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  • "Lettera ai figli mai visti", Corriere della Sera - 31 luglio 2015

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  • Diritto d'autore in Europa, gli scrittori: "Non comprendiamo insistenza a volerlo riformare a ogni costo"

    "Sia detto francamente: noi, autori di libri, non comprendiamo la vostra insistenza a voler ad ogni costo riformare il diritto d’autore in Europa". È quanto si legge in una lettera aperta che, in forma di petizione, è stata inviata alle Autorità europee dalla Federazione Italiana Unitaria Scrittori (Fuis) e dal Conseil Permanent des Ecrivains (CPE) francese. "La Commissione Europea - si legge nel documento - sbaglia bersaglio quando se la prende con il diritto d’autore per favorire la creazione di un mercato unico digitale, allorché il diritto d’autore è condicio sine qua non della creazione delle opere. Indebolirlo sarebbe come prosciugare la fonte del mercato del libro digitale prima ancora che questo prenda veramente il via. Un diritto d’autore indebolito fa una letteratura impoverita. Il diritto d’autore non è un ostacolo alla circolazione delle opere. La cessione dei nostri diritti permette che queste siano diffuse in tutti i paesi e tradotte in tutte le lingue. Se esistono degli ostacoli alla diffusione, questi sono di carattere economico, tecnologico, fiscale: occorre colpire piuttosto le posizioni monopolistiche, i formati proprietari, le frodi! Il Parlamento europeo, adottando una versione fortemente emendata del rapporto di Julia Reda, ha riaffermato, alta e forte, l’importanza di tutelare il diritto d’autore e il fragile equilibrio economico delle filiere della creazione. Purtroppo, al contempo, ha lasciato imprudentemente la porta aperta a numerose eccezioni al diritto d’autore. Queste eccezioni potrebbero essere create, concesse, allargate, rese obbligatorie dalla Commissione stessa, a dispetto delle soluzioni nazionali che hanno già permesso di rispondere ai bisogni dei lettori e degli altri utilizzatori". "Spiegateci - prosegue la lettera - come la moltiplicazione delle eccezioni al diritto d’autore favorirà la creazione e la diffusione delle opere! A partire da quale numero di eccezioni (archiviazione, prestito digitale, insegnamento, ricerca, estrazioni dei testi e dei dati, utilizzi trasformativi, opere indisponibili, opere orfane…), l’eccezione diventa regola e il diritto d’autore eccezione? Affinché ci siano conferiti i proventi economici che ci spettano e noi possiamo mantenere i diritti morali sulle nostre opere, il diritto d’autore è per noi essenziale. Questo è il caposaldo su cui è stata costruita la nostra letteratura europea; è una sorgente di ricchezza economica dei nostri Paesi e, attraverso di essa, è anche fonte di impiego; è garanzia di sostentamento economico della creazione e della continuità di tutta la filiera del libro; è il fondamento delle nostre remunerazioni. Permettendoci di raccogliere i frutti del nostro lavoro, si garantisce la nostra libertà e la nostra indipendenza. Noi non vogliamo tornare al tempo del mecenatismo, né vogliamo vivere di eventuali sovvenzioni pubbliche, bensì dell’utilizzo economico delle nostre opere. Scrivere è un lavoro, non un passatempo. Il diritto d’autore ha permesso, nel corso degli ultimi secoli, la democratizzazione del libro e sarà ancora il libro che, un domani, permetterà lo sviluppo della creazione digitale e la sua diffusione presso un pubblico ancora più grande. Ereditato del passato, il diritto d’autore è oggi uno strumento moderno, compatibile con l’utilizzo delle nuove tecnologie". "Bisogna finirla di opporre, come state facendo, gli autori ai lettori. La letteratura non potrebbe esistere senza i primi e non avrebbe senso senza i secondi. Gli scrittori sono profondamente e assolutamente aperti ai cambiamenti e all’evoluzione del mondo in cui vivono. Essi