DIMT.IT - ue

  • "Cosa può fare il 5G per te?", il memo della Commissione Europea

    "Entro il 2020 il traffico dati mobile sarà aumentato di più di trenta volte rispetto al 2010. Ma non sarà dello stesso tipo". Si apre così il memo nel quale la Commissione Europea, in occasione del Mobile World Congress di Barcellona, dipinge lo scenario al quale va incontro il comparto delle telecomunicazioni continentali alla luce delle tecnologie mobile basate sul 5G. "L'utilizzo di Internet non crescerà grazie all'aumento di smartphone e tablet in circolazione, bensì alla luce del sempre maggiore numero di oggetti che comunicheranno tra loro grazie ad una connessione e che richiederanno sempre più affidabili e diffuse tecnologie per lo scambio di dati". L'Internet of Things, dunque, che a detta della Commissione potrà esprimere tutto il suo potenziale solo alla luce della diffusione delle tecnologie di comunicazione mobile di quinta generazione, che "non saranno solo più veloci, ma porteranno nuove funzionalità e applicazioni dall'alto valore sociale ed economico".

    5g1

    Il memo passa così in rassegna gli utilizzi ai quali accenna all'inizio:
    • eHehalth, che permetterà di gestire a distanza la comunicazione in tempo reale in ambito medico e chirurgico;
    • Case connesse, dove "un termostato intelligente può parlare ad un rilevatore di fumo e scambiare informazioni preziose in caso di incendio";
    • Trasporti sicuri, con i veicoli in grado di comunicare tra loro prevenendo incidenti;
    • Smart Grids, con la risoluzione dei problemi di copertura anche in aree rurali;
    • Intrattenimento, con la risoluzione dei problemi di connessione a banda larga mobile in luoghi affollati di persone (e dunque di dispositivi connessi).
      L'industria delle telecomunicazioni europee, un comparto che garantisce oltre 1,7 milioni di posti di lavoro direttamente o indirettamente, è dunque chiamata a ritrovare quel ruolo di leader che assunse ai tempi delle prime comunicazioni mobili. "Siamo disposti - assicura la Commissione - a garantire questa leadership come già fatto con l'incentivo allo sviluppo di questa nuova tecnologia; solo un anno fa sono stati investiti 50 milioni di euro su progetti orientati allo sviluppo di architettura e funzionalità di reti 5G, mentre gli investimenti totali nel settore a livello pubblico ammontano a 700 milioni di euro". 24 febbraio 2014
  • "Le libertà fondamentali del Trattato UE e il diritto privato" - Roma, 31 ottobre 2014

  • "Patrimonio culturale digitale. Tra conoscenza e valorizzazione", a Roma il 2 luglio

    In un convegno promosso dall'Accademia Italiana del Codice di Internet si approfondiranno, con l'aiuto di giuristi, esponenti delle istituzioni e delle associazioni, le problematiche e i quesiti aperti sul tema della gestione di documenti e informazioni nel settore pubblico L’esigenza della massima divulgazione della conoscenza e della migliore valorizzazione del patrimonio materiale e digitale di proprietà pubblica comporta l’individuazione di un sistema di licenze d’uso che assicuri il bilanciamento tra i principi di riutilizzo dei dati pubblici e la disciplina in materia di diritto d’autore e di tutela dei dati personali. Questi temi saranno al centro del convegno "Patrimonio culturale digitale: tra conoscenza e valorizzazione", previsto a Roma il 2 luglio 2015. L'evento, che sarà ospitato presso Palazzo Sant'Andrea (Via del Quirinale, 30), è promosso dall'Accademia Italiana del Codice di Internetnell'ambito del Progetto Scientifico PRIN “Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione come strumento di abbattimento delle barriere economiche, sociali e culturali”. Il quadro normativo europeo nel quale si inseriscono i lavori si compone della direttiva 2003/98/CE in materia di Public Sector Information (PSI), recentemente modificata dalla direttiva 2013/37/UE, che ne estende gli ambiti alle risorse digitali di Archivi, Biblioteche e Musei, in corso di recepimento da parte del nostro ordinamento e, in ambito nazionale, del Codice dell’Amministrazione Digitale (D.Lgs 82/2005), come modificato dall’articolo 9 del decreto legge n. 179/2012, cd. Decreto Crescita 2.0, convertito con legge n. 221/2012, che ha sancito il principio dell’Open Data by default. Locandina 2 luglio 2015 Dopo l'apertura affidata a Marina Giannetto (Sovrintendente dell’Archivio storico della Presidenza della Repubblica), l'introduzione di Alberto M. Gambino (Presidente dell’Accademia e Ordinario di Diritto privato nell'Università Europea di Roma) e le relazioni di Gustavo Ghidini (Università degli Studi di Milano, Università LUISS Guido Carli), Giuseppe Piperata (Associato di Diritto amministrativo presso l'IUAV di Venezia) e Antonia Pasqua Recchia (Segretario Generale presso il Ministero dei Beni e della Attività culturali e del Turismo). Le conclusioni saranno curate da Angelo Rughetti, Sottosegretario per la Semplificazione e Pubblica Amministrazione. Sarà così la volta di una tavola rotonda moderata dal giornalista de Il Sole 24 Ore Antonello Cherchi e animata dagli interventi di Valentina Grippo (Accademia Italiana del Codice di Internet), Roberta Guizzi (Servizio Giuridico dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni), Andrea Marcucci (Commissione Istruzione pubblica, beni culturali del Senato), Flavia Piccoli Nardelli (Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati), Marco Pierani (Altroconsumo), Riccardo Pozzo (Dipartimento Scienze Umane e Sociali, Patrimonio Culturale del Consiglio Nazionale delle Ricerche), Eugenio Prosperetti (Tavolo Permanente per l’Innovazione e l’Agenda Digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri), Roberto Rampi (Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati) e Ferdinando Tozzi (Comitato consultivo Permanente per il Diritto d’Autore). A concludere Silvia Costa, presidente della Commissione Cultura dell'Unione Europea. È stato richiesto l’accredito per la formazione continua degli Avvocati e dei Commercialisti.

    La partecipazione è libera fino ad esaurimento posti.

    È necessario accreditarsi entro e non oltre il 25 giugno 2015 inviando una email con nome, cognome, luogo e data di nascita all'indirizzo di posta elettronica Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

  • "Scienza 2.0", la Commissione Europea apre una consultazione pubblica sulla ricerca "basata sui dati e incentrata sulla persona"

    La Commissione europea ha avviato ieri una consultazione pubblica su "Scienza 2.0"; l'obiettivo dichiarato è quello di "valutare la tendenza verso un modo di fare ricerca e innovazione più aperto, basato sui dati e incentrato sulla persona. Chi fa ricerca - chiosa la Commissione - si serve di strumenti digitali per coinvolgere migliaia di persone, chiedendo agli interessati, per esempio, di segnalare se si ammalano di influenza in modo da poter monitorare e prevenire le epidemie. Gli scienziati mostrano inoltre la tendenza ad una maggiore apertura: condividono online i risultati già in una prima fase della ricerca, si confrontano e discutono il lavoro svolto per migliorarlo. Sempre più spesso le pubblicazioni scientifiche sono disponibili online gratuitamente. Si stima che il 90 per cento di tutti i dati disponibili al mondo sono stati generati negli ultimi due anni e che la produzione di dati scientifici cresce del 30 percento l'anno". La consultazione, che scadrà il 30 settembre e le cui specifiche sono disponibili sul sito web della Commissione intende quindi stabilire quanto il pubblico sia a conoscenza di queste tendenze e vi prenda parte, ma anche sondare in che misura "Scienza 2.0" abbia creato opportunità per rafforzare la competitività della scienza e della ricerca europee. [caption id="attachment_9283" align="aligncenter" width="720"]Modifiche in corso che incidono sull'intero ciclo di ricerca, dall'avvio alla valutazione e pubblicazione. Fonte: Commissione Europea Modifiche in corso che incidono sull'intero ciclo di ricerca, dall'avvio alla valutazione e pubblicazione. Fonte: Commissione Europea[/caption] Per Neelie Kroes, vicepresidente e Commissaria per l'Agenda digitale, "le tecnologie e gli strumenti digitali infondono una nuova trasformazione: migliorano la ricerca e l'innovazione, e le rendono più utili per i cittadini e la società. La scienza diventa sempre più digitale e aperta: un processo graduale e inarrestabile. Questa tendenza e la volontà di seguirne la scia non parte dal mondo politico ma dalla stessa comunità scientifica e accademica, che io sosterrò con determinazione". Dalle pubblicazioni scientifiche nell'ambito di Horizon 2020 in open accessall'avvio di un progetto pilota per l'accesso aperto ai dati della ricerca (Open Research Data), la Commissione sta gradualmente stimolando il trend che, a sua detta, "grazie alle tecnologie digitali permette di ovviare alle attuali carenze del settore scientifico, come per esempio il processo di pubblicazione dei dati scientifici lento e costoso, le critiche contro il sistema di revisione tra pari e la difficoltà di riprodurre i risultati della ricerca perché scarseggiano i dati riutilizzabili e riproducibili". Tutto ciò avviene in un contesto caratterizzato da importanti tendenze interconnesse:
    • un forte aumento della produzione scientifica e la tendenza all'apertura dell'informazione scientifica e della collaborazione tra ricercatori (collaborazione a distanza);
    • un aumento costante del numero di attori sulla scena scientifica (mai come oggi si conta il maggior numero di scienziati al mondo) e una maggiore partecipazione dei cittadini alla ricerca (direttamente, finanziandola o indirizzandola);
    • nuovi modi di fare scienza grazie alla disponibilità di banche dati di grandi dimensioni (il 90% di tutti i dati disponibili al mondo è stato generato negli ultimi due anni) e a una potenza di calcolo in costante aumento.
      "Scienza 2.0 - dichiara invece la Commissaria europea per la Ricerca, l'innovazione e la scienza Máire Geoghegan-Quinn- sta rivoluzionando la ricerca scientifica: dall'analisi e condivisione dei dati e delle pubblicazioni alla cooperazione interplanetaria. Per di più coinvolge i cittadini nel processo scientifico, che diventa sempre più trasparente ed efficace, ma pone anche problemi di integrità e qualità. Per questo vogliamo sapere cosa ne pensa la gente, come possiamo garantire che 'Scienza 2.0' evolva a beneficio dell'Europa". E se dati, piattaforme digitali e coinvolgimento delle persone sembrano essere le parole chiave dell'approccio di "Scienza 2.0", il richiamo ai problemi di integrità da parte della Commissaria Geoghegan-Quinn sembra quanto mai attuale. Basti pensare alla vicenda che negli ultimi giorni ha investito Facebook per via della manipolazione dei news feed di 700mila utenti che nel 2012, a loro insaputa, sono stati oggetto di in uno studio sulle emozioni di proporzioni enormi ma che solleva non pochi dubbi sulla liceità del metodo utilizzato dai ricercatori. 4 luglio 2014
  • “Quadro dei media per il XXI secolo”: il contributo IAIC alla consultazione relativa alla direttiva 2010/13/UE sui servizi di media audiovisivi

    L'Accademia Italiana del Codice di Internet ha contribuito alla consultazione pubblica aperta dalla Commissione Europea in merito alla direttiva 2010/13/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 10 marzo 2010, relativa al coordinamento di determinate disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri concernenti la fornitura di servizi di media audiovisivi.

    La revisione della direttiva figura infatti nel programma di lavoro della Commissione per il 2015 nell'ambito del Programma di controllo dell'adeguatezza e dell'efficacia della regolamentazione (Regulatory Fitness and Performance Programme - Reift). Nella sua comunicazione relativa alla Strategia per il mercato unico digitale per l'Europa, la Commissione ha annunciato la revisione della direttiva nel corso del prossimo anno, mentre un altro esercizio di REFIT è attualmente in corso, parallelamente, nel settore delle telecomunicazioni, in vista della presentazione di proposte nel 2016. La direttiva non si applica al contenuto ospitato da piattaforme e intermediari online per la condivisione di video; una valutazione del ruolo svolto da questi soggetti sarà avviata separatamente alla fine dell'anno in corso.

    Anche in base al percorso che due anni fa ha portato all'adozione del libro verde "Prepararsi a un mondo audiovisivo della piena convergenza: crescita, creazione e valori", Bruxelles ha individuato i seguenti aspetti che dovranno essere presi in considerazione nella valutazione e nella revisione della direttiva:

    1. garantire condizioni di parità per i servizi di media audiovisivi;
    2. fornire un livello ottimale di tutela dei consumatori;
    3. assicurare la tutela dell'utente e il divieto di incitamento all'odio e di discriminazione;
    4. promuovere il contenuto audiovisivo europeo;
    5. rafforzare il mercato unico;
    6. rafforzare la libertà e il pluralismo dei mezzi di comunicazione, l'accesso alle informazioni e l'accessibilità al contenuto per le persone con disabilità.

