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Intervista al Prof. Leopoldo Sandonà, “Genitorialità e generatività dopo le sentenze della Consulta”

Nel dibattito contemporaneo sulle implicazioni etiche e giuridiche delle tecnologie riproduttive, la procreazione medicalmente assistita solleva questioni che riguardano il rapporto tra persona, tecnica e diritto, con particolare attenzione alla tutela del nascituro e alla dimensione antropologica delle pratiche generative.

In questo quadro si inserisce l’intervento del Prof. Leopoldo Sandonà, dal titolo “La procreazione assistita realizzata all’estero: quale tutela per il nato?” per l’evento Genitorialità e generatività dopo le sentenze della Consulta”, dedicato alle criticità etiche e giuridiche connesse alla crescente internazionalizzazione di tali pratiche.

Leopoldo Sandonà è docente stabile (cattedra di Filosofia) presso l’ISSR di Vicenza, Facoltà Teologica del Triveneto. Coordina il progetto Etica e Medicina della Fondazione Lanza (Padova). La sua ricerca si concentra sul pensare dialogico contemporaneo e sulle sue implicazioni nelle frontiere etico-antropologiche dell’età secolare. Autore di pubblicazioni in ambito nazionale e internazionale, membro di diverse società scientifiche, già segretario scientifico del Comitato Regionale per la Bioetica (Regione del Veneto), è attualmente membro dei Comitati etici per la pratica clinica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria – Padova e della Azienda Ulss 2 Marca Trevigiana.

 

Il Prof. Leopoldo Sandonà

 

Nel Suo intervento, intitolato “La procreazione assistita realizzata all’estero: quale tutela per il nato?”, affronta una questione che negli ultimi anni ha assunto crescente rilievo nel dibattito giuridico. Quali sono, a Suo avviso, le principali sfide che questo fenomeno pone oggi al diritto e alla riflessione etica?

Premetto che il mio intervento si colloca all’interno del convegno come un approfondimento etico antropologico dopo le analisi di carattere scientifico e di carattere giuridico. Le sfide etiche e antropologiche di questa tematica sono oggi collegate al più ampio dibattito sull’impatto che la tecnologia ha sulle vite di tutti e ciascuno e quindi potremmo rispondere con ulteriori domande: come intercettare l’accelerazione tecnologica da un punto di vista antropologico? Come evitare che le leggi e il diritto arrivino tardi?

 

Lei ha richiamato il rapporto tra etica e diritto, descrivendo il diritto come un argine entro il quale si sviluppa la vita concreta delle persone. In che modo questi due ambiti possono dialogare nell’affrontare temi complessi come la procreazione assistita?

Il diritto deve porre dei limiti, degli argini, in cui le pratiche e la situazione esistenziale si inseriscono in modo complementare. Il rischio da un lato è quello di voler normare tutto fin nei dettagli, ingessando la vita, dall’altro lasciare alle determinazioni dei singoli, in nome di un paradiso dei diritti e delle libertà, l’ultima parola su tutto. Chiaramente etica e diritto devono insieme costruire lo spazio della mediazione, in cui anche la politica ha un grande compito.

 

Nella Sua riflessione assumono particolare rilievo alcune coppie concettuali, come volontà e desiderio, soggetto e natura. Perché ritiene che queste distinzioni siano importanti per comprendere le questioni legate alla generazione e alla genitorialità?

Il testo presentato nel convegno mette l’accento sul piano giuridico sul concetto di volontà. Sul piano antropologico essa si lega anche al tema del desiderio, perché un figlio arriva per volontà e desiderio insieme, cercando di comprenderlo come dono che ci chiama ad una responsabilità e non solo come prodotto di una procedura tecnologica o come frutto di un bisogno da colmare, senza mettere al centro la persona che nasce.

 

Il progresso tecnico offre possibilità sempre nuove nel campo della procreazione. Quali criteri dovrebbero guidare, a Suo avviso, il necessario bilanciamento tra innovazione tecnica, responsabilità etica e regolazione giuridica?

Sicuramente la persona è al centro di questo bilanciamento – parola che è risuonata più volte nel convegno -, sia intesa come coppia genitoriale ed in particolare la donna nella ricerca di una maternità e paternità, sia con lo sguardo rivolto ai nuovi nascituri, con attenzione anche al pericolo di selezione che sempre più la tecnologia permette. Tra antropologia, tecnologia e diritto dobbiamo evitare che la seconda proceda ad una velocità siderale, relegando l’antropologia ad una convinzione “privata” – quando invece le persone per cultura, religione, appartenenza politica devono esprimere chiaramente la propria volontà biografica – e relegando il diritto ad un ruolo accessorio, nella rincorsa di un di uno sviluppo tecnologico inesorabilmente più veloce e in ultima istanza vincente sugli altri attori.

 

Le questioni sollevate dalla procreazione assistita sembrano aprire interrogativi che riguardano anche altri ambiti, come il fine vita o l’intelligenza artificiale. Quale insegnamento generale possiamo trarre da questi dibattiti per il rapporto tra persona, tecnica e diritto nella società contemporanea?

Le questioni, pur con le debite differenze, hanno dei punti di tangenza, sia per il rapporto generale tra etica e diritto che abbiamo cercato di descrivere, sia per il tornare di alcuni elementi specifici come la volontà, il consenso informato, la decisione che si può prendere in anticipo sul fine vita (es. DAT e PCC l. 219/2017). Sarebbe fondamentale poter impostare il dibattito non a livello ideologico e polarizzato anche mediaticamente ma ad un livello di ampia riflessione su tutte le varie componenti della questione (aspetti sociali, cure palliative, sedazione palliativa, accanimento terapeutico…).

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