difendono, con determinazione e chiarezza, più forte di chiunque altro, il diritto alla libertà d’opinione, alla libertà d’espressione e alla libertà della creazione. Sono favorevoli alla condivisione delle idee e del sapere: è la loro ragion d’essere. Sono lettori, ancor prima di essere autori. Noi, Scrittori europei, chiediamo all’Europa di rinunciare a estendere il perimetro delle eccezioni al diritto d’autore o a moltiplicarle. L’assicurazione di qualche forma di compensazione non potrebbe sostituire i proventi derivanti dall’utilizzazione commerciale delle nostre opere, tenuto conto che gli autori sono già vittime di una precarietà sempre più crescente. Chiediamo all’Europa - si chiude l'appello - di lottare contro la tentazione di un illusorio tutto gratuito, i cui unici beneficiari sarebbero le grandi piattaforme di diffusione e altri fornitori di contenuti. Chiediamo all’Europa di aiutarci ad ottenere una migliore retribuzione sul valore dei libri, soprattutto nell’universo digitale, di vietare le clausole contrattuali abusive e di combattere efficacemente la pirateria delle nostre opere. La libertà dei creatori e la vitalità della cultura europea dipendono anche da Voi".
    Riforma del copyright e portabilità dei contenuti: le proposte della Commissione europea
    19 dicembre 2015
  • Enzo Mazza (FIMI) su musica in streaming: "Youtube rischia di creare una distorsione con sua imposizione a etichette indipendenti"

    Il presidente della Federazione Industria Musicale Italiana è intervenuto nella trasmissione di Radio Radicale "Presi per il Web": "Si vuole sfruttare una posizione di forza nel settore video per imporre condizioni nell'ingresso in un altro mercato". Ospiti della trasmissione anche il direttore di Key4Biz Raffaele Barberio, l'esperto di sicurezza informatica Corrado Giustozzi e Sebastiano Scròfina di Dropis [caption id="attachment_5318" align="alignright" width="300"]Ascolta il podcast della puntata di domenica 8 2014 Ascolta il podcast della puntata di domenica 8 2014[/caption] "Da Youtube, nel rapporto con le etichette indipendenti, ci aspetteremmo un atteggiamento molto diverso". Così il presidente della Federazione Industria Musicale Italiana (FIMI), Enzo Mazza, nella puntata dell'8 giugno di “Presi per il Web", trasmissione di Radio Radicale condotta da Marco Perduca, Marco Scialdone e Fulvio Sarzana con la collaborazione di Marco Ciaffone e Sara Sbaffi. Una posizione che, espressa pochi giorni sull'Huffington Post, è stata ribadita senza mezze misure in trasmissione. "Il tema è molto delicato - ha spiegato Mazza - Il settore dello streaming è uno dei più interessanti in cui nuovi player si sono fatti avanti e altri come Youtube lo faranno a breve. In premessa occorre dire che Youtube è un grande partner per l'industria musicale, da sempre e fonte di ricavi non indifferente. Major ed etichette indipendenti hanno come larga parte dei loro ricavi la monetizzazione dei clip che passano su Youtube. Quello che ha un po' preoccupato, e non riguarda solo le indipendenti, è l'approccio con il quale un operatore che si considera leader di mercato, se non monopolista assoluto nel mercato dei video online, si è riferito nei rapporti contrattuali con altri soggetti". "Il problema che è sorto - ha proseguito - è l'utilizzo anche strumentale del fatto che nel momento in cui si presenta un modello nuovo, cioè che nel momento in cui si propone un accordo che riguarda una piattaforma per lo streaming musicale, si mettano sul piatto della bilancia anche le condizioni legate al supported model di Youtube nell'ambito video e arrivando a minacciare il blocco delle clip delle indipendenti. È una dinamica che non può essere accettata come strategia commerciale nell'ambito di fornitori di contenuti perché poi porterà a inevitabili conseguenze ed è chiaro che le indipendenti si ritroveranno in grossa difficoltà