Diritto Mercato e Tecnologia Numero speciale 2024 Tutela del corpo e normativa sui trapianti…
Venti errori degli avvocati che usano l’IA
Numero speciale 2026
Alberto M. Gambino e Dario Russo
COME USARE QUESTO LIBRO
Questo libro è costruito come una guida pratica. Non richiede una lettura necessariamente lineare dall’inizio alla fine, ma può essere usato anche in modo selettivo, a seconda del problema che l’avvocato si trova ad affrontare. Dopo la prefazione e un breve capitolo iniziale che chiarisce, in termini semplici, che cosa una applicazione di IA generativa può fare davvero nel lavoro legale e che cosa invece non può fare, il volume si articola in quattro parti. La Parte I raccoglie gli errori di impostazione mentale. Riguarda i casi in cui la GenAI viene usata attribuendole un ruolo improprio, per esempio trattandola come se esercitasse un vero giudizio giuridico o come se una risposta ben scritta fosse, per questo solo fatto, una risposta affidabile. È la parte più utile per chiarire il quadro generale e per capire quali equivoci stanno più spesso all’origine degli errori successivi. La Parte II è dedicata agli errori di prompting operativo. Qui il lettore trova i problemi che nascono da richieste formulate in modo troppo generico, prive di contesto, senza indicazione del perimetro delle fonti, del formato dell’output o dei necessari criteri di cautela. È la sezione più utile per chi vuole migliorare l’uso quotidiano dello strumento nelle attività di studio. La Parte III affronta gli errori tipici del lavoro legale. Si concentra su alcune attività molto frequenti: richiesta di riferimenti normativi o giurisprudenziali, uso della GenAI come se fosse una banca dati, redazione di clausole, sintesi di contratti o atti, confronto tra documenti. È la parte più vicina ai casi concreti della pratica professionale. La Parte IV riguarda gli errori di governance professionale. Qui il problema non è la singola richiesta, ma il modo in cui l’uso della GenAI entra nell’organizzazione del lavoro: protezione dei dati riservati, distinzione tra bozza interna e testo destinato all’esterno, controllo delle omissioni, costruzione di un metodo ripetibile, rapporto tra prompt e architettura complessiva del lavoro. Le Conclusioni tirano le fila del percorso e spostano l’attenzione dal singolo prompt al metodo complessivo di utilizzo. L’idea di fondo è che, nel lavoro legale, la qualità dell’uso della GenAI dipende meno da formule iso- 8 late e più da una disciplina di lavoro ordinata, controllabile e coerente con la responsabilità professionale. Il volume si chiude con tre Appendici operative. La prima propone una checklist da usare prima di interrogare la GenAI. La seconda offre una checklist di controllo prima di utilizzare l’output verso il cliente. La terza raccoglie dieci prompt modello relativi ad attività legali frequenti. Le appendici possono essere lette autonomamente e usate come strumenti rapidi di consultazione. Il lettore può dunque scegliere tra due modalità di uso. La prima è una lettura completa, utile per cogliere l’impostazione generale del libro e il filo che collega i diversi errori. La seconda è una lettura mirata, entrando direttamente nella parte o nel capitolo che corrisponde al problema pratico del momento. In questa seconda prospettiva, il libro può essere usato anche come strumento di lavoro da tenere a portata di mano: non tanto per trovare formule pronte, quanto per verificare rapidamente se il compito affidato alla GenAI è stato impostato nel modo corretto, se il contesto è sufficiente, se il controllo finale è adeguato e se l’output può essere davvero impiegato in modo professionale.
PREFAZIONE
È tardi, nello studio. La luce è ancora accesa in una stanza dove il lavoro non si misura più soltanto in fascicoli, telefonate e bozze corrette a margine, ma anche in finestre aperte sullo schermo, documenti caricati, richieste formulate a sistemi che promettono velocità, chiarezza, sintesi. Un avvocato esperto, abituato a leggere tra le righe e a cogliere il non detto, sta usando una di quelle applicazioni di GenAI pensate per il lavoro legale. Ha davanti a sé due documenti. Il primo è una lettera del suo studio: un’offerta di servizi legali ben costruita, formalmente corretta, sobria nel tono, chiara nell’impostazione. È una lettera scritta con cura, come si conviene quando si presenta il proprio lavoro a un potenziale cliente. Il secondo documento è la risposta del cliente. Una risposta negativa. Il cliente dichiara di non essere interessato ai servizi offerti. A una lettura rapida, sembrerebbe una normale chiusura: formule di cortesia, ringraziamenti, un rifiuto. Ma l’avvocato, che quella vicenda la conosce bene, coglie subito un elemento che il sistema non è in grado di vedere autonomamente. Il problema non è che il cliente non abbia apprezzato la proposta. Il problema è che non l’ha compresa. Le sue osservazioni, nella sostanza, non colpiscono il contenuto della lettera: si fondano su una lettura distorta. L’avvocato decide allora di caricare i due documenti nell’applicazione e formula una richiesta del tutto naturale: analizzare i testi e suggerire come migliorare la comunicazione. La risposta arriva rapidamente. È ordinata, plausibile, ben scritta. Il sistema propone di riscrivere la lettera iniziale in modo più diretto, più semplice, più orientato al cliente, chiarendo alcuni passaggi e rendendo più espliciti i benefici. A una prima lettura, la risposta appare convincente; e tuttavia non è adeguata. Non perché sia scritta male, né perché sia priva di senso, ma perché si fonda su un inquadramento errato del problema. La lettera, infatti, non deve 10 essere riscritta. Non è lì il punto. Ciò che occorre è spiegare al cliente, con precisione e misura, che le sue osservazioni derivano da una interpretazione non corretta del testo ricevuto. In altri termini, non serve una riformulazione, ma una risposta che riporti la comunicazione al suo significato originario. In questa scena, semplice solo in apparenza, si concentra già una parte essenziale del tema che questo libro affronta. Quando un avvocato utilizza un’applicazione di GenAI, il rischio più frequente non riguarda tanto la forma della richiesta, quanto il modo in cui viene definito il problema. Si tende a chiedere una soluzione di scrittura quando il nodo è interpretativo; una riformulazione quando sarebbe necessaria una presa di posizione; un miglioramento stilistico quando il punto riguarda la funzione concreta del testo. I sistemi di GenAI – più precisamente, modelli linguistici addestrati su grandi quantità di testi e capaci di generare risposte coerenti e plausibili – operano infatti sul linguaggio, non sulla comprensione piena della situazione. Producono risultati che seguono con grande efficacia le regolarità del discorso, ma non colgono autonomamente il contesto, il ruolo delle parti, la finalità concreta di una comunicazione, se questi elementi non vengono esplicitati. Per questo motivo possono offrire risposte formalmente corrette anche quando l’impostazione della domanda è parziale o fuorviante. Nel lavoro legale, tuttavia, la qualità di una risposta non coincide con la sua eleganza. Un testo può essere chiaro, ordinato, persino persuasivo, e al tempo stesso non essere adatto al problema che dovrebbe risolvere. Può apparire convincente perché ben costruito, ma risultare debole perché non tiene conto della funzione del documento, del contesto relazionale, del rischio implicito o dell’obiettivo pratico.





