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  • "Democrazia partecipativa, equilibrio di genere e composizione degli interessi (nella società per azioni)", i materiali del convegno presso la Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri

    Convegno16_12_14Ha avuto luogo nella mattinata di martedì “Democrazia partecipativa, equilibrio di genere e composizione degli interessi (nella società per azioni)", convegno inserito tra gli eventi del Semestre di Presidenza Italiana del Consiglio dell’Unione europea e ospitato presso la Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri. I lavori sono stati l’occasione per fare il punto insieme alle istituzioni e agli esperti della materia sui risultati conseguiti durante il Semestre, in scadenza, sulla modernizzazione della Corporate governance in Europa. Il convegno conclude il Corso Avanzato di Alta Formazione in "Corporate Governance e parità di genere. Prima applicazione e prospettive", che, d'intesa con il Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio, è stato organizzato dall’Università Europea di Roma nell’ambito di un Progetto di Ricerca di Interesse Nazionale (PRIN) incentrato su “Horizon 2020 e società inclusive” di cui la stessa Università è capofila. LEGGIla sintesi dell'intervento della Prof.ssa Valeria Falce "Corporate governance e parità di genere. Il rinnovato ruolo della trasparenza" Di seguito i materiali proiettati durante i lavori.

    Consulta i materiali del Corso

    16 dicembre 2014
  • "Hidden From Google", i link rimossi tornano dall'oblio. Ma un clone europeo non avrebbe vita facile. Intanto a Bruxelles la riunione tra Garanti e aziende

    Sono passati poco più di due mesi dalla sentenza con la quale la Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha stabilito che il gestore di un motore di ricerca online è responsabile del trattamento dei dati personali che appaiono su pagine web di terzi, dotando così i netizen europei della possibilità di richiedere a Google la rimozione dai risultati di ricerca di link nell'ambito del diritto all'oblio. Dopo aver manifestato la propria "delusione" per la decisione della CGUE, i vertici di Mountain View si sono rimboccati le maniche e, dopo aver messo a disposizione degli utenti un apposito form per le richieste di rimozione (esempio che Microsoft si prepara a seguire con il suo motore di ricerca Bing) e aver aperto una sorta di sondaggio per sapere cosa pensano gli utenti della sentenza, hanno annunciato la creazione di un comitato consultivo di esperti che dovrà aiutare nella valutazione di quali richieste di rimozione debbano essere accolte e quali invece no tra le migliaia che sono piovute su BigG già nelle ore successive al pronunciamento della Corte. Un percorso tutt'altro che pacifico alla luce della serie di diritti fondamentali che entrano in ballo e che sollevano dubbi sull'opportunità di rimettere la valutazione del loro bilanciamento in capo ad un'azienda privata. Ulteriore motivo di dibattito è il fatto che le informazioni rimosse dai motori di ricerca restano online sui siti che le hanno originariamente pubblicate, spesso causando un "effetto Streisand" per i contenuti degli stessi, senza contare le possibilità di rintracciare i link rimossi tramite i servizi che operano al di fuori dei confini dell'Unione Europea. hiddenfromgoogle2Ed è proprio su questi ultimi due versanti che si muove "Hidden From Google", un semplice sito che raccoglie i link rimossi dal motore di ricerca. Messo a punto dallo sviluppatore americano Afaq Tariq, il sito presenta un elenco che si compone grazie alle segnalazioni che arrivano dagli utenti, i quali possono così partecipare in crowdsourcing a quello che viene definito come un "archivio delle azioni di censura". Un'iniziativa che in Italia, come in qualunque altro Stato membro, non sarebbe tuttavia semplice come per Tariq. Nel caso in cui si volesse aprire una omologa raccolta all'interno dei confini del Vecchio Continente, infatti, si potrebbe infatti finire per essere identificati come nuovi titolari di trattamento. Per il cittadino che aveva richiesto la rimozione dei link dai risultati di ricerca di Google si aprirebbe così la possibilità di richiedere all'admin di uno "European Hidden From Google" una nuova rimozione, dal cui diniego potrebbe scaturire una richiesta alla giustizia ordinaria o al Garante Privacy del proprio Paese. Tornando a più generali valutazioni, come era facile prevedere all'indomani della sentenza, dunque, non sembra che le autorità del Vecchio Continente possano esimersi dal mettere a punto un nuovo quadro normativo entro il quale dovrà essere esercitato il diritto all'oblio così come riconosciuto in maggio dalla CGUE; a tal proposito, il Gruppo di Lavoro dei Garanti Privacy europei "Articolo 29" si riunirà a Bruxelles il 24 luglio per discutere proprio di "linee guida coordinate e coerenti sulla gestione dei reclami degli individui che possono essere presentate alle autorità in caso di risposte negative pervenute dai motori di ricerca per la richiesta di rimozione dall'indicizzazione". Al tavolo con le Authority anche i rappresentanti di Google, Bing e Yahoo. LEGGI "Google e diritto all’oblio, Giuseppe Busia (Garante Privacy): 'Stabilito un principio sulla competenza territoriale'. Il Prof. Gambino: 'Richiesta ai motori di ricerca è tutela estrema e subordinata, ma aspetti positivi per tutela delle fragilità' " "Uno, nessuno e centomila: tra reputazione online e diritto all’oblio. Montuori (Garante Privacy): 'Importante capire il diritto alla contestualizzazione dell’informazione' " 23 luglio 2014
  • "La specificità dello sport e la tutela dei vivai nel diritto dell'Unione Europea" - Roma

    Sarà il Salone d'onore del Coni, nella mattina di giovedì 11 dicembre, ad ospitare "La specificità dello sport e la tutela dei vivai nel diritto dell'Unione Europea", evento organizzato nell'ambito del Semestre italiano di presidenza dell’Unione Europea dal Comitato Olimpico Nazionale Italiano in collaborazione con la Presidenza del consiglio dei ministri e co-finanziato dalla Commissione Europea-DG Eac. Dopo i saluti istituzionali, una prima sessione dal titolo "Lo sport nell’ordinamento europeo: un caso di one size fits all?", il cui  scopo sarà quello di fornire il quadro generale di regole e di principi, per approfondire le specificità dello sport rispetto alle regole generali, e le specificità di ciascuno sport rispetto all’altro. La seconda sessione, intitolata "L’Unione europea e la formazione dei giovani atleti", sarà invece incentrata su un esame degli spazi che il diritto UE consente a meccanismi che in qualche modo limitano la circolazione tra gli Stati membri, analizzando le regole UEFA sul “home-grown players” e la possibilità di estensione e adattamento ad altri sport.

    Consulta il programma completo

    invito 11 dicembre L'evento fa seguito al convegno “Lotta al Doping: peculiarità normative e strategie di contrasto. Aspetti giuridici ed operativi", che ha avuto luogo lo scorso 2 dicembre. [caption id="attachment_13110" align="aligncenter" width="556"]gambino_20141202_1481768789 Il Prof. Avv. Alberto Maria Gambino, coordinatore della nuova Rivista di Diritto Sportivo, al convegno del 2 dicembre 2014[/caption]
  • "La specificità dello sport e la tutela dei vivai nel diritto dell'Unione Europea" - Roma, 11 dicembre 2014

    Sarà il Salone d'onore del Coni, nella mattina di giovedì 11 dicembre, ad ospitare "La specificità dello sport e la tutela dei vivai nel diritto dell'Unione Europea", evento organizzato nell'ambito del Semestre italiano di presidenza dell’Unione Europea dal Comitato Olimpico Nazionale Italiano in collaborazione con la Presidenza del consiglio dei ministri e co-finanziato dalla Commissione Europea-DG Eac. Dopo i saluti istituzionali, una prima sessione dal titolo "Lo sport nell’ordinamento europeo: un caso di one size fits all?", il cui  scopo sarà quello di fornire il quadro generale di regole e di principi, per approfondire le specificità dello sport rispetto alle regole generali, e le specificità di ciascuno sport rispetto all’altro. La seconda sessione, intitolata "L’Unione europea e la formazione dei giovani atleti", sarà invece incentrata su un esame degli spazi che il diritto UE consente a meccanismi che in qualche modo limitano la circolazione tra gli Stati membri, analizzando le regole UEFA sul “home-grown players” e la possibilità di estensione e adattamento ad altri sport.

    Consulta il programma completo

    invito 11 dicembre L'evento fa seguito al convegno “Lotta al Doping: peculiarità normative e strategie di contrasto. Aspetti giuridici ed operativi", che ha avuto luogo lo scorso 2 dicembre. [caption id="attachment_13110" align="aligncenter" width="556"]gambino_20141202_1481768789 Il Prof. Avv. Alberto Maria Gambino, coordinatore della nuova Rivista di Diritto Sportivo, al convegno del 2 dicembre 2014[/caption]
  • "Patrimonio culturale digitale. Tra conoscenza e valorizzazione", a Roma il 2 luglio

