Notre-Dame, il restauro e le nuove tecnologie. Intervista alla Prof.ssa Renata Salvarani

Non appena l’incendio a Notre-Dame è stato spento, si è immediatamente imposta la necessità di ricostruire la cattedrale. Diritto Mercato Tecnologia ha chiesto a Renata Salvarani, professoressa di Storia del Cristianesimo presso l’Università Europea di Roma, esperta del settore e curatrice del volume Ricerca storica e manutenzione dei beni culturali (Diabasis, 2011), di approfondire la questione.

La professoressa Renata Salvarani, Università Europea di Roma.

Professoressa Salvarani, in che modo il sapere storico può venire in aiuto alle nuove tecnologie per il restauro di Notre-Dame?

Le immagini della cattedrale in fiamme sono state un colpo al cuore; nella loro drammaticità hanno avuto immediatamente un valore emblematico, carico di emozioni apocalittiche. Siamo di fronte a un simbolo cristiano denso di significati, che nei secoli è stato in grado di generare narrazioni e memorie di ogni genere, nazionali e anche individuali, personalissime, imprimendosi in modo indelebile nell’immaginario occidentale. Per questo, subito dopo, la prima reazione razionale è stata il pensiero della ricostruzione. Ora si tratta di passare da quell’idea alla realizzazione, e in questo snodo saperi storici e nuove tecnologie, insieme, avranno un ruolo determinante.

Non c’è contraddizione fra innovazione tecnologica e conoscenze storiche?

L’arte gotica, di cui Notre-Dame è una delle prime realizzazione compiute, è stata un’innovazione straordinaria, basata sulla logica, sulla geometria, sulla teologia, l’osservazione libera e la sperimentazione. Soluzioni come le volte a crociera, gli archi rampanti o le trame di pilastri a fascio e di murature leggere sono state risposte rivoluzionarie a una vera e propria sfida: innalzare la pietra, la materia, più in alto possibile, verso la luce e l’armonia perfetta della fede.

Cantiere dopo cantiere, ogni metro guadagnato è stata una vittoria contro i limiti delle leggi fisiche. Il crollo delle strutture del transetto della cattedrale di Beauvais, nel 1284, ha segnato il limite di quella competizione. Anche allora seguì, poco dopo, la ricostruzione. L’intelletto e la ragione sono stati i protagonisti di quello sforzo umano di elevarsi verso Dio: ecco perché Notre-Dame è anche il simbolo dell’umanesimo cristiano. Adamo e Eva scolpiti sul suo portale sono belli, di una bellezza equilibrata e commovente, che manifesta la possibilità dell’umanità di avvicinarsi alla perfezione.

Oggi, l’uso delle ICT per un restauro coerente può essere una grande, corale, operazione di innovazione tecnologica e di rinnovato umanesimo, senza alcuna contraddizione, anzi, in una ritrovata pienezza dei saperi, che vada oltre la frammentazione delle discipline che ha caratterizzato gli ultimi decenni e che può essere considerata una delle cause delle nostre recessioni.

Come possono essere utilizzate le tecnologie digitali in questa prospettiva?

Prima di tutto per la diagnostica sulle condizioni delle strutture murarie. Dopo il primo sollievo per la constatazione che sono state in gran parte risparmiate, ora si impone una serie di problematiche sulla loro tenuta e sulla capacità di sostenere carichi. Anche la scelta di tecniche e materiali per il consolidamento non potrà che passare dal ricorso sistematico alle tecnologie informatiche, in relazione stretta con gli studi sulle tecniche preindustriali e sui sistemi costruttivi utilizzati nel cantiere di edificazione e nei successivi cantieri di restauro.

Costruzione e trasformazioni successive come si raccordano?

Come tutti questi grandi edifici, Notre-Dame è anche un palinsesto di interventi ripetuti, ciascuno dei quali si è basato sulla conoscenza e la reinterpretazione delle preesistenze. Lo studio dei rilievi, dei calcoli e dei disegni di Viollet Le Duc, in gran parte già digitalizzati, sarà altrettanto fondamentale, così come l’acquisizione documentaria digitale di raffigurazioni storiche e repertori iconografici sparsi in tutto il mondo. Una sistematizzazione degli studi, finora condotti un po’ a spot, sulle carpenterie medievali e sulle tecniche di costruzione potrebbe essere compiuta efficacemente proprio con strumenti informatici di archiviazione e comparazione dei dati su larga scala.

