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Intervista alla Prof.ssa Maria Chiara Pievatolo. Proprietà intellettuale o scienza aperta?

Maria Chiara Pievatolo insegna filosofia politica all’università di Pisa, è vice-presidente e co-fondatrice dell’Associazione italiana per la scienza aperta e curatrice di una delle più antiche riviste italiane ad accesso aperto, il Bollettino telematico di filosofia politica. È stata fra quanti riscoperto, nel dibattito settecentesco e in particolare in Kant,  una via al diritto d’autore alternativa  alla proprietà intellettuale, basata sullo ius in personam e non sullo ius in re. Il suo saggio più recente Sulle spalle dei mercanti? Teledidattica e civiltà tecnologica, è dedicato al problema della dipendenza generata dall’affidamento dalla didattica a distanza a piattaforme proprietarie private.

 

La Prof.ssa Maria Chiara Pievatolo 

 

 

Qual è il rapporto tra scienza e proprietà intellettuale?

È un rapporto molto più recente di quanto si possa immaginare. La scienza moderna nasce in un’epoca in cui l’esclusiva sulla stampa di un testo era una concessione del potere politico  conferita tipicamente agli editori sotto forma di privilegio. Dal punto di vista della comunicazione, la rivoluzione scientifica moderna sposta la ricerca dal segreto dell’alchimia e della magia rinascimentale alla pubblicità. Quando Galileo Galilei pubblica il suo Sidereus Nuncius a stampa il suo scopo principale, come scrive all’amico Belisario Vinta, è la pubblicità di quanto ha osservato, e cioè un “cielo” molto diverso da quello tolemaico: “Parmi necessario, per aumentare il grido di questi scoprimenti, il fare che con l’effetto stesso sia veduta et riconosciuta la verità da più persone che sia possibile”.

In un mondo in cui la stampa era a un tempo selvaggiamente libera, anche perché lo stesso carattere editoriale e  territoriale del privilegio rendeva facile produrre ristampe fuori dal controllo dell’autore, e ferocemente controllata perché sottoposta a censura preventiva e sotto monopoli  tipicamente perpetui, agli scienziati moderni interessava, più che trar lucro dalla vendita dei loro testi, aver riconosciuta la paternità delle loro scoperte. E la paternità o maternità di un libro o di una teoria si può difficilmente plasmare sulla proprietà come diritto reale, che ha a oggetto cose per loro natura alienabili come mele o  biciclette: è infatti il riconoscimento di un fatto storico – che per esempio Galileo Galilei sia stato il primo a osservare i “pianeti medicei” in orbita attorno a Giove e quindi la scoperta vada attribuita a lui – di cui va socialmente accertata la verità , ma che non si può alienare senza mentire.

La prevalenza dell’interesse alla pubblicità accompagna il diritto d’autore accademico fino a tempi relativamente recenti, anche perché i testi scientifici, destinati a un pubblico di nicchia, ben difficilmente potevano procurare profitto ai loro editori. Fra il 1852 e il 1908 in Francia e in altri paesi europei, per gli articoli scientifici, esisteva un droit de recopie che permetteva di ripubblicarli purché fosse indicata la fonte dell’edizione originaria. Di qualcosa di simile rimane traccia anche nell’articolo 42 della legge italiana sul diritto d’autore, e nel più recente diritto di ripubblicazione oggetto di leggi in vigore negli stati dell’Europa centrale. In Italia una  norma analoga, già approvata alla Camera, è attualmente  bloccata in commissione  in Senato.

Vale la pena notare che questo regime è economicamente sostenibile, per l’autore, solo se il suo lavoro è compensato con forme di riconoscimento alternative al monopolio, quali il mecenatismo che accompagnò la rivoluzione scientifica moderna o il finanziamento pubblico, che, per esempio, consentì a Salk e Sabin di non brevettare i loro vaccini contro la poliomielite, rendendo molto più facile combattere una malattia che colpiva i bambini di tutto il mondo.

La pubblicazione scientifica incontra la proprietà intellettuale – ma prevalentemente sotto forma di diritto d’editore – solo nella seconda metà del secolo scorso, in concomitanza con la diffusione della valutazione bibliometrica della ricerca. Ma su questo sarò più dettagliata  nella risposta all’ultima domanda.

 

Quali forme di divulgazione libere da conflitto di interessi e libere nella comunicazione critica ad uso pubblico potenzialmente possono nascere dalla scienza senza proprietà intellettuale?