    In un convegno promosso dall'Accademia Italiana del Codice di Internet si approfondiranno, con l'aiuto di giuristi, esponenti delle istituzioni e delle associazioni, le problematiche e i quesiti aperti sul tema della gestione di documenti e informazioni nel settore pubblico L’esigenza della massima divulgazione della conoscenza e della migliore valorizzazione del patrimonio materiale e digitale di proprietà pubblica comporta l’individuazione di un sistema di licenze d’uso che assicuri il bilanciamento tra i principi di riutilizzo dei dati pubblici e la disciplina in materia di diritto d’autore e di tutela dei dati personali. Questi temi saranno al centro del convegno "Patrimonio culturale digitale: tra conoscenza e valorizzazione", previsto a Roma il 2 luglio 2015. L'evento, che sarà ospitato presso Palazzo Sant'Andrea (Via del Quirinale, 30), è promosso dall'Accademia Italiana del Codice di Internetnell'ambito del Progetto Scientifico PRIN “Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione come strumento di abbattimento delle barriere economiche, sociali e culturali”. Il quadro normativo europeo nel quale si inseriscono i lavori si compone della direttiva 2003/98/CE in materia di Public Sector Information (PSI), recentemente modificata dalla direttiva 2013/37/UE, che ne estende gli ambiti alle risorse digitali di Archivi, Biblioteche e Musei, in corso di recepimento da parte del nostro ordinamento e, in ambito nazionale, del Codice dell’Amministrazione Digitale (D.Lgs 82/2005), come modificato dall’articolo 9 del decreto legge n. 179/2012, cd. Decreto Crescita 2.0, convertito con legge n. 221/2012, che ha sancito il principio dell’Open Data by default. Locandina 2 luglio 2015 Dopo l'apertura affidata a Marina Giannetto (Sovrintendente dell’Archivio storico della Presidenza della Repubblica), l'introduzione di Alberto M. Gambino (Presidente dell’Accademia e Ordinario di Diritto privato nell'Università Europea di Roma) e le relazioni di Gustavo Ghidini (Università degli Studi di Milano, Università LUISS Guido Carli), Giuseppe Piperata (Associato di Diritto amministrativo presso l'IUAV di Venezia) e Antonia Pasqua Recchia (Segretario Generale presso il Ministero dei Beni e della Attività culturali e del Turismo). Le conclusioni saranno curate da Angelo Rughetti, Sottosegretario per la Semplificazione e Pubblica Amministrazione. Sarà così la volta di una tavola rotonda moderata dal giornalista de Il Sole 24 Ore Antonello Cherchi e animata dagli interventi di Valentina Grippo (Accademia Italiana del Codice di Internet), Roberta Guizzi (Servizio Giuridico dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni), Andrea Marcucci (Commissione Istruzione pubblica, beni culturali del Senato), Flavia Piccoli Nardelli (Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati), Marco Pierani (Altroconsumo), Riccardo Pozzo (Dipartimento Scienze Umane e Sociali, Patrimonio Culturale del Consiglio Nazionale delle Ricerche), Eugenio Prosperetti (Tavolo Permanente per l’Innovazione e l’Agenda Digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri), Roberto Rampi (Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati) e Ferdinando Tozzi (Comitato consultivo Permanente per il Diritto d’Autore). A concludere Silvia Costa, presidente della Commissione Cultura dell'Unione Europea. È stato richiesto l’accredito per la formazione continua degli Avvocati e dei Commercialisti.

    La partecipazione è libera fino ad esaurimento posti.

    È necessario accreditarsi entro e non oltre il 25 giugno 2015 inviando una email con nome, cognome, luogo e data di nascita all'indirizzo di posta elettronica Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

  • "Senza tariffe di roaming 300 milioni di clienti in più per gli operatori europei". I risultati di uno studio della Commissione

    Il 94% degli utenti di Internet europei riduce l'utilizzo di piattaforme online e social network quando viaggia all'interno dell'Unione a causa delle tariffe applicate sul roaming internazionale, con le società di telecomunicazioni che si starebbero lasciando sfuggire un mercato di circa 300 milioni di utenti a causa delle attuali politiche dei prezzi, con effetti negativi per altre imprese, come quelle che producono app. A rivelarlo è un sondaggio condotto da Eurobarometro su 28mila cittadini. Mentre si espande rapidamente l’uso del cellulare nel proprio paese, soprattutto per collegarsi alla rete, secondo i risultati dell’indagine a causa dei prezzi del roaming:
    • il 47% degli utenti non userebbe mai il cellulare per collegarsi a internet in un altro paese dell’UE;
    • solo 1 utente su 10 consulterebbe le e-mail come se fosse a casa;
    • più di un quarto degli utenti semplicemente spegne il cellulare quando viaggia all’interno dell’UE;
    • milioni di persone inviano SMS, invece di spendere per telefonare.
      Mentre l’economia europea delle app è in piena espansione, i costi del roaming a detta della Commissione sarebbero un freno per questo nuovo settore, danneggiando in particolare le applicazioni che riguardano le guide di viaggio, le mappe e le foto. E i consumatori riducono l’uso del cellulare non soltanto quando sono all’estero: anche nel suo stesso paese il 70% degli utenti che telefona in altri Stati dell’UE limita le chiamate a causa dei costi. Telefonare nell’UE L’indagine commissionata dalla Commissione europea rivela che il 28% di coloro che viaggiano nell’UE spegne il telefono cellulare quando si reca in un altro paese. Soltanto l’8% dei viaggiatori chiama con il cellulare all’estero usandolo come se fosse a casa, mentre 3 utenti su 10 non usano mai il cellulare quando sono in viaggio in un altro paese. Meglio un SMS che una telefonata Quando si trovano all’estero, le persone che inviano SMS sono un po’ più numerose di quelle che telefonano: 2 su 10 inviano SMS come se fossero nel loro paese. L’indagine denuncia che un quarto dei viaggiatori non invia mai SMS quando si reca in un altro paese dell’UE. All’estero la connessione a internet dal cellulare viene disattivata Le cifre relative alla connessione a Internet con il cellulare all’estero sono ancora più incisive. Il 47% degli intervistati, cioè la maggioranza, non userebbe mai il cellulare per leggere le e-mail e andare su internet in un altro paese dell’UE; soltanto 1 utente su 10 consulterebbe le e-mail come se fosse nel suo paese e soltanto 1 su 20 utilizzerebbe i media sociali come se fosse a casa. Inoltre, rispetto ai viaggiatori occasionali (16%), è più probabile che proprio i viaggiatori abituali (33%) disattivino il traffico dati del cellulare quando sono in roaming. L’indagine giustifica questo divario così ampio con il fatto che i viaggiatori più assidui sono meglio informati sui costi reali del traffico dati in roaming in Europa rispetto a coloro che viaggiano meno spesso. Eppure, grazie ai regolamenti in vigore in materia di roaming e a prezzi più bassi, in tutta l’UE abbiamo assistito, a partire dal 2008, a un incremento sorprendente dell’uso del traffico dati in roaming pari al 1.500%. Tenendo conto del fatto che anche nei paesi di origine si assiste a una crescita della diffusione e dell’uso dei servizi di traffico dati, preoccupa il fatto che molti utenti riducano l’uso di tali servizi, il che dimostra che si sta sprecando un’opportunità di crescita per l’emergente economia delle app e per gli operatori di telefonia mobile. Servizi di telecomunicazione nell’UE accessibili a tutti Il tema è al centro della proposta legislativa della Commissione per un Continente connesso (MEMO/13/779), nella quale si chiede ai legislatori dell’UE di realizzare un mercato unico della telefonia e della navigazione su Internet. L’obiettivo è escogitare una combinazione di incentivi di mercato e di obblighi normativi che induca gli operatori della telefonia mobile a estendere le offerte e i piani tariffari nazionali per permettere ai loro clienti, entro il 2016, di utilizzare il cellulare o lo smartphone in tutti i paesi dell’UE alle tariffe nazionali (“parla ovunque come a casa”). La normativa adottata nel 2012 prevede che i clienti abbiano anche diritto, a partire da luglio 2014, ad abbandonare il loro operatore nazionale quando vanno all’estero per passare o a un operatore del paese visitato che offre servizi di roaming meno costosi, o a un fornitore di roaming concorrente del paese di origine, senza cambiare la scheda SIM. “Le cifre dello studio - commenta Neelie Kroes, Vicepresidente della Commissione europea - sono francamente impressionanti. È evidente che dobbiamo completare l’opera eliminando i costi del roaming. I consumatori riducono all’osso l’uso del cellulare, comportamento che non ha alcun senso nemmeno dal punto di vista delle compagnie telefoniche. Non è soltanto un braccio di ferro tra vacanzieri e società di telecomunicazioni - ha proseguito - perché gravando milioni di imprese di costi supplementari e facendo perdere profitti alle società che producono app, il roaming non ha senso in un mercato unico, è una follia a livello economico”. Foto in home page: Adnkronos.it 17 febbraio 2014
  • Antitrust e chip per smart card, la Commissione europea multa Infineon, Philips e Samsung per 138 milioni di euro

    È la violazione delle norme europee che vietano gli accordi di mercato orientati a creare cartelli alla base delle sanzioni che la Commissione Europea ha comminato ai produttori di chip per smart card Infineon, Philips, Samsung and Renesas (joint venture tra Hitachi and Mitshubishi). Al termine di un'indagine antritrust aperta nel 2008 alle aziende sono state elevate multe per oltre 138 milioni complessivi, ripartiti come nella tabella che segue. AntitrustFines Lo "zero" nella casella corrispondente a Renesas è dovuto alla piena immunità concessa all'azienda per aver rivelato l'esistenza dell'accordo; in sostanza, spiega la Commissione, tra il settembre 2003 e il settembre 2005 le compagnie avrebbero intrattenuto contatti bilaterali con lo scopo di determinare le rispettive risposte alle richieste dei clienti su prezzi più bassi, avrebbero discusso e scambiato informazioni commerciali sensibili su prezzi, clienti, trattative contrattuali, capacità di produzione e uso dei rispettivi impianti. Il vicepresidente della Commissione responsabile della politica sulla concorrenza Joaquín Almunia ha affermato: “In quest'era digitale i chip per smart card sono utilizzati da quasi tutti, sia nei telefoni cellulari che nelle carte di credito o nei passaporti. Pertanto è fondamentale che le aziende produttrici concentrino i loro sforzi su come superare la concorrenza innovando e fornendo i migliori prodotti ai prezzi più convenienti. Se invece le imprese scelgono di accordarsi, a scapito sia dei clienti che dei consumatori finali, devono aspettarsi sanzioni”. I soggetti e le imprese danneggiate da tali pratiche possono ora adire i tribunali degli Stati membri per richiedere il risarcimento dei danni. 3 settembre 2014
  • Antitrust Ue: la Commissione invia una comunicazione degli addebiti a Google sui servizi di acquisti comparativi e apre un'indagine formale su Android. Mountain View: "Pronti a sostenere le nostre ragioni. Android ha contribuito a portare maggiore scelta e innovazione nel mobile come mai prima"