    L'Accademia ritiene che le disposizioni sui servizi a cui si applica la direttiva (trasmissioni televisive e servizi a richiesta) siano ancora pertinenti, efficaci ed eque: La direttiva AVMS è stata pensata al fine di assicurare l’equo sviluppo del mercato audiovisivo, garantendo la tutela del pluralismo e delle diversità culturali presenti nel territorio dell’Unione. L’analisi dei trenddi crescita dal 2003 al 2013 del mercato indicato mostrano come la direttiva abbia consentito il conseguimento degli obiettivi di politica legislativa richiamati, essendovi stati incrementi dei guadagni, nonostante il contesto di crisi economica che ha caratterizzato nel periodo di riferimento l’economia europea e mondiale (v. il documento "La tecnologia è Cultura" del 2014)".

    Logo Iaic home page"In detto periodo si è avuta la nascita e lo sviluppo di nuove tecnologie telematiche che, grazie alla convergenza tecnologica, hanno consentito di veicolare contenuti attraverso nuovi media che con il tempo si sono affermati, specie tra le nuove generazioni che oggi ne fanno un largo utilizzo. Tale scenario ha fatto insorgere neibroadcastertradizionali la convinzione che fosse opportuna un’equiparazione tra vecchi e nuovi media, anche in ragione di una sostanziale concorrenza in termini di fonti di finanziamento: la pubblicità. In particolare il dibattito, che ha in parte qua originato l’odierna consultazione, prende le mosse dalla circostanza che la pubblicità è oggetto di analitica disciplina nella direttiva AVMS a fronte di una totale libertà del fenomeno, in termini quantitativi, non anche di contenuti dei messaggi, nella disciplina dei servizi della società dell’informazione. Tuttavia, come si è avuto modo di sostenere in audizione il 10 febbraio u.s. di fronte alla Camera dei Deputati del Parlamento italiano, l’assunto da cui muovono quanti sostengono che la concorrenza tra vecchi e nuovi media si rivela errato quando si constata che il target dell’advertisingveicolato tramite i canali tradizionali è profondamente differente rispetto a quello dei messaggi pubblicitari veicolati sulle nuove piattaforme. In altri termini, anche se gli intermediari hanno una funzione di accesso a contenuti editoriali non competono con questi".

    "Essi sono concorrenti solo in via astratta in quanto la pubblicità può transitare anche sulla rete informatica, ma i destinatari dei due media sono differenti e non vi è una alternatività trai due quali canali pubblicitari, essendo, di fatto, ontologicamente diversi. Prodotti editoriali che nascono per una realtà possono essere veicolati anche su altre piattaforme ivi conseguendo ulteriori guadagni. Riprova ne sia che tali nuove tecnologie sono sovente impiegate dai broadcaster tradizionali per offrire ai propri utenti nuovi servizi che hanno rappresentato un’alternativa all’offerta illegale di contenuti audiovisivi. Le controversie insorte in materia di diritto d’autore sulle piattaforme user generated contentpalesano come i titolari dei diritti di contenuti lamentassero la possibilità di conseguire i dovuti ricavi dalla vendita di spazi pubblicitari destinati ad un audiencediverso rispetto a quello considerato per valorizzare lo spazio vendita sul media tradizionale".

    "Nello specifico delle numerose controversie avverso la piattaforma YouTube numerosi operatori del settore audiovisivo lamentavano il danno economico derivante dalla presenza di contenuti tutelati dal diritto d’autore dalla fruizione dei quali non ricavavano alcun entrata economica.  Ciò palesa, l’infondatezza della posizione di quanto reclamano l’ampliamento dell’ambito soggettivo di applicazione ai nuovi soggetti di internet. Per tale ragione si ritiene che le disposizioni della direttiva AVMS siano ancora pertinenti, efficienti ed eque e che non necessitino di un adeguamento al mutato scenario tecnologico”.

    L'Accademia consiglia di seguito di pubblicare linee guida della Commissione europea che chiariscano l'ambito di applicazione della direttiva, in quanto “allo stato attuale sussistono ancora degli spazi vuoti in cui non è chiara la disciplina da applicare ai vari soggetti. In questo senso si vedano le numerose domande pregiudiziali che i giudici nazionali hanno posto alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea in ordine alle definizione della direttiva AVMS e agli obblighi cui diversi soggetti sono obbligati ad adempiere (cfr. ex multis, C-376/12 sugli obblighi dei fornitori di servizi di comunicazione elettronica, Sky, in Italia)”.

    E se “nell’ambito dei servizi audiovisivi le disposizioni relative all’ambito geografico della direttiva sono ancora pertinenti ed i principi ivi sanciti mantengono il connotato dell’efficacia e dell’equità”, l'Associazione precisa: “L’approccio adottato dal Legislatore europeo nel definire l’ambito geografico è finalizzato ad assicurare la possibilità per i consumatori europei di fruire di contenuti provenienti da tutto il mondo la cui disponibilità potrebbe essere pregiudicata dall’estensione dell'ambito di applicazione della direttiva ai servizi di media audiovisivi che sono stabiliti al di fuori dell'UE ma che si rivolgono al pubblico dell'UE. Un autorevole studio, la cui impostazione e analisi si condivide appieno, (v. Osservatorio europeo dell'audiovisivo, European Audiovisual Observatory, ‘The development of the European market for on-demand audiovisual servicesdel 2015, p. 56) ha dimostrato come, ad esempio, il pluralismo informativo verrebbe leso da tale estensione in quanto potrebbe impedire la circolazione di contenuti informativi veicolati in paesi extra UE la cui fruizione diretta assicura la possibilità di comprendere come eventi e notizie vengono percepite in diversi ambienti culturali. L’applicazione transfrontaliera delle regole unionali sarebbero, peraltro, di difficile applicazione, condizione che potrebbe pregiudicare l’efficacia complessiva della direttiva AVMS”.

    In materia di pubblicità, l'Accademia afferma che “in un persistente scenario di crisi economica, tuttavia, si ritiene che al fine di stimolare una maggiore crescita degli investimenti pubblicitari nei media tradizionali si potrebbero mitigare i limiti quantitativi alle inserzioni pubblicitarie, tenendo anche in maggiore considerazione le specificità delle differenti tipologie di messaggi pubblicitari. Differenti tipologie di inserzioni pubblicitarie sono, infatti, conteggiate, secondo le indicazioni fornite dalla Commissione europea, in modo unitario. Ciò, in realtà, non apporta un beneficio in senso stretto a favore dell’utenza che accetta nuove forme di advertising, specie se finalizzate a finanziare contenuti di maggiore qualità. Quanto ai servizi della società dell’informazione la disciplina in materia di e-commerceè di per se sufficiente ad assicurare la tutela del consumatore, anche in ragione della non sovrapponibilità della regolamentazione in materia di pubblicità di cui alla direttiva AVMS alla realtà degli intermediari. I consumatori hanno un elevato controllo di ciò che guardano tramite i servizi on-demand, cosa che giustifica una differenza costante tra i servizi on-demand e servizi non lineari, e il quadro forte, già esistente, di protezione del consumatore non presenta lacune particolari o difetti che richiedono la modifica delle regole. Ciò che potrebbe, al più prevedersi, è un sistema di controllo dei messaggi pubblicitari che vengono veicolati tramite i contenuti on-demand in modo che non vengano aggirate le disposizioni relative i divieti per fasce orarie e, in particolare, quelli a tutela dei minori”.

    Importante anche il punto su tutela dell'utente e divieto di incitamento all'odio e di discriminazione:Come noto il presupposto per l’applicazione della direttiva AVMS è la responsabilità editoriale del soggetto che fornisce il servizio audiovisivo, il che individua una precisa attività decisionale nello svolgimento della quale devono essere rispettate tutte le disposizioni. Considerata l’area di studio della Scrivente e il dibattito che ha in parte originato la presente consultazione si ritiene importante anche nella risposta al presente quesito sottolineare l’attualità delle disposizioni evidenziando l’inapplicabilità ai servizi online e alle piattaforme di contenuti generati dagli utenti. L’assenza di un soggetto che effettua scelte editoriali ha, infatti, nel tempo evidenziato come i titolari dei servizi non potessero essere ritenuti responsabili delle condotte illecite dei terzi e anche per tale ragione si è assistito allo sviluppo di strumenti tecnici accompagnati da una intensa attività di co- e auto-regolamentazione accompagnato alla definizione di best practicedi settore basate sulla tolleranza zero nei confronti di qualsiasi forma di incitamento all'odio. In questa prospettiva anche gli intermediari hanno adottato scelte di politica legislativa in linea con la direttiva AVMS, contro i contenuti che incitano alla violenza, all’odio, al terrorismo (in ogni forma e di qualsiasi matrice) definendo al contempo iniziative volte ad informare l’utenza sempre tramite lo sfruttamento di contenuti user generated (c.d. counter speech)”.

    Anche per ciò che riguarda la tutela dei minori, la distinzione fra servizi di trasmissione televisiva e fornitura di contenuto nei media audiovisivi a richiesta appare ancora pertinente, efficace ed equa:Le emittenti hanno, nell’ambito delle scelte editoriali che le caratterizza, il pieno controllo sui contenuti messi a disposizione degli utenti sui loro canali, e l’AVMS inquadra bene questa situazione: i contenuti che potrebbero seriamente compromettere i minori non devono essere inclusi in qualsiasi palinsesto per i servizi lineari, e devono essere resi disponibili solo in un modo che garantisca che i minori non vedano o ascoltino normalmente tali servizi on-demand. La maggiore digitalizzazione delle nuove generazioni suggerisce, tuttavia, un rafforzamento delle disposizioni in materia di tutela dei minori affinché attraverso i sistemi di parental controlpossa essere controllata non solo la fruizione di contenuti vietati ai minori, ma anche dei più semplici contenuti di cui viene consigliata la fruizione con i genitori. Le politiche di co- e auto-regolamentazione sviluppate in tal senso dai fornitori di servizi intermediari palesano, ancora una volta, l’inadeguatezza di estensioni tout courtdi discipline designate per diversi ambiti applicativi, ma come piuttosto efficaci strumenti tecnici possano essere efficacemente e analogamente reimpiegati (si pensi alle modalità di autenticazione su YT e FB). Ai fini della tutela dei minori, dunque, si potrebbe rafforzare la tecnologia di controllo “a destinazione” (devices) (tipo DRM) attraverso la cooperazione tra fornitori di contenuti e piattaforme nella classificazione dei contenuti stessi, unitamente all’educazione delle famiglie alla conoscenza ed uso degli strumenti di identificazione e blocco, parental contol”.

    La direttiva mira anche a promuovere le opere europee e, di conseguenza, la diversità culturale nell'Ue. Per i servizi di trasmissione televisiva, gli Stati membri dell'UE sono tenuti a garantire, laddove applicabile e con i mezzi adeguati, la presenza di una certa quota di opere dell'UE e di produzioni indipendenti. Per i servizi a richiesta, gli Stati membri dell'UE possono scegliere tra varie alternative per raggiungere l'obiettivo di promuovere la diversità culturale. Tali alternative includono i contributi finanziari alla produzione e all'acquisto dei diritti di opere europee, o norme che garantiscano la presenza di una certa quota e/o la preminenza di opere europee. Gli Stati membri dell'UE devono anche rispettare l'obbligo di rendere conto delle azioni messe in campo per promuovere le opere europee, sotto forma di rapporto dettagliato da presentare ogni due anni.

    “L’introduzione di obblighi di programmazione e investimento in opere europee – chiosa l'Accademia - ha consentito e consente, tutt’oggi, di stimolare i grandibroadcasterad investire nella creatività europea, così evitando che soggetti che operano a livello internazionale possano prediligere l’acquisto di opere americane, sovente già detenute, che non tengono in adeguata considerazione la diversità culturale europea. Ciò che, in vero, pare opportuno sia uniformato in materia sono le politiche di esenzione che l’attuale quadro normativo rimette ai singoli Stati membri, così, in astratto, potendo causare uno squilibrio sul piano concorrenziale. L’efficacia dell’attuale direttiva per promuovere la diversità culturale, e in particolare le opere europee, sono i livelli record di produzione cinematografica in Europa: i dati più recenti indicano che la produzione cinematografica europea (compresi i documentari) e la quota dei film europei ai box office sono a livelli record: 1603 film europei sono stati prodotti nel 2014 (rispetto ai 1499 del 2010), e la loro quota al botteghino (per quelli rilasciati nei cinema) ha raggiunto il 33,6% (dal 25,4% del 2010). Si veda in proposito lo European Audiovisual Observatory, ‘Box office up in the European Union in 2014 as European films break market share record ’,May 2015; in questo senso si veda anche lo studio dell’UNESCO, ‘From International Blockbusters to national hits: Analysis of the 2012 UIS Survey on feature film statistics. Come inciso sia consentito di osservare che le piattaformeuser generated content siano, in assenza di specifica disposizione, il primo canale per veicolare al pubblico opere culturali di nicchia, che non rientrerebbero nei tradizionali canali di distribuzione. Un ulteriore elemento che palesa da un lato l’attualità, in termini di pertinenza, efficacia ed equità, della direttiva AVMS e l’insovrapponibilità della stessa ai servizi internet. L’audiencelimitato, ancorché in costante crescita, delle piattaforme internet suggerisce il mantenimento della disposizione primaria delineata nella direttiva AVMS che dovrebbe, come detto, essere ancora più stringente in ordine alla definizione di eccezioni e limitazioni comuni a tutta l’Unione”.

