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  • Amazon e la guerra delle tasse: la Corte Suprema non interviene, la palla al Congresso

    Il massimo organo giudiziario statunitense ha respinto l'istanza di ricorso presentata dall'azienda guidata da Jeff Bezos in merito alle imposizioni fiscali introdotte nel 2008 dallo nello Stato di New York In attesa di far decollare i primi droni per le consegne Amazon continuerà a veder volare via denaro verso le casse dello Stato di New York. La Corte Suprema americana si è infatti rifiutata di esaminare il ricorso presentato dalla company guidata da Jeff Bezos in merito alle tasse imposte ai rivenditori online nel territorio neworkese; l'obiezione dell'azienda fa sostanzialmente leva sulla mancata presenza fisica in quello stato, circostanza dalla quale deriverebbe l'impossibilità di dovervi pagare le imposte in quanto dinamica considerata contraria alla Costituzione. La stessa Corte Suprema americana nel 1992 aveva stabilito la liceità della riscossione delle tasse per le vendite che avvenivano a distanza ma solo nei confronti dei retailer con che avevano una sede fisica nello stato che reclamava le imposte. Punto di vista opposto per il legislatore di New York, che nel 2008 aveva accolto le rimostranze dei rivenditori tradizionali che lamentavano i vantaggi dei quali godevano i concorrenti online. L'imposta, soprannominata "Amazon Tax", è stata successivamente adottata in altri 16 stati americani che puntano ad invertire un trend che, stando ai dati del National Council of State Legislature, causa loro perdite per 23,3 miliardi di dollari l'anno. In ottobre anche la Suprema Corte dell'Illinois aveva sentenziato contro questa imposizione fiscale; lunedì invece la Corte Suprema federale ha respinto le richieste di audizione presentate da Amazon e Overstock, di fatto incaricando il Congresso dell'onere di dirimere la contesa.  Di sicuro questa decisione darà un argomento in più a chi nel resto degli stati americani spinge per questo tipo di iniziative fiscali. Foto in home: Westernjournalism.com 3 dicembre 2013
  • Assoluzione definitiva nel caso Google-Vividown per il motore di ricerca, breve commento alla sentenza

    di Michele Castello I giudici hanno effettuato una ricostruzione dettagliata del quadro normativo interno di riferimento, analizzando gli articoli di interesse non solo del Codice Privacy (d.lgs. 196/2003) ma anche del d.lgs. 70/2003 relativo alle disposizioni sul commercio elettronico enucleando i seguenti concetti fondamentali:
    • non sussiste, in capo ad un Internet Service Provider, anche qualora lo stesso sia qualificabile come hosting provider, un obbligo di sorveglianza dei dati immessi da terzi sul sito da lui gestito; né sussiste in capo allo stesso alcun obbligo sanzionato penalmente di informare il soggetto che ha immesso i dati (uploader) dell'esistenza e della necessità di fare applicazione delle norme contenute nel Codice della Privacy;
    • è necessario specificare i limiti di interazione tra i concetti di “trattamento” e di “titolare del trattamento”: mentre il primo è un concetto ampio, comprensivo di ogni operazione che abbia ad oggetto dati personali indipendentemente dai mezzi e dalle tecniche utilizzati, il concetto di "titolare" è, invece, assai più specifico, perché si incentra sull'esistenza di un potere decisionale in ordine alle finalità, alle modalità del trattamento di dati personali e agli strumenti utilizzati;
    • pertanto, Google è pienamente definibile come Internet Hosting Provider e, come affermato anche nella Sentenza della Corte di Giustizia europea nella causa /12, tale soggetto è riconducibile alla categoria dei titolari del trattamento di dati solo laddove incida direttamente sulla struttura degli indici di ricerca, ad esempio favorendo o rendendo più difficile il reperimento di un determinato sito;
