole di tutela nell'interesse della intera collettività giustifica e anzi impone che sia prevista la sanzione penale, la cui funzione peculiare è appunto quella di soddisfare esigenze punitive e di prevenzione generale della collettività nel suo complesso, senza escludere il diritto ex art. 185, 2° comma c.p. al risarcimento dei danni in favore dei soggetti direttamente lesi dal reato, ma «non impone necessariamente anche il riconoscimento della tutela risarcitoria». Le sezioni unite superano anche l’argomento definito in dottrina ''è più conveniente uccidere che ferire", secondo cui sarebbe contraddittorio concedere onerosi risarcimenti dei danni derivanti da lesioni gravissime e negarli del tutto nel caso di illecita privazione della vita, con ciò contraddicendo sia il principio della necessaria integralità del risarcimento, sia la funzione deterrente che dovrebbe essere riconosciuta al sistema della responsabilità civile. Il rilievo secondo la Corte è solo suggestivo, non corrispondendo al vero che dall'applicazione della disciplina vigente le conseguenze economiche della privazione della vita siano per l'autore dell'illecito in concreto meno onerose di quelle che derivano dalle lesioni personali, essendo indimostrato che la sola esclusione del credito risarcitorio trasmissibile agli eredi comporti necessariamente una liquidazione dei danni spettanti ai congiunti di entità inferiore. Ma vi è di più; i giudici di legittimità osservano che secondo la giurisprudenza costituzionale il principio dell'integrale risarcibilità di tutti i danni non ha copertura costituzionale[14] e che nessuna norma o principio costituzionale impone al legislatore di prevedere che la tutela penale sia necessariamente accompagnata da forme di risarcimento che prevedano la riparazione per equivalente di ogni perdita derivante da reato, anche quando manchi un soggetto al quale la perdita sia riferibile. Il Supremo Collegio ribadisce che la progressiva autonomia della disciplina della responsabilità civile da quella penale ha comportato l'obliterazione della funzione sanzionatoria e di deterrenza [15] e l'affermarsi della funzione reintegratoria e riparatoria, tanto che si ritiene non delibabile, per contrarietà all'ordine pubblico interno, la sentenza straniera di condanna al risarcimento dei danni cd. "punitivi"[16]. La Corte osserva, poi, che la pronuncia n. 1361 del 2014, pur non contestando il principio pacificamente seguito dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui i danni risarcibili sono solo quelli che consistono nelle perdite conseguenza della lesione della situazione giuridica soggettiva e non quelli consistenti nell'evento lesivo, ex se considerato, ha affermato che il credito risarcitorio del danno da perdita della vita si acquisirebbe istantaneamente al momento dell'evento lesivo, ponendosi come eccezione a tale principio della risarcibilità dei soli "danni conseguenza"[17]. Secondo la sentenza in commento l'ipotizzata eccezione alla regola, però, sarebbe di portata tale da vulnerare la stessa attendibilità del principio e, comunque, sarebbe difficilmente conciliabile con lo stesso sistema della responsabilità civile, fondato sulla necessità ai fini risarcitori del verificarsi di una perdita rapportabile a un soggetto. Infine, le Sezioni unite reputano fondato il rigetto della ulteriore domanda risarcitoria avente ad oggetto il danno esistenziale. A tal fine, richiamano le pronunce delle sezioni unite 11 novembre 2008, n. 26972, 26973, 26974 e 26975, secondo cui non sono configurabili, all'interno della categoria generale del danno non patrimoniale, cioè del danno determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica, autonome sottocategorie di danno. Infatti, ribadisce la Corte, se in essa si ricomprendono i pregiudizi scaturenti dalla lesione di interessi della persona di rango costituzionale, ovvero derivanti da fatti-reato, essi sono già risarcibili ai sensi dell'art. 2059 c.c., interpretato in modo conforme a Costituzione, con la conseguenza che la liquidazione di una ulteriore posta di danno comporterebbe una duplicazione risarcitoria. Viceversa, se per danno esistenziale si intendessero quei pregiudizi non lesivi di diritti inviolabili della persona, tale categoria sarebbe del tutto illegittima, posto che simili pregiudizi non sono risarcibili per effetto del divieto di cui all'art. 2059 c.c. Note [1] Con ordinanza n. 5056 del 4 marzo 2014, in Foro it., 2014, I, 719 ss., la terza sezione civile della Corte di Cassazione aveva rimesso gli atti al Primo Presidente per l'eventuale assegnazione alle sezioni unite, avendo rilevato un contrasto consapevole tra la sentenza n. 1361 del 2014 e il precedente costante e risalente orientamento della giurisprudenza di legittimità. Sul tema in dottrina CARIOTA-FERRARA, Il momento della morte è fuori dalla vita?, in Riv. dir. civ., 1961, I, 138; GENTILE, voce Danno alla persona, in Enc. dir., XI, 1962, 670 s.; DE CUPIS, Il danno 3, II, Milano, 1979, 124; MONATERI, La responsabilità civile, in Trattato di diritto civile, dir. da Sacco, Torino, 1998, 509; PETTI, Il risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale della persona, Torino, 1999, 557; BONA, Studio sul danno non patrimoniale, Milano, 2012; CASO, Il bene della vita e la struttura della responsabilità civile, in Foro it., 2014, I, 769. [2] A partire, ricorda la Corte, dalla sentenza Cass. del Regno, Sez. Un., 22 dicembre 1925, n. 3475, in Foro it., 1926, I, 328 ss. [3] Cass. n. 11169 del 1994, in Foro it. 1995, I,1852, con nota di CASO; Cass. n. 12299 del 1995,in Foro it. 1996, I, 3108, con nota di CASO; Cass. n. 4991 del 1996, ine resp. 1997, 41 con nota di NAVARRETTA; Cass n. 1704 del 1997,in . civ. 1997, I, 2841, con nota di COSTANZO; Cass. n. 24 del 2002,in . it. 2002, 1361; Cass. n. 3728 del 2002,in . civ. Mass. 2002, 455; Cass. n. 7632 del 2003, in . it. 2004, 495, con nota di BONA; Cass. n 9620 del 2003,in . civ. Mass. 2003, 6; Cass. n. 11003 del 2003,in Resp. civ. e prev. 2003, 1049, con nota di FACCI; Cass. n. 18305 del 2003,in e resp. 2004, 143, con nota di BONA; Cass. n. 4754 del 2004, in . civ. Mass. 2004, 3; Cass. n. 3549 del 2004, in . civ. 2005, 11, I, 2703, con nota di FLAMMINI; Cass. n. 1877 del 2006, in . civ. Mass. 2006, 1; Cass. n. 9959 del 2006, in . civ. Mass. 2006, 4; Cass. n. 18163 del 2007, in . civ. 2008, 3, I, 689; Cass. n. 21976 del 2007,in Giust. civ. Mass. 2007, 10; Cass. n. 1072 del 2011, in. economia assicur. (dal 2012 Dir. e Fiscalità assicur.) 2012, 1, I, 173. [4] Cass. n. 28423 del 2008, in Arch. giur. circol. e sinistri 2009, 5, 442; Cass. n. 3357 del 2010, in . civ. Mass. 2010, 2, 196; Cass. n. 13672 del 2010, in. famiglia 2011, 3, 1165 (s.m.), con nota di COCUCCIO; Cass. n. 6754 del 2011, in it. 2011, 4, I, 1035; Cass. n. 19133 del 2011,in . giur. circol. e sinistri 2012, 4, 335; Cass. n. 7126 del 2013,in . giur. circol. e sinistri 2013, 6, 603; Cass. n. 13537 del 2014, in it. 2014, 9, I, 2470 (s.m.), con nota di PARDOLESI. [5] Cass. n. 4783 del 2001, in Corriere giuridico 2001, 876, con nota di DE MARZO; Cass. n. 3260 del 2007, in della circolazione e dei sinistri 2008, 1, 46; Cass. n. 26972 del 2008, in . civ. e prev. 2009, 1, 38 (s.m.), con nota di MONATERI; Cass. n. 1072 del 2011, cit. [6]  Cass. sez. un. 22 dicembre 1925, n. 3475, cit. [7] ex plurimis Cass. n. 11169 del 1994, cit.; Cass. n. 10628 del 1995, in Dir. economia assicur. (dal 2012 Dir. e Fiscalità assicur.) 1996, 259; Cass. n. 12299 del 1995, cit.; Cass. n. 4991 del 1996, cit.; Cass. n. 3592 del 1997, in . giur. circol. e sinistri 1997, 899; Cass. n. 1704 del 1997, cit.; Cass. n. 9470 del 1997,in Danno e resp. 1998, 46, con nota di PALMIERI; Cass. n. 11439 del 1997, in . civ. Mass. 1997, 2205; Cass. n. 5136 del 1998, in e resp. 1998, 46, con nota di PALMIERI; Cass. 4783 del 2001, cit.; Cass. n. 887 del 2002,in . civ. 2002, I, 589; Cass. n. 517 del 2006, in . civ. Mass. 2006, 1; Cass. n. 15706 del 2010, in padano 2011, 2, I, 215 (s.m.), con nota di SALVADORI; Cass. n. 12236 del 2012, in . civ. Mass. 2012, 7-8, 924; Cass. n. 17320 del 2012, in e Giustizia online 2012, 12 ottobre. [8] Corte costituzionale n. 372 del 1994, in Assicurazioni 1995, II, 49, con nota di GUSSONI; in Giur. it. 1995, I, 406, con nota di JANNARELLI; in Nuova giur. civ. commentata 1995, I, 406, con nota di ZIVIZ, ha escluso la contrarietà a Costituzione dell'interpretazione degli articoli 2043 e 2059 c.c. secondo cui non sono risarcibili iure hereditatis i danni derivanti dalla violazione del diritto alla vita, potendo giustificarsi, sulla base del sistema della responsabilità civile, solo le perdite derivanti dalla violazione del diritto alla salute che si verificano a causa delle lesioni, nel periodo intercorrente tra le stesse e la morte. [9] Cass. sezioni unite n. 26972 del 2008, in Resp. civ. e prev. 2009, 1, 38, con nota di MONATERI; in Riv. it. medicina legale (dal 2012 Riv. it. medicina legale e dir. sanitario) 2009, 2, 451 (s.m.), con nota di BARNI; FIORI; BONA; in Assicurazioni 2008, 4, II, 440 (s.m.), con nota di GUSSONI; ROSSETTI; in . dir. comm. 2009, 4-5-6, II, 43 (s.m.), con nota di SCOTTI. [10] Cass. n. 1361 del 2014, in Foro it. 2014, 3, I, 719 (s.m.), con nota di PALMIERI; PARDOLESI; SIMONE; CASO; MEDICI. Cfr. C.M. BIANCA, La tutela risarcitoria del diritto alla vita: una parola nuova della Cassazione attesa da tempo, in Responsabilità Civile e Previdenza, fasc. 2, 2014, pag. 493. [11] Cass. n.  15760 del 2006, in . giur. circol. e sinistri 2007, 2, 149. [12] Cass. n. 1633 del 2000, in Giust. civ. Mass. 2000, 331; Cass. n. 7632 del 2003, cit; Cass. n. 12253 del 2007, in . giur. circol. e sinistri 2007, 12, 1303. [13] Corte cost. n. 372 del 1994, cit.; Cass. n. 4991 del 1996, cit.; Cass. n. 1704 del 1997, cit.; Cass. n. 2134 del 2000, in Giust. civ. Mass. 2000, 472 ; Cass. n. 517 del 2006, cit.; Cass. n. 6946 del 2007,in Resp. civ. e prev. 2007, 9, 1850 (s.m.), con nota di CHINDEMI; Cass. n. 12253 del 2007, cit. [14] Corte cost. n. 132 del 1985, in Arch. giur. circol. e sinistri 1985, 685, in Vita not. 1985, 709, in Giur. it. 1986, I, 1, 340, in Riv. dir. internaz. 