DIMT.IT - rights

  • "Diritti e benessere del consumatore nell'ecosistema digitale", a Roma il 14 maggio

    Roma, 14 maggio 2015

    Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato

    L’inizio del XXI secolo è stato segnato dalla deflagrazione delle potenzialità offerte dalla rete Internet che ha contribuito in modo determinante all’avvento della c.d. globalizzazione, dando vita a nuove forme di comunicazione, di vita e di lavoro fino a generare una nuova economia in un vero e proprio ecosistema digitale. Smartphone, tablet, social networks, banche dati digitali, wearable devices per il monitoraggio della salute, app, download di brani MP3, alias, pagamenti wireless, hanno travolto quegli schemi di scambio culturale ed economico che solo fino a dieci anni fa erano rappresentati da altre icone quali le bacheche nei corridoi, le agende (di carta), gli assegni, i contanti, i libri, i dischi in vinile, le lettere. E con essi un modo di fare business che oggi appare, per taluni versi, così remoto da sembrare “preistorico”. In questo scenario, l’evoluzione tecnologica è stata entusiasmante, coinvolgendo, anche attraverso la crescente semplicità della user experience, sempre più cittadini di ogni età. Tuttavia, l’innovazione tecnologica è stata foriera non solo di un maggiore benessere del consumatore - che ha ogni giorno di più il mondo a portata di mano - ma anche di notevoli insidie per i sempre più numerosi fruitori di beni e servizi digitali e per il mercato rispetto alle quali l’intervento del legislatore non sempre è stato tempestivo ed efficace come avrebbe dovuto. È inoltre storia recentissima la vicenda - da poco conclusa in Italia, Francia e Svezia con l’assunzione di impegni vincolanti da parte delle società coinvolte - che ha contrapposto le agenzie di viaggio on-line a quelle c.d. tradizionali che sono quindi dovute ricorrere all’Autorità antitrust affinché ponesse rimedio alle pratiche anticoncorrenziali che dal mercato tradizionale si erano spostate a quello on-line, cambiando ecosistema ma non i danni subiti dai consumatori a causa della distorsione della concorrenza. È questo il contesto nel quale l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, unitamente all’Accademia Italiana del Codice di Internet (IAIC), ha promosso, con il coordinamento scientifico della prof.ssa Valeria Falce dell’Università Europea di Roma e del Commissario AGCM dr.ssa Gabriella Muscolo, un convegno finalizzato a comprendere l’evoluzione dei mercati, dell’effettivo benessere e della tutela dei consumatori anche alla luce delle più recenti innovazioni normative di matrice comunitaria. Il convegno si terrà il prossimo 14 maggio, presso la sede dell’Autorità, in occasione della pubblicazione del volume "I nuovi diritti dei consumatori" curato dal prof. Alberto Maria Gambino e dall’Avv. Gilberto Nava - un commentario ragionato e analitico delle singole disposizioni del Codice del Consumo riformato, che, all’indomani del recepimento della Direttiva Consumer Rights, si propone di offrire ai diversi stakeholders un concreto ausilio nell’interpretazione e nell’applicazione della rinnovata normativa consumeristica - nonché dell’avvio della III edizione del Master in diritto della concorrenza e dell’innovazione organizzato dall’Università LUISS Guido Carli e dall’Università Europea di Roma e diretto dai professori Gustavo Olivieri e Gustavo Ghidini. L’incontro sarà presieduto e moderato dalla dr.ssa Gabriella Muscolo, componente dell’AGCM e vedrà la presenza del prof. Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato e dell’on. prof. Stefano Quintarelli, oltre all’intervento dei professori Paul Nihoul, Alberto Gambino, Gustavo Olivieri, Massimiliano Granieri, Marco Gambaro, Valeria Falce, Vincenzo Meli, Giovanni Calabrò e Gustavo Ghidini. Locandina-Diritti-e-benessere-del-consumatore-nellecosistema-digitale-Roma-14-maggio-2015
    Recensione de “I nuovi diritti dei consumatori. Commentario al D.Lgs. n. 21/2014”   Contratti online, negoziazione assistita e teleselling: i nuovi diritti dei consumatori nel convegno a Roma. All’attenzione dell’Agcm
    29 aprile 2015
  • "Governance di Internet ed efficienza delle regole: verso il nuovo regolamento europeo sulla privacy" - Roma

    Giovedì 13 novembre 2014

    ore 14

    Sala Spazio Europa

    via IV Novembre, 149

    Roma

    Il regolamento generale in materia di protezione dei dati personali, la cui approvazione è prevista per il prossimo Consiglio europeo Giustizia e affari interni del 4-5 dicembre prossimi, si propone di armonizzare la normativa europea in tema di privacy, adottando regole comuni per tutti gli Stati membri al fine di superare l'estrema frammentazione e disomogeneità con cui sono state recepite in passato le direttive in materia. Alcuni aspetti di particolare interesse del testo attualmente in discussione riguardano i dati pseudonimi, le informazioni sulla profilazione, l'analisi dei rischi e la valutazione dell'impatto in materia di trattamento dei dati, il tema del diritto all'oblio, i codici di condotta e le Autorità di controllo. Ed è con l'aiuto di giuristi che si indagherà lo stato dell'arte delle suddette questioni in vista delle ormai imminenti scadenze istituzionali durante “Governance di Internet ed efficienza delle regole: verso il nuovo regolamento europeo sulla privacy”, convegno previsto per giovedì 13 novembre a Roma ed organizzato dall'Accademia Italiana per il Codice di Internet. La relazione introduttiva sarà curata dal Prof. Alberto Gambino, Presidente dell'Accademia, e la moderazione affidata a Francesco Di Mario, Capo servizio Economia del Tg1. A seguire il keynote speech del Prof. Stefano Rodotà, Presidente della Commissione per i diritti e i doveri relativi ad Internet presso la Camera dei Deputati, prima degli interventi di Antonello Soro, Garante per la Protezione dei Dati Personali, dell'On. Lorenza Bonaccorsi, membro della Commissione Parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, dell'On. Michele Meta, Presidente della Commissione Trasporti, Poste e Comunicazioni presso la Camera dei Deputati, e di Anna Masera, Responsabile della comunicazione presso la Camera dei Deputati. Le relazioni accademiche saranno invece aperte da "La privacy: meno regole, più diritto" del Prof. Salvatore Sica(Università di Salerno). Subito dopo interverranno il Prof. Giorgio Resta (Università di Bari) con "Cooperazione e competizione regolatoria nei rapporti EU-US: la Proposta di Regolamento alla luce del c.d. Datagate" e la Prof.ssa Valeria Falce (Università Europea di Roma) con "One stop shop ed efficienza dell'azione di vigilanza", mentre il Prof. Oreste Pollicino (Università Bocconi) presenterà una relazione dal titolo "Interpretazione o manipolazione? Ovvero il senso della Corte di giustizia per la protezione dei dati personali nelle decisioni Google Spain e Digital Rights Ireland". L'evento avrà luogo, a partire dalle ore 14.00, presso la Sala "Spazio Europa", gestito dall'Ufficio d'informazione in Italia del Parlamento europeo e dalla Rappresentanza in Italia della Commissione europea. La partecipazione è gratuita previa richiesta all'indirizzo email Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. L’evento si inquadra nell’ambito della ricerca PRIN “Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione come strumento di abbattimento delle barriere economiche, sociali e culturali”. Si attribuiscono 4 crediti per la formazione continua degli Avvocati e 5 crediti per la formazione continua dei Commercialisti. L'Accademia Italiana del Codice di Internet è un'Associazione scientifica senza fini di lucro che si pone come luogo di studio e di incontro di respiro internazionale nel quale esponenti del mondo universitario, delle istituzioni e della società civile contribuiscono alla lettura giuridica degli scenari del mercato delle comunicazioni e delle tecnologie digitali, nel complesso mondo di Internet, al fine di definire assetti regolatori equilibrati e rispettosi dei diritti degli utenti.
  • "Governance di Internet ed efficienza delle regole: verso il nuovo regolamento europeo sulla privacy", il 13 novembre a Roma presso la Sala Spazio Europa

    Giovedì 13 novembre 2014

    ore 14

    Sala Spazio Europa

    via IV Novembre, 149

    Roma

    atrio_epsIl regolamento generale in materia di protezione dei dati personali, la cui approvazione è prevista per il prossimo Consiglio europeo Giustizia e affari interni del 4-5 dicembre prossimi, si propone di armonizzare la normativa europea in tema di privacy, adottando regole comuni per tutti gli Stati membri al fine di superare l'estrema frammentazione e disomogeneità con cui sono state recepite in passato le direttive in materia. Il quadro giuridico attuale, secondo il legislatore europeo, non ha impedito la frammentazione delle modalità di applicazione della protezione dei dati personali nel territorio dell’Unione, e non ha eliminato l’incertezza giuridica e operativa per le autorità pubbliche e i soggetti economici, né la diffusa percezione nel pubblico che le operazioni online comportino notevoli rischi. Alcuni aspetti di particolare interesse del testo attualmente in discussione riguardano i dati pseudonimi, le informazioni sulla profilazione, l'analisi dei rischi e la valutazione dell'impatto in materia di trattamento dei dati, il tema del diritto all'oblio, i codici di condotta e le Autorità di controllo. Con l'aiuto di prestigiosi relatori si indagherà lo stato dell'arte delle suddette questioni in vista delle ormai imminenti scadenze istituzionali. L'Accademia Italiana del Codice di Internet è un'Associazione scientifica senza fini di lucro che si pone come luogo di studio e di incontro di respiro internazionale nel quale esponenti del mondo universitario, delle istituzioni e della società civile contribuiscono alla lettura giuridica degli scenari del mercato delle comunicazioni e delle tecnologie digitali, nel complesso mondo di Internet, al fine di definire assetti regolatori equilibrati e rispettosi dei diritti degli utenti. 1 novembre 2014
  • "Internet Law, Protection of Fundamental Rights and Constitutional Adjudication" - Milano

  • "La dichiarazione dei diritti in Internet", lezione dottorale Prof. Rodotà - Firenze

    Locandina 15 gennaio
  • "La dichiarazione dei diritti in Internet", lezione dottorale Prof. Rodotà - Firenze, 15 gennaio 2016

    Locandina 15 gennaio
  • "Verso un Internet Bill of Rights", a cura di Marco Bassini e Oreste Pollicino

    In uscita per i tipi di Aracne, nella collana “Diritto e Policy dei nuovi media”, il volume a cura di Marco Bassini e Oreste PollicinoVerso un Internet Bill of Rights”, dedicato allo studio della Dichiarazione dei diritti in Internet. [caption id="attachment_20171" align="alignright" width="200"]pagine:144 formato:	 17 x 24 ISBN:	978-88-548-8790-9 data pubblicazione:	Ottobre 2015 pagine: 144
    formato: 17 x 24
    ISBN: 978-88-548-8790-9
    data pubblicazione: Ottobre 2015[/caption] Quale tutela per i diritti in Internet? La domanda anima da diversi anni giuristi e addetti ai lavori. Mentre da un lato si afferma l’esigenza di una costituzionalizzazione dei nuovi diritti, dall’altro si osserva che le norme esistenti, a livello nazionale e sovranazionale, definiscono già una tutela costituzionale. In questo dibattito si inserisce la Dichiarazione dei diritti in Internet, che esibisce una dimensione politica ma non nasconde l’ambizione di guidare il legislatore nelle sfide dell’evoluzione digitale. Al suo studio è dedicata la raccolta di contributi che forma questo volume. Con i contributi di: Marco Bassini, Marco Bellezza, Luca Belli, Carlo Blengino, Carlo Melzi d’Eril, Valerio Lubello, Lorenzo Nannipieri, Oreste Pollicino, Monica Alessia Senor, Giulio Enea Vigevani, Nicolò Zingales
  • “Verso il nuovo regolamento europeo sulla privacy”: video, audio e materiali del convegno dell'Accademia Italiana del Codice di Internet

    Di seguito i video, gli audio e i materiali di “Governance di Internet ed efficienza delle regole: verso il nuovo regolamento europeo sulla privacy”, evento organizzato dall’Accademia Italiana del Codice di Internet nella giornata di giovedì 13 novembre 2014 presso la sala Spazio Europa, nel centro di Roma, alla vigilia dell’approvazione del nuovo Regolamento generale per la protezione dei dati personali, prevista nel prossimo Consiglio europeo del 4-5 dicembre.

    Leggi il report della giornata

    Ascolta l'audio integrale dei lavori

    Relazione Introduttiva

    Prof. Alberto Maria Gambino, Presidente Accademia Italiana del Codice di Internet

    Consulta il position paper dell'Accademia

    Keynote speech

    Prof. Stefano Rodotà, Presidente Commissione per i diritti e i doveri relativi ad Internet presso la Camera dei Deputati

    Parte 1 Parte 2

    Interventi

    Antonello Soro, Garante per la protezione dei dati personali

    Anna Masera, Responsabile della comunicazione presso la Camera dei Deputati

    On. Lorenza Bonaccorsi, Commissione Parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi 

    LEGGI l'intervento dell'On. Michele MetaPresidente della Commissione Trasporti, Poste e Comunicazioni presso la Camera dei Deputati

    Discussant

    Prof. Salvatore Sica, Università di Salerno e Accademia Italiana del Codice di Internet

    "La privacy: meno regole, più diritto"

    Prof. Giorgio Resta, Università di Bari e Accademia Italiana del Codice di Internet

    Cooperazione e competizione regolatoria nei rapporti EU-US: la Proposta di Regolamento alla luce del c.d. Datagate

    Prof.ssa Valeria Falce, Università Europea di Roma e Accademia Italiana del Codice di Internet

    One stop shop ed efficienza dell’azione di vigilanza"

    Consulta le slide della Prof.ssa Falce

    Prof. Oreste Pollicino, Università Bocconi e Accademia Italiana del Codice di Internet

    Interpretazione o manipolazione? Ovvero il senso della Corte di giustizia per la protezione dei dati personali nelle decisioni Google Spain e Digital Rights Ireland"

    26 novembre 2014
  • Costa and Pavan v. Italy and the convergence between human rights and biotechnologies

    Commentary on the ECHR decision Costa and Pavan v. Italy, No. 54270/10, 28 August 2012. by Grégor Puppinck

    Abstract

    In the judgment Costa and Pavan v. Italy of 28 August 2012, No. 54270/10, the European Court of Human Rights (the Court) ruled that, by forbidding the recourse of couples carrying a genetic defect to medically assisted procreation and preimplantation screening, whilst simultaneously permitting abortion in cases where the foetus was suffering from such an illness, Italy had, due to this alleged inconsistency, violated Article 8 of the Convention – which guarantees the right to the respect of private and family life.  Furthermore, it demonstrates the increasing willingness of the Court to limit the margin of appreciation the States possess in legislative matters, including in the most ethically controversial areas.  This decision constitutes an important step in the recognition of a true right to a genetically healthy child; that is to say to eugenics; that the Court calls the “right[of the applicants] to bring a child into the world who is not affected by the illness that they carry” (§ 65). Summary
    1. Introduction.
    2. The contestable admissibility of the request.
    3. The doubts concerning the validity of the request.
    4. Conclusion.