    • nel caso di specie, quindi, il titolare del trattamento dei dati caricati sul sito Google Video è l’utente (uploader) che li ha caricati, in quanto l'essere titolare del trattamento deriva dal fatto concreto che un soggetto abbia scelto di trattare dati personali per propri fini; con la conseguenza che la persona che può essere chiamata a rispondere delle violazioni delle norme sulla protezione dei dati è il titolare del trattamento e non, invece, il mero hosting provider;
    Con il deposito odierno, quindi, i giudici della terza sezione penale della Corte di Cassazione hanno reso noti i motivi della conferma della sentenza della Corte di Appello di Milano che il 21 dicembre 2012 aveva assolto i tre manager di Google Italy dall’accusa di trattamento illecito di dati, punita dall’art. 167 Codice Privacy. Queste in sintesi le motivazioni dell’assoluzione dei tre (ex) manager di Google Italy, accusati di essere penalmente responsabili per aver violato la privacy di un minorenne disabile maltrattato in un video caricato sul servizio di hosting Google Video nell’estate del 2006. Tali conclusioni, secondo la Cassazione non sono obiettabili alla luce del dato, posto a fondamento di uno dei motivi di ricorso del PG, che l'art. 1, comma 2, lettera b) del d.lgs. n. 70 del 2003 prevede espressamente che non rientrano nel campo di applicazione della normativa sul commercio elettronico le questioni relative al diritto alla riservatezza, con riguardo al trattamento dei dati personali nel settore delle telecomunicazioni. Invero, secondo la Suprema Corte, tale clausola ha la sola funzione di chiarire che la tutela dei dati personali è disciplinata da un corpus normativo diverso da quello sul commercio elettronico; corpus normativo che rimane applicabile in ambito telematico anche in seguito all'emanazione della normativa sul commercio elettronico. Infine, ritenendo tali argomentazioni sufficienti per la conferma dell’assoluzione disposta con la sentenza impugnata, i giudici di legittimità lasciano poco spazio alle considerazioni in merito all’elemento soggettivo del reato, limitandosi ad evidenziare come il dolo del reato di cui all’art. 167 Codice Privacy non sia ravvisabile laddove, come nel caso di specie, oltre ad esservi la mancanza di un obbligo generale di sorveglianza, non sia individuabile la conoscenza, in capo al provider Google, deldato sensibile contenuto nel video caricato dagli utenti. 5 febbraio 2014
  • Azione revocatoria e presenza di ipoteche sull’immobile trasferito: sussiste il pregiudizio per il creditore chirografario?

    Cass. civile III sezione, n. 16793, del 13 agosto 2015 di Monica La Pietra Con la pronuncia n. 16793 del 13 agosto 2015, la Terza Sezione della Cassazione afferma che la presenza di ipoteche sull’immobile trasferito non esclude di per sé il requisito del pregiudizio per il creditore chirografario e l’interesse di questi a proporre l’azione revocatoria. La Suprema Corte innanzitutto ribadisce che, come la giurisprudenza di legittimità ha più volte affermato [1], l’esenzione da revocatoria dell’atto di adempimento di un debito scaduto ex art. 2901 terzo comma c.c.:
    • trova ragione nella natura di atto dovuto della prestazione del debitore in mora e, di conseguenza, nell’assenza della consapevolezza e volontarietà dell’atto di disposizione patrimoniale, richiesta in linea generale quale elemento soggettivo o psicologico della revoca;
    • non è impedita dalla disparità di trattamento che l’atto può determinare, atteso che l’azione revocatoria ordinaria, a differenza di quella fallimentare, non si pone l’obiettivo di tutelare la par condicio creditorum;
    • sebbene normativamente prevista soltanto per l’atto di adempimento in sé, va estesa anche all’ipotesi di alienazione di un bene eseguita per reperire la provvista necessaria a soddisfare i creditori, a condizione che tale alienazione rappresenti il solo mezzo per tacitare questi ultimi e si ponga in rapporto di strumentalità necessaria con l’atto di adempimento;
    • opera, ferma restando anche in questo caso la necessità di un rapporto strumentale, anche quando la somma realizzata con l’atto di alienazione sia maggiore di quella impiegata nel pagamento dei debiti. In questo caso la revoca potrà eventualmente colpire solo gli atti con i quali il debitore abbia disposto della somma residua.