    La Commissione europea ha inviato a Google una comunicazione degli addebiti riguardante un presunto abuso di posizione dominante da parte dell'azienda sui mercati dei servizi generali di ricerca online nello Spazio economico europeo (SEE). "Google - afferma la Commissione in una nota - favorirebbe sistematicamente il proprio prodotto per gli acquisti comparativi nelle sue pagine generali che mostrano i risultati delle ricerche. In via preliminare la Commissione ritiene che tale comportamento violi le norme antitrust dell'UE limitando la concorrenza e danneggiando i consumatori". L'invio della comunicazione degli addebiti non incide sull'esito dell'indagine. La Commissione ha inoltre formalmente avviato un'indagine antitrust distinta sul comportamento di Google relativo al sistema operativo mobile Android. "L'indagine - spiega Bruxelles - rivelerà se Google abbia concluso accordi anticoncorrenziali o se abbia abusato di un'eventuale posizione dominante nel campo dei servizi operativi, applicazioni e servizi per i dispositivi mobili intelligenti". Il Commissario europeo per la politica di concorrenza Margrethe Vestager ha dichiarato: "Obiettivo della Commissione è applicare le norme antitrust dell'UE per garantire che le imprese operanti in Europa, ovunque si trovi la loro sede, non privino i consumatori europei della più ampia scelta possibile o non limitino l'innovazione. Nel caso di Google, sono preoccupata che l'impresa abbia accordato un vantaggio sleale al proprio servizio di acquisti comparativi in violazione delle norme antitrust europee. Google ha ora l'opportunità di convincere la Commissione del contrario. Tuttavia, se l'indagine dovesse confermare i nostri timori, Google dovrebbe affrontare le conseguenze giuridiche e cambiare il suo modo di operare in Europa. Ho inoltre avviato un'indagine formale antitrust sulla condotta di Google relativa a sistemi operativi, applicazioni e servizi mobili. Smartphone, tablet e dispositivi analoghi rivestono un ruolo sempre più importante nella vita quotidiana di molte persone, e voglio essere certa che i mercati in questo settore possano svilupparsi senza alcuna restrizione anti-concorrenziale imposta da qualche azienda". A titolo preliminare, la Commissione ritiene che Google debba accordare lo stesso trattamento ai propri servizi di acquisto comparativo e a quelli dei concorrenti. La società ha ora l'opportunità di rispondere entro dieci settimane agli addebiti della Commissione e di chiedere un'audizione formale. A parere della Commissione, nel complesso le precedenti proposte di impegni presentate da Google non erano sufficienti a dissipare le preoccupazioni in materia di concorrenza. Sul fronte Android, la maggior parte dei produttori di smartphone e di tablet usano il sistema operativo in combinazione con una serie di applicazioni e servizi proprietari di Google: essi stipulano così accordi con Google per ottenere il diritto di installarne le applicazioni sui loro dispositivi Android. "L'indagine approfondita della Commissione esaminerà se Google abbia violato le norme antitrust dell'UE impedendo lo sviluppo e l'accesso al mercato di sistemi operativi, applicazioni e servizi mobili concorrenti, a danno dei consumatori e delle società di sviluppo di servizi e prodotti innovativi". Mountain View - La reazione della compagnia californiana non si è fatta attendere ed è stata affidata a due post sul blog ufficiale. Nel primo, firmato da Amit Singhal, Senior Vice President di Google Search, si sottolinea come già nel 2010, al momento dell'acquisizione del fornitore di servizi di ricerca di voli ITA, "svariate aziende che si occupano di viaggi online (come Expedia, Kayak e Travelocity) avevano intrapreso, senza successo, azioni di lobby con i regolatori negli Stati Uniti e nell’Unione Europea per bloccare l’operazione, sostenendo che la nostra capacità di mostrare direttamente opzioni dei voli avrebbe tolto loro traffico e danneggiato la concorrenza online. Quattro anni dopo, è chiaro che le loro ipotesi di danni si sono rivelate non vere. Come ha recentemente fatto notare il Washington Post, Expedia, Orbitz, Priceline e Travelocity costituiscono oggi il 95% del mercato dei viaggi online in US. La situazione in Europa è simile". A dimostrazione di tale tesi viene fornito un grafico relativo ai siti di viaggi tedeschi: [caption id="attachment_16005" align="aligncenter" width="650"]Source: ComScore MMX and Google data (for Google), desktop traffic, unique visitors (‘000s) Source: ComScore MMX and Google data (for Google), desktop traffic, unique visitors (‘000s)[/caption] "Per quanto Google possa essere il motore di ricerca più usato - prosegue il post - le persone oggi possono trovare e accedere alle informazioni in molti modi diversi ed è provato che le pretese di danni ai consumatori e ai concorrenti non centrano il bersaglio. Le persone oggi hanno più scelte di quante ne abbiano mai avute in passato". "Se guardate allo shopping - un’area sulla quale ci sono state molte denunce e su cui la stampa ha ampiamente suggerito che la Commissione Europea si sarebbe focalizzata nel suo Statement of Objection - è chiaro che c’è molta concorrenza (anche da parte di Amazon e eBay, due dei più grandi siti di shopping del mondo) e il servizio Google Shopping non ha danneggiato la concorrenza". Altri tre grafici sono portati a sostegno di questo punto di vista: [gallery ids="16007,16006,16008"]   "Qualunque economista - afferma Singhal - vi direbbe che non si vede molta innovazione, né nuovi attori o investimenti in settori nei quali la concorrenza è stagnante, o in settori che sono dominati da un unico attore. E invece questo è esattamente quello che sta succedendo nel nostro mondo. Zalando, il sito tedesco di shopping, si è quotato nel 2014, con una delle IPO di aziende tech più grandi che ci siano mai state in Europa. Aziende come Facebook, Pinterest e Amazon hanno investito su propri servizi di ricerca e motori di ricerca come Quixey, DuckDuckGo e Qwant hanno attratto nuovi finanziamenti. Assistiamo all’innovazione nella ricerca vocale e alla crescita degli assistenti di ricerca - e altro arriverà. E’ per questo che, rispettosamente ma con determinazione, dissentiamo dalla necessità di emettere uno Statement of Objection e siamo pronti a sostenere le nostre ragioni nelle prossime settimane". Per quanto attiene il mobile, "oggi, 7 minuti su 8 spesi su mobile sono spesi all’interno delle app. In altre parole, le persone si rivolgono a qualsiasi sito o app che risulti più utile e non devono affrontare nessun ostacolo né alcun costo per passare da uno all’altro. Yelp, per esempio, ha dichiarato agli investitori che ottiene più del 40% del traffico direttamente dalla propria app mobile. Insomma, per quanto in qualche modo possa essere lusinghiero venire definiti dei ‘gatekeeper’, i fatti non lo avvalorano". Nel secondo post Hiroshi Lockheimer, VP of Engineering di Android, afferma così che il robottino verde "ha contribuito a portare maggiore scelta e innovazione nel mobile come mai prima". "Android è stato un attore chiave per incentivare concorrenza e scelta, portando ad una riduzione dei prezzi e offrendo maggiore scelta a chiunque. La Commissione Europea ha posto delle domande sui nostri accordi di partnership. E’ importante ricordare che questi avvengono su base volontaria e, lo ricordiamo ancora una volta, si può usare Android senza Google fornendo ugualmente benefici agli utenti Android, agli sviluppatori e all’ecosistema in generale". "Siamo grati per il successo riscosso da Android e comprendiamo bene che con il successo arriva anche lo scrutinio - conclude Lockheimer - ma non è solo Google ad aver beneficiato del successo di Android. Il modello Android ha portato i produttori a competere sulle loro innovazioni uniche. Gli sviluppatori oggi possono raggiungere vasti pubblici e costituire business solidi. I consumatori hanno una scelta senza precedenti, a prezzi sempre più bassi. Attendiamo di discutere queste temi in maggiore dettaglio con la Commissione Europea nel corso dei prossimi mesi". 15 aprile 2015
  • Automobili connesse, dall'Europa l'ok agli standard. I primi modelli in strada nel 2015?