    1. Introduction.

    In this case, two Italian nationals, Rosetta Costa and Walter Pavan, born in 1977 and 1975 respectively, had learned, at the birth of their first child in 2006, that they were carriers of cystic fibrosis; the child being a sufferer of this condition.  When Ms Costa became pregnant again in February 2010, the couple resorted to prenatal diagnosis, which revealed that the foetus was also a sufferer of cystic fibrosis.  Ms Costa then had an abortion. Not wanting to commence another pregnancy by natural means, and being of the opinion that the Italian legislation, due to Law No. 40 of 19 February 2004 (hereafter, “Law No. 40/2004”), did not allow them to resort to the techniques of medically assisted procreation (hereafter, “MAP”) and of preimplantation genetic diagnosis (hereafter, “PGD”), the couple submitted before the Court, on 20 September 2010, an action in favour of the condemnation of Italy for violating the European Convention for the Protection of Human Rights and Fundamental Freedoms (hereafter “the Convention”), with no prior approach to either the Italian health authorities or its Courts.  The combined use of MAP and PGD would permit the artificial conception and then the genetic selection of a human embryo free from cystic fibrosis. The applicants claimed that the Italian legislation ignored two provisions of the Convention in particular; Article 8 and Article 14.  On one hand, they alleged that Law No. 40/2004, which reserves the use of MAP for sterile or infertile couples and forbids all PGD, violated their right to the respect of their private and family life, protected by Article 8 of the Convention, in such a way that the only option open to them to have healthy children was to begin a pregnancy by natural means with the risk that the foetus would be affected by cystic fibrosis and, in the case where this occurred, to resort to an abortion.  On the other hand, they claimed that they were subjected to, in violation of Article 14 of the Convention, a discrimination in relation to sterile couples or couples in which the man is the sufferer of a sexually transmitted infection. Due to the importance of the issue in question, two demands of third-party intervention were presented to the Court; the first coming from the “European Centre for Law and Justice”, the association “Movimento per la vita” and fifty-two Members of the Italian Parliament; the second from the “Luca Coscioni”, “Amica Cicogna Onlus”, “Cerco un bimbo”, “L’altra cicogna” associations, and sixty Members of the Italian and the European Parliaments. In the judgment of 28 August 2012 [1], the Second Section of the Court ruled partially in favour of the applicants. The Court firstly rejected the alleged violation of Article 14 of the Convention.  It in effect reiterated that a discrimination, in the sense of Article 14, required the existence of a different treatment – except with an objective and reasonable justification – of people in comparable situations.  However, the Court noted that in the matter of access to PGD couples of whom the man is infected with a sexually transmitted infection were not treated in a different manner to the applicants; the prohibition of access to the diagnosis in question affected all categories of person. In contrast, the Court upheld the claim that there had been a violation of Article 8 of the Convention and, for this reason, condemned Italy to pay the applicants a sum of €15,000 in reparations due to the moral prejudice suffered.  After having decided that the prohibition which prevented the applicants from resorting to MAP and PGD constituted an interference  in the respect of their right to a private and family life, the Court judged that this prohibition, whether pursuing legitimate objectives or not, was disproportionate, “taking account of the inconsistency of the Italian system in relation to PGD”. Italy demanded, by virtue of Article 43 of the Convention, the referral of the case to the Grand Chamber, being of the opinion that it raises very important questions relating to the interpretation and application of the Convention.  However, this demand was rejected following the judgment, by an unjustified decision given by a college of five judges.  It is regrettable that the Grand Chamber will not have the possibility to re-examine this affair because the issues it raises remain [2] and are not insignificant, as will be seen.  In effect, the position adopted by the Chamber in relation to the admissibility of the request (I) and its validity (II) is open to criticism and raises questions; even reasons for concern [3].

    2. The contestable admissibility of the request.

    The Second Section of the Court approved the admissibility of the request.  However, several arguments have led to serious doubts regarding this admissibility, both in its procedural aspect (A) and ratione materiae (B). A – The procedural aspect of the request’s admissibility The Court’s own jurisprudence should have justified the inadmissibility of the request due to the absence of the applicants’ quality as victims (1°) and the non-exhaustion of domestic remedies (2°). 1° - Inadmissibility due to the absence of the applicants’ quality as victims In the application of Article 34 of the Convention, only an applicant who is the victim of a violation of the Convention can bring an action before the Court.  This provision states that the “victim” is anybody who is affected by a direct act or omission [4] (“direct victim”) and exceptionally, anybody who is affected in an indirect manner, such as the spouse of the victim [5], the nephew of the deceased [6], the mother and father of a man who had disappeared [7] (“indirect victim”) or who could be affected in the near future, for example by an obligation to change a behaviour under penalty of criminal proceedings [8], or when the applicant is a member of a group of people that risks being directly subjected to the effects of the criticised legislation [9] (“potential victim”).  On the contrary, the Convention “does not, therefore … permit individuals to complain about a provision of national law simply because they consider, without having been directly affected by it, that it may contravene the Convention.” [10]  In other words, the Convention does not establish an actio popularis[11] to the profit of individuals.  It is not expected to settle the compatibility of an internal law with the Convention, but to give a judgment on the decisions of national authorities. Yet, in this case, whilst the Italian Government and certain intervening parties highlighted the question of the applicants’ quality as victims, the Court decided on the contrary that “there can be no doubt that the applicants were directly touched by the measure of prohibition, having as they did a child affected by the condition of which they were carriers and having already once proceeded to an abortion due to the foetus being a sufferer of cystic fibrosis.” (§ 38). Nevertheless, the response given by the Court does not remove all doubt over the issue of whether the applicants are truly victims.  In effect, although they indicated in their application that they “wanted to resort to PGD”, nothing suggests that they took any steps in this sense with the Italian health authorities and that these same authorities would have opposed their plea.  Moreover, whilst PGD presupposes the use of MAP, it is not even established whether the applicants would have asked for permission from the said authorities for access to MAP. Yet, the quality of victim would at least require that they had been expressly refused MAP and PGD, since only this series of events – both time- and cost-efficient – would have given proof of the applicants’ intention to have another child. Thus, having recognised that the applicants were “victims” under Article 34 of the Convention whilst this quality was only hypothetical (the applicants did not show that they had been directly affected by the Italian legislation), the Court has also opened the possibility of the exercise of an actio popularis; an action that its caselaw has traditionally dismissed [12]. 2° - Inadmissibility due to the non-exhaustion of domestic remedies Article 35 § 1 of the Convention provides that in effect “referral to the Court in a given situation may only occur after all domestic remedies have been exhausted according to the generally recognised rules of international law…”.  This rule is based on the assumption, reflected in Article 13 of the Convention – and with which it presents close similarities – that a country’s internal rules offer an effective mode of recourse against the alleged violation.  The Court’s role is therefore of an exclusively subsidiary nature in relation to national systems which protect human rights [13], and it belongs before all to national tribunals to act on supposed violations of the Convention.  In the recent Declaration of Brighton of 19 and 20 April 2012, the Member States reasserted the necessity of a strict application of the admissibility criteria, notably that of the exhaustion of domestic remedies. Yet, in this case, the internal modes of recourse were not exhausted by the applicants; they had not submitted any requests to the Italian Courts, not even at first instance.  Moreover, having abstained from applying to the relevant health authorities for access to MAP and PGD, the applicants would have encountered fundamental problems in any attempt to complain to the Italian Courts that a particular act had caused them any personal wrong. Furthermore, the Court’s past decisions show that the exhaustion of domestic remedies is not a principle of absolute character and that the applicants are held to have exhausted the internal modes of recourse only when they are available and effective, whether that be in theory or in practice; that is to say when they are accessible, able to offer the applicants satisfaction in redressing their grievances, and when they present a reasonable chance of success [14]. In this case, the Court ruled that “the applicants cannot truly be reproached for failing to apply for a measure which, as had been explicitly stated by the[Italian] Government,[was] forbidden in an absolute manner by the law”.  It added that if the Tribunal of Salerno had decided to grant such a measure to the couple, who were neither sterile nor infertile, this decision “pronounced at first instance, would not have been confirmed by an ulterior judgment and would only have constituted an isolated decision” (§ 38).  In other words, for the Court, from the moment that it was certain the applicants could not access PGD in Italy, it was useless for them to make such a demand to the Italian health authorities and to then contest the inescapable rejection of their request before the Italian Courts. However, it appears difficult to agree with the Court on this point. Even before the introduction of the present request [15], not only the Tribunal of Salerno, as was emphasised in the judgment, but also other Italian tribunals, had ruled on several requests for PGD submitted by couples in similar situations to that of Ms Costa and Mr Pavan, and had decided in their favour (judgments of 22 September 2007 of the Tribunal of Cagliari, 29 June 2009 of the Tribunal of Bologna and 17 December 2007 of the Tribunal of Florence [16]).  In its observations before the Court, the Italian Government referred to all of these cases [17]. Thus, in the hypothesis where the applicants would have – which they abstained from doing – applied to the Italian health authorities for access to MAP and PGD, and where such a request would have been rejected, it would have been possible for them to challenge this refusal before the Italian Courts, and the decisions mentioned above demonstrate that domestic remedies have not always been deprived of success. In conclusion, the manner in which the Court has altered and widened the scope several rules which govern the procedural admissibility of requests (the quality of victim, the exhaustion of domestic remedies) creates a certain degree of unease.  In the long term, it is not without danger, since it risks provoking an influx of litigation and the installation of a “pick and choose” system where the judge makes a decision not on the basis of objective criteria but according to his personal opinions and priorities when declaring the admissibility of one affair in relation to another [18]. For example, regarding the implementation of the rule of the exhaustion of domestic remedies, the tolerance the Court has shown in the present case [19] could manifest itself in other cases due to its severity [20]. B – Admissibility ratione materiae The Court judged – which is undoubtedly at the heart of its reasoning – that the request fell within the field of application of Article 8 of the Convention and, therefore, that the aforementioned request was admissible ratione materiae.  However, objections can be formulated against such a position, both because of the questionable theoretical foundation that underlies it (1°), and the worrying practical consequences that it entails (2°). 1° - A questionable theoretical foundation As Article 8 § 1 of the Convention provides that “everyone has the right to respect for his private and family life…”, the Court was firstly required to establish whether the desire of the applicants to use MAP and PGD fell within the field of application of Article 8 of the Convention.  It responded favourably to this question, stating that “the desire of the applicants to have a child who would not be a sufferer of the genetic defect that they carried and to resort to medically assisted procreation and PGD falls under the protection of Article 8; this choice being a form of the expression of their private and family life” (§ 57). In this regard, it is important to emphasise that, traditionally, Article 8 of the Convention essentially has the objective of protecting individuals from arbitrary interferences – from which the public authorities should refrain.  In the matter of procreation, this “negative” obligation translates as “incorporat[ing] the right to respect for both the decisions to become and not to become a parent (…)”. [21]  Concretely, the State should not exert pressure on the will of the parents, for example by forcing them to use contraception or by implementing sterilisations or abortions.  Thus, all interferences by the State which influence the decision of a couple to become or not to become parents should be motivated by truly compelling reasons in order to be compatible with Article 8 § 2. [22] It is from this perspective of the State’s negative obligation that Dickson v. United Kingdom[23] should be considered; a judgment which is often wrongly interpreted as the Court recognising that the Convention provides a positive obligation for the State to give access to MAP [24].  In this case, the British authorities had refused to allow a couple access to artificial insemination, although this was the only method by which they would be able to procreate (the man had been sentenced to a long period of imprisonment).  It was the action of the State (its refusal to permit the use of this method due to a legal technicality) which was the clear obstacle to the procreation.  In other words, the refusal of the applicants’ request for access to MAP by the authorities prevented them from becoming (or at least trying to become) parents.  The couple did not seek a derogation from the regime of MAP in their favour, but an application to their particular situation.  They therefore asked that the Court ensure the State would no longer impede the realisation of their wish to become parents.  Therefore, the Dickson v. United Kingdomjudgment recognised neither a new Conventional right to MAP, nor a new positive obligation to assure access to this technology.  Certainly, the Court considered that the applicants’ desire to access MAP in order to conceive a child was within the field of Article 8, however it is important to emphasise that the recognition of the applicants’ right to resort to it does not derive substantially from Article 8, but from the domestic law governing access to MAP.  It is because the domestic law authorised MAP that the British authorities could not deprive the applicants of it. Yet, with the Costa and Pavan judgment, the Court went a step further, since it ruled that the right to respect of private and family life engendered positive obligations in the matter of procreation, and that to assure the effective respect of this right the Italian State should have permitted the applicants to access MAP and PGD.  Next, the Court broadened the scope of Article 8 in a decisive manner; ruling that the proven “desire” of a couple who were carriers of cystic fibrosis to resort to this technology in order to avoid having an ill child entered within the field of application of Article 8 [25] by virtue of the Convention, and independently of the fact that the domestic law prohibited this practice. It is important to note that due to its purpose, which was to become parents, the desire to artificially procreate fell within the field of private life, but that it exceeded this field by the methods necessary in order to put this into action.  Thus, if its purpose fell within the private sphere, the means by which it could be achieved fell within the public sphere.  The State should respect the will of couples to become parents, but it cannot remain indifferent to the modes of putting this desire into action when they require material and moral investment from society.  This is because public issues, particularly those with an ethical character, linked to MAP and PGD were so important that before the delivery of the Costa and Pavan judgment the Court had established that the States had no positive Conventional obligation to legalise them, as though it considered no right to have a child existed.  The Court clearly expressed this, saying that it “would emphasise that there is no obligation on a State to enact legislation of the kind and to allow artificial procreation” [26] and that “the right to procreation is not covered by Article 12 or any other Article of the Convention” [27]. There is an important difference between the Dicksonand Costa-Pavan cases:in Dickson, the couple were prevented from trying to have a child – the desire to have a child being covered by the Convention.  In Costa-Pavan, the couple were not prevented from trying to have a child (healthy or ill); they were prevented from using preimplantation genetic diagnosis in order to select a healthy embryo.  The obstacle was not related to the ability to conceive a child, but to use genetic screening [28].  The object of the State’s interference is different, and it is therefore abusive to use the applicability criteria of Article 8 as determined by Dickson in relation to the couple’s request in Costa-Pavan; however this is what the Section does at paragraph 56.  Another major difference: in Dickson MAP was legal but inaccessible; in Costa and Pavan it was the technology of MAP-PGD that was illegal.  Additionally, in S.H. and Others v. Austria[29], access to heterologous MAP – the object of the request – was partially legal in Austria [30].  Thus, the Dicksonand S.H. judgments do not imply the existence of an autonomousright to MAP in the name of Article 8.  It is an undue consequence drawn from these cases in order to assert the contrary, however this interpretative derivation is revelatory of the process which results in the emergence of new rights under the Convention, led by the Court’s caselaw.  These rights are firstly recognised by the domestic laws of a growing number of countries; the Convention being integrated by way of conditional applicability before the new right is enacted as a national law.  This makes it a right directly attached to the Convention and therefore one which is susceptible to being imposed on countries that did not follow the general movement led by the Court [31]. In other words, by ruling that the couples’ request in Costa-Pavanwas authorised by Article 8, the Court declared that the combination of in vitro fertilisation and embryonic screening was a substantial and independent element of the field of private and family life guaranteed by the Convention. In both Dickson and S.H., MAP was not an autonomous element of Article 8, because access to it was originally granted by the domestic law.  Inversely, as the use of MAP-PGD was prohibited by Italian law, it could only fall within the field of Article 8 by virtue of the substance of this provision; that is to say that Article 8 itself gives a right to this form of eugenics.  To rule that access to MAP-PGD falls ratione materiae under Article 8 is therefore a serious question, which should have merited the intervention of the Grand Chamber. 2° - The worrying practical consequences Whilst the Italian Government raised concern over the risks of recognising the right to a “healthy child”, the Court, in admitting that the “desire” of couples carrying a genetic illness to resort to MAP and PGD constituted a right under Article 8 of the Convention, explicitly excluded the consideration of this perspective.  In effect it ruled that “PGD does not exclude other factors which may compromise the health of the unborn child, such as, for example, the existence of other genetic defects or complications coming from the pregnancy or childbirth” (§ 54). However, this argument is not truly convincing.  In effect, the Court expressly affirmed that the applicants in this case had a “right to bring a child into the world who was not affected by the illness of which they were carriers” (§ 65).  More precisely, in vitrofertilisation associated with PGD constitutes a means of avoiding the birth of ill embryos – allowing the couple to have a healthy baby.  Does recognising the right not to transmit the defective genes not constitute a right to eugenics, even if the technique does not guarantee the avoidance of all illnesses? The Costa and Pavan v. Italy judgment illustrates the Court’s increasing tendency to enlarge the scope of Article 8.  In effect, with this decision, Article 8’s purpose is no longer to merely protect individuals against arbitrary actions of the State, but also to guarantee their personal autonomy [32], their right to “personal development”[33] or even their right to auto determination [34].  The consequences of this judgment – and of the extension of Article 8 – should be measured in the light of the extraordinary development of biotechnologies, since they offer people and couples the technology which permits this personal development.  The effects of these legal and scientific evolutions, particularly in the matters of PMA and prenatal screening for genetic anomalies [35], should not be ignored: by successive decisions, the Court is progressively recognising the right not only to a child but to one who is “healthy”.  In effect, therefore, whereas on one hand biotechnology makes selective procreation outside of the physical union of a man and a woman possible, on the other access to these methods is protected by Article 8, making it difficult not to see the manner in which the factual and legal components combine to give the right to a child, and moreover the right to a healthy child. Furthermore, the right to a healthy child which underlies the entire judgment becomes more evident when one contemplates what exactly makes the applicants victims.  They complained that they could not access MAP and PGD.  However, these procedures are not in themselves an end product: they are methods of giving birth to a child free of genetic defects, without the risk of having to resort to an abortion.