Non si tratta solo di divulgazione, ma di apertura dell’intero processo della ricerca in modo tale da non renderne solo accessibili i resoconti, ma consentire ai ricercatori di collaborare fra loro. Alcune di queste forme sono già in atto: si pensi per esempio all’ArXiv, nato nel 1991, che consente a fisici e matematici di condividere la loro ricerca indipendentemente dai tempi delle riviste scientifiche, o al sistema globale di sorveglianza e risposta all’influenza GISRS, che, grazie ai suoi circuiti di reputazione e finanziamenti pubblici,  consente di affrontare tempestivamente un virus stagionale continuamente mutante.

Un notevole esempio italiano è inoltre l’Istituto di ricerche  farmacologiche Mario Negri, che ha scelto di rinunciare ai brevetti allo scopo di favorire la comunicazione e la collaborazione fra studiosi e di evitare il conflitto di interessi connesso al loro sfruttamento economico. Ciò non impedisce, naturalmente, che le sue scoperte siano sviluppate dall’industria, ma in un regime di mercato libero, senza signorie.

E anche se può importare a pochi che delle traduzioni filosofiche siano  rese disponibili sotto licenze libere perché sia lecito correggerle e riutilizzarle, lo scopo di avere un ecosistema della ricerca e della comunicazione scientifica libero da monopoli perché tutti possano contribuirvi e approfittarne è così importante che è  stato fatto proprio dall’Unione Europea, sia per i progetti da essa finanziati, sia per le modalità di valutazione della ricerca, attualmente in corso di riforma.

 

Parlando invece di proprietà intellettuale senza scienza e contro la scienza, quali sono le casistiche di studi che possono darci contezza del fenomeno?

Qui, per tacere della nota discussione sui brevetti sui vaccini contro il Covid-19, mi limito a un paio di esempi.

Il primo riguarda l’apertura di emergenza delle riviste mediche in occasione della pandemia di Covid-19 allo scopo di accelerare la ricerca sulla malattia e sulle sue cure – apertura la quale ha mostrato, per chi ancora non ne fosse convinto, che ormai la pubblicazione scientifica commerciale ha ben poco a che vedere con la pubblicità della scienza.  Secondo Claudio Aspesi, analista finanziario consulente di SPARC,  un’ industria di pubblicazione che, come un lucus a non lucendo, per pubblicare e produrre pubblicità, deve essere stravolta, è profondamente disfunzionale anche sul piano della semplice efficienza.

Il secondo riguarda la cosiddetta esclusiva sui dati, che, ai sensi dell’articolo 39.3  degli accordi TRIPS, obbliga gli stati firmatari a proteggere i dati sperimentali di prodotti d’uso farmaceutico o agricolo basati su nuove formule chimiche di cui si chiede l’autorizzazione alla messa in commercio, non solo da un uso commerciale sleale, ma anche dalla pubblicazione. Questa disposizione, è vero,  deve essere contemperata con un eventuale interesse pubblico, ed è dunque soggetta a un  bilanciamento complesso: ma anche così il regime predefinito pare quello di una segretezza che ricorda, più che la scienza moderna, la sua antenata alchemica. Il sapere della scienza moderna si sostanzia, infatti, in “sensate esperienze” e “certe dimostrazioni” “e, a differenza di quanto era avvenuto nella tradizione, richiede che queste due complicate cose vadano insieme, siano indissolubilmente legate l’una all’altra. Ogni affermazione deve essere  «pubblica», cioè legata al controllo da parte di altri, deve essere presentata e dimostrata ad altri, discussa e soggetta a possibili confutazioni” (Paolo Rossi, La nascita della scienza moderna in Europa. p. XVI)

Su questi temi c’è una letteratura molto ampia: qui mi limito a ricordare il classico saggio di Jean-Claude Guédon, In Oldenburg’s Long Shadow: Librarians, Research Scientists, Publishers, and the Control of Scientific Publishing, qui tradotto in italiano,  e il più recente libro di Roberto Caso, La rivoluzione incompiuta. La scienza aperta tra diritto d’autore e proprietà intellettuale.

 

Durante il Suo intervento per l’evento Giornata di studi: Le nuove frontiere della proprietà intellettuale parla di piccolo monopolio dell’IP che precorre il grande monopolio dell’analisi dei dati nell’ambito della proprietà intellettuale, approfondirebbe con noi questo passaggio?