a trattare con chi le mette di fronte ad un aut aut, perché se in complessivo hanno sempre fornito contenuti di ottima qualità al mercato, singolarmente non hanno un catalogo e un portafoglio di artisti tali da potersi confrontare coi grandi distributori senza subirne le imposizioni penalizzanti". "Io ho sempre sostenuto che Youtube non fosse una piattaforma terza ma una sorta di operatore televisivo di seconda generazione, quindi come tale oggi si va concretizzando il suo comportamento. Le etichette indipendenti negli anni '90 - ha chiosato il presidente di FIMI - hanno dovuto scontare le pressioni da parte di un canale come MTv, che diceva che certi tipi di videoclip o certi artisti non erano consoni alla strategia del canale, mettendo in difficoltà le major nei confronti degli artisti stessi. Oggi ci troviamo di fronte ad una riproposizione, su altro mezzo, di una dinamica simile. Quello che colpisce è che comunque Youtube è un player essenziale per lo sviluppo della musica digitale, dal quale ci si aspetterebbe un comportamento diverso e più in linea anche a ciò che stanno facendo anche altri operatori sul mercato. Credo che Youtube abbia dimostrato un certo nervosismo anche rispetto alla posizione di altri competitor che stanno aggredendo il suo mercato". "La posizione dell'industria discografica nei confronti delle nuove piattaforme è cambiata nel tempo, soprattutto per quello che attiene all'User Generated Content; dopo una prima fase in cui si tendeva a far rimuovere si è passati alla monetizzazione dei contenuti. Pensiamo inoltre alla join venutre che riguarda Vevo. Ecco, ora siamo di fronte alla terza rivoluzione del mercato della musica. La progressiva concentrazione del mercato è effettivamente un tema che può dare origine a situazioni anticompetitive sulle quali occorre valutare con molta attenzione; ci sono degli Over the Top sempre più forti e sempre più essenziali per la distribuzione del contenuto e sono loro che arrivano a negoziare con le compagnie di telecomunicazione stabilendo dei fee per il traffico più veloce, perché quello in cui ci saranno due velocità di trasmissione online è uno scenario inevitabile". "Youtube - ha concluso Mazza - utilizza una posizione sicuramente dominante sul mercato dei video online per negoziare in un altro settore in cui c'è invece una più alta densità di popolazione, quello della musica in streaming, dove ci sono Spotify, Deezer, Cubomusica, tra poco anche la Apple. Ed è una dinamica che non può non rischiare di creare una distorsione". LEGGI "Industria musicale, la quota dei ricavi dai canali digitali arriva al 39%. FIMI: 'Il fatturato è tornato a crescere' " Ospiti della trasmissione anche il direttore di Key4Biz Raffaele Barberio, l'esperto di sicurezza informatica Corrado Giustozzi e Sebastiano Scròfina, cofounder e CEO di Dropis. Quest'ultimo ha esposto i dettagli di “Bitcoin in Italia: quali opportunità per le 'monete matematiche' nel nostro paese?”, evento che avrà luogo nel pomeriggio dell'11 giugno presso la Camera dei Deputati e durante il quale verranno analizzati lo stato attuale e le prospettive future della criptomoneta, anche al fine di capire come inquadrare il fenomeno nell’ordinamento italiano. Barberio è invece tornato sui temi affrontati nella "Lettera aperta al presidente Renzi" pubblicata sul giornale da lui diretto pochi giorni fa. Immagine in home page: Webnews.it 9 giugno 2014
  • Processo civile telematico, il Cnf scrive al ministro Orlando: "Troppi formalismi, servono correttivi normativi"