    "Immaginate di guidare su un lungo tragitto e, ad un certo punto, essere avvisati di un incidente alla svolta successiva grazie ad un messaggio sul parabrezza. Tutto questo potrebbe essere realtà a breve". È così che l'Unione Europea annuncia l'approvazione degli standard in materia di automobili connesse. I due enti incaricati di mettere a punto i pacchetti di norme relativi a questo insieme di tecnologie, ETSI e CEN, hanno infatti completato il lavoro richiesto loro dalla Commissione europea e dichiarano che i primi modelli di automobili connesse potrebbero finire sulle strade del Vecchio Continente già nel 2015. "Con mezzi connessi tra loro e con le infrastrutture - dichiara senza nascondere la propria soddisfazione Neelie Kroes, vice presidente della Commissione responsabile dell'attuazione dell'Agenda Digitale Continentale - abbiamo la possibilità di garantire una sempre maggiore sicurezza stradale e una migliore gestione dei flussi di spostamento". Dal 2002 ad oggi l'UE ha investito circa 180 milioni di euro per lo sviluppo di un sistema che, prevedono da Bruxelles, garantirà una nuova fase di crescita per un mercato cruciale come quello dell'automobile, che in Europa dà lavoro a 13 milioni di persone. 13 febbraio 2014
  • Avvocato generale Ue: lo Stato può autorizzare biblioteche a digitalizzare opere senza autorizzazione titolari di diritto. Con alcuni paletti

    A suo parere la direttiva sul diritto d’autore non consente agli Stati membri di autorizzare gli utenti a stoccare su una chiave USB l’opera digitalizzata dalla biblioteca ma non impedisce, in linea di principio, di effettuare una stampa dell’opera stessa a titolo di copia privata Uno Stato membro può autorizzare le biblioteche a digitalizzare, senza l’accordo dei titolari dei relativi diritti d’autore, opere da essa detenute nella propria collezione per proporle su posti di lettura elettronica. È quanto afferma l'avvocato generale della Corte di Giustizia Europea Niilo Jääskinen. In virtù della direttiva sul diritto d’autore (Direttiva 2001/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2001, sull'armonizzazione di taluni aspetti del diritto d'autore e dei diritti connessi nella società dell'informazione - GU L 167, pag. 10), gli Stati membri devono riconoscere agli autori il diritto esclusivo di autorizzare o vietare la riproduzione e la comunicazione al pubblico delle loro opere. Tuttavia, la direttiva consente agli Stati membri di prevedere talune eccezioni o limitazioni a tale diritto. Una facoltà di tal genere sussiste, in particolare, per le biblioteche accessibili al pubblico (biblioteche non volte al perseguimento di alcun vantaggio commerciale o economico; tale facoltà si applica, alle stesse condizioni, agli istituti di insegnamento, ai musei e agli archivi) le quali, a fini di ricerca o di studi privati, mettono a disposizione degli utenti, per mezzo di terminali specializzati, le opere della loro collezione. Nella specie, il Bundesgerichtshof (Corte federale di giustizia tedesca) ha chiesto alla Corte di giustizia di precisare la portata di tale facoltà di cui la Germania si è avvalsa. Il Bundesgerichtshof era stato chiamato a pronunciarsi su una controversia sorta tra l’università tecnica di Darmstadt (Technische Universität Darmstadt) ed una casa editrice tedesca, la Eugen Ulmer KG. La casa editrice cercava di impedire che l’università digitalizzi un’opera che essa detiene nel proprio fondo bibliotecario e edita dalla Eugen Ulmer e che gli utenti della biblioteca possano procedere, da posti di lettura elettronica istituiti nella biblioteca stessa, alla stampa dell’opera ovvero al suo stoccaggio su una chiave USB e/o a portare tali riproduzioni al di fuori della biblioteca. L’università ha infatti digitalizzato il libro, proponendolo sulle sue postazioni di lettura elettronica. Essa aveva rifiutato l’offerta della casa editrice di acquisire e di utilizzare sotto forma di eBook i manuali da essa editi. Nelle conclusioni odierne, l’avvocato generale Niilo Jääskinen considera anzitutto che, ancorché il titolare dei diritti d’autore offra ad una biblioteca di concludere a condizioni adeguate contratti di licenza di utilizzazione delle proprie opere, la biblioteca possa avvalersi dell’eccezione prevista a favore dei terminali dedicati. A parere dell’avvocato generale Jääskinen, la biblioteca non può più avvalersi di tale eccezione solamente qualora un contratto di tal genere sia stato già concluso. Inoltre, l’avvocato generale conclude che la direttiva non osta a che gli Stati membri concedano alle biblioteche il diritto di digitalizzare le opere della loro collezione, ove la messa a disposizione del pubblico per mezzo di terminali dedicati lo richieda. Ciò può avvenire qualora occorra proteggere gli originali delle opere che, pur essendo ancora coperte dal diritto d’autore, siano antiche, fragili o rare. Ciò può avvenire parimenti nel caso in cui l’opera di cui trattasi sia consultata da un elevato numero di studenti e che le copie rischierebbero di provocare un’usura sproporzionata. L’avvocato generale Jääskinen precisa tuttavia che la direttiva consente non una digitalizzazione globale di una collezione, bensì unicamente la digitalizzazione di opere individuali. In particolare, non si deve ricorrere alla possibilità di utilizzare terminali dedicati quando ciò sia unicamente diretto ad evitare l’acquisto di un sufficiente numero di copie fisiche dell’opera. Infine, l’avvocato generale Jääskinen ritiene che la direttiva non consenta agli utenti dei terminali dedicati di stoccare su una chiave USB le opere messe a loro disposizione. Egli rileva, segnatamente, che in favore dei terminali dedicati è prevista principalmente un’eccezione al diritto esclusivo di comunicazione del titolare dei diritti d’autore. A parere dell’avvocato generale, la nozione di comunicazione esclude dall’ambito di tale eccezione, la possibilità di registrare l’opera su una chiave USB, in quanto in tal caso non si tratta di una comunicazione da parte della biblioteca, bensì della creazione di una copia digitale privata da parte dell’utente. Peraltro, tale riproduzione non è necessaria per preservare l’effetto utile dell’eccezione, anche quando risulti utile all’utente. Inoltre, l’eccezione di cui trattasi non può ricomprendere l’atto con cui la biblioteca renda accessibile all’utente una copia digitale affinché quest’ultimo possa creare ulteriormente una riproduzione e conservarla su una chiave USB. L’avvocato generale, pur ritenendo che l’eccezione prevista a favore dei terminali dedicati non ricomprenda neppure la stampa su carta, osserva che la stampa di un’opera accessibile su terminali dedicati può essere ricompresa in altre eccezioni previste dalla direttiva, quali, in particolare, l’eccezione della copia privata. A tal riguardo, l’avvocato generale non ravvisa alcuna differenza tra una fotocopia di pagine di un’opera fisicamente presente nei fondi della biblioteca e la stampa di pagine di una copia digitale. Il rischio di una distribuzione illecita diffusa, presente nel caso di copie digitali, non esiste nel caso di stampa su carta. Immagine in home page: Sicilia24h.it 5 giugno 2014
  • Break-up dei motori di ricerca: il voto simbolico e i pericoli di una misura eccezionale

    "L'organo politico non ha il potere di far rispettare un break-up, ma è un chiaro messaggio ai regolatori europei: bisogna essere inflessibili con Google". È così che la BBC riassume il significato del voto con il quale l'Europarlamento ha approvato una risoluzione non vincolante con la quale si prevede la separazione delle attività dei motori di ricerca da quelle commerciali, con l'obiettivo, a detta dei sostenitori del provvedimento, di favorire la concorrenza nel settore. "Simbolico" è il termine scelto anche dal New York Times, che in un articolo di James Kanter indica nel "risentimento europeo verso il gigante tecnologico americano" il frame entro il quale leggere la vicenda, una chiave interpretativa che fa il paio con quanto sottolineato dal Financial Times: "È una risoluzione sdentata ma arriva al termine di una settimana torrida per Google in Europa e in coincidenza con le richieste franco-tedesche di approfondire il ruolo degli Over the top americani nel mercato dell'Unione per la messa a punto di misure antitrust in grado di garantire parità di condizioni agli operatori del Vecchio continente". LEGGI Digital Single Market, il Prof. Gambino (IAIC): “Cautela nella separazione tra motori di ricerca e servizi commerciali. L’unbundling priva l’Europa di competitività” "Chi ha paura del grande e cattivo motore di ricerca?", domanda l'Economist parlando di una Googlefobia dell'Europarlamento e chiosando che "Google è chiaramente in posizione dominante, ma l'abuso di tale posizione è un altro paio di maniche. E molti degli strumenti che il motore di ricerca mette a disposizione e che ledono gli interessi dei suoi concorrenti garantiscono un beneficio agli utenti-consumatori. Inoltre, gli utenti hanno una sostanziale libertà di passare da un servizio all'altro, e per quanto sia forte un effetto di rete esso è comunque temporaneo e flessibile. Più in generale, l'atteggiamento nelle regolazioni antitrust nel mondo online dovrebbe essere meno rigido rispetto a quello offline, perché nei nuovi spazi le barriere all'ingresso nel mercato sono minori e le acquisizioni dei nuovi soggetti da parte dei grandi operatori è una dinamica che favorisce una sempre maggiore fioritura di start up. I monopoli in ambito tecnologico non sono eterni e le dinamiche innescate dal mobile e dai nuovi sistemi di ricerca mediati dai social network lo stanno già dimostrando". E se per Lucio Scudiero "Google avrebbe tutte le ragioni legali per opporsi alle richieste di separazioni coatte", Mario Mariniello di Bruegel mette in evidenza che "la proposta ha un difetto fondamentale: affronta la questione dal punto di vista dei concorrenti di Google e non di quello degli utenti finali. Dell'unbundling beneficerebbero solo i primi. Inoltre, il messaggio inviato ad ogni azienda Google-like sarebbe che il proprio business un giorno potrebbe essere improvvisamente interrotto". La presa di posizione del Parlamento non sembra tuttavia impressionare il Commissario Ue alla Digital Economy Günther Oettinger, il quale ha espresso la sua contrarietà all'ipotesi di scorporo definendo una tale misura più adatta ad un'economia pianificata che a una di mercato. "È importante notare che l'applicazione della legge dell'antitrust Ue deve restare indipendente dalla politica", ha invece tuonato il portavoce del commissario alla Concorrenza Margarethe Vestager, aggiungendo che "è obbligo della Commissione rispettare i diritti di tutte le parti e restare neutrale e giusta: questi sono valori cruciali della legge sulla Concorrenza". Di sicuro c'è che la mossa dell'Europarlamento non è stata affatto apprezzata oltreoceano; già nelle ore precedenti al voto feroci polemiche erano state sollevate da esponenti politici e associazioni statunitensi in un clima di alta tensione che non impedisce analisi puntuali come quella proposta a caldo da Stefano Riela della Tarxies Consulting: "Il Parlamento invita la Commissione ad un'applicazione decisa delle norme della concorrenza. Nella forma è irrituale l'intromissione del Parlamento in un caso ancora aperto. Nella sostanza, forse in passato la Commissione si è dimostrata poco decisa nell’applicare le norme antitrust o c'è rischio di debolezza con il caso Google?", prima di sottolineare che nella risoluzione "non si spiega se la separazione debba essere funzionale, strutturale o proprietaria ma, se deve essere un intervento risolutivo valido nel lungo periodo, non può che trattarsi di una separazione proprietaria. Quindi la Commissione, grazie ad una base giuridica creata ad hoc, dovrebbe intervenire con una scure in virtù del fatto che il motore di ricerca di Google sia un essential facility, con una rilevanza superiore a quella che ha la rete ferroviaria e la rete di telefonia; mercati in cui, nonostante palesi violazioni della concorrenza, nessun regolamento ha mai imposto una separazione societaria". 28 novembre 2014
  • Brevetti e posizioni dominanti: l'azione inibitoria proposta dal titolare nei confronti di un presunto contraffattore può, a certe condizioni, costituire un abuso

