La Gig economy fa sballare i dati sul lavoro. Report Fed

(Via Startmag)

Più disoccupati e precari di quanti non ne vengano registrati. La gig economy non “distrugge” solo l’attività commerciale tradizionale ma anche (e soprattutto) i reali dati economici di un Paese. La denuncia arriva da un documento della Federal Reserve di Dallas, che sostiene che negli Usa sono tanti coloro che pur lavorando solo saltuariamente e in modo precario non sono registrati come disoccupati e che il nuovo modello economico influenza al ribasso anche i salari.

La gig economy è un modello economico sempre più diffuso dove non esistono più le prestazioni lavorative continuative, ma si lavora a prestazione. In pratica, tutti gli attori della gig economy creano dei lavoratori a tutti gli effetti, ma non dei dipendenti. Le persone offrono una loro prestazione professionale in cambio di denaro, ma non vi è alcun contratto a lungo termine, i lavoratori non vengono assunti, né selezionati da nessuno. Ci pensa un algoritmo a gestire il tutto e non ci sono leggi che possano regolare questo nuovo tipo di lavoro.

Nella gig economy il lavoro si spezzetta nella singola prestazione, il singolo lavoretto che può essere di pochi minuti o di una giornata e che è l’unico a essere retribuito.

Secondo un rapporto della Federal Reserve di Dallas, in America ci sarebbe stato un aumento nel numero di lavoratori nell’economia gig, come appaltatori o come lavoratori autonomi, ma si dichiarano impiegati. Questi lavoratori, però, hanno spesso meno potere contrattuale e salari più bassi rispetto ai dipendenti a tempo pieno.

“In sostanza, le aziende sono in grado di assumere lavoratori a contratto o autonomi, che non sono nel libro paga delle società e non sono considerati disoccupati quando non sono a lavoro”, scrive nel rapporto John V. Duca, vicepresidente del dipartimento di ricerca presso il Fed di Dallas. “Di conseguenza, misurare la disoccupazione diventa difficile”.

In sostanza, il tasso di disoccupazione dovrebbe essere più elevato di quanto non lo sia dal momento che la maggior parte dei lavoratori in economia deve essere considerata come disoccupata o sottoccupata, secondo le metriche tradizionali.

Ma c’è di più. E di peggio. La Gig economy spinge verso il basso il salario minimo: i lavoratori di settore, infatti, hanno paghe bassissime per i servizi offerti, avendo un impatto inevitabile sul calcolo di tutti gli altri stipendi.

L’anno scorso, Anat Bracha e Mary A. Burke, come si legge su Axios, economisti senior presso la Fed di Boston, hanno rilevato che la crescita dei salari su base annua negli ultimi anni era scesa di 0,5-1 punti percentuali.

Fonte: Startmag