    Si tocca poi il tema dell'accesso equo al contenuto audiovisivo alle persone con disabilità visiva e/o uditiva:Si ritiene che il vigente quadro normativo assicuri l’equo accesso ai contenuti audiovisivi ai portatori di disabilità visiva e/o auditiva anche grazie all’impiego di nuove tecnologie che superano le barriere che tali disabilitano creano. Anche in questo caso si ritiene, tuttavia, opportuno un’integrazione delle disposizioni mediante forme di co-regolazione che sappiano assicurare il costante adeguamento delle misure adottate allo sviluppo dello scenario tecnologico”.

    Su un altro fronte, la direttiva richiede agli Stati membri di garantire che le emittenti stabiliti nell'Unione abbiano accesso, a condizioni eque, ragionevoli e non discriminatorie, agli eventi di grande interesse pubblico, al fine della realizzazione di brevi estratti di cronaca: “Quando un’emittente televisiva ha i diritti esclusivi su un evento – commenta l'Accademia - gli altri canali TV possono mostrare brevi estratti di quell'evento. Tuttavia, le disposizioni in questione non paiono tenere in adeguata considerazione la circostanza per cui gli Europei registrano, accedono e condividono i contenuti rilevanti per loro, come gli estratti di eventi di grande interesse per il pubblico, arricchendole con fotografie e riprese video amatoriali per poi condividerli su siti di social e di sharing. In tal senso, tenuto conto della ratiodella previsione potrebbe essere utile una disposizione che legittimi tale prassi”.

    Infine, si consiglia di “mantenere lo status quo anche per ciò che attiene le disposizioni della direttiva sul diritto di rettifica”.

    12 ottobre 2015
  • Antitrust Ue: la Commissione invia una comunicazione degli addebiti a Google sui servizi di acquisti comparativi e apre un'indagine formale su Android. Mountain View: "Pronti a sostenere le nostre ragioni. Android ha contribuito a portare maggiore scelta e innovazione nel mobile come mai prima"

    La Commissione europea ha inviato a Google una comunicazione degli addebiti riguardante un presunto abuso di posizione dominante da parte dell'azienda sui mercati dei servizi generali di ricerca online nello Spazio economico europeo (SEE). "Google - afferma la Commissione in una nota - favorirebbe sistematicamente il proprio prodotto per gli acquisti comparativi nelle sue pagine generali che mostrano i risultati delle ricerche. In via preliminare la Commissione ritiene che tale comportamento violi le norme antitrust dell'UE limitando la concorrenza e danneggiando i consumatori". L'invio della comunicazione degli addebiti non incide sull'esito dell'indagine. La Commissione ha inoltre formalmente avviato un'indagine antitrust distinta sul comportamento di Google relativo al sistema operativo mobile Android. "L'indagine - spiega Bruxelles - rivelerà se Google abbia concluso accordi anticoncorrenziali o se abbia abusato di un'eventuale posizione dominante nel campo dei servizi operativi, applicazioni e servizi per i dispositivi mobili intelligenti". Il Commissario europeo per la politica di concorrenza Margrethe Vestager ha dichiarato: "Obiettivo della Commissione è applicare le norme antitrust dell'UE per garantire che le imprese operanti in Europa, ovunque si trovi la loro sede, non privino i consumatori europei della più ampia scelta possibile o non limitino l'innovazione. Nel caso di Google, sono preoccupata che l'impresa abbia accordato un vantaggio sleale al proprio servizio di acquisti comparativi in violazione delle norme antitrust europee. Google ha ora l'opportunità di convincere la Commissione del contrario. Tuttavia, se l'indagine dovesse confermare i nostri timori, Google dovrebbe affrontare le conseguenze giuridiche e cambiare il suo modo di operare in Europa. Ho inoltre avviato un'indagine formale antitrust sulla condotta di Google relativa a sistemi operativi, applicazioni e servizi mobili. Smartphone, tablet e dispositivi analoghi rivestono un ruolo sempre più importante nella vita quotidiana di molte persone, e voglio essere certa che i mercati in questo settore possano svilupparsi senza alcuna restrizione anti-concorrenziale imposta da qualche azienda". A titolo preliminare, la Commissione ritiene che Google debba accordare lo stesso trattamento ai propri servizi di acquisto comparativo e a quelli dei concorrenti. La società ha ora l'opportunità di rispondere entro dieci settimane agli addebiti della Commissione e di chiedere un'audizione formale. A parere della Commissione, nel complesso le precedenti proposte di impegni presentate da Google non erano sufficienti a dissipare le preoccupazioni in materia di concorrenza. Sul fronte Android, la maggior parte dei produttori di smartphone e di tablet usano il sistema operativo in combinazione con una serie di applicazioni e servizi proprietari di Google: essi stipulano così accordi con Google per ottenere il diritto di installarne le applicazioni sui loro dispositivi Android. "L'indagine approfondita della Commissione esaminerà se Google abbia violato le norme antitrust dell'UE impedendo lo sviluppo e l'accesso al mercato di sistemi operativi, applicazioni e servizi mobili concorrenti, a danno dei consumatori e delle società di sviluppo di servizi e prodotti innovativi". Mountain View - La reazione della compagnia californiana non si è fatta attendere ed è stata affidata a due post sul blog ufficiale. Nel primo, firmato da Amit Singhal, Senior Vice President di Google Search, si sottolinea come già nel 2010, al momento dell'acquisizione del fornitore di servizi di ricerca di voli ITA, "svariate aziende che si occupano di viaggi online (come Expedia, Kayak e Travelocity) avevano intrapreso, senza successo, azioni di lobby con i regolatori negli Stati Uniti e nell’Unione Europea per bloccare l’operazione, sostenendo che la nostra capacità di mostrare direttamente opzioni dei voli avrebbe tolto loro traffico e danneggiato la concorrenza online. Quattro anni dopo, è chiaro che le loro ipotesi di danni si sono rivelate non vere. Come ha recentemente fatto notare il Washington Post, Expedia, Orbitz, Priceline e Travelocity costituiscono oggi il 95% del mercato dei viaggi online in US. La situazione in Europa è simile". A dimostrazione di tale tesi viene fornito un grafico relativo ai siti di viaggi tedeschi: [caption id="attachment_16005" align="aligncenter" width="650"]Source: ComScore MMX and Google data (for Google), desktop traffic, unique visitors (‘000s) Source: ComScore MMX and Google data (for Google), desktop traffic, unique visitors (‘000s)[/caption] "Per quanto Google possa essere il motore di ricerca più usato - prosegue il post - le persone oggi possono trovare e accedere alle informazioni in molti modi diversi ed è provato che le pretese di danni ai consumatori e ai concorrenti non centrano il bersaglio. Le persone oggi hanno più scelte di quante ne abbiano mai avute in passato". "Se guardate allo shopping - un’area sulla quale ci sono state molte denunce e su cui la stampa ha ampiamente suggerito che la Commissione Europea si sarebbe focalizzata nel suo Statement of Objection - è chiaro che c’è molta concorrenza (anche da parte di Amazon e eBay, due dei più grandi siti di shopping del mondo) e il servizio Google Shopping non ha danneggiato la concorrenza". Altri tre grafici sono portati a sostegno di questo punto di vista: [gallery ids="16007,16006,16008"]   "Qualunque economista - afferma Singhal - vi direbbe che non si vede molta innovazione, né nuovi attori o investimenti in settori nei quali la concorrenza è stagnante, o in settori che sono dominati da un unico attore. E invece questo è esattamente quello che sta succedendo nel nostro mondo. Zalando, il sito tedesco di shopping, si è quotato nel 2014, con una delle IPO di aziende tech più grandi che ci siano mai state in Europa. Aziende come Facebook, Pinterest e Amazon hanno investito su propri servizi di ricerca e motori di ricerca come Quixey, DuckDuckGo e Qwant hanno attratto nuovi finanziamenti. Assistiamo all’innovazione nella ricerca vocale e alla crescita degli assistenti di ricerca - e altro arriverà. E’ per questo che, rispettosamente ma con determinazione, dissentiamo dalla necessità di emettere uno Statement of Objection e siamo pronti a sostenere le nostre ragioni nelle prossime settimane". Per quanto attiene il mobile, "oggi, 7 minuti su 8 spesi su mobile sono spesi all’interno delle app. In altre parole, le persone si rivolgono a qualsiasi sito o app che risulti più utile e non devono affrontare nessun ostacolo né alcun costo per passare da uno all’altro. Yelp, per esempio, ha dichiarato agli investitori che ottiene più del 40% del traffico direttamente dalla propria app mobile. Insomma, per quanto in qualche modo possa essere lusinghiero venire definiti dei ‘gatekeeper’, i fatti non lo avvalorano". Nel secondo post Hiroshi Lockheimer, VP of Engineering di Android, afferma così che il robottino verde "ha contribuito a portare maggiore scelta e innovazione nel mobile come mai prima". "Android è stato un attore chiave per incentivare concorrenza e scelta, portando ad una riduzione dei prezzi e offrendo maggiore scelta a chiunque. La Commissione Europea ha posto delle domande sui nostri accordi di partnership. E’ importante ricordare che questi avvengono su base volontaria e, lo ricordiamo ancora una volta, si può usare Android senza Google fornendo ugualmente benefici agli utenti Android, agli sviluppatori e all’ecosistema in generale". "Siamo grati per il successo riscosso da Android e comprendiamo bene che con il successo arriva anche lo scrutinio - conclude Lockheimer - ma non è solo Google ad aver beneficiato del successo di Android. Il modello Android ha portato i produttori a competere sulle loro innovazioni uniche. Gli sviluppatori oggi possono raggiungere vasti pubblici e costituire business solidi. I consumatori hanno una scelta senza precedenti, a prezzi sempre più bassi. Attendiamo di discutere queste temi in maggiore dettaglio con la Commissione Europea nel corso dei prossimi mesi". 15 aprile 2015
  • Banda larga, la Commissione Europea: "Per i consumatori il prezzo e la velocità sono una lotteria geografica". La prossima settimana in Parlamento i piani per un "continente connesso"

    "Quattrocento milioni di utenti europei si trovano a dover affrontare  una lotteria geografica per quanto riguarda il prezzo, la velocità e il ventaglio di opzioni disponibili per la banda larga". A puntare il dito verso una situazione allarmante sono quattro studi pubblicati nelle ultime ore dalla Commissione Europea, i quali mostrano che
    non esiste praticamente alcuno schema né coerenza nei mercati della banda larga nell’UE. I consumatori sono confusi anche dalle diverse informazioni comunicate dai fornitori, che limitano la loro capacità di scegliere la soluzione più adatta alle loro esigenze".
    Anche tenendo conto del potere d’acquisto, in alcuni Stati membri si rileva una variazione di prezzo che può arrivare al quadruplo per le connessioni a banda larga più comuni. Il 66% dei cittadini non sa di quale velocità di connessione a internet dispone. In media i consumatori ottengono solo il 75% della velocità di banda larga dichiarata nei termini del contratto. Sebbene la serie di successive riforme del settore condotte dall’Unione europea abbia contribuito a trasformare le modalità di erogazione dei servizi di telecomunicazione nell’UE, il settore continua a operare principalmente su 28 mercati nazionali separati. Sia i consumatori che i fornitori si trovano di fronte a regole e prezzi diversi. La settimana prossima il Parlamento europeo voterà i piani della Commissione per realizzare un continente connesso. LEGGI "L’integrazione europea delle telecoms: le ragioni della Commissione e quelle di AGCOM" di Innocenzo Genna Le differenze di prezzo I nuovi studi mostrano una differenza di prezzo fino al 400% fra Stati membri dell’UE nelle offerte di banda larga pubblicizzate, per la categoria di banda larga fissa di 12-30 megabit al secondo (Mbps), che è l’abbonamento tipo della maggior parte dei cittadini europei. I prezzi iniziano da un importo compreso tra 10 e 46 euro al mese, secondo il luogo di residenza, e possono salire fino a 140 euro al mese. Esempi di divergenze di prezzi: la banda larga pubblicizzata al prezzo più basso è disponibile in Lituania (da 10,30 euro), Romania (da 11,20 euro) e Lettonia (da 14,60 euro); in altri paesi l’offerta più economica può arrivare ai 46,20 euro di Cipro, seguito a breve distanza da Spagna (38,70 euro) e Irlanda (31,40 euro). Il ventaglio più ampio di prezzi si registra in Polonia, con offerte che vanno da 20 fino a 140 euro, e in Croazia, da 30 fino a 121 euro.

    broadbandretailprices

    "Sebbene costi di base e proventi diversi possano spiegare alcune differenze fra i mercati - chiosa la Commissione - molte delle incongruenze attuali sono dovute a una persistente frammentazione del mercato. Un continente connesso consentirà di superare queste differenze di prezzo conferendo un potere maggiore ai consumatori e offrendo un ambiente più propizio per gli investitori in tutto il Mercato unico, affinché gli operatori efficienti possano vendere i propri servizi ai consumatori di altri paesi". Capire cosa si compra con la banda larga Da un altro studio di Sam Knows, che ha misurato la velocità di connessione a internet oltre 7 miliardi di volte a casa di quasi 10mila volontari, è emerso che la velocità effettiva di scaricamento può scendere fino al 64% di quanto pubblicizzato.