    L’azione inibitoria proposta nei confronti di un presunto contraffattore dal titolare di un brevetto essenziale per l’applicazione di una norma tecnica e che si trovi in posizione dominante può, a certe condizioni, costituire un abuso di posizione dominante. È quanto ha stabilito la Corte di giustizia dell'Unione Europea in una sentenza nella quale si afferma che il titolare del brevetto, che si sia in precedenza impegnato a concedere a terzi una licenza a condizioni eque, ragionevoli e non discriminatorie, deve, prima di esperire l’azione per la cessazione del pregiudizio arrecato al suo brevetto o per il richiamo dei prodotti fabbricati utilizzando tale brevetto, trasmettere al presunto contraffattore una proposta concreta di licenza. Il diritto dell’Unione mira a garantire l’esercizio dei diritti esclusivi collegati a un diritto di proprietà intellettuale, quale un brevetto, preservando al contempo il libero gioco della concorrenza. Per quanto riguarda i rapporti tra tali due obiettivi, la Corte ha già precisato che l’esercizio di tali diritti esclusivi (come il diritto di esperire un’azione per contraffazione) fa parte delle prerogative del titolare, con la conseguenza che tale esercizio, quand’anche provenga da un’impresa in posizione dominante, non può costituire di per sé un abuso. È solo in circostanze eccezionali che l’esercizio del diritto esclusivo può dare luogo a un abuso di posizione dominante, come già stabilito in una sentenza della Corte del 29 aprile 2004. La fattispecie in esame presenta tuttavia alcune peculiarità rispetto a tale giurisprudenza. Da un lato, essa riguarda un brevetto essenziale ai fini dell’applicazione di una norma tecnica (BEN), vale a dire un brevetto il cui sfruttamento è indispensabile per ogni concorrente che intenda fabbricare prodotti conformi alla norma tecnica cui esso è collegato (norma tecnica che è stabilita da un organismo di normalizzazione). Dall’altro lato, il brevetto ha ottenuto lo status di BEN soltanto perché il suo titolare ha dichiarato dinanzi all’organismo di normalizzazione la sua irrevocabile disponibilità ad accordare a terzi licenze a condizioni FRAND (Fair, Reasonable and Non-Discriminatory), vale a dire a condizioni eque, ragionevoli e non discriminatorie. La Huawei Technologies, una società di dimensioni mondiali attiva nel settore delle telecomunicazioni, è titolare di un brevetto europeo intitolato Procedura e impianto per la creazione di un segnale di sincronizzazione in un sistema di comunicazione e rilasciato nella Repubblica federale di Germania, notificato quale brevetto essenziale ai fini dell’applicazione della norma tecnica Long Term Evolution allo European Telecommunication Standards Institute (ETSI, organismo il cui scopo è quello di creare norme tecniche adeguate agli obiettivi tecnici del settore europeo delle telecomunicazioni e di ridurre il rischio, per sé stesso, i suoi membri e i terzi che applicano le sue norme tecniche, che investimenti destinati all’elaborazione, all’adozione e all’applicazione di tali norme vadano perduti a causa dell’indisponibilità della proprietà intellettuale essenziale per l’applicazione di dette norme tecniche). In occasione della notifica all'ETSI, la Huawei si è impegnata a concedere a terzi licenze a condizioni FRAND. La Huawei ha tuttavia adito il Landgericht Düsseldorf (tribunale regionale di Düsseldorf, in Germania) con un’azione per contraffazione contro due società del gruppo internazionale ZTE. Tale gruppo commercializza in Germania prodotti funzionanti sulla base della norma tecnica Long Term Evolution, in tal modo sfruttando il brevetto della Huawei senza tuttavia versarle alcun corrispettivo. Mediante la sua azione, la Huawei ha chiesto la cessazione della contraffazione, il richiamo dei prodotti, la presentazione di dati contabili, nonché il risarcimento dei danni. In precedenza, la Huawei e la ZTE avevano avviato discussioni sulla contraffazione e sulla possibilità di concludere un contratto di licenza a condizioni FRAND, senza tuttavia pervenire a un accordo. Il Landgericht, da parte sua, ha chiesto alla Corte di giustizia di precisare a quali condizioni la proposizione di un’azione per contraffazione da parte di un’impresa in posizione dominante, come la Huawei, costituisca un abuso di tale posizione (secondo il tribunale tedesco le parti non hanno contestato che la Huawei occupi una posizione dominante. Pertanto, le questioni sollevate si riferiscono unicamente all’esistenza di un abuso). Nella sua sentenza, la Corte distingue innanzitutto le azioni inibitorie o per il richiamo di prodotti da quelle volte ad ottenere la presentazione di dati contabili e il risarcimento dei danni. Per quanto riguarda il primo tipo di azioni, la Corte dichiara che il titolare di un brevetto essenziale ai fini dell’applicazione di una norma tecnica stabilita da un organismo di normalizzazione, che si sia irrevocabilmente impegnato nei confronti di tale organismo a concedere a terzi una licenza a condizioni FRAND, non abusa della sua posizione dominante quando esperisce un’azione per contraffazione volta alla cessazione del pregiudizio arrecato al suo brevetto o al richiamo dei prodotti per la fabbricazione dei quali sia stato utilizzato tale brevetto, laddove: ‒ prima di esperire l’azione, da un lato, abbia avvertito il presunto contraffattore della contraffazione addebitatagli, indicando il brevetto interessato e specificando il modo in cui esso è stato contraffatto, e, dall’altro, abbia trasmesso a tale contraffattore, dopo che quest’ultimo ha espresso la sua volontà di stipulare un contratto di licenza a condizioni FRAND, una proposta di licenza concreta e scritta alle suddette condizioni, specificando il corrispettivo e le sue modalità di calcolo, e ‒ il presunto contraffattore, continuando a sfruttare il brevetto, non abbia dato seguito a tale proposta con diligenza, conformemente agli usi commerciali riconosciuti in materia e in buona fede, circostanza che deve essere determinata sulla base di elementi obiettivi ed implica in particolare l’assenza di ogni tattica dilatoria. La Corte dichiara che il presunto contraffattore, non avendo accettato la proposta del titolare del BEN, può eccepire il carattere abusivo di un’azione inibitoria o per richiamo di prodotti soltanto qualora sottoponga al titolare del BEN, entro un breve termine e per iscritto, una controproposta concreta rispondente alle condizioni FRAND. Per quanto riguarda le azioni per ottenere la presentazione di dati contabili o il risarcimento dei danni, la Corte dichiara che, in circostanze come quelle in esame, il divieto di abuso di posizione dominante non impedisce a un’impresa in posizione dominante e titolare di un brevetto essenziale ai fini dell’applicazione di una norma tecnica stabilita da un organismo di normalizzazione, che si è impegnata dinanzi a tale organismo a concedere in licenza a condizioni FRAND, di esperire un’azione per contraffazione contro il presunto contraffattore del suo brevetto volta ad ottenere dati contabili relativi ai precedenti atti di sfruttamento di tale brevetto o il risarcimento dei danni derivanti da tali atti. Tali azioni non hanno conseguenze dirette sull’immissione o sul mantenimento nel mercato di prodotti conformi alla norma tecnica fabbricati da concorrenti. 17 luglio 2015
  • CGUE su vendita successiva di opera d'arte: il costo del diritto può essere sostenuto sia dal venditore che dall’acquirente