1985, 888; Corte cost. n. 369 del 1996, in it. 1997, I, 2400, con nota di VERDE, in Giur. it. 1997, I, 396; Corte cost. n. 148 del 1999, in . avv. Stato 2000, I, 277, con nota di ARENA, GUIZZI, in  Amm. 2000, 16, in . civ. e prev. 2000, 82, con nota di VERZARO. [15] Ex plurimis Cass. n. 1704 del 1997, cit.; Cass. n. 3592 del 1997, cit.; Cass. n. 491 del 1999, Giust. civ. Mass. 1999, 115; Cass. n. 12253 del 2007, cit.; Cass. n. 6754 del 2011, cit. [16] Cass. n. 1183 del 2007, in di Famiglia e delle Persone (Il) 2010, 2, 547 e in italiana 2007, 12, 2724 (s.m.), con nota di TOMARCHIO, afferma che «non sono risarcibili i c.d. danni punitivi, in quanto la loro funzione sanzionatoria contrasta con i principi fondamentali dell’ordinamento interno, che assegna alla responsabilità civile una funzione ripristinatoria della sfera patrimoniale del soggetto leso». Per Cass. n. 1781 del 2012, in it. 2012, 5, I, 1449 (s.m.), con nota di DE HIPPOLYTIS, «nel vigente ordinamento, il diritto al risarcimento del danno conseguente alla lesione di un diritto soggettivo non è riconosciuto con caratteristiche punitive – restando estranea al sistema l’idea della punizione e della sanzione del responsabile civile ed indifferente la valutazione a tal fine della sua condotta – ma in relazione all’effettivo pregiudizio subito dal titolare del diritto leso, non essendo previsto l’arricchimento, se non sussista una causa giustificatrice dello spostamento patrimoniale da un soggetto all’altro. È quindi incompatibile con l’ordinamento italiano l’istituto dei danni punitivo». Cfr. anche Cass. 7613 del 2015, in Giustizia Civile Massimario 2015, secondo cui «le “astreintes” previste in altri ordinamenti (nella specie in quello belga), dirette ad attuare, con il pagamento di una somma crescente con il protrarsi dell’inadempimento, una pressione per propiziare l’adempimento di obblighi non coercibili in forma specifica, sono compatibili con l’ordine pubblico italiano, rinvenendosene nell’ordinamento statale analoghe previsioni, generali e speciali. […] L’astreinte ha una duplice funzione, coercitiva dell’adempimento e sanzionatoria in caso di inadempimento, ma non punitiva quando si aggiunga alla condanna alla consegna di una determinata res e non alla condanna risarcitoria: così, è applicabile, in Italia, il provvedimento emesso dall’Autorità di altro Stato europeo recante tale misura pecuniaria, crescente con la durata della condotta inadempiente». [17] Cfr. C.M. BIANCA, La tutela risarcitoria del diritto alla vita: una parola nuova della Cassazione attesa da tempo, cit., pag. 493: «la sentenza della Terza Sezione non contesta la massima della irrisarcibilità dei danni-eventi, fatta propria dalle sentenze del 2008, ma reputa che essa debba ammettere delle eccezioni. Un'eccezione «imprescindibile» va ravvisata proprio nel danno da perdita della vita in quanto la morte non comporta la perdita di qualche bene della vittima ma la perdita di tutto ciò che la vita racchiudeva. Non si tratta allora di verificare quali conseguenze siano derivate dal danno-evento della morte in quanto la morte pone fine alla vita della persona escludendo qualsiasi effetto ulteriore in cui la vita avrebbe potuto dispiegarsi. È quindi nella perdita della vita che si consuma il danno sofferto dalla vittima. La sentenza della Terza Sezione è basata su un'argomentazione pienamente convincente. A parere di chi scrive essa trova conferma considerando che un'«eccezione» è stata fatta dalla giurisprudenza con riguardo al danno biologico. È infatti certo che i nostri giudici riconoscono il diritto al risarcimento del danno alla persona per il fatto stesso di avere subito una lesione alla sua integrità psicofisica. La plausibile distinzione che si fa tra salute e vita non toglie che si tratta di beni essenziali della persona e che nessuna valida giustificazione può essere addotta per accordare il risarcimento del danno in presenza del fatto stesso della lesione alla salute e negarlo in presenza del fatto stesso della lesione mortale. E dunque: come il fatto stesso di subire una lesione che causa la perdita della salute dà luogo al diritto di risarcimento del danno, allo stesso modo, coerentemente, deve dar luogo al diritto di risarcimento del danno la lesione che causa la perdita della vita».
    31 luglio 2015
  • Diritto all'oblio, la pronuncia del Tribunale di Roma: motore di ricerca non responsabile della falsità delle notizie indicizzate. Ribadita la centralità dell'elemento temporale. Anche gli avvocati esercitano un "ruolo pubblico"

    Il Tribunale di Roma si è pronunciato, primo tra i tribunali italiani dopo la sentenza della Corte di Giustizia europea nel caso Costeja Gonzales, sul cosiddetto diritto all’oblio e sugli obblighi di de-indicizzazione di risultati di ricerca in capo a Google. Nella Sentenza n. 23771/2015, dopo aver menzionato la richiesta di rimozione di 14 link avanzata dal ricorrente e respinta dal motore di ricerca, e aver richiamato i principi di bilanciamento contenuti sia nella sentenza della Corte europea sia nelle linee guida prodotte dai garanti continentali riuniti nel Gruppo articolo 29, il Tribunale osserva che "le notizie individuate tramite il motore di ricerca risultano, nella specie, piuttosto recenti; invero, il trascorrere del tempo, ai fini della configurazione del diritto all’oblio, si configura quale elemento costitutivo, come risultante anche dalla condivisibile sentenza n. 5525/2012 della Suprema Corte, nella quale questo viene configurato quale diritto a che non vengano ulteriormente divulgate notizie che per il trascorrere del tempo risultino oramai dimenticate o ignote alla generalità dei consociati, presupposto nella specie assolutamente insussistente, risalendo i fatti al non lontano 2013 (o al più al luglio 2012, secondo due dei risultati della ricerca) ed essendo pertanto gli stessi ancora attuali". Ancora, "la medesima appare di sicuro interesse pubblico, riguardando un'importante indagine giudiziaria che ha visto coinvolte numerose persone, seppure in ambito locale-romano, verosimilmente non ancora conclusa, stante la mancata produzione da parte dell’istante di documentazione in tal senso (archiviazioni, sentenze favorevoli...). I dati personali riportati risultano quindi trattati nel pieno rispetto del principio di essenzialità dell'informazione". Importante il profilo relativo alla veridicità di quanto contenuto nelle notizie indicizzate da motore di ricerca: "Né può in questa sede il ricorrente dolersi della falsità delle notizie riportate dai siti visualizzabili per effetto della ricerca a suo nome, non essendo configurabile alcuna responsabilità al riguardo da parte del gestore del motore di ricerca (nella specie Google), il quale opera unicamente quale caching provider ex art. 15 d.lgs. n. 70/2003: in tale prospettiva pertanto il medesimo avrebbe dovuto agire a tutela della propria reputazione e riservatezza direttamente nei confronti dei gestori dei siti terzi sui quali è avvenuta la pubblicazione del singolo articolo di cronaca, qualora la predetta notizia non sia stata riportata fedelmente, ovvero non sia stata rettificata, integrata od aggiornata coi successivi risvolti dell’indagine, magari favorevoli all’odierno istante (il quale peraltro deduce di non aver riportato condanne e produce certificato negativo del casellario giudiziale)". Infine, "risulta che l’odierno ricorrente è avvocato in Svizzera, libero professionista, circostanza che consente di ritenere che questo eserciti un ruolo pubblico proprio per effetto della professione svolta e dell’albo professionale cui è iscritto, laddove tale ruolo pubblico non è attribuibile al solo politico (cfr. linee guida del 26.11.20014) ma anche agli alti funzionari pubblici ed agli uomini d’affari (oltre che agli iscritti in albi professionali). In conclusione, nell’ottica del sopra menzionato bilanciamento, l’interesse pubblico a rinvenire sul web attraverso il motore di ricerca gestito dalla resistente notizie circa il ricorrente deve prevalere sul diritto all’oblio dal medesimo vantato. La domanda deve pertanto essere integralmente respinta".