    "Il Consiglio Nazionale Forense ha approfondito alcune questioni relative al Processo civile telematico che mi permetto di portare alla sua attenzione chiedendo un sollecito intervento per evitare i gravi disservizi che potrebbero condizionare questa delicata fase di avvio del PCT". Si apre così la lettera inviata lo scorso 30 gennaio dal Cnf, e firmata dal presidente Prof. Guido Alpa, al ministro della Giustizia Andrea Orlando. L'occasione è l'entrata in vigore, prevista per il prossimo 11 febbraio, delle disposizioni previste nel Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 13 novembre 2014 contenente le regole per la formazione, trasmissione, copia, duplicazione, riproduzione e validazione temporale di documenti informatici. "Come noto - si spiega nella missiva - l'impianto normativo che regola il Processo telematico, non solo civile, è stato emanato in attuazione del Codice dell'Amministrazione Digitale e ne mutua numerosi concetti di base: quello di documento informatico, copia informatica (anche per immagine), di duplicato, con quanto ne discende in ordine alle modalità di attestazione della conformità all'originale, in particolare, delle copie. Per tale motivo l'emanazione del DCPM in parola, atteso da anni, impatta anche la normativa del Processo telematico introducendo formalismi nella produzione del documento informatico, delle copie informatiche e nella loro attestazione a conformità che non si coniugano con le esigenze di semplicità, speditezza e agevole comprensibilità che sarebbero auspicabili nell'ambito del processo". Dopo aver notato che molte delle disposizioni del decreto appaiono pensate, pur essendo rivolte anche ai privati, con particolare riguardo alle esigenze della Pubblica amministrazione, si afferma: "Tali formalismi non apportano alcun effettivo beneficio in termini di garanzia in ordine alla identificabilità del soggetto che lo ha formato e prodotto in giudizio, di integrità del medesimo e di immodificabilità, essendo all'uopo del tutto autosufficiente la normativa del Processo telematico già vigente". Il Cnf avanza così la richiesta di "correttivi normativi volti a sancire l'indipendenza della normativa PT dal CAD o perlomeno dalle sue regole tecniche di cui al citato DPCM, predisponendo una integrazione della normativa PT che regoli esaustivamente il tema del documento informatico".
    Giustizia Digitale: Processo civile telematico tra prospettive taumaturgiche e paura di fallimento Processo telematico, Panzani (Pres. Corte d’Appello di Roma): “Troppo poco si è fatto per garantire la completa attuazione” Processo Civile Telematico: l’indicazione degli atti depositabili Processo Civile Telematico, entrano in vigore i nuovi obblighi di deposito. L’analisi della norma e i grafici che ne riassumono le principali novità
    6 febbraio 2015
  • Processo telematico: se le criticità sono “scosse di assestamento”

    di Marco Ciaffone Provando a cercare le ultime notizie sullo stato del Processo civile telematico non ci si imbatte in un quadro roseo. "Troppo poco si è fatto per garantirne la piena attuazione", tuonava a gennaio, in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, il presidente della Corte d'Appello di Roma Luciano Panzani. Una presa di posizione alla quale si aggiungeva, a stretto giro, quella altrettanto autorevole del Prof. Guido Alpa, allora presidente del Consiglio Nazionale Forense, in una lettera nella quale invitava il ministro della Giustizia Andrea Orlando a risolvere i "troppi formalismi" che, in materia di documento informatico, discendono dal Codice dell'Amministrazione Digitale e impattano negativamente la normativa del PT. Nel frattempo, si creavano incomprensioni come quella sulla copia cartacea “di cortesia", il cui mancato deposito a Milano nel febbraio scorso era costato caro ad un avvocato (che ha comunque beneficiato del dietrofront imposto dal presidente del tribunale); lo stesso foro meneghino poche settimane dopo doveva fare i conti con gli atti non depositati per via della casella di posta piena, mentre a Napoli si decideva lo slittamento di un anno delle cause proprio alla luce delle difficoltà che l'introduzione del PCT avrebbe portato nelle prassi giudiziarie. Infine, il “Quadro