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Volontà macchinica e umanesimo tecnologico: un dialogo sul futuro del diritto. Intervista alla Dott.ssa Giulia Bazzoni
Giulia Bazzoni è assegnista di ricerca presso l’Università di Verona, dove svolge un progetto sulla risoluzione delle controversie online. È docente a contratto sia presso il Dipartimento di Economia dell’Università di Verona, sia presso la School for International Education dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, ateneo dove ha conseguito il dottorato di ricerca in Diritto, Mercato e Persona.
Ha recentemente svolto un periodo di ricerca come visiting researcher presso il Max Planck Institute for Comparative and International Private Law di Amburgo e un’esperienza di visiting lecturer presso l’Università di Rijeka. Autrice di numerosi contributi in materia di diritto privato europeo, sta attualmente completando una monografia dedicata al regime di accountability per le piattaforme di intermediazione digitale. Ha partecipato a conferenze nazionali e internazionali, tra cui l’ultima a New York, e collabora con diverse riviste scientifiche. È inoltre coinvolta in diversi progetti di ricerca di rilevanza nazionale.

La Dott.ssa Giulia Bazzoni
Dott.ssa Bazzoni, il seminario “La Volontà macchinica”, che si terrà il prossimo 9 e 10 settembre, è giunto alla sua terza edizione e registra una partecipazione sempre crescente di professori e ricercatori. Quest’anno, al centro della riflessione, vi è la domanda: “Quale umanesimo tecnologico?”. Ci racconta come nasce questa iniziativa e, soprattutto, da dove proviene l’espressione “volontà macchinica”?
Partiamo dal titolo: la scelta di questa espressione ha voluto unire – un po’ provocatoriamente – la volontà e la macchina; quasi un ossimoro, se ci si pensa, dal momento che la volontà è una caratteristica intrinsecamente umana. Eppure, ciò che da sempre rappresenta il motore del diritto – il volere – sembra oggi spostare la propria riferibilità dall’uomo alla macchina, con implicazioni rilevanti non solo sul piano giuridico, ma anche su quello filosofico ed etico.
Di fronte a questa “volontà macchinica” che avanza e che sarà destinata a occupare un ruolo sempre più centrale nel dibattito giuridico, la questione è come rapportarsi ad essa e, soprattutto, come costruire un apparato giuridico capace di mantenere l’uomo al centro. Un apparato, dunque, pensato dall’uomo per l’uomo, ma in cui la macchina tende ad essere configurata come “entità altra”, aprendo interrogativi non solo sul piano delle responsabilità, ma anche sul rapporto tra realità e soggettività.
Si è aperto, quindi, uno spazio giuridico la cui fisionomia è ancora in divenire, ma per il quale si avverte già l’esigenza di una costruzione concreta, in grado di offrire risposte efficaci ai nuovi interessi che emergono all’interno del sistema.
A partire da questi presupposti, nella prima sessione del seminario, ragionerete attorno a parole chiave come volontà, macchina, radici, informazione, umanesimo, tecnologia, linguaggio, intelligenza e attualità. Ci spiegherebbe perché avete scelto proprio queste parole e come intendete svilupparle all’interno del seminario?
La prospettiva del seminario di Misurina è, prima di tutto, quella di un dialogo culturale e interdisciplinare. Partire da parole chiave in grado di aprire lo spazio al confronto e al dibattito su un tema così centrale diventa, in questo senso, un vero e proprio metodo di indagine.
La scelta – e l’ordine – delle parole non è casuale: esse intendono evidenziare i diversi ambiti nei quali la “volontà macchinica” incide e sollecita interrogativi. Prendendo, ad esempio, il termine a me affidato, umanesimo, occorre chiedersi che cosa si intenda con questa parola applicata al diritto e, soprattutto, quali implicazioni sorgano quando termini intrinsecamente umani, come volontà o intelligenza, vengono associati alla macchina.
In questo senso, parlare di umanesimo tecnologico significa interrogarsi su come integrare le tecnologie nello sviluppo sociale e giuridico senza smarrire la centralità dell’uomo, valorizzandone capacità e libertà anziché sostituirle. Sul piano del diritto, invero, ciò implica ripensare in chiave adattiva le categorie della tradizione, a partire – e forse soprattutto – dalla nozione di responsabilità, quando questa si trovi associata a entità dotate di un’autonomia sempre più marcata.
L’Unione Europea sta implementando nuove normative, che vorrebbero comporre un’architettura comune come, da ultimo, l’AI Act. Dott.ssa Bazzoni, a Suo avviso, quali sono le principali sfide legate alla regolamentazione dell’uso dell’IA?
L’AI Act ha un obiettivo ambizioso: dare regole chiare a una realtà sfuggente già a partire dal linguaggio, l’intelligenza artificiale.
Il regolamento parte da un principio forte: lo sviluppo dell’IA deve essere antropocentrico e affidabile. Significa riportare l’innovazione a misura d’uomo, mettendo la persona al centro. La sfida è quindi bilanciare due forze: da un lato spingere l’innovazione come motore di crescita e progresso scientifico, dall’altro proteggere i diritti fondamentali sanciti dal diritto europeo.
Per farlo, l’AI Act introduce una “piramide del rischio”, che classifica le applicazioni dell’IA in base al loro potenziale impatto, con l’obiettivo di prevenire i danni prima che accadano. È un approccio che punta a creare un sistema resiliente, dove la tecnologia non è fine a se stessa, ma strumento di progresso sicuro. In fondo, è ancora una volta una questione di umanesimo: il rischio si governa mettendo la persona, e non la macchina, al vertice della piramide.
Come bisognerebbe dunque rapportarsi a tale volontà macchinica? Può apportare dei benefici?
Non si tratta di assumere un atteggiamento negativo verso l’avanzata di queste tecnologie, la cui “volontà” sembra imporsi, ma che possono generare grandi benefici. Il punto non è fermarle, bensì guidarle in una direzione resiliente e, soprattutto, umano-centrica. Ecco il valore di un seminario con una forte impronta culturale: non chiudersi di fronte a queste sfide, ma aprirsi al confronto e alla riflessione, per orientare il cambiamento invece di subirlo.
Come da Lei anticipato, il Convegno riunisce quindi esperti di diverse discipline. Secondo Lei, quale sarà il ruolo della multidisciplinarietà nell’affrontare le sfide e le opportunità dell’IA?
La multidisciplinarietà sarà decisiva, e non solo sul piano tecnico-scientifico. L’IA tocca diritto, etica, economia, psicologia, filosofia e persino l’arte. Anche in ambito giuridico serve un approccio trasversale, che metta in dialogo più branche del diritto, perché le sfide poste dall’IA non si fermano ai confini di una singola disciplina.
Ogni grande innovazione tecnologica, dal vapore all’elettricità fino a Internet, ha imposto di ripensare il diritto e le istituzioni, costringendole a ridefinire equilibri e responsabilità. L’IA non fa eccezione. In tal senso, solo mettendo in rete competenze e sguardi diversi possiamo comprenderne le implicazioni profonde e tradurle in regole efficaci. È così che si individuano rischi e opportunità e si orienta l’innovazione in senso umano-centrico, affinché la tecnologia diventi strumento di progresso condiviso, non di disuguaglianza o esclusione.
Il seminario di Misurina, dedicato alla “volontà macchinica”, nasce proprio con questo obiettivo: favorire un dialogo aperto e multidisciplinare, fondato su uno scambio propositivo di idee tra sguardi e prospettive differenti.