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    La Vicepresidente della Commissione europea Neelie Kroes ha dichiarato: “Per internet il mercato unico non esiste. Questa situazione deve cambiare. Non esiste un valido motivo per cui in Europa un utente debba pagare più del quadruplo di un altro per la stessa banda larga. Sebbene le reti stiano migliorando, il divario tra la velocità pubblicizzata e quella effettiva è invariato rispetto al 2012, a conferma della necessità di consolidare e armonizzare i diritti dei consumatori, come proposto nel nostro pacchetto continente connesso. È ora che le imprese collaborino e trovino insieme soluzioni migliori per descrivere e pubblicizzare i propri prodotti. È questa la reazione che mi auguro”. "Le riforme proposte con il pacchetto 'continente connesso' - assicura la Commissione - daranno luogo a nuovi diritti, ad esempio il diritto a contratti scritti in un linguaggio semplice con informazioni più facilmente comparabili. In particolare gli operatori dovranno fornire informazioni precise sulla velocità effettivamente disponibile per la trasmissione dei dati. I consumatori avranno maggiori diritti nel passaggio a un altro fornitore o a un nuovo contratto, il diritto a recedere dal contratto se la velocità della connessione internet non corrisponde a quella pattuita e il diritto di ottenere l’inoltro dei messaggi di posta elettronica a un nuovo indirizzo e-mail dopo il passaggio a un altro fornitore". LEGGI "Agcom, online i dati dell'Osservatorio sulle Telecomunicazioni aggiornati alla fine del 2013. Meno accessi su linee fisse, traffico dati su banda larga mobile in crescita del 32,7% in un anno" Immagine in home page: Wikimedia.org 26 marzo 2014
  • Clonazione animale negli allevamenti, Europarlamento: "Estendere divieto a prole e importazioni"

    Animal cloning process, illustration"La tecnica di clonazione non è completamente matura e in effetti non sono stati compiuti ulteriori progressi". È così che l'eurodeputata tedesca Renate Sommer (EPP) illustra una delle premesse della relazione legislativa che il Parlamento europeo ha adottato martedì con 529 voti a favore, 120 contrari e 57 astensioni, rafforzando la proposta iniziale della Commissione sull'estensione dei divieti in materia di clonazione a tutte le specie di animali da allevamento, ai loro discendenti e ai prodotti da essi derivati, tra cui le importazioni nell'Unione europea. "Il tasso di mortalità rimane elevato. Molti degli animali che nascono vivi, muoiono nelle prime settimane, e muoiono dolorosamente", ha aggiunto Sommer a margine di un'assemblea che ha così ribadito come il divieto "si dovrebbe applicare anche alle importazioni di materiale germinale e di alimenti e mangimi di origine animale di animali clonati". Il Parlamento ha indicato che "gli accertamenti da parte dell'Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) del 2008 evidenziano che la salute e il benessere dei cloni sono compromessi, spesso in maniera grave e con esito letale. I conseguenti tassi insufficienti di clonazione (6-15% per i bovini e 6% per i suini) rendono necessario l'impianto di embrioni clonati in diverse madri surrogate per poter ottenere un clone. Inoltre, le anomalie nei cloni e le dimensioni insolitamente grandi dei feti provocano parti difficili e decessi alla nascita". I deputati hanno inoltre fatto riferimento a sondaggi che indicherebbero la forte contrarietà della maggioranza dei cittadini dell'Ue al consumo di alimenti derivati da animali clonati o dalla loro progenie, disapprovando inoltre l'uso della clonazione a fini agricoli, a causa di considerazioni sul benessere degli animali ed etiche generali. "Il testo modificato - spiega una nota dell'Europarlamento - converte l'atto giuridico in regolamento, che dovrà essere applicato direttamente in tutti gli Stati membri, piuttosto che in una direttiva, che richiederebbe un'ulteriore normativa a livello nazionale". I co-relatori Sommer e l'italiana Giulia Moi (EFDD) dovranno ora avviare i negoziati con il Consiglio dell'Ue per trovare un accordo sulla versione definitiva della normativa. 9 settembre 2015
  • Conservazione dei dati nel Registro delle imprese: la Cassazione si rivolge alla Corte di Giustizia

    di Lorenzo Delli Priscoli Con ordinanza interlocutoria n. 15096 del 17 luglio 2015, la Cassazione ha proposto alla Corte di giustizia due questioni pregiudiziali ex art 267 TFUE, sospendendo il relativo giudizio. Le questioni involgono il trattamento dei dati personali che possono essere custoditi solo per il tempo necessario al conseguimento delle finalità per le quali sono stati acquisiti e successivamente trattati, secondo quanto previsto dall’art. 6, lett. e), della direttiva 46/95/CE attuata con d.lgs. n. 196/2003. Ci si chiede se tale disciplina debba prevalere sul sistema di pubblicità commerciale istituito con il registro delle imprese, pure di derivazione comunitaria, che prevede anche per le persone fisiche la conservazione dei dati rilevanti senza limiti di tempo e se, dunque, anche tali dati non debbano essere disponibili per un periodo di tempo limitato e in favore di destinatari determinati. Scopo della pubblicità commerciale è infatti quello di rendere noto oppure opponibile un certo fatto giuridico, al fine della sicurezza del mercato. Sulla premessa che solo il nucleo essenziale di ogni diritto fondamentale è insopprimibile, che anche gli interessi del mercato hanno una rilevanza tale da poter determinare una limitazione dei diritti fondamentali, il problema sottoposto alla Corte di Giustizia dalla Corte di Cassazione è dunque quello di come operare il corretto bilanciamento tra trasparenza dei traffici commerciali e il diritto fondamentale alla riservatezza e alla protezione dei dati personali. 21 luglio 2015
  • Corte di Giustizia invalida accordo sul trasferimento dei dati negli Usa: "Gli Stati possono opporsi a migrazione verso server americani". Soro: "Al lavoro per individuare linee-guida comuni". Gruppo Art. 29: "Subito discussione tra esperti, a breve riunione straordinaria"

    La decisione della Commissione europea del 26 luglio 2000 con la quale si riteneva che, nel contesto del cosiddetto regime di safe harbour, gli Stati Uniti garantissero un livello adeguato di protezione dei dati personali trasferiti dall'Europa verso server americani, è stata invalidata dalla Corte di Giustizia dell'Ue; gli Stati possono dunque sospendere tale trasferimento se lo ritengono opportuno. La sentenza arriva a poche settimane dalla presa di posizione dell'avvocato generale Yves Bot nelle conclusioni in merito al procedimento scaturito da una denuncia presentata nel 2013 presso l’autorità irlandese per la protezione dei dati da un utente austriaco di Facebook a seguito delle rivelazioni di Edward Snowden sulle pratiche dei servizi di intelligence americani alla base del cosiddetto Datagate. La Corte, sposando sostanzialmente il punto di vista di Bot, ha così affermato che "l’autorità irlandese di controllo è tenuta a esaminare la denuncia di Schrems con tutta la diligenza necessaria e che a essa spetta, al termine della sua indagine, decidere se, in forza della direttiva sul trattamento dei dati personali, occorre sospendere il trasferimento dei dati degli iscritti europei a Facebook verso gli Stati Uniti perché tale paese non offre un livello di protezione dei dati personali adeguato". Contesto -  La direttiva europea dispone che il trasferimento di tali dati verso un paese terzo può avere luogo, in linea di principio, solo se il paese terzo di cui trattasi garantisce per questi dati un adeguato livello di protezione. Sempre secondo la direttiva, la Commissione può constatare che un paese terzo, in considerazione della sua legislazione nazionale o dei suoi impegni internazionali, garantisce un livello di protezione adeguato. Infine, la direttiva prevede che ogni Stato membro designi una o più autorità pubbliche incaricate di sorvegliare l’applicazione nel suo territorio delle disposizioni di attuazione della direttiva adottate dagli Stati membri. Maximilian Schrems, cittadino austriaco, utilizza Facebook dal 2008. Come accade per gli altri iscritti che risiedono nell’Unione, i dati da lui forniti alla piattaforma sono trasferiti, in tutto o in parte, a partire dalla filiale irlandese di Facebook, su server situati nel territorio degli Stati Uniti, dove sono oggetto di trattamento. Schrems aveva presentato una denuncia presso l’autorità irlandese di controllo ritenendo che, alla luce delle rivelazioni fatte da Snowden sulle attività della National Security Agency, il diritto e le prassi statunitensi non offrissero una tutela adeguata contro la sorveglianza svolta dalle autorità pubbliche sui dati trasferiti verso tale paese. L’autorità irlandese respinse la denuncia, segnatamente con la motivazione che, nella decisione del luglio 2000, la Commissione aveva ritenuto che, nel contesto del cosiddetto regime di approdo sicuro, gli Stati Uniti garantissero un livello adeguato di protezione dei dati personali trasferiti. La High Court of Ireland (Alta Corte di giustizia irlandese), investita della causa, chiese dunque alla Corte di Giustizia se questa decisione della Commissione producesse l’effetto di impedire ad un’autorità nazionale di controllo di indagare su una denuncia con cui si lamenta che un paese terzo non assicura un livello di protezione adeguato e, se necessario, di sospendere il trasferimento di dati contestato. Sentenza - La Corte reputa che l’esistenza di una decisione della Commissione che dichiara che un paese terzo garantisce un livello di protezione adeguato dei dati personali trasferiti "non può sopprimere e neppure ridurre i poteri di cui dispongono le autorità nazionali di controllo in forza della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e della direttiva". La Corte sottolinea, a questo proposito, il diritto alla protezione dei dati personali garantito dalla Carta e la missione di cui sono investite le autorità nazionali di controllo in forza della Carta medesima. La Corte considera anzitutto che "nessuna disposizione della direttiva osta a che le autorità nazionali controllino i trasferimenti di dati personali verso paesi terzi oggetto di una decisione della Commissione". Anche quando esiste una decisione della Commissione, quindi, le autorità nazionali di controllo, investite di una domanda, devono poter esaminare in piena indipendenza se il trasferimento dei dati di una persona verso un paese terzo rispetti i requisiti stabiliti dalla direttiva. Tuttavia, la Corte ricorda che "solo essa è competente a dichiarare invalida una decisione della Commissione, così come qualsiasi atto dell’Unione. Pertanto, qualora un’autorità nazionale o una persona ritenga che una decisione della Commissione sia invalida, tale autorità o persona deve potersi rivolgere ai giudici nazionali affinché, nel caso in cui anche questi nutrano dubbi sulla validità della decisione della Commissione, essi possano rinviare la causa dinanzi alla Corte di giustizia. Pertanto, in ultima analisi è alla Corte che spetta il compito di decidere se una decisione della Commissione è valida o no". La Corte, passando quindi a verificare la validità della decisione in oggetto, ricorda che "la Commissione era tenuta a constatare che gli Stati Uniti garantiscono effettivamente, in considerazione della loro legislazione nazionale o dei loro impegni internazionali, un livello di protezione dei diritti fondamentali sostanzialmente equivalente a quello garantito nell’Unione a norma della direttiva, interpretata alla luce della Carta". La Corte osserva che "la Commissione non ha proceduto a una constatazione del genere, ma si è limitata a esaminare il regime dell’approdo sicuro". Orbene, senza che alla Corte occorra verificare se questo sistema garantisce un livello di protezione sostanzialmente equivalente a quello assicurato nell’Unione, la Corte rileva che "esso è esclusivamente applicabile alle imprese americane che lo sottoscrivono e che, invece, le autorità pubbliche degli Stati Uniti non vi sono assoggettate". Inoltre, "le esigenze afferenti alla sicurezza nazionale, al pubblico interesse e all’osservanza delle leggi statunitensi prevalgono sul regime dell’approdo sicuro, cosicché le imprese americane sono tenute a disapplicare, senza limiti, le norme di tutela previste da tale regime laddove queste ultime entrino in conflitto con tali esigenze. Il regime americano dell’approdo sicuro rende così possibili ingerenze da parte delle autorità pubbliche americane nei diritti fondamentali delle persone, e la decisione della Commissione non menziona l’esistenza, negli Stati Uniti, di norme intese a limitare queste eventuali ingerenze, né l’esistenza di una tutela giuridica efficace contro tali ingerenze". La Corte considera che questa ricostruzione è avvalorata da due comunicazioni della Commissione del 27 novembre 2013, dalle quali si evince, segnatamente, che "le autorità degli Stati Uniti potevano accedere ai dati personali trasferiti dagli Stati membri verso tale paese e trattarli in modo incompatibile, in particolare, con le finalità del loro trasferimento, anche effettuando un trattamento in eccesso rispetto a ciò che era strettamente necessario e proporzionato alla tutela della sicurezza nazionale. Analogamente, la Commissione ha dichiarato che le persone interessate non disponevano di rimedi amministrativi o giurisdizionali intesi, in particolare, ad accedere ai dati che le riguardano e, se necessario, ad ottenerne la rettifica o la cancellazione". Per quanto attiene al livello di tutela sostanzialmente equivalente alle libertà e ai diritti fondamentali garantiti all’interno dell’Unione, la Corte dichiara che, nel diritto dell’Unione, "una normativa non è limitata allo stretto necessario se autorizza in maniera generalizzata la conservazione di tutti i dati personali di tutte le persone i cui dati sono trasferiti dall’Unione verso gli Stati Uniti senza che sia operata alcuna differenziazione, limitazione o eccezione in funzione dell’obiettivo perseguito e senza che siano fissati criteri oggettivi intesi a circoscrivere l’accesso delle autorità pubbliche ai dati e la loro successiva utilizzazione". La Corte soggiunge che "una normativa che consenta alle autorità pubbliche di accedere in maniera generalizzata al contenuto di comunicazioni elettroniche deve essere considerata lesiva del contenuto essenziale del diritto fondamentale al rispetto della vita privata". Parimenti, la Corte osserva che "una normativa che non preveda alcuna facoltà per il singolo di esperire rimedi giuridici diretti ad accedere ai dati personali che lo riguardano o ad ottenerne la rettifica o la cancellazione viola il contenuto essenziale del diritto fondamentale ad una tutela giurisdizionale effettiva, facoltà, questa, che è connaturata all’esistenza di uno Stato di diritto". Infine, la Corte dichiara che "la decisione della Commissione del 26 luglio 2000 priva le autorità nazionali di controllo dei loro poteri nel caso in cui una persona contesti la compatibilità della decisione con la tutela della vita privata e delle libertà e diritti fondamentali delle persone. La Commissione non aveva la competenza di limitare in tal modo i poteri delle autorità nazionali di controllo". La Commissione - "Abbiamo ora tre priorità", ha affermato in una conferenza stampa Frans Timmermans, vice-presidente della Commissione Europea: "In primo luogo, proteggere i dati che vengono trasferiti oltre l'Atlantico; in secondo luogo, date certe garanzie, far sì che tale flusso prosegua in quanto importante per l'economia dell'Europa; infine, l'applicazione uniforme del diritto comunitario nel mercato interno".