di valutazione UE della giustizia 2015" piazzava il nostro Paese a metà classifica, evidenziando ciò che ancora resta da fare in tema di giustizia digitale. Eppure, in quella stessa sede si rilanciavano i numeri diffusi dal ministero della Giustizia per un bilancio dello scorso anno: “I dati riferiti al novembre 2014 sulla diffusione in cinque distretti giudiziari del Processo civile telematico indicano una riduzione delle tempistiche relative alla trattazione di un singolo caso che va dal 19 al 60%, con un risparmio stimato in 43 milioni di euro”. In attesa che anche la roadmap europea per il PT entri a pieno regime, sembra dunque un atteggiamento di prudenza verso le critiche più aspre quello che più di ogni altro permette di valutare lo stato dell'arte e le criticità sulle quali sarà opportuno concentrarsi, anche a fronte dei prossimi passi che riguardano la trasformazione digitale della giustizia italiana. "Innanzitutto, più che parlare di tasso di adozione, dovremmo chiarire i dati normativi circa l’esclusività del deposito telematico, e quindi dell’utilizzo del PCT", spiega l'Avv. Daniela Dondi, Presidente del Consiglio dell’ordine degli avvocati di Modena: "Dal 30 giugno 2014 le procedure per ingiunzione di pagamento sono obbligatorie; dopo una obbligatorietà parziale (solo per i procedimenti incardinati dal 30 giugno scorso in poi, infatti, era prevista la piena obbligatorietà), dal 31 dicembre 2014 i depositi degli atti endoprocessuali nel contenzioso ordinario sono esclusivamente previsti per via telematica; così per gli atti successivi e, dal 31 marzo 2015, anche per l’iscrizione di tutte le procedure espropriative. Attendiamo ancora, dal 30 giugno 2015, l’obbligatorietà del deposito degli atti successivi nelle Corti di Appello. Fin qui il dato normativo, da tutti gli uffici giudiziari rispettato. Ovviamente, attendiamo la Corte Suprema di Cassazione, la cui valutazione in fase di test dei sistemi informatici è già in avanzato stato di realizzazione". "A macchia di leopardo, sul territorio nazionale, si trovano trasversalmente aree caratterizzate da carenza di formazione e informazione, così come eccellenze di preparazione ed efficienza", afferma l'Avv. Andrea Pontecorvo, segretario della Camera civile di Roma, il quale elenca quali siano al momento le maggiori problematiche: "Nelle esecuzioni, come negli ordinari processi di cognizione, le criticità risiedono nella lavorazione della busta difforme da quanto stabilito nella circolare ministeriale del 28 ottobre 2014, emanata proprio per chiarire alcuni punti della normativa; possiamo affermare che essa è rimasta largamente inattuata. Criticità permangono a causa della mancanza di una norma che accolga la facoltà di depositare telematicamente tutti gli atti del processo, evitando così le decisioni di alcuni magistrati che hanno dichiarato la inammissibilità e/o irricevibilità per depositi diversi da quelli obbligatoriamente disposti dal DL 179/12. In altre parole: la criticità risiede nel non aver aperto a tutti gli atti di parte le funzionalità del PCT. Per il resto, non nascondiamo dure critiche ad un sistema tutt'altro che user friendly. Ma a ben vedere, il processo italiano mal si concilia con una forma di interlocuzione telematica più semplice. Sono dunque normali scosse di assestamento, i cui effetti sono amplificati da parte di chi non sembra avere una diretta conoscenza del problema". "Nell'ottica del nostro lavoro quotidiano - chiosa l'Avv. Maurizio Reale, segretario del Consiglio dell’ordine degli avvocati di Teramo - non si possono che elencare notevoli risparmi di tempo e di denaro, in assenza di spostamenti fisici nelle varie cancellerie e negli uffici giudiziari, in tutto il territorio nazionale; la possibilità di estrarre e attestare la conformità di quanto presente nel fascicolo informatico; la conseguente possibilità di notificazione in