skip to Main Content

Oreste Pollicino: Meta–News Corp e la nuova centralità dei dati informativi nell’ecosistema dell’intelligenza artificiale

di Oreste Pollicino

C’è un punto, spesso trascurato, da cui conviene partire: l’intelligenza artificiale non è soltanto una tecnologia che organizza informazioni, ma un’infrastruttura che le produce. Ed è proprio questo slittamento a rendere particolarmente significativo l’accordo stretto nei primi giorni di marzo tra Meta e News Corp.

Le cifre, fino a circa 50 milioni di dollari l’anno, e i dettagli operativi dell’intesa, che consentirà a Meta di utilizzare archivi e contenuti giornalistici del gruppo editoriale per addestrare i propri modelli, sono noti. Meno immediata, ma decisiva, è invece la sua implicazione sistemica: il giornalismo entra formalmente nella catena del valore dell’intelligenza artificiale come input essenziale, non più come semplice output da distribuire.

Per comprendere la portata di questo passaggio, può essere utile cambiare prospettiva storica. Nella lunga stagione della piattaformizzazione dell’informazione, il nodo centrale è stato l’accesso: chi controllava la distribuzione dei contenuti finiva per determinarne anche la sostenibilità economica. Oggi, con l’avvento dell’AI generativa, il baricentro si sposta a monte, nella fase di produzione del sapere algoritmico.

I modelli non si limitano infatti a ordinare contenuti esistenti, ma costruiscono risposte, sintesi e interpretazioni. E per farlo hanno bisogno di basi informative solide. È qui che il giornalismo professionale riacquista una centralità inattesa: diventa la fonte qualificata da cui l’intelligenza artificiale attinge per orientarsi nel presente.

Non sorprende, allora, che gli operatori tecnologici abbiano iniziato a negoziare direttamente con gli editori. Quello che sta emergendo è un vero e proprio mercato dei dati informativi, distinto — e per certi versi più strategico — rispetto a quello tradizionale della pubblicità o della distribuzione.

Ma ogni spostamento di potere nell’ecosistema informativo porta con sé interrogativi di natura costituzionale. Se l’accesso alle informazioni passa sempre più attraverso sistemi di intelligenza artificiale, il pluralismo non può più essere valutato soltanto a valle, osservando quali contenuti circolano o quali voci sono visibili. Deve essere analizzato a monte, interrogandosi su quali dati alimentano i modelli.

Il rischio, in questa nuova configurazione, è quello di una concentrazione silenziosa. Non più piattaforme che selezionano ciò che vediamo, ma modelli che apprendono da insiemi di dati potenzialmente ristretti e, su quella base, restituiscono una rappresentazione del mondo. Una forma di intermediazione meno trasparente, ma non per questo meno incisiva.

In questa chiave, l’accordo tra Meta e News Corp può essere letto come un primo tassello di un problema più ampio, che potremmo definire come quello del pluralismo nei dati di addestramento. Non è un tema meramente tecnico: riguarda direttamente la qualità del discorso pubblico.

Il contesto europeo si trova già di fronte a questa sfida. L’AI Act introduce alcuni strumenti, soprattutto sul versante della trasparenza dei modelli generativi, ma non esaurisce la questione. Restano aperte domande cruciali: quali criteri devono guidare la selezione delle fonti? Come evitare squilibri nella rappresentazione delle informazioni? E in che modo garantire una remunerazione equa per chi produce contenuti?

In gioco non vi è soltanto la ridefinizione dei rapporti economici tra piattaforme e industria dei media. Ciò che emerge è una trasformazione più profonda, che investe la dimensione epistemica dello spazio pubblico. Le modalità attraverso cui la conoscenza viene prodotta, filtrata e restituita ai cittadini stanno cambiando.

Se nel secolo scorso il pluralismo si misurava nella proprietà dei mezzi di comunicazione e, più recentemente, nella visibilità assicurata dagli algoritmi delle piattaforme, oggi il punto decisivo sembra collocarsi altrove: nella disponibilità e nel controllo dei dati che alimentano l’intelligenza artificiale.

È su questo terreno che il diritto è chiamato a intervenire. Non con l’obiettivo di frenare l’innovazione tecnologica, ma con quello di accompagnarla, assicurando che anche nelle nuove architetture informative restino garantiti i presìdi essenziali delle democrazie liberali. Tra questi, il pluralismo delle idee non è un elemento accessorio, ma una condizione imprescindibile.

 

Back To Top