C’è un problema di continuità e discontinuità?

La coerenza dell’intervento è la vera questione. La scelta del progetto di ricostruzione non potrà prescindere dalla natura e dalla finalità originaria della cattedrale. A questo corrispondevano le modalità tecniche di costruzione e l’indagine storica è indispensabile per mettere in evidenza tali connessioni. Ignorarle porterebbe a snaturare il valore semantico dell’edificio e la sua impronta nel paesaggio.

In questi giorni si sta scrivendo molto del modello 3D di Notre-Dame realizzato per il videogioco “Assassin’s Creed: Unity” e che potrebbe rivelarsi molto utile per la sua ricostruzione. Un altro modello 3D era stato creato dallo storico Andrew Tallon.

Sì, per la realizzazione del gioco ambientato durante la Rivoluzione l’Assistant Art Director di Ubisoft Montreal, Caroline Miousse, ha passato due anni all’interno della Cattedrale, per studiarla e successivamente ricostruirla digitalmente, uno sforzo molto serio, che però aveva un’altra finalità.

L’indagine era stata orientata a ciò che si vedeva dall’esterno, ai camminamenti, alle parti in cui si svolgono le azioni. Le strutture lignee e i sistemi di travature, proprio le parti che purtroppo sono perdute per sempre, non interessavano. Tuttavia credo che soprattutto il lavoro preparatorio, le rilevazioni fotografiche e le rilevazioni al laser scanner potranno essere utilmente impiegate in vista della ricostruzione, magari in relazione con altri elementi. Il problema tecnico e metodologico centrale sarà la messa in dialogo di dati acquisiti in campagne di studio diverse.

Altre rilevazioni erano state effettuate da Andrew Tallon su basi scientifico documentarie, con la creazione di una mole ingente di immagini e dati. Altre ancora stanno emergendo grazie all’ampiezza del dibattito in corso: Notre-Dame da sempre è un caso di studio privilegiato. Università, siti web, società che sviluppano tecnologie per la realtà aumentata e servizi per il restauro stanno mettendo a disposizione immagini ad alta definizione, rilievi condotti da droni; colossi dell’informatica e major forniranno know-how e tecnologie specifiche.

Sembra si stia ingaggiando una specie di gara, in cui le aziende italiane delle ICT sono in prima fila: potranno dare un apporto significativo, a partire dalle esperienze di altissimo livello maturate nel nostro paese sia per la diagnostica, sia per la conservazione.

Si parla anche di mancata prevenzione e di misure di tutela. Come possono essere utili le tecnologie digitali da questo punto di vista?

Nel mondo la gran parte del patrimonio culturale è a rischio. Basti pensare alla Siria, al Vicino Oriente o alla Libia, così come alle innumerevoli meravigliose testimonianze sparse su un territorio fragile come quello italiano. Ciò che vene distrutto è perduto per sempre.

L’heritage ha una propria materialità, che le tecnologie virtuali non possono sostituire. Però è altrettanto vero che proprio le mappature, le rilevazioni e le digitalizzazioni possono essere strumenti di conservazione preventiva, elementi di conoscenza indispensabili non solo per restauri e ricostruzioni, ma anche per evitare le dispersioni, i traffici illeciti, la perdita di documenti, la scomparsa di identità e di intere civiltà, nonché per la comunicazione e la diffusione dei contenuti in un linguaggio universale.

Proprio la creazione di una banca dati digitale del patrimonio, potenzialmente universale, può diventare la cattedrale del terzo millennio: un’impresa corale che coinvolga il meglio delle capacità tecnologiche insieme con conoscenze culturali e religiose specifiche nella salvaguardia del patrimonio che ci è stato trasmesso.

Verso una nuova unità dei saperi, insomma?

Sì. La messa a punto di una tale miniera di dati sarà essa stessa il punto di partenza per un nuovo umanesimo, per una ricomposizione delle discipline e delle innovazioni, per la ricerca di un linguaggio comune per tutte le scienze. Sarebbe molto significativo se un tale processo ricevesse impulso proprio dalla ricostruzione di Notre-Dame, simbolo universale dell’umanesimo cristiano.


Il volume Ricerca storica e manutenzione dei beni culturali. Elementi per l'uso di tecniche preindustriali: una metodologia per castelli, torri e chiese medievali, edito da Diabasis e curato da Renata Salvarani. 

Approfondimenti e aggiornamenti continuano sul blog Medieval Christianity.