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Se ne va Zavoli, “classico” e maestro dello “Storytelling”

Se Ne Va Zavoli, “classico” E Maestro Dello “Storytelling”

Di: Gianfrancesco Rizzuti

 

Il rischio di essere banali è enorme. E per temperarlo, DIMT proverà a tratteggiare la perdita di Sergio Zavoli con un paio di considerazioni a metà tra giornalismo e buon senso.

Il 5 agosto, la morte di colui che Montanelli definì “il principe del giornalismo televisivo” ci ha colti impreparati. Perché Zavoli è stato un grande “classico”, e come tutti i “classici”, non muore mai.

Processo alla tappa, Clausura, Nascita di una dittatura, La notte della Repubblica. Citiamo solo alcuni dei suoi grandi programmi TV, dopo gli esordi radiofonici sportivi.  Zavoli, che è stato anche dirigente e politico, lascia un vuoto incolmabile per chi si occupa di comunicazione.

Ora va di moda nelle scuole di scrittura e management parlare di storytelling, che poi non è altro che l’arte del narrare.  Il ravennate ne è stato maestro. Basti pensare alle sue interviste al Giro d’Italia a grandi campioni ma anche ai gregari. A chi non l’ha vista, consigliamo di ripescare dagli archivi RAI l’intervista che fece nel 1966 durante una tappa affiancando dalla moto il gregario Lucillo Lievore, fuggitivo col numero 59 che finirà per essere ripreso a pochi chilometri dall’arrivo e risucchiato dal gruppo. Zavoli riprende sì il fatto in sé della fuga, ma è lì di fianco a Lievore ad incitarlo, a chiedergli a chi dedicherà l’eventuale vittoria: “Alla fidanzata?”. Ma Lievore non l’aveva.

La sua narrazione era un’arte, ma concreta, asciutta, non banale, sostenuta da una voce nata in radio, non per caso, capace di adattarsi per tono e contenuti al nuovo mezzo televisivo. Con lui il giornalismo sportivo crebbe per dignità e ha ispirato schiere di aspiranti cronisti radio e tv.

Passare al giornalismo di inchiesta, al “come “ e perché” che lo anima, fu naturale e i suoi programmi sono stati un modello per chi è venuto dopo. Fu precursore del talk show, ma non delle sue degenerazioni. Anzi, in una recente intervista che rilasciò a La Stampa – lui, che amava farle piuttosto che concederle, le interviste – sostenne per paradosso che il “talk” è un format Tv che “andrebbe abolito per legge”, trovando infondata “l’interpretazione secondo cui il pluralismo consiste nell’affidarsi al parere di più persone che dibattono. Andare a cercare chi ha per vocazione la rissa, o una competizione verbosa e animosa, produce spettacolo, non informazione”.

Con Zavoli se ne va inoltre un innovatore che è stato tuttavia uno degli ultimi giornalisti pre-social. Non ci vorremmo sbagliare, ma  non risultano profili Twitter o Facebook attribuiti all’ex presidente della RAI. Zavoli non aveva necessità di una visibilità immediata e martellante, di una presenza costante. Non voleva rischiare, forse, raggiunta un’età in cui potresti permetterti in fondo quello che vuoi, di essere fagocitato da superficialità e polemiche sempre in agguato tra chi utilizza i social media.  Per partecipare alla vita pubblica, preferì piuttosto trovare nuovo slancio  negli impegni istituzionali: è stato a lungo anche Senatore, ma sempre con la sua umanità, la sua cultura e il suo essere intellettuale nel senso più nobile del termine.

Duro trovare eredi del suo modo di intendere il giornalismo. Probabilmente sarebbe anche sbagliato, perché Sergio Zavoli è stato sì figlio del suo tempo, come in fondo tutti noi, ma anche genitore e interprete insieme geniale e rigoroso del suo Zeitgeist, come solamente i “classici” possono essere.

Alla famiglia, il cordoglio di questa Rivista.

 

 

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