    3. The doubts concerning the validity of the request.

    Having ruled that the prohibition of MAP and PGD by the Italian legislator was in the pursuit of legitimate objectives (A), the Court nevertheless judged that this double prohibition was disproportionate to these objectives and concluded that Italy had violated Article 8 (B).  However, these two stages of reasoning, in particular the second, are unconvincing. A – The legitimacy of the objectives pursued by the Italian legislation According to Article 8 § 2 of the Convention, there can only be an interference in the right to respect of a person’s private and family life on the condition that it is authorised by law and that it constitutes a measure which, in a democratic society, is necessary, notably for the protection of health or morality, or the protection of the rights and freedoms of others. In this case, the Court recognised that the prohibition, implemented by Law No. 40/2004, of a couple carrying a genetic defect to resort to MAP and PGD “can be passed in order to pursue the legitimate objective of the protection of morals and the rights and freedoms of others”.  At first sight, the position of the Court should be approved, though the restraint present in the formulation used should be highlighted (“can be passed in order to pursue…”).  Furthermore, in their request, the applicants themselves did not expressly contest the legitimacy of the objectives pursued by the Italian legislation and preferred to concentrate their claims on the disproportionate character of this legislation. However, on closer inspection, the position of the Court should be questioned further.  What moral does the Court speak of when it states that it is one of the legitimate objectives?  What is the nature of the “rights and freedoms” of others, the protection of which is also presented as legitimate?  The response to these questions is not simple, and the Court was very cryptic in the formation of its solutions [36]. Concerning the “morals” called into question by the Court in its decisions, it is clear that they should not be composed in an objective sense; like a mass of rules the respect of which is imposed by their very existence, regardless of whether they have been approved by society [37].  In fact, the morality to which the Court refers is a sociological reality and should be considered with reference to the state of public opinion at that particular moment, on a particular subject.  The terms used in the A, B and C v. Ireland judgment reveal the consultation of this sociological conception of morals; the Court here having judged that Irish restrictions on abortion “pursued the legitimate aim of the protection of morals of which the protection in Ireland of the right to life of the unborn was one aspect”.  Therefore, in this case the judges of the Strasbourg Court did not consider the defence of the unborn child’s right to life to be, in itself and at that time, a moral question.  They were content to say that, in Ireland, in the situation at the moment in question [38], this issue fell under the protection of morality.  By way of analogy, in Costa and Pavan v. Italy, having accepted that the prohibition of MAP and PGD pursued the legitimate objective of the protection of morals, the Court did not say that, by themselves, these methods raised a serious moral issue.  It merely wished to state that, in the country concerned, namely Italy, the legislative system, intending to reflect the views of a majority of the population, forbade these methods in the name of morality, and that taking this sensitivity into account, this prohibition constituted a legitimate objective capable of justifying an eventual interference in the rights of individuals to the respect of their private and family life. However, there is a misunderstanding on this point.  Although Italy forbade MAP and PGD, it was not in the name of a sociological – and therefore relativist – conception of morality.  According to this State, the prohibition of the combined use of MAP and PGD by couples carrying a genetic defect is justified by several more objective reasons which are, in particular, the protection of the embryo – as a subject – and the prohibition of eugenics, but equally the protection of public health and compliance with the prohibition of discrimination on the grounds of genetic heritage. Above all, the will to protect the human embryo is at the origin of Law No. 40/2004.  It is outlined, as a principle in Article 1, that the conceived embryo is a “subject” which has rights in the same way as the other subjects implicated by MAP [39].  Therefore, the Italian legislation recognises indisputably that the conceived embryo is a legal subject.  As a whole Law No. 40/2004 and its texts of application are intended to organise MAP whilst respecting the embryo’s rights.  The embryo is not a moral value, but a subject; it is a third person, therefore an “other” in the sense of the Convention.  It is because it is a subject that its value cannot be relativised, meaning that it possesses the same rights as all of the other subjects implicated. In this regard, it is relevant to highlight that the Court has never excluded prenatal life from the Convention’s field of application.  On the contrary, it has recognised that the foetus belongs to the human species[40]. To date, the Court has given a minimal interpretation of this recognition by giving the States, through their margin of appreciation, the freedom to determine the starting point of this protection.  However, if the Court has recognised the ability to exclude the embryo from the protection of the Convention, it has not created (and could not create) the obligation to do this.  Additionally, in Vo v. France, the Court reaffirmed that it was neither desirable nor possible to respond to the question of whether the unborn child was a “person” in the sense of Article 2 of the Convention, in such a way that each State can legitimately decide whether to consider the unborn child as a person whose life should be protected, or to adopt the opposing viewpoint [41].  Consequently, a State can decide to maintain the protection of prenatal life, thus giving Article 2 a maximum interpretation.  This position also conforms to Article 53 of the Convention, according to which the States are free to offer a greater degree of human rights protection to their subjects [42].  More closely, Article 27 of the Oviedo Convention indicates that none of its provisions shall be interpreted “as limiting or otherwise affecting the possibility for a Party to grant a wider measure of protection with regard to the application of biology and medicine than is stipulated in this Convention.”  Italy can therefore recognise the unborn child as a legal subject and grant it an extended protection; and the Section should have taken this determining factor into account.  It preferred to ignore this [43], “emphasising” in an excessive manner “that thenotion of a “child” could not be assimilated by that of an “embryo” (§ 62; underlined by us).  This obiter dictum is at least questionable: on one hand children and embryos are not abstract “notions” created by our intellect, but real things (it would have been more truthful to say that the embryos are not children); on the other, such an anthropological and biological appreciation certainly does not fall under the competences of the Court. The prohibition of eugenics constitutes the second reason that justified the adoption by the Italian legislature of Law No. 40/2004.  PGD neither heals nor treats.  The child selected by PGD is born free from an illness he or she never had, which medicine never cared for nor cured.  PGD permits the selection of embryos in order to implant a healthy embryo and to dispose of those who are ill.  More precisely, it is eugenics, even if it has become common in Europe [44].  Where eugenics is forbidden, MAP and PGD are also forbidden in order to respect the prohibition of discrimination founded on genetics.  In effect, from the moment that Italy began to consider the unborn child as a legal subject, the Government was obliged to respect the prohibition of discrimination for genetic reasons [45].  Finally, Italy cited the motive of the protection of public health, as these medical techniques not only require a great investment of public resources, but also pose risks to the health of the mother and the unborn child. Therefore, in Italy the essential motives of the prohibition of MAP and PGD are not to be found in morals perceived in a sociological sense such as that which the Court referred to when assessing the legitimate character of the Italian law.  The essential object of the Italian legislator was, by adopting Law No. 40/2004, to protect the rights of third parties – the unborn child being a legal subject – and to ban eugenics. B – The proportionate character of the interference with the applicants’ right to the respect of their private and family life From the moment it recognised the legitimacy of the objectives pursued by Law No. 40/2004, the Court should have admitted that the prohibition of PGD was necessary in order to achieve these goals.  Effectively, MAP coupled with PGD is a procedure which, in itself, infringes on the very substance of the objectives pursued, particularly the protection of the embryo and the prohibition of eugenics.  Furthermore, the destruction of embryos carrying genetic defects does not merely constitute a risk of PGD: it is the very purpose of this procedure.  Therefore, the only means by which Italy could respect these objectives was the prohibition of MAP-PGD. However, the Court judged that this interference with the applicants’ right was disproportionate and, moreover, that Article 8 of the Convention had been violated.  In order to reach this conclusion it de facto limited Italy’s margin of appreciation in the matter of medically assisted procreation (1°); basing its decision on an alleged inconsistency of Italian law (2°). 1° - The margin of appreciation from which the States benefit In the judgment of Evans v. United Kingdom– the position subsequently taken in A, B and C v. Ireland – the Grand Chamber of the Court reiterated the principles which govern the determination of the extent of the Member States’ margin of appreciation: “Where a particularly important facet of an individual’s existence or identity is at stake, the margin allowed to the State will be restricted […] Where, however, there is no consensus within the member States of the Council of Europe, either as to the relative importance of the interest at stake or as to the best means of protecting it, particularly where the case raises sensitive moral or ethical issues, the margin will be wider […] There will also usually be a wide margin if the State is required to strike a balance between competing private and public interests or Convention rights” (§ 77).  Before the Evans judgment, the Court equally recognised that “the national authorities enjoy a wide margin of appreciation in matters of morals, particularly in an area such as the present which touches on matters of belief concerning the nature of human life” [46].  Finally, more recently, the Court confirmed that “the State’s wide margin in principle extends both to its decision to intervene in the area[MAP] and, once having intervened, to the detailed rules it lays down in order to achieve a balance between the competing public and private interests” [47].  In such cases, the European judge’s power of appreciation is normally limited to verifying that the national legislator’s choice was not “manifestly without reasonable foundation” [48]. In this case, as the Court did not expressly indicate the margin of appreciation from which Italy benefitted in the matter of legislation on MAP and PGD, a close reading of the Costa and Pavan judgment raises doubts over whether the Court has granted the State a wide margin of appreciation.  In effect, the Court emphasised that, “while recognising that the issue of access to PGD raises sensitive moral and ethical issues,[…], the choice made by the legislator in this matter does not escape the control of the Court” (§ 69).  Finally and above all, the Court noted from documents on comparative law that it consulted that, out of the thirty-two States examined by these reports, only three (Italy, Austria and Switzerland), forbade PGD. However, the Court should have recognised that Italy had such a margin of appreciation, due to the absence of consensus in Europe on in vitro fertilisation and in particular on PGD [49].  In this respect, the reports of the Council of Europe and the Commission show that, at the date of the facts in question, out of 32 European countries, 12 had not adopted a regulation in relation to PGD, 3 prohibited it and 17 authorised it in order to guarantee the health of the child [50].  However, if the Court had recognised a large margin of appreciation for Italy, it would have been impossible to rule that Law No. 40/2004 was manifestly unreasonable, and contrary to the Convention. It is important to emphasise that Law No. 40/2004, adopted following Parliamentary procedures which had taken place over the course of several legislatures, originated from a popular initiative which, in 1995, had demanded that the principle of the recognition of the unborn child as a legal subject be introduced as a guiding standard in the material.  Moreover, after the adoption of the law, the opposition initiated further debate; making five propositions to modify it by popular referendum.  The first proposition, of a general character, was rejected by the Constitutional Court in judgment 45/2005 and the other four, which concerned the annulation of certain provisions of the law, were submitted to a popular vote on 12th and 13 June 2005.  These referendums failed: only 25.9% of the electorate voted, meaning the quorum was not reached.  In fact, certain individuals urged voters not to vote.  Finally, these referendums had the effect of extending the debate on Law No. 40/2004 and of confirming the legislator’s choice.  Thus, few Italian texts have been discussed as much as Law No. 40/2004; discussions which were conducted in accordance with the European standards set out in Article 28 of the Oviedo Convention [51].  To refer, by analogy, to the terms used by the Court in A, B and C v. Ireland,the prohibition of PGD was based, in Italy, on “profound moral values concerning the nature of life which were reflected in the stance of the majority of the [Italian] people” by the vote of 2004 and the referendums of 2005, and “which have not been demonstrated to have relevantly changed since then”[52]. The referral to this notion of consensus, particularly in order to evaluate the margin of appreciation which the States enjoy, reflects an eminently sociological conception of law; a conception according to which human rights only partially structure the evolution of morals and technology so that, on the contrary, the evolution of morals and technology can, by means of a human movement approved by the Court, contribute to the redefinition of human rights.  In this regard, the Court can choose, among these social tendencies and evolutions, those from which it feels it should refrain and those which, on the other hand, it feels it can sanction.  Thus, the Court is no longer content to passively follow the evolution of morals and ensure, a posteriori, their reception through the definition that it gives of human rights.  Indeed, being presented as the “conscience of Europe” [53] and driven by the ambition to exercise, if anything, a “function inherently against the majority” [54], the Court aims to contribute to this evolution, even if the changes entailed are far from the original spirit and even the letter of the Convention [55].  This permits the Court, in a context often perceived as obsolete by the Council of Europe, to conserve its presence in comparison to the Court of Justice of the European Union, seated in Luxembourg, and to maintain the system of human rights in their progressive perspective despite the legal constraints of treaties which, unlike the Court, enforce the respect of the words and the spirit which were present at the time these international engagements were written. 2° - The alleged inconsistency of the Italian law To conclude that the prohibition of MAP and PGD had violated the applicants’ right to the respect of their private and family life, the Strasbourg judges relied on reasoning that shows they may now proceed in a customary manner [56]; particularly when determining the alleged inconsistency of the actions of the State concerned. The Court observed that in effect, whilst on one hand Italy had permitted the possibility in practice for couples carrying a genetic defect to proceed to an abortion where it is established that the foetus is sick, on the other this same country prohibited MAP and PGD; two techniques which allow the implantation of embryos which are not affected by the defect of which their parents are carriers.  Yet, according to the Court, the consequences of an abortion for the foetus, which is much more developed than an embryo, and for the couple – particularly the woman – would be more serious than the consequences of a MAP coupled with a PGD (§ 62).  Thus, in this case, the Court found that the Italian legislation caused a “state of anguish for the applicant”, holding that “the only prospect of maternity was linked to the possibility that the child would be a sufferer of the genetic defect” (§ 66), and would create a “suffering which derived from the painful choice to proceed, where needed, to an abortion” (§ 66). Such a conclusion however raises certain questions. In the first place, the existence, as stated by the Court, of an alleged “inconsistency” of the Italian law should be relativised, since the founding principles of the different laws regarding MAP, PGD and abortion, far from contradicting one another, present a clear consistency: Article 1 of Law No. 40/2004 indicates that the law takes account of “the rights of all the parties implicated in these techniques, including those of the unborn child”, whilst Article 1 of Law No. 194/1978, reiterated by Law No. 194/2004 on maternity and abortion, recognises “the social value of maternity and of human life from its beginning”.  Thus, the prohibition, for a couple carrying a genetic defect, of the use of MAP and PGD – a prohibition founded in particular on the principle of the protection of prenatal life and the prohibition of eugenics – is perfectly consistent with the principles of Italian abortion laws. Though it is true that Italy did not forbid the practice of abortion in an absolute manner, the law only permits it in exceptional cases, and only in the hypothesis where the life or the health of the mother would be in danger from the genetic defect from which the foetus is suffering.  It is not, at least in principle, the foetus’ state of health which justifies the abortion, but that of the mother.  This difference is undoubtedly subtle but it is important from a theoretical point of view because it allows the consistency of the Italian legislation to be understood, the purpose of which is to protect the life of the unborn child and to allow the destruction of its life only when that of its mother is itself threatened.  This conception comes from the so-called theory of double effect – a classic theory of moral philosophy – according to which the destruction of the foetus can only occur as a secondary result of the individual’s will; coming as an inevitable consequence of the primary intention to preserve the mother’s life.  Thus, even though the principle which guarantees the inviolable character of the foetus allows some exceptions, it conserves its symbolic value and structures the Italian law relating to procreation.  Yet, the Court analysed the Italian law from a purely practical viewpoint, with no regard of the principle that underlies it.  No benefit can be gained from the Court comparing a principle – the prohibition of PGD – and an exception to a principle – the exceptional tolerance of abortion, since an exception should always be considered in the context of the principle from which it derogates.  If a principle were being judged in the context of the exception, and not the reverse, the domestic law should be reordered to the original transgression, so that the exception can only operate in the specially foreseen event and not inform the law, which is the role of the principle [57]. Secondly, and in any event, the requirement of the national law’s consistency does not implicitly fall under the Convention; indeed far from it.  This reasoning can, as J. Cornides has highlighted, be broken down as follows: “when a State, which is not bound by the Convention to grant a right X freely decides to grant it, that State should grant a right Y in the case where the denial of the right Y would be inconsistent with the granting of the right X.  If it does not do this, it disrespects the provisions of the Convention, notwithstanding the fact that neither right X nor right Y would be, by themselves, a requirement of the said Convention” [58]. This requirement of the consistency of national laws has the effect of considerably extending the Court’s competences.  It permits rulings on the foundation of a right which does not fall under the Convention; if it is determined without any reference to the Convention, it can only be defined in relation to the conviction of the judge.  With no link to the Convention, nothing, if not the conviction of the judge, can determine the sense in which an alleged domestic consistency should be analysed: a law which forbids abortion and PGD could therefore be just as consistent as a law which authorises them.  Domestic consistency is, like the principle of non-discrimination [59], a principle which permits the “progression of the law” step by step.  Thus, the obligation of consistency can justify the forcing of a State which has legalised the practice of carrier mothers to permit that of artificial uteruses, and so on.  Professor Marguénaud concludes that “in all the other Member States of the Council of Europe, the marriage of the principles of consistency and proportionality noted in Costa and Pavan should have the effect of authorising preimplantation diagnosis in order to detect all genetic defects or sexually transmitted infections, the revelation of which by prenatal examination could justify, regarding the national law, an abortion” [60]. In Costa and Pavan v. Austria, the Court did not consider whether the prohibition of MAP and PGD were, by themselves, contrary to the provisions of the Convention.  Neither did it indicate that the Convention forms an obligation for States to provide abortion.  However, after establishing that Italy allowed the resort to an abortion, the Court judged that the prohibition of MAP and PGD was therefore disproportionate and violated the Convention.  It is only because abortion is authorised that the judgment has a basis that allows it to impose, in fine, the legalisation of PGD.  It is hard to find an objective, substantial and logical foundation from which, when the prohibition of MAP and PGD is not in itself contrary to the Convention, it is reasonable to suggest it becomes incompatible from the simple fact that there is a concurrent tolerance of abortion, except if the ability to resort to abortion creates in domestic law the right to a healthy child which itself falls within the field of application of Article 8 [61]. This is at the heart of the Section’s reasoning; it is not by “editorial clumsiness” [62] that the Court states in paragraph 65 that “in order to protect their right to bring a child into the world who would not be affected by the genetic defect of which they are carriers, the only manner in which they could benefit from this would be to begin a pregnancy by natural means and then proceed to an abortion should a prenatal examination show that the foetus is ill.” The reasoning which underlies Costa and Pavanis directed towards the creation of a healthy child: it is in the light of these objectives that the methods can be compared.  Abortion, on one hand, and MAP and PGD, on the other, are comparable as alternative means of having a healthy child, by prenatal selection for abortion and by preimplantation selection for MAP.  It is this objective which gives Costa-Pavan its consistency, and which would reveal the inconsistency of the Italian legislation if it had been the intention of the legislator to create the right to a healthy child.  Yet it is precisely the opposite intention which underlies this legislation.  The intentions of the Italian legislator and the majority of the Strasbourg judges are diametrically opposed: the first poses as a principle the protection of the embryo and the unborn child, the second the right of the parents to dispose of them when they are genetically deficient.  According to the adopted approach, is the Italian legislation consistent or not?  It is true that it remains consistent from a theoretical point of view, but in practice – which is the real place of morality – the tolerance of therapeutic abortion has also introduced the logic of eugenics of convenience into the Italian system.  The Court noted the existence of this contradiction between theory and practice, and ruled in favour of what it believed to be the most liberal solution: the extension of access to MAP and PGD.

