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Intervista al Prof. Alfredo Contieri: premio alla Carriera SIEDAS 2025 nella Sezione Diritto

 

Alfredo Contieri, avvocato cassazionista, è stato Professore Ordinario di Diritto amministrativo, materia che ha insegnato presso le Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Parthenope, Cassino e del Lazio Meridionale. Da diversi anni si è dedicato al Diritto dello spettacolo, sia dal vivo sia registrato, con particolare attenzione alla censura cinematografica, al finanziamento pubblico e alle fondazioni liriche. È vincitore del Premio SIEDAS 2025 – Sezione Diritto, conferito dalla Società Italiana Esperti di Diritto delle Arti e dello Spettacolo SIEDAS, il cui presidente è il Prof. Fabio Dell’Aversana.

Nel 2023 ha pubblicato, insieme alla Prof.ssa Maria Immordino, il volume La disciplina giuridica dello spettacolo, edito da Giappichelli — lavoro monografico di ampio respiro che affronta i principali problemi della materia in una prospettiva storica, con attenzione alle nuove forme espressive legate alla multimedialità, alle tensioni centro–periferia nel rapporto Stato–Regioni ed Enti Locali, alla dicotomia pubblico–privato e ai frequenti ripensamenti del legislatore nel sostegno allo spettacolo.

Partecipa ad una ricerca internazionale dal titolo “RapPresent – Report on the Present. The State of Law and Democracy in the Contemporary World through Audiovisual Representations”.

 

 

 Il Prof. Alfredo Contieri

 


Professore Contieri, il Premio alla Carriera conferitoLe dalla SIEDAS rappresenta un riconoscimento di altissimo valore, che premia non solo il Suo impegno accademico ma anche il contributo decisivo da Lei offerto alla definizione di una cultura giuridica delle arti e dello spettacolo in Italia. Qual è per Lei il significato più profondo di questo riconoscimento?

Sono molto orgoglioso di aver ricevuto questo premio e ringrazio la Società Italiana degli Esperti di Diritto delle Arti e dello Spettacolo che me lo ha conferito. È un riconoscimento che valorizza gli studi che ho dedicato negli ultimi anni ai profili giuridici dello spettacolo. Lo spettacolo, come ogni fenomeno sociale che interessa la collettività, richiede una sua disciplina, è regolato da norme e richiama perciò l’attenzione del giurista.

Insieme alla Prof.ssa Maria Immordino abbiamo pubblicato il volume Analisi giuridica dello spettacolo, che è stato apprezzato perché si occupa dello spettacolo in tutte le sue forme e cioè, secondo la tradizionale ripartizione, sia dello spettacolo registrato che comprende cinema audiovisivo sia dello spettacolo dal vivo nel quale confluisce un mondo variegato di manifestazioni artistiche e settori quali il teatro, la musica, la danza, la lirica, gli spettacoli viaggianti, le attività circensi e secondo le leggi più recenti anche i carnevali storici e le rievocazioni storiche. Mentre per il primo e cioè il cinema abbiamo una legge generale del 2016 che affronta tutti i problemi del settore, per lo spettacolo dal vivo siamo sempre in attesa di un codice dello spettacolo previsto da una legge delega che viene continuamente prorogata.

Lo spettacolo nel suo complesso è una forma di attività culturale e al tempo stesso patrimonio artistico immateriale e ad esso si applicano i principi costituzionali racchiusi nell’art. 9 sulla tutela del patrimonio culturale e sul dovere di promozione della cultura da parte della Repubblica e nell’art. 33 sulla libertà dell’arte. Il potere pubblico deve promuovere la cultura, senza condizionarla, evitando che diventi strumento di propaganda.

Ma lo spettacolo non è solo espressione artistica che trasmette emozioni ma è anche veicolo di idee di valori, di modelli di società. Si pensi al cinema e al teatro di impegno civile che affrontano tematiche sociali e politiche. Lo spettacolo è allora tutelato anche dall’art. 21 della Costituzione sulla libertà di manifestazione del pensiero.