    "Ci sono altri strumenti tramite i quali il flusso di dati può continuare", ha a sua volta assicurato Věra Jourová, Commissario per la giustizia, la tutela dei consumatori e l'uguaglianza di genere: "Occorre ora lavorare per uniformare l'approccio delle 28 autorità di protezione dei dati dell'Unione".

    Il Garante italiano -  "Con questa sentenza la Corte di Giustizia Europea rimette al centro dell'agenda degli Stati il tema dei diritti fondamentali  delle persone e la necessità che questi diritti, primo fra tutti la protezione dei dati, vengano tutelati anche nei confronti di chi li usa al di fuori dei confini europei". Questo il primo commento di Antonello Soro, Presidente del Garante per la privacy. "La Corte - prosegue Soro - ha riaffermato con forza che non è ammissibile che il diritto fondamentale alla protezione dei dati, oggi sancito dalla Carta e dai Trattati UE, sia compromesso dall'esistenza di forme di sorveglianza e accesso del tutto indiscriminate da parte di autorità di Paesi terzi, che peraltro non rispettano l'ordinamento europeo sulla protezione dei dati. È importante peraltro sottolineare che questa sentenza, insieme ai recenti pronunciamenti della giurisprudenza europea, conferma come la Corte sempre più spesso intenda richiamare le istituzioni europee e gli Stati membri ad un rispetto reale e concreto dei principi sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Ue". "La Corte - si legge in una nota del Garante - ricorda a tutte le parti in causa che il panorama dei diritti è mutato con l'ingresso della Carta quale parte integrante dei Trattati fondamentali dell'UE, e che tutti gli strumenti e gli atti comunitari, passati e presenti, devono essere guardati con occhi nuovi, attraverso la lente della Carta. È la stessa ottica, del resto, in cui si muove il pacchetto protezione dati con il futuro Regolamento generale e la direttiva polizia e giustizia: entrambi rafforzano, fra le altre cose, i diritti degli interessati in Ue e i poteri delle autorità nazionali di protezione dati." "E' chiaro ora - conclude il Presidente del'Autorità - che occorre una risposta coordinata a livello europeo anche da parte dei Garanti nazionali, e in queste ore si stanno valutando le modalità più efficaci per individuare linee-guida comuni". I Garanti europei - Le autorità europee riunite nel Gruppo Articolo 29 accolgono con favore una decisione che "ribadisce che i diritti di protezione dei dati sono parte integrante del regime Ue dei diritti fondamentali. Per diversi anni - si legge in una nota - il gruppo di lavoro ha studiato l'impatto della sorveglianza di massa sui trasferimenti internazionali e ha più volte presentato le sue preoccupazioni. Siamo consapevoli del fatto che questa decisione ha importanti conseguenze su tutte le parti in causa e dunque, al fine di fornire un'analisi coordinata della decisione della Corte e determinare le conseguenze sui trasferimenti, una prima serie di discussioni tra esperti sarà organizzata questa settimana a Bruxelles. Inoltre, verrà programmata a breve una riunione plenaria straordinaria del gruppo di lavoro".
    Corte di Giustizia: normativa Stato su tutela dei dati può essere applicata a una società straniera con un’organizzazione stabile Corte di Giustizia: il diritto dell’Unione osta alla trasmissione e al trattamento di dati personali tra due amministrazioni pubbliche di uno Stato membro se le persone interessate non ne vengono preventivamente informate
    6 ottobre 2015
  • Corte di Giustizia UE: gli stati nazionali possono ampliare i diritti del broadcaster per la trasmissione in diretta di un incontro sportivo sul web

    "L’articolo 3, paragrafo 2, della direttiva 2001/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2001, sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione, deve essere interpretato nel senso che esso non osta ad una normativa nazionale che estende il diritto esclusivo degli organismi di radiodiffusione di cui a detto articolo 3, paragrafo 2, lettera d), riguardo ad atti di comunicazione al pubblico che potrebbero costituire trasmissioni di incontri sportivi realizzate in diretta su Internet, come quelli di cui trattasi nel procedimento principale, a condizione che siffatta estensione non pregiudichi la tutela del diritto d’autore". Così la Corte di Giustizia dell'unione Europea con una sentenza del 26 marzo 2015. La Corte era stata chiamata a decidere sulla controversia tra la C More Entertainment AB e il sig. Linus Sandberg in merito all’inserimento da parte di quest’ultimo, su un sito Internet, di collegamenti ipertestuali selezionabili grazie ai quali chi vi navigava poteva accedere alla trasmissione in diretta, su un altro sito, di partite di hockey su ghiaccio senza dover versare l’importo in denaro richiesto dal gestore dell’altro sito. "Né l’articolo 3, paragrafo 2, della direttiva 2001/29, né qualsiasi altra disposizione di quest’ultima - sottolinea la Corte - indicano che il legislatore dell’Unione abbia inteso armonizzare e conseguentemente prevenire o eliminare eventuali differenze tra le legislazioni nazionali, con riferimento alla natura e all’ampiezza della tutela che gli Stati membri potrebbero riconoscere ai titolari di diritti previsti in tale articolo 3, paragrafo 2, lettera d), riguardo a taluni atti, come quelli di cui trattasi nel procedimento principale, che non sono espressamente previsti in quest’ultima disposizione". Inoltre, "risulta dal considerando 16 della direttiva 2006/115, che ha sostituito la direttiva 92/100, che agli Stati membri dev’essere riconosciuta la possibilità di prevedere, per i titolari di diritti connessi con il diritto d’autore, disposizioni che istituiscono una tutela più estesa di quella prevista dalla direttiva 2006/115 in ordine alla radiodiffusione e alla comunicazione al pubblico". Nella sentenza si evidenzia così che "l’articolo 8 di tale direttiva, intitolato «Radiodiffusione e comunicazione al pubblico», dichiara al suo paragrafo 3, in particolare, che gli Stati membri devono prevedere, per gli organismi di radiodiffusione, il diritto esclusivo di autorizzare o vietare la diffusione delle loro trasmissioni via etere, nonché la comunicazione al pubblico delle loro trasmissioni qualora tale comunicazione venga effettuata in luoghi accessibili al pubblico mediante pagamento di un diritto d’ingresso. Si deve quindi constatare che la direttiva 2006/115 riconosce agli Stati membri la facoltà di prevedere disposizioni che istituiscono una tutela più estesa, con riferimento alla radiodiffusione e alla comunicazione al pubblico di trasmissioni effettuate da organismi di radiodiffusione, di quelle che devono essere attuate in conformità all’articolo 8, paragrafo 3, di tale direttiva". "Siffatta facoltà- afferma la Corte - implica che gli Stati membri possono concedere agli organismi di radiodiffusione il diritto esclusivo di autorizzare o vietare atti di comunicazione al pubblico di loro trasmissioni, effettuati in un contesto diverso da quello previsto all’articolo 8, paragrafo 3, e segnatamente di trasmissioni alle quali chiunque può avere accesso dal luogo prescelto, tenendo ben presente che siffatto diritto non deve, come previsto dall’articolo 12 della direttiva 2006/115, in nessun caso pregiudicare la tutela del diritto d’autore. Ne consegue che l’articolo 3, paragrafo 2, della direttiva 2001/29 va interpretato nel senso che non pregiudica detta facoltà degli Stati membri, riconosciuta all’articolo 8, paragrafo 3, della direttiva 2006/115, in combinato disposto con il considerando 16 di quest’ultima, di concedere agli organismi di radiodiffusione il diritto esclusivo di autorizzare o vietare gli atti di comunicazione al pubblico di loro trasmissioni a condizione che siffatta tutela non incida negativamente su quella del diritto d’autore". Di seguito il testo della sentenza.
    Link alle opere protette, la Corte di Giustizia Europea li autorizza. Ma solo per contenuti disponibili in accesso libero su un altro sito
    30 marzo 2015
  • Corte di Giustizia Ue: gli Stati possono controllare se società che forniscono servizi di comunicazione elettronica stabilite in un altro Stato membro rispettino le norme in materia di tutela dei consumatori