    4. Conclusion.

    Before any attempt to protect the individual against the State; the movement which envisaged human rights and resulted in the creation of national and international instruments, such as the Convention; there was firstly an effort to define man as a being endowed with specific capacities.  These capacities (to think, speak, pray, possess, etc.) determine man, distinguishing him from animals, and show (or according to some even constitute) the respect of dignity.  The protection of man and his dignity are concretely realised by the protection of his specific capacities, which constitute his inalienable natural rights [63].  Human rights are an attempt to objectively define what in the human race deserves to be protected, and therefore what defines it. Thus, to determine human rights, it is man himself who is defined in an implicit fashion.  Since human rights express a definition of man, changes to the substance of these rights retrospectively modify the anthropology underlying this definition. Human rights initially envisaged the “inherent” capacities or qualities of man; that is to say those which the individual enjoys from birth.  However, technical instruments (such as the media and vehicles) facilitate and extend the exercise of these inherent capacities, and biotechnologies add new capacities to man which are not inherent to him, but which nevertheless contribute to redefining him.  The progress of biotechnologies, by changing man, has thus advanced his rights.  In return, the law, as a method of representation and social organisation, is able to integrate scientific advances into the contemporary anthropological conception [64].  Man defines human rights, which in return redefine an “increased man” through the evolution of morals and technologies, and so on.  This circular and elevatory reasoning can be developed in view of a consistency which by its nature maintains the notions of dignity and human liberty at the foundation of human rights. It is not only biotechnologies which influence the content of human rights, however the two converge on a common dynamic oriented towards the improvement of the human condition [65].  As human rights only envisaged natural and inherent capacities, they had an exclusively protective function and manifested themselves through the negative obligation of the State to avoid restricting the exercise of these capacities.  But, from the moment that human rights integrates these new, non-inherent capacities, they acquire a function which is no longer to protect, but to improve the human condition, which integrates positive obligations – also a new development – into this logic; requiring the State to facilitate the effective exercise of these capacities and/or rights. This perspective of improvement, which would even alter the conception of the human condition, is at the heart of the debate on post-humanism [66] and trans-humanism.  If these postand trans humanisms succeed from the humanism that originally underlay human rights, it is natural that this succession would also be observed in the caselaw of the Court, which would evolve the Convention over time.  Moreover, the idea of a “new man”; of the regeneration of the human race [67]; is not estranged from the philosophical traditions of the Enlightenment.  Furthermore, genetic selection would not be alien to human nature in that it is the mechanism at work behind the theory of evolution.  The value which, in classical thought, consists of man following and accomplishing his nature, is now confused with evolutionism; with the law of natural selection/evolution.  In these conditions, it is evident that the classical and post-Darwinian anthropologies cannot agree on a common conception of human rights. The convergence unifying medicine and the Welfare State must be added to that between human rights and biotechnology.  Human rights developed during the 20 century with the Welfare State; one of the purposes of which was to make medicine and health a public service.  Human rights, the Welfare State and medicine all serve a common purpose and are linked.  Yet, in the same way human rights are no longer simply to protect, but also to improve; medicine no longer functions simply to preventand to treat, but also to improve the human condition.  To this end, over the past few decades, the therapeutic purpose of medical acts has been abandoned [68], which prevented it from acts without such a purpose (such as experimentation with no personal therapeutic purpose, MAP for single women, aesthetic surgery, contraceptive sterilisation or abortion) [69].  These acts, much like PGD, do not treat but are permitted as they are the object of the desires of individuals and improve the condition of the said people [70].  Human rights, like non-therapeutic medicine, offer promises that the Welfare State; social and liberal; would be required to recognise and offer to all, provided it had the means to do so. Finally, going beyond the serious criticisms to be outlined regarding this judgment, this constitutes an important step in the story of the convergence between human rights and biotechnology.  The confirmation of the new right that it contains is the result of a powerful and historical movement driven by the ambition to make men the “masters and possessors of nature” [71].  In this sense, the right to a healthy child; the right to eugenics; is a progressive right: it envisages the improvement of the human condition by a greater technological mastery of individual and collective existence. To conclude with Hannah Arendt: “The human artifice of the world separates human existence from all mere animal environment, but life itself is outside this artificial world, and through life man remains related to all other living organisms. For some time now, a great many scientific endeavors have been directed toward making life also 'artificial', toward cutting the last tie through which even man belongs among the children of nature” (…) “This future man, whom the scientists tell us they will produce in no more than a hundred years, seems to be possessed by a rebellion against human existence as it has been given, a free gift from nowhere (secularly speaking), which he wishes to exchange, as it were, for something he has made himself” [72].