 

In che misura ritiene che questo premio valorizzi l’importanza di un dialogo costante tra diritto, arte e istituzioni culturali nel nostro Paese?

Ritengo che il dialogo tra diritto, arte e istituzioni sia essenziale.

A parte il polimorfismo delle sue espressioni, lo spettacolo è un crocevia di tanti interessi, valori e di obiettivi da perseguire da parte dei poteri pubblici e cioè della Repubblica in tutte le sue componenti che devono promuoverlo, riconoscendolo quale fattore indispensabile per lo sviluppo della cultura ed elemento di coesione e di identità nazionale, strumento di diffusione della cultura e dell’arte italiana in Europa e nel mondo, componente dell’imprenditorialità culturale e creativa e dell’offerta turistica nazionale, fattore di riequilibrio territoriale. Non va poi dimenticato il valore formativo e educativo dello spettacolo anche per favorire l’integrazione e contrastare il disagio sociale.

Avvicinare i giovani all’arte e alla bellezza ha una funzione educativa fondamentale: penso alle orchestre giovanili nei quartieri difficili di Napoli – ai Quartieri Spagnoli o al Rione Sanità – che avvicinano i ragazzi alla musica e alla cultura, contrastando il disagio sociale.

Per tutte queste ragioni, il dialogo tra diritto, arte e istituzioni è indispensabile per costruire politiche che sostengano la complessità e la ricchezza di questo settore, che è al tempo stesso arte e impresa, cultura e industria.

 

Il volume La disciplina giuridica dello spettacolo nasce da un’esigenza specifica?

Sì, nasce dall’esigenza di chiarire e sistematizzare un settore complesso, nel quale spesso ci si interroga sulla necessità o meno e sulla misura del sostegno pubblico. Il dibattito è vivo: c’è chi sostiene che le risorse dovrebbero essere destinate ad altri ambiti come scuola o sanità, e chi invece ritiene – come sottolineato anche dalla normativa europea con il concetto di “eccezione culturale” – che l’arte abbia una funzione insostituibile di coesione sociale, formazione della persona e valorizzazione delle diversità culturali. I principi a cui si ispira l’Unione Europea consistono nel valorizzare il patrimonio culturale comune europeo tutelando nel contempo le diversità culturali dei vari stati membri.

Senza il contributo pubblico molte opere di valore culturale non verrebbero prodotte, e il mercato selezionerebbe solo ciò che è immediatamente redditizio, impoverendo la pluralità e la libertà dell’offerta artistica. Lo Stato ha quindi il compito di promuovere una cultura plurale, sostenere la sperimentazione, valorizzare i giovani talenti e garantire pari opportunità di accesso alla produzione e alla fruizione culturale.

Il sostegno pubblico è inoltre essenziale per le fondazioni liriche, che richiedono risorse ingenti per orchestra, coro e personale, e che non potrebbero sopravvivere senza un supporto strutturale.


Quali percorsi di studi avete seguito nel volume per analizzare il settore?

Nel volume affrontiamo con la prof. Immordino il tema dello spettacolo seguendo due direttrici: la dinamica centro-periferia e la dicotomia pubblico privato.

Sul primo aspetto nel rapporto stato-enti locali vi è una significativa differenza tra il settore cinematografico, in cui c’è un’impronta fortemente statalista della disciplina, anche se negli ultimi decenni le Regioni hanno assunto un ruolo importante attraverso le film commission, e il settore teatrale in cui c’è maggiore ruolo degli enti locali poiché i teatri sono sorti come espressione spontanea del territorio; si pensi ai teatri stabili.