    Il costo del diritto che dev’essere versato all’autore in occasione delle vendite successive di un’opera d’arte da parte di un professionista può essere sostenuto in definitiva sia dal venditore sia dall’acquirente. A stabilirlo è una recente Sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea; sebbene, secondo il diritto dell’Unione, il debitore del diritto sulle successive vendite sia in linea di principio il venditore, gli Stati membri sono liberi di definire un altro soggetto tra i professionisti contemplati dalla direttiva 2001/84. Il diritto sulle successive vendite è definito, nella Direttiva 2001/84/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 settembre 2001 (GU L 272, pag. 32), come il diritto dell’autore di un’opera d’arte originale di percepire una percentuale sul prezzo ottenuto per ogni vendita successiva alla prima. Tale diritto si applica a tutte le vendite successive che comportano l’intervento, in qualità di venditori, acquirenti o intermediari, di professionisti del mercato dell’arte (case d’asta, gallerie d’arte e, in generale, commercianti di opere d’arte). Il caso esaminato dalla Corte vedeva coinvolta la Christie’s France, controllata francese della multinazionale Christie’s, soggetto che organizza regolarmente vendite all’asta di opere d’arte. Alcune di queste vendite comportano la riscossione di un diritto sulle successive vendite. Le condizioni generali di vendita della Christie’s France prevedono che, per alcuni lotti indicati nel suo catalogo, essa percepisca da parte dell’acquirente, a nome e per conto del venditore, la somma corrispondente al diritto sulle successive vendite. Il syndicat national des antiquaires (SNA) riteneva che, ponendo il diritto sulle successive vendite a carico dell’acquirente, le condizioni generali della Christie’s France costituissero un atto di concorrenza sleale. Da parte sua, Christie’s France sosteneva che la direttiva stabilisce senza ulteriori precisazioni o limitazioni che il diritto sulle successive vendite è a carico del venditore, senza quindi escludere una modifica convenzionale dell’onere del pagamento di tale diritto. Investita della controversia, la Cour de cassation francese ha così chiesto alla Corte di giustizia se il venditore debba sopportare sempre in definitiva il costo del diritto sulle successive vendite o se fosse possibile derogare convenzionalmente a tale regola. Nella sua sentenza, la Corte di Giustizia dichiara che gli Stati membri sono i soli a poter determinare il debitore del diritto sulle successive vendite. Sebbene la direttiva stabilisca che il debitore del diritto sulle successive vendite sia in linea di principio il venditore, essa prevede tuttavia una deroga a tale principio e lascia quindi gli Stati membri liberi di definire un altro soggetto tra i professionisti contemplati dalla direttiva 2001/84, che, in via esclusiva o solidale con il venditore, sarà tenuto a pagare il diritto. Il debitore in tal modo designato dalla normativa nazionale è libero di concordare con qualunque altro soggetto, compreso l’acquirente, che quest’ultimo sopporti in definitiva, in tutto o in parte, il costo del diritto sulle successive vendite, purché un tale accordo non pregiudichi gli obblighi e la responsabilità incombenti al debitore nei confronti dell’autore. La Corte sottolinea che tale deroga è conforme all’obiettivo della direttiva che consiste nel mettere fine alle distorsioni di concorrenza nel mercato dell’arte, pur essendo tale armonizzazione limitata alle disposizioni nazionali che più direttamente si ripercuotono sul funzionamento del mercato interno. Infatti, se è vero che la realizzazione di tale obiettivo così delimitato richiede di prevedere il soggetto tenuto al pagamento del diritto sulle successive vendite, nonché le regole riguardanti il relativo importo, altrettanto non può dirsi per quanto riguarda l’individuazione del soggetto che ne sopporterà in definitiva il costo. La Corte non esclude che tale deroga possa produrre un certo effetto distorsivo sul funzionamento del mercato interno. Tuttavia, tale effetto è soltanto indiretto, essendo prodotto da adattamenti convenzionali realizzati indipendentemente dal pagamento dell’importo del diritto sulle successive vendite, al quale il debitore resta tenuto.
    Il diritto d’autore nella organizzazione delle mostre d’arte al tempo dei “selfies”: voci dalla giornata di studio presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma
    4 marzo 2015
  • Come aiutare il cervello a gestire i Big Data? Una possibile risposta nel progetto CEEDs

    "Ogni minuto il mondo genera dati per 1,7 milioni di miliardi di byte, pari a 360mila DVD. Ma in che modo il nostro cervello può gestire insiemi di dati sempre più grandi e complessi?". È così che la Commissione europea presenta il lavoro di un gruppo di ricercatore UE impegnati nello sviluppo di un sistema interattivo capace non solo di presentare le informazioni nel modo in cui desideriamo, ma anche di cambiarne regolarmente la modalità di presentazione per evitare il sovraccarico del cervello. Il progetto potrebbe permettere agli studenti di studiare meglio o ai giornalisti di effettuare il controllo incrociato delle fonti più rapidamente. La sempre maggiore mole prodotta all'interno dell'ambiente digitale, che siano frutto di intervento umano o direttamente  generati dalle macchine, rappresenta un'autentica miniera d'oro, ma al contempo una sfida; i dataset di oggi sono enormi e difficili da elaborare, tanto da richiedere nuovi strumenti, idee e infrastrutture. I ricercatori del progetto CEEDs stanno dunque inserendo i cosiddetti Big Data (megadati) in un ambiente interattivo per permettere alla nostra mente di generare nuove idee in modo più efficiente. Hanno messo a punto quella che chiamano una eXperience Induction Machine (XIM) che utilizza la realtà virtuale per consentire all'utente di accedere a grandi dataset. Questo ambiente multimodale a immersione, situato presso l'Università Pompeu Fabra di Barcellona, contiene anche una serie di sensori che permettono al sistema di presentare all'utente tutte le informazioni nel modo corretto, adattandosi costantemente alle sue reazioni durate l'analisi dei dati. Queste reazioni, come i gesti, i movimenti degli occhi o la frequenza cardiaca, vengono monitorate dal sistema e utilizzate per adattare la modalità di presentazione dei dati. Jonathan Freeman, Professore di Psicologia presso la Goldsmiths University of London e coordinatore del progetto CEEDs, spiega: "Il sistema riconosce quando i partecipanti sono affaticati o sovraccaricati di informazioni. E si comporta di conseguenza. Può semplificare i modelli visivi in modo da ridurre il carico cognitivo, mantenendo quindi basso il livello di stress dell'utente, permettendogli di restare più concentrato, oppure può guidarlo verso aree di rappresentazione dei dati meno cariche di informazioni." Il gruppo di neuroscienziati è stato il primo su cui i ricercatori del CEEDs hanno sperimentato la propria macchina (BrainX3). Essa ha raccolto gli enormi dataset generati in questa disciplina scientifica e li ha animati attraverso visualizzazioni visive e sonore. Fornendo indizi subliminali, come frecce lampeggianti, la macchina ha guidato i neuroscienziati verso aree di dati che fossero potenzialmente più interessanti per ciascuno di loro. I primi progetti pilota hanno già dimostrato la straordinaria capacità di questo approccio nel reperire nuove informazioni sull'organizzazione del cervello. Dai musei ai negozi Le possibili applicazioni del CEEDs sono numerosissime e spaziano dal controllo delle immagini satellitari e dalle prospezioni petrolifere fino all'astronomia, all'economia e alla ricerca storica. "Ovunque ci sia una ricchezza di dati tale da richiedere molto tempo o un notevole sforzo, c'è potenziale", ha aggiunto il Professor Freeman."Constatiamo che è materialmente impossibile per gli esseri umani analizzare tutti i dati che hanno di fronte, semplicemente per il tempo che occorre. Qualsiasi sistema che possa velocizzare il processo e renderlo più efficiente è perciò di enorme valore". Il sistema interattivo può aiutare a raccogliere i contributi degli utenti e a dar loro delle risposte in luoghi come negozi, musei, biblioteche e concerti. In classi reali e virtuali, i professori possono insegnare in modo più efficace, adattando i propri interventi al livello di attenzione degli studenti. La tecnologia CEEDs è in uso già da due anni presso la sede commemorativa del Bergen-Belsen Memorial in Germania e si sta discutendo con i musei del Regno Unito, dei Paesi Bassi e degli Stati Uniti in vista delle giornate commemorative della fine della Seconda Guerra Mondiale previste per il 2015. Il gruppo incaricato del progetto sta discutendo con organizzazioni pubbliche, commerciali e di beneficenza per elaborare versioni del CEEDs adattate alle loro esigenze. Le applicazioni di cui si discute riguardano un negozio virtuale di vendita al dettaglio all'interno di un aeroporto internazionale e la visualizzazione della qualità del suolo e del clima in Africa al fine di assistere gli agricoltori locali nell'ottimizzazione delle colture. Quello del CEEDs è un progetto vasto, contando 16 partner in nove Paesi (Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Ungheria, Italia, Spagna, Paesi Bassi e Regno Unito), che stanno lavorando insieme per ottimizzare la nostra comprensione dei Big Data. L'UE ha investito 6,5 milioni di euro in questa iniziativa innovativa, nell'ambito del sistema TEF (Iniziative faro per le tecnologie emergenti e future). Ma l'azione dell'UE per sfruttare i Big Data va al di là dei progetti di ricerca. La Commissione europea ha recentemente fatto appello ai governi nazionali affinché abbraccino la rivoluzione dei Big Data e sta attualmente utilizzando l'intera gamma di strumenti politici e legali a disposizione per sfruttare al meglio l'economia basata sui dati. "I Big Data non devono spaventarci - dichiara la vicepresidente Vicepresidente della Commissione europea e Commissaria responsabile per l'Agenda digitale Neelie Kroes - e progetti come questo ci consentono di assumere il controllo dei dati in modo da usarli per risolvere i nostri problemi". LEGGI "Quanto crescerà il traffico Internet nei prossimi anni? Grafici e mappe elaborati sui numeri Cisco. Alla vigilia dell’esplosione dell’IoT e in attesa di sciogliere i nodi intorno alla Net Neutrality"

    Global IP Traffic Growth by Region, 2013–2018 - Dati Cisco, valori in Petabyte per mese