    Note

    [*] Il presente contributo è stato preventivamente sottoposto a referaggio anonimo affidato ad un componente del Comitato di Referee secondo il Regolamento adottato da questa Rivista. [1] The unusually rapid treatment of this case (less than two years separate the introduction of the request from the announcement of the decision) is undoubtedly explained by the sensitive character of the question.  Furthermore, it is notable that the judgment was given by the Second Section of the Court, just before the departure of the President of this Section.  The Counsel of the applicants is also familiar with the Section; he represented the applicants in the famous Lautsi v. Italy case, GC 18 March 2011, in relation to the presence of the crucifix in classrooms. [2] Article 43 of the Convention. [3] See however for commentaries favourable to the decision, C. PICHERAL, “Les prudentes avancées de la Cour EDH en matière d’accès au diagnostic préimplantatoire” [The careful advances of the European Court of Human Rights in matters of access to preimplantation genetic diagnosis], Semaine juridique, édition générale, 2012, No. 43, 1148.  Céline BENOS, “L'interdiction du diagnostic préimplantatoire sur la sellette européenne, Note sous Cour EDH, 28 août 2012, Costa et Pavan c/ Italie” [The prohibition of preimplantation genetic diagnosis in the European Spotlight, Note under the European Court of Human Rights, 28 August 2012, Costa and Pavan v. Italy], Revue de droit sanitaire et social 2013, p. 67. [4] Norris v. Ireland, 26 October 1988, § 31. [5] McCann and Others v. United Kingdom, 27 September 1995. [6] Yasa v. Turkey, 2 September 1998, § 66. [7]  Kurt v. Turkey,25 May 1998 and Cakici v. Turkey [GC], No. 23657/94, §§ 98-99. [8] Dudgeon v. United Kingdom, 22 October 1981, §§ 40-41. [9] Marckx v. Belgium, 13 June 1979, § 27; Open Door and Dublin Well Woman v. Ireland, 29 October 1992, §§ 43-44. [10] Norris,cited above, § 31. [11] Sejdic and Finci v. Bosnia-Herzegovina, [GC], Nos. 27996/06 and 34836/06, decision of 22 December 2009, § 28 and Burden v. United Kingdom, cited above, §§ 33-34.  “The Convention does not, therefore, envisage the bringing of an actio popularis for the interpretation of the rights set out therein or permit individuals to complain about a provision of national law simply because they consider, without having been directly affected by it, that it may contravene the Convention. It is, however, open to applicants to contend that a law violates their rights, in the absence of an individual measure of implementation, if they belong to a class of people who risk being directly affected by the legislation or if they are required either to modify their conduct or risk being prosecuted”. [12] Klass and Others v. Germany, § 33; Burden v. United Kingdom [GC], § 33; Perez v. France[GC], No. 47287/99, § 70, CESH 2004-I. [13] This has been reasserted by the Member States in the Conferences of Interlaken (February 2010) and Izmir (April 2011). [14] Sejdovic v. Italy [GC], § 46 ; Paksas v. Lithuania [GC], § 75. [15] Baumann v. France, No. 33592/96, 22 May 2001, § 47. [16] Even the Italian Constitutional Court had been questioned about Law No. 40 and declared it partially unconstitutional in Decision No. 151 of 2009. [17] Italy had therefore satisfied the rule according to which it is for a Government claiming non-exhaustion of domestic remedies to establish that they were effective and available as much in theory as in practice. [18] In the cases of Vallianos and Others v. Greece, Nos. 29381/09 and 32684/09, currently pending, the Court will again have to rule on the admissibility of requests submitted without the domestic remedies being exhausted. [19] See also the judgment of 16 December 2010, A, B and C v. Ireland, No. 25579/05, §§ 145-153. [20] See, in particular, the judgment of 28 June 2011, League of Swiss Muslims and Others v. Switzerland, No. 66274/09. [21]  Evans v United Kingdom [GC], 1 April 2010, No. 6339/05, § 71. [22] See, for example, Evans, cited above, § 77; X and Y v. the Netherlands, 26 March 1985, §§ 24 and 27; Dudgeon, cited above, § 52; and Christine Goodwin v. United Kingdom [GC], No. 28957/95, § 90. [23] Dickson v. United Kingdom [GC], No. 44362/04, § 66. [24] See Céline BENOS, “The prohibition of preimplantation genetic diagnosis in the European Spotlight, Note under the European Court of Human Rights, 28 August 2012, Costa and Pavan v. Italy”, Review of Health and Social Law 2013, p. 67. [25] It is true that, in S.H. v. Austria [GC], the Court had already admitted that “the right of a couple to conceive a child and to make use of medically assisted procreation for that purpose is also protected by Article 8, as such a choice is an expression of private and family life” (§ 82). [26] S.H. v. Austria, Section Decision, 1 April 2010, § 74. [27] Margarita Šijakova and Others v. “the Former Yugoslav Republic of Macedonia” (Dec) No. 67914/01, 6 March 2003 “the right to procreation is not covered by Article 12 or any other Article of the Convention”.  See also S.H. v. Austria, No. 57813/00, Decision on admissibility of 15 November 2007, § 4. [28] This point is also emphasised by Céline Bénos, in “The prohibition of preimplantation genetic diagnosis in the European Spotlight,” cited above. [29] S.H. and Others v. Austria [GC], No. 57813/00, § 82. [30] And can therefore enter into the field of Article 8 under the conditional admissibility criteria. [31]  On the extension of the scope of Article 8 : C. PICHERAL, “The careful advances of the European Court of Human Rights in matters of access to preimplantation genetic diagnosis”, Semaine juridique, édition générale, 2012, n° 43, 1148. [32] Goodwin v. United Kingdom, § 90. [33] Bensaïd v. United Kingdom,No. 44599/98, § 47. [34] Pretty v. United Kingdom, No. 2346/02, § 61. [35] Jean-Yves NAU, “Diagnostic prénatal: le risque de l’eugénisme démocratique” [Prenatal Diagnosis : the risk of democratic eugenics], Slate.fr. 29/04/2013, Available at : http://www.slate.fr/story/71773/diagnostic-prenatal-depistage-eugenisme  . [36] This lack of clear motivation can be found in other cases, particularly in the Grand Chamber’s ruling in S.H. v. Austria, § 90. [37] See Ch. NOWLIN, “The protection of morals under the European Convention for the Protection of Human Rights and Fundamental Freedoms”.  Human rights quarterly, Vol. 24 No. 1 (February 2002), pp. 264-286. [38] Similarly the Court, in S.H. v. Austria, found that placing themselves in the moral context of the time, with more than ten years having passed before the delivery of the judgment, relativised the value of its decision that no infringement had occurred and gave more meaning to its concluding warning concerning the rapidly evolving character of the topic at hand. [39] Article 1, entitled “Purpose”, of Law No. 40/2004 is so worded in its first paragraph: “Al fine di favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dalla infertilità umana è consentito il ricorso alla procreazione medicalmente assistita, alle condizioni e secondo le modalità previste dalla presente legge, che assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito.” [40] Vo v. France, GC 8 July 2004, req. 53924/00, § 84. [41] See also the judgment A, B and C v. Ireland, § 222. [42] Nothing in this Convention shall be construed as limiting or derogating from any of the human rights and fundamental freedoms which may be ensured under the laws of any High Contracting Party or under any other agreement to which it is a party.” [43] In this regard it is significant to take into account that the judgment, in its extensive citation of Law No. 40/2004, has omitted any reproduction of Article 1. [44] See J. HABERMAS, “ L'avenir de la nature humaine. Vers un eugénisme libéral?” [The Future of Human Nature.  Towards Liberal Eugenics?], Coll. Nrfessais, Gallimard, 2002; Jacques TESTARD, “L’œuf transparent” [The Transparent Egg].  Flammation Coll. Champs, 1986. [45] This prohibition is notably provided by the Universal Declaration on the Human Genome and Human Rights of UNESCO of 11 November 1997 (Article 6) and in the Oviedo Convention (Article 11). [46] Open Door v. Ireland, No. 14234/88; 14235/88, § 68. [47] S. H. v. Austria, 1 April 2010, § 69. [48] Dickson v. United Kingdom,GC, 4 December 2007, No. 44362/04, § 78. [49] As was reasserted by the Court in the judgment S. H. v. Austria. [50] Document on preimplantation and prenatal diagnosis published by the Committee on Bioethics (DH-BIO) on 22 November 2010. [51] Article 28 – Public Debate – Parties to this Convention shall see to it that the fundamental questions raised by the developments of biology and medicine are the subject of appropriate public discussion in the light, in particular, of relevant medical, social, economic, ethical and legal implications, and that their possible application is made the subject of appropriate consultation. [52] A, B and C v. Ireland[GC], 16 December 2010, § 226. [53] See “La conscience de l’Europe : 50 ans de la Cour européenne des droits de l’homme” [The Conscience of Europe: 50 years of the European Court of Human Rights], Johnathan Sharpe (under the direction of), Third Millennium Information Ltd. [54] Nicolas Hervieu, “Un long chemin européen vers la pleine reconnaissance des familles homoparentales  ” [A long process towards the recognition of same-sex parent families in Europe] [PDF] in Lettre “Actualités Droits-Libertés” of CREDOF, 26 February 2013. [55] See for example the interpretation of Article 12 in Goodwin (cited above) and Schalk and Kopf v. Austria, 30141/04 of 24 June 2010 and X and Others v. Austria[GC], No. 19010/07 of 19 February 2013. [56] For example, Goodwin v. United Kingdom(§ 78), Tysiac v. Poland(§ 116).  See also, more recently, X and Others v. Austria, cited above, § 144.  [57]  See Grégor PUPPINCK “Interdiction du diagnostic préimplantatoire : la CEDH censure le législateur italien  ” [Prohibition of preimplantation diagnosis: the ECHR censors the Italian legislator], Droit de la famille, No. 11, Commentary 170, November 2012. [58] Dr. Jacob Cornides, „Die Krise des Europäischen Gerichtshof für Menschenrechte, dargestellt anhand der Entscheidung X. gegen Österreich“ [The crisis of the European Court of Human Rights, illustrated by the decision X v. Austria], forthcoming. [59] See for example the use in X v. Austriain the matter of homosexual adoption.  See Grégor PUPPINCK, “Affaire X et autres c/ Autriche du 19 février 2013 : la Cour européenne pose les fondements d’un droit à l’adoption par les couples de même sexe” [X and Others v. Austria of 19 February 2013: the European Court poses the foundations of a right to adoption for same-sex couples].  Droit civil, Lamy, 2013, forthcoming. [60] Jean-Pierre Marguénaud “Le droit des parents de procréer un enfant indemne de la maladie génétique dont ils sont porteurs” [The right of parents to a child free of the genetic defects they carry], RTD Civ.2012, p. 697. [61] However, consideration of the ability to access abortion does not at this stage form a part of admissibility ratione materiae (therefore fall within the scope of Article 8’s field of application), but of the principle of proportionality. [62] Nicolas Hervieu, in the Article cited above, thinks that this formation is the fruit of an “editorial clumsiness”.  Jean-Pierre Marguénaud on the other hand says that “in any case, the Court reasons in terms of protecting the right of the parents to bring a child into the world who will not be affected by the genetic defect of which they are carriers”, in “Le droit des parents de procréer un enfant indemne de la maladie génétique dont ils sont porteurs” [The right of parents to child free of the genetic defects they carry], RTD Civ.2012 p. 697. [63] Preamble of the Declaration of Rights 1789. [64] See the interesting reflection of Florence BELLIVIER in “ Réflexion au sujet de la nature et de l'artifice dans les lois de bioéthique ” [Reflection on the nature and artifice of the laws of bioethics], LPA, No. 35, 18 February 2005 p. 10, and BELLIVIER F., BRUNET L. “De la nature humaine à l'identité génétique : nature et artifice dans les lois dites de bioéthique” [On the human nature of genetic identity : nature and artifice in the so-called laws of bioethics], Espaces et sociétés,No. 99, 1999, p. 45. [65] On the “fluid borders between technology and ethics” see Florence CHALTIEL, “La loi italienne sur la procréation médicalement assistée censurée par la Cour européenne des droits de l'Homme” [The Italian law on medically assisted procreation censored by the European Court of Human Rights], Petites affiches,18 December 2012 No. 252, and on the improvement of the human condition: G. PUPPINCK, “L’auteur de la norme bioéthique” [The author of the bioethical norm], Doctorate thesis under the direction of Gérard Mémeteau, Poitiers, 2009. [66] See notably D. LECOURT, “Humain, post humain : la technique et la vie”,[Human, Post Human: technology and life], Paris, PUF, 2003. ; C. LABRUSSE-RIOU, “L’humain en droit, réalité, fiction, utopie ?” [The human individual in law, reality, fiction, utopia?] in, Towards the end of man, (s.d.) Ch. HERVÉ and J.-J. ROZENBERG, Brussels, De Broeck, 2006, pp. 157-171. [67]  See X. MARTIN, “Régénérer l’espèce humaine, Utopie Médicale et Lumières, 1750-1850,”[Regenerating the human species, Medical Utopia and the Enlightenment, 1750-1850], Bouère, DMM, 2008. [68] In France, the Law of 27 July 1999 called into question the requirement of therapeutic cause by substituting the adjective “medical” for “therapeutic” into Article 16-3 of the Code Civil, in order to permit a larger interpretation of the legality of the purpose of an act which attacks physical integrity. [69] See G. PUPPINCK, Thesis, cited above, pages 165 and following. [70]  G. MEMETEAU “Droit médical est-il un droit au bonheur ? Apprendre à douter : Questions de droit, questions sur le droit” [Medical law – is there a right to happiness?  Learn to doubt: Questions of law, questions on the law] in Mélanges en l'honneur de J.-C. LOMBOIS, Limoges, PULIM., 2004, p.337. [71] R. DESCARTES, Discours de la méthode pour bien conduire sa raison, et chercher la vérité dans les sciences[Speech on the method of rightly conducted reason, and searching for the truth in science], 6 part, 1637.  “Renders ourselves as masters and possessors of nature”. [72] H. ARENDT, The Human Condition, London, University of Chicago Press, Coll. Charles R. Walgreen Foundation lectures, 1958. pp. 2-3. Scarica il contributo [Pdf] Scarica il quaderno Anno III – Numero 3 – Luglio/Settembre 2013 [pdf]
  • Dichiarazione dei diritti in Internet, il contributo di MediaLaws nell'ambito della consultazione pubblica

    Di seguito il documento di sintesi e la rassegna dei contributi presentati da MediaLaws nell'ambito della consultazione pubblica sulla bozza di "Dichiarazione dei diritti in Internet" promossa dalla Commissione presieduta dall'On.le Laura Boldrini.
    Internet Bill of Rights, il Prof. Gambino: “Bene i principi, ma attenzione allo sviluppo del digitale”
    27 febbraio 2015
  • Dichiarazione dei diritti in Internet: il testo definitivo. Boldrini: "Prossimo obiettivo è la mozione unitaria"