    Diritto all’oblio, 50 i ricorsi definiti dal Garante privacy su 25mila richieste arrivate a Google
    10 dicembre 2015
  • Diritto all'oblio, un anno dopo: quasi un milione gli Url esaminati da Google. Mentre la de-indicizzazione approda in Senato

    "Il gestore di un motore di ricerca su Internet è responsabile del trattamento da esso effettuato dei dati personali che appaiono su pagine web pubblicate da terzi. Così, nel caso in cui, a seguito di una ricerca effettuata a partire dal nome di una persona, l’elenco di risultati mostra un link verso una pagina web che contiene informazioni sulla persona in questione, questa può rivolgersi direttamente al gestore oppure, qualora questi non dia seguito alla sua domanda, adire le autorità competenti per ottenere, in presenza di determinate condizioni, la soppressione di tale link dall’elenco di risultati". Così il 13 maggio 2014 la Corte di Giustizia dell'Unione Europea sentenziava, nella causa C-131/12, il diritto del cittadino spagnolo Mario Costeja González a veder de-indicizzati dai motori di ricerca alcuni link che rimandavano a due pagine del quotidiano La Vanguardia, datate gennaio e marzo 1998, nelle quali si annunciava una vendita all’asta di immobili organizzata a seguito di un pignoramento effettuato nei suoi confronti. In sostanza González reclamava il diritto a veder rimosse delle informazioni non più attuali e dunque irragionevolmente minacciose per la sua immagine; in tre parole: diritto all'oblio. Ed è questo il "cappello" sotto il quale si è svolto il dibattito in questi dodici mesi (con l'aperto disaccordo di chi, come l'ex Garante Privacy Franco Pizzetti, sottolinea che in realtà "la Corte è intervenuta sul prevalere, a certe condizioni, degli interessi del cittadino su quelli di chi fa business, non sulla permanenza delle informazioni sui siti originari") durante i quali la sentenza della Cgue è stata passata ai raggi X, apprezzata, contestata e, soprattutto, applicata. È il Transparency report di Google a tenere traccia delle richieste di rimozione pervenute a Mountain View tramite il form dedicato dal 29 maggio 2014. Già in luglio erano 90mila, in ottobre salivano a 152.463, per un totale di 510.994 Url esaminati, numeri arrivati rispettivamente a 178.119 e 625.116 meno di due mesi dopo; a un anno dalla sentenza si sfiora il milione di Url totali (920.258) frutto di 253.617 richieste. Una crescita media quotidiana di oltre 2500 indirizzi finiti sotto la lente del motore di ricerca californiano. Costante sembra invece il dato riferito al numero di richieste respinte: 58,4% in ottobre, 58,7% oggi. GoogleDirittoOblio Molto diverso il caso italiano; otto mesi fa meno di una richiesta su quattro risultava accettata, valore che oggi è di poco cresciuto raggiungendo il 27,6%. DirittoOblioGoogleItalia Tra i dieci domini maggiormente interessati dalle rimozioni (e che da soli rappresentano l'8% delle de-indicizzazioni), spiccano siti che permettono di effettuare ricerche su quanto si trova online rispetto ad una persona, tutti piazzati comunque dietro, in questa speciale classifica, Facebook. Rimozioni Domini Ma quali contenuti sono oggetto di richiesta? Qui Google fornisce alcuni esempi anonimi. “Una donna – si legge in un box riferito all’Italia – ci ha chiesto di rimuovere un articolo risalente a decenni fa relativo all’omicidio di suo marito in cui era citato il nome della donna stessa. La pagina è stata rimossa dai risultati di ricerca relativi al suo nome”. Ancora, riferito al nostro Paese, il rifiuto di assecondare la richiesta di una persona che aveva indicato venti link a recenti articoli sul suo arresto per reati finanziari commessi in ambito professionale. In Ungheria "un funzionario pubblico altolocato ci ha chiesto di rimuovere articoli recenti relativi a una condanna penale risalente a decenni fa. Non abbiamo rimosso gli articoli dai risultati di ricerca". In Belgio invece "una persona accusata di un reato grave negli ultimi cinque anni ma la cui condanna è stata annullata in appello ci ha chiesto di rimuovere un articolo in merito al caso. Abbiamo rimosso la pagina dai risultati di ricerca relativi al suo nome". Particolare il caso di un medico inglese che ha richiesto di rimuovere “più di 50 link ad articoli di giornale relativi ad una procedura svolta male. Dai risultati di ricerca relativi al suo nome sono state rimosse tre pagine contenenti informazioni personali sul medico ma in cui non veniva menzionata la procedura. Gli altri link ai rapporti sull’incidente rimangono nei risultati di ricerca”. Intanto sul finire dello scorso anno Microsoft (leggi Bing) e Yahoo iniziavano a loro volta a rimuovere risultati di ricerca e il Working Group Art. 29, che raccoglie tutte le Autorità per la privacy europee, diffondeva le sue Linee guida sull’applicazione della sentenza, indicando 13 criteri tra i quali spiccava quello secondo il quale la de-indicizzazione, per garantire un’effettivo rispetto del quadro disegnato dalla Cgue, non può essere confinata alle divisioni europee dei motori di ricerca. Quello della territorialità è uno dei nodi più intricati nello scenario disegnato dalla pronuncia della Corte di Giustizia, insieme alla eventualità di notificare ai siti d'origine l'avvenuta rimozione (punto sul quale si è assistito a clamorose iniziative come quella di Wikipedia); ma a tenere banco in questi mesi sono state soprattutto le delicate analisi sul bilanciamento dei diversi diritti in gioco nel momento in cui bisogna decidere se tenere online un link o destinarlo alla rimozione, soprattutto quando tale decisione è rimessa al giudizio di un'azienda privata. Proprio a tal proposito Mountain View si è dotata di un comitato consultivo impegnato in incontri in giro per l'Europa con personaggi di alto profilo; il 10 settembre scorso la tappa a Roma. Nel febbraio 2015 il rapporto conclusivo. Da parte loro, le Authorities europee stanno cercando di elaborare criteri comuni sulla scorta del percorso iniziato nel settembre scorso con la costituzione di "una rete di punti di contatto per scambiare rapidamente informazioni, e creare una tool box, una scatola degli attrezzi per garantire un approccio coordinato nella gestione dei ricorsi e reclami presentati da utenti non soddisfatti della risposta fornita dai motori di ricerca". In questo senso, il Garante Privacy italiano, dopo aver esaminato nel dicembre scorso alcune richieste di de-indicizzazione respinte da Google (trovandosi d'accordo con la decisione in sette casi su nove), è recentemente intervenuto ribadendo la necessità di non rimuovere notizie riguardanti fatti recenti e "di rilevante interesse pubblico", perché "il diritto all’oblio deve essere bilanciato con il diritto di cronaca". Contestualmente, veniva richiesta per la prima volta la modifica dello snippet che accompagna i link ai risultati di ricerca. In Senato - Intanto una versione istituzionale del diritto all'oblio si fa largo nel sito Internet del Senato con una procedura che vede l'inibizione ai motori di ricerca di alcuni dati. Pochi giorni fa il Consiglio di Presidenza di Palazzo Madama ha infatti approvato le proposte del Gruppo di lavoro per l'esame delle istanze concernenti dati personali contenuti in atti parlamentari del Senato, presieduto dall'onorevole del Pd Linda Lanzillotta e composto dai Senatori Questori Antonio De Poli, Laura Bottici e Lucio Malan, dai Senatori Segretari Rosa Maria Di Giorgi, Antonio Gentile, Hans Berger, Lucio Barani, Alessia Petraglia e Raffaele Volpi. "Compito del Gruppo - si legge in una nota - è esaminare le istanze presentate dai cittadini che chiedono un diverso trattamento dei dati che li riguardano all'interno, ad esempio, delle interrogazioni parlamentari pubblicate nel sito del Senato. Dopo aver esaminato le singole istanze, il Gruppo di lavoro riferisce al Consiglio di presidenza che adotta la decisione finale. Quest'ultima non può in alcun caso comportare la cancellazione o la modifica di atti parlamentari, ma solo l'adozione di misure informatiche finalizzate alla de-indicizzazione dei documenti nell'ambito dei comuni motori di ricerca. L'obiettivo, in altre parole, è far sì che i motori di ricerca non elenchino, nei risultati delle ricerche compiute dagli utenti, quegli atti parlamentari oggetto delle richieste accolte dal Senato". La pubblicazione nel sito www.senato.it di atti di sindacato ispettivo "potrà essere integrata, su domanda dei cittadini interessati, ove accolta dal Consiglio di presidenza, con la risposta del Governo che dichiara l'infondatezza delle informazioni riportate ovvero con l'aggiunta di altri documenti istituzionali dai quali risulti in maniera inequivoca il vero esito della vicenda oggetto del sindacato ispettivo". Il Consiglio di presidenza ha inoltre deciso" l'ammissibilità delle richieste riguardanti atti delle Commissioni d'inchiesta, finora del tutto escluse dalla procedura del diritto all'oblio: d'ora in poi, le domande dei singoli cittadini verranno accolte, d'intesa con la Camera dei deputati, nei casi in cui siano presenti esigenze di sicurezza della persona". Tuttavia, conformemente a quanto già prevede la normativa della Camera, è stato deciso che "le istanze non potranno essere presentate prima che siano trascorsi almeno tre anni dalla pubblicazione degli atti parlamentari ai quali si riferiscono. Tutte le regole in materia di diritto all'oblio saranno pubblicate nel sito del Senato".
