FaceApp, i dubbi degli esperti e i rischi per la privacy

(Via Formiche.net)

FaceApp, lanciata nel 2017, ha introdotto da pochi giorni la possibilità di modificare il proprio volto rendendolo invecchiato, grazie a tecnologie di intelligenza artificiale. Il procedimento è relativamente semplice: si scarica l’applicazione (accettandone le condizioni di utilizzo), si carica una propria foto (o si sceglie la foto del personaggio che si vuole modificare) e si sceglie il tipo di filtro da usare (in totale sono 21): ringiovanire, cambiare genere, invecchiare e tanti altri ancora. L’applicazione, si legge sul sito dell’app, ha “oltre 80 milioni di utenti attivi” e di tutti questi utenti ha la possibilità di raccogliere i dati. Fondatore e ceo di FaceApp è Yaroslav Goncharov, ex capo di dipartimento di Yandex, società di Ict russa proprietaria del più diffuso motore di ricerca nel Paese.

“Il problema è che le facce sia originali che quelle modificate una volta che sono dentro questi database possono essere rivendute a dei soggetti che creano eserciti di profili fantoccio”, ha spiegato Arturo Di Corinto, docente e saggista, esperto di nuove tecnologie. “Si chiamano ‘sockpuppet’ in gergo. Le aziende che si dedicano a fare questi ‘puppets’, che indicano proprio i fantocci da calzino, quelli che si usavano un tempo per far divertire i ragazzini, ecco vengono utilizzati per prestare il volto ai profili fasulli, e questo è uno dei motivi per cui bisogna fare più attenzione a mettere in circolazione le proprie immagini e poi a verificare e denunciare eventualmente le famose non consentite (ci sono anche dei profili di carattere civile e penale)”. Ci sono vere e proprie aziende, aggiunge Di Corinto, che “fanno commercio di facce e le usano per creare profili fasulli, tra l’altro a volte usano quelle facce proprio per vere e proprie sostituzioni di identità. Ossia creano dei profili sui social network orientali o comunque non occidentali, con nome e cognome e faccia di chi ha avuto la scarsa accortezza di cedere l’immagine a servizi come FaceApp”.

“C’è una questione più generale, poi, ossia come riescono le aziende a raccogliere una grande mole di dati senza pagarli, dati che hanno a che fare con informazioni biometriche”, aggiunge Di Corinto. “Se si possiede fare una tale mole di dati, il rischio è poi che qualcuno possa fare un lavoro di scraping”. Fare scraping, spiega ancora Di Corinto, vuol dire “andare a vedere se ci sono dei profili interessanti, ad esempio dei poliziotti, dei militari. Una volta che hai un database così grande si può decidere di attaccare specifiche persone perché hanno i dati complessi e biometrici. Faccio un esempio: un tempo si pensava che le impronte digitali non fossero replicabili, ora invece non è più così, ci sono delle tecniche per copiarle. Quella che noi pensavamo essere una barriera biometrica sicura ora non lo è più, perché si è scoperto il modo di ricrearle. Il palmo della mano è più sicuro, al momento. La faccia, però, si basa su dei tratti essenziali che con l’aiuto di quelle fotografie puoi riprodurre. Chi lo dice che il riconoscimento biometrico facciale a guardia di un’azienda non possa essere superato con delle fotografia a buona o ad alta definizione ottenute attraverso l’app? Il rischio è enorme”.

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