L'odio online, tra razzismi e deresponsabilizzazione. Intervista a Stefano Pasta

Stefano Pasta è giornalista e ricercatore presso il CREMIT (Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media all’Informazione e alla Tecnologia) dell’Università Cattolica di Milano. È autore di “Razzismi 2.0. Analisi socio-educativa dell’odio online” (Scholé-Morcelliana, 2018).

Il suo ultimo libro si intitola “Razzismi 2.0.”: perché la scelta del plurale? Quali caratteristiche peculiari assume il razzismo sui social network?

Perché le manifestazioni e le intenzionalità di chi agisce l’odio e il razzismo sono diverse. Durante la ricerca raccontata nel libro, ho chattato con ragazzi con un’adesione ideologica strutturata e con altri – molti di più – che ripetevano “mi stai prendendo troppo sul serio”, “ho fatto solo una battuta”. Ma la posta in gioco è seria: in entrambi i casi sono giovani che inneggiano alla Shoah, invocano le bottiglie incendiarie contro il centro profughi vicino a scuola, insultano il tifoso della squadra avversaria commentano usando “ebreo” come parolaccia, minacciano di stuprare una coetanea che non la pensa come loro. Nel testo propongo una classificazione delle diverse forme di razzismo: a ciascuna corrispondono risposte educative differenti.

Da un lato è confortante che diversi “odiatori” (sia giovani sia adulti), nel momento in cui si interagisce con loro, non rivendicano un’adesione alle dottrine d’odio. Rivendicano un atteggiamento deresponsabilizzato e banalizzante, proprio perché il fatto avviene online. Ma, d’altro canto, va detto che tutto ciò ha una grave conseguenza online tanto quanto offline: si normalizzano, e quindi si accettano, idee ed espressioni di violenza su cui, fino poco fa, vi era una condanna sociale. Con il linguaggio violento sono caduti alcuni tabù, ossia parole e pensieri che, insieme, avevamo deciso che fossero “indicibili”. Siamo arrivati a dover mettere sotto scorta un’anziana sopravvissuta alla Shoah: la vicenda relativa a Liliana Segre ci deve interrogare in tutta la sua gravità. Luciano Floridi dell’Università di Oxford parla di “onlife” per indicare come il digitale sia realtà aumentata, si vive in piena continuità tra online e offline, che non sono affatto due sfere contrapposte; il Manifesto delle Parole O_Stili si apre affermando che “il virtuale è reale”. Questo vale anche per l’odio “onlife”, come mostra ad esempio il caso dei Banglatour a Roma: aggregazioni xenofobe che iniziano su una pagina Facebook legata a un quartiere, passano all’offline con le botte fisiche, continuano online commentando il fatto sui social e dandosi nuovi appuntamenti.

