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La diligenza professionale alla prova dell’intelligenza artificiale

 

Riflessioni di contesto a partire dal dibattito aperto da Alberto Gambino

di Dario Russo, ingegnere elettronico e dirigente della Banca d’Italia per oltre vent’anni, durante i quali ha contribuito alla modernizzazione dei processi finanziari e alla cooperazione internazionale nel settore bancario, attualmente è consulente strategico e co-founder di RG3 Digital Consulting.

Il testo di Alberto Gambino ha il merito di avere acceso un dibattito vero, non accademico, su un tema che molti preferirebbero rimandare. Da parte mia, però, è utile chiarire subito il perimetro della riflessione. Non sono un avvocato e non entro quindi nel merito tecnico-giuridico delle argomentazioni, né nella loro tenuta sistematica rispetto all’articolo 1176 del Codice civile o alla giurisprudenza richiamata. Il mio interesse è un altro: il contesto entro cui oggi si ridefinisce il concetto stesso di diligenza professionale.

Ciò che trovo particolarmente convincente nell’impostazione di Gambino è il nesso tra diligenza e mutamento del contesto. La diligenza non è mai stata una categoria immobile, ma una nozione storicamente situata, che riflette trasformazioni sociali, culturali, morali, persino religiose. Oggi, però, questo mutamento è guidato in modo preponderante dalla tecnologia, e in particolare da quella che chiamiamo – spesso in modo riduttivo – “digitale”.

Il digitale, in realtà, è un contenitore vastissimo. Al suo interno convivono tecnologie molto diverse, con impatti differenti. L’intelligenza artificiale e, soprattutto, la Generative AI rappresentano tuttavia qualcosa di qualitativamente nuovo. Non siamo semplicemente di fronte a strumenti più efficienti, ma a tecnologie che incidono sulle modalità di produzione della conoscenza, sull’accesso all’informazione, sulla capacità di analisi e di previsione. In questo senso, esse cambiano davvero alcune regole fondamentali del gioco sociale e professionale.

È qui che mi trovo in piena sintonia con Gambino quando afferma che l’avvocato non può ignorare questo cambiamento. Non lo può fare l’economista, chiamato a confrontarsi con la digitalizzazione degli asset e delle monete. Non lo può fare l’ingegnere, che deve ormai integrare agenti AI e guardare al calcolo quantistico. Non lo può fare il teologo, posto di fronte a tecnologie che “parlano” e che, almeno sul piano simbolico, interrogano l’idea stessa di intelligenza e di senso. Perché, allora, l’avvocato dovrebbe essere escluso da questo dovere di confronto con il proprio tempo?

La mia esperienza di ricerca e il confronto con avvocati di altissimo livello – tra cui lo stesso Gambino – mi portano a leggere molte reazioni critiche al suo intervento come espressione di una paura diffusa. La paura di perdere ruolo, centralità, identità professionale. Una paura comprensibile, ma tutt’altro che specifica della professione forense: attraversa oggi, a torto o a ragione, una larga parte del mondo del lavoro qualificato.

Su questo punto credo sia necessario essere molto chiari. L’intelligenza artificiale e la Generative AI non sostituiscono l’uomo: lo affiancano. Non cancellano le attività umane, ma ne riconfigurano le fasi operative, automatizzandone alcune e potenziandone altre. Le stesse basi di conoscenza dei modelli linguistici sono il risultato di un intervento umano massiccio e stratificato. È lì che nascono bias, limiti e distorsioni, troppo spesso attribuiti all’“AI” attraverso un linguaggio antropomorfizzato che rischia di creare più miti che comprensione.

Letta in questa prospettiva, la tesi di Gambino appare meno “provocatoria” di quanto possa sembrare a una prima lettura. L’AI non è un giudice occulto né un decisore automatico, ma un formidabile strumento di supporto alla ricerca, all’analisi e alla valutazione delle alternative. Per l’avvocato, come per molti altri professionisti, diventa sempre più difficile sostenere di poterne fare a meno senza che ciò incida sulla qualità della prestazione e, in ultima analisi, sulla stessa idea di diligenza.

Il punto, dunque, non è se l’intelligenza artificiale debba sostituire il giudizio umano – cosa che nessuno seriamente propone – ma se sia ancora difendibile una diligenza professionale che ignori strumenti capaci di ampliare in modo significativo la base informativa e la consapevolezza decisionale. È su questo terreno, più culturale che tecnologico, che il dibattito aperto da Gambino mi sembra destinato a lasciare un segno duraturo.

 

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