    Il diritto all’oblio su Internet dopo la sentenza Google Spain – Giorgio Resta e Vincenzo Zeno-Zencovich (a cura di) Un anno di diritto all'oblio - Salerno, 15 maggio 2015 Diritto all’oblio: cosa non possiamo chiedere a Google. Considerazioni sull’applicazione della sentenza della Corte di Giustizia La sentenza Google e la questione delle esternalità dei trattamenti di dati personali ‘Hidden From Google’, i link rimossi tornano dall’oblio. Ma un clone europeo non avrebbe vita facile Google e diritto all’oblio, Giuseppe Busia (Garante Privacy): 'Stabilito un principio sulla competenza territoriale'. Il Prof. Gambino: 'Richiesta ai motori di ricerca è tutela estrema e subordinata, ma aspetti positivi per tutela delle fragilità' Uno, nessuno e centomila: tra reputazione online e diritto all’oblio. Montuori (Garante Privacy): 'Importante capire il diritto alla contestualizzazione dell’informazione'
    Il search è mobile. Numeri e dinamiche di una fase di evoluzione
    13 maggio 2015
  • Diritto all'oblio: gli URL esaminati da Google aumentano di 1500 al giorno. Per l'Italia respinte più di tre richieste su quattro

    Dal 12 al 20 ottobre 2014 è aumentato di 12.207 unità il numero di URL finite sotto l'esame di Google a seguito della sentenza con la quale, nel maggio, scorso, la Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha stabilito che gli utenti hanno il diritto di chiedere ai motori di ricerca di rimuovere determinati risultati che li riguardano. I numeri sono quelli del Transparency Report della compagnia di Mountain View, nel quale viene tenuto il conto delle "Richieste di rimozione di risultati di ricerca ai sensi delle leggi europee sulla privacy". Dall'ultimo aggiornamento si evince che in totale sono pervenute 152.463 richieste di rimozione per un totale di 510.994 URL esaminate; escludendo i link per i quali è stata necessaria un'ulteriore indagine di approfondimento, nel 58,4% dei casi la richiesta di rimozione è stata respinta, una percentuale dalla quale di discosta parecchio il dato relativo all'Italia. Dal Belpaese sono infatti arrivate 11.911 richieste per un totale di 40.850 URL, ma solo il 24,2% dei link indicati è risultato rimosso. In linea con la media generale Francia e Germania, mentre la percentuale di rifiuti per gli utenti britannici è del 64,4%. Solo Cipro e Lussemburgo vedono il numero di URL rimossi superare, anche se di pochissimo, il 50% (rispettivamente 50,6% e 50,7%). Trabsparencyreport IMG_0893 Ma quali contenuti sono oggetto di richiesta? Qui Google fornisce alcuni esempi anonimi. "Una donna - si legge in un box riferito all'Italia - ci ha chiesto di rimuovere un articolo risalente a decenni fa relativo all'omicidio di suo marito in cui era citato il nome della donna stessa. La pagina è stata rimossa dai risultati di ricerca relativi al suo nome". Ancora, riferito al nostro Paese, il rifiuto di assecondare la richiesta di una persona che aveva indicato venti link a recenti articoli sul suo arresto per reati finanziari commessi in ambito professionale. Diverso l'esito per la vittima di un crimine "avvenuto decenni fa". Particolare il caso di un medico inglese che ha richiesto di rimuovere "più di 50 link ad articoli di giornale relativi ad una procedura svolta male. Dai risultati di ricerca relativi al suo nome sono state rimosse tre pagine contenenti informazioni personali sul medico ma in cui non veniva menzionata la procedura. Gli altri link ai rapporti sull'incidente rimangono nei risultati di ricerca". In ultimo, l'elenco dei domini dei quali è stato rimosso il maggior numero di URL dai risultati di ricerca: dieci siti che contribuiscono a formare il 6% degli spazi online coinvolti dalle procedure di rimozione. IMG_0894 LEGGI Diritto all’oblio: cosa non possiamo chiedere a Google. Considerazioni sull’applicazione della sentenza della Corte di Giustizia Diritto all’oblio, “che fare se Google dice no”. Autorità europee al lavoro su criteri comuni Diritto all’oblio, Google ascolta gli esperti. E i nodi restano da sciogliere Pizzetti: “Sentenza CGUE non è su diritto all’oblio. Ma pone questioni fondamentali su evoluzione normativa” Data protection e diritto all’oblio, il Commissario Reicherts: “Dibattito distorto da detrattori. Adottare subito nuove è più forti tutele sulla protezione dei dati” "Diritto all'oblio, Google "interrogato" dai Garanti privacy europei. Accolta la metà delle richieste. In attesa di linee guida condivise" Privacy e diritto all’oblio, il gestore di un motore di ricerca online è responsabile del trattamento da esso effettuato dei dati personali che appaiono su pagine web di terzi. Montuori (Garante Privacy): “Consonanza con direzione intrapresa dall’Autorità”. Google: “Decisione deludente, sopresi differisca da Advocate General” "Google e diritto all’oblio, Giuseppe Busia (Garante Privacy): 'Stabilito un principio sulla competenza territoriale'. Il Prof. Gambino: 'Richiesta ai motori di ricerca è tutela estrema e subordinata, ma aspetti positivi per tutela delle fragilità' " "Uno, nessuno e centomila: tra reputazione online e diritto all’oblio. Montuori (Garante Privacy): 'Importante capire il diritto alla contestualizzazione dell’informazione' " 21 ottobre 2014
  • Diritto all’oblio: cosa non possiamo chiedere a Google. Considerazioni sull’applicazione della sentenza della Corte di Giustizia

    di Giuseppe D'Acquisto(Funzionario presso il Garante per la protezione dei dati personali) [*] Introduzione La recente sentenza della Corte di Giustizia Europea sul caso Costeja-Google stabilisce che è trattamento di dati personali quello effettuato da Google con riferimento alla presentazione organica (ranking) dei risultati (link) di una interrogazione (query) avente come chiave di ricerca il nome di un interessato, e che quest’ultimo ha diritto alla cancellazione di uno specifico risultato (de-linking), a meno che non risulti per ragioni particolari, come il ruolo ricoperto da tale persona nella vita pubblica, che l’ingerenza nei suoi diritti fondamentali è giustificata dall’interesse preponderante del pubblico suddetto ad avere accesso, in virtù dell’inclusione summenzionata, all’informazione di cui trattasi (punto 4 del dispositivo). Si tratta di una sentenza per certi versi rivoluzionaria persino per le Autorità europee di protezione dei dati personali, che nel recente passato non si erano spinte sino a considerare come trattamento il ranking dei risultati di una query su un motore di ricerca. La decisione è stata salutata come il riconoscimento del diritto all’oblio, controverso oggetto dell’art. 17 del nuovo Regolamento europeo in materia, e certamente spiazza giuristi e tecnologi, i quali sono costretti ad un profondo ripensamento degli schemi a cui sono stati abituati in passato, soprattutto in merito a quali diritti siano realmente invocabili e a quali soluzioni tecnologiche ne consentano eventualmente l’esercizio. Le argomentazioni che portano il Giudice alla attribuzione della titolarità (secondo il lessico della protezione dei dati personali) del trattamento di ranking in capo a Google e del relativo assoggettamento alla legislazione europea sono riassunte, come è noto, nei punti 41) e 60) della sentenza: 41) …l’articolo 2, lettere b) e d), della direttiva 95/46 deve essere interpretato nel senso che, da un lato, l’attività di un motore di ricerca consistente nel trovare informazioni pubblicate o inserite da terzi su Internet, nell’indicizzarle in modo automatico, nel memorizzarle temporaneamente e, infine, nel metterle a disposizione degli utenti di Internet secondo un determinato ordine di preferenza, deve essere qualificata come «trattamento di dati personali», ai sensi del citato articolo 2, lettera b), qualora tali informazioni contengano dati personali, e che, dall’altro lato, il gestore di detto motore di ricerca deve essere considerato come il «responsabile» del trattamento summenzionato, ai sensi dell’articolo 2, lettera d), di cui sopra. 60) … l’articolo 4, paragrafo 1, lettera a), della direttiva 95/46 deve essere interpretato nel senso che un trattamento di dati personali viene effettuato nel contesto delle attività di uno stabilimento del responsabile di tale trattamento nel territorio di uno Stato membro, ai sensi della disposizione suddetta, qualora il gestore di un motore di ricerca apra in uno Stato membro una succursale o una filiale destinata alla promozione e alla vendita degli spazi pubblicitari proposti da tale motore di ricerca e l’attività della quale si dirige agli abitanti di detto Stato membro. Si è già avuto modo di osservare come la maggior parte dei trattamenti che avvengono oggi su internet non possano facilmente essere ricondotti al classico schema bipolare titolare-interessato, e che la parola chiave per comprendere questo scenario (ormai non così nuovo, invero) sia “esternalità”, ossia l’insieme dei fattori che producono conseguenze su un individuo, rispetto alle quali lo stesso ha limitate o nulle capacità di intervento. Letta alla luce delle diverse esternalità che il trattamento di ranking genera, la sentenza offre spunti per una più chiara individuazione dei soggetti coinvolti nel trattamento stesso, degli interessi in gioco e di come essi siano tra loro alcune volte contrapposti, altre volte persino simbiotici. Cogliere questi interessi è il presupposto per il loro corretto bilanciamento. Sul ruolo di titolare, ai sensi della Direttiva 46/95/CE Se l’obiettivo del trattamento effettuato da Google è la messa in sequenza secondo uno specifico ordine dei link che conducono a contenuti associabili al nome di un interessato, perché si raggiunga