Per quanto riguarda invece la dinamica pubblico-privato, le risorse pubbliche non sono più in grado di dare un adeguato contributo economico allo spettacolo ma il ricorso al sostegno dei privati non ha dato, tranne pochi casi come quello della Scala di Milano, i risultati sperati. Buoni frutti sta dando l’art bonus e in generale il tax crediti, ma si tratta pur sempre di un contributo pubblico poiché consiste in un’esenzione fiscale a vantaggio dei privati che sostengono la produzione culturale.

Questa doppia dinamica attraversa tutti i settori: cinema, teatro, danza, musica, fondazioni liriche e teatri stabili.

Il volume cerca di ricostruire tutte le fattispecie anche in una prospettiva storica, sino all’attualità. I due aspetti più apprezzati sono l’ampiezza del raggio d’azione, perché include tutte le molteplici espressioni artistiche, e l’approccio storico-temporale, che permette di comprendere l’evoluzione della disciplina giuridica nel tempo.

 

Qual è l’impatto del sostegno pubblico nello sviluppo delle arti performative?

Il contributo pubblico è un elemento strutturale della normativa sullo spettacolo e senza di esso molte produzioni non sarebbero possibili. Serve a garantire pluralità culturale, libertà di espressione e possibilità di sperimentazione, favorendo la nascita di opere di valore che altrimenti il mercato da solo non produrrebbe.

 

La progressiva digitalizzazione della fruizione culturale ha modificato in profondità la natura stessa dello spettacolo. Al tempo stesso, la velocità dei media contemporanei sembra spingere verso una semplificazione del messaggio e una perdita di profondità narrativa. Quali sono le principali trasformazioni che stanno interessando il mondo dello spettacolo, anche alla luce delle nuove tecnologie e dei cambiamenti nei linguaggi artistici?

Il mondo dello spettacolo sta attraversando una fase di profonda trasformazione, dovuta soprattutto all’evoluzione delle tecnologie e dei linguaggi artistici. Oggi assistiamo a una crescente difficoltà nel catalogare i generi artistici, perché le forme espressive si contaminano e si fondono in modi sempre nuovi.

C’è poi una forte accelerazione dei messaggi, dovuta alla diffusione dei social media e delle piattaforme digitali, che impongono tempi di attenzione più brevi e una maggiore semplificazione dei contenuti. Questo fenomeno comporta una perdita di profondità narrativa e una frammentazione delle rappresentazioni artistiche.

Tuttavia, si assiste anche a una valorizzazione dello spettacolo dal vivo, come dimostrano le recenti iniziative legislative a sostegno della musica live e dei luoghi in cui il pubblico può vivere l’esperienza artistica nel momento del suo farsi.

Un altro aspetto rilevante riguarda la censura. In passato, in Italia esisteva una censura statale che condizionava fortemente la produzione cinematografica e artistica, con tagli alle opere e limitazioni alla loro diffusione. Oggi, però, la situazione è cambiata: dal 2021 la censura cinematografica per gli adulti è stata abolita, rimanendo solo per i minori tra i 14 e i 18 anni. Prima di questa riforma, la censura per gli adulti era prevista solo per le opere considerate in contrasto con il buon costume, mentre storicamente ha avuto anche una funzione di tutela dell’ordine pubblico e di repressione del dissenso, ancora oggi presente negli stati autoritari.

La Germania nazista e l’Italia fascista sono storicamente due esempi emblematici di come lo stato totalitario controlli la produzione artistica, soprattutto in quelle espressioni che si rivolgono a un pubblico più ampio, come il cinema e il teatro.

Attualmente si osserva una forma di autocensura: chi produce opere artistiche spesso limita la sua creatività in partenza, consapevole del pubblico di riferimento e delle esigenze di mercato. Questo fenomeno è particolarmente evidente nella produzione televisiva e nelle fiction, dove l’opera nasce già condizionata dalle aspettative del pubblico. Gli esperti del settore sottolineano come questa autocensura rischi di limitare la libertà di espressione, sostituendo la censura statale con una sorta di controllo interno legato alle dinamiche di mercato e di audience.

 

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