    11 agosto 2014
  • Conservazione dei dati nel Registro delle imprese: la Cassazione si rivolge alla Corte di Giustizia

    di Lorenzo Delli Priscoli Con ordinanza interlocutoria n. 15096 del 17 luglio 2015, la Cassazione ha proposto alla Corte di giustizia due questioni pregiudiziali ex art 267 TFUE, sospendendo il relativo giudizio. Le questioni involgono il trattamento dei dati personali che possono essere custoditi solo per il tempo necessario al conseguimento delle finalità per le quali sono stati acquisiti e successivamente trattati, secondo quanto previsto dall’art. 6, lett. e), della direttiva 46/95/CE attuata con d.lgs. n. 196/2003. Ci si chiede se tale disciplina debba prevalere sul sistema di pubblicità commerciale istituito con il registro delle imprese, pure di derivazione comunitaria, che prevede anche per le persone fisiche la conservazione dei dati rilevanti senza limiti di tempo e se, dunque, anche tali dati non debbano essere disponibili per un periodo di tempo limitato e in favore di destinatari determinati. Scopo della pubblicità commerciale è infatti quello di rendere noto oppure opponibile un certo fatto giuridico, al fine della sicurezza del mercato. Sulla premessa che solo il nucleo essenziale di ogni diritto fondamentale è insopprimibile, che anche gli interessi del mercato hanno una rilevanza tale da poter determinare una limitazione dei diritti fondamentali, il problema sottoposto alla Corte di Giustizia dalla Corte di Cassazione è dunque quello di come operare il corretto bilanciamento tra trasparenza dei traffici commerciali e il diritto fondamentale alla riservatezza e alla protezione dei dati personali. 21 luglio 2015
  • Consumatori o persone? Premio Vincenzo Dona - Roma, 27 novembre 2015

    Consulta il programma

  • Consumo futuro, generazioni creative: retail, engagement, customer care - Roma, 13 ottobre 2015

    Come intercettare le nuove tendenze di consumo e relazionarsi con i moderni consumatori? A questa domanda intende rispondere il workshop “Consumo futuro, Generazioni creative: retail, engagement, customer care”, previsto a Roma il 13 ottobre 2015 presso Palazzo Santa Chiara e organizzato dall’Unione Nazionale Consumatori in collaborazione con l’Istituto di ricerca, consulenza e formazione, Future Concept Lab. Il workshop rappresenta un’eccezionalità nel panorama romano e offrirà ai partecipanti i più recenti risultati dell’Osservatorio sulle generazioni di Future Concept Lab, analizzando le esperienze di consumo secondo la logica della trasversalità dei settori, con un focus specifico sulle strategie distributive, di servizio e di comunicazione. Brochure Consumo Futuro Per maggior informazioni su costi e iscrizioni consulta il sito www.consumofuturo.it
  • Corte di Giustizia UE: gli stati nazionali possono ampliare i diritti del broadcaster per la trasmissione in diretta di un incontro sportivo sul web

    "L’articolo 3, paragrafo 2, della direttiva 2001/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2001, sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione, deve essere interpretato nel senso che esso non osta ad una normativa nazionale che estende il diritto esclusivo degli organismi di radiodiffusione di cui a detto articolo 3, paragrafo 2, lettera d), riguardo ad atti di comunicazione al pubblico che potrebbero costituire trasmissioni di incontri sportivi realizzate in diretta su Internet, come quelli di cui trattasi nel procedimento principale, a condizione che siffatta estensione non pregiudichi la tutela del diritto d’autore". Così la Corte di Giustizia dell'unione Europea con una sentenza del 26 marzo 2015. La Corte era stata chiamata a decidere sulla controversia tra la C More Entertainment AB e il sig. Linus Sandberg in merito all’inserimento da parte di quest’ultimo, su un sito Internet, di collegamenti ipertestuali selezionabili grazie ai quali chi vi navigava poteva accedere alla trasmissione in diretta, su un altro sito, di partite di hockey su ghiaccio senza dover versare l’importo in denaro richiesto dal gestore dell’altro sito. "Né l’articolo 3, paragrafo 2, della direttiva 2001/29, né qualsiasi altra disposizione di quest’ultima - sottolinea la Corte - indicano che il legislatore dell’Unione abbia inteso armonizzare e conseguentemente prevenire o eliminare eventuali differenze tra le legislazioni nazionali, con riferimento alla natura e all’ampiezza della tutela che gli Stati membri potrebbero riconoscere ai titolari di diritti previsti in tale articolo 3, paragrafo 2, lettera d), riguardo a taluni atti, come quelli di cui trattasi nel procedimento principale, che non sono espressamente previsti in quest’ultima disposizione". Inoltre, "risulta dal considerando 16 della direttiva 2006/115, che ha sostituito la direttiva 92/100, che agli Stati membri dev’essere riconosciuta la possibilità di prevedere, per i titolari di diritti connessi con il diritto d’autore, disposizioni che istituiscono una tutela più estesa di quella prevista dalla direttiva 2006/115 in ordine alla radiodiffusione e alla comunicazione al pubblico". Nella sentenza si evidenzia così che "l’articolo 8 di tale direttiva, intitolato «Radiodiffusione e comunicazione al pubblico», dichiara al suo paragrafo 3, in particolare, che gli Stati membri devono prevedere, per gli organismi di radiodiffusione, il diritto esclusivo di autorizzare o vietare la diffusione delle loro trasmissioni via etere, nonché la comunicazione al pubblico delle loro trasmissioni qualora tale comunicazione venga effettuata in luoghi accessibili al pubblico mediante pagamento di un diritto d’ingresso. Si deve quindi constatare che la direttiva 2006/115 riconosce agli Stati membri la facoltà di prevedere disposizioni che istituiscono una tutela più estesa, con riferimento alla radiodiffusione e alla comunicazione al pubblico di trasmissioni effettuate da organismi di radiodiffusione, di quelle che devono essere attuate in conformità all’articolo 8, paragrafo 3, di tale direttiva". "Siffatta facoltà- afferma la Corte - implica che gli Stati membri possono concedere agli organismi di radiodiffusione il diritto esclusivo di autorizzare o vietare atti di comunicazione al pubblico di loro trasmissioni, effettuati in un contesto diverso da quello previsto all’articolo 8, paragrafo 3, e segnatamente di trasmissioni alle quali chiunque può avere accesso dal luogo prescelto, tenendo ben presente che siffatto diritto non deve, come previsto dall’articolo 12 della direttiva 2006/115, in nessun caso pregiudicare la tutela del diritto d’autore. Ne consegue che l’articolo 3, paragrafo 2, della direttiva 2001/29 va interpretato nel senso che non pregiudica detta facoltà degli Stati membri, riconosciuta all’articolo 8, paragrafo 3, della direttiva 2006/115, in combinato disposto con il considerando 16 di quest’ultima, di concedere agli organismi di radiodiffusione il diritto esclusivo di autorizzare o vietare gli atti di comunicazione al pubblico di loro trasmissioni a condizione che siffatta tutela non incida negativamente su quella del diritto d’autore". Di seguito il testo della sentenza.
    Link alle opere protette, la Corte di Giustizia Europea li autorizza. Ma solo per contenuti disponibili in accesso libero su un altro sito
    30 marzo 2015
  • Corte di Giustizia Ue: gli Stati possono controllare se società che forniscono servizi di comunicazione elettronica stabilite in un altro Stato membro rispettino le norme in materia di tutela dei consumatori

    I giudici stabiliscono che, per contro, essi non possono obbligare tali società a creare sul loro territorio una succursale o una filiale Gli Stati membri possono controllare se società che, sebbene siano stabilite in un altro Stato membro, forniscono sul loro territorio servizi di comunicazione elettronica rispettino le norme in materia di tutela dei consumatori, ma non possono obbligare tali società a creare sul loro territorio una succursale o una filiale. È il senso di un'odierna sentenza della Corte di Giustizia Europea. I giudici sono stati chiamati in causa nell'ambito di un procedimento con protagonista l'UPC, società lussemburghese che fornisce a titolo oneroso, a partire dal Lussemburgo, bouquet di servizi di diffusione radiofonica e audiovisiva ricevibili via satellite e ad accesso condizionato. Tali servizi sono forniti ad abbonati residenti in altri Stati membri, tra cui l’Ungheria. A seguito di denunce presentate da alcuni abbonati della UPC, le autorità ungheresi hanno chiesto alla UPC di comunicare loro talune informazioni relative ai suoi rapporti contrattuali con uno dei suoi clienti. La UPC si è però rifiutata di fornire tali informazioni a motivo del fatto che, avendo essa sede in Lussemburgo, le autorità ungheresi non erano competenti per avviare procedimenti di vigilanza nei suoi confronti. Non avendo ricevuto le informazioni richieste, le autorità ungheresi hanno inflitto un’ammenda alla UPC. Avendo quest’ultima avviato un’azione legale per contestare l’ammenda, la Fővárosi Törvényszék (Tribunale di Budapest, Ungheria) ha chiesto, in sostanza, se il diritto dell’Unione autorizzi le autorità ungheresi a vigilare sull’attività della UPC in Ungheria. Con la sentenza pronunciata in data odierna, la Corte di giustizia rileva che il servizio fornito dalla UPC costituisce un "servizio di comunicazione elettronica". A tal riguardo, la Corte ricorda che la direttiva autorizzazioni (Direttiva 2002/20/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 7 marzo 2002, relativa alle autorizzazioni per le reti e i servizi di comunicazione elettronica - GU L 108 pag. 21, come modificata dalla direttiva 2009/140/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 novembre 2009 - GU L 337, pag. 37) consente agli Stati membri di imporre la registrazione dell’inizio della fornitura di un tale servizio sul loro territorio. Del pari, la direttiva autorizza uno Stato membro sul cui territorio risiedono i destinatari di tale servizio a subordinare la prestazione dello stesso a talune condizioni specifiche del settore delle comunicazioni elettroniche. Pertanto, le autorità nazionali possono chiedere alle imprese le informazioni necessarie per verificare l’osservanza delle condizioni relative alla tutela dei consumatori, a seguito di denuncia o in caso di indagine su iniziativa delle stesse autorità. In tale contesto, gli Stati membri possono avviare procedimenti di vigilanza aventi ad oggetto l’attività, sul loro territorio, dei fornitori di servizi di comunicazione elettronica stabiliti in un altro Stato membro dell’Unione. Per contro, gli Stati membri non possono imporre a tali fornitori la creazione di una succursale o di una filiale sul loro territorio, in quanto un siffatto obbligo sarebbe contrario alla libera prestazione dei servizi. 30 aprile 2014
  • Corte di Giustizia: normativa Stato su tutela dei dati può essere applicata a una società straniera con un’organizzazione stabile