    L'Italia ha il suo Internet Bill of Rights. È stata presentata nella mattina di martedì a Montecitorio, alla presenza della Presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini, e del professor Stefano Rodotà, la versione definitiva della "Dichiarazione dei diritti in Internet", documento che in 14 articoli punta a fornire un quadro "costituzionale" che faccia da riferimento alle iniziative legislative rivolte all'ambiente mediato dalle tecnologie digitali, individuando una serie di principi generali che abbracciano le diverse tematiche connesse all’uso della rete senza costituire una forma di regolamentazione secondo il classico modello normativo. "Internet non è solo un mezzo, ma una dimensione della nostra vita", ha affermato Boldrini: "Può sollecitare e sta sollecitando la partecipazione democratica, ed è giusto che una Commissione parlamentare si occupasse di queste materie. Abbiamo affermato i diritti della persona. L'articolo 2 sul Diritto di accesso e l'articolo 3 sul Diritto alla conoscenza e all’educazione in rete esprimono secondo me al meglio lo spirito di questa iniziativa. Il prossimo obiettivo è fare in modo che questi principi diventino una mozione unitaria che impegni il governo a promuoverli sia in sede nazionale che internazionale. Lavoreremo con altri ministeri, soprattutto con il Miur perché è una Carta rivolta in particolar modo ai giovani. La Commissione non chiude, ma riprenderà i lavori dopo la pausa estiva, per poi presentare la Carta all'Internet Governance forum previsto in Brasile a novembre". "Ci sono un'ambizione e un rischio in questa iniziativa - ha chiosato Rodotà - la prima è nel nome del documento, fornire una dichiarazione di diritti; il secondo risponde ad una domanda: una materia sottoposta a cambiamento continuo sopporta la regola giuridica? A nostro avviso ha bisogno di principi in prospettiva. La forte innovazione di questa Carta è che individua dei problemi propri di Internet ai quali si cerca di dare una risposta, anche a livello di linguaggio, caratterizzandosi per un'adesione alla realtà. Questo è uno strumento per contribuire a costruire la cittadinanza nell'era di Internet, perché senza diritti non c'è cittadinanza e quindi non c'è democrazia. Dal punto di vista internazionale, esiste in Francia una commissione che è entrata in rapporto con noi proponendo una dichiarazione congiunta che io spero si possa presentare a settembre". Il percorso della Carta è iniziato esattamente un anno fa, quando la presidenza della Camera ha promosso la costituzione di una Commissione di studio per l'elaborazione di principi in tema di diritti e doveri relativi ad Internet. A far parte della Commissione, presieduta dallo stesso Rodotà, sono stati chiamati deputati attivi sui temi dell'innovazione tecnologica e dei diritti fondamentali, studiosi ed esperti, operatori del settore e rappresentanti di associazioni, prima volta in Italia per un'esperienza istituzionale di questo tipo, che nasceva anche in coincidenza con episodi e altre iniziative analoghe assunte in questo ambito negli ultimi anni a livello internazionale. Tra queste, l'approvazione in Brasile della legge cosiddetta "Marco civil" nell'aprile 2014, diverse sentenze della Corte di giustizia dell'Unione europea in materia di tutela dei dati personali (tra cui quella sul "diritto all'oblio"), la raccomandazione del Consiglio d'Europa del 16 aprile 2014 sulla protezione dei diritti umani su Internet e la sentenza della Corte Suprema Usa del 25 giugno 2014 sulla privacy relativa ai telefoni cellulari. Pietre miliari che si aggiungono alle molte iniziative provenienti dalla società civile che in questi ultimi anni si sono mosse nella direzione della elaborazione di specifici principi per il governo della rete. L'8 ottobre 2014 la Commissione ha così varato una prima bozza di dichiarazione dei diritti in Internet, i cui contenuti sono stati sottoposti all'attenzione dei partecipanti alla riunione dei Parlamenti dei Paesi membri dell'Unione europea e del Parlamento europeo sui diritti fondamentali che si è tenuta presso la Camera il 13 e il 14 ottobre 2014 nel corso del Semestre di presidenza dell'Unione europea. Il testo è stato poi sottoposto a una consultazione pubblica (dal 27 ottobre 2014 al 31 marzo 2015) per assicurare la partecipazione più larga possibile all’individuazione dei principi in esso contenuti. All’esito della consultazione pubblica e di un ciclo di audizioni di associazioni, esperti e soggetti istituzionali, i principi sono stati rielaborati e trasfusi nel testo definitivo. 28 luglio 2015
  • Diritti dei consumatori, al via il programma di Agcm e Miur rivolto alle scuole

    È da poche ore a regime la campagna sui nuovi diritti dei consumatori rivolta agli istituti scolastici e nata da un accordo tra l'Antitrust e la Direzione generale per lo studente, l’integrazione e la partecipazione del ministero dell’Istruzione (MIUR); nel corso di un ciclo di lezioni che si svolgeranno su tutto il territorio nazionale verranno focalizzati i principali aspetti legati alla tutela negli acquisti e alle garanzie in vigore in Europa. Il tutto alla luce del decreto legislativo n.21 del 21 febbraio 2014, che nel recepire la direttiva europea Consumer Rights offre un ampio spettro di interventi da parte dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcm), oltre agli strumenti già in suo possesso per sanzionare pratiche scorrette e pubblicità ingannevole.
    Recensione de “I nuovi diritti dei consumatori. Commentario al D.Lgs. n. 21/2014”
    "La rinnovata legislazione consumeristica - afferma in una nota l'Authority, che a tal proposito propone anche un decalogo con le più rilevanti novità introdotte dalla normativa - diventa così l'occasione per una crescita importante della consapevolezza di tutti i cittadini circa le modalità attraverso cui possono difendersi, anche dalle trappole presenti nel commercio elettronico in rete, appellandosi proprio ai nuovi diritti sanciti dalle normativa comunitaria. L’Unione Europea, che ha appena rilanciato per tutto il 2015 la campagna Consumer Rights, ha dimostrato di considerare centrale nel processo di integrazione del mercato la possibilità che i cittadini dei 28 Stati membri possano considerare il territorio europeo come un solo, grande mercato. Il compito di creare le condizioni affinché questo si realizzi è stato appunto affidato al Garante della concorrenza, che può agire attraverso poteri di accertamento e di sanzione". Come prosecuzione della precedente campagna di comunicazione lanciata dalla stessa Antitrust e dalla Commissione Europea sulle reti Rai a ridosso delle scorse festività natalizie, sono stati così fissati una serie di appuntamenti durante i quali i rappresentanti dell’Autorità illustreranno agli studenti le nuove tutele in vigore a cui possono fare riferimento quando fanno acquisti. Le prime lezioni, che in alcuni casi vedranno la partecipazione anche di funzionari della Commissione Europea, saranno tenute a Roma, Napoli, Palermo, Bari, Firenze, Bologna, Torino, Milano, Vicenza, Trento e Cagliari. Il MIUR si curerà di inviare tutti i materiali della campagna a 5mila istituzioni scolastiche secondarie di II grado (di cui 2.590 statali e 2.410 paritarie), raggiungendo circa 2 milioni e mezzo di studenti, i dirigenti scolastici e gli organi di rappresentanza dei genitori.
    “I nuovi diritti dei consumatori. Commentario al D.Lgs. n. 21/2014”   Contratti online, negoziazione assistita e teleselling: i nuovi diritti dei consumatori nel convegno a Roma. All’attenzione dell’Agcm GUARDA i video del convegno “I nuovi diritti dei consumatori alla prova della negoziazione assistita. D.Lgs. n. 21/2014 e D.L. n. 132/2014 a confronto
    31 marzo 2015
  • ECtHR: "Monitoring of an employee’s use of the Internet and his resulting dismissal was justified"

    In the case of Bărbulescu v. Romania the European Court of Human Rights ruled that monitoring of an employee’s use of the Internet and his resulting dismissal was justified. The case concerned Mr Bărbulescu’s dismissal by his employer, a private company, for having used the company’s Internet for personal purposes during working hours in breach of internal regulations. The Court found, in particular, that Mr Bărbulescu’s private life and correspondence had been engaged. However his employer’s monitoring of his communications "had been reasonable in the context of disciplinary proceedings". Principal facts - The applicant, Bogdan Mihai Bărbulescu, from 1 August 2004 until 6 August 2007 was employed by a private company as an engineer in charge of sales. At his employers’ request, he created a Yahoo Messenger account for the purpose of responding to clients’ enquiries. On 13 July 2007 Mr Bărbulescu was informed by his employer that his Yahoo Messenger communications had been monitored from 5 to 13 July 2007 and that the records showed he had used the internet for personal purposes. Mr Bărbulescu replied in writing that he had only used the service for professional purposes. He was presented with a transcript of his communication including transcripts of messages he had exchanged with his brother and his fiancée relating to personal matters such as his health and sex life. On 1 August 2007 the employer terminated Mr Bărbulescu’s employment contract for breach of the company’s internal regulations that prohibited the use of company resources for personal purposes. Mr Bărbulescu challenged his employer’s decision before the courts complaining that the decision to terminate his contract was null and void as his employer had violated his right to correspondence in accessing his communications in breach of the Constitution and Criminal Code. His complaint was dismissed on the grounds that the employer had complied with the dismissal proceedings provided for by the Labour Code and that Mr Bărbulescu had been duly informed of the company’s regulations. Mr Bărbulescu appealed claiming that e-mails were protected by Article 8 (right to respect for private and family life, the home and correspondence) of the European Convention and that the first-instance court had not allowed him to call witnesses to prove that his employer had not suffered as a result of his actions. In a final decision on 17 June 2008 the Court of Appeal dismissed his appeal and, relying on EU law, held that the employer’s conduct had been reasonable and that the monitoring of Mr Bărbulescu’s communications had been the only method of establishing whether there had been a disciplinary breach. Furthermore, the Court of Appeal held that the evidence before the first-instance court had been sufficient. Complaints, procedure and composition of the Court - Relying on Article 8 (right to respect for private and family life, the home and correspondence) Mr Bărbulescu complained that his employer’s decision to terminate his contract had been based on a breach of his privacy. Furthermore, relying on Article 6 §§ 1 and 3 (d) (right to a fair trial and right to obtain attendance and examination of witnesses), he complained that the proceedings before the domestic courts had been unfair. The application was lodged with the European Court of Human Rights on 15 December 2008. Decision of the Court Article 8 The Court considered that the fact that the employer had accessed Mr Bărbulescu’s professional Internet account and that the record of his communications had been used in the domestic litigation to prove the employer’s case was sufficient to engage the applicant’s “private life” and “correspondence”. It therefore found that Article 8 was applicable. Firstly, however, it did not find it unreasonable that an employer would want to verify that employees were completing their professional tasks during working hours and noted that the employer had accessed Mr Bărbulescu’s account in the belief that it contained client-related communications. Secondly, Mr Bărbulescu had been able to raise his arguments related to the alleged breach of his private life and correspondence before the domestic courts and there was no mention in the ensuing decisions of the actual content of the communications. Notably, the domestic courts had used the transcript of his communications only to the extent that it proved that he had used the company’s computer for his own private purposes during working hours and the identity of the people with whom he had communicated was not revealed. The Court therefore concluded that the domestic courts had struck a fair balance between Mr Bărbulescu’s right to respect for his private life and correspondence under Article 8 and the interests of his employer. There had therefore been no violation of Article 8 of the European Convention. Article 6 The Court declared this complaint manifestly ill-founded as Mr Bărbulescu’s concerns had been considered by the Court of Appeal which found them, in a sufficiently reasoned decision, to be irrelevant. Under Articles 43 and 44 of the Convention, this Chamber judgment is not final. During the three-month period following its delivery, any party may request that the case be referred to the Grand Chamber of the Court. If such a request is made, a panel of five judges considers whether the case deserves further examination. In that event, the Grand Chamber will hear the case and deliver a final judgment. If the referral request is refused, the Chamber judgment will become final on that day. Once a judgment becomes final, it is transmitted to the Committee of Ministers of the Council of Europe for supervision of its execution. 13 January 2015
  • Freedom to conduct a business, competition and intellectual property

    Di seguito l'abstract del saggio dei Proff. Gustavo Ghidini e Andrea Stazi pubblicato in "Research Handbook On Human Rights And Intellectual Property", volume a cura di Christophe Geiger (Edward Elgar) Research Handbook On Human Rights And Intellectual PropertyThe purpose of the chapter is to explore in systemic and logical terms the relation between the ‘freedom to conduct a business’ and the entitlement and exercise of intellectual property rights. As convenient to a reconstruction that, while directed to an international audience, implies the reference to constitutional laws and IP regimes which can vary from one legal order to another, the authors focus on such basic normative tenets that, on both fronts, can be considered as a common ground (thus also a conceptual lingua franca) of market economies and democratic societies. Basic tenets whose foundations were laid by the ‘dual revolution’that, in Europe as in the US, crowned theAge of the Enlightenment. The outlined reconstruction of the relation between the freedom to conduct a business and the entitlement and exercise of IPRs within (and in coherence with) an institutional framework of freedom of competition, reflects the functional framing of IPRs as instruments of the exercise of the freedom to conduct a business, i.e. of free economic initiative. 25 febbraio 2015
  • Internet Bill of Rights, al via consultazione pubblica di quattro mesi. Masera: "Primi in Europa". Quintarelli: "Testo migliorabile, spero arrivino molti pareri". Pierani: "Buona base di partenza". Zanardo: "Educazione al digitale punto centrale"