quel determinato ordine è necessario il completamento di un insieme di operazioni che coinvolgono almeno altri tre soggetti, oltre al motore di ricerca. In prima istanza, l’autore del contenuto, ossia colui il quale redige il testo contenente il nome dell’interessato o che attribuisce una etichetta (un titolo o un tag) con il nome dell’interessato ad uno specifico file anche non testuale (video, immagine, ecc.); quindi, il publisher, che decide di pubblicare il contenuto, sulla base di autonome scelte editoriali o semplicemente per una libera manifestazione del proprio pensiero (nel caso dei blog, l’autore e il publisher possono coincidere); esiste poi la platea degli utenti, i quali hanno un ruolo attivo nella determinazione del ranking di un risultato: l’algoritmo che fa funzionare Google (Pagerank), infatti, ordina in modo automatico le pagine web disponibili su internet sulla base di un criterio di popolarità (wisdom of the crowd) che porta nelle posizioni più alte del rank le pagine maggiormente citate (ossia, con maggior numero di link “entranti”) da altri siti, in particolare se i siti “citanti” sono a loro volta popolari, ossia letti, citati e consultati da una platea ampia di utenti, secondo un meccanismo ricorsivo a ritroso di notevole complessità computazionale; vi è, in ultimo, il motore di ricerca, che fa funzionare l’algoritmo, modificando continuamente, sulla base di obiettivi tecnico-organizzativi ed economici autodeterminati, i fattori correttivi che intervengono nella generazione del ranking. È di tutta evidenza come in questo trattamento siano in gioco diversi interessi contrapposti: da una parte troviamo gli autori/publisher, il motore di ricerca e la platea degli utenti di internet, i quali hanno interesse alla maggiore visibilità e raggiungibilità di un contenuto, per ragioni anche diverse, quali l’espressione del proprio pensiero (autori/publisher), la remunerazione di un investimento (il motore di ricerca), l’accrescimento della propria conoscenza (gli utenti); dall’altra invece l’interessato, il cui nome può essere utilizzato da chiunque come chiave di ricerca, il quale può non gradire la presenza di uno specifico risultato, da cui non si sente correttamente rappresentato come “persona”, all’interno di un rank. Nel bilanciamento tra questi interessi, che è, lo si ricorda, il principale scopo della sentenza, il Giudice riconosce all’interessato, ad eccezione dei residuali casi che si ricordavano, il diritto di chiedere al motore di ricerca e di ottenere il de-linking di un risultato che lo riguarda e della URL, ovvero dell’indirizzo internet del link, corrispondente. Ma, verrebbe da chiedersi, si è data, con questa opportunità di de-linking offerta all’interessato, piena applicazione al quadro giuridico europeo in materia di protezione dei dati personali? Sono stati realmente contemperati (e ben rappresentati) tutti gli interessi in gioco? Se è vero che la sentenza afferma al punto 73) che Quanto alla legittimazione, ai sensi dell’articolo 7 della direttiva 95/46, di un trattamento come quello oggetto del procedimento principale effettuato dal gestore di un motore di ricerca, esso può ricadere sotto il motivo contemplato dal citato articolo 7, alla lettera f) individuando, tra i vari possibili, nel legittimo interesse del motore di ricerca-titolare il presupposto giuridico al trattamento del dato personale di un interessato, è bene ricordare che il ruolo di titolare configura in capo a Google una serie ben codificata di obblighi, e offre all’interessato un altrettanto ben descritto insieme di tutele e strumenti di controllo, dei quali il de-linking di un risultato appare solo come una sfocata proiezione. Se non è difficile affermare che il de-linking rientra tra i diritti garantiti all’interessato dall’art. 12 della Direttiva (diritto di accesso), e in particolare dalla lettera b), nulla la sentenza dice con riferimento ai requisiti di qualità del dato di cui all’art. 6 della stessa Direttiva, specialmente sull’accuratezza e pertinenza. Il ranking dei risultati, se vale la titolarità del trattamento da parte del motore di ricerca, dovrebbe possedere questi requisiti. Cosa possiamo chiedere a Google? Sull’impossibilità tecnica del requisito di qualità del dato (art. 6 della Direttiva) con interventi unilaterali da parte del motore di ricerca e sulla legittimità dell’interesse “legittimo” In che modo può Google-titolare garantire i requisiti di qualità del dato di cui all’art. 6 della Direttiva? Si è detto come la specifica posizione occupata da un link sia il risultato di una serie di fattori, sotto il controllo di diversi soggetti, quali la popolarità storica (rilevata in passato) dell’autore e del publisher, ossia il numero di visite ricevute nel tempo (misurabili ma non determinabili da Google), l’effettivo interesse per quello specifico contenuto, e per un determinato nome all’interno di quel contenuto, misurabile attraverso il numero di link “entranti” verso quel contenuto (metrica ancora una volta rilevabile ma non determinabile da Google). E si è accennato anche alla wisdom of the crowd (la saggezza della folla), come criterio per l’indicizzazione, che non sempre è sinonimo di accuratezza e pertinenza. Google, per ciò che è dato di sapere, anche a seguito delle recente e accurata indagine svolta dalla Federal Trade Commission in materia di search neutrality indicizza i propri contenuti seguendo un criterio di popolarità e non di accuratezza. Google, secondo la FTC, non avrebbe ad oggi un interesse economico a porre in essere pratiche di indicizzazione contrarie alla wisdom of the crowd, incarnata dall’algoritmo Pagerank. Anche la Corte di Giustizia, a leggere il punto 73) della sentenza, considera come “legittimo” l’interesse di Google a indicizzare i contenuti presenti in internet secondo questo schema di wisdom of the crowd. Vorremmo, se ci è consentito, provare ad argomentare su questo punto cardine della sentenza, così laconicamente motivato al punto 73), suggerendo che tale legittimità, come peraltro afferma l’art. 7 della Direttiva può essere attribuita anche ad un terzo e non solo al titolare, e che forse in questo caso l’interesse a conoscere dei terzi-utenti è l’elemento decisivo. Se, infatti, consideriamo le statistiche, queste ci rappresentano un interesse verso la possibilità di reperire informazione su internet di portata ormai globale: quotidianamente vengono gestiti da Google diversi miliardi di query, da parte di utenti che da ogni parte del mondo interrogano il motore di ricerca per le più varie esigenze. L’interesse economico del titolare non è dunque il solo interesse in gioco. Google agisce, è vero, per remunerare un investimento economico, ma anche per consentire a tutti gli utenti un rapido ed efficace reperimento dell’informazione presente su internet. In questo caso, gli utenti (tutti) e il motore di ricerca si trovano dalla stessa parte ed esprimono in simbiosi un “legittimo” interesse, gli uni a conoscere quanto di più aggiornato è possibile reperire sul web, e Google (per dirla con le parole della sentenza) a “trovare informazioni pubblicate o inserite da terzi su Internet, …indicizzarle in modo automatico, … memorizzarle temporaneamente e, infine, … metterle a disposizione degli utenti di Internet secondo un determinato ordine di preferenza”. Risolta, in tal modo, la questione sulla titolarità e sui presupposti giuridici per il trattamento, quale tipo di qualità possiamo chiedere a Google-titolare su un dato che non domina? Innanzitutto – riteniamo - che quel dato, se indicizzato, sia disponibile per la consultazione, ovvero che sia garantita la corrispondenza tra una URL esistente presso il publisher e un link presente nel rank di risultati. Idealmente, il motore di ricerca dovrebbe restituire una “mappa” il più fedele possibile dell’informazione esistente e pubblicamente disponibile, riducendo al minimo i casi di risultati di query a cui corrispondono URL non più attive (ad esempio, per effetto del cosiddetto caching, ossia della memorizzazione temporanea che il motore di ricerca può effettuare). È una forma di search neutrality, ma non l’unica. Se, infatti, come dice l’FTC, la wisdom of the crowd è il criterio più idoneo per l’indicizzazione, e se l’algoritmo Pagerank la rappresenta correttamente, Google non dovrà alterare la neutralità di questo schema favorendo un publisher anziché un altro sulla base di propri interessi economici. Infine, ogni mancato rispetto della volontà di non indicizzazione espressa dall’autore/publisher, mediante l’uso del protocollo robots.txt o dei metatag no index, o dagli interessati, secondo quanto oggi disposto dalla sentenza, costituisce una riduzione dell’accuratezza del ranking, non rispettosa del dettato dell’art. 6 della Direttiva. Possiamo spingerci oltre e chiedere che il dato raggiungibile dal link presente in un risultato sia anche corretto “semanticamente”, ossia che riporti la “verità” su un fatto? Per le ragioni prima richiamate, altri soggetti (l’autore e il publisher) sono in grado di controllare questo tipo di accuratezza del dato “alla fonte”. Ma, quand’anche il dato venisse aggiornato e contestualizzato, nessuno può garantire che esso sia altrettanto popolare del dato non aggiornato e non-contestualizzato, con il rischio di trovarlo molto in fondo nel ranking, vanificando la tutela per l’interessato. Diverso sarebbe lo scenario in un ambiente di web cosiddetto “semantico”, in cui ogni dato è strutturato in modo tale da segnalare a chi ne usufruisce, e dunque anche al motore di ricerca, di possedere degli attributi (ad esempio “questo dato è