Questa estensione è dovuta alla dramatis persona evocata alla fine della risposta alla prima domanda: la valutazione amministrativa della ricerca.

Nella seconda metà del secolo scorso, il processo di trasformazione dell’università in un’organizzazione di capitalismo di stato – già chiaro a Max Weber –  indusse a burocratizzare ed esternalizzare anche la valutazione della ricerca. Prima la valutazione della ricerca era parte della ricerca stessa, entro comunità scientifiche, certamente più piccole e più coese, in grado di comprendere i testi che leggevano. Ora invece è affidata a un computo di dati sui testi, che non richiede né la loro lettura, né la loro comprensione.

In particolare, un’impresa privata inizialmente denominata  Institute for Scientific Information (ISI; ora Clarivate Analytics), costruì, sul suo Science Citation Index,  l‘ormai controverso padre di tutti gli indici bibliometrici: il fattore d’impatto. Secondo l’ISI. il numero e la proporzione delle citazioni degli articoli di una rivista potevano quantificarne l’importanza. E sebbene il suo stesso inventore, Eugene Garfield, riconoscesse quest’uso  come improprio,  si cominciò a impiegare il fattore d’impatto anche per determinare il valore dei ricercatori che nelle riviste pubblicavano.

Il fattore d’impatto permise di individuare un nucleo di “riviste fondamentali” (core journals) perché proporzionalmente molto citate, la cui edizione divenne commercialmente molto appetibile. Infatti,  per i ricercatori accedere ai core journals in lettura e in scrittura  era  divenuta  una questione di sopravvivenza accademica: ciò consentiva all’editore, che pure sfruttava il lavoro per lui gratuito e pubblicamente finanziato degli studiosi o in veste di autori o in veste di redattori e revisori, di imporre alle biblioteche prezzi d’abbonamento sempre più alti. L’industrializzazione della valutazione della ricerca produsse inoltre un’industrializzazione delle riviste scientifiche e una crescente concentrazione della loro proprietà: il fattore d’impatto richiede infatti uscite regolari che le riviste in mano a studiosi e piccoli editori raramente possono permettersi.

Abbiamo così un esito paradossale: mentre la rivoluzione digitale permetterebbe di pubblicare ad accesso aperto a costi irrisori, i nuovi oligopolisti dell’editoria scientifica commerciale riescono ad accumulare enormi profitti non in quanto rendono pubblici i testi, ma in quanto li privatizzano, facendosi cedere gratuitamente i relativi diritti dagli autori. Questo è il piccolo monopolio della proprietà intellettuale: un diritto d’autore che si trasforma  immediatamente in copyright editoriale, perché l’autore scientifico soggetto a valutazione amministrativa è indotto a sacrificare l’interesse della pubblicità a quello della carriera, o, più spesso, della semplice sopravvivenza accademica. In mano a un numero sempre più ristretto di multinazionali dell’editoria commerciale, il piccolo monopolio  produce ricavi e dati per un monopolio molto più grande: quello dell’analisi dei dati, di cui la bibliometria è solo un caso particolare.  Come c’è un capitalismo della sorveglianza, che offre servizi di manipolazione comportamentale ottenuti dal controllo de facto prima che de iure  di grandi quantità di dati personali, così abbiamo un’editoria di sorveglianza, che trae profitto dalla vendita di servizi di analisi dei dati estratta dai suoi autori e lettori – servizi che, impiegati per la ricerca, la didattica e l’amministrazione universitaria, forgiano ambienti di scelta in grado di influenzare le decisioni delle università stesse.

Non tutti gli amministratori, infatti, hanno la consapevolezza di Karen Maex, rettrice dell’università di  Amsterdam, che ha recentemente denunciato quanto simili pratiche mettano la repentaglio la conoscenza indipendente e pubblica che dovrebbe essere perseguita e custodita dagli atenei (I custodi del sapere, § 2 ss.) e che dovrebbe essere riconosciuta come meritevole di tutela in nome dell’interesse di tutti a una discussione scientifica libera e non condizionata da monopoli i cui scopi hanno poco a che vedere con l’approssimazione alla verità.  Eppure si tratta di una questione che riguarda non solo la libertà del mercato, ma la democrazia stessa, la cui sostanza riposa sulla possibilità di ciascuno di attingere a un’informazione accurata e indipendente.

 

 

 

a cura di

Valeria Montani

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