      Ciò premesso, la Corte esamina il motivo di ricorso avente ad oggetto la violazione dell’art. 2901 c.c. per l’esistenza di iscrizioni ipotecarie sul compendio immobiliare oggetto del giudizio, che secondo i ricorrenti avrebbero comunque impedito al creditore chirografario attore, in caso di esecuzione sul bene, di rivalersi sul ricavato della vendita e soddisfare le proprie ragioni creditorie. Sul punto la Suprema Corte afferma che la presenza di ipoteche al momento della vendita non esclude di per sé il requisito del pregiudizio per il creditore chirografario e, quindi, la revocabilità dell’atto di trasferimento. Ciò in quanto «l’azione revocatoria opera a tutela dell’effettività della responsabilità patrimoniale del debitore ex art. 2740 cc, ma non produce, per ciò solo, effetti recuperatori o restitutori del bene dismesso al patrimonio del medesimo, sì che se ne debba necessariamente esigere la libertà e capienza». L’inefficacia dell’atto di disposizione, derivante dal vittorioso esperimento dell’azione, comporta infatti esclusivamente l’assoggettamento del bene al diritto del creditore revocante di promuovere nei confronti del terzo acquirente l’azione esecutiva o conservativa. L’esito di tale azione eventuale e differita, anche se proposta da un creditore chirografario, non può essere considerato, al momento della pronuncia di revoca, necessariamente compromesso dalla presenza di iscrizioni ipotecarie sul bene, poiché queste ultime possono subire vicende modificative o estintive. Pertanto, non può escludersi a priori la possibilità del soddisfacimento, anche soltanto parziale, del creditore revocante e l’utilità pratica dell’azione da questi proposta. Tale conclusione vale a maggior ragione in considerazione dell’arco temporale potenzialmente intercorrente tra l’atto revocato e la proposizione dell’azione espropriativa da parte del creditore revocante; arco temporale che può essere anche molto ampio, nell’ipotesi in cui il credito tutelato ex art. 2901 c.c. debba ancora giungere ad accertamento definitivo e compiuta esigibilità. I giudici di legittimità, infine, precisano che tale principio non si pone in contrasto con quanto affermato dalla Corte di Cassazione nel 2009 con la pronuncia n. 13435. Nel caso di specie, la Suprema Corte aveva confermato la sentenza di merito di rigetto della domanda per mancanza del presupposto del danno, sul rilievo che l’immobile oggetto di revocatoria era gravato da due ipoteche, sicché il creditore chirografario, ove anche la vendita non avesse avuto luogo, difficilmente avrebbe potuto ottenere su quel bene la soddisfazione del proprio credito. Per la sentenza del 2015 quest’ultima decisione non si esprime però in termini assoluti, ma meramente relativi, in quanto evidenzia la necessità di considerare la fattispecie concreta oggetto di giudizio. Per la citata pronuncia, infatti, «a norma dell’art. 2901, comma 1, c.c., il presupposto dell’azione revocatoria costituito dal pregiudizio alle ragioni del creditore si riferisce anche al pericolo di danno, la cui valutazione è rimessa alla concreta valutazione del giudice; ne consegue che, ove oggetto dell’azione revocatoria sia un atto di compravendita di un bene già ipotecato, se ad agire è un creditore chirografario, il pregiudizio deve essere specificamente valutato – nella sua certezza ed effettività – con riguardo al potenziale conflitto tra il creditore chirografario e il creditore garantito da ipoteca, e quindi in relazione alla concreta possibilità di soddisfazione del primo con riguardo all’entità della garanzia reale del secondo» [2]. Note [1] Cass. n. 13435 del 20.07.2004, in Giust. civ. Mass., 2004, 7-8; Cass. n. 16756 del 21.07.2006, in Giust. civ. Mass., 2006, 7-8; Cass. n. 11051 del 13.05.2009, in Banca borsa tit. cred., 2010, 2, II, 137 (s.m.), con nota di Bertino; Cass. n. 14557 del 22.06.2009, in Giust. civ. Mass., 2009, 6, 957; Cass. n. 14420 del 7.06.2013, in Giustizia Civile Massimario, 2013. [2] Cass. n. 16464 del 15.07.2009, in Vita not., 2009, 3, 1456. 31 agosto 2015
  • Baia dei Pirati, un altro strike: dalla Corte Suprema belga l'ordine di oscurare tutti i proxy