accurato”, oppure “questo dato è sostituito da nuova versione reperibile alla URL XYZ”), consentendo un ranking basato sull’accuratezza della fonte, oltreché sulla popolarità. Ma siamo ancora lontani da questo scenario e attribuire proprietà ai dati è una operazione costosa, e non è ancora chiaro nel dibattito sul web semantico chi sarà disponibile a promuovere questa transizione e a sostenere questo costo, e se il solo rispetto dei diritti possa essere sufficiente a dare impulsi al mercato e a stimolare l’adozione di questa tecnologia. È tuttavia indubbio che il motore di ricerca riveste in misura crescente il ruolo di gatekeeper, ossia di guardiano dell’accesso all’informazione, e che se è per Google una esternalità la valutazione di merito che fanno sul contenuto l’autore e il publisher, lo è anche per l’interessato la presenza o la posizione di un risultato nel ranking. Pertanto, parafrasando la celebre frase di Andy Warhol “nel futuro, tutti avranno 15 minuti di celebrità”, potremmo dire che l’auspicio è che “nel futuro, tutti avranno 15 millimetri di buona memoria”. Tanto è infatti lo spazio necessario per ospitare un link, di fianco al ranking, ad uno spazio gestito dall’interessato (ed eventualmente messo a disposizione del motore di ricerca), che consenta all’interessato stesso di poter esprimere la propria voce sulle ricerche che lo riguardano. Sulle technicalities di questa soluzione e sulle difficoltà realizzative (si pensi al caso di omonimie) c’è spazio per un serio dibattito tecnico-giuridico, ma i tempi sono maturi perché il principio del diritto alla buona memoria possa essere enunciato e, per il particolare ruolo svolto da Google, è auspicabile che siano estesi in questa direzione gli effetti dalla sentenza. D’altro canto, da molto tempo, Google offre strumenti per “disambiguare” i risultati di una ricerca, dandone evidenza nella zona sottostante le cosiddette ricerche organiche. Analoga, o simile evidenza potrebbe essere data ai “15 millimetri di buona memoria”. Infine, oltre alla rimozione del link dai risultati di una ricerca, come Google si appresta a fare con il form on-line appositamente predisposto, siamo certi che non sia possibile ipotizzare ulteriori interventi che tengano realmente conto di tutti gli interessi in gioco? Anche qui – crediamo - il coraggio manifestato dal Giudice, e da più parti apprezzato, poteva spingersi oltre per affrontare e dirimere le esternalità che l’applicazione della sentenza determina negli altri soggetti. Rimuovere un contenuto determina, ad esempio, una esternalità nei confronti dell’autore/publisher. Se partiamo dall’assunto che ogni intervento (laddove non sussistano specifici obblighi di legge o insormontabili ostacoli tecnico-realizzativi) volto a mitigare l’effetto di esternalità debba essere favorito e l’interesse di chi lo invoca considerato legittimo, può ad esempio anche essere legittimamente notificato all’autore/publisher l’avvenuto de-linking di un risultato. Questa operazione di notifica, in sé neutra, può essere utile nella fase istruttoria che Google deve svolgere per valutare le condizioni per l’accoglimento di una richiesta di de-linking da parte di un interessato, mitiga l’insorgere di ulteriori esternalità e restituisce simmetria informativa tra le varie parti che hanno determinato, lo si è detto, la posizione di un link nel ranking dei risultati. In aggiunta a questo, tale notifica può essere a beneficio dell’interessato in quanto mette, ad esempio, il publisher nella condizione di porre in essere una de-indicizzazione permanente alla fonte o mediante l’applicazione del protocollo robots.txt, o quella ancora più efficace dei metatag no index. Ma il numero di gatekeeper della società dell’informazione è più elevato del solo Google, che tuttavia ha specificità rilevanti sia per la funzionalità offerta di motore di ricerca, sia per il grado di diffusione del servizio. Può questo modello dei “15 millimetri di buona memoria” qui proposto adattarsi a modelli di business diversi, quali quello di Wikipedia o Facebook? [*] Quanto espresso in questa memoria costituisce opinione dell’autore e non impegna in alcun modo l’Autorità. CONSULTA

    Google Transparency Report: Richieste di rimozione di risultati di ricerca ai sensi delle leggi europee sulla privacy 

    [caption id="attachment_11454" align="aligncenter" width="650"]TransparencyReport Dati al 12 ottobre 2014[/caption]   LEGGI Diritto all’oblio, “che fare se Google dice no”. Autorità europee al lavoro su criteri comuni Diritto all’oblio, Google ascolta gli esperti. E i nodi restano da sciogliere Pizzetti: “Sentenza CGUE non è su diritto all’oblio. Ma pone questioni fondamentali su evoluzione normativa” Data protection e diritto all’oblio, il Commissario Reicherts: “Dibattito distorto da detrattori. Adottare subito nuove è più forti tutele sulla protezione dei dati” "Diritto all'oblio, Google "interrogato" dai Garanti privacy europei. Accolta la metà delle richieste. In attesa di linee guida condivise" Privacy e diritto all’oblio, il gestore di un motore di ricerca online è responsabile del trattamento da esso effettuato dei dati personali che appaiono su pagine web di terzi. Montuori (Garante Privacy): “Consonanza con direzione intrapresa dall’Autorità”. Google: “Decisione deludente, sopresi differisca da Advocate General” "Google e diritto all’oblio, Giuseppe Busia (Garante Privacy): 'Stabilito un principio sulla competenza territoriale'. Il Prof. Gambino: 'Richiesta ai motori di ricerca è tutela estrema e subordinata, ma aspetti positivi per tutela delle fragilità' " "Uno, nessuno e centomila: tra reputazione online e diritto all’oblio. Montuori (Garante Privacy): 'Importante capire il diritto alla contestualizzazione dell’informazione' " 13 ottobre 2014
  • Divieto sperimentazione su embrioni, il Prof. Contaldi: "Dalla Corte di Strasburgo parole chiare. Prevedibile stessa posizione dalla Consulta"

    "Dispiace sinceramente per le dolorose vicende umane dalle quali è scaturito il caso giudiziario, ma al contempo non si può nascondere la sensazione che questo procedimento sia stato utilizzato come tentativo di scardinare l'ordinamento italiano sulla questione". Così il Professor Gianluca Contaldi, Ordinario di Diritto Internazionale presso l'Università di Macerata e docente presso l'Università Europea di Roma, commenta la sentenza con la quale la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha ritenuto che il divieto di utilizzare gli embrioni per la ricerca scientifica, contenuto nella legge 40/2004, non viola i diritti umani. "Una sentenza con la quale mi trovo perfettamente d'accordo sotto tutti i punti di vista, anche considerando che la posizione dell'Italia - spiega il Prof. Contaldi - non è per nulla isolata. Sono diversi gli ordinamenti che prevedono simili divieti e la stessa Germania, Paese di innegabile tradizione liberale, impone fortissime restrizioni a certi tipi di sperimentazione. Ancora, la Corte di Giustizia dell'Unione Europea, nella Sentenza Brüstle del 2011, ha escluso la brevettabilità di invenzioni che implicano la distruzione degli embrioni; una decisione che si pone sulla scia di un movimento internazionale che propende in maniera sempre più evidente verso la tutela degli stessi embrioni, e non il contrario. Va poi tenuto in conto che non si può pretendere che in un territorio estremamente sensibile, connotato da profonde convinzioni etiche oltre che religiose, sia una corte internazionale a prendere una posizione estremamente radicale". "Più nel merito della vicenda - prosegue Contaldi - è stato riconosciuto che non essendoci un nucleo familiare non era pertinente la violazione del diritto alla vita familiare, che non lo era neanche quello alla vita privata in quanto lo Stato gode di un ampio margine di apprezzamento nell'imporre certe restrizioni e che, infine, non è possibile leggere la questione con le lenti del diritto alla proprietà privata; in caso contrario saremmo di fronte ad una equiparazione dell'embrione ad un bene patrimoniale". Intanto la Corte Costituzionale italiana è chiamata a pronunciarsi a breve su un caso simile: "Mi aspetto che anche la Consulta si pronunci per la compatibilità del divieto di sperimentazione con la Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo. Tra i due casi c'è una differenza, e cioè in quello in attesa di giudizio entrambi i genitori sono d'accordo alla donazione. Ma è una differenza irrilevante, perché nella sentenza di Strasburgo la mancata certezza che il compagno defunto della Parrillo potesse essere d'accordo con la donazione è un di più, non è il cuore centrale della decisione, che resta la mancanza di accordo comunitario sulla questione e la conseguente libertà di manovra degli Stati membri". 31 agosto 2015
  • eBook, Francia e Lussemburgo non possono applicare aliquota IVA ridotta, contrariamente a quanto vale per libri su carta. Gli editori: "Il valore di un libro non dipende dal suo formato"