proprio, senza pagamento alcuno di marche per i diritti. A ciò, aggiungiamo un dato di fatto di non poco conto: lo studio legale dell’avvocato supera il confine territoriale del circondario ove esso è ubicato, tanto da estendersi ovunque sia possibile un deposito telematico. Non dimentichiamoci, sul punto, che la domiciliazione fisica non è più necessaria: all’avvocato viene tutto recapitato tramite Pec". I tre avvocati evidenziano così che "a fronte delle rumorose prese di posizione sui punti di effettiva criticità, su cui tanto oggi leggiamo, vi è la sostanziale, quotidiana normalità di proficua applicazione del PCT da parte di decine di migliaia di avvocati, cancellieri e magistrati (a tacere di altri soggetti abilitati esterni) che hanno studiato le norme e sanno far tesoro delle nuove tecnologie. Solo che questa maggior parte è anche la meno rumorosa. Oltre che quella da cui pervengono i più interessanti dati per apportare le necessarie migliorie al sistema". E sulla copia cartacea di "cortesia" non hanno dubbi: "Non è mai stata obbligatoria. Le nuove modalità di interlocuzione telematica con gli uffici giudiziari, pur con tutti i problemi, hanno dimostrato come l'avvocatura sia sempre stata in prima fila nelle innovazioni, finanche assumendosi il notevole peso di una formazione ormai non più solo giuridica, ma anche e soprattutto tecnica. Di più, l’avvocatura ha messo in evidenza molte problematiche, contribuendo alla relativa soluzione. Alla prova dei fatti, una categoria che, dati dei depositi alla mano, ha superato il primo impatto di una obbligatorietà che ha spostato sulle spalle degli avvocati l’introduzione di dati processuali nei sistemi ministeriali, dati che prima venivano inseriti dal personale amministrativo del ministero della Giustizia stesso". E se una eventuale mancanza di collegamento dovesse rendere impossibile il rispetto delle disposizioni sul PCT? C'è sempre la possibilità di ricorrere ad una deroga che riporta temporaneamente alla carta. Utili consigli sulla materia e la possibilità di confronto continuo sono infine a disposizione sul gruppo Facebook dedicato al PCT .

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  • Sentenze online, Pizzetti: "Tutela privacy può passare anche da motore di ricerca dedicato"

    "Il Garante Privacy ha dichiarato di essere aperto ad un confronto sul tema della tutela della riservatezza nell'ambito della pubblicazione online delle sentenze. Personalmente vorrei proporre l'idea di rendere accessibili i documenti tramite motori di ricerca dedicati in alternativa a quelli generici". A parlare è Francesco Maria Pizzetti, giurista, già presidente dell’Autorità Garante per la Privacy dall’aprile del 2005 al giugno del 2012 e Professore ordinario di diritto costituzionale all’Università di Torino oltre che docente di diritto della tutela dei dati personali presso l’università LUISS di Roma. L'occasione di riflessione è data dalla lettera che nei giorni scorsi il Garante Privacy Antonello Soro ha indirizzato a Giorgio Santacroce, primo presidente della Corte Suprema di Cassazione, a seguito della pubblicazione, sul sito della Cassazione stessa, di tutte le sentenze emesse dalla Suprema Corte in materia civile negli ultimi cinque anni. In sostanza, Soro ha chiesto di "espungere dai provvedimenti i dati identificativi", provvedimento che "pur nulla togliendo alla comprensione del contenuto giuridico della pronuncia, consentirebbe tuttavia di minimizzare l’impatto, in termini di riservatezza, della più ampia accessibilità dell’atto in rete". "L'articolo 52 del Codice in materia di protezione dei dati personali - spiega Pizzetti - prevede già la possibilità che un giudice, autonomamente o su richiesta delle parti e in determinate circostanze, possa stabilire l'anonimizzazione dei nomi delle parti negli atti che verranno poi resi pubblici. Una cautela caso per caso che