Nel libro mi chiedo da un lato quali caratteristiche del digitale facilitano l’elezione a gruppo bersaglio, dall’altro rilevo un cambiamento dei contenuti legati alle dottrine razziste. Nel Web 2.0, quello segnato dai social network, alcune manifestazioni sono nuove, ma i meccanismi dell’odio e dell’elezione a bersaglio sono spesso quelli classici. Nel primo capitolo provo ad accostare ai casi di razzismo online (reperite su pagine calcistiche, in conversazioni sui social, come commenti a notizie sulla società multiculturale) alle interpretazioni storiche del razzismo. Nel secondo e terzo capitolo, invece, ragiono sulla novità, ossia su quelle caratteristiche del digitale che facilitano la propagazione dell’odio. Ne accenno alcune: i meme, vignette o immagini stereotipate che vengono riprodotte con leggere variazioni e divengono facilmente virali; la velocità 2.0, specialmente nei social network, dove, anche per rispondere al sovraccarico di informazioni (lo scorrere delle condivisioni su Facebook o Instagram), la nostra mente aumenta le decisioni prese seguendo il sistema 1 (veloce e intuitivo) rispetto al sistema 2 (lento e riflessivo). Tutti noi ci pensiamo più razionali di quello che siamo anche offline, ma online diversi esperimenti ci dicono che aumenta l’influenza del sistema 1. Poi la banalizzazione (talvolta con l’ironia) di ideologie e fatti storici, come il nazifascismo; l’emergere di nuovi canoni di autorialità culturali (non più la casa editrice, la rete televisiva, o il quotidiano cartaceo, ma la visibilità in Rete e le condivisioni sui social), che chiamano in causa la necessità di educare all’informazione di fronte alle fake-news e alla post-verità; l’anonimato, una retorica che serve a giustificare un atteggiamento disimpegnato, seppur sia in realtà difficilissimo agire veramente da anonimi nel Web e soprattutto sia l’idea opposta al “tracciare ed essere tracciati” su cui si basano i social network. Ancora: l’effetto alone e la spirale del silenzio: fenomeni già noti nell’offline ma che in Rete aumentano di importanza e che sottolineano come, di fronte a opinioni che percepiamo minoritarie (per esempio quando i commenti per la morte di un bambino si trasformano in cori di gioia perché rom), è difficile uscire dai ranghi ed esprimere opinioni ritenute impopolari; l’analfabetismo emotivo e il flaming: nel momento in cui l’interazione mediata sostituisce la fisicità del corpo, attiviamo meno meccanismi di simulazione corporea (neuroni specchio), perdendo così la capacità di riconoscere ciò che provano gli altri, vivendo emozioni forti ma disincarnate.

Quanto ai contenuti, siamo di fronte a una svolta particolarmente allarmante: il razzismo e il linguaggio di odio non sono mai scomparsi, ma ora li abbiamo normalizzati, resi accettabili socialmente. Una tesi che sostengo nel libro è “il ritorno della razza”. Un’immagine simbolo della mia ricerca è una donna africana paragonata alla scimmia, magari facendo una battuta. Si tratta dell’emblema del razzismo classico, che forse pensavamo scomparso, seppur oggi appare svuotato di credibilità e su basi diverse dal suo significato storico. È un grande cambiamento: la prima parte del Novecento era segnata dall’istanza biologica, la superiorità dei bianchi sui neri; 80 anni fa, le Leggi Razziste fasciste furono accompagnate da testi accademici che sostenevano il razzismo su basi (pseudo)scientifiche. Nel Secondo Novecento, acquista importanza la logica culturalista o differenzialista (i valori di quell’etnia, o di quella religione, sono troppo diversi dai nostri per vivere insieme) e i razzismi impliciti o latenti.

Oggi emerge una novità: online diventa molto più labile la separazione tra razzismi espliciti e latenti, superata tra link, “mi piace”, meme e immagini, evocazioni e condivisioni. Con il linguaggio violento sono caduti alcuni tabù (parole e pensieri che, insieme, avevamo deciso che fossero “indicibili”). La banalizzazione e la deresponsabilizzazione nel Web hanno reso possibile quel processo di accettazione sociale che, ad esempio, ci porta a non essere più scandalizzati dell’associazione tra uomo nero e banana, magari richiamandosi a quella pretesa di “non essere preso sul serio” che i ragazzi mi hanno ripetuto nelle conversazioni sui social.

Di recente ha fatto molto discutere una proposta di abolizione dell’anonimato online per contrastare il fenomeno dell’hate speech. Una proposta contestata nel metodo e nel merito, ma non nel principio: in effetti il web è pieno di “odiatori” che diffondono insulti, razzismo e antisemitismo. Come bisognerebbe agire, secondo lei, per creare dei “cittadini digitali” migliori? Quali approcci la convincono di più?