    La Francia e il Lussemburgo non possono applicare un’aliquota IVA ridotta alla fornitura di libri elettronici, contrariamente a quanto vale per i libri su carta. A stabilirlo sono due odierne sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea. Nel due Paesi la fornitura di libri elettronici è soggetta ad aliquota IVA ridotta; in particolare, dal 1 gennaio 2012, Francia e Lussemburgo applicano alla fornitura di libri elettronici, rispettivamente, un’aliquota del 5,5% e del 3%. "I libri elettronici o digitali oggetto della presente causa - spiega la Corte - comprendono i libri ottenuti a titolo oneroso, mediante scaricamento o trasmissione continua (streaming) a partire da un sito web, nonché i libri elettronici che possono essere consultati su computer, smartphone, eBook reader o qualsiasi altro sistema di lettura". La vicenda prende avvio con la richiesta rivolta alla CGUE dalla Commissione di dichiarare che Francia e Lussemburgo, avendo applicato un’aliquota IVA ridotta alla fornitura di libri elettronici, sono venuti meno agli obblighi ad essi incombenti in forza della "direttiva IVA" 2006/112/CE del Consiglio, del 28 novembre 2006, relativa al sistema comune d’imposta sul valore aggiunto (GU L 347, pag. 1). [caption id="attachment_14908" align="alignright" width="300"]via Segnideitempi.org via Segnideitempi.org[/caption] Nelle odierne sentenze, la Corte accoglie i ricorsi per inadempimento della Commissione. La Corte rileva innanzitutto che un’aliquota IVA ridotta può essere applicata unicamente alle cessioni di beni e alle prestazioni di servizi di cui all’allegato III della direttiva IVA. Detto allegato menziona, in particolare, la "fornitura di libri su qualsiasi tipo di supporto fisico". La Corte ne trae la conclusione che l’aliquota IVA ridotta è applicabile all’operazione consistente nel fornire un libro che si trovi su un supporto fisico. Se è vero che il libro elettronico necessita, per poter essere letto, di un supporto fisico (quale un computer), un simile supporto non è tuttavia fornito con il libro elettronico, cosicché l’allegato III non include nel suo ambito di applicazione la fornitura di tali libri. Inoltre, la Corte constata che la direttiva IVA esclude ogni possibilità di applicare un’aliquota IVA ridotta ai "servizi forniti per via elettronica". Secondo la Corte, la fornitura di libri elettronici costituisce un servizio di questo tipo. La Corte respinge l’argomento secondo cui la fornitura di libri elettronici costituirebbe una cessione di beni (e non un servizio). Infatti, solo il supporto fisico che consente la lettura dei libri elettronici può essere qualificato come "bene materiale", ma un siffatto supporto non è presente nella fornitura dei libri elettronici. La Commissione addebita altresì al Lussemburgo di applicare un’aliquota IVA super ridotta al 3%, mentre la direttiva IVA vieta, in via di principio, le aliquote IVA inferiori al 5%. La Corte ricorda che, secondo la direttiva IVA, "uno Stato membro può applicare aliquote IVA ridotte inferiori al 5%, fra l’altro, a condizione che le aliquote ridotte siano conformi alla legislazione dell’Unione". Dato che la Corte ha poco prima concluso che l’applicazione di un’aliquota IVA ridotta alla fornitura di libri elettronici non è conforme alla direttiva IVA, la condizione di conformità alla legislazione dell’Unione non è soddisfatta, cosicché il Lussemburgo non può applicare un’aliquota IVA super ridotta al 3% alla fornitura di libri elettronici. "Le sentenze odierne - precisa la Corte - non ostano a che gli Stati membri istituiscano un’aliquota IVA ridotta per i libri su supporto fisico, come in particolare i libri cartacei". Un libro è un libro - Sul tema in Francia rimbalza da poche ore, sotto l'hashtag #thatisnotabook, la campagna lanciata dal Syndicat national de l'édition, l’Associazione degli editori d'oltralpe. Iniziativa del tutto simile a quella della Associazione italiana Editori (Aie) #unlibroèunlibro, mobilitazione che aveva portato all'inserimento nella Legge di stabilità varata nel dicembre scorso l'abbassamento dell'IVA per gli eBook al 4%. E proprio l'Aie sottoscrive la lettera aperta che i rappresentanti degli editori hanno inviato al presidente della Commissione Junker, al presidente del Parlamento europeo Schultz e al presidente del Consiglio europeo Tusk, nella quale si legge: “Siamo fermamente convinti che il valore di un libro non dipenda dal suo formato o dal modo in cui i lettori vi accedano. Per questo sollecitiamo la UE ad agire rapidamente per modificare la legislazione in materia, per consentirne l’adeguamento al progresso tecnologico e per rimuovere un serio ostacolo allo sviluppo del mercato eBook. Un’iniziativa della Commissione in questa direzione si inserirebbe nel suo programma di lavoro in cui si afferma che le barriere al digitale sono barriere all’occupazione, alla crescita e al progresso". 5 marzo 2015
  • France Télécom, non fu aiuto di Stato: il Tribunale Ue annulla la decisione della Commissione

    Il prestito di azionista proposto alla France Télécom da parte delle autorità francesi quando l’operatore si trovava in una crisi rilevante non può essere qualificato come aiuto di Stato. Così il Tribunale dell'Unione Europea in una sentenza che annulla quanto stabilito dalla Commissione nel 2004, in quanto essa non avrebbe "correttamente applicato il criterio dell’investitore privato avveduto". La France Télécom SA, oggi denominata Orange, è stata costituita nel 1991 come persona giuridica di diritto pubblico e dispone, dal 1996, dello status di una società per azioni della quale lo Stato francese nel 2002 era l’azionista maggioritario. Al 30 giugno 2002, il debito netto della France Télécom aveva raggiunto i 69,69 miliardi di euro, dei quali 48,9 di indebitamento obbligazionario che sarebbe giunto a scadenza nel corso degli anni dal 2003 al 2005. Alla luce della situazione finanziaria della France Télécom, il Ministro francese dell’Economia, delle Finanze e dell’Industria dichiarò, durante un’intervista pubblicata il 12 luglio 2002 nel giornale Les Échos, che "lo Stato azionista si comporterà da investitore avveduto e se la France Télécom dovesse trovarsi in difficoltà, adotteremo le disposizioni adeguate. Ripeto che se la France Télécom avesse problemi di finanziamento, il che non è il caso attualmente, lo Stato adotterebbe le decisioni necessarie affinché tali problemi siano superati". Tale dichiarazione fu stata seguita, il 13 settembre e il 2 ottobre 2002, da altre dichiarazioni pubbliche dirette essenzialmente a garantire alla compagnia il sostegno delle autorità francesi. Il 4 dicembre 2002, lo Stato francese pubblicò così l’annuncio di un progetto di prestito di azionista a vantaggio dell’impresa. Tale progetto consisteva nell’apertura di una linea di credito di 9 miliardi di euro sotto forma di un contratto di prestito, la cui offerta è stata inviata alla France Télécom il 20 dicembre 2002. Tuttavia, l’offerta di contratto non fu stata accettata, né eseguita. Con decisione del 2 agosto 2004, la Commissione aveva concluso che tale prestito, nel contesto delle dichiarazioni fatte a partire dal luglio 2002, costituiva un aiuto di Stato incompatibile con il diritto dell’Unione. Il governo francese, la France Télécom e altri interessati avevano quindi chiesto al Tribunale dell’Unione di annullare la decisione della Commissione. Nella sua sentenza del 21 maggio 2010, il Tribunale aveva da parte sua annullato la decisione della Commissione, in quanto le dichiarazioni delle autorità francesi non potevano essere qualificate come aiuti di Stato poiché esse non avevano effettivamente impegnato risorse statali, nonostante il vantaggio finanziario così conferito alla France Télécom. Nei confronti di tale sentenza furono presentati presentati ricorsi di impugnazione dinanzi alla Corte di giustizia. Con sentenza del 19 marzo 2013, la Corte censurò la sentenza del Tribunale, considerando che, sebbene non fosse stato eseguito, il prestito promesso alla France Télécom aveva conferito a quest’ultima un vantaggio concesso mediante risorse statali, in quanto il bilancio statale era potenzialmente gravato. Dopo essersi pronunciata definitivamente sugli argomenti trattati dal Tribunale, la Corte rinviò la causa allo stesso affinché statuisse sugli argomenti dello Stato francese e della France Télécom sui quali non si era pronunciato nella sua prima sentenza. Con la sua recente sentenza, invece, il Tribunale considera, alla luce degli argomenti che non aveva trattato nell’ambito della prima sentenza, che la Commissione ha erroneamente qualificato come aiuto di Stato l’offerta di prestito proposta alla France Télécom e ne annulla quindi la decisione. Il governo francese e la France Télécom hanno sostenuto che la Commissione, nella sua analisi dell’esistenza di un aiuto di Stato, non ha correttamente applicato, né valutato, il criterio cosiddetto dell’"investitore privato avveduto". Essenzialmente, tale criterio mira a determinare se un investitore privato avveduto, posto nella stessa situazione dello Stato francese, avrebbe fatto dichiarazioni di sostegno in favore della France Télécom e le avrebbe concesso un prestito di azionista assumendo solo su se stesso un rischio finanziario molto rilevante. Tale criterio è necessario per determinare l’esistenza di un aiuto di Stato: infatti, i capitali messi a disposizione dell’impresa da parte dello Stato in circostanze che corrispondono alle condizioni normali del mercato non possono essere qualificati come aiuti di Stato. A tal riguardo, il Tribunale, come si legge in una nota della Corte del Lussemburgo, ricorda che "l’annuncio del 4 dicembre 2002 e l’offerta di prestito di azionista, considerate congiuntamente, sono stati qualificati dalla Commissione come aiuti di Stato, il che comporta che il criterio dell’investitore privato avveduto deve essere applicato a tali due misure e solo a esse. Orbene, il Tribunale constata che, per considerare l’offerta di prestito di azionista come un aiuto di Stato, la Commissione ha essenzialmente applicato il criterio dell’investitore privato alle dichiarazioni fatte a partire dal luglio 2002. Una siffatta applicazione del criterio è tanto più erronea, in quanto la Commissione non disponeva di elementi sufficienti per determinare se le dichiarazioni fatte a partire dal luglio 2002 fossero, di per sé, idonee a impegnare risorse statali e, pertanto, a costituire un aiuto di Stato". Peraltro, il Tribunale ricorda che la Commissione "era tenuta ad analizzare il criterio dell’investitore privato avveduto ponendosi nel contesto dell’epoca in cui le misure (annuncio del 4 dicembre 2002 e offerta di prestito di azionista) erano state adottate dallo Stato francese, vale a dire il dicembre 2002. Il Tribunale rileva che la Commissione si è posta, in realtà, nel contesto della situazione precedente al mese di luglio 2002. Pur riconoscendo che è possibile fare riferimento a eventi e a elementi obiettivi rilevanti del passato, il Tribunale non ammette che tali eventi ed elementi del passato costituiscano in modo determinante, di per se stessi, il contesto di riferimento pertinente ai fini dell’applicazione del criterio dell’investitore privato avveduto". Per quanto riguarda, segnatamente, la dichiarazione del 12 luglio 2002 (ben precedente all’annuncio del 4 dicembre 2002), il Tribunale sottolinea che "la Commissione non è riuscita a provare il carattere concreto, serio, preciso e incondizionato dell’intento delle autorità francesi, in modo tale da far sorgere un’obbligazione giuridica a carico di queste ultime". In risposta all’argomento della Commissione secondo il quale l’offerta di prestito di azionista costituisce solo la concretizzazione delle precedenti dichiarazioni dello Stato francese di modo che il comportamento di quest’ultimo non ha rispettato il criterio dell’investitore privato avveduto, il Tribunale sottolinea che "le dichiarazioni fatte a partire dal luglio 2002 non comportavano, di per sé, l’anticipazione di un sostegno finanziario specifico come quello che si è infine concretizzato nel mese di dicembre 2002. Infatti, tali dichiarazioni avevano un carattere aperto, impreciso e condizionato quanto riguarda la natura, la portata e le condizioni di un eventuale futuro intervento dello Stato francese". Contro la decisione del Tribunale, entro due mesi a decorrere dalla data della sua notifica, può essere proposta un'impugnazione, limitata alle questioni di diritto, dinanzi alla Corte. 6 luglio 2015
  • Google car e WiFi, nessun riesame per la sentenza sulla violazione delle leggi anti-intercettazione

    Google non può sottrarsi dall'affrontare le conseguenze dell'aver violato le normative che regolano le intercettazioni sul territorio statunitense. È il senso della decisione con la quale la Corte d'Appello di San Francisco ha respinto la richiesta di riesame presentata da BigG nell'ambito del caso giudiziario relativo alle intercettazioni di reti WiFi operate attraverso le GoogleCar impegnate ad incamerare dati per il servizio di Street View. La Corte ha così ribadito una sentenza con la quale il giudice distrettuale James Ware, nel settembre scorso, aveva escluso la possibilità che le norme del Wiretap Act, la legge statunitense che regola le intercettazioni, non fossero applicabili al servizio di mappatura di Google. La contesa legale era iniziata nell'aprile del 2011, quando un gruppo di netizen aveva proposto una class action con l'obiettivo di fare luce sull'intercettazione e incameramento non autorizzato di dati da parte delle GoogleCar durante i loro tour di mappatura in giro per gli USA. Il giudice Ware veniva dunque chiamato a stabilire se le comunicazioni che hanno luogo su reti WiFi non protette fossero da ricomprendere nella stessa categoria delle frequenza radio AM-FM o no; se fosse stato così, avrebbe avuto ragione la difesa di Google nel considerarle liberamente intercettabili, in caso contrario, sarebbero entrate in scena le norme del Wiretap Act. Nel luglio 2011 la decisione del giudice Ware: le reti WiFi non possono essere paragonate ai segnali radio AM/FM. Dunque Google era esposta alle sanzioni previste dalla legge sopra citata; punto di vista, come detto, confermato nella sentenza del settembre 2013. Nel frattempo, nel marzo 2013, Google aveva ammesso le sue colpe e patteggiato una multa da 7 milioni di dollari. Nel dibattito era intervenuta anche la Federal Communications Commission, la quale nell'aprile 2012 aveva aveva affermato che BigG non era colpevole di violazione della privacy ma che, tuttavia, avrebbe ostacolato le indagini, proponendo una multa di 25mila dollari. Poche settimane dopo la stessa FCC aveva stabilito che un ingegnere di Google sapesse già dal 2008 delle dinamiche innescate da Street View, ma che comunque il caso era da considerarsi chiuso. "L'azienda dovrà ora dimostrare ad una giuria - ha affermato Elizabeth Cabraser, legale dei querelanti, dopo l'ultima decisione della corte californiana  - che chiunque si fosse trovato a passeggiare o a guidare lungo la strada battuta dalle Google car potrebbe essere stato intercettato, come è successo". NEL MONDO - Dal momento della rivelazione in merito alle intercettazioni, arrivate da parte dell'azienda nel maggio 2010, le iniziative legali e normative in giro per il mondo si sono moltiplicate. Nel marzo 2011 la francese Commission Nationale de l'Informatique et des Libertés (CNIL), organo transalpino di tutela della privacy, emetteva la multa più salata della sua storia, 100mila euro. Google, affermava il CNIL, avrebbe infatti ottenuto i dati per sbaglio ma non ne avrebbe disdegnato l'uso, ottenendone così un vantaggio economico. All’inizio di agosto 2012 il garante della privacy francese intimava a Google di non cancellare i dati intercettati. Nei mesi successivi arrivavano diverse “tirate d'orecchi” dal garante francese a BigG. GoogleStreetViewCar_Subaru_Impreza_at_Google_CampusIn agosto arrivava invece dal Belgio una proposta di accordo stragiudiziale per Google: le GCars intercettando le reti WiFi aperte avrebbero sì commesso una violazione della privacy ma le autorità belga avrebbero rinunciato alle vie legali se BigG avesse pagato 150mila euro di multa. A novembre le buone notizie per Mountain View arrivavano da Amburgo, dove una contesa giudiziaria veniva archiviata. Sempre da Amburgo, tuttavia, era l'agenzia per la protezione dei dati sensibili, nell'aprile 2013, a comminare a BigG una (irrisoria per il colosso) multa di 145mila euro. Nel giugno 2013 una corte britannica ordinava a Google di distruggere tutti i dati intercettati per errore, come già ordinato un anno prima dalle autorità australiane. Per quanto riguarda l'Italia, nell'ottobre del 2010 la Procura di Roma ha aperto un'inchiesta su Google Street View nell'ambito quale si muoveva un'accusa contro ignoti per interferenza illecita nella vita privata. Poche settimane dopo, il Garante della privacy obbligava la compagnia a fornire dettagliate indicazioni ai cittadini riguardo i percorsi delle GoogleCar, così da permettere loro di sottrarsi alla cattura di immagini del servizio di mappatura stradale. Nello specifico, si imponeva alla società di pubblicare sul proprio sito gli itinerari delle Gcars tre giorni prima che le stesse siano in strada e che lo siano in maniera riconoscibile. Si trattava del primo provvedimento del genere in Europa, presto emulato da Paesi come la Svizzera, dove nell'aprile 2011 il Tribunale amministrativo federale (TAF) faceva sapere che, come già accaduto in Germania, lo Street View di Google sarebbe stato lecito solo dopo aver avuto garanzie sul fatto che le obiezioni dei cittadini sarebbero state prese in considerazione. In particolare, dati come targhe e volti devono essere rimossi immediatamente, oltre a qualsiasi altro elemento che permetta la riconoscibilità dei soggetti; a questi ultimi deve anche essere messo a disposizione un “contatto d’emergenza” per le segnalazioni a BigG, che annunciava un ricorso nei confronti del pacchetto di imposizioni. Nel giugno 2012 il tribunale federale svizzero ammorbidiva l'interpretazione della norma accogliendo la tesi di BigG sull'impossibile infallibilità del servizio e stabiliva un margine d'errore dell'1%, tranne che nei pressi di luoghi sensibili come scuole e ospedali. Intanto in Germania gli operatori delle telecomunicazioni avevano messo a punto un progetto comune per permettere agli utenti di richiedere con facilità l'oscuramento di propri dati sensibili dalle mappe. Da poche settimane si è fatto invece sempre più stretto il pressing delle autorità brasiliane sulle attività delle auto targate Mountain View. Di sicuro le Google car hanno creato le più disparate casistiche anche al di là delle contese in merito alle intercettazioni delle reti WiFi. Come in Israele, dove il governo ha creato alla fine di febbraio 2011 una task force con l'obiettivo di analizzare quali ripercussioni sulla sicurezza nazionale possa avere Street View. Non solo privacy dunque, ma la reale possibilità che il servizio possa essere utilizzato da attentatori, a detta del governo di Tel Aviv. Nell'agosto 2011 arrivava il via libera all'attività del servizio di mappatura di BigG, anche se vincolato, come negli esempi europei sopra menzionati, a certe condizioni che vanno dalla divulgazione anticipata dei percorsi che faranno le GoogleCar fino alla messa a disposizione dei cittadini di strumenti che permettano loro di offuscare targhe e dati personali prima della messa online. Più ostico l'inconveniente indiano: a metà giugno 2011 arrivavaa Google dal commissariato di Bangalore una lettera che imponeva lo stop alle GoogleCar. A detta delle autorità indiane, gli uomini di Mountain View avrebbero violato non meglio specificati punti della legge che regolamenta le riprese sul territorio nazionale da parte di società straniere. Foto: Wikimedia.org 30 dicembre 2013