    Inizia oggi la consultazione pubblica sulla bozza di "Dichiarazione dei diritti in Internet" varata lo scorso 8 ottobre dalla Commissione per i diritti e i doveri relativi ad Internet istituita a luglio presso la Camera dei Deputati e presieduta dal Professor Stefano Rodotà. Un testo che ha suscitato, nelle ore successive alla sua pubblicazione, un accesso dibattito all'interno del quale non sono mancate puntualizzazioni e critiche. [caption id="attachment_5318" align="alignright" width="300"]Ascolta il podcast della puntata di domenica 26 ottobre 2014 Ascolta il podcast della puntata di domenica 26 ottobre 2014[/caption] Ed è proprio sugli aspetti più controversi del documento ribattezzato Internet Bill of Rights che si è concentrata la discussione durante la puntata del 26 ottobre di “Presi per il Web“, trasmissione di Radio Radicale condotta da Marco Perduca, Marco Scialdone e Fulvio Sarzana con la collaborazione di Marco Ciaffone e Sara Sbaffi. Ospiti della trasmissione i membri della Commissione Stefano Quintarelli, deputato di Scelta Civica designato presidente del Comitato d’indirizzo dell’Agenzia per l’Italia DigitaleMarco Pierani, responsabile delle Relazioni istituzionali per Altroconsumo, e Lorella Zanardo, attivista e scrittrice, autrice del blog ilcorpodelledonne.net; con loro anche Anna Masera, responsabile della Comunicazione della Camera dei Deputati. LEGGI Internet Bill of Rights, il Prof. Gambino: “Bene i principi, ma attenzione allo sviluppo del digitale” "L'intento è fare una consultazione più larga possibile - ha esordito Masera - che coinvolga anche i cittadini e non solo gli addetti ai lavori. Ogni articolo sarà accompagnato da una scheda che ne permetterà la comprensione anche a chi potrebbe essere disorientato da argomenti molto tecnici. Si potranno commentare tutti gli articoli, proporre miglioramenti e proporre articoli aggiuntivi. La consultazione finirà il 27 febbraio e sono previste audizioni in Commissione di soggetti e associazioni impegnati nella materia. L'Italia è il primo Paese in Europa ad elaborare una Carta di questo tipo e l'intento era quello di consegnare una bozza prima della fine del semestre di presidenza italiana del Consiglio Europeo". "È un lavoro di sintesi e conciliazioni di punti di vista diversi - ha affermato Quintarelli - ed è dunque chiaro che se fosse dipeso solo da me avrei scritto alcuni punti in maniera diverso e se non avessi fatto parte della Commissione avrei sollevato alcune delle critiche che leggo in queste ore, tutte legittime. Ma la consultazione serve proprio a venire incontro a queste esigenze di modifica, e speriamo in tanti ci facciano sentire il loro parere così da rendere, magari, ancor più incisivi alcuni passaggi". "Secondo me è un buon testo - ha dichiarato Pierani - soprattutto alla luce dei tempi stretti con i quali è stato messo a punto. Ci sono riferimenti importanti per quanto riguarda i diritti fondamentali dei cittadini e degli utenti. Personalmente mi ritengo abbastanza soddisfatto, anche se avrei preferito che l'inserimento di alcuni punti avvenisse già in questa fase". È sul paragrafo 13 che si concentra invece Zanardo: "Il diritto all'educazione per me potrebbe andare al primo posto; citando Morozov e il suo libro L'ingenuità della rete, c'è questa idea che basti la presenza di Internet e della tecnologia per permettere cambiamento e progresso, mentre è chiaro che è il contesto entro il quale esse si inseriscono a fare la differenza, dalle leggi alla cultura. Questo è un concetto del quale non tutti sono consapevoli, e in questo senso il paragrafo 13 serve a scardinare l'idea che i nativi digitali non abbiano bisogno di una Carta dei diritti, che nascano già dotati di tutto quanto serve loro ad utilizzare le tecnologie. Di sicuro è vero per quanto riguarda la capacità di utilizzo di base, ma l'uso consapevole, la tutela dei loro diritti e la conoscenza dei loro doveri sono capacità che si acquisiscono con un processo di educazione che deve coinvolgere anche gli adulti e del quale le istituzioni e la scuola devono farsi carico". Passando ai punti critici, sulla possibilità che fosse più utile andare direttamente sulle norme e non su principi in molti casi già garantiti in altre sedi, Quintarelli ha affermato: "La nostra è una Commissione di studio voluta dalla presidente Boldrini per risolvere l'impasse di un Parlamento che in tutti questi anni non ha trovato consenso su questi punti. Ora, una volta chiusa la Carta, si invieranno alle Commissioni permanenti i principi sperando che su essi andranno a basarsi le norme in una sorta di moral suasion". "Penso che fosse la cosa raggiungibile ora - è l'opinione di Pierani - nel senso che questa bozza e questo primo step possono permettere, se ci sarà volontà politica da parte dei parlamentari, di far vivere nel futuro questi principi, ad esempio con risoluzioni parlamentari che impegnino il governo". "Sarebbe molto grave e irrispettoso per il nostro lavoro - ha chiosato Zanardo - se non dovesse seguire nulla a questo step". In materia di diritto d'autore, Zanardo ha rivelato: "Avevo inserito un emendamento sul fair use, perché manca una presa di coscienza sulla necessità di equilibrare la necessaria tutela del copyright con una seria regolamentazione delle nuove modalità di espressione. Ma è un punto che non ha trovato spazio, forse perché non dibattuto a fondo, e potrebbe trovare nuova occasione grazie alla consultazione pubblica". Su questo Quintarelli ha chiosato: "Ci sono due principi: il diritto all'accesso e quello ad avere una rete neutrale. Mi sembra che lettura combinata di queste due cose sia sufficiente a garantire all'utente un accesso ad Internet non filtrato, neutrale". Per Pierani "i tempi della discussione non sono stati consoni a poter arrivare ad un principio che si traducesse nella prima bozza; io ho fatto una proposta minimale che non ha trovato fortuna, quella di richiamare per lo meno le riserve di legge e giurisdizione per quanto riguarda la compressione della libertà di manifestazione del pensiero, e dunque sia la limitazione dell'accesso alla rete che ai contenuti". Si è così arrivati ad un passaggio sulla neutralità della rete: "Partiamo dal presupposto che è sbagliato presumere che Internet oggi sia esente da regole - ha spiegato Quintarelli - perché tutte le leggi esistenti si applicano anche alla rete. Ora, noi siamo tutti affezionati, io lo sono di sicuro, all'idea della net neutrality; in funzione di un 'diritto ad innovare' che vorrebbero avere gli operatori telefonici si vorrebbe ribaltare l'attuale assetto di Internet. La rete, rispetto alle norme attuali, può essere o non essere neutrale. Per me Internet è una bella valle verde, introdurre una puntualizzazione che dice 'non inquinare' non è una limitazione, ma una garanzia. Nel principio della bozza si dice che ogni utente ha il diritto ad avere una rete neutrale, non si vieta nulla, ma si stabilisce una garanzia rimettendo al consumatore la libera scelta eventuale di fruire di servizi particolari. È un buon compromesso". "È un approccio che vale per la neutralità della rete come per altri aspetti - ha aggiunto Pierani - molti dei principi sono stati girati come diritti in capo a persone. Non si precludono spazi di azione, si stabiliscono diritti. Questo a mio avviso andrebbe rafforzato con una norma quadro sul private enforcement". E sul diritto all'oblio, in merito al quale è intervenuto anche il Garante privacy Antonello Soro, ha chiosato Zanardo: "Io credo che l'articolo 10 sia stato ben ponderato. Ma soprattutto dobbiamo avere pazienza, perché siamo di fronte ad un cambiamento epocale, quindi ben venga la Commissione, ben vengano le iniziative di Google, sono questioni rilevantissime che meritano una trattazione scevra da ogni fretta di risoluzione immediata. In ogni caso, sarà importante garantire alle persone la possibilità di lasciarsi alle spalle episodi di decenni prima anche in questo momento storico". 27 ottobre 2014
  • Internet Bill of Rights, Pitruzzella (Agcm): "Proposta nuova norma sullo svolgimento delle attività economiche in Internet". Soro: "Trovare sempre un punto di equilibrio tra sicurezza e privacy"

    “Lo svolgimento delle attività economiche in Internet deve essere improntato al pieno rispetto del principio di libera concorrenza”. È così che il presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella, al termine di un’audizione a cui ha partecipato alla Camera dei Deputati davanti alla Commissione per i diritti e i doveri relativi ad Internetha annunciato la proposta di inserire una nuova norma nella versione definitiva della “Dichiarazione dei diritti in Internet“ varata lo scorso 8 ottobre 2014 e attualmente in consultazione pubblica. “Ogni persona che accede alla rete Internet – recita l’emendamento dell’Agmc – ha diritto di orientare il proprio comportamento economico al riparo da influenze indebite. Gli operatori economici che utilizzano la rete Internet per lo svolgimento della propria attività d’impresa devono osservare i principi di correttezza, buona fede e diligenza professionale. Le comunicazioni commerciali diffuse attraverso la rete Internet devono essere trasparenti, complete e veritiere. I contratti con i consumatori conclusi attraverso la rete Internet devono essere redatti in modo chiaro e comprensibile”. Nel corso del suo intervento, il presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha sottolineato la necessità di sviluppare la rete a banda larga e ultra-larga, per "promuoverne l’uso da parte dei cittadini in modo da alimentare la ripresa economica del Paese". In funzione di un tale obiettivo, a suo parere, è necessario accrescere la fiducia dei consumatori nelle transazioni on line e nei mezzi di pagamento elettronici: in questa direzione, come ha ricordato il presidente dell’Antitrust, "si sono orientati i più recenti interventi dell’Autorità per favorire una maggiore trasparenza dell’informazione su prodotti e servizi, garantire la chiarezza delle condizioni e aumentare il contrasto alla contraffazione". Pitruzzella ha inoltre sostenuto “l’elaborazione di un nuovo catalogo dei diritti, legato direttamente alla rete e alla realtà digitale”, per integrare un sistema di garanzie che riprende tecniche collaudate di costituzionalismo. E ha aggiunto: “Il grande interrogativo posto dai fatti drammatici di questi giorni – che evidenziano la minaccia alle società europee da parte di un terrorismo fondamentalista che sfrutta Internet come canale di proselitismo, di incitamento all’odio e di facilitazione di atti di violenza – è se una simile disciplina sia sufficiente e adeguata di fronte alla gravità delle minacce”. Sul tema, in relazione alle misure che vengono annunciate in queste ore da diversi governi europei, a partire da quello francese, è intervenuto in audizione anche il Garante Privacy Antonello Soro, invitando a "trovare sempre un punto di equilibrio tra sicurezza e privacy, osservando sempre un atteggiamento coerente, nel rispetto del grande equilibrio che ispira la nostra Costituzione. E andrebbero evitate oscillazioni tra la recente planetaria indignazione per la scandalosa sorveglianza del Datagate e le pulsioni da più parti registrate in queste ore per una frettolosa compressione delle garanzie che il nostro ordinamento riserva per la protezione dei dati personali". "L'esperienza ci ha insegnato - ha sottolineato il Garante - che una intrusione sistematica e indiscriminata nelle comunicazioni dei cittadini non risolve le difficoltà del contrasto al terrorismo. E non mi riferisco al PNR proposto dai governi dell'Unione". LEGGI Internet Bill of Rights, il Prof. Gambino: “Bene i principi, ma attenzione allo sviluppo del digitale” Internet Bill of Rights, al via consultazione pubblica di quattro mesi. Masera: “Primi in Europa”. Quintarelli: “Testo migliorabile, spero arrivino molti pareri”. Pierani: “Buona base di partenza”. Zanardo: “Educazione al digitale punto centrale”  Internet Bill of Rights, il Prof. Salvatore Sica (Accademia Italiana del Codice di Internet) a Uno Mattina su Rai 1 12 gennaio 2014
  • Internet Bill of Rights: la Camera approva mozione sulla Dichiarazione dei Diritti che impegna il Governo

    Schermata 2015-11-03 a 16.45.43La Camera dei Deputati ha approvato martedì due mozioni (Quintarelli ed altri n. 1-01031e Caparini e altri n. 1-01052) concernenti "iniziative per la promozione di una Carta dei diritti in Internet e per la governance della rete", il cui testo di riferimento è la Dichiarazione presentata nella sua forma definitiva nel luglio scorso a valle del lavoro svolto nell'apposita Commissione istituita a Montecitorio. Dopo aver definito Internet come "uno strumento imprescindibile per promuovere la partecipazione individuale e collettiva ai processi democratici e l'eguaglianza sostanziale", la mozione 1-01031 impegna il Governo "ad attivare ogni utile iniziativa per la promozione e l'adozione a livello nazionale, europeo e internazionale dei princìpi contenuti nella Dichiarazione" e a "promuovere un percorso che porti alla costituzione della comunità italiana per la governance della rete definendo compiti e obiettivi in una logica multistakeholder". "Un bambino che va in seconda elementare oggi è nato nel 2008", ha esordito Stefano Quintarelli, deputato di Scelta Civica, aprendo la discussione: "Allora il Capo dello Stato era il Presidente Napolitano, in quell'anno è nato nato l’iPhone 3G, che consentiva il collegamento permanente a Internet, ed è nato android di Google, un sistema operativo che oggi vede 1,5 miliardi di utenti attivi al giorno. Questo accadeva sette anni fa. Un altro dato sul quale vi chiamo a riflettere è che gli alberghi italiani hanno ricavi annuali per circa 19 miliardi. Una società come booking.com, che online svolge l'intermediazione e la prenotazione degli alberghi, ha ricavi per 33 miliardi annui. In Italia abbiamo 29 milioni di persone, che sono circa la metà della popolazione, che sono utenti abituali di Internet. Di questi 29 milioni, 13 milioni di persone fanno abitualmente shopping e acquisti online. In una recente indagine fatta da ContactLab, il 60 per cento degli internauti italiani, circa 17,5 milioni di persone, dichiarano di essere permanentemente collegati ad Internet e di essere costantemente online. In sette anni, dal 2008, Internet è diventata l'interfaccia utente del mondo che siamo abituati a conoscere. Con questa interfaccia utente, generiamo tantissime informazioni, informazioni su di noi, sui nostri comportamenti e sulle nostre relazioni, che possono essere acquisite per fini leciti o illeciti, in modi corretti o anche in modi discutibili. Di fatto quello a cui abbiamo assistito in un tempo così breve, dal 2008 ad oggi, è che la tecnologia, che è cresciuta e si è evoluta in modo esponenziale, ha abilitato una nuova dimensione dell'esistenza di ciascuno di noi, una dimensione immateriale, che non è alternativa alla dimensione materiale in cui siamo abituati a vivere: è una dimensione nella quale abbiamo relazioni sociali ed economiche. La Carta dei diritti in Internet è un passo per cercare di contribuire alla consapevolezza digitale delle istituzioni, una riflessione che parte dall’Italia e che dall’Italia stiamo cercando di allargare ad altri Paesi. Il mio auspicio è che si possa istituire una commissione parlamentare permanente, che sia esperta, dedicata all’argomento, che abbia dei funzionari specializzati, in modo tale da avere una memoria storica competente, e anche delle opportune relazioni con organismi analoghi di altri Paesi".

    "Il parere del Governo alla mozione è convintamente favorevole", ha affermato in Aula Antonello Giacomelli, sottosegretario allo Sviluppo economico con delega alle telecomunicazioni: "Nelle sue premesse che negli impegni, il documento disegna una linea sulla quale Governo e Parlamento possono trovare una traccia di lavoro comune, in un terreno sul quale non esiste un precedente e occorre dunque farsi carico della fatica e della responsabilità di trovare una risposta difficile a questioni nuove".

    I diritti di cui parla la Dichiarazione sono quelli alla neutralità della rete, al libero accesso, alla riservatezza dei dati, all'abolizione di ogni divario digitale e all'educazione ad un uso consapevole di Internet. "Con questa Dichiarazione e con la mozione oggi approvata - si legge in una nota di Montecitorio - il Parlamento italiano vuole fornire un contributo concreto in sede nazionale e internazionale per la diffusione di una vera e propria Carta dei diritti delle persone nell'età digitale".