Nel digitale la normalizzazione dell’odio, che abbiamo detto diviene “odio onlife”, passa da produzioni (commenti, post, azioni) per la maggior parte fatti da profili riconoscibili e non anonimi. Ciò ci dice lo sdoganamento dell’odio a cui siamo arrivati: non si sente più neppure il bisogno di nascondersi dietro l’anonimato. Certo poi entità organizzate e strutturate sfruttano invece l’anonimato (inteso come non rintracciabilità da parte della Polizia postale), che però prevede competenze tecniche molto forti. Sono molto d’accordo con la Commissione di monitoraggio voluta da Liliana Segre, che riprende una proposta nella scorsa legislatura di Milena Santerini, autrice della Postfazione del mio libro. Pensando proprio alla biografia della senatrice a vita, il fatto che più impressiona è come i nazifascisti siano riusciti a trovare consenso anche sui comportamenti più atroci e disumani. Mentre l’odio penetra nel discorso pubblico, ci si inibisce e si perde capacità di reagire. Vince quella parola – indifferenza – che Liliana Segre ha voluto a caratteri cubitali all’ingresso del Memoriale della Shoah. Auschwitz è un monito a dove possono arrivare razzismo e odio.

Di fronte a quanto sta accadendo, siamo tutti chiamati a un’assunzione di responsabilità che prima di tutto è un culturale ed educativa. La propongo nella seconda parte del libro: educare alla responsabilità nel Web, valutando la conseguenza delle nostre azioni. Anche dei nostri silenzi: gli studi sui genocidi ci dicono come, per l’affermazione del Male, sia funzionale la cosiddetta “zona grigia” e l’indifferenza di chi accetta senza agire. Occorre spingere gli spettatori ad assumere il ruolo di soccorritori, processo che può essere facilitato proprio dalla cultura partecipativa della Rete. Nella mia ricerca cercavo i razzismi ma ho incontrato, senza cercarli, tanti giovani disponibili ad attivarsi a favore di un Web dell’inclusione e non dell’esclusione: si tratta di un “capitale antirazzista” che non va sprecato, ma promosso e suscitato. Nel libro descrivo alcune proposte in questa direzione, oltre a censire una serie di campagne, app e progetti efficaci dall’Italia all’Australia. Inoltre racconto che ho chattato con ragazzi che avevano partecipato a performances razziste in modo diverso, producendole in prima persona, condividendo una barzelletta antisemita o cliccando “like” a un post islamofobo. I ragazzi stavano tanto tempo a parlare – senza un motivo particolare – con uno sconosciuto che gli faceva domande strane sul loro comportamento nel Web. C’è dunque spazio educativo, non c’è il rifiuto dell’adulto e questo è un primo segnale di speranza. Ho provato a suscitare empatia, spingendo a mettersi nei panni degli altri: di fronte alla frase islamofoba, raccontavo che la mia compagna di studi avrebbe provato dolore e che il nonno del mio amico ebreo avrebbe sofferto di fronte alla barzelletta sulla Shoah. Gli esiti sono stati diversi: talvolta, senza che glielo chiedessi, i ragazzi hanno cancellato il post razzista, vecchio di molti mesi, un’operazione che nei social network è noiosa e richiede tempo. Anche chi non ha cancellato la performance, la prossima volta, si ricorderà di quella strana conversazione e rifletterà un secondo in più, agendo meno “preso dall’enfasi” (come mi hanno detto in diversi) anche se sta commentando il gol della sua squadra preferita.

Occorre dunque sottolineare un punto: le caratteristiche del digitale possono essere sia positive, sia negative. Dipende dall’uso che gli utenti ne fanno, se sono solo nativi o anche cittadini digitali. In questo modo usciamo dalla strettoia del dividerci tra “apocalittici” e “integrati” di fronte al Web. È un rischio che sempre si corre quando si diffonde un nuovo media e, non a caso, ho citato un’espressione del 1964 di Umberto Eco riferita alla televisione. La risposta della media education, per una postura intelligente ha in mano. Questo significa che, insieme al pensiero critico, serve sviluppare anche la responsabilità. Che poi vuol dire che non basta nascere in società multiculturali e multischermi per essere “nativi digitali” o “nativi interculturali”, ma occorre affermare il valore del processo educativo per divenire “cittadini digitali”.