    I giudici stabiliscono che, per contro, essi non possono obbligare tali società a creare sul loro territorio una succursale o una filiale Gli Stati membri possono controllare se società che, sebbene siano stabilite in un altro Stato membro, forniscono sul loro territorio servizi di comunicazione elettronica rispettino le norme in materia di tutela dei consumatori, ma non possono obbligare tali società a creare sul loro territorio una succursale o una filiale. È il senso di un'odierna sentenza della Corte di Giustizia Europea. I giudici sono stati chiamati in causa nell'ambito di un procedimento con protagonista l'UPC, società lussemburghese che fornisce a titolo oneroso, a partire dal Lussemburgo, bouquet di servizi di diffusione radiofonica e audiovisiva ricevibili via satellite e ad accesso condizionato. Tali servizi sono forniti ad abbonati residenti in altri Stati membri, tra cui l’Ungheria. A seguito di denunce presentate da alcuni abbonati della UPC, le autorità ungheresi hanno chiesto alla UPC di comunicare loro talune informazioni relative ai suoi rapporti contrattuali con uno dei suoi clienti. La UPC si è però rifiutata di fornire tali informazioni a motivo del fatto che, avendo essa sede in Lussemburgo, le autorità ungheresi non erano competenti per avviare procedimenti di vigilanza nei suoi confronti. Non avendo ricevuto le informazioni richieste, le autorità ungheresi hanno inflitto un’ammenda alla UPC. Avendo quest’ultima avviato un’azione legale per contestare l’ammenda, la Fővárosi Törvényszék (Tribunale di Budapest, Ungheria) ha chiesto, in sostanza, se il diritto dell’Unione autorizzi le autorità ungheresi a vigilare sull’attività della UPC in Ungheria. Con la sentenza pronunciata in data odierna, la Corte di giustizia rileva che il servizio fornito dalla UPC costituisce un "servizio di comunicazione elettronica". A tal riguardo, la Corte ricorda che la direttiva autorizzazioni (Direttiva 2002/20/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 7 marzo 2002, relativa alle autorizzazioni per le reti e i servizi di comunicazione elettronica - GU L 108 pag. 21, come modificata dalla direttiva 2009/140/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 novembre 2009 - GU L 337, pag. 37) consente agli Stati membri di imporre la registrazione dell’inizio della fornitura di un tale servizio sul loro territorio. Del pari, la direttiva autorizza uno Stato membro sul cui territorio risiedono i destinatari di tale servizio a subordinare la prestazione dello stesso a talune condizioni specifiche del settore delle comunicazioni elettroniche. Pertanto, le autorità nazionali possono chiedere alle imprese le informazioni necessarie per verificare l’osservanza delle condizioni relative alla tutela dei consumatori, a seguito di denuncia o in caso di indagine su iniziativa delle stesse autorità. In tale contesto, gli Stati membri possono avviare procedimenti di vigilanza aventi ad oggetto l’attività, sul loro territorio, dei fornitori di servizi di comunicazione elettronica stabiliti in un altro Stato membro dell’Unione. Per contro, gli Stati membri non possono imporre a tali fornitori la creazione di una succursale o di una filiale sul loro territorio, in quanto un siffatto obbligo sarebbe contrario alla libera prestazione dei servizi. 30 aprile 2014
  • Dall'Internet of Things a guida autonoma e smart cities: la Commissione investe 16 miliardi

    Un investimento di quasi 16 miliardi di euro nella ricerca e nell'innovazione per i prossimi due anni nell'ambito di Horizon 2020, il programma dell'Ue che finanzia la ricerca e l'innovazione, sulla base di un nuovo programma di lavoro 2016-2017. È quanto ha annunciato nelle scorse ore la Commissione Europea.

    Verranno così sostenute diverse iniziative trasversali: l'ammodernamento dell'industria manifatturiera europea (1 miliardo di euro); le tecnologie e le norme per la guida automatica (più di 100 milioni); Internet degli oggetti (139 milioni) per sostenere la digitalizzazione delle industrie dell'Ue; industria 2020 e l'economia circolare (670 milioni); città intelligenti e sostenibili (232 milioni) per migliorare l'integrazione delle reti ambientali, digitali, dei trasporti e dell'energia negli ambienti urbani dell'Ue.

    Almeno 8 milioni di euro di finanziamento, inoltre, saranno destinati alla ricerca in materia di sicurezza delle frontiere esterne dell'Ue per migliorare le procedure di identificazione e prevenire il traffico e la tratta di esseri umani; 27 milioni saranno destinati alle nuove tecnologie per prevenire la criminalità e il terrorismo e 15 milioni saranno destinati alla ricerca sull'origine e l'impatto dei flussi migratori in Europa.

    "Il nuovo programma di lavoro - spiega una nota di Bruxelles - si baserà inoltre sui successi nella ricerca in campo sanitario, come le scoperte sull'Ebola rese possibili anche dai finanziamenti di Horizon 2020, investendo 5 milioni di euro per far fronte ai focolai critici di Xylella fastidiosa, il batterio che attacca gli olivi. Dovrebbe inoltre migliorare l'impatto dei finanziamenti nell'ambito di Horizon 2020: in primo luogo, garantirà una maggiore disponibilità di fondi per le imprese innovative grazie alle nuove opportunità di mobilitazione delle risorse sostenute dal Fondo europeo per gli investimenti strategici (FEIS), in aggiunta agli oltre 740 milioni di euro destinati a sostenere le attività di ricerca e innovazione in quasi 2mila piccole e medie imprese; ci si impegnerà poi ulteriormente per migliorare le sinergie con altri programmi di finanziamento dell'Ue, nonché per fornire indicazioni più chiare e criteri d'impatto ai ricercatori che presentano le domande".

    "La ricerca e l'innovazione sono i motori del progresso europeo e sono fondamentali per affrontare le nuove sfide urgenti come l'immigrazione, i cambiamenti climatici, l'energia pulita e la tutela della salute nella società", afferma Carlos Moedas, Commissario per la ricerca, la scienza e l'innovazione: "Nei prossimi due anni questi nuovi fondi sosterranno l'impegno scientifico di alto livello dell'Europa, contribuendo a cambiare la vita dei cittadini".

    Il programma di finanziamento Horizon 2020 è stato varato nel gennaio 2014. "In sette anni - prosegue la Commissione - circa 77 miliardi di euro saranno investiti in progetti di ricerca e innovazione per sostenere la competitività economica dell'Europa e ampliare le frontiere del sapere umano. Il bilancio Ue per la ricerca mira in gran parte a migliorare le condizioni di vita dei cittadini in settori come la sanità, l'ambiente, i trasporti, l'alimentazione e l'energia. I partenariati di ricerca con l'industria farmaceutica, aerospaziale, automobilistica ed elettronica promuovono a loro volta gli investimenti del settore privato a sostegno della crescita futura e della creazione di posti di lavoro altamente qualificati".

    Queste nuove opportunità di finanziamento sono direttamente allineate alle priorità strategiche della Commissione presieduta da Jean-Claude Juncker e puntano a "contribuire significativamente al pacchetto per l'occupazione, la crescita e gli investimenti, al mercato unico digitale, all'Unione dell'energia e alle politiche in materia di cambiamenti climatici, al mercato interno grazie a un'industria più forte e a consolidare il ruolo di attore globaledell'Europa".

    14 ottobre 2015
  • Data Protection, la riforma europea approvata in Commissione: "Flessibili i limiti di età per l'iscrizione ai social network"

    La Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni del Parlamento Europeo ha approvato, con 53 voti a favore, 2 contrari e 1 astensione, la proposta di riforma della disciplina in materia di protezione dei dati che martedì era stata formulata da Consiglio e Parlamento. Un passaggio che arriva dopo quasi quattro anni dall'iniziativa della Commissione Europea, periodo caratterizzato dalle trattative del trilogo dalle quali è scaturito un testo che si compone di un regolamento generale sulla protezione dei dati e una direttiva sulla protezione dei dati trattati dalla polizia e dalle autorità giudiziarie penali. La riforma punta a dare i cittadini "un maggiore controllo dei loro dati personali" e "una più ampia serie di informazioni su come essi vengono raccolti e trattati", con un approccio più stringente in termini di consenso; al contempo, all'obiettivo della "portabilità dei dati personali" nel passaggio da un operatore all'altro si affianca un ulteriore riconoscimento del diritto all'oblio. Le imprese dovranno dal canto loro informare le autorità in caso di data breach ma, nelle intenzioni degli organismi europei, potranno beneficiare di "un più armonico quadro normativo" sul Continente nonché del one-stop-shop, lo sportello unico che permetterà loro di confrontarsi con una sola autorità. Le norme saranno applicate a tutte le imprese europee ma anche a quelle imprese che pur risiedendo fuori dall'Unione operano al suo interno. Per chi viola le norme, sono previste multe fino al 4% del totale fatturato annuo mondiale. Allo stesso tempo, le imprese dovranno nominare un responsabile della protezione dei dati se gestiscono notevoli quantità di dati sensibili o di monitoraggio del comportamento di molti consumatori, un obbligo dal quale sembrano tuttavia esonerate le Pmi che non hanno il trattamento dei dati come core business. Ma è proprio il tema delle sanzioni a rappresentare uno dei temi più caldi affrontati nello statement con il quale Digital Europe, che rappresenta alcuni dei maggiori operatori dell'industria tecnologica operanti in Europa, ha puntato il dito contro quelle che ritiene misure pericolose per il mercato: "Occorre evitare l'introduzione di un regime di sanzioni che è sproporzionato, rigido e fissa le sanzioni sulla base del fatturato globale, comprese le entrate che sono del tutto estranee alla attività di trattamento dei dati. Dopo quattro anni di negoziati - si afferma in una nota - è preoccupante che restino aperte delle importanti questioni sul giusto equilibrio tra il diritto alla privacy e la possibilità delle imprese di diventare più competitive". Non poche polemiche ha sollevato inoltre nei giorni scorsi la probabilità che per i minori di 16 anni sia richiesta l'autorizzazione dei genitori per l'accesso alle piattaforme online che necessitano di una registrazione (e quindi anche a tutti i social network); in questo senso, il Parlamento chiarisce che "le nuove regole sono flessibili per garantire che gli Stati membri possano impostare il proprio limite a condizione che non sia inferiore a 13 o superiore a 16 anni, dando loro la libertà di mantenere quelli che già applicano. Questa flessibilità è stata inserita su richiesta urgente degli Stati membri. I negoziatori del Parlamento avrebbero preferito un limite di età a di 13 anni". L'Europarlamento sarà chiamato al voto definitivo sulla riforma prevedibilmente nella primavera del 2016; a quel punto gli Stati membri avranno due anni di tempo per adeguare le norme interne. Digital Europe -
    “Verso il nuovo regolamento europeo sulla privacy”, il convegno dell’Accademia Italiana del Codice di Internet Safe harbour 2.0: i nodi da sciogliere per un nuovo equilibrio tra privacy e sicurezza nel convegno con Joe Cannataci Diritto all’oblio, la pronuncia del Tribunale di Roma: motore di ricerca non responsabile della falsità delle notizie indicizzate. Ribadita la centralità dell’elemento temporale. Anche gli avvocati esercitano un “ruolo pubblico”
    17 dicembre 2015
  • Digital Scoreboard 2014: le buone notizie e le zone d'ombra

    Il documento diffuso dalla Commissione Europea traccia un bilancio che vede segnali incoraggianti sul fronte dei cittadini connessi e dell'eCommerce ma nodi ancora da sciogliere su zone rurali, imprese e utilizzo di eGovernment “Oggi la maggior parte degli europei è entrata nell’era digitale e intende approfittarne pienamente. Abbiamo risolto il problema dell’accesso a Internet, ma il divario digitale non si è colmato. Senza l’impegno di tutti a fare di più, rischiano di emergere in Europa sacche di analfabetismo digitale”. È così che il vicepresidente della Commissione Europea e Commissario per l'Agenda Digitale Neelie Kroes riassume i dati contenuti all'interno dell'EU Digital Scoreboard 2014, documento che mostra l'andamento degli indici riferiti agli obiettivi dell'Agenda continentale. Se la giusta strada per raggiungere 95 dei 101 obiettivi entro il 2015 sembra essere stata ormai imboccata, è ancora frequente la mancanza di accesso alla banda larga ad alta velocità nelle zone rurali. Un altro problema rilevante è la minaccia che si venga a creare un divario in termini di qualifiche digitali. Entrando più nel dettaglio dei dati, aumenta l’uso regolare di Internet: dal 2010 a oggi la percentuale di chi si connette almeno una volta alla settimana è passato dal 60% al 72%. I miglioramenti più significativi si sono avuti in Grecia, Romania, Irlanda, Repubblica ceca e Croazia, mentre i migliori risultati in assoluto (più del 90% di utilizzatori) si registrano in Danimarca, Svezia, Paesi Bassi e Lussemburgo. Negli Stati Uniti gli utilizzatori di Internet rappresentano l’87% della popolazione adulta. map-1 Notevoli progressi per i gruppi svantaggiati: negli ultimi quattro anni l’uso di Internet da parte dei disoccupati, dei meno istruiti e delle persone più anziane è balzato dal 41% al 57%. A questo ritmo la Commissione conta di centrare l’obiettivo del 60% già prima del 2015. Di riflesso, i non utilizzatori diminuiscono di un terzo: il 20% degli abitanti dell’UE non ha mai usato Internet (dato in diminuzione di un terzo rispetto a quattro anni fa). Se le tendenze attuali si confermeranno, anche l'obiettivo del 15% entro il 2015 sarà raggiunto. Sempre più numerosi i cittadini che effettuano acquisti online: oggi il 47% dei cittadini europei compra su Internet, in aumento di dieci punti sul dato del 2009. L’obiettivo di arrivare al 50% entro il 2015 sembra dunque molto realistico. L’accesso è garantito, con il 100% degli europei ha accesso alla banda larga, generalmente con la possibilità di scegliere fra modalità diverse (fibra, cavo, ADSL o accesso mobile 3G/4G). Come minimo, tutti gli europei hanno la possibilità di sottoscrivere un servizio di banda larga via satellite a costi accessibili. La disponibilità di banda larga mobile 4G è balzata dal 26% al 59% in un anno. L’accesso a Internet a velocità di almeno 30 Mbps su linea fissa raggiunge il 62% della popolazione dell’UE, rispetto al 54% un anno fa e al 29% nel 2010. La banda larga veloce raggiunge almeno il 90% delle famiglie in Belgio, Danimarca, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi e Regno Unito. I nodi da sciogliere Tuttavia al positivo quadro sopra disegnato si contrappongono le criticità ancora da risolvere, come quelle che riguardano le opportunità mancate per le piccole imprese: solo il 14% di quelle con meno di 250 dipendenti vende online. Tutti gli Stati membri rimangono lontani dall’obiettivo del 33% entro il 2015. Le zone rurali sono inoltre a rischio in Europa: appena il 18% dei domicili situati nelle zone rurali ha accesso alla banda larga veloce. Nel 2013 inoltre i servizi di eGovernment sono rimasti al palo: ne fa uso solo il 42% della popolazione dell’UE. Al ritmo di crescita attuale gli Stati membri non raggiungeranno il traguardo del 50% entro il 2015. Digital Agenda Targets Overall 2014 FINAL May 2014 green   scoreboard_2014 - digital divide infographics_5796 29 maggio 2014
  • Direttiva 2012/34/UE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 21 novembre 2012 che istituisce uno spazio ferroviario europeo unico (rifusione)