nelle intenzioni dell'Autorità muterebbe in una anonimizzazione di default per tutte le sentenze diffuse online dalla Corte di Cassazione. Ora, il principio di base è che a fini di ricerca giuridica e analisi ad essere rilevanti sono i principi che emergono da una sentenza e non i protagonisti della vicenda processuale - un principio che ha già orientato passate decisioni riguardanti la diffusione di sentenze per finalità di informazione giuridica - ma nella sua lettera il Garante allarga lo scenario facendo riferimento alla sentenza della Corte di Giustizia Europea del maggio scorso sulla de-indicizzazione di contenuti dai motori di ricerca, palesando così che la preoccupazione è relativa alla possibilità che tali dati circolino in rete attraverso motori di ricerca generalisti, in una cornice de-contestualizzata. È la dinamica che nella lettera viene riassunta nell'espressione 'indiscriminata accessibilità via web'. In questo senso, e qui la mia proposta, potrebbe essere utile prevedere che le sentenze online siano disponibili mediante uno strumento di ricerca dedicato che renda specifiche le ricerche e metta al riparo da quella circolazione indiscriminata delle informazioni. In sostanza, si tratta di propendere per la modifica dell'accessibilità piuttosto che per la modifica del dato". "Va inoltre tenuto in considerazione - conclude Pizzetti - che per determinate vicende l'anonimizzazione diventa rimedio parziale laddove elementi di contesto permettano comunque di risalire alle identità delle parti in causa, un dato che rafforza la convinzione che uno strumento di ricerca dedicato come quello sopra descritto possa garantire il bilanciamento tra gli interessi in gioco. Discorso analogo se si aggiunge che l'accesso alle sentenze, pubbliche per definizione, in modalità offline avviene attraverso la richiesta di copia cartacea ad un ufficio dedicato, stabilendo di fatto un filtro, uno step che rende la ricerca stessa messa in atto solo dai soggetti realmente interessati. Sotto un certo punto di vista, il motore di ricerca dedicato riproduce online questo tipo di dinamica". LEGGI Diritto all’oblio: cosa non possiamo chiedere a Google. Considerazioni sull’applicazione della sentenza della Corte di Giustizia Pizzetti: “Sentenza CGUE non è su diritto all’oblio. Ma pone questioni fondamentali su evoluzione normativa” 14 ottobre 2014
  • Uber, Antitrust al Parlamento: “Una nuova regolamentazione su app digitali per il trasporto urbano”

    "Occorre disciplinare al più presto l’attività di trasporto urbano svolta da autisti non professionisti attraverso le piattaforme digitali per smartphone e tablet". Così l'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato rispondendo a un quesito posto dal ministero dell’Interno su richiesta del Consiglio di Stato. "Si parla di Uber e delle app che consentono di accedere a questo servizio, in aggiunta o in alternativa ai taxi e alle auto Ncc", scrive l'Antitrust auspicando in proposito che “il legislatore intervenga con la massima sollecitudine al fine di regolamentare, nel modo meno invasivo possibile, queste nuove forme di trasporto non di linea, in modo da consentire un ampliamento delle modalità di offerta del servizio a vantaggio del consumatore”. "Lo sviluppo di queste nuove app e anche l’adozione di strumenti tecnologici simili da parte delle compagnie di radio-taxi - chiosa l'Agcm - stanno provocando in tutto il mondo complesse questioni d’interferenza con i servizi tradizionali. Da qui, la nostra sollecitazione a regolamentare il settore per garantire la concorrenza, la sicurezza stradale e l’incolumità dei passeggeri, definendo un terzo genere di autisti oltre a quelli dei taxi e degli Ncc". Quanto ai servizi UberBlack e UberVan che si differenziano tra loro per la diversa tipologia di veicoli utilizzati (le berline fino a quattro posti per il primo e i mini-bus o monovolume