Giornalismo di qualità tra Super Bowl e pop(corn)

di Gianfrancesco Rizzuti

Cos’ha in comune il Super Bowl, l’evento sportivo più seguito negli Stati Uniti, con il Washington Post, il più antico e diffuso giornale di Washington?  Se lo sono chiesti in molti, la sera di domenica 3 febbraio, incollati tra patatine, hamburger e popcorn alla CNBC, il canale che ha trasmesso la finale del campionato della National Football League (la lega professionistica statunitense di football americano) disputata ad Atlanta tra i New England Patriots e i Los Angeles Rams.

E’ successo infatti che in una pausa del quarto ed ultimo tempo sia stato trasmesso uno spot pubblicitario di sessanta secondi prodotto dal prestigioso quotidiano. Con una serie di fotografie, dalla II Guerra Mondiale ai giorni nostri, la testata ha voluto evidenziare l’importanza del giornalismo e il ruolo che i giornalisti hanno nelle vite di tutti i giorni. Tra le immagini, con fonti rigorosamente bipartisan, anche quelle dei cronisti uccisi o dispersi.

La frase “Sapere ci dà potere, ci aiuta a decidere, ci mantiene liberi” avvia lo spot verso la conclusione, con lo slogan ‘Democracy Dies in Darkness”, che accompagna da qualche tempo la testata sia su sito che nell’edizione cartacea. La voce sullo sfondo era inconfondibilmente, per chi la conosce nelle versioni originali dei film recitati, quella di Tom Hanks, l’attore che ha interpretato Ben Bradlee, storico direttore del “The Post”, nel film omonimo in onda proprio in questi giorni in Italia sui canali Sky.

Non è la prima volta che il giornale fa delle incursioni pubblicitarie in Tv. Ma in passato questo era accaduto per promuovere abbonamenti e vendite. Domenica scorsa, l’obiettivo era diverso, e secondo la testata ci riguarda tutti, perché l’iniziativa si inserisce in un contesto di tutela del giornalismo di qualità messo in difficoltà da fake news, da poteri che diffidano sempre di più dei “cani da guardia”, da una crisi decennale di modelli economici della stampa – risorse pubblicitarie incluse - che vede il Washington Post in prima linea nell’identificare nuove formule.  “Il Super Bowl è un momento importante per riconoscere il coraggio e l’impegno dei giornalisti in giro per il mondo, essenziali per la nostra democrazia”, ha detto Fred Ryan, editore e CEO del Post, e “abbiamo deciso di cogliere questa opportunità per farne un momento storico della nostra campagna”. La decisione di acquistare lo spazio pubblicitario, in effetti, sembrerebbe essere stata presa solo nelle ultime settimane, laddove in genere i grandi inserzionisti pianificano questi interventi con molti mesi di anticipo.

La disaffezione del grande pubblico dai media tradizionali è un trend ormai acquisito e globale. Le notizie vengono scorse sempre di più sul mobile e attraverso piattaforme social. I media tradizionali, anche nelle loro versioni online, sono ormai disintermediati. Qualche segnale di inversione di rotta tuttavia emerge. Per restare nel nostro Paese, secondo l’ultimo Trust Barometer della società di RP Edelman, il 70% degli italiani è preoccupato per le fake news. Questo dato si riflette nella fiducia verso il giornalismo tradizionale che è di 14 punti percentuali superiore rispetto al dato relativo ai motori di ricerca e ai social media (67 contro 53). Nel 2018 il giornalismo tradizionale ha guadagnato in Italia 2 punti mentre social e motori di ricerca ne avrebbero persi 5.

Il 3 febbraio 2019 sarà allora una data da segnare nella storia della pubblicità, come è stato autorevolmente scritto? Probabilmente sì, perché attraverso uno strumento di marketing, qual è appunto la pubblicità, vi è stata un’incursione dentro il piccolo schermo da parte di un grande giornale su un tema come la libertà di stampa e la necessità di tutelarla nel processo democratico. In questo senso, i sessanta secondi di uno spot “made in Usa” (giornale di Washington, canale americano, sport che più “yankee” non potrebbe essere) hanno davvero un valore universale, nel tempo e nello spazio. Il dibattito è aperto: dopo la “politica pop”, che ammicca al grande pubblico utilizzando l’intrattenimento, sarà il giornalismo di qualità a scendere a patti con il diavolo dello spettacolo servendosi di pop(corn) e minischermi?