    Questo passaggio avviene alla vigilia dell'Internet Governance Forum, il vertice annuale mondiale sui temi di Internet che quest'anno si terrà in Brasile, a Joao Pessoa, dal 9 al 13 novembre, e dove la stessa Dichiarazione verrà presentata alla comunità internazionale.

    Il percorso - La Carta ha iniziato il suo iter nel luglio 2014, quando la presidenza della Camera ha promosso la costituzione di una Commissione di studio per l’elaborazione di principi in tema di diritti e doveri relativi ad Internet presieduta dal Prof. Stefano Rodotà. A farne parte sono stati chiamati deputati attivi sui temi dell’innovazione tecnologica e dei diritti fondamentali, studiosi ed esperti, operatori del settore e rappresentanti di associazioni, prima volta in Italia per un’esperienza istituzionale di questo tipo, che nasceva anche in coincidenza con episodi e altre iniziative analoghe assunte in questo ambito negli ultimi anni a livello internazionale. Tra queste, l’approvazione in Brasile della legge cosiddetta “Marco civil” nell’aprile 2014, diverse sentenze della Corte di giustizia dell’Unione europea in materia di tutela dei dati personali (tra cui quelle su data retention e diritto all’oblio, alle quali si è recentemente aggiunta quella sul safe harbour), la raccomandazione del Consiglio d’Europa del 16 aprile 2014 sulla protezione dei diritti umani su Internet e la sentenza della Corte Suprema Usa del 25 giugno 2014 sulla privacy relativa ai telefoni cellulari. Pietre miliari che si aggiungono alle molte iniziative provenienti dalla società civile che in questi ultimi anni si sono mosse nella direzione della elaborazione di specifici principi per il governo della rete. L’8 ottobre 2014 la Commissione ha così varato una prima bozza di Dichiarazione dei diritti in Internet, i cui contenuti sono stati sottoposti all’attenzione dei partecipanti alla riunione dei Parlamenti dei Paesi membri dell’Unione europea e del Parlamento europeo sui diritti fondamentali che si è tenuta presso la Camera il 13 e il 14 ottobre 2014 nel corso del Semestre di presidenza dell’Unione europea. Il testo è stato poi sottoposto a una consultazione pubblica (dal 27 ottobre 2014 al 31 marzo 2015) per assicurare la partecipazione più larga possibile all’individuazione dei principi in esso contenuti. All’esito della consultazione pubblica e di un ciclo di audizioni di associazioni, esperti e soggetti istituzionali, i principi sono stati rielaborati e trasfusi nel testo definitivo.
    Diritti in Internet, dichiarazione congiunta Italia-Francia: “La rete è un bene comune” “Verso un Internet Bill of Rights”, a cura di Marco Bassini e Oreste Pollicino Internet Governance, il Prof. Gambino: “Il Governo dia attuazione all’art. 14 del Bill of Rights” Costituzionalizzazione del diritto di accesso ad Internet, l’Accademia in audizione al Senato: “Primo fondamentale passo” Parlamento europeo approva abolizione roaming e norme su Net neutrality Net neutrality, dal Mise le riflessioni del gruppo di esperti sull’Open Internet Order Safe Harbour, Jourová: “Accordo di principio con gli Stati Uniti”
    3 novembre 2015
  • Internet Bill of Rights: una cornice per la “transazione digitale”?

    di Antonio Nicita Antonio NicitaLa Notte della net neutrality, promossa nell’ambito del New Digital Government Summit a Roma ha alimentato, ancora una volta, un articolato e utile dibattito. Un dibattito che deve continuare se si vuole evitare il rischio di restare imbrigliati in una contrapposizione definitoria e ‘politica’ del tipo “dimmi che neutralità vuoi e ti dirò chi sei.” Per compiere qualche passo in avanti, conviene forse cambiare, per un attimo, prospettiva, e capire su cosa concordino o si dividano tutti coloro che oggi litigano sul tema. La richiesta di una Rete neutrale, promossa tra l’altro dalla nostra Carta dei Diritti Internet presentata all’IGF2015, va a mio avviso identificata con una istanza generale (e generalizzata) e ‘costituzionale’ di ‘immunità’ dall’esercizio di un potere ingiustificato nelle relazioni che avvengono in Rete. L’esercizio di un potere, nell’ecosistema digitale, può avvenire in forme poliedriche e multiversante, rispetto a quelle note del potere di mercato o del potere contrattuale. J. R. Commons e O. Williamson rappresentano la tradizione di law and economics che ha definito le relazioni contrattuali e di mercato che avvengono nel sistema capitalistico all’interno di una nuova unità paradigmatica, quella di transazione. A differenza del ‘contratto’, la nozione di transazione è più ampia perché ricomprende non solo la relazione tra chi scambia ma anche le istituzioni che governano quello scambio, siano esse il mercato o il sistema giuridico. In funzione di come si caratterizzino relazioni socio-economiche e istituzioni, J. Commons ha poi definito relazioni di diritto-dovere, di libertà, di potere, di immunità. Il capitalismo digitale ci chiama oggi a ridefinire nella rete una nuova nozione di “transazione nell’ecosistema digitale” che permetta di identificare oggetto dello ‘scambio’ e istituzioni che lo governano. Questo significa comprendere che ciascuna relazione bilaterale che si possa immaginare nell’ecosistema digitale è collegata in realtà, in una forte relazione di interdipendenza, ad altre relazioni. Solo se comprendiamo questa interdipendenza della transazione digitale possiamo comprendere quali relazioni di potere possano emergere e quali misure regolatorie attivare. Le ‘transazioni digitali’ nell’ecosistema coinvolgono quattro rapporti stilizzati:
    1. utente-utente (p2p)
    2. utente-provider
    3. provider-OTT
    4. utente-Ott.
      Se invece ci focalizziamo su singole strategie (paid prioritization, zero rating e così via) rischiamo di focalizzare la nostra attenzione solo su alcune “relazioni di potere” trascurandone altre, ‘sbilanciando’ così inevitabilmente la transazione digitale in uno dei rapporti che la compongono. Così, ad esempio, impedire differenziazioni di prezzo (no paid prioritization) nelle relazioni tra provider e utente è una misura che certamente tutela ‘il consumatore’ ma finisce per creare disparità nelle relazioni tra provider e Ott circa l’appropriabilità della redditività derivante dalla connettività dell’utente.  Accordi tra provider e OTT (zero rating) permettono al provider di condividere parte dei guadagni dell’OTT  e di avvantaggiare l’utente, ma possono generare effetti escludenti per altri OTT. E si potrebbe continuare con la cascata dei trade-off. Una tutela pensata in un versante può generare potere (contrattuale o di mercato) in un altro. Focalizzarsi allora sul tema più generale dell’immunità dall’esercizio di un potere nella transazione digitale significa interpretare la neutralità della rete come ricerca di un equilibrio di potere anche nella relazione tra diritti e mercati. La ‘neutralità della Rete’, nel suo senso ‘costituzionale’ e sistemico, consiste – a mio avviso - nella richiesta di prevenire o contrastare l’emersione di relazioni di potere (ingiustificato o, nella forma più debole, non negoziato) in ciascuno dei rapporti che compongono la transazione digitale. Se accettiamo questo framework generale, allora tutto il resto diventa consequenziale e meno drammatico di come appare. È evidente che dopo la Carta dei diritti vanno ora indagate le regole che permettano di prevenire l’emersione di relazioni di potere ovvero diano gli strumenti per sottrarsi ad esso. Le modalità regolatorie si potranno poi distinguere, nei diversi versanti, tra il divieto tout court di un dato comportamento ex-ante e ciò che può essere ammesso entro certi limiti o, se si vuole, la relazione tra libertà e potere, che potrà poi essere oggetto di analisi caso per caso in un quadro di indagine ex-post. Siamo agli inizi del dibattito regolatorio ma l’approvazione della Carta dei diritti in Internet, intesa proprio nel senso di fornire il framework all’interno del quale discutere in concreto dei rapporti tra libertà e potere sulle transazioni digitali, permette oggi di compiere importanti passi in avanti. Il contributo è inserito nell'eBook #questianni: domande digitali in cerca di regole, disponibile gratuitamente a questo link  
    Internet, Carta dei diritti e l'utopia necessaria Net neutrality, Prof. Gambino: “Distinguere accesso all’infrastruttura da quello ai contenuti, specie se appartengono al patrimonio culturale italiano”
    30 novembre 2015
  • Internet Governance Forum, Boldrini: "Mancanza di principi non equivale a libertà". Madia: "In rete la rivoluzione della Pa". Giacomelli: "Net neutrality necessita di ruolo attivo delle istituzioni"

    "Internet non è un medium come un altro, ma qualcosa di straordinario, che non può essere ridotto. Ma può anche essere luogo di ingiustizie". Così la Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini ha dato avvio ai lavori dell'Internet Governance Forum 2014, evento in corso a Roma e che si è aperto con la sessione introdotta da Anna Masera, responsabile della comunicazione a Montecitorio. IGF2014Richiamando la bozza di “Dichiarazione dei diritti in Internet“ varata lo scorso 8 ottobre dalla Commissione per i diritti e i doveri relativi ad Internet, Boldrini ha affermato che "la dichiarazioni di principi parte dal presupposto che la libertà, l'uguaglianza, la dignità e la diversità sono punti che devono essere garantini anche in rete. Internet è una dimensione essenziale non solo per il presente, ma soprattutto per il futuro della nostra società, perché rappresenta un immenso spazio di libertà, crescita, conoscenza e partecipazione alla vita democratica. Io mi ritengo una  sostenitrice della libertà della rete, anche per le mie esperienze precedenti nei luoghi più difficili e remoti del pianeta, e sottolineo remoti. Nei campi profughi lontani centinaia di chilometri dalla strada asfaltata, infatti, quello che richiedevano i giovani rifugiati, oltre a cibo e beni di prima necessità, era Internet, per uscire da quell'immenso recinto nel quale erano costretti. Internet per conoscere a distanza il loro Paese di origine, per imparare". "Ma la rete - ha chiosato Boldrini - può essere anche un luogo di ingiustizie, dove i diritti dei cittadini si scontra con lo strapotere di grandi soggetti economici. La mancanza di principi non equivale a libertà, al contrario; la mancanza di principi favorisce gli interessi dei più forti, se non gli abusi. Ogni persona ha invece diritto a vedere garantita la propria libertà online e quindi servono principi applicabili in senso sovranazionale. Auspico dunque una mozione che impegni il governo a portare questi principi in Europa e possibilmente nella sede delle Nazioni Unite". Il Ministro per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione Marianna Madia ha posto l'accento sulla "rivoluzione che Internet abilita nel rapporto tra cittadini e Pa; è però un processo che non possiamo calare dall'alto ed è per questo che con il digital champion Riccardo Luna è stata lanciata l'iniziativa dei 'medici senza frontiere' della digitalizzazione" . E sulla trasaprenza: "È la più importante politica a costo zero per il nostro governo, permette di ridurre illegalità e sprechi". "Parliamo abitualmente della necessità di considerare una dimensione globale in tema di Internet - ha esordito il Prof. Stefano Rodotà, Presidente Commissione per i diritti e i doveri relativi ad Internet presso la Camera dei Deputati - e recentemente ci è arrivato un esempio dagli Stati Uniti: la mancata riforma della Nsa riguarda tutti noi, perché quella sorveglianza eccede il territorio americano. L'Europa in questo senso è la regione del mondo dove questi temi sono stati affrontati per primi nella dimensione delle regole e con un'influenza notevole, il modello europeo è quello che sta guadagnando campo, e questo rappresenta una grande responsabilità per le istituzioni europee. Ed è arrivato il momento di costituzionalizzare i diritti di tre miliardi di persone sul Web". Di avviso molto simile Antonello Giacomelli, Sottosegretario Ministero dello Sviluppo Economico: "Bisogna costituzionalizzare una realtà globale ed essere consapevoli che non sono solo i governi, gli Stati e i parlamenti a dover essere protagonisti di questo processo. L'Italia ha deciso di dedicare il suo semestre di presidenza europea alla governance di Internet, con l'idea che l'Europa possa e debba giocare un ruolo di primo piano a patto che lo giochi come soggetto unico e non come somma di 28 posizioni né come mero mercato unico. La governance di Internet ha bisogno di una nuova fase di dialogo tra le due sponde dell'Atlantico; a Washington abbiamo potuto presentarci come Italia agli incontri con il Dipartimento del Commercio e con il board di Icann con un mandato di tutti i membri per affermare questa visione, mentre a Bruxelles tra 48 ore ribadiremo questo approccio, oltre che la necessità di favorire l'integrazione di modelli di business diversi e promuovere un governo multistakeholder della rete, che non deve essere una rete dei governi". Giacomelli è poi entrato nel merito della posizione del governo italiano sulla Net neutrality, con riferimento a quanto emerso, tra le polemiche, nelle scorse ore: "Ci sono gruppi di lavoro che indagano le varie posizioni sulle quali si può trovare una linea comune, posizioni che diventano proposte ufficiali solo quando arrivano in Consiglio. Ma al momento non esiste una sintesi, e dunque non porteremo quella posizione, perché il nostro interesse è favorire la condivisione di un punto di vista comune. Sono diverse le ragioni per le quali non è possibile una sintesi, e mentre negli Usa la FCC prende tempo da noi resistono molte differenze di vedute tra i vari Paesi, e la ricerca di una sintesi presuppone l'introduzione di elementi di novità. Ma non ho problemi a ribadire la posizione del governo italiano, e questo perché crediamo nella neutralità della rete come valore ma al tempo stesso nel fatto che per renderla effettiva serva un impegno attivo da parte delle istituzioni. Non intervenire significa lasciare una fotografia degli oligopoli, permettere che gli accordi tra privati plasmino una realtà che deve invece rimanere aperta agli outsider e alla evoluzione. A me piace molto il concetto espresso da Obama, ed è da lì che bisogna partire per fare un buon lavoro anche in Europa. Chiederemo al Consiglio un mandato per un confronto politico con Commissione e Parlamento per cercare nuovi punti di sintesi". 25 novembre 2014
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  • Internet, Carta dei diritti e l'utopia necessaria

    "Internet, Carta dei diritti e l'utopia necessaria", il contributo del Prof. Giorgio Resta, Socio fondatore dell'Accademia Italiana del Codice di Internet, nell'edizione del 20 novembre 2015 del Corriere delle Comunicazioni. Resta CorCom 20 novembre