    In un caso che coinvolge una società slovacca e l'Authority ungherese. Il giudice di rinvio dovrà ora accertare l'esistenza di tale 'stabilimento'. In un'altra sentenza, la Corte dichiara che il diritto dell’Unione osta alla trasmissione e al trattamento di dati personali tra due amministrazioni pubbliche di uno Stato membro se le persone interessate non ne vengono preventivamente informate La normativa di uno Stato membro sulla tutela dei dati può essere applicata a una società straniera che svolge, in tale Stato, tramite un’organizzazione stabile, un’attività reale ed effettiva. È quanto ha stabilito la Corte di Giustizia dell'Unione Europea intervenendo su una caso che vedeva coinvolte una società slovacca e l'autorità ungherese incaricata della tutela dei dati. Il caso - La direttiva sulla tutela dei dati personali (Direttiva 95/46/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 1995) prevede che ciascuno Stato membro designi una o più autorità pubbliche incaricate di sorvegliare, nel suo territorio, sull’applicazione delle disposizioni nazionali di attuazione adottate dagli Stati membri in base alla direttiva. Ogni autorità garante della protezione dei dati personali dispone, nel suo territorio, di poteri investigativi e d’intervento, indipendentemente dalla legge nazionale applicabile alla singola fattispecie in considerazione. Inoltre, ciascuna autorità garante può essere invitata ad esercitare i propri poteri su domanda dell’omologa autorità di altro Stato membro. La Weltimmo, una società registrata in Slovacchia, gestisce un sito Internet di annunci immobiliari riguardanti beni situati in Ungheria. Nell’ambito di tale attività, essa tratta i dati personali degli inserzionisti. Gli annunci sono pubblicati gratuitamente per un mese, trascorso il quale diventano a pagamento. Allo scadere del primo mese, molti inserzionisti hanno inviato un messaggio di posta elettronica chiedendo l’eliminazione dei propri annunci e, con l’occasione, anche la cancellazione dei propri dati personali. La Weltimmo, però, non avrebbe cancellato tali dati e ha fatturato agli interessati i servizi forniti. A fronte del mancato pagamento delle somme fatturate, la Weltimmo ha poi trasmesso ad alcune agenzie di recupero crediti i dati personali degli inserzionisti. Gli inserzionisti hanno dunque presentato reclamo all’autorità ungherese incaricata della tutela dei dati, la quale ha imposto alla Weltimmo un’ammenda di dieci milioni di fiorini ungheresi (circa 32mila euro) per aver violato la legge ungherese di attuazione della direttiva. La Weltimmo ha quindi contestato la decisione dell’autorità di controllo dinanzi ai giudici ungheresi. Chiamata a dirimere la controversia in cassazione, la Kúria (Corte suprema dell'Ungheria) ha chiesto alla Corte di giustizia se, nel caso di specie, la direttiva consentisse all’autorità ungherese di controllo di applicare la legge ungherese adottata sulla base della direttiva e di imporre l’ammenda prevista da tale legge (causa C-230/14). La sentenza - La Corte di Giustizia ricorda che, secondo la direttiva, ciascuno Stato membro applica le norme adottate in forza della direttiva medesima al trattamento di dati effettuato nel contesto delle attività svolte sul suo territorio da uno stabilimento del soggetto responsabile del trattamento. La presenza, in uno Stato, di un unico rappresentante del predetto soggetto responsabile, in talune circostanze, può essere sufficiente a costituire uno stabilimento se tale rappresentante opera con un grado di continuità sufficiente a fornire i servizi dell’impresa in quel certo Stato. Inoltre, la nozione di stabilimento si estende a qualsiasi attività reale ed effettiva, anche minima, esercitata tramite un’organizzazione a carattere permanente. Nel caso di specie, la Corte osserva che "la Weltimmo svolge indubbiamente un’attività reale ed effettiva in Ungheria". Inoltre, come si evince dalle precisazioni fornite dall’autorità ungherese di controllo, "la Weltimmo ha un rappresentante in Ungheria, il quale figura nel registro slovacco delle società a un indirizzo situato in Ungheria e ha cercato di negoziare con gli inserzionisti il pagamento dei crediti insoluti. Tale rappresentante è stata la persona di contatto tra la Weltimmo e gli inserzionisti e ha rappresentato la società nel corso dei procedimenti amministrativo e giudiziario. La Weltimmo ha aperto, inoltre, in Ungheria un conto bancario destinato al recupero dei crediti e si serve di una casella postale nel territorio ungherese per la gestione dei suoi affari correnti". Tali elementi, che spetta al giudice del rinvio di verificare, per la Corte "possono configurare l’esistenza di uno stabilimento, ai sensi della direttiva, nel territorio ungherese. Se così è, l’attività della Weltimmo è soggetta alla normativa ungherese in materia di tutela dei dati". La Corte sottolinea che "ciascuna autorità di controllo creata da uno Stato membro sorveglia l’osservanza, nel territorio di tale Stato, delle disposizioni di attuazione della direttiva, adottate da tutti gli Stati membri. Di conseguenza, a ciascuna autorità di controllo può essere presentata da chiunque una domanda relativa alla tutela dei suoi diritti e libertà con riguardo al trattamento di dati personali, anche se il diritto applicabile a tale trattamento è quello di un altro Stato membro". Tuttavia, nel caso si applichi il diritto di un altro Stato membro, i poteri d’intervento dell’autorità di controllo "devono essere esercitati nel rispetto, in particolare, della sovranità territoriale degli altri Stati membri, cosicché un’autorità nazionale non può imporre sanzioni al di fuori del territorio del suo Stato". Di conseguenza, "qualora il giudice del rinvio dichiarasse che la Weltimmo non dispone di uno stabilimento, ai sensi della direttiva, nel territorio ungherese e che il diritto applicabile al trattamento di cui è causa è perciò quello di un altro Stato membro, l’autorità ungherese di controllo non potrebbe esercitare i poteri sanzionatori attribuitile dal diritto ungherese". In virtù dell’obbligo di collaborazione previsto dalla direttiva, tale autorità "deve comunque chiedere all’autorità di controllo dell’altro Stato membro interessato di accertare un’eventuale violazione del diritto di tale Stato e di imporre le eventuali sanzioni da esso previste". Informazione preventiva - In un'altra sentenza, relativa alla causa C-201/14, la Corte ha dichiarato che i cittadini i cui dati personali siano oggetto di trattamento e di trasmissione tra due amministrazioni pubbliche di uno Stato membro devono essere preventivamente informati. Il caso origina quando le dichiarazioni dei redditi di alcuni cittadini rumeni, lavoratori autonomi, sono stati trasmessi dall’amministrazione tributaria della Romania alla Cassa nazionale malattia, che ha dunque richiesto il pagamento di contributi previdenziali arretrati. Gli interessati hanno contestato dinanzi alla Curtea de Apel Cluj (Corte di Appello di Cluj) la legittimità di tale trasmissione di dati ai sensi della direttiva europea. A loro avviso, i dati personali sarebbero stati utilizzati a fini diversi da quelli per i quali erano stati inizialmente comunicati all’amministrazione tributaria, senza che gli interessati fossero stati preventivamente informati. Il diritto rumeno consente agli enti pubblici di trasmettere dati personali alle casse malattia affinché queste ultime possano accertare la qualità di assicurato delle persone interessate. Tali dati riguardano l’identificazione delle persone (nome, cognome, indirizzo), ma non anche i redditi percepiti. In tale contesto, la Corte di Appello di Cluj ha domandato, in sostanza, alla Corte di giustizia se il diritto dell’Unione osti a che un’amministrazione pubblica di uno Stato membro trasmetta dati personali a un’altra amministrazione pubblica, a fini di trattamento, senza che le persone interessate siano state informate né di tale trasmissione né del successivo trattamento. Con la sentenza odierna, la Corte di Giustizia considera che "l’obbligo di trattamento leale dei dati personali richiede che un’amministrazione pubblica informi le persone interessate del fatto che i loro dati saranno trasmessi a un’altra amministrazione che li tratterà in qualità di destinatario. La direttiva stabilisce esplicitamente che ogni eventuale restrizione all’obbligo d’informazione sia adottata con disposizione legislativa". La legge rumena che prevede la trasmissione gratuita dei dati personali alle casse malattia non dispensa il responsabile del trattamento dall’obbligo di informare le persone delle quali sono raccolti i dati. Detta legge, infatti, "non definisce né le informazioni trasmissibili né le modalità di trasmissione, le quali figurano unicamente in un protocollo bilaterale tra l’amministrazione tributaria e la cassa nazionale". Quanto al successivo trattamento dei dati trasmessi, la direttiva dispone che "il responsabile del trattamento informi le persone interessate della sua identità, delle finalità del trattamento e di ogni altro elemento necessario per garantire un trattamento leale dei dati. Tra tali elementi supplementari sono previste le categorie di dati interessate e l’esistenza di un diritto di accesso e di rettifica". La Corte osserva che "il trattamento da parte della Cassa nazionale malattia dei dati trasmessi dall’amministrazione tributaria implicava che le persone interessate fossero informate delle finalità di tale trattamento e delle categorie di dati interessate. Nel caso di specie, la cassa malattia non ha comunicato tali informazioni". La Corte conclude che "il diritto dell’Unione osta alla trasmissione e al trattamento di dati personali tra due amministrazioni pubbliche di uno Stato membro se le persone interessate non ne vengono preventivamente informate". 1 ottobre 2015