da cinque posti in su per il secondo), l’Antitrust ribadisce “la legittimità, in assenza di alcuna disciplina normativa, della piattaforma, trattandosi di servizi di trasporto privato non di linea, come riconosciuto anche dal Consiglio di Stato”. La stessa Autorità giudica “di fatto inapplicabili” gli obblighi stabiliti dalla legge vigente (n.21/92), ritendo che “una piattaforma digitale che mette in collegamento tramite smartphone la domanda e l’offerta di servizi prestati da operatori Ncc non può infatti per definizione rispettare una norma che impone agli autisti l’acquisizione del servizio dalla rimessa e il ritorno in rimessa a fine viaggio”. uberPer quanto riguarda UberPop, il servizio svolto da autisti non professionisti, l’Antitrust si richiama all’ordinanza con cui il Tribunale di Milano, bloccando l’utilizzazione dell’App sul territorio nazionale, “ha evidenziato che l’attività in questione non può essere svolta a discapito dell’interesse pubblico primario di tutelare la sicurezza delle persone trasportate, sia con riferimento all’efficienza delle vetture utilizzate e all’idoneità dei conducenti, che tramite adeguate coperture assicurative per il trasporto di persone”. L’Autorità invita così il legislatore ad adottare “una regolamentazione minima di questo tipo di servizi”, con l’intento di “sottolineare con forza gli evidenti benefici concorrenziali e per i consumatori finali derivanti da una generale affermazione delle nuove piattaforme di comunicazione”. Vale a dire “una maggiore facilità di fruizione del servizio di mobilità, una migliore copertura di una domanda spesso insoddisfatta, una conseguente riduzione dei costi per l’utenza e, nella misura in cui si disincentiva l’uso del mezzo privato, un decongestionamento del traffico urbano”.
    The Court of Milan bans UberPop on grounds of unfair competition Uber Pop, il testo dell’ordinanza del Tribunale di Milano che conferma il blocco Gli autisti di Uber? Per la California “sono dipendenti”. Ma l’azienda: “La decisione si applica a un solo driver” Sharing economy e trasporti: l’apertura dell’Autorità di regolazione Come ti cambio la vacanza: viaggio tra i progetti dell’Open Campus di Cagliari
    2 novembre 2015
  • Volkswagen, Nordio al Ministro Galletti: "In corso raccolta informazioni e verifiche"

    "La nostra casa madre Volkswagen Ag sta lavorando a pieno ritmo per comprendere se le anomalie riscontrate all'estero possano riguardare tecnologie utilizzate anche su autoveicoli in vendita o circolanti sul territorio nazionale". È quanto si legge nella lettera con la quale Massimo Nordio, amministratore delegato di Volkswagen Italia, ha risposto alla richiesta di informazione avanzata dal ministro dell'Ambiente, Gian Luca Galletti, nell'ambito dello scandalo che ha travolto il colosso automobilistico di Wolfsburg. [caption id="attachment_19871" align="alignright" width="300"]Via Agi.it Via Agi.it[/caption] "Comprendiamo pienamente le preoccupazioni da voi espresse in merito alle recenti notizie di stampa - aggiunge Nordio - ma come società italiana non disponiamo al momento di informazioni ulteriori rispetto a quanto già pubblicamente reso noto. Ci impegniamo a fornirle prontamente la più ampia e fattiva collaborazione in merito, e a segnalare ogni ulteriore elemento di cui potremo venire a conoscenza tramite il costruttore o altre fonti competenti". "Siamo nella delicata fase di raccolta di tutte le informazioni necessarie per fare chiarezza sulla vicenda in questione", conclude il manager confermando che "i nuovi veicoli del Gruppo Volkswagen dotati di motori Diesel EU6 attualmente disponibili nell'Unione Europea, inclusi quelli in vendita sul mercato italiano, sono tutti rispondenti alla normativa europea per i gas di scarico EU6. Soddisfano i requisiti legali e gli standard ambientali e risultano totalmente estranei al caso". 24 settembre 2015