    Il 21 novembre 2012, il Parlamento Europeo ed il Consiglio dell'Unione Europea hanno adottato la direttiva 2012/34/UE "che istituisce uno spazio ferroviario europeo unico (rifusione)". La direttiva (il cd "recast" del "primo pacchetto ferroviario") ha "rifuso" e "riunito" in un unico atto la direttiva 91/440/CEE del Consiglio, del 29 luglio 1991, relativa allo sviluppo delle ferrovie comunitarie, la direttiva 95/18/CE del Consiglio, del 19 giugno 1995, relativa alle licenze delle imprese ferroviarie e la direttiva 2001/14/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 febbraio 2001, relativa alla ripartizione della capacità di infrastruttura ferroviaria e all’imposizione dei diritti per l’utilizzo dell’infrastruttura ferroviaria, introducendo, altresì, ulteriori modifiche alla disciplina europea dei trasporti ferroviari. La Direttiva 2012/34/UE andrà recepita entro il 16 giugno 2015. Detto termine è anticipato per alcune attività (in particolare, gli Stati membri devono entro 16 dicembre 2014, predisporre "una strategia indicativa di sviluppo dell’infrastruttura ferroviaria al fine di soddisfare le esigenze future in materia di mobilità in termini di manutenzione, rinnovamento e sviluppo dell’infrastruttura sulla base di un finanziamento sostenibile del sistema ferroviario. Tale strategia comprende un periodo di almeno cinque anni ed è rinnovabile". Il presente documento è inserito nel Focus "Regolazione dei Trasporti" (sottosezione di "Mercato, Concorrenza e Regolazione") a cura di Giovanni Nuzzi. 10 agosto 2014
  • Droni, le Autorità privacy europee: "Più tutele per le persone". Soro: "Puntare su privacy by desing"

    Le Autorità per la privacy europee, riunite nel Gruppo di lavoro Articolo 29, hanno adottato un parere sull'impiego dei droni per tutti gli usi civili. Il provvedimento, di cui è relatore il Garante italiano, dà indicazioni e raccomandazioni ai costruttori e agli operatori, al legislatore nazionale e europeo e ai regolatori del settore per la tutela della riservatezza delle persone. Il WP29 chiarisce, in primo luogo, che "non è l'impiego dei droni in sé ad essere problematico, quanto gli effetti potenzialmente invasivi che può produrre il loro uso e che sfuggono totalmente alla percezione delle persone", mentre gli strumenti di tutela finora adottati "risultano di ardua applicazione". A ciò si aggiunge "l'attuale difficoltà di ricostruire con chiarezza la catena di responsabilità nell'utilizzo dei droni, ossia di chiarire chi fa cosa e per quali scopi: spesso i droni sono utilizzati da imprese che offrono servizi in outsourcing ad altri soggetti, i quali sono i veri titolari del trattamento ma non sempre hanno piena consapevolezza delle responsabilità derivanti". Per questi motivi vengono indicate una serie di misure alle parti interessate. Per quanto riguarda gli operatori, avranno "l'obbligo di fornire un'informativa tenendo conto delle peculiarità delle operazioni svolte. È consigliato un approccio multilivello: dai classici cartelli, quando possibile, a informative pubblicate sui siti di ciascun operatore o a piattaforme uniche che raccolgano le informazioni sui voli, ad esempio su siti delle Autorità di aviazione competenti, fino all'adozione di misure per rendere il più possibile visibile e identificabile un drone". Essi dovranno inoltre scegliere "una tecnologia che limiti la raccolta e il trattamento dei dati a quelli indispensabili alle loro finalità e  adottare idonee misure di sicurezza". Al legislatore nazionale e europeo e ai regolatori di settore il WP29 raccomanda invece l'introduzione e il rafforzamento delle norme così da consentire l'utilizzo dei droni nel rispetto dei diritti fondamentali, lo sviluppo e l'introduzione (in collaborazione con i rappresentanti dell'industria, i costruttori e gli operatori di settore) di criteri per la valutazione di impatto privacy, l'individuazione di modalità di cooperazione tra Autorità di protezione dei dati e Autorità per l'aviazione civile e l'utilizzo dei fondi di ricerca europei per l'individuazione di strumenti tecnologicamente adeguati per fornire l'informativa agli interessati e favorire l'identificazione dei droni. Ai costruttori si raccomanda infine l'adozione di misure di privacy by default, la promozione di codici deontologici e l'adozione di misure per rendere il più possibile visibile e identificabile un drone. "La sola ampiezza delle applicazioni oggi note, dalla ricognizione di aree impervie alle riprese di eventi o manifestazioni, dal monitoraggio di aree urbane alla verifica di impianti e strutture complesse fino agli usi amatoriali o ricreativi - afferma Antonello Soro, presidente dell'Autorità garante per la privacy del nostro Paese - dà bene l'idea di quali possono essere i potenziali rischi per la privacy delle persone. Le attuali regole giuridiche rischiano di non essere più adeguate a questi nuovi sistemi di raccolta di dati personali così invasivi. Dobbiamo puntare sempre di più sulla privacy by design, su tecnologie rispettose dei diritti di libertà delle persone fin dalla loro progettazione. Il parere dei Garanti Ue - conclude Soro - è un primo passo".
    Droni del Cnr in Artico per studiare i cambiamenti climatici I droni aiutano l’archeologia: scoperte nuove abitazioni etrusche nel parco di Veio Droni, in Italia 85 scuole di pilotaggio nate in meno di un anno Droni, parte il progetto nazionale della Croce Rossa italiana Droni in Italia, i numeri del decollo. Giacomelli: “Il nostro Paese è un’eccellenza” Il Regolamento ENAC e le immagini acquisite tramite drone
    19 giugno 2015
  • Facebook, avvocato generale Corte di Giustizia: "Stati possono impedire trasferimento dati degli iscritti verso Usa"

    "La decisione della Commissione che dichiara adeguata la protezione dei dati personali negli Stati Uniti non impedisce alle autorità nazionali di sospendere il trasferimento dei dati degli iscritti europei a Facebook verso server situati negli Stati Uniti". È quanto afferma l'avvocato generale della Corte di Giustizia dell'Unione Europea Yves Bot nelle conclusioni in merito ad un procedimento scaturito da una denuncia presentata nel 2013 presso l'autorità irlandese per la protezione dei dati da un utente austriaco a seguito delle rivelazioni di Edward Snowden sulle pratiche dei servizi di intelligence americani, su tutti quelli della National Security Agencyalla base del cosiddetto Datagate. La direttiva sul trattamento dei dati personali (95/46/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 1995) dispone che il trasferimento di tali dati verso un paese terzo può avere luogo se il paese terzo di cui trattasi garantisce per questi dati un livello di protezione adeguato. Sempre secondo la direttiva, la Commissione può constatare che un paese terzo garantisce un livello di protezione adeguato. Quando la Commissione adotta una decisione in questo senso, può avere luogo il trasferimento di dati personali verso il paese terzo interessato. Maximillian Schrems, cittadino austriaco, utilizza Facebook dal 2008. Come accade per gli altri iscritti che risiedono nell’Unione, i dati forniti da Schrems al social network sono trasferiti, in tutto o in parte, a partire dalla filiale irlandese della piattaforma, su server situati nel territorio degli Stati Uniti, dove sono conservati. Schrems presentò la denuncia presso l’authority irlandese ritenendo che, alla luce delle rivelazioni fatte nel 2013 da Snowden, il diritto e le prassi statunitensi non offrissero alcuna reale protezione contro il controllo ad opera dello Stato americano dei dati trasferiti verso tale paese. L’autorità irlandese respinse la denuncia, segnatamente con la motivazione che, in una decisione del 26 luglio 2000, la Commissione aveva ritenuto che, nel contesto del cosiddetto regime di approdo sicuro (il safe harbour che consta di una serie di principi, relativi alla protezione dei dati personali, che le imprese americane possono volontariamente sottoscrivere), gli Stati Uniti garantissero un livello adeguato di protezione dei dati personali trasferiti. La High Court of Ireland (Alta Corte di giustizia irlandese), investita della causa, ha tuttavia voluto sapere se questa decisione della Commissione produca l’effetto di impedire ad un’autorità nazionale di controllo di indagare su una denuncia secondo cui un paese terzo non assicura un livello di protezione adeguato e, se necessario, di sospendere il trasferimento di dati contestato. Nelle sue conclusioni odierne, l’avvocato generale Bot ritiene che "l’esistenza di una decisione della Commissione che dichiara che un paese terzo garantisce un livello di protezione adeguato per i dati personali trasferiti non può elidere e neppure ridurre i poteri di cui dispongono le autorità nazionali di controllo in forza della direttiva sul trattamento dei dati personali". Egli ritiene inoltre che "la decisione della Commissione sia invalida". L’avvocato generale, come si legge in una nota della Corte, considera anzitutto che "i poteri d’intervento delle autorità nazionali di controllo, tenuto conto dell’importanza del loro ruolo in materia di protezione dei dati, devono rimanere integri. Se le autorità nazionali di controllo fossero vincolate in maniera assoluta dalle decisioni della Commissione, la loro indipendenza totale, di cui godono in forza della direttiva, risulterebbe inevitabilmente limitata". L’avvocato generale ne evince che, "qualora un’autorità nazionale di controllo ritenga che un trasferimento di dati arrechi pregiudizio alla protezione dei cittadini dell’Unione per quanto attiene al trattamento di loro dati, essa ha il potere di sospendere detto trasferimento, e ciò a prescindere dalla valutazione generale svolta dalla Commissione nella sua decisione. Il potere riconosciuto dalla direttiva alla Commissione, infatti, non incide sui poteri conferiti dalla medesima direttiva alle autorità nazionali di controllo. In altre parole, la Commissione non dispone della competenza di limitare i poteri delle autorità nazionali di controllo". google-datacenter-tech-13-690x414Sebbene l’avvocato generale riconosca che "le autorità nazionali di controllo sono giuridicamente vincolate dalla decisione della Commissione", egli considera tuttavia che "questo effetto obbligatorio non presenta una natura tale da implicare che le denunce siano respinte sommariamente, vale a dire immediatamente e senza alcun esame della loro fondatezza, e ciò a maggior ragione giacché il riconoscimento dell’adeguatezza del livello di protezione è una competenza condivisa tra gli Stati membri e la Commissione. Una decisione della Commissione ricopre, invero, un ruolo importante nell’uniformare le condizioni di trasferimento nell’ambito degli Stati membri, tuttavia tale uniformazione può perdurare soltanto fintantoché detto riconoscimento non sia rimesso in discussione, segnatamente nell’ambito di una denuncia che le autorità nazionali di controllo devono trattare in virtù dei poteri investigativi e di interdizione riconosciuti loro dalla direttiva". Peraltro, l’avvocato generale ritiene che, "laddove vengano riscontrate carenze sistemiche nel paese terzo verso cui i dati personali sono trasferiti, gli Stati membri devono poter adottare le misure necessarie per salvaguardare i diritti fondamentali tutelati dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, tra cui figurano il diritto al rispetto della vita privata e della vita familiare e il diritto alla protezione dei dati a carattere personale". Tenuto conto dei dubbi espressi nel corso del procedimento in merito alla validità della decisione 2000/520, l’avvocato generale è del parere che "la Corte debba verificare questo profilo e giunge alla conclusione che la decisione è invalida. Dalle constatazioni effettuate tanto dalla High Court of Ireland quanto dalla stessa Commissione si evince infatti che il diritto e la prassi degli Stati Uniti consentono di raccogliere, su larga scala, i dati personali di cittadini dell’Unione che sono trasferiti, senza che questi ultimi usufruiscano di una tutela giurisdizionale effettiva. Tali constatazioni di fatto dimostrano che la decisione della Commissione non contiene garanzie sufficienti. Considerata questa carenza di garanzie, tale decisione è stata attuata in modo non rispondente ai requisiti sanciti dalla direttiva e dalla Carta". L’avvocato generale reputa inoltre che "l’accesso dei servizi di intelligence americani ai dati trasferiti costituisca un’ingerenza nel diritto al rispetto della vita privata e nel diritto alla protezione dei dati a carattere personale, che sono garantiti dalla Carta. Analogamente, la circostanza che per i cittadini dell’Unione sia impossibile essere sentiti sulla questione dell’intercettazione e del controllo dei loro dati negli Stati Uniti rappresenta, secondo l’avvocato generale, un’ingerenza nel diritto, tutelato dalla Carta, di ogni cittadino dell’Unione ad una effettiva difesa". A parere dell’avvocato generale, "tale ingerenza nei diritti fondamentali è contraria al principio di proporzionalità, soprattutto perché il controllo esercitato dai servizi di intelligence americani è massiccio e non mirato. L’accesso ai dati personali di cui dispongono tali servizi, infatti, copre in modo generalizzato qualsiasi persona e qualsiasi mezzo di comunicazione elettronica, nonché la totalità dei dati trasferiti (ivi compreso il contenuto delle comunicazioni), senza che sia operata alcuna differenziazione, limitazione o eccezione in funzione dell’obiettivo di interesse generale perseguito". In condizioni del genere, l’avvocato generale ritiene che "non si possa affatto considerare che un paese terzo assicura un livello adeguato di protezione, a maggior ragione perché il regime dell’approdo sicuro, così come definito nella decisione della Commissione, non contiene garanzie idonee ad evitare un accesso massiccio e generalizzato ai dati trasferiti. Nessuna autorità indipendente, infatti, è in grado di controllare, negli Stati Uniti, la violazione dei principi di protezione dei dati personali commessa da enti pubblici, quali le agenzie di sicurezza americane, nei confronti dei cittadini dell’Unione". "A fronte di una tale constatazione di violazione dei diritti fondamentali dei cittadini dell’Unione, ad avviso dell’avvocato generale - si chiude la nota - la Commissione avrebbe dovuto sospendere l’applicazione della decisione, e ciò nonostante essa conduca attualmente negoziati con gli Stati Uniti allo scopo di porre fine alle carenze accertate". L’avvocato generale rileva inoltre che "se la Commissione ha deciso di intavolare negoziati con gli Stati Uniti, è proprio perché, preliminarmente, essa ha considerato che il livello di tutela conferito da tale paese terzo, nel contesto del regime dell’approdo sicuro, non era più adeguato e che la decisione del 2000 non era più adatta alla realtà della situazione".
    “La sorveglianza di massa mette a repentaglio i diritti umani”, la risoluzione del Consiglio d’Europa. Mentre in Francia si accende il dibattito sulle “scatole nere”
    23 settembre 2014
  • France Télécom, non fu aiuto di Stato: il Tribunale Ue annulla la decisione della Commissione

    Il prestito di azionista proposto alla France Télécom da parte delle autorità francesi quando l’operatore si trovava in una crisi rilevante non può essere qualificato come aiuto di Stato. Così il Tribunale dell'Unione Europea in una sentenza che annulla quanto stabilito dalla Commissione nel 2004, in quanto essa non avrebbe "correttamente applicato il criterio dell’investitore privato avveduto". La France Télécom SA, oggi denominata Orange, è stata costituita nel 1991 come persona giuridica di diritto pubblico e dispone, dal 1996, dello status di una società per azioni della quale lo Stato francese nel 2002 era l’azionista maggioritario. Al 30 giugno 2002, il debito netto della France Télécom aveva raggiunto i 69,69 miliardi di euro, dei quali 48,9 di indebitamento obbligazionario che sarebbe giunto a scadenza nel corso degli anni dal 2003 al 2005. Alla luce della situazione finanziaria della France Télécom, il Ministro francese dell’Economia, delle Finanze e dell’Industria dichiarò, durante un’intervista pubblicata il 12 luglio 2002 nel giornale Les Échos, che "lo Stato azionista si comporterà da investitore avveduto e se la France Télécom dovesse trovarsi in difficoltà, adotteremo le disposizioni adeguate. Ripeto che se la France Télécom avesse problemi di finanziamento, il che non è il caso attualmente, lo Stato adotterebbe le decisioni necessarie affinché tali problemi siano superati". Tale dichiarazione fu stata seguita, il 13 settembre e il 2 ottobre 2002, da altre dichiarazioni pubbliche dirette essenzialmente a garantire alla compagnia il sostegno delle autorità francesi. Il 4 dicembre 2002, lo Stato francese pubblicò così l’annuncio di un progetto di prestito di azionista a vantaggio dell’impresa. Tale progetto consisteva nell’apertura di una linea di credito di 9 miliardi di euro sotto forma di un contratto di prestito, la cui offerta è stata inviata alla France Télécom il 20 dicembre 2002. Tuttavia, l’offerta di contratto non fu stata accettata, né eseguita. Con decisione del 2 agosto 2004, la Commissione aveva concluso che tale prestito, nel contesto delle dichiarazioni fatte a partire dal luglio 2002, costituiva un aiuto di Stato incompatibile con il diritto dell’Unione. Il governo francese, la France Télécom e altri interessati avevano quindi chiesto al Tribunale dell’Unione di annullare la decisione della Commissione. Nella sua sentenza del 21 maggio 2010, il Tribunale aveva da parte sua annullato la decisione della Commissione, in quanto le dichiarazioni delle autorità francesi non potevano essere qualificate come aiuti di Stato poiché esse non avevano effettivamente impegnato risorse statali, nonostante il vantaggio finanziario così conferito alla France Télécom. Nei confronti di tale sentenza furono presentati presentati ricorsi di impugnazione dinanzi alla Corte di giustizia. Con sentenza del 19 marzo 2013, la Corte censurò la sentenza del Tribunale, considerando che, sebbene non fosse stato eseguito, il prestito promesso alla France Télécom aveva conferito a quest’ultima un vantaggio concesso mediante risorse statali, in quanto il bilancio statale era potenzialmente gravato. Dopo essersi pronunciata definitivamente sugli argomenti trattati dal Tribunale, la Corte rinviò la causa allo stesso affinché statuisse sugli argomenti dello Stato francese e della France Télécom sui quali non si era pronunciato nella sua prima sentenza. Con la sua recente sentenza, invece, il Tribunale considera, alla luce degli argomenti che non aveva trattato nell’ambito della prima sentenza, che la Commissione ha erroneamente qualificato come aiuto di Stato l’offerta di prestito proposta alla France Télécom e ne annulla quindi la decisione. Il governo francese e la France Télécom hanno sostenuto che la Commissione, nella sua analisi dell’esistenza di un aiuto di Stato, non ha correttamente applicato, né valutato, il criterio cosiddetto dell’"investitore privato avveduto". Essenzialmente, tale criterio mira a determinare se un investitore privato avveduto, posto nella stessa situazione dello Stato francese, avrebbe fatto dichiarazioni di sostegno in favore della France Télécom e le avrebbe concesso un prestito di azionista assumendo solo su se stesso un rischio finanziario molto rilevante. Tale criterio è necessario per determinare l’esistenza di un aiuto di Stato: infatti, i capitali messi a disposizione dell’impresa da parte dello Stato in circostanze che corrispondono alle condizioni normali del mercato non possono essere qualificati come aiuti di Stato. A tal riguardo, il Tribunale, come si legge in una nota della Corte del Lussemburgo, ricorda che "l’annuncio del 4 dicembre 2002 e l’offerta di prestito di azionista, considerate congiuntamente, sono stati qualificati dalla Commissione come aiuti di Stato, il che comporta che il criterio dell’investitore privato avveduto deve essere applicato a tali due misure e solo a esse. Orbene, il Tribunale constata che, per considerare l’offerta di prestito di azionista come un aiuto di Stato, la Commissione ha essenzialmente applicato il criterio dell’investitore privato alle dichiarazioni fatte a partire dal luglio 2002. Una siffatta applicazione del criterio è tanto più erronea, in quanto la Commissione non disponeva di elementi sufficienti per determinare se le dichiarazioni fatte a partire dal luglio 2002 fossero, di per sé, idonee a impegnare risorse statali e, pertanto, a costituire un aiuto di Stato". Peraltro, il Tribunale ricorda che la Commissione "era tenuta ad analizzare il criterio dell’investitore privato avveduto ponendosi nel contesto dell’epoca in cui le misure (annuncio del 4 dicembre 2002 e offerta di prestito di azionista) erano state adottate dallo Stato francese, vale a dire il dicembre 2002. Il Tribunale rileva che la Commissione si è posta, in realtà, nel contesto della situazione precedente al mese di luglio 2002. Pur riconoscendo che è possibile fare riferimento a eventi e a elementi obiettivi rilevanti del passato, il Tribunale non ammette che tali eventi ed elementi del passato costituiscano in modo determinante, di per se stessi, il contesto di riferimento pertinente ai fini dell’applicazione del criterio dell’investitore privato avveduto". Per quanto riguarda, segnatamente, la dichiarazione del 12 luglio 2002 (ben precedente all’annuncio del 4 dicembre 2002), il Tribunale sottolinea che "la Commissione non è riuscita a provare il carattere concreto, serio, preciso e incondizionato dell’intento delle autorità francesi, in modo tale da far sorgere un’obbligazione giuridica a carico di queste ultime". In risposta all’argomento della Commissione secondo il quale l’offerta di prestito di azionista costituisce solo la concretizzazione delle precedenti dichiarazioni dello Stato francese di modo che il comportamento di quest’ultimo non ha rispettato il criterio dell’investitore privato avveduto, il Tribunale sottolinea che "le dichiarazioni fatte a partire dal luglio 2002 non comportavano, di per sé, l’anticipazione di un sostegno finanziario specifico come quello che si è infine concretizzato nel mese di dicembre 2002. Infatti, tali dichiarazioni avevano un carattere aperto, impreciso e condizionato quanto riguarda la natura, la portata e le condizioni di un eventuale futuro intervento dello Stato francese". Contro la decisione del Tribunale, entro due mesi a decorrere dalla data della sua notifica, può essere proposta un'impugnazione, limitata alle questioni di diritto, dinanzi alla Corte. 6 luglio 2015
  • Google e Antitrust europeo, prove di avvicinamento

    Dalla Commissione Ue il via ad una nuova tornata di feedback per i concorrenti di BigG nell'ambito della procedura per il presunto abuso di posizione dominante legata i risultati di ricerca del search engine [caption id="attachment_2586" align="alignright" width="204"]Joaquin Almunia Joaquin Almunia[/caption] La Commissione europea ha dato due mesi di tempo ai competitor di Google e a terze parti per inviare valutazioni in merito alla ricetta proposta dal gigante di Mountain View per scongiurare la procedura di abuso di posizione dominante che rischia di inguaiare gli affari dell'azienda nel Vecchio Continente. La vicenda è legata ai risultati di ricerca forniti da BigG, sotto la lente d'ingrandimento delle autorità continentali dal 2010 insieme ad altri servizi per i motivi plasticamente riassunti, nel gennaio scorso, dal commissario Antitrust Joaquin Almunia: "Stiamo ancora indagando, ma è mia convinzione che Google stia deviando il traffico" sui propri servizi "monetizzando questa attività grazie alla sua forte posizione sul mercato della ricerca". Da quel momento è iniziata una serrata trattativa tra l'azienda e i vertici dell'Antitrust contintentale; nell'aprile scorso Google proponeva come soluzione un sistema di etichette che segnalasse agli utenti quali risultati di ricerca rimandassero a servizi propri di Mountain View, oltre a nuove policies in materia di gestione delle inserzioni e dei risultati riferiti ai concorrenti. A luglio, tuttavia, la nuova doccia fredda per Google arrivava ancora da Almunia, il quale giudicava "non sufficienti" le misure proposte e invitava ad un nuovo tentativo. Quello che BigG metteva in atto all'inizio di settembre e che viene ora di nuovo "inviato a giudizio". Il ventaglio delle nuove proposte avanzate da Google va da un maggiore risalto per i loghi e le informazioni dei concorrenti ad una più facile migrazione delle campagne pubblicitarie verso altre piattaforme fino ad un più ampio controllo dei soggetti che finiscono nello "scraping" del search engine. L'azienda ha inoltre accettato la nomina di un fiduciario incaricato di monitorare il rispetto dei paletti per i prossimi cinque anni. Elena Re Garbagnati su Tom'sHardware sottolinea come i cambiamenti non riguarderanno i risultati mostrati sul dominio .com di Google, circa il 10% di quelli europei. In ogni caso, stando a quanto riferisce Reuters, la Commissione ha intenzione di chiudere la vicenda entro la prossima primavera. A Mountain View incrociano le dita sperando di evitare una sanzione che potrebbe superare i 4 miliardi di euro.