    Nessun utente belga deve poter accedere accedere a The Pirate Bay tramite uno dei proxy disseminati sulla rete dal collettivo di "pirati". È questo il senso della sentenza con la quale la Corte Suprema belga ha inferto un nuovo colpo alla Baia dei Pirati, piattaforma svedese utilizzata per la condivisione di file tramite magnet linktorrent, divenuta negli anni l'incubo di ogni organizzazione antipirateria. Come riferisce TorrentFreak, l'Alta Corte del Belgio è intervenuta nell'annoso scontro che già nel 2011 aveva visto una corte d'appello di Anversa imporre ai due provider locali Belgacom e Telnet di bloccare ogni accesso ad 11 domini riconducibili a The Pirate Bay. Veniva così ribaltata la sentenza di primo grado ma non si placava lo scontro tra gli Isp locali Belgacom e Telnet e la Belgian Anti-Piracy Foundation (BAF), quest'ultima autrice della denuncia che aveva scatenato il contenzioso. Come risposta, i gestori del sito Newbiz2 annunciavanoun aggiornamento del proprio client per includere link relativi alla Baia, con un sistema che permetteva l'aggiramento del blocco dei DNS imposto ai provider sopra nominati dal giudice belga. Solo uno degli espedienti che in poco tempo avrebbero iniziato a caratterizzare le reazioni alle mosse politiche e alle sentenze sfavorevoli alla Baia in giro per l'Europa; come nel recente caso del walzer dei domini nel Vecchio Continente. Durante l'anno in corso infatti gli admin del sito hanno più volte spostato il DNS della piattaforma per sfuggire all’antipirateria: ad aprile il trasferimento ha avuto come base la Groenlandia, anche se sono bastate 48 ore all’organo di registrazione dei domini dell’isola per annunciare il congelamento dei domini associati alla Baia. In pochi giorni vedevano così la luce i nuovi riferimenti islandesi e caraibici. Anche in quel caso, non poche in loco le reazioni inviperite. E poi il progetto di mettere in piedi un Isp proprio e il più recente lancio di un browser marchiato "Baia dei Pirati" e basato sul sistema che permette la navigazione in anonimo Tor, una specie di festeggiamento per i dieci anni di esistenza del brand.
    Nel giugno 2013 The Pirate Bay ha fatto invece “litigare” la Irish Recorded Music Association (Irma) e il provider svizzero Ucp, che aveva rifiutato le richieste di inibizione dei collegamenti alla Baia avanzate dall'associazione antipirateria. Un test per il “Sopa d'Irlanda”, che pochi giorni dopo riceveva il sigillo della High Court di Dublino: i giudici imponevano infatti a tutti gli Isp del Paese un immediato filtraggio dei canali d'accesso alla Baia. Tornando alla decisione della Corte Suprema belga, da notare come si faccia riferimento ad un blocco non solo degli attuali domini collegabili alle attività della Baia, ma anche a quelli "futuri"; un'eventualità che sembra assegnare ai provider un ruolo attivo nella ricerca di nuovi proxy riferiti al download illegale di file: "Non vogliamo diventare i poliziotti del Web", è il commento del portavoce di Belgacom Jan Margot. 22 novembre 2013
  • Il sequestro preventivo di testate giornalistiche online nei casi di presunta diffamazione: si pronunciano le Sezioni Unite

    SSUU 31022/2015 La testata giornalistica telematica – assimilabile a quella tradizionale – rientra nel concetto di “stampa” e soggiace alla normativa, di rango costituzionale e di livello ordinario, che disciplina l’attività di informazione professionale diretta al pubblico; il giornale online, così come quello cartaceo, non può essere oggetto di sequestro preventivo tranne nei casi previsti dalla legge: tra essi non figura l’ipotesi del reato di diffamazione. Con la sentenza n. 31022/2015 le Sezioni Unite si pronunciano su due questioni di diritto strettamente connesse tra loro: a) la prima, di carattere generale, concernente la possibilità di disporre il sequestro preventivo di risorse telematiche per contrastare reati commessi in internet, “posto che la cautela si risolverebbe non nella materiale apprensione della cosa pertinente al reato, bensì nell'imposizione all'indagato o all'imputato o a terzi di un tacere, consistente nel compimento delle operazioni tecniche necessarie per "oscurare" e rendere, quindi, inaccessibile agli utenti, ove ne ricorrano i presupposti, un intero sito o una pagina web”; b) risolta positivamente la prima questione, quella ulteriore dell'ammissibilità del sequestro preventivo della pagina web di una testata giornalistica telematica debitamente registrata, in caso di diffamazione. Massima: